askanews.it, 24 settembre 2020
Bonafede: "Sono stati già predisposti altri due Protocolli d'Intesa sia con la Confederazione islamica italiana sia con il Centro islamico culturale d'Italia tali accordi saranno sottoscritti nelle prossime settimane". Lo ha detto il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, rispondendo a una interrogazione sulla sottoscrizione di un accordo con l'Unione delle comunità islamiche d'Italia relativo all'avvio di corsi per religiosi islamici operanti nel contesto penitenziario, presentato da due deputati della Lega.
fpcgil.it, 24 settembre 2020
Presentate ieri le proposte per migliorare le condizioni di lavoro della Polizia penitenziaria. Stare bene dentro, al via la campagna della Fp Cgil per migliorare le condizioni di vita e di lavoro del personale di Polizia Penitenziaria all'interno degli istituti penitenziari.
Una campagna di proposte che la Funzione Pubblica Cgil ha presentato al nuovo capo del Dipartimento di amministrazione penitenziaria, Bernardo Petralia, e al capo del personale, Massimo Parisi, "con un preciso obiettivo - spiega -: tanto le donne quanto gli uomini possano vivere un contesto lavorativo sereno e a proprio agio, in strutture adeguate".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 24 settembre 2020
Ha 82 anni e ha due tumori con un gravissimo disturbo motorio che lo costringe a vivere sulle sedie a rotelle. Si fa i bisogni addosso, urina sangue, cade spesso con la conseguenza di procurarsi lesioni tanto da ricoverarlo per poi dimetterlo e rispedirlo al 41bis. Per i giudici però è compatibile con il regime carcerario, quello duro del carcere milanese di Opera.
Ancora è in attesa di giudizio definitivo e non è in galera per un reato qualunque.
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 24 settembre 2020
L'assoluzione di Venafro e le fake news sulla scarcerazione del boss Zagaria. Polemiche che non lo erano. Ci sono due notizie importanti, relative a due vicende giudiziarie, che probabilmente non leggerete mai su molti giornali. Nella migliore tradizione della gogna mediatico-giudiziaria, infatti, queste notizie sono state quasi del tutto ignorate dagli organi di informazione e relegate a piccoli trafiletti nelle pagine interne dei giornali, a dispetto del grande clamore mediatico iniziale.
di Rossana Rossanda*
Il Dubbio, 24 settembre 2020
Dopo anni di udienze e di galera preventiva per gli imputati, il processo "7 aprile" crollò come un castello di carte. Rossana Rossanda accusò giornali e procura denunciando quella "prova generale" del processo mediatico-giudiziario che rovinò la vita di decine di persone innocenti. Ecco l'articolo pubblicato su il Manifesto il 9 giugno 1987.
di Paolo Comi
Il Riformista, 24 settembre 2020
Il procuratore generale della Corte di Cassazione proclama in una nota l'amnistia per i magistrati finiti nelle chat per aver brigato con l'ex leader dell'Anm. "L'autopromozione non è un illecito". Se lo fa un comune cittadino, però, finisce in galera.
C'è una circolare della Procura generale della Corte di Cassazione - dunque una solennissima circolare - che stabilisce che per un magistrato chiedere una raccomandazione a Palamara non è reato. Non è neanche illecito disciplinare. È semplice "autopromozione". Si chiama così. Se ho capito bene "autopromozione", per i magistrati, equivale a quello che per i politici viene definito "traffico di influenze" (dai 1 anno a 4 anni e mezzo di prigione) o addirittura corruzione (dai 4 ai 10 anni).
L'autopromozione però non è a doppio senso: non è reato per chi dovesse chiedere e ottenere un favore da Palamara (e diventare Procuratore o Aggiunto o presidente di tribunale), è reato invece per Palamara che riceve e accoglie o respinge l'autopromozione. Come conseguenza di questa circolare, il processo a Palamara dovrà svolgersi - come si sta svolgendo - evitando le indagini, dal momento che i reati e gli illeciti non esistono, o comunque sono cancellati dall'Amnistia-Salvi. Il processo deve limitarsi a proclamare la condanna di Palamara e il suo allontanamento dalla magistratura.
