di Giovanni Pisano
Il Riformista, 22 settembre 2020
Era uscito fuori al balcone di casa per richiamare il fratellino che era sceso in cortile durante i festeggiamenti di Capodanno a Napoli ed è morto dopo essere stato raggiunto da un proiettile vagante a un occhio. È la storia di Nicola Sarpa, pizzaiolo di 24 anni, ucciso nei primi minuti del 2009 da un colpo partito dalla pistola impugnata da Emanuela Terracciano (all'epoca 23enne), figlia di Salvatore 'o nirone, uno dei boss dei Quartieri Spagnoli.
Undici anni dopo per la sua famiglia, costituitasi parte civile nel processo che ha portato alla condanna a circa 10 anni per omicidio volontario ma con dolo eventuale, arriva l'ulteriore beffa: una cartella esattoriale con richiesta perentoria di 18.600,89 euro. È quanto pretende l'Agenzia delle Entrate dai genitori di Nicola. La "colpa" di questa famiglia, difesa dagli avvocati Angelo e Sergio Pisani, è di essersi costituita parte civile nel processo contro Emanuela Tarracciano, condannata al risarcimento ma di fatto nullatenente.
"Per la giustizia italiana - precisa Pisani - a pagare spese e tasse processuali deve essere questa sfortunata famiglia della vittima innocente uccisa dalla criminalità". Pisani spera in un intervento del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e in una revisione della normativa anche fiscale che non sia sempre un ostacolo e una beffa per le vittime.
"Il ragazzo - ricorda Pisani - fu ucciso da un colpo di pistola, la mamma e la sorella chiesero giustizia e dopo anni di causa arriva la condanna in sede penale e civile dell'autore della responsabile dell'omicidio, una donna della famiglia Terraciano ai Quartieri Spagnoli, ma ora l'Agenzia delle Entrate addebita e imputa ai familiari della vittima innocente euro 18.819,25 per spese/tasse della causa vinta risultando l'assassina nullatenente".
"La cifra imposta senza pietà dallo Stato alle vittime - denuncia Pisani - ammonta a 18.819,25 euro. L'assassina, condannata in via definitiva dalla Cassazione ad 8 anni di reclusione ed anche a risarcire i danni, risulta nullatenente e non pagherà, ma ai familiari della vittima oltre al danno irreparabile della morte del figlio anche la beffa di dover pagare spese e tasse di registrazione con il pericolo di perdere ogni altro bene a seguito espropriazioni esattoriali. La notifica è stata recapitata ai malcapitati e poveri familiari della vittima innocente, che per dieci anni si sono difesi con grandi sacrifici e dignità grazie al gratuito patrocinio dello Stato, per il recupero delle tasse e sanzioni delle cause intentate per la punizione dell'assassino della giovane vittima innocente".
"La Terracciano è stata condannata in via definitiva. L'Agenzia delle Entrate ha intimato oggi ai familiari della vittima di rimborsare le spese di tasse e sanzioni della causa perché la condannata risulta nullatenente: non ha risarcito i danni e nemmeno le spese legali, che ora lo Stato, che non ha saputo garantire sicurezza e la vita del giovane sparato a morte mentre era sul balcone, pretende anche i soldi dalla mamma e fratelli della vittima". "L'Agenzia delle Entrate - conclude Pisani - annulli in autotutela una crudele condanna beffa in danno di chi già ha sofferto e non avrà alcun risarcimento".
di Liana Milella
La Repubblica, 22 settembre 2020
Il boss è sottoposto al 41bis, ma si trovava ai domiciliari per le misure legate al coronavirus. Il suo caso aveva aperto lo scandalo scarcerazioni. Nonostante la malattia, per lui oggi è stato deciso il ritorno dietro le sbarre a Opera.
