di Fabrizio Dragosei
Corriere della Sera, 22 settembre 2020
La battaglia contro il dittatore di Minsk Aleksandr Lukashenko non trova uno sbocco politico: tutti i leader dell'opposizione sono in esilio o in prigione. Le proteste continuano regolarmente, con decine di migliaia di persone che scendono in piazza ogni domenica. Ma la battaglia contro il padre-padrone Aleksandr Lukashenko, accusato di aver vinto le elezioni del 9 agosto solo grazie ai brogli, non sembra trovare uno sbocco politico. E l'opposizione non ha praticamente più leader che non siano in esilio all'estero o in prigione. Così i bielorussi che vorrebbero cambiare un sistema che va avanti da 26 anni si aggrappano a tutto per tenere assieme le loro forze e mantenere vivo l'interesse dei cittadini che sono sempre più in difficoltà per la pesante crisi economica.
Lukashenko per ora è soddisfatto, visto che sei settimane di protesta non sono riuscite a disarcionarlo. Ma ha dovuto fare quello che fin dall'inizio ha sempre tentato di evitare, finire cioè nell'abbraccio di Mosca. Che fa sentire una certa pressione: manovre militari congiunte, truppe anti-sommossa al confine (appena ritirate perché non più necessarie), eccetera.
La maggior parte di coloro che potevano sfidare apertamente il "babbo", come Lukashenko ama farsi chiamare, sono fuori combattimento. Alle consultazioni presidenziali dovevano presentarsi tre candidati alternativi, l'ex viceministro degli Esteri Valery Tsepkalo, il blogger Sergej Tikhanovsky e il banchiere Viktor Babariko. Il primo è fuggito in Russia e poi in Polonia e gli altri due sono in carcere.
Tre donne sono apparse sulla scena politica al loro posto: Viktoria, moglie di Tsepkalo, Maria Kolesnikova, capo della campagna elettorale di Babariko, e Svetlana, moglie del blogger Tikhanovsky. Quest'ultima si è candidata alle elezioni e, secondo i suoi, avrebbe vinto se i risultati non fossero stati falsati. Ma dopo le iniziali violenze contro le proteste iniziate subito dopo lo scrutinio lo stesso 9 agosto, Lukashenko ha cambiato tattica, prendendo di mira direttamente coloro che guidavano il movimento. Tikhanovskaya è stata così costretta a rifugiarsi oltrefrontiera, come pure Viktoria Tsepkalo, con pesanti pressioni. Maria Kolesnikova si è rifiutata di lasciare il paese stracciando il suo passaporto ed è stata portata dentro.
Arrestati o deportati anche tutti i membri del direttivo del Comitato di coordinamento dell'opposizione, Latushko, Kovalkova, Vlasova, Dylevskij, Znak. In libertà ne è rimasto uno solo, Svetlana Aleksiyevich, la scrittrice settantaduenne premio Nobel per la letteratura nel 2015. Agenti avevano bussato alla sua porta, ma il pronto intervento di giornalisti e degli ambasciatori europei che sono accorsi nel suo appartamento ha probabilmente evitato che l'arrestassero. La scrittrice, che non sta bene, è ora un po' defilata e, probabilmente, non sarà più infastidita dalle autorità.
Ma chi rimane a guidare la protesta? Vