di Vincenzo Nigro
La Repubblica, 24 settembre 2020
Ricevute a Palazzo Chigi e alla Farnesina. A Bengasi fatte circolare foto con dei pacchi di droga in un peschereccio: per i familiari "è una messinscena pericolosa e vergognosa".
"Adesso che il referendum e le elezioni si sono svolti il governo italiano non ha più alibi: deve mettere più forza nel chiedere ai libici di rilasciare immediatamente i nostri uomini". Sono arrivate ieri a Roma le mogli, le madri assieme ai colleghi dei 18 pescatori di Mazara del Vallo che dal 1° settembre sono bloccati a Bengasi, arrestati in alto mare dalla guardia costiera del generale Khalifa Haftar.
Ieri le famiglie dei pescatori, gli armatori dei 2 battelli sequestrati e un terzo imprenditore del settore pesca di Mazara sono stati ricevuti prima a Palazzo Chigi, dal consigliere diplomatico del primo ministro, e poi alla Farnesina dal capo dell'Unità di Crisi del ministero.
"Ci hanno dato mille rassicurazioni, ci hanno spiegato di quanto sia difficile questo negoziato con i libici", dice Marco Marrone, l'armatore di uno dei due battelli. "Noi siamo sicuri dell'impegno del governo, ma sono trascorsi già 22 giorni dal momento di questo arresto: bisogna accelerare, non è possibile che i nostri uomini rimangano ancora bloccati in Libia".
Ieri di fronte alla Farnesina c'erano mogli, madri e figlie di pescatori siciliani, ma anche donne tunisine: perché sui 2 pescherecci "Medinea" e "Antartide" non ci sono solo italiani. I siciliani sono 8, assieme a 6 tunisini, 2 senegalesi e 2 cittadini indonesiani. Erano tutti impegnati nella pesca del gambero rosso al largo delle coste di Bengasi, nella Libia orientale, la Cirenaica.
Nel pomeriggio le famiglie dei pescatori hanno mostrato fra mille esitazioni le foto che l'Agenzia Italia è riuscita a far rimbalzare dalla Libia.
Qualcuno, probabilmente le autorità militari che vogliono alzare il livello del ricatto all'Italia, ha messo in fila sulla banchina dove è ormeggiata la Medinea una decina di pacchetti uguali, gialli, confezionati come fossero panetti di droga. "Adesso vorranno accusarli di traffico di droga o chissà di quale altro crimine", dice una delle mogli dei pescatori che per ore è rimasta davanti alla Farnesina: "Questa è una vergogna che lo Stato italiano non può accettare, neppure lontanamente si può permettere a questi signori in Libia di mettere in piedi una messinscena così vergognosa e pericolosa che costruisce le accuse di traffico di droga o di chissà cosa altro".
In un'altra foto si vedono gli stessi 10 pacchi gialli all'interno di uno degli scafi, come se la polizia libica li avesse scoperti lì dentro: sullo sfondo le cassette per contenere il pesce. "Ci accusano che hanno trovato droga a bordo", aveva detto il capitano Pietro Marrone durante una conversazione telefonica in viva voce, durante una diretta tv. "È chiaro che vogliono alzare l'asticella", dice l'armatore del Medinea, Marco Marrone.
I pescatori italiani, tunisini, senegalesi e indonesiani furono bloccati la sera del primo settembre a 38 miglia dalle coste libiche. Da allora sono stati trasferiti nel carcere di El Kuefia, a 15 km a sud est da Bengasi. Le autorità dell'Est della Libia hanno fatto sapere che i pescatori non verranno rilasciati se non in cambio della liberazione di quattro calciatori libici, condannati in Italia a 30 anni di carcere e tuttora detenuti con l'accusa di essere tra gli scafisti della cosiddetta "Strage di Ferragosto" del 2005 in cui morirono 49 migranti, in asfissia nella stiva di un'imbarcazione. Uno scambio impossibile, fra carcerati condannati da un sistema giudiziario "legale" e pescatori bloccati da una milizia non riconosciuta dalla comunità internazionale. Nelle prossime settimane sarà una grana non da poco per il governo di Giuseppe Conte.
di Nello Scavo
Avvenire, 24 settembre 2020
Nel Rapporto "Tra la vita e la morte" le testimonianze da 13 luoghi di detenzione. "Quando arrivi ti spogliano, picchiano gli uomini e violentano le donne". Neanche chi dalla Libia vorrebbe andarsene viene lasciato in pace. Ogni essere umano dalla pelle scura è una potenziale fonte di arricchimento, oltre che un'arma di pressione sui governi europei, che da anni cedono al ricatto delle milizie libiche. Prendete Ahmed, che vicino Tripoli aveva aveva un alloggio e un lavoro. Ci era arrivato nel 2017 per stare alla larga dai fanatici di al-Shabaab in Somalia.