Stop agli arresti domiciliari del boss Pasquale Zagaria. Da pochi minuti dopo le otto è di nuovo in carcere. Questa volta nel penitenziario milanese di Opera. Il suo caso aveva aperto lo scandalo delle scarcerazioni di importanti mafiosi, ndranghetisti e camorristi che, per via dell'emergenza Covid, avevano ottenuto gli arresti domiciliari a seguito di una circolare autorizzata dall'ex direttore Francesco Basentini e diretta ai giudici di sorveglianza. La sua scarcerazione era stata decisa dal giudice di Sassari Riccardo De Vito che aveva giudicato grave la sua malattia - una patologia cancerogena - dopo uno scontro con la direzione delle carceri che lo stesso De Vito aveva accusato di non trovare una situazione carceraria alternativa per poterlo curare adeguatamente.
La detenzione domiciliare di Zagaria, iniziata il 22 aprile, era scaduta ieri dopo una seconda riconferma, nonostante il decreto legge del Guardasigilli Alfonso Bonafede che ordinava di riconsiderare la situazione sanitaria di tutti i mafiosi scarcerati per il Covid. I giudici di Napoli, il 4 settembre, avevano espresso parere contrario alla sua permanenza in detenzione domiciliare. La direzione delle carceri invece - il capo Dino Petralia e il suo vice Roberto Tartaglia - ha approntato una serie di valutazioni istruttorie e indicato anche una struttura penitenziaria considerata idonea alla sua situazione clinica. Zagaria ad aprile era stato trasferito dalla Sardegna presso la sua famiglia a Brescia, con più di una polemica per via delle spese sostenute dallo Stato.
Questa volta la sua situazione sanitaria non è stata valutata da De Vito a Sassari il quale ha eccepito la competenza del luogo dove Zagaria era in detenzione domiciliare. Infatti è stato il giudice di sorveglianza di Brescia Alessandro Zaniboni, con un'ordinanza di quattro pagine, a decidere che la situazione di Zagaria era compatibile con la permanenza in una struttura attrezzata dal punto di vista sanitario. Fornendo una serie molto dettaglia di particolari sanitari, il giudice ha ritenuto che anche ad opera Zagaria possa usufruire delle cure necessarie "nel rispetto del diritto alla salute del detenuto".
Ma ha aggiunto: "È di tutta evidenza che non possa nemmeno accennarsi a un potenziale conflitto con il senso di umanità nel caso della prosecuzione del trattamento medico in forma intramuraria, con tutte le cautele che i responsabili sanitari riterranno di adottare di volta in volta". Il giudice Zaniboni scrive inoltre: "Nel rispetto dei limiti temporali istruttori tipici di un procedimento provvisorio, non si ravvisano, allo stato, le condizioni per la proroga della misura domiciliare, anche concentrandosi esclusivamente sul profilo medico sanitario che appare, in tutta evidenza, tranquillizzante, sia in punto prognostico, sia in relazione alla tutela del diritto alla salute, assolutamente preservabile anche in detenzione carceraria". Come spiega l'avvocato di Zagaria, Andrea Imperato, che ha appreso stamattina del nuovo ingresso in carcere del suo assistito, la direzione delle carceri ha garantito la tutela sanitaria per Zagaria - che è sottoposto al regime del 41bis e che in questi mesi si è sottoposto a numerosi controlli e ricoveri - sia nei reparti di Opera, sia in altri centri necessari.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 22 settembre 2020
In occasione del trentennale della morte di Rosario Livatino "Nessuno Tocchi Caino" ha presentato a Palma di Montechiaro il libro "Il viaggio della speranza". Ha partecipato anche l'associazione radicale Nessuno Tocchi Caino al ricordo del 30esimo anniversario dell'omicidio del giudice Rosario Livatino. Un giudice ucciso, all'età di 37 anni, dai sicari della Stidda, una mafia considerata "minore", ma che ha attuato vere e proprie strategie di sterminio per il controllo del territorio, talvolta in contrasto violento, altre volte in maniera parallela, a "Cosa nostra". Il Sindaco di Palma di Montechiaro Stefano Castellino, nel presentare la candidatura della città a capitale della cultura ha scelto di connotarla con la cultura del perdono come elemento essenziale per sanare le ferite del passato e ripristinare l'ordine e l'armonia violati.
