di Silvia Fumarola
La Repubblica, 22 settembre 2020
Da mercoledì 23 settembre su Rai 2 la serie con Carolina Crescentini direttrice del carcere minorile a Napoli. Nel cast giovanissimi talenti. "Le cose belle che ti aspettano fuori, non buttarle via" dice il capo delle guardie Carmine Recano al giovane detenuto. Cresciuto in un ambiente difficile, usa l'empatia per far capire ai ragazzi che il carcere deve essere solo una parentesi nella loro vita, che devono riscattarsi.
È un racconto di errori e rinascita, di destino e di scelte, "di assunzione di responsabilità, perché si devono pagare sempre le conseguenze delle proprie azioni", come ripete la direttrice dell'Istituto di pena minorile interpretata da Carolina Crescentini, quella raccontata da Mare fuori, la serie diretta da Carmine Elia girata a Napoli, in onda da mercoledì 23 settembre su Rai 2.
"Realista e non buonista", spiega il regista, "alcuni ragazzi, che sono molto vicini alle famiglie 'di sistema', appartengono a una realtà difficile e hanno scelto la recitazione per evolversi ma vivono in un tessuto sociale complicato. Napoli è un personaggio e non fa da cornice; la storia fa capire come gli adulti siano modelli positivi fondamentali per i ragazzi. Come la famiglia, le istituzioni e tutti noi dobbiamo indirizzare il loro futuro, ma lo Stato spesso manca".
Una storia dura, già definita l'anti-Gomorra perché comunque apre alla speranza. "È dura ma con un fondo melò" dice il vicedirettore di RaiFiction Francesco Nardella "perché pur mantenendo le domande etico morali, la nostra fiction deve essere anche larga, inclusiva. Gomorra è una serie che come spettatore mi piace molto ma come dirigente del servizio pubblico non avrei fatto, perché offre un unico punto di vista". Piccolo dettaglio, è andata in onda su Rai 3.
Gli autori - "Mare fuori" spiega Cristiana Farina, ideatrice e autrice (con Maurizio Careddu) del soggetto della serie "racconta cosa succede quando finisci in carcere e qualcuno si occupa del futuro, di restituire uno sguardo positivo sulla vita e dare un'alternativa. In questi due anni abbiamo fatto tantissime interviste negli istituti minorili e nelle associazioni che si occupano del recupero dei ragazzi, di cui siamo debitori. Li ringrazio, insieme agli educatori e agli agenti penitenziari, che fanno un lavoro spesso mal pagato, ma non perdono mai la presa".
I conflitti - "Interpreto un poliziotto che non si rassegna al destino, vuole cambiare la vita di questi ragazzi" spiega Carmine Recano "comprende il loro stato d'animo: abbiamo lavorato molto sui personaggi e sulle gerarchie all'interno del carcere. Soprattutto all'inizio sono in contrasto con la direttrice, è inflessibile, ma poi anche lei tirerà fuori la sua umanità". Parlare dei ragazzi che sbagliano e si rovinano la vita, è una responsabilità. "Il problema è culturale, ovviamente legato ai contesti in cui si cresce: io credo che la scuola" dice l'attore "abbia un po' perso la centralità. Ne abbiamo discusso anche con i ragazzi, li vedremo durante l'arresto e prima, c'è violenza ma non è una serie sulla camorra. Sono storie di denuncia sociale e di riscatto, affrontiamo l'imprudenza, basta poco per rovinarsi la vita".
Dura, appoggiata al suo bastone per camminare (zoppica e i ragazzi la chiamano "punto e virgola"), Crescentini ha il ruolo della direttrice, donna molto dura: "Si spera che un carcere minorile sia un luogo di passaggio, ripete ai ragazzi concetti semplici: che contano la responsabilità, le regole e che ogni azione ha le sue conseguenze. La leggerezza non esiste, l'incidente è una colpa e nella vita si paga. Il carcere è un luogo che la società tende a dimenticare, le proteste dei detenuti durante il lockdown che aveva impedito i colloqui e i rapporti con l'esterno, devono farci riflettere. La storia del ragazzo che ha bevuto troppo e per fare un selfie fa cadere l'amico, spiega bene come sia facile sbagliare. Ci si può rovinare la vita per una bravata".
Il cast - Bravissimi i giovani interpreti: Valentina Romani, la zingara Naditza che preferisce il carcere a un matrimonio combinato col padre. "Nella fase di preparazione tenevo un quadernino e scrivevo alcune parole chiave per aiutarmi: il personaggio è colorato, con tante sfumature: Naditza è solare e al tempo stesso complessa, come tutti gli adolescenti". Nicolas Maupas è Filippo, ragazzo di buona famiglia milanese, studente di pianoforte al Conservatorio, che per fare un selfie a testa in giù, ubriaco, non riesce a tenere per le gambe un amico che si schianta a terra e muore. "Il percorso che fa è l'accettazione della sua colpevolezza, l'assunzione di responsabilità mentre continua a ripetere: "È stato un errore". È abituato a essere protetto dalla famiglia", racconta l'attore "ad avere un atteggiamento arrogante, imparerà che l'arroganza non porta a niente e che nel carcere esiste una gerarchia molto più forte che all'esterno. Con gli attori abbiamo creato una famiglia, stavamo sempre insieme e mi hanno aiutato sul set.
Si parla in napoletano stretto e a volte non capivo". Massimiliano Caiazzo ha il ruolo di Carmine, detto 'Piecuro', viene da una famiglia di camorristi da cui vuole emanciparsi, ma reagisce senza controllo, uccide un giovane che tenta di violentare la sua ragazza. "Carmine viene da un contesto difficile dal quale cerca di prendere le distanze, si sente un pesce fuor d'acqua rispetto al suo ambiente. È stato bello il rapporto tra noi ragazzi, era la mia prima esperienza, avevo tante ansie ma abbiamo condiviso tutto, la consapevolezza di non essere soli aiuta". Nel cast Giacomo Giorgio, Ar Tem, Vincenzo Ferrera, Antonio De Matteo, Anna Ammirati, Serena de Ferrari, Matteo Paolillo che ha anche realizzato il brano dei titoli della serie 'O mar for. "Vogliamo recuperare il racconto dei giovani e il pubblico giovane", spiega il direttore di Rai 2 Ludovico Di Meo "spero che il cinema italiano si accorga di una nuova generazione di attori".
Le vendite all'estero - Il carcere minorile da cui si vede il mare, a due passi ma lontanissimo per chi vive dietro le sbarre, in realtà è la sede della Marina Militare di Napoli. "Molti si chiederanno: ma la vita del carcere è questa o no?" commenta Roberto Sessa che produce la serie con Rai Fiction "Ci siamo ispirati a Nisida e siamo andati per la nostra strada, stiamo scrivendo la seconda serie. Abbiamo scelto un partner importante distributivo, Beta, che ci ha dato segnali incoraggianti: Mare fuori è stata venduta in Francia, Spagna, Germania, Scandinavia e stanno negoziando con gli Stati Uniti, è una storia universale".
targatocn.it, 22 settembre 2020
La stesura è avvenuta all'interno del progetto Liberandia promosso dall'Associazione Voci Erranti Onlus di Savigliano. Si chiama "Il Bosco Buonanotte". È il titolo del libro per bambini frutto di una scrittura collettiva di tredici papà-detenuti di Alta Sicurezza della casa di reclusione "R. Morandi" di Saluzzo. Edito dalla Scritturapura Casa Editrice di Asti, con le illustrazioni di Francesca Reinero e una prefazione curata da Simona Vinci, vincitrice del premio Campiello 2016, il libro racconta per illustrazioni una storia che parla di maschere e di solitudini, di grandi illusioni e di mancanza di amori. La realizzazione del libro è avvenuta all'interno del laboratorio di scrittura del progetto Liberandia (2019-2020) promosso dall'Associazione Voci Erranti Onlus di Savigliano, autrice del libro.
Il progetto è stato realizzato grazie al contributo della Fondazione Compagnia di San Paolo e Fondazione Cassa di Risparmio di Torino e ha compreso un percorso psicologico sul tema della genitorialità per i detenuti, tenuto dall'equipe dell'associazione Mamre Onlus di Torino e un laboratorio di scrittura creativa gestito da Grazia Isoardi (direzione artistica Voci Erranti Onlus) e Yosuke Taki (scrittore, artista e regista teatrale). Il libro è stato presentato sabato 19 settembre al teatro Milanollo di Savigliano. È in vendita al prezzo di 20 euro sul canale di distribuzione Messaggerie e da ottobre nelle principali librerie. Per maggiori informazioni è possibile scrivere alla casa editrice Scritturapura all'indirizzo email
"Dall'esperienza del teatro alla scrittura di un racconto per bambini: questo è l'ultimo anello del percorso di lavoro e di formazione che Voci Erranti ha realizzato presso la casa di reclusione di Saluzzo - afferma Grazia Isoardi, direttrice artistica di Voci Erranti -. Chi vive il carcere nella quotidianità conosce bene le sofferenze che comporta una vita privata non solo della libertà individuale, ma degli affetti familiari, la mancanza del rapporto con la propria famiglia, in modo particolare con i propri figli. L'essere padre in carcere significa fare i conti con una assenza che, inevitabilmente, lascerà tracce indelebili nel percorso di crescita dei figli, della coppia e, nello stesso tempo, aumenta il senso di colpa senza possibilità di riparazione.
La genitorialità è minata alla base e la relazione padre-figlio soffre da entrambe le parti. Dopo circa tre mesi di laboratorio e incontri, il gruppo, composto da un gruppo di partecipanti-papà, ha prodotto questa storia, Il Bosco Buonanotte, una storia per bambini che va bene anche per gli adulti e che spera di portare occasione di riflessione".
Il laboratorio di scrittura è durato dal mese di settembre 2019 fino a gennaio di quest'anno; oltre ai 13 papà detenuti tutti con figli che vivono lontani e che vedono poche volte all'anno, ha visto la partecipazione di due psicologhe, un antropologo narratore, un artista giapponese, due educatrici dell'istituto penitenziario, un'illustratrice, un tirocinante.