"Una notte alle 3 del mattino alcuni criminali sono entrati in casa nostra. Hanno picchiato mia moglie. Ho reagito. Mi hanno pugnalato a una gamba e hanno detto: "Se ti muovi, le spariamo". Ci hanno rapiti e ci hanno portati in un hangar". Per liberarli hanno chiesto "20 mila dollari a persona. C'erano 16 o 17 prigionieri nell'hangar: Somalia, Eritrea, Etiopia. Siamo rimasti circa 15 giorni. Ci picchiavano. Quando arrivi ti spogliano, picchiano gli uomini e violentano le donne. Dopo due settimane, ho colto un'occasione e sono scappato".
Tra maggio e settembre 2020, Amnesty International ha raccolto informazioni sulle condizioni di detenzione in almeno 13 luoghi di detenzione in tutta la Libia. Tra di loro c'erano sei centri di detenzione Dcim, il Dipartimento del governo per l'immigrazione illegale. Il contenuto dell'investigazione è riportato in un nuovo rapporto intitolato "Tra la vita e la morte", pubblicato un giorno dopo l'annuncio, da parte della Commissione europea, del suo nuovo "Patto sull'immigrazione", che si basa su una ancora più stretta cooperazione con gli stati esterni all'Unione europea per controllare i flussi migratori.
Nell'ultimo dossier di Amnesty International non ci sono solo le testimonianze dalle prigioni clandestine, soprattutto ci sono le prove raccolte sul campo e che inchiodano le autorità ufficiali. Investigazioni condotte incrociando i dati: "Dopo aver ottenuto gli screenshot dai prigionieri che mostravano la loro posizione in tempo reale su Google Maps, Amnesty International ha esaminato le immagini satellitari delle coordinate Gps e ha identificato la posizione nella città di al Zawiyah, 45 km a ovest di Tripoli, con una forte presenza di veicoli militari".
Una fonte indipendente ha confermato che il luogo individuato quale prigione "è il quartier generale delle forze di supporto di al Zawiyah. Alcuni internati sono riusciti a sfuggire poche settimane fa e hanno confermato le acquisizioni: "Venivano tenuti in condizioni orribili senza cibo o acqua potabile a sufficienza e picchiati regolarmente. I loro rapitori hanno chiesto chiesero un riscatto di 6.000 dinari libici", circa 4mila euro.
Non è l'unica conferma del coinvolgimento diretto di funzionari pubblici nel traffico di esseri umani. "Due uomini su cui pende un mandato d'arresto da parte delle autorità libiche e i cui nomi figurano nella lista delle persone sottoposte a sanzioni da parte delle Nazioni Unite per il loro presunto coinvolgimento nel traffico di esseri umani, sono ufficialmente legati al Gna (il governo riconosciuto di Tripoli, ndr): Ahmad al-Dabbashi, detto "al-Amou", è stato visto combattere con le forze del Gna nell'aprile 2020, mentre il ben noto Abdurhaman al Milad, detto "al Bija", è il comandante della guardia costiera libica presso la raffineria della città portuale di al-Zawiya".
Alla galleria degli orrori raccontati a più riprese dai rifugiati e dai migranti in Libia, "si aggiungono sviluppi inquietanti - commenta Riccardo Noury, portavoce di Amnesty in Italia -, come il trasferimento in strutture di detenzione non ufficiali delle persone intercettate in mare." Di fronte a tutto questo, "il nuovo Patto Ue su migrazione e asilo e il memorandum d'intesa Italia-Libia esemplificano esattamente tutto ciò che non andrebbe fatto in termini di cooperazione con la Libia".
La documentazione raccolta convalida anche quanto rivelato a più riprese da Avvenire, nell'inchiesta di Paolo Lambruschi, riguardo il "lager" di Bani Walid, dove "sono stato picchiato, mi è stato impedito di mangiare e bere così spesso che non ero più in grado di camminare", ha raccontato un fuggiasco visitato anche da medici di organizzazioni internazionali.
"Da notare anche come, sulla scia del modello italiano, Frontex e Eunavfor Med abbiano incrementato la cooperazione con la cosiddetta guardia costiera libica, notificandole - denuncia Noury - la gran parte dei salvataggi rilevati dagli assetti aerei e di fatto spostando le poche navi di pertinenza rimaste ben al di fuori delle zone di più alta probabilità di salvataggio".