Il Sindaco ha voluto presentare nel corso della manifestazione il libro "Il viaggio della speranza" di Nessuno tocchi Caino con la partecipazione di Sergio d'Elia, Rita Bernardini ed Elisabetta Zamparutti. Come nel docu-film "Spes contra spem - Liberi dentro" anche nel libro ", che dell'opera di Ambrogio Crespi è il seguito letterario, dalle testimonianze - in particolare dei detenuti del carcere di Opera - emergono con chiarezza una rottura esplicita con logiche del passato, una maggior fiducia nello Stato di Diritto, la possibilità del cambiamento anche nel carcere e la conversione di persone detenute in persone autenticamente libere. Non è un caso che proprio l'anno scorso, durante il congresso di Nessuno Tocchi Caino, hanno preso parola i due killer del giudice, ergastolani oggi cinquantenni ma che all'epoca erano ventenni. Parole forti, di ammissione degli sbagli e della loro presa di coscienza sul male arrecato.
Il "viaggio della speranza" - il libro dove com'è detto c'è il racconto per immagini, parole e atti dell'VIII Congresso di Nessuno Tocchi Caino che si è tenuto nel Carcere di Opera a Milano nel dicembre del 2019, è diventato un viaggio vero e proprio che è iniziato nella giornata di ieri proprio a Palma di Montechiaro, nella commemorazione del giudice.
Diverse sono le tappe del viaggio, che si concluderà il 4 ottobre a Palermo, dove si discuterà delle misure di prevenzione e delle interdittive antimafia. Ma ritorniamo all'anniversario dell'omicidio di Livatino maturato anche con il silenzio/assenso di Totò Riina.
Un giudice che aveva avuto dialoghi con Falcone e che fu tra i primi che intuì quel legame mafioso, politico e imprenditoriale che ruotava intorno agli appalti. Il giudice era anche un fervente cattolico, tanto che nel 1993, l'allora Papa Giovanni Paolo II, quando lanciò gli anatemi contro la mafia durante il famoso discorso ad Agrigento, definì Livatino "martire della giustizia e indirettamente della fede". Vale la pena riportare un passaggio dell'intervento del "giudice ragazzino" (così lo definì Cossiga) durante un convengo dei giuristi cattolici: "Il peccato è ombra e per giudicare occorre la luce e nessun uomo è luce assoluta". Attualmente è in corso il processo di beatificazione.
di Valter Vecellio
Italia Oggi, 22 settembre 2020
Dovuto a ciò che si è appreso con il caso Palamara. Lo dice Luca Poniz, neopresidente dell'Anm. Illusioni, no: non se ne fa, mentre si avvicina al palco. Sa che non c'è possibilità di ribaltare il verdetto del direttivo. Infatti lo ascoltano, parla a braccio per una ventina di minuti, poi la conferma: Luca Palamara, un tempo potente, influente esponente della magistratura associata viene espulso per "gravi violazioni etiche": 113 voti, 111 contro.
Un intervento dai toni dimessi quello di Palamara; una chiamata di correo, l'unica possibile difesa: lavare in pubblico i panni di famiglia. Le stoccate non mancano: ricorda che in mille hanno bussato al suo uscio di presidente. Ammette di essere stato travolto dall'imperante, straripante, generale "clima di sfrenato carrierismo". Snocciola nomi, situazioni, episodi. Lui ha assecondato e favorito; ma è un "sistema" che non ha creato, esisteva da prima... Lui si è adeguato. Sembra di sentire la "Canzone del Maggio" di Fabrizio De André: "Per quanto voi vi crediate assolti / Siete per sempre coinvolti".
I rimproverati rapporti con la politica? Niente di clandestino, pratica comune, comunemente accettata, con buona pace della tanto sbandierata indipendenza e autonomia della magistratura: è un mantra che viene salmodiato solo quando si accenna alla possibilità che un magistrato debba rispondere di gravi e dolosi episodi di mala-giustizia come quello che ha colpito Enzo Tortora; per il resto, porte girevoli: i due mondi, quello della magistratura e della politica, si frequentano, si fanno favori, si usano l'un l'altro. Alzi la mano chi lo può davvero negare. Tutto questo c'era prima di Palamara: un sistema, ben oliato, conosciuto, praticato.