In Italia, nel passato - prima che fosse approvata la riforma costituzionale del 1993 che praticamente le ha impedite - ci sono state molte amnistie. In genere però erano provvedimenti di clemenza erga omnes, come si dice in latino, cioè che riguardavano tutti gli imputati, non solo una categoria. L'unica amnistia "parziale" che si ricordi è quella molto famosa del 1946, scritta e curata dal ministero della Giustizia dell'epoca che si chiamava Palmiro Togliatti ed era il capo del Pci: amnistiò i fascisti. Fu un gesto clamoroso e servì a ricostruire un clima di riconciliazione, dopo la guerra civile. I fascisti però, prima di essere amnistiati, furono sconfitti (alcuni di loro anche fucilati). I magistrati invece ottengono una amnistia da eterni vincitori. Chi è stato sconfitto sono i cittadini: gli imputati. Quando si dice "amnistia tombale" si intende questa cosa qui: nella tomba ci finiscono gli imputati.
È arrivata "l'amnistia". Solo, però, per i magistrati che chattavano con Luca Palamara alla ricerca di una nomina o di un incarico. Ne dà notizia il sito toghe.blogspot.com, la piattaforma creata dai magistrati "non correntizzati", che ha pubblicato i passaggi salienti delle linee guida redatte dal procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi per la verifica di eventuali profili disciplinari a carico dei colleghi "chattatori".
Le toghe che hanno intasato di messaggi il telefonino dell'ex presidente dell'Anm da questa settimana, dunque, possono dormire sonni tranquilli. Tutti perdonati ad iniziare, per esempio, dal pm Marco Mescolini che per perorare la sua nomina a procuratore di Reggio Emilia chiamava Palamara "il re di Roma".
La scriminante è rappresentata dall'attività di "self marketing", cioè l'autosponsorizzazione del magistrato con i consiglieri del Csm. "L'attività di autopromozione - scrive Salvi - effettuata direttamente dall'aspirante, anche se petulante, ma senza la denigrazione dei concorrenti o la prospettazione di vantaggi elettorali, non può essere considerata in violazione di precetti disciplinari". Il motivo, sempre secondo Salvi, sarebbe dovuto al fatto che l'attività di self marketing "non essendo 'gravemente scorretta' nei confronti di altri è in sé inidonea a condizionare l'esercizio delle prerogative consiliari". Nessuna punizione, neppure un "buffetto", per il magistrato "petulante" a caccia di raccomandazioni. Anzi, un bel colpo di spugna sulla montagna di chat che hanno creato in questi mesi più di un imbarazzo.
Dal momento che la Procura generale è l'ufficio che condivide col ministro della Giustizia l'iniziativa disciplinare, vale a dire l'esercizio dell'accusa, sarebbe da accogliere con favore "l'anelito garantista", commentano le toghe sul blog, stigmatizzando il fatto che Salvi abbia voluto lanciare un "salvagente" a tutti i magistrati chattatori che per perorare i propri meriti si erano rivolti direttamente al consigliere amico, piuttosto che affidarsi solo al proprio cv.
Vale la pena ricordare che i comuni cittadini quando vengono sorpresi a brigare con l'assessore o col direttore di turno finiscono direttamente al gabbio. Secondo "l'indulgente" procuratore generale, il self marketing rientrerebbe nel bagaglio professionale di ogni magistrato aspirante ad un incarico direttivo: se lo fa il collega allora anche il competitore è legittimato a farlo, anzi deve.
Il richiamo al "vantaggio elettorale" sarebbe improprio in quanto il consigliere destinatario delle pressioni non è rieleggibile. "Quel vincolo elettorale, semmai, proviene dal passato e l'auto-promozione del petulante è legittimata da un patto precedentemente sancito, espressione di un sistema che, v'è da credere, ne esce incredibilmente rafforzato", puntualizzano sul blog. "È una scorrettezza gravissima aggiungono - specialmente se riferita ad un magistrato. Ed è anche violazione di specifiche regole di condotta implicite nella regolamentazione dei concorsi".
Quale sarà, allora, il destino dei magistrati "che conformemente alla disciplina si limitano a presentare la domanda e si astengono dal sollecitare rapporti diretti ed amicali con la commissione esaminatrice?". Se i petulanti magistrati devono essere assolti, perché allora condannare Palamara che raccoglieva le premure? La domanda è d'obbligo dopo aver letto la nota di Salvi.
Ed a proposito di Palamara, ieri sono stati sentiti al Csm i finanzieri, ad iniziare dal colonnello Gerardo Mastrodomenico, ex comandante del Gico di Roma, che hanno condotto le indagini nei suoi confronti. Abbiamo eseguito gli ordini, hanno detto in coro, prendendo le "distanze" dai pm Gemma Miliani e Mario Formisano titolari del fascicolo. Furono i pm a voler inserire il trojan nel telefono di Palamara, hanno ricordato.