Nel 2020 migliaia di rifugiati e migranti sono finiti nei centri di detenzione ufficiali, migliaia di altri sono stati sottoposti a sparizione forzata. Desaparecidos del Mediterraneo intercettati da mezzi militari europei e catturati, su indicazione di questi ultimi, dalla cosiddetta guardia costiera libica.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 24 settembre 2020
Pubblicato oggi il rapporto "Tra vita e morte". 43 testimonianze dal paese nordafricano raccontano l'orrore. Mentre il vice-presidente della commissione europea Margaritis Schinas e la commissaria per gli affari interni Ylva Johansson presentano a Bruxelles il patto Ue sui migranti voluto dalla presidente Ursula von der Leyen nella stanza si agita un elefante. Il suo nome è Libia. Ciò che accade nel paese nordafricano lo sanno tutti. È così noto che ha quasi smesso di fare notizia. Un nuovo tentativo di squarciare il velo di ipocrisia dei governi europei, che negli ultimi 20 anni hanno scommesso proprio su Tripoli per contrastare i flussi, viene da Amnesty International che pubblica oggi il rapporto "Tra vita e morte. Rifugiati e migranti intrappolati nel ciclo di abusi libico".
Dentro risuonano le testimonianze di 43 persone, intervistate a distanza tra maggio e settembre 2020, che hanno subito o assistito ad arresti arbitrari, stupri, torture, sparizioni, lavoro forzato, detenzioni indefinite. "Mi picchiano, mi danno scosse elettriche. Soprattutto di notte e all'alba, quando i membri delle organizzazioni internazionali non ci sono", racconta Emmanuel. Nel suo paese era un avvocato, in Libia è stato detenuto per tre mesi in una struttura governativa.
L'inferno, spiega Amnesty, non è solo dentro i centri: minacce, furti, rapimenti, violenze, sfruttamento sono all'ordine del giorno anche per i migranti a piede libero. "Le milizie ci derubano per strada. Ci picchiano con le armi o minacciano con i coltelli. Le donne impiegate come governanti spesso lasciano il lavoro dopo pochi giorni per le molestie o gli stupri", racconta Zahra. Quando i rappresentanti delle istituzioni europee parlano di "solidarietà" e "responsabilità", più che ai rimpatri, è alla Libia che dovrebbero pensare.
di Kelly Servick*
Internazionale, 24 settembre 2020
Michael Daniels ha visto arrivare la tempesta ben prima che il covid-19 colpisse le carceri degli Stati Uniti. Direttore dei programmi giudiziari della contea di Franklin, in Ohio, Daniels sapeva bene che le due prigioni della contea, con circa 1.950 detenuti, non avrebbero mai potuto rispettare il distanziamento fisico necessario per arginare la diffusione del virus. Per questo a marzo 2020 ha fatto una domanda ai suoi collaboratori: come possiamo far uscire di prigione il maggior numero di persone il prima possibile?
Elizabeth Glazer, direttrice del dipartimento comunale per la giustizia penale, si è posta lo stesso problema a New York. La pandemia "ci ha costretti a ripensare il carcere", racconta. "Abbiamo cominciato a chiederci se valesse ancora la pena mettere dietro le sbarre qualcuno con la consapevolezza di esporlo al rischio di contagio".
Come temevano Glazer e Daniels, le prigioni affollate si sono rivelate una trappola mortale. Al momento nelle carceri di tutto il paese ci sono stati 120mila contagi e mille morti. Il progressivo aumento dei numeri ha portato gli esperti di salute pubblica a prendere in considerazione una proposta che gli attivisti per la riforma della giustizia penale portano avanti da tempo, finora senza successo: ridurre il numero dei detenuti. Ma dopo lo scoppio dell'epidemia questa possibilità si è improvvisamente concretizzata. "In tre settimane abbiamo realizzato proposte che erano rimaste bloccate per due anni", racconta Daniels.
Secondo un'analisi dell'organizzazione non-profit Vera institute of justice, a livello nazionale il numero dei detenuti nelle prigioni gestite dalle autorità locali - quelle in cui finisce chi aspetta di uscire su cauzione, chi non può pagare la cauzione ed è in attesa del processo e chi deve scontare pochi mesi per reati non violenti - si è ridotto di circa il 25 per cento tra marzo e giugno. In alcuni posti, tra cui New York e la contea di Franklin, le autorità sono riuscite a ridurre del 30 per cento il numero di persone rinchiuse negli istituti che ospitano chi non è ancora stato condannato in via definitiva. La popolazione delle prigioni più grandi - che ospitano i detenuti condannati - è diminuita in modo molto meno consistente: un'analisi del Marshall Project e dell'Associated Press ha rilevato un calo dell'otto per cento a livello nazionale durante lo stesso periodo.