"Il gruppo è partito con un desiderio comune: arrivare al mondo dei bambini attraverso la creazione di una storia - conclude Grazia Isoardi. Insieme abbiamo scritto, disegnato, ascoltato e condiviso paure e desideri per il futuro. Ad ogni appuntamento nasceva un nuovo racconto, le pagine bianche si riempivano di parole autentiche da tempo non pronunciate. Nomi. Luoghi. E poi tanti silenzi. Il Bosco Buonanotte è il frutto di questo bel viaggio, lavoro collettivo di un gruppo che si è messo in gioco con disarmante sincerità".
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 22 settembre 2020
Non lede il diritto di difesa l'invio dell'avviso dell'interrogatorio di garanzia, al difensore il giorno precedente. L'avvocato della parte ha, infatti, la facoltà se impossibilitato per la distanza a presenziare di chiedere un differimento. La Corte di cassazione, con la sentenza 26343, sottolinea la ratio dell'istituto che è quella di consentire un immediato contatto tra la persona privata della libertà e il giudice che ha emesso la misura, sulla base di atti che, di regola, non sono formati in contraddittorio.
Per quanto riguarda il lasso di tempo che deve passare tra l'avviso dell'atto e il suo compimento, in assenza di una specifica disciplina, l'effettività del rispetto delle garanzie di difesa, va valutata in base al caso concreto per verificare se il difensore abbia o meno la possibilità di svolgere il suo mandato. Tra le circostanze da esaminare, pesano la distanza tra il luogo in cui il difensore svolge la sua attività professionale e quello dell'interrogatorio; i collegamenti disponibili per coprire la distanza; il tempo che passa tra l'avviso e l'atto e la diligenza del difensore nel chiedere un differimento correlato a concrete e dimostrate difficoltà nel presenziare di persona all'interrogatorio e alla impossibilità di nominare un sostituto.
Nello specifico il difensore aveva lo studio a 600 chilometri ma aveva la possibilità di prendere un aereo. L'avviso non era arrivato poche ore prima, ma il giorno precedente l'interrogatorio. Il legale avrebbe potuto ottenere uno slittamento della data motivando le sue difficoltà. Cosa che non aveva fatto restando inerte.
di Gianni Sartori
Ristretti Orizzonti, 22 settembre 2020
Oltre una cinquantina di prigionieri irlandesi (in gran parte militanti repubblicani, ma anche "comuni") rinchiusi nella prigione di Maghaberry (Irlanda del Nord, un carcere tristemente ben noto a generazioni di Repubblicani) si sono uniti allo sciopero della fame del Dr. Issam Hijjawi Bassalat per protestare contro l'isolamento imposto al detenuto palestinese dalle autorità carcerarie.
Originario della West Bank, in UK dal 1995, Bassalat è considerato un militante antimperialista oltre che eminente esponente della sua comunità in Scozia. Il sessantaduenne medico palestinese era stato arrestato con nove militanti repubblicani in seguito a una operazione - denominata "Operazione Arbacia" - contro la New IRA (repubblicani dissidenti contrari agli accordi di Pace). Frutto di un'ampia collaborazione tra Servizi britannici (MI5), polizia irlandese (Gardai), polizia scozzese, polizia londinese e centinaia di membri della PSNI (polizia nord-irlandese).
Afflitto da varie patologie (in questi giorni ha subito una IRM), il Dr. Issam Hijjawi Bassalat è attualmente rinchiuso a Foyle House, prigione considerata pericolosa in quanto contaminata dal Covid-19.
Bassalat aveva avviato lo sciopero della fame il 16 settembre dopo essere stato nuovamente sottoposto all'isolamento. E immediatamente i prigionieri irlandesi - repubblicani e non - sono entrati in sciopero della fame al suo fianco. Dopo che gli è stata rifiutata anche la scarcerazione su cauzione, il medico palestinese dovrebbe ora far ricorso all'Alta Corte per poter rimanere in libertà, per quanto vigilata, fino al processo.
Al di là delle legittime riserve in merito alla dissidenza repubblicana e all'antistorica pretesa di proseguire nella lotta armata (nel 1998 la New IRA si rese responsabile del criminale attentato di Omagh provocando una trentina di vittime civili) quella di Issam Hijjawi Bassalat è una situazione che richiama al rispetto per gli elementari diritti umani dei detenuti, politici e non, in attesa di processo.
di Alessandro Maran
Il Riformista, 22 settembre 2020
"Quella che era solo una remota possibilità è diventata realtà", ha detto alla CNN la senatrice repubblicana dell'Alaska, Lisa Murkowsky. Per molti, si tratta di un incubo: con la morte, avvenuta venerdì scorso, della giudice icona liberal della Corte suprema, Ruth Bader Ginsburg, Donald Trump ha l'opportunità di plasmare la vita americana nei decenni a venire.
Il presidente americano progetta, infatti, di nominare rapidamente un giudice (il terzo nel corso del mandato) alla più alta Corte del Paese in modo da sancire una inespugnabile maggioranza conservatrice (di sei a tre; la Corte è composta di nove membri) alla Corte suprema. Il che significa che il cambiamento politico che qualsiasi futuro presidente democratico (ed il Congresso) dovesse avviare, potrebbe essere vanificato dalle interpretazioni costituzionali della Corte, indipendentemente da quello che vuole la maggioranza del Paese.
Nominati a vita, i giudici possono cambiare orientamento nel corso degli anni, qualche volta in un modo che sorprende e irrita i presidenti che li hanno nominati; si suppone, inoltre, che rispettino i precedenti, pertanto è impossibile prevedere come si comporterà l'alta corte su tutte le questioni. Ma ora c'è la possibilità molto concreta che i diritti delle donne sull'aborto, sanciti nel 1973 dal caso Rose v. Wade, possano essere revocati o limitati. Una Corte suprema dominata dai conservatori potrebbe anche ridimensionare i tentativi futuri di disciplinare le leggi sulle armi, ostacolare i tentativi di regolare le emissioni nella lotta contro il cambiamento climatico, o incoraggiare le provocazioni alla legislazione sul diritto di voto e sulla messa al bando della discriminazione razziale. Non a caso, aumenta la preoccupazione tra i sostenitori dei matrimoni tra persone dello stesso sesso, legalizzati soltanto nel 2015.
La riforma sanitaria dell'ex presidente Barack Obama, che ha consentito a milioni di persone di accedere ai programmi assicurativi, sembra già essere nel mirino. Dopo le elezioni, la Corte si riunirà per decidere in merito al tentativo dell'amministrazione Trump di annullarla. Anche se l'ultima scelta del presidente Trump non è ancora al suo posto ed il giudice John Roberts dovesse votare per salvare la legge per la terza volta, un risultato potenziale di parità (4 a 4) tra i giudici, significherebbe che la riforma potrebbe essere invalidata dalla decisione di una corte inferiore.
Le tendenze demografiche negli Stati Uniti non sono allettanti per i repubblicani; ci sono validi motivi per ritenere che, nei prossimi decenni, il paese diventerà più laico, urbano, liberale dal punto di vista sociale e diverso dal punto di vista razziale. Ma una Corte suprema conservatrice potrebbe rivelarsi un bastione contro il cambiamento politico. Non per caso, i conservatori hanno lavorato per diverse generazioni per costruire questa maggioranza. E c'è il rischio che i democratici debbano rimpiangere a lungo il loro insuccesso nelle elezioni del 2016 che hanno spianato la strada a questo momento straordinariamente importante.
Per ora, due senatori repubblicani hanno detto che si opporranno alla nomina del giudice della Corte suprema prima dell'Election Day. La senatrice Lisa Murkowsky dell'Alaska e la senatrice Susan Collins del Maine. "Per settimane ho dichiarato che non avrei sostenuto la copertura di un potenziale posto vacante alla Corte suprema così vicino alle elezioni. Sfortunatamente, quella che allora era un'ipotesi ora è una realtà, ma la mia posizione non è cambiata", ha detto ieri, appunto, la senatrice Murkowski. "Non ho sostenuto l'idea di nominare un giudice otto mesi prima delle elezioni del 2016 per colmare il vuoto creato dalla scomparsa del giudice Scalia. Ora siamo ancora più vicini alle elezioni del 2020 - meno di due mesi - e credo che si debba applicare lo stesso metro di misura".
Insomma, due dei più divisivi e turbolenti avvenimenti nella politica americana, la battaglia per la nomina di un giudice della Corte suprema e una elezione presidenziale, stanno per aver luogo nello stesso momento. A quanto pare, il presidente americano designerà il candidato per rimpiazzare Ruth Bader Ginsburg questa settimana. Trump ha promesso di nominare una donna e i repubblicani cercheranno di portarla alla Corte prima delle elezioni di novembre (o subito dopo). I democratici sono furiosi e accusano giustamente i repubblicani di grande ipocrisia: nel 2016 quando il giudice conservatore Scalia è scomparso nel febbraio di quell'anno (diversi mesi prima delle elezioni) il leader della maggioranza al Senato Mitch McConnell, si è rifiutato perfino di considerare la designazione dell'allora presidente Barack Obama, sostenendo che spettava agli elettori decidere chi doveva riempire il posto vacante. Ora, con un repubblicano alla Casa Bianca e le elezioni tra appena 40 giorni, McConnell si rifiuta di applicare lo stesso criterio.
Quattro anni fa, la mossa del senatore del Kentucky si è rivelata una delle manovre più scaltre e spregiudicate nella politica americana moderna; una mossa che ha aperto la strada alla maggioranza conservatrice alla Corte. Non c'è molto che i democratici possano fare per fermare McConnell. Perfino se a novembre Joe Biden dovesse vincere le elezioni e i democratici dovessero riconquistare il Senato, McConnell potrebbe ancora tirare dritto per confermare la scelta di Trump in una "lame-duck session" del Congresso (cioè dopo l'elezione del successore di Trump, ma prima dell'inizio del suo mandato) prima che, a gennaio, arrivino i nuovi legislatori.