"Palamara era il referente di tantissimi magistrati da Palermo a Milano in tema di nomine", ha detto in particolare Mastrodomenico, sottolineando che ai pm umbri vennero inviate, senza fare alcuna selezione, tutte le conversazioni intercettate fra l'ex presidente dell'Anm ed i colleghi. "Erano conversazioni che non c'entravano nulla con il capo d'imputazione a carico di Palamara", ha aggiunto il colonnello. Ma i pm le vollero ascoltare lo stesso.
di Paola Di Nicola Travaglini*
Il Domani, 24 settembre 2020
Il problema della rappresentanza in magistratura non riguarda i sistemi elettorali o le correnti degenerate, è una questione culturale e di democrazia Alle donne è stato vietato l'accesso alla magistratura fino al 1963, oggi sono il 53,8 per cento del corpo giudiziario ma solo il 20 per cento nel Consiglio superiore della magistratura, l'organo che decide sulla vita professionale dei magistrati e sulle nomine dei dirigenti degli uffici giudiziari.
Nei decenni di funzionamento del Csm, le donne sono state il 5 per cento degli eletti. Eppure non è stato questo a indurre il governo a proporre la modifica della legge elettorale del Csm: è servito un drammatico scandalo, che ha coinvolto come manovratori delle nomine solo uomini, a far vacillare la credibilità della magistratura e a porre il tema della qualità della rappresentanza. Obiettivo della riforma: scardinare il sistema degenerato per la scelta di alcuni procuratori e presidenti di tribunali, fondato non sul merito, ma sull'appartenenza degli interessati a gruppi associati, le correnti.
Premesso che è la stessa magistratura a sentirsi profondamente ferita da alcune nomine decise con logiche spartitorie e a richiedere a gran voce una nuova legge elettorale che assicuri eletti liberi da rapporti con centri di potere, la proposta di riforma elettorale non ha centrato lo scopo perché ha dimenticato le donne. Le valutazioni "politiche" fino ad ora svolte ruotano attorno a quorum, collegi, territori e sorteggio, ma non colgono che solo una riforma che preveda il 50 per cento di donne elette al Csm inciderebbe su un sistema ormai avvitato su sé stesso.
La riforma prevede che il collegio unico nazionale sia sostituito da 17 collegi e che vinca il più votato con il 65 per cento, altrimenti c'è il doppio turno; se ci sono meno di dieci candidati, si integrano le liste con magistrati sorteggiati; si possono esprimere fino a 4 preferenze ma di genere diverso. Ma questo, anziché rompere il sistema attuale, rafforza il peso delle correnti più organizzate, che potrebbero far convergere la preferenza solo su chi intendono eleggere.
Inoltre favorisce i corporativismi territoriali, creando un legame fiduciario e persino clientelare tra l'eletto e il collegio. Due gruppi associati, radicati in tutta Italia, potrebbero accordarsi a monte in quale circoscrizione far vincere l'uno o l'altro, annientando qualsiasi minoranza e assegnando tutti i collegi uninominali a candidati anche di un solo genere: maschile.
Non è un caso che proprio le correnti della magistratura non vogliano quote obbligatorie e paritarie di elette: è la paura di alcuni uomini, in fila da anni, di perdere il posto che rivendicano come dovuto e il timore di non operare più con il sistema della loro personale cooptazione, fondata su relazioni fatte di cene ed eventi che sono terreno di caccia per il solo genere maschile, più dotato di tempo libero da obblighi familiari. Il potere, anche quando mal gestito, non cambia sesso nemmeno nei momenti di crisi, come è di certo quello attuale. Il fortino viene presidiato a qualsiasi costo. Così le donne vanno escluse, perché riempirebbero spazi degli uomini e per gli uomini.
Come si può immaginare che questi cedano potere pubblico a favore di colleghe che fanno salti mortali tra sentenze da depositare nei termini, indagini accurate non esaltate dalle cronache, allattamenti di bimbi e accadimento dei genitori anziani? Si tratta di salti mortali relegati a questione privata, sebbene siano la questione più pubblica che ci sia la causa dell'invisibilità di oltre metà della magistratura
Solo gli uomini vengono eletti - Il problema è culturale: chi appare, chi ambisce e chi viene eletto è sempre un uomo. Non necessariamente perché più bravo, ma perché il mondo se lo è ritagliato a sua esclusiva misura. Secondo l'Istat, infatti, ancora oggi sono le donne di qualsiasi lasse sociale a caricarsi di oltre il 70 per cento delle incombenze familiari. E la soluzione non è di prendere la baby sitter o la badante: a pesare è il carico mentale di decidere a che ora arriva, quando stacca, come sceglierla, a chi telefona per risolvere i problemi.