In questo momento è in corso un grande esperimento nel campo della salute pubblica e in quello della giustizia penale. I primi studi hanno suggerito che le scarcerazioni anticipate hanno ridotto il tasso di contagi in alcuni istituti. Ma il problema del sovraffollamento non è stato risolto e gli attivisti chiedono un'ulteriore diminuzione del numero di detenuti. Una commissione convocata dalle National academies of sciences, engineering, and medicine (Nasem) sta mettendo a punto alcune linee guida per la scarcerazione in risposta alla pandemia. Il documento dovrebbe essere pubblicato a ottobre. Gli scienziati vogliono studiare le possibili conseguenze sociali di questo processo, inclusi i cambiamenti nei tassi di criminalità. "Abbiamo creato una società che si è affidata al carcere come soluzione ai problemi sociali, e di recente questo sistema è stato ridimensionato di circa il 30 per cento", sottolinea Vincent Schiraldi, ricercatore di politica giudiziaria alla Columbia school of social work. "Ora dobbiamo studiare il fenomeno nel modo più approfondito possibile".
I focolai negli istituti di pena evidenziano le disuguaglianze rispetto all'incidenza del virus. Tra gli afroamericani il tasso d'incarcerazione è più alto rispetto a quello tra i bianchi, e lo stesso vale per la durata delle condanne. Inoltre i detenuti presentano un tasso più elevato di malattie pregresse, un aspetto che li rende più esposti alle forme gravi di covid-19. Un altro elemento rilevante è il fatto che la salute dei detenuti è legata a quella della comunità che circonda i penitenziari. Il virus può entrare nelle strutture tramite i dipendenti (almeno 23mila persone che lavorano nelle carceri sono risultate positive) o essere portato dalle persone detenute per brevi periodi o trasferite da una struttura all'altra. Uno studio pubblicato a giugno su Health Affairs indicava che a metà aprile il 15,7 per cento dei casi di covid-19 documentati in Illinois era legato alle persone che erano transitate dalla prigione nella contea di Cook, a Chicago. "Se ci preoccupiamo dei tassi di contagio nelle comunità allora dobbiamo prestare attenzione al sistema carcerario", sottolinea Emily Wang, medico della Yale school of medicine e copresidente della commissione Nasem sulla scarcerazione.
Finora le scarcerazioni dovute alla pandemia non hanno provocato un aumento dei crimini - Le autorità hanno adottato diverse misure per ridurre la popolazione carceraria. La città di New York ha scelto di scarcerare soprattutto due gruppi di persone: chi era dietro le sbarre per aver violato la libertà vigilata e chi scontava condanne brevi. La contea di Franklin ha cancellato alcuni requisiti per uscire su cauzione, ha esteso l'uso dei dispositivi di monitoraggio elettronico - in modo da permettere a un numero maggiore di persone di aspettare il processo in casa - e ha disincentivato l'arresto per alcuni reati minori, optando per i mandati di comparizione. A livello nazionale il calo della popolazione carceraria è stato accompagnato da una diminuzione degli arresti, probabilmente perché durante il lockdown sono stati commessi meno reati e gli agenti hanno cercato di evitare ogni contatto fisico non necessario, spiega Michael Jacobson, sociologo della City university di New York che ha analizzato i dati sulla criminalità e le attività della polizia in cinquanta città americane.
Per ridurre la popolazione carceraria negli istituti dove finisce chi è condannato a molti anni di carcere alcuni stati - tra cui California, Oklahoma, Illinois e Colorado - hanno evitato di trasferire i detenuti da quelli dove le persone scontano condanne lievi o aspettano di uscire su cauzione. I governatori hanno inoltre concesso la libertà vigilata ai detenuti più fragili e a quelli che avevano quasi finito di scontare la pena. Alcuni stati stanno cercando di migliorare l'assistenza per le persone con disturbi mentali, quella per chi soffre di dipendenze e altri servizi che contribuiscono a ridurre la popolazione carceraria. "L'approccio più efficace è semplicemente quello di non mettere le persone in carcere", ha dichiarato il 20 agosto Annette Chambers-Smith, direttrice del Department of rehabilitation and correction dell'Ohio. "Basta interrompere il flusso".
Alcuni ricercatori hanno cercato di capire in che modo la diminuzione della popolazione carceraria influisce sulla diffusione del virus. Wang e i suoi colleghi hanno valutato il numero R di riproduzione - che indica quante persone sono infettate da ogni nuovo positivo - nel corso di 83 giorni all'interno di una grande prigione (non hanno detto quale). Quando le autorità hanno ridotto la popolazione carceraria del 25 per cento e hanno spostato in celle singole due terzi dei detenuti, il numero R è passato da 8,25 a 1,72, come riportato in un documento pubblicato a giugno su medRxiv (dopo che la direzione ha fatto tamponi a tappeto anche ai detenuti asintomatici, il numero R di riproduzione è sceso al di sotto di 1, segno che il focolaio era sotto controllo).
In un altro studio, pubblicato il 21 agosto su Jama, l'epidemiologa di Harvard Monik Jiménez e i suoi colleghi hanno preso in esame tredici prigioni di contea in Massachusetts, scoprendo che quelle che avevano scarcerato più detenuti tra l'inizio di aprile e l'inizio di luglio presentavano tassi inferiori di contagio. Tuttavia, Jiménez sottolinea che i test limitati e inconsistenti hanno reso difficile stabilire con precisione quanto i rilasci anticipati avessero contribuito alla prevenzione dei contagi.
Poco contagiosi - Lauren Brinkley-Rubinstein, psicologa dell'università del North Carolina a Chapel Hill, sta cercando di prevedere in modo più accurato questi effetti sulla salute. Attraverso il Covid prison project, la sua équipe analizza i dati quotidiani sui contagi nei penitenziari statali. Brinkley-Rubinstein ha collaborato con i ricercatori di Stanford e dell'università di Miami prendendo in esame 103 penitenziari del Texas e valutando i tassi di contagio e decesso. I penitenziari classificati come "scarsamente contagiosi" erano quelli occupati solo all'85 per cento, si legge nel documento pubblicato a inizio settembre su medRxiv. Secondo i ricercatori, questa percentuale è il "dato di riferimento" per ridurre i contagi.
Insieme alla squadra di Wang e ai ricercatori di Stanford, Brinkley-Rubinstein vorrebbe combinare i dati sui contagi con le informazioni pubbliche sulla situazione dei diversi istituti e sulla distribuzione dei detenuti. "Posso ripetere all'infinito 'riducete la popolazione carceraria', ma il responsabile di un dipartimento penitenziario mi risponderà: 'Va bene, di quanto? Su quali detenuti dovremmo concentrarci? Quanti ne dovremmo scarcerare?'. In questo senso è fondamentale essere precisi".
Altri ricercatori vogliono osservare gli effetti della riduzione della popolazione carceraria sulla pubblica sicurezza. Decenni di ricerche suggeriscono che molti detenuti potrebbero essere rilasciati con un rischio minimo di comportamenti recidivi, sottolinea Jacobson. Tuttavia, la paura di liberare anche una sola persona che potrebbe commettere un crimine è il motivo per cui i ricercatori, prima della pandemia, hanno avuto poche opportunità di studiare gli effetti di una scarcerazione rapida e su larga scala.
Finora non esistono prove del fatto che le scarcerazioni dovute alla pandemia abbiano provocato un aumento dei crimini. Un'analisi dell'American civil liberties union condotta a luglio su 29 istituti penitenziari degli Stati Uniti non ha trovato nessun collegamento tra i rilasci e l'andamento della criminalità tra marzo e maggio. L'équipe di Glazer e quella di Daniels hanno rilevato un numero minimo di comportamenti recidivi tra i detenuti scarcerati in anticipo dalle prigioni di contea di New York e Franklin. Il criminologo Daniel Nagin e la statistica Amelia Haviland dell'università Carnegie Mellon vogliono documentare l'impatto della pandemia sulla popolazione carceraria e analizzare i cambiamenti nel numero dei crimini in relazione ai rilasci.
Secondo Matthew Akiyama, medico specialista e ricercatore dell'Albert Einstein college of medicine, un potenziale svantaggio della rapida diminuzione della popolazione carceraria è il fatto che "la pianificazione non è stata sufficientemente rigorosa". Le persone liberate, infatti, fanno fatica ad accedere all'assistenza sanitaria, ai programmi di riabilitazione nei casi di dipendenza e ad altri tipi di sostegno. In questo senso le scarcerazioni "hanno esposto molte persone a un rischio elevato".