In quanto al merito... Palamara rotea lo sguardo nell'emiciclo dell'Angelicum che ospita l'assemblea: con aria candida ricorda cose note: quando si trattava di scegliere chi collocare nei posti apicali della magistratura, la lottizzazione era normale: i beneficiati appartenevano alle varie correnti dell'Anm. Pazienza per chi non ne faceva parte. Palamara, non ci sta a fare da capro espiatorio. Ripercorre le varie fasi che lo hanno portato sotto inchiesta.
I rapporti con Luca Lotti? Cosa normale; gli incontri con Cosimo Ferri? Cosa normale... Cosa c'è di strano nel discutere chi deve essere capo della procura di Roma, anche con un politico di primo piano che in quella procura risulta indagato? Perché sollevare il sopracciglio severi se si discute del ruolo apicale della procura di Perugia, competente per quel che riguarda i reati eventualmente commessi da magistrati romani?
Un sistema. Al di là delle individuali responsabilità, il nodo è questo: lo "sfrenato carrierismo"; le "correnti" che lottizzano; la dipendenza dalla politica, che a sua volta dipende dalla magistratura... Poi certo: come s'usa dire, non bisogna fare un fascio di tutte le erbe; occorre separare il grano dal loglio, e tutti i discorsi che si fanno in simili situazioni.
L'affaire Palamara è una pietra sollevata che rivela uno sconcertante, avvilente verminaio. "L'Anm di Luca Palamara non esiste più", assicura il presidente Luca Poniz. "I fatti disvelati dall'indagine di Perugia, l'emergere, pochi mesi fa, di altri gravi episodi, hanno provocato conseguenze drammatiche per il sistema, ed innescato una crisi profonda, i cui effetti non sono del tutto prevedibili, oltre alla già percepibile, gravissima perdita di credibilità del nostro ruolo, con ciò che esso significa nel rapporto tra giustizia e cittadini". Il punto è perfettamente colto: la "gravissima perdita di credibilità" del ruolo del magistrato agli occhi dei cittadini. Recuperarla non sarà semplice, facile. È una questione di sistema. Lo dirà strumentalmente, pro domo sua; ma Palamara, su questo non ha torto.
frosinonetoday.it, 22 settembre 2020
L'Ufficio scolastico regionale del ministero dell'Istruzione non ha autorizzato alcuna classe d'insegnamento nella struttura penitenziaria ciociara. "Sono più di 70 i detenuti del carcere di Frosinone che hanno chiesto di frequentare l'istituto alberghiero, già attivo in quel penitenziario. Eppure, l'Ufficio scolastico regionale del ministero dell'Istruzione non ha autorizzato alcuna classe d'insegnamento in quel carcere".
È quanto ha dichiarato il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale del Lazio, Stefano Anastasìa, al termine della visita nella casa circondariale "G. Pagliei" di Frosinone, per presentare gli sportelli per i diritti dei detenuti, il progetto di integrazione tra Garante (espressione del Consiglio regionale che lo ha istituito con legge regionale 31/2003), università e associazioni qualificate.
Dopo avere appreso che per l'anno scolastico 2020-21 l'istituto alberghiero "Michelangelo Buonarroti" di Fiuggi non avrebbe potuto attivare tutte le classi richieste per la sede sezione carceraria, a giugno il Garante aveva scritto al direttore generale dell'Ufficio scolastico regionale, Rocco Pinneri, chiedendo un'attenta verifica delle effettive potenzialità dell'offerta formativa, al fine di non compromettere la continuità di percorsi d'istruzione avviati, ma, a tutt'oggi, le attività scolastiche in carcere non sono ancora iniziate.
"C'è ancora la possibilità di rimediare - ha proseguito Anastasìa - Speriamo che così sia fatto. In questo tempo sospeso del Covid l'istruzione scolastica è essenziale per garantire un minimo di attività e di offerta trattamentale ai detenuti, altrimenti abbandonati a sé stessi dalla mattina alla sera. Spero che il protocollo del Miur con la Giustizia, in corso di rinnovo, possa essere anticipato da buone prassi di potenziamento dell'offerta di istruzione a livello locale".