Tornando al Csm, il progetto di riforma si limita ad inserire le donne nelle liste elettorali e questo è inutile. Le donne non verranno elette e resteranno la foglia di fico di chi le candida, per dimostrare che le poche donne in lista non ce l'hanno fatta per loro inadeguatezza e non per assenza di tempo e di reti quotidianamente tessute.
La modesta presenza femminile nel Csm, infatti, si fonda su un dato di fatto millenario: nella divisione sessuale del lavoro, sui cui è strutturato l'assetto sociale, le donne svolgono un'onerosa attività non retribuita e non riconosciuta di cura dei figli prima e dei genitori anziani dopo, per decenni della loro vita. Ecco la ragione per la quale meno donne si candidano e, se elette, sono poche e anziane.
Per questo, la soluzione è quella di imporre una paritaria presenza femminile tra gli eletti: da un lato scardinerebbe la struttura atavica di contesti familiari e lavorativi liberando la capacità delle donne; dall'altro sottrarrebbe agli uomini gli spazi, sino ad oggi esclusivi, per intessere le relazioni di potere che li conducono ai vertici.
Se avessimo al Csm tante magistrate, con figli piccoli o anziani da accudire, che facessero valere la loro condizione, si avvierebbe il cambiamento delle stesse istituzioni nella gestione di orari e ritmi di lavoro, nella scelta di diversi criteri di selezione dei capi degli uffici, nella valorizzazione della risposta giudiziaria ai cittadini, nell'incentivo alle assenze di paternità.
A cascata, questo imporrebbe ai mariti di quelle stesse magistrate di dividere equamente il lavoro di cura, così trasformando la società dal basso. Sino ad oggi, invece, nessuno si è preoccupato di ripensare un'istituzione che si sta femminilizzando, come dimostrano í numeri. La ragione è che, per gli uomini eletti, questa trasformazione non è importante, perché non ha il loro corpo.
Spesso l'argomento contrario alle quote di genere è quello che non tutti sono portati a svolgere ruoli di rappresentanza. Capovolgiamo l'argomento con una domanda: in virtù di quale talento particolare, mostrato nel concreto, gli uomini che rappresentano la quasi totalità degli eletti sarebbero più dotati?
Il loro vantaggio dipende solo da un gioco con regole truccate: se la donna ha un peso di 100 chili ai piedi (l'attività di cura) non può competere alla pari nella corsa con chi è libero e si allena tutti i giorni. O alla donna si toglie il peso, oppure le si danno 200 metri di vantaggio. Per questo è auspicabile che il parlamento preveda quote obbligatorie di risultato delle donne nel Csm nella misura del 50 per cento.
Le donne non sono migliori o peggiori, ma esistono e, come scrivono Tim Besley, Olle Folke, Torsten Persson e Johanna Rickne in uno studio pubblicato dalla London School of Economics, la presenza paritaria "migliora la competenza della classe dirigente nel suo complesso".
*Magistrato
di Roberto Oliva
Il Dubbio, 24 settembre 2020
Come noto, una condizione per l'accesso alle risorse del c. d. Recovery Fund è rappresentata dalla presentazione di un "Piano nazionale di ripresa e resilienza", che deve essere coerente con le raccomandazioni specifiche rivolte a ciascuno Stato membro dalla Commissione europea. Come altrettanto noto, il Governo italiano ha recentemente reso disponibile un documento preliminare, denominato "Linee guida per la definizione del piano nazionale di ripresa e resilienza". Un documento snello, che consta di una quarantina di pagine, due delle quali dedicate alla giustizia.
Non sarà sfuggito che, proprio con riferimento alla giustizia, particolarmente vaghe sono le indicazioni contenute in queste linee guida: si enuncia l'obiettivo di ridurre la durata dei processi, si annunciano riforme della giustizia civile, penale e tributaria, si indica il tema della necessità di interventi di natura strutturale sull'organizzazione dell'amministrazione della giustizia. Null'altro.
A seguito della pubblicazione di queste linee guida, l'Unione Nazionale delle Camere Civili ha diffuso una proposta di piano straordinario per la giustizia civile. Una iniziativa meritoria, poiché avvia un dibattito su possibili misure concrete. Con riferimento al tema dell'arbitrato nel nostro Paese, sono due le proposte formulate dall'Unione Nazionale delle Camere Civili. La prima proposta è quella di "rendere obbligatorio, in alcune materie e se del caso con limiti di valore, il ricorso all'arbitrato (eventualmente nella forma dell'arbitro unico) a tariffe calmierate, (...) prevedendo (al fine di scongiurare possibili violazioni dell'art. 102 Cost.) che il relativo lodo sia destinato ad acquisire efficacia esecutiva, ma non l'idoneità del giudicato (così come oggi accade per i procedimenti di cui all'art. 700 c. p. c.)".
La seconda proposta è invece quella di "prevedere che gli arbitri, quanto meno in alcune materie, possano emettere provvedimenti cautelari e/ o di urgenza". La finalità di entrambe queste proposte, quanto meno a un primo esame, è quella di impiegare l'arbitrato quale strumento deflattivo del contenzioso civile ordinario. Non è qui in questione se tale finalità renda giustizia delle potenzialità dello strumento arbitrale. Occorre però interrogarsi se le proposte siano funzionali a quella che pare la loro finalità.
Innanzi tutto, l'arbitrato obbligatorio. Nel nostro ordinamento tale tipo di arbitrato non è ammesso. È risalente sul punto e difficilmente potrà essere mutato l'insegnamento della Corte costituzionale. La ragione è semplice: l'arbitrato è un meccanismo di risoluzione sulle controversie per sua natura fondato sul consenso.
E questo consenso non può essere sostituito da una disposizione di legge. La proposta in commento vorrebbe superare questo scoglio trasformando il lodo reso in sede di arbitrato obbligatorio in un lodo, per così dire, anticipatorio: un provvedimento idoneo a fondare l'esecuzione forzata, ma non a passare in giudicato.
Non è ben chiaro come questo meccanismo possa concretamente operare, quel che però ben si comprende è che, se il lodo anticipa la sentenza del Giudice statuale e non si sostituisce ad essa, l'efficacia della misura non è facilmente prevedibile e potrebbe pure essere nulla (come sostanzialmente nulla è stata l'efficacia del c.d. arbitrato deflattivo, introdotto per decreto dall'allora Governo Renzi).
Ben altro respiro ha la seconda proposta formulata dall'Unione Nazionale delle Camere Civili: quella di - finalmente - attribuire poteri cautelari agli arbitri, anche dove già non li abbiano (in materia societaria) o non abbiano trovato un meccanismo per esercitarli, se non nella forma, almeno nella sostanza (il riferimento corre alle previsioni di alcuni recenti regolamenti arbitrali, di cui però non si conoscono allo stato applicazioni pratiche).
Si tratta di una riforma da tempo e da più parti invocata, per uniformare il nostro diritto dell'arbitrato a quello di altri ordinamenti che si riconoscono nella stessa prospettiva di civiltà, e abbandonare così il ristretto club di quei sistemi che riservano il potere cautelare al Giudice statuale. Manca però una terza proposta, che dovrebbe essere la principale proposta. Una proposta volta a incentivare l'impiego dello strumento arbitrale.
Sono principalmente due gli aspetti che limitano fortemente la diffusione dell'arbitrato in Italia. Un primo aspetto, acutamente analizzato in un recente studio condotto dall'Università di Leicester, è quello della mancanza di fiducia, in Italia, nello strumento arbitrale. Si tratta di un tema di rilevante importanza, che per essere risolto richiede una seria riflessione da parte degli operatori del diritto e della classe forense in particolare.
Il secondo aspetto riguarda invece i costi del procedimento arbitrale. Il costo del Giudice statuale è quasi esclusivamente a carico della fiscalità generale; il costo del Tribunale arbitrale è a carico delle parti. Ecco che allora su questi costi si potrebbe incidere. Innanzi tutto, esentando dall'imposta di bollo tutti gli atti del procedimento arbitrale (ora invece tassati nella misura di Euro 16 ogni quattro cartelle).
In secondo luogo, esentando dall'imposta di registro il lodo (che ora è soggetto all'imposta nella stessa misura delle sentenze del Giudice statuale). Infine, se si desidera impiegare l'arbitrato come strumento deflattivo del contenzioso avanti il Giudice statuale, a vantaggio della collettività, ossia se si considera l'arbitrato come esternalità positiva, è necessario incentivare una simile esternalità. E farlo con un incentivo che sia economicamente apprezzabile, quale potrebbe ad esempio essere un credito d'imposta in favore delle parti, commisurato ai costi da queste sostenuti per il funzionamento del Tribunale arbitrale.