Ma la minaccia del covid-19 ha anche ispirato nuove forme di assistenza. Il 27 agosto Gavin Newsom, governatore della California, ha annunciato uno sforzo congiunto insieme ad alcune istituzioni filantropiche per assegnare trenta milioni di dollari alle organizzazioni che offrono trasporto, alloggi per la quarantena, assistenza sanitaria e altri servizi ai detenuti appena rilasciati. La California e la città di New York hanno messo a disposizione degli ex detenuti alcuni alberghi, permettendogli di isolarsi ed evitare gli affollati rifugi per i senzatetto. Nel lungo periodo questa stabilità iniziale può aiutare gli ex detenuti a reinserirsi nella società, spiega Glazer.
Tuttavia, molti istituti penitenziari - compresi quelli di New York e della contea di Franklin - hanno registrato un aumento della popolazione carceraria successivo alla rapida riduzione nella prima fase della pandemia, probabilmente perché il tasso di arresti ha ripreso ad aumentare. Le autorità locali stanno cercando di consolidare i progressi recenti, sottolinea Daniels. Il tribunale municipale della contea di Franklin ha imposto come procedura standard il mandato di comparizione per i cittadini accusati di reati minori e ha stabilito che chi non si presenta in tribunale non può più essere punito con la detenzione. Davis è convinto che le autorità della contea possano ridurre rapidamente la popolazione carceraria senza nessun rischio per la pubblica sicurezza, e che non ci sia motivo per fare un passo indietro. "Farò di tutto per evitarlo".
*Traduzione di Andrea Sparacino
albanianews.it, 24 settembre 2020
Il governo albanese ha deciso di rinunciare al progetto delle carceri private: il ministero della giustizia, infatti, ha dichiarato per Report TV di aver rimosso dalla legislazione il concetto di "carcere privato" poiché non è stato implementato.
Il progetto delle carceri private - Il modello di carcere privato è stato introdotto concettualmente per la prima volta in Albania nel 2014, nell'articolo 12/1 della legge riguardante le "istituzioni per l'esecuzione di decisioni penali" che definiva le carceri pubbliche e private, con il loro funzionamento che doveva essere gestito dal governo. La nuova legge aveva come obiettivo quello di "alleggerire" le carceri pubbliche, spostando i condannati che dovevano scontare fino ad un massimo di cinque anni in quelle private. D'altra parte, le carceri pubbliche sarebbero state riservate per i condannati con più di cinque anni da scontare e per coloro assegnati al carcere di massima sicurezza. Tuttavia, secondo il ministero della giustizia, le disposizioni che permettevano le carceri private sono state rimosse con la nuova legge entrata in vigore nel mese di marzo di quest'anno: "Nella nuova legge approvata dal parlamento ed entrata in vigore nel mese di agosto 2020, queste disposizioni sono state ritenute ragionevolmente da rimuovere poiché dal 2014, quando sono state adottate, non c'è stato alcun interesse nell'implementare il progetto delle carceri private" - ha riferito un esponente del ministero della giustizia per Report TV.
I detenuti in Albania - Tra imputati (2329) e condannati (3082), sono stati 5411 i detenuti in totale gestiti dagli istituti penitenziari nel 2018 (ultimi dati disponibili), per un sovraffollamento medio del 3% circa. Tuttavia, dagli ultimi tre mesi del 2018 il sovraffollamento è sceso allo 0% come conseguenza dell'apertura dell'istituto penitenziario di Scutari, che ha portato a 6236 (da 5455) la capacità totale degli istituti penitenziari albanesi.
Capacità che è stata ulteriormente aumentata a 6366 dopo la piena messa in funzione dei nuovi due edifici del penitenziario presso Jordan Misja, e nuovamente ridotta a 6106 (la capacità attuale) a causa della trasformazione di due edifici del penitenziario di Lezha in ambienti ospedalieri per i detenuti. In ogni caso, attualmente l'Albania ha eliminato il problema del sovraffollamento delle carceri passando a quello opposto, ovvero lo sfollamento delle carceri (-11%).
di Arturo Di Corinto
Il Manifesto, 24 settembre 2020
Per ammutolire le opposizioni il regime di Lukashenko usa armi digitali sofisticate comprate anche da paesi democratici. Tra i fornitori l'azienda Sandvine che le vende anche all'Egitto di Al Sisi.
Lo YouTuber bielorusso Sergei Tikhanovsky, attivista pro-democrazia, aveva annunciato la sua intenzione di candidarsi alle elezioni presidenziali 2020 del suo paese a maggio scorso, ma è stato arrestato due giorni dopo. La moglie, Svetlana Tikhanovskaya, ha deciso allora di correre lei stessa contro Alexander Lukashenko.