Lo sportello all'interno del carcere di Cassino - Dopo Frosinone, Anastasìa è andato a presentare lo sportello nella casa circondariale di Cassino, con il coadiutore Mauro Lombardo e l'avvocata Sarah Grieco la quale per conto dell'università di Cassino e del Lazio meridionale coordinerà lo sportello per i diritti nelle carceri del frusinate.
aics.it, 22 settembre 2020
La casa di reclusione di Carinola, lo storico complesso di Poggioreale e il carcere di Santa Maria Capua a Vetere, con uno specifico intervento delle sezioni femminile e di massima sicurezza, hanno affidato la gestione dell'attività teatrale per i detenuti ospiti dei relativi istituti, alla Associazione Il Profeta che, dopo aver vinto il bando dell'estate romana rivolta ai minori di Casal del Marmo, ha avuto la meglio in tutti e tre i bandi delle strutture penitenziarie indicate. L'Associazione, nata sulle ceneri della storica Rino Gaetano è iscritta da tempo al Comitato Provinciale di Roma ed è presieduta da Antonio Turco, il Responsabile Nazionale del Settore delle Politiche Sociali Aics, che coordinerà tutti gli interventi all'interno dei singoli complessi penitenziari.
Si tratta di un vero e proprio intervento unico nella storia penitenziaria italiana e che nessuna associazione di teatro penitenziario ha mai gestito quattro realtà carcerarie nello stesso momento.
A Carinola l'operatività sarà indirizzata ad un corso di scrittura creativa che sarà condotto dalla pedagogista Tamara Boccia. A Poggioreale, così come a Santa Maria Capua a Vetere l'indirizzo operativo sarà impostato sui canoni classici della drammaturgia penitenziaria che presuppone la partecipazione diretta dei detenuti alla stesura del testo.
Un progetto estremamente ambizioso è quello che nelle intenzioni di Antonio Turco che ha già sperimentato con successo e da anni tale impostazione con i detenuti attori della storica Compagnia Stabile Assai: la realizzazione all'esterno dei Carceri degli spettacoli elaborati con i partecipanti ai laboratori. Il team operativo sarà sostenuto anche dalla presenza del regista Fabio Venditti, autore del film "Socialmente pericolosi" dedicato ai ragazzi del quartiere Spagnoli di Napoli e dal musicista Roberto Turco.
di Marina Caneva
gnewsonline.it, 22 settembre 2020
Prosegue la collaborazione tra il Provveditorato Regionale per il Triveneto e l'Unione delle Comunità Africane in Italia (Ucai) a seguito della firma del Memorandum d'Intesa per il progetto sperimentale "Win Win", per la predisposizione di attività professionalizzanti per i detenuti africani ristretti nelle carceri del territorio di competenza del Prap di Padova.
In questo modo si vuole rendere sempre più proficuo il tempo della pena. L'attenzione è rivolta soprattutto a quei soggetti che non hanno alcuna esperienza in campo lavorativo e per cui una formazione professionalizzante potrebbe sostenere l'inclusione sociale prima in Italia e successivamente, se ricorrono i requisiti di legge, nel Paese di origine attraverso un rientro assistito.
Di recente è stato ipotizzato il coinvolgimento di un istituto bancario tra gli attori che animano il progetto, che potrebbe fornire fondi per erogare credito a persone fisiche e giuridiche nella fascia di prima esclusione. L'intervento di un istituto bancario nel progetto potrebbe anche consentire di studiare sinergie e collaborazioni con le banche dei Paesi di rientro o con enti sovranazionali che operano in Africa, per accompagnare il reinserimento dei detenuti e favorire l'avvio di una attività propria.
All'incontro organizzato il 15 settembre scorso presso il Provveditorato e alla successiva visita agli istituti padovani hanno presenziato i vertici di Ucai, che hanno potuto apprezzare le numerose offerte trattamentali e lavorative disponibili nella Casa Circondariale e nella Casa di Reclusione di Padova, tra cui il laboratorio di ristorazione, la produzione di prodotti da forno e pasticceria, le attività di assemblaggio, il call center e la redazione giornalistica.