Alla luce di questa prospettiva, alcuni democratici (che ritengono di essere stati defraudati dalla possibilità di costruire una maggioranza liberal nella più alta corte del paese) stanno pensando alle "opzioni nucleari", come, ad esempio, quella di espandere il numero dei componenti della Corte se dovessero riconquistare il Senato.
L'improvvisa battaglia per la Corte suprema potrebbe avere anche un effetto imprevisto sulle stesse elezioni. Potrebbe consentire a Trump di distogliere l'attenzione dalla pandemia e rinsaldare la sua posizione tra gli evangelici e gli elettori più conservatori, che possono, certo, indispettirsi di fronte ai principi morali esibiti dal presidente, ma per i quali una Corte suprema conservatrice è una questione di vita di morte. Tuttavia, ridare fiato allo scontro sull'aborto nel corso del conflitto per la nomina del giudice, potrebbe alienargli il voto delle donne dei sobborghi (che si stanno già allontanando da lui) di cui Trump ha bisogno; senza contare che i senatori repubblicani più vulnerabili potrebbero tenersi alla larga da una questione che potrebbe fare arrabbiare i moderati di cui hanno bisogno per sopravvivere. Nel frattempo, il posto vacante ha già elettrizzato la sinistra e potrebbe portare ai seggi un maggior numero di elettori di Biden.
La Repubblica, 22 settembre 2020
Amnesty International in un nuovo rapporto documenta il trattamento dei migranti, rifugiati, persone che rientravano in patria e rinchiusi in condizioni a volte disumane. Dallo scoppio della pandemia nel mese di marzo, le autorità di governo in Venezuela, El Salvador e Paraguay hanno tenuto decine di migliaia di persone in strutture inadeguate alla quarantena gestite dallo stato, senza proteggerle sufficientemente dalle violazioni dei diritti umani.
Questo comportamento potrebbe rappresentare un maltrattamento e la detenzione potenzialmente arbitraria. La denuncia arriva da Amnesty International in un nuovo rapporto che documenta come le autorità dei tre Paesi abbiano sottoposto migranti, rifugiati, persone che rientravano in patria e comunità a basso reddito a quarantene gestite dallo stato, spesso in condizioni non igieniche e a volte disumane, senza cibo, acqua e assistenza medica adeguati. Quarantene che potrebbero configurarsi come occasioni di maltrattamenti e spaventose condizioni igieniche in spazi dove le persone sono a rischio di contrarre il Covid-19.
In Venezuela. Secondo i dati del governo, prima della fine di agosto le autorità venezuelane avevano sottoposto a quarantena obbligatoria circa 90.000 venezuelani rientrati nel paese dopo aver perso lavoro e casa in paesi confinanti come Colombia e Perù, o nazioni dove sono approdati, come l'Ecuador, per poi proseguire il viaggio in altri Paesi dell'America Latina. Persone finite in centri di quarantena antigienici e a volte disumani, sotto il controllo militare.
El Salvador e Paraguay. Qui erano stati chiusi i centri di quarantena gestiti dallo Stato o li avevano ridotti entro la fine di agosto. Il governo del presidente Bukele aveva sottoposto a quarantena oltre 16.000 persone, tra le quali quelle accusate di aver violato il lockdown nazionale obbligatorio, le persone di rientro da oltreoceano o coloro sospettati di essere stati a contatto con persone risultate positive al Covid-19. Verso la fine di giugno, anche in Paraguay le autorità avevano sottoposto a quarantena obbligatoria circa 8.000 persone, principalmente paraguaiani che avevano fatto ritorno nel proprio paese dopo aver perso il lavoro nel settore informale nel vicino Brasile, dove era in corso il lockdown per il Covid-19.
Decine di video analizzati. Amnesty International ha esaminato e verificato decine di video disponibili sui social o inviati direttamente all'organizzazione, perlopiù girati dalle persone che si trovavano nei centri di quarantena obbligatoria, come depositi, stadi e altre strutture. I filmati descrivono le condizioni in cui queste persone venivano tenute. Sono state anche condotte 14 interviste telefoniche, sono state esaminate decine di normative, misure e protocolli di recente approvazione relativi ai lockdown e all'attuazione delle quarantene obbligatorie, così come atti di tribunali e relazioni di osservatori indipendenti e giornalisti.
Violati i diritti dell'informazioni. L'organizzazione ha ricevuto informazioni secondo le quali nei tre paesi spesso le persone sono state sottoposte a quarantena per ben oltre i 14 giorni attualmente raccomandati dall'Oms, a volte per più di un mese. Le persone sottoposte a quarantena non hanno avuto accesso sufficiente a informazioni in merito alla durata della loro quarantena o sui criteri scientifici che sarebbero stati utilizzati per stabilire il loro eventuale sollevamento dall'obbligo di quarantena o isolamento. Ciò rappresenta una violazione del loro diritto all'informazione e dell'obbligo secondo il diritto umanitario internazionale che ogni privazione della libertà, anche se al fine di proteggere la salute pubblica, deve essere stabilita per legge e deve essere necessaria, proporzionata e limitata nel tempo.