Minacciata di vendette sui figli se non si fosse dimessa dalla corsa presidenziale, li ha mandati all'estero ed è emersa come il principale avversario di Lukashenko. Però, a dispetto delle mobilitazioni, delle accuse di brogli e delle violenze contro i dimostranti pro-democrazia, il ras della Bielorussia, da 26 anni al potere, ha annunciato lo stesso l'ennesima vittoria "bulgara" con l'80% dei voti ieri si è insediato di nascosto.
Per Tikhanovskaya e l'opposizione le elezioni sono state truccate. Le proteste continuano e il ras ha deciso di mostrare i muscoli con l'aiuto di zar Putin, nonostante l'intervento, blando, della Ue e del Commissario Onu per i diritti umani. Così, ancora oggi, come risposta alle proteste, le autorità continuano con arresti e intimidazioni, interruzioni di Internet e il blocco delle news. Attualmente sono circa 50 i siti d'informazione ancora bloccati in Bielorussia. Ma da chi? Da compagnie bielorusse e americane.
Mentre le autorità bielorusse hanno imposto alle compagnie telefoniche di ridurre i loro servizi nella capitale per contrastare l'organizzazione delle proteste, secondo Bloomberg, l'agenzia di sicurezza americana Sandvine - che si vanta di poter bloccare fino a 150 milioni di siti web -, avrebbe fornito al governo in carica gli strumenti per oscurare le informazioni online già da maggio, ben prima delle elezioni. Il 15 settembre Sandvine ha emesso un comunicato in cui ha dichiarato che non avrebbe più aggiornato gli strumenti censori, senza però ritirarli dalla disponibilità del governo bielorusso.
Sta facendo lo stesso in Egitto. Potrebbe bastare questo per avere la prova di come in Bielorussia Lukashenko e soci stiano giocando una partita truccata, ma ci sono altre evidenze al proposito.
In due diversi rapporti, uno di Ooni, una stimata comunità globale che misura la censura di Internet in tutto il mondo, e l'altro di Qurium Media Foundation, è evidente come gli operatori bielorussi utilizzino la propria infrastruttura per attuare il blocco dei siti web adottando per giunta varie tecniche di reindirizzamento del traffico e di Deep packet inspection, cioè il filtraggio dei dati che viaggiano in rete per bloccare contenuti sgraditi al regime.
Le aziende bielorusse coinvolte, Business Network, Beltelecom, Unitary Enterprise A1, Mobile TeleSystems Belarus, servono la quasi totalità della popolazione.
Come effetto di questa censura, tra i siti bloccati secondo Ooni c'è stato anche il sito web dell'Associazione bielorussa dei giornalisti che ha presentato segnali di blocco durante il mese di agosto. Ma anche i siti web che offrono strumenti di elusione della censura sono stati bloccati. A denunciarlo la stessa Qurium Media Foundation, azienda svedese di cybersecurity che supporta media indipendenti e organizzazioni per i diritti umani nei regimi repressivi di 50 paesi.
Qurium offre pro-bono il supporto a media indipendenti, giornalisti investigativi, attivisti e difensori dei diritti umani che sono oggetto di attacchi digitali, phishing mirato, dispositivi compromessi, e l'analisi forense di questi attacchi. Qurium offre anche un servizio di hosting sicuro che include mitigazione DDoS, backup e ripristino, supporto tecnico a chi ne ha bisogno. Lo fa da dieci anni.
La Repubblica, 24 settembre 2020
Scontri a Louisville dopo la sentenza del Gran giurì. Trump: "Giustizia non facile, il procuratore del Kentucky è una star". Un solo agente incriminato per la morte di Breonna Taylor, l'afroamericana uccisa nella sua abitazione lo scorso marzo e divenuta uno dei volti del Black Lives Matter. Un'incriminazione per condotta negligente e pericolosa, per la quale rischia se condannato fino a 15 anni di carcere, non per l'uccisione della ragazza 26 enne.
Gli altri due poliziotti che accompagnavano Brett Hankinson non sono stati accusati. La decisione del gran giurì ha lasciato l'amaro in bocca dopo 100 giorni di proteste nelle strade di tutta America. E scatena in molti la rabbia: a Louisville, nel Kentucky dove Tayler è stata uccisa, i manifestanti hanno invaso le strade e si sono scontrati con la polizia.
E nella notte italiana la polizia della città del Kentucky ha comunicato che sono stati esplosi colpi di pistola contro due agenti durante le proteste. Le loro condizioni non sarebbero critiche, uno è stato sottoposto a intervento chirurgico. La polizia ha detto che un sospettato è già stato fermato. A louisville era previsto il coprifuoco alle 21 ora locale, deciso in anticipo dal sindaco per cercare di stemperare gli animi ed evitare una notte di violenza.