Il viaggio della speranza spezzato dalla commissione del reato e successiva detenzione può divenire un momento di riscatto personale, rendendo il rientro nel proprio Paese non una sconfitta, ma un'occasione di rinascita e una possibilità concreta di utilizzare il bagaglio di conoscenze acquisito per migliorare sé stessi e il contesto di origine.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 22 settembre 2020
Corte di cassazione - Sezione penale feriale - Sentenza 22 settembre 2020 n. 26321. L'ormai classico banchetto delle 3 carte che da sempre gli spettatori della Formula Uno incontrano nei sottopassi all'interno dell'autodromo di Imola non costituisce illecita raccolta, perché non autorizzata, di pubbliche scommesse e non può in alcun modo integrare il reato previsto dal comma 1 dell'articolo 4 della legge 401/1989. In quanto il gioco, di reminiscenza napoletana, delle tre carte o delle tre campanelle non è di quelli oggetto di concessione governativa. Come spiega la Cassazione, con la sentenza n. 26321 di ieri, che ha sancito l'"indifferenza giuridica" per questa tradizionale forma di scommessa da strada, la prescrizione della legge del 1989 riguarda solo quei giochi istituiti o disciplinati dall'Agenzia dei monopoli e delle dogane. Tra l'altro la fattispecie contravvenzionale colpisce l'organizzazione di scommesse e, per i giudici la presenza di un banchetto e dei due compari non integra tale organizzazione.
L'orientamento - In simili casi non si realizza mai il reato per cui erano stati condannati i ricorrenti. Dice la cassazione, inoltre, che la giurisprudenza non ha ravvisato neanche l'ipotesi dell'articolo 718 del Codice penale, che punisce l'esercizio del gioco di azzardo, inteso come quello dove l'abilità del giocatore non può mai superare se non eccezionalmente la sorte. Conclude la Cassazione dicendo che in situazioni simili può al limite prospettarsi il reato di truffa, ma solo se il gioco viene truccato, impedendo che la fortuna o l'abilità dello scommettitore possa fare il proprio corso in contrasto all'insita aleatorietà della vincita. Quindi anche nel caso della consueta presenza di compari, che svolgono la funzione di finti giocatori occasionali e fortunati, la loro funzione di indurre gli avventori a scommettere non costituisce quel raggiro o artificio che punta ad assicurarsi il denaro del malcapitato.
di Marco Impagliazzo*
Corriere della Sera, 22 settembre 2020
Un'ampia categoria di cittadini è ancora grandemente esclusa da questo ritorno ad una "normalità protetta". Caro direttore, nelle ultime settimane, nonostante la permanenza della pandemia da Covid 19, si è giustamente scelto il progressivo ritorno - con le precauzioni del caso - non solo alle attività lavorative e scolastiche, ma anche alle relazioni sociali, a partire dall'estate, nei luoghi turistici e in ogni città, talvolta con preoccupazione per gli assembramenti provocati. C'è però un'ampia categoria di cittadini che è ancora grandemente esclusa da questo ritorno ad una "normalità protetta": gli anziani "istituzionalizzati".
La Comunità di Sant'Egidio, presente da anni con operatori e volontari in centinaia di residenze sociosanitarie e socio-assistenziali, ritiene fortemente riduttive le "nuove linee guida" dell'Istituto Superiore di Sanità per le visite negli istituti di familiari ed amici. L'iniziativa poteva essere un passo positivo verso il reinserimento degli anziani nella socialità.
In realtà così non è stato. Nonostante le pesantissime restrizioni alle relazioni sociali patite dagli over 65 durante il lockdown fino ad oggi, con gravi conseguenze psicologiche e sanitarie, le linee guida esprimono una politica di protezione degli ospiti estremamente restrittiva riguardo alle relazioni interpersonali, tale da configurare una violazione dei diritti individuali. Mentre si comprendono facilmente le restrizioni applicate a chi è infetto e dunque sottoposto a regime di quarantena, appare assai più discutibile attuarle per chi dovrebbe essere protetto e non è portatore di alcuna infezione. Si giunge, in taluni casi, ad imporre misure restrittive non lontane da quelle utilizzate in un regime carcerario.