La quarantena come una punizione. Il ministro di Giustizia e sicurezza di El Salvador ha avvertito ad aprile che coloro che avessero violato il lockdown nazionale sarebbero stati messi in un centro di contenimento, "lontani dalle proprie famiglie ed esposti al rischio anche di contrarre il virus", un indizio che la quarantena veniva vista come una punizione e che le autorità erano pienamente consapevoli che i centri non rispettavano gli standard adeguati per la prevenzione del contagio.
La testimonianza. "Vorrei dimenticare tutto questo, ma non ci riesco", ha detto Ana Cristina ad Amnesty International dopo aver descritto i suoi 40 giorni trascorsi a dormire su un materasso sporco su un pavimento in una struttura per la quarantena di El Salvador. Vi era stata portata verso la metà di aprile dalla polizia che l'aveva accusata di aver violato il lockdown nazionale quando era uscita per comprare generi alimentari e medicinali, attività ritenuta essenziale e consentita al momento del suo arresto.
Considerati come "armi biologiche". L'esempio più inquietante della campagna di stigma e discriminazione patrocinata dallo stato viene dal Venezuela. Negli ultimi mesi, mentre si imponeva a tutti i venezuelani di ritorno nel paese di stare nelle strutture per la quarantena obbligatoria, i massimi esponenti del governo del presidente Nicolás Maduro descrivevano contemporaneamente i rifugiati venezuelani di ritorno dalla Colombia come "armi biologiche" inviate per infettare le persone che vivono in Venezuela. I massimi funzionari hanno anche definito "traditori" le persone che facevano ritorno.
di Fabrizio Dragosei
Corriere della Sera, 22 settembre 2020
La battaglia contro il dittatore di Minsk Aleksandr Lukashenko non trova uno sbocco politico: tutti i leader dell'opposizione sono in esilio o in prigione. Le proteste continuano regolarmente, con decine di migliaia di persone che scendono in piazza ogni domenica. Ma la battaglia contro il padre-padrone Aleksandr Lukashenko, accusato di aver vinto le elezioni del 9 agosto solo grazie ai brogli, non sembra trovare uno sbocco politico. E l'opposizione non ha praticamente più leader che non siano in esilio all'estero o in prigione. Così i bielorussi che vorrebbero cambiare un sistema che va avanti da 26 anni si aggrappano a tutto per tenere assieme le loro forze e mantenere vivo l'interesse dei cittadini che sono sempre più in difficoltà per la pesante crisi economica.
Lukashenko per ora è soddisfatto, visto che sei settimane di protesta non sono riuscite a disarcionarlo. Ma ha dovuto fare quello che fin dall'inizio ha sempre tentato di evitare, finire cioè nell'abbraccio di Mosca. Che fa sentire una certa pressione: manovre militari congiunte, truppe anti-sommossa al confine (appena ritirate perché non più necessarie), eccetera.
La maggior parte di coloro che potevano sfidare apertamente il "babbo", come Lukashenko ama farsi chiamare, sono fuori combattimento. Alle consultazioni presidenziali dovevano presentarsi tre candidati alternativi, l'ex viceministro degli Esteri Valery Tsepkalo, il blogger Sergej Tikhanovsky e il banchiere Viktor Babariko. Il primo è fuggito in Russia e poi in Polonia e gli altri due sono in carcere.
Tre donne sono apparse sulla scena politica al loro posto: Viktoria, moglie di Tsepkalo, Maria Kolesnikova, capo della campagna elettorale di Babariko, e Svetlana, moglie del blogger Tikhanovsky. Quest'ultima si è candidata alle elezioni e, secondo i suoi, avrebbe vinto se i risultati non fossero stati falsati. Ma dopo le iniziali violenze contro le proteste iniziate subito dopo lo scrutinio lo stesso 9 agosto, Lukashenko ha cambiato tattica, prendendo di mira direttamente coloro che guidavano il movimento. Tikhanovskaya è stata così costretta a rifugiarsi oltrefrontiera, come pure Viktoria Tsepkalo, con pesanti pressioni. Maria Kolesnikova si è rifiutata di lasciare il paese stracciando il suo passaporto ed è stata portata dentro.
Arrestati o deportati anche tutti i membri del direttivo del Comitato di coordinamento dell'opposizione, Latushko, Kovalkova, Vlasova, Dylevskij, Znak. In libertà ne è rimasto uno solo, Svetlana Aleksiyevich, la scrittrice settantaduenne premio Nobel per la letteratura nel 2015. Agenti avevano bussato alla sua porta, ma il pronto intervento di giornalisti e degli ambasciatori europei che sono accorsi nel suo appartamento ha probabilmente evitato che l'arrestassero. La scrittrice, che non sta bene, è ora un po' defilata e, probabilmente, non sarà più infastidita dalle autorità.