*Avvocato del Foro di Milano
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 24 settembre 2020
Corte di cassazione - Sezione III penale - Sentenza 23 settembre 2020 n. 26519. Annullata con rinvio dalla Cassazione la sentenza di merito che condanna per omissione contributiva l'imprenditore, già assolto con pronuncia definitiva per il mancato versamento di ritenute d'imposta in relazione allo stesso periodo, senza offrire alcuna motivazione sul punto pur ampiamente dibattuto su input della difesa. La Cassazione, con la sentenza n. 26519 depositata ieri, ha perciò annullato con rinvio la decisione dei giudici di appello che avevano escluso l'applicazione della scriminante per assenza dell'elemento soggettivo del reato ex articolo 2 del Dl 463/1983.
Il ricorso - Il ricorrente ottiene ragione dalla Cassazione, che non cancella tout court la condanna, ma obbliga il giudice a motivare in maniera "rafforzata" la decisione in relazione all'affermata irrilevanza della sentenza passata in giudicato che aveva escluso la punibilità per il reato tributario ex articolo10 bis del Dlgs 74/2000 commesso in concomitanza al reato previdenziale, cioè nell'ambito della medesima crisi di liquidità societaria, che aveva determinato il fallimento e il pignoramento dell'abitazione dell'imprenditore.
La lacuna della sentenza - Nel primo processo di merito conclusosi con la formula "il fatto non costituisce reato", al ricorrente erano stati riconosciuti:
- la non imputabilità dello stato di crisi dell'azienda;
- l'impossibilità di fronteggiarla con misure idonee.
In quella sede era stato, inoltre, ampiamente appurato l'impegno profuso dall'imputato al fine di risolvere la crisi debitoria determinata dalla perdita di commesse e appalti totalmente core business per l'azienda poi fallita.
La decisione favorevole all'imputato aveva certo rilevanza, soprattutto perché oggetto di ampio dibattito tra difesa e accusa nella causa in corso per l'omissione contributiva, in quanto dal medesimo stato di crisi si erano determinati i mancati pagamenti in denaro tanto al Fisco quanto all'ente previdenziale. I giudici di merito dovranno ora non solo sostenere le ragioni che propendono per la condanna dell'imprenditore ma anche compiutamente confutare quelle della sentenza definitiva che ha escluso l'elemento soggettivo nell'omissione di pagare.
globalist.it, 24 settembre 2020
"Fu ucciso per la sua onestà". Siani fu ucciso il 23 settembre del 1985 dalla Camorra per le sue inchieste sulla criminalità organizzata. Aveva solo 26 anni. Trentacinque anni fa veniva assassinato Giancarlo Siani, cronista de Il Mattino di Napoli, ucciso dalla Camorra per le sue inchieste sulle attività criminali dei clan e sui loro conflitti interni. Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica, lo ricorda con queste parole: "Siani fu ucciso proprio per il lavoro svolto, per l'onestà e l'intelligenza con cui onorava il diritto alla libera informazione, raccontando i delitti della malavita e le trame di chi ne tirava le fila".
"Giancarlo aveva buone fonti e molto coraggio - racconta la fondazione Ossigeno sui giornalisti minacciati - Aveva raccontato che una "soffiata" del clan Nuvoletta ai carabinieri aveva favorito l'arresto del boss rivale Valentino Gionta. Quell'articolo, pubblicato il 10 giugno del 1985, segnò la sua condanna a morte. Il 23 settembre successivo, Giancarlo fu ucciso sotto casa sua.
Ci sono voluti 12 anni per venire a capo delle cause che avevano spinto le mani della criminalità organizzata a togliere la vita a Siani. Alla verità si è giunti grazie alle indagini condotte dal giovane Procuratore della Repubblica Armando D'Alterio insieme con la squadra mobile di Napoli".
E da oggi, Giancarlo Siani è riconosciuto come giornalista professionista: l'Ordine ha consegnato il titolo alla famiglia nel corso di una cerimonia alla quale ha preso parte anche il Presidente della Camera Roberto Fico: "Giancarlo Siani rappresenta una figura importantissima per Napoli, un giornalista di 26 anni, ucciso in quel modo - ha detto Fico - per fare il suo lavoro, è un esempio positivo, che ricorda anche quanto la nostra città e la nostra regione siano feroci".
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