Basta pensare che non viene affermato il diritto a ricevere visite, ma tutto rimane a discrezione del responsabile della struttura e riservato a casi eccezionali oltre alla limitazione a un solo familiare per visitatore e il massimo di 30 minuti per la visita. Piuttosto che una politica restrittiva, riteniamo sia necessario il contrario, cioè favorire maggiormente i rapporti degli ospiti con l'esterno, pur con le necessarie cautele, includendo, oltre ai familiari, anche amici e volontari, considerato il grande numero di persone sole tra gli ospiti.
Tali restrizioni non garantiscono una protezione efficace per i più fragili, mentre è accertato che sono le relazioni personali a costituire un indispensabile fattore di protezione per la salute fisica, mentale e psichica di ogni individuo. Certo, occorre assolutamente evitare nuovi focolai di Covid-19 negli istituti, come è purtroppo avvenuto in modo drammatico nei primi mesi della pandemia. Va però ricordato che la grande maggioranza dei contagi in queste strutture non è avvenuta a causa delle relazioni con i familiari o altri visitatori - che invece sono stati i primi a denunciare ciò che stava accadendo - ma per la mancata osservanza delle norme di prevenzione da parte degli istituti che ospitano gli anziani. È necessario, piuttosto, produrre controlli più stringenti sul personale sanitario che - nonostante l'eroismo personale di molti operatori - risulta troppo spesso coinvolto, suo malgrado, nella catena dei contagi e sulle politiche attuate dalle direzioni di tali strutture.
La difficoltà o l'impossibilità di fatto di avere notizie degli ospiti, lamentata da più parti - spesso dai parenti - non è stata inoltre oggetto di attenzione nell'ambito delle linee guida fissate dall'Istituto superiore di sanità. È invece necessario, quando non sia possibile un incontro in presenza, indicare almeno figure di riferimento che garantiscano informazioni e relazioni, anche con videochiamate e mezzi informatici, strumenti che mancano quasi del tutto nelle strutture ospitanti.
Anche per quanto riguarda la tutela della salute degli ospiti degli istituti rileviamo pesanti criticità. Il documento sconsiglia, ad esempio, di uscire per visite specialistiche senza proporre alternative: è una disposizione che limita di fatto il diritto alla cura, tenendo presente che si tratta di persone con patologie anche gravi o croniche che necessitano di essere seguite adeguatamente. E anche il suggerimento ai medici di famiglia di ricorrere alla telemedicina, notoriamente ancora poco diffusa negli istituti per anziani, invece della visita in presenza - che non sarebbe impossibile garantire - produrrà probabilmente una riduzione della tutela sanitaria. Gli anziani, anche quelli "istituzionalizzati", non possono diventare cittadini di serie B, ma al contrario, nel rispetto rigoroso delle procedure di prevenzione, essere i primi a godere delle attenzioni delle istituzioni e della società italiana. Non separiamo i destini di chi è più giovane da chi è anziano! La società ha bisogno di ponti e non di muri.
*Presidente della Comunità di Sant'Egidio
di Vincenzo R. Spagnolo
Avvenire, 22 settembre 2020
Il racconto del Garante per i diritti dei detenuti e delle persone private di libertà, Palma, salito a bordo della Rhapsody: le navi quarantena non possono essere rese permanenti. "Le navi quarantena in cui i migranti vengono trattenuti per accertare la presenza o meno di casi di Covid-19 sono soluzioni di emergenza, non possono essere rese permanenti.