Ma chi rimane a guidare la protesta? Vari personaggi minori che la gente ha imparato a conoscere e ad amare. Come l'ex geologa Nina Baginskaya, 73 anni, che partecipa a tutte le dimostrazioni contro il potere dal 1988. Piccolina ma estremamente combattiva, la donna è diventata famosa per aver risposto con semplicità a un poliziotto che le chiedeva cosa facesse in piazza: "Sto passeggiando". Da allora quel "Ya guliayu" è diventato uno slogan. In tutti questi anni è stata multata innumerevoli volte e deve allo Stato l'equivalente di 14 mila euro. Ogni mese le sequestrano mezza pensione (140 euro) e da tempo cercano di vendere la sua dacia. Ma nessuno si fa avanti per comprarla.
di Simona Musco
Il Dubbio, 22 settembre 2020
Da 40 giorni è in sciopero della fame in difesa dei diritti dei detenuti. Sono gravi le condizioni di Nasrin Sotoudeh, l'avvocatessa iraniana per i diritti umani vincitrice del Premio Sakharov, attualmente detenuta. A renderlo noto è stato il marito Reza Khandan, che ha denunciato l'impossibilità di avere contatti con la moglie, finita in terapia intensiva al Taleghani Hospital di Tehran per insufficienza cardiaca, dopo 40 giorni di sciopero della fame.
La protesta è iniziata l'11 agosto, contro le condizioni di detenzione dei prigionieri politici in Iran. Sotoudeh è stata arrestata nel 2018 per il suo impegno a favore dei diritti umani, con l'accusa di "collusione contro la sicurezza nazionale, propaganda contro lo Stato, istigazione alla corruzione e alla prostituzione", per avere difeso donne che avevano osato mostrarsi senza lo hijab, e per essere lei stessa apparsa in pubblico senza velo, "reati" che le sono costati una condanna in via definitiva a 38 anni di prigione e 148 frustate. Secondo la legge, dovrà scontare almeno 12 anni prima di poter ottenere la libertà condizionale. E proprio come la collega turca Ebru Timtik, morta dopo 238 giorni di digiuno, rischia ora di perdere la vita solo per essersi opposta a politiche repressive e a palesi violazioni dei diritti civili.
Khandan ha potuto "incontrare" la moglie solo per caso: l'uomo ha intravisto Sotoudeh su una sedia a rotelle, nel corridoio dell'ospedale, mentre veniva portata in reparto per un esame cardiaco. La donna era visibilmente sofferente e molto magra. Attorno a lei circa 10 agenti di sicurezza e soldati, che durante il giorno si recano in ospedale "istruendo" il personale sul da farsi. Oltre alla detenzione ingiusta di un gran numero di prigionieri politici, Sotoudeh ha denunciato le condizioni delle carceri iraniane durante la pandemia: molti prigionieri, infatti, hanno contratto il virus, rimanendo comunque in stato di promiscuità in prigioni sporche e affollate. Le autorità giudiziarie hanno rilasciato un gran numero di prigionieri, ma la maggior parte di coloro che si trovano in carcere per ragioni politiche è stata esclusa dal beneficio.
Nasrin, ha dunque dichiarato Khandan a Deutsche Welle, "è sia prigioniera che paziente e in entrambi i casi ho il diritto di visitarla, ma questo ospedale non ha principi né regole. È molto debole e la sua salute sta peggiorando ogni giorno". Ad informare la famiglia di Sotoudeh delle sue condizioni di salute sono state le compagne di cella, due delle quali, le prigioniere politiche Mojgan Kavousi e Rezvaneh Khan Beigi, hanno lanciato un appello alla magistratura affinché le richieste di Sotoudeh vengano accolte. "Poiché la sua richiesta non è altro che l'attuazione della legge approvata di recente sulla riduzione delle pene, vi chiediamo di affrontare la questione, il prima possibile, per porre fine allo sciopero della fame della signora Sotoudeh".
Intanto si moltiplicano gli appelli per chiederne il rilascio. "Il presidente Conte e il ministro Di Maio compiano tutti i passi necessari sulle autorità di Teheran e sollecitino la Presidente Von der Leyen e l'Alto Commissario Borrell ad assumere tutte le iniziative necessarie a scongiurare un esito tragico", ha dichiarato Piero Fassino, presidente della commissione Esteri della Camera. "Già nel marzo del 2019 - ha dichiarato la senatrice Monica Cirinnà, responsabile diritti del Pd - avevo promosso un'interrogazione al ministro degli Esteri (all'epoca Moavero Milanesi), nella quale chiedevamo al governo di attivarsi presso le corrispondenti autorità iraniane. È passato più di un anno, tutto tace e le condizioni di Nasrin Sotoudeh peggiorano. Abbiamo imparato dal caso di Ebru Timtik che il silenzio, in questi casi, è una colpa grave".