Ma sono molte le città americane dove si sono registrate proteste per chiedere giustizia per Breonna Taylor. A Washington i manifestanti sono partiti dal Dipartimento di Giustizia e si sono diretti verso la Casa Bianca. A New York si sono radunati al Barclay Center di Brooklyn per poi dirigersi verso Manhattan, sorvolata da diversi elicotteri nel tentativo di garantire proteste pacifiche.
Era marzo quando gli agenti avevano fatto irruzione in piena notte nell'abitazione della ragazza, che stava dormendo con il suo fidanzato. Non avendo capito cosa stava accadendo e non avendo riconosciuto che si trattava della polizia, il compagno di Taylor - Kenneth Walker - aveva sparato e colpito a una gamba uno degli agenti. I tre poliziotti avevano risposto sparando 32 colpi, molti dei quali avevano raggiunto e ucciso Taylor. Per il grand giurì la reazione degli agenti era giustificata perché Walker ha sparato per primo.
La decisione del gran giurì è "offensiva", dice Ben Crump, il legale della famiglia Taylor. Kamala Harris, la candidata democratica alla vicepresidenza, ammette di non aver avuto modo di leggere la decisione ma afferma: "Non c'è dubbio che la famiglia di Breonna Taylor meritava giustizia ieri, la merita oggi e la meriterà domani", afferma. "La giustizia non è facile": il procuratore del Kentucky Daniel Cameron è stato bravo, una "star" con una dichiarazione "veramente brillante" ha affermato Donald Trump rispondendo a una domanda sulla decisione del gran giurì su Breonna Taylor. Sulle proteste è intervenuto anche il candidato democratico Joe Biden: che ha esortato i manifestanti a "non macchiare" con violente proteste l'eredità di Breonna Taylor.
I legali di uno dei tre agenti coinvolti nel caso sono soddisfatti. "La morte di Breonna Taylor è una tragedia. Ma gli agenti non hanno agito in modo non professionale. Hanno svolto il loro compito e non hanno infranto la legge", spiega Kent Wicker, legale di Jonathan Mattingly, uno degli agenti coinvolti nel caso.
Nell'annunciare la decisione del gran giurì il procuratore del Kentucky, Daniel Cameron, ha ammesso che molte persone non saranno state soddisfatte dal risultato. Cameron ha spiegato che Mattingly e l'agente Myles Cosgrove - colui che ha sparato il colpo definito che ha ucciso la ragazza - "secondo la legge del Kentucky erano giustificati all'uso della forza per proteggersi. Questa giustificazione ci impedisce di perseguirli per la morte di Taylor". Brett Hankison invece è stato incriminato per negligenza, ovvero per l'aver sparato in direzione di un appartamento nelle vicinanze mettendo a rischio la vita di altre persone.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 23 settembre 2020
Non è scappato, non ha commesso reati, ha solo provato a curarsi. Non c'è nulla di nuovo nella sua situazione sanitaria, né problemi di sicurezza. Finirà di scontare la pena nel 2025. Perché tanta fretta e tanta ferocia? Lo scalpo di Pasquale Zagaria è pronto. Magari per essere esibito nella prossima trasmissione di Massimo Giletti.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 23 settembre 2020
Nonostante un grave tumore alla vescica, Pasquale Zagaria rientra in carcere al 41bis. È stato trasferito ieri mattina nel carcere di Opera a Milano, la struttura individuata dal Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria (Dap) come luogo idoneo per la detenzione. Zagaria era stato posto alla detenzione domiciliare ad aprile dal giudice di sorveglianza di Sassari Riccardo De Vito, lo stesso che ha poi sollevato questione di legittimità costituzionale contro il decreto Bonafede "antiscarcerazioni".
di Errico Novi
Il Dubbio, 23 settembre 2020
Il guardasigilli ieri alla Camera: "priorità a digitale, edilizia giudiziaria e inclusione dei detenuti". La novità del ministro della Giustizia Cinquestelle: le risorse dell'Ue saranno investite anche per potenziare le misure alternative al carcere. "Si tratta solo di linee guida generali".
- Scarcerato per Covid, torna in cella Pasquale Zagaria
- La soluzione turca di Morra: troppi avvocati, tagliamoli
- Separare le carriere in magistratura, per scongiurare nuovi scandali
- I magistrati cacciano Palamara dall'Anm, e avvertono Bonafede: "No alle riforme!"
- La giustizia non funziona? Per Morra è colpa degli avvocati