Ciò detto, la Rhapsody ci è parsa adeguata dal punto di vista logistico e sanitario. Al momento, invece, il vero problema è rappresentato dal sovraffollamento dell'hotspot di Lampedusa e da Centri di permanenza per il rimpatrio come quello romano di Ponte Galeria, davvero indecoroso". Mauro Palma presiede il collegio del Garante per i diritti dei detenuti e delle persone private di libertà. Con Daniela de Robert (altra componente, insieme ad Emilia Rossi) è reduce da una visita a bordo della nave "Rhapsody", attraccata in rada a Palermo e che ospita in quarantena 868 migranti, provenienti dall'hotspot di Lampedusa.
Fra loro, spiega Palma ad Avvenire, "54 sono positive asintomatiche e vengono alloggiate nelle cabine di un ponte dell'imbarcazione, separato dagli altri ponti". La nave ha una capienza complessiva di oltre 2mila passeggeri. Nella visita, i membri del Garante sono stati accompagnati dal capo dipartimento per l'immigrazione del Viminale, il prefetto Michele di Bari. Sulla situazione a bordo, Palma non ha criticità da segnalare, a parte "l'assenza di materiale scritto in più lingue per informare i migranti sui propri diritti rispetto alla procedura per la richiesta d'asilo. È poco comprensibile, giacché la quarantena potrebbe e anzi dovrebbe essere utilizzata per dare informazioni cruciali sul dopo. A bordo c'erano interpreti e mediatori culturali, ma nemmeno un depliant da distribuire ai migranti".
Per il resto, prosegue Palma, "tenuto conto che si tratta di persone che sono in un 'limbo del limbo', perché finita la quarantena dovranno ancora presentare la richiesta d'asilo, la soluzione mi è parsa adeguata dal punto di vista logistico e sanitario. Ho parlato con una donna in stato di gravidanza che era stata collocata in una cabina in una cabina singola con bagno, ma prima era passata per Lampedusa, dove aveva dovuto dormire per terra". Sta lì, lamenta il Garante, il vero 'buco nero' nella rete di prima accoglienza: "Presenta problemi sotto vari punti di vista. Intanto, è una sorta di 'altrove giuridico', nel senso che non ha una copertura giurisdizionale, a differenza dei Cpr dove almeno c'è un giudice a cui presentare ricorso - considera Palma -. Inoltre, ha un sovraffollamento dovuto ai continui arrivi che rende la situazione insostenibile: su circa 150 posti disponibili, si trova a ospitare spesso oltre mille persone".
I migranti sulla Rhapsody, prosegue il Garante, "ci hanno riferito di aver dormito a Lampedusa per terra o all'aperto. E la situazione potrebbe essere analoga in queste ore, mentre gli sbarchi si susseguono, anche se so che si sta provvedendo a trasferimenti di alleggerimento". Oltre al nodo Lampedusa, Palma punta l'indice su un'altra struttura, stavolta nel Lazio: "Abbiamo appena rivisitato il Cpr di Ponte Galeria, a Roma, dove sono trattenuti in attesa di rimpatrio 354 migranti, fra cui 6 donne". In che condizioni si trova? "Francamente, è un Cpr indecoroso. Ad esempio, nella parte riservata alle donne non ci sono le porte nei gabinetti. Nella parte maschile, i migranti non possono usare affatto il cellulare, nemmeno per sentire i propri cari, a differenza di quanto avviene in altri Cpr". Ancora, "è il prototipo del Cpr come gabbia, perfino peggio di un carcere. Anzi, è una 'matrioska' di gabbie", mentre in altri centri "come quello di Gradisca d'Isonzo, ci sono pareti di plexiglas trasparenti".
Infine, ad accrescere l'angoscia e l'aggressività degli ospiti contribuisce la lunga permanenza: "Sei mesi è un tempo troppo lungo, tanto più le persone vengono tenute senza far niente. Ci si lamenta che a Ponte Galeria molti ospiti rompano le suppellettili: non li giustifico, ma cosa faremmo noi, se tenuti in gabbia a quel modo?". Oltre ai Cpr, il Garante sta considerando di visitare realtà di sfruttamento lavorativo: "Sono i vari 'ghetti', da Borgo Mezzanone a San Ferdinando fino a Saluzzo - conclude Palma -. Formalmente non sono luoghi di detenzione, ma stiamo accedendo grazie a degli agreement con le prefetture".
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