E ad esprimere preoccupazione è anche Mario Perantoni (M5s), presidente della Commissione Giustizia alla Camera. "Ovunque nel mondo l'avvocatura svolge un ruolo di fondamentale importanza e non è tollerabile nessuna limitazione al diritto di difesa e alla libertà degli avvocati connessa all'esercizio della propria funzione - ha sottolineato. La morte di Ebruk Timtik deve essere un monito costante in tal senso".
di Emanuele Giordana
Il Manifesto, 22 settembre 2020
Tra sabato e domenica decine di migliaia di persone sono scese in piazza nella capitale chiedendo le dimissioni del premier, la revisione della Costituzione e la riduzione dei poteri del monarca. Mercoledì si replica. Ieri Bangkok è tornata la città di sempre. Traffico, caldo e il lento scorrere del Chao Phraya, il "fiume dei re" che attraversa la capitale tailandese anche conosciuta come Krung Thep, la Città degli Angeli. Ma tra sabato e domenica, Bangkok e stata davvero la città degli angeli e assai meno la capitale del re di una delle monarchie più longeve (e autoreferenziali) del pianeta. Sabato diverse decine di migliaia di abitanti - in gran parte giovani studenti ma non solo - si sono riversati in centro per tenere l'ennesima manifestazione di protesta che chiede di cambiare la Costituzione, le dimissioni del premier e un ridimensionamento del ruolo della corona, cui non dovrebbero competere ingerenze politiche.
La novità del corteo, protrattosi nella notte con concerti e balli e terminato domenica mattina con la posa di una placca metallica con la data "20 settembre" (sostituisce l'originale del 1932 per la fine della monarchia assoluta rimosso nottetempo nel 2017), non sono solo i numeri e la partecipazione mai vista così di massa. Le novità sono la possibile creazione di un partito - per ora semplicemente Peoplès Party - e la presenza in piazza dell'opposizione parlamentare (il Pheu Thai che sostiene gli ex premier Shinawatra, all'inizio tiepido con la protesta) e delle nuove stelle della politica "tradizionale" tra cui spiccava il milionario modernista e progressista Thanathorn Juangroongruangkit (espulso dal parlamento con un cavillo) del Future Forward Party (sciolto nel 2020 dopo gli ottimi risultati alle elezioni del 2019).
Non solo: l'agenda delle prossime mosse è piena. Il nuovo appuntamento davanti al parlamento è per domani, mercoledì, per chieder conto di una lista di domande per ora solo consegnate dai leader studenteschi sabato alla polizia che li aveva dissuasi dal marciare verso gli uffici del premier Prayut Chan-o-cha. E in piazza il 14 ottobre quando il Paese sarà chiamato a uno sciopero generale. Gli studenti hanno chiesto intanto che il loro manifesto sia sottoposto anche al Privy Council, il Consiglio del re, una sorta di Camera privata eletta dal monarca, segnatamente uno degli oggetti delle richieste del movimento. Movimento variegato ma in grado di originare consenso e che ha già dei leader noti e agguerriti come Parit "Penguin" Chiwarak o Panusaya Sithijirawattanakul dell'United Front for Thammasat and Demonstration e più in generale del cosiddetto Free Youth Movement.
I loro simboli sono il saluto con tre dita - mediato dal film del 2012 di Gary Ross Hunger Games - e la partecipazione alla Milk Tea Alliance, che riunisce le proteste di Thailandia, Taiwan e Hong Kong da cui è forse arrivata la maggior ispirazione per il movimento. Un movimento eminentemente politico - sempre meno solo giovanile - con idee chiare: contestare la casta militare ma anche quella dei tycoon, avere libertà di critica anche su quel che fa il monarca, cambiare una Costituzione voluta dai militari che dà loro potere di veto (la Camera Alta non viene eletta ma scelta) in Parlamento.
di Paolo Mieli
Corriere della Sera, 21 settembre 2020
Il Consiglio Superiore, che finora se l'è presa più che comoda, adesso vuole arrivare rapidamente alla sentenza. In principio fu, la sera dell'8 maggio 2019, un incontro malandrino all'Hotel Champagne di Roma. C'erano cinque magistrati che, assieme ai deputati Luca Lotti e Cosimo Ferri, discussero in modo probabilmente improprio di nomine ai vertici di importanti procure. Di lì in poi un curioso trojan - che intercettava con modalità intermittenti - mise agli atti una gran quantità di altrettanto impropri scambi d'opinione, tra Palamara e altri suoi amici togati. Ne nacque una tempesta. Oltre un terzo dei consiglieri del Csm dovette lasciare l'incarico allorché furono riconosciute le loro voci captate dal trojan. Alcuni, non identificati, tremano tuttora. Ascoltate le registrazioni, il magistrato Nino Di Matteo disse che quel modo di trattare sottobanco l'affidamento di incarichi gli ricordava i "metodi mafiosi". Un suo collega, Giuseppe Cascini, osservò che mercanteggiamenti del genere gli facevano tornare alla mente "i tempi della P2". Sembrava fosse giunta l'ora del giudizio universale. Ma siamo pur sempre in Italia e, a poco a poco, abbiamo dovuto arrenderci alla costatazione che si è proceduto (e si procederà) alla maniera di sempre. E che a pagare il conto per quei tramestii sarà il solo Luca Palamara, ex potentissimo capo dell'Associazione nazionale magistrati, ora abbandonato da tutti (quantomeno dagli ex colleghi). Per quel che riguarda poi l'annunciata riforma di purificazione della magistratura che, dopo la scoperta di quel verminaio, sembrava improcrastinabile - pulizia che fu sollecitata in più occasioni persino dal Capo dello Stato - se ne sono perse le tracce.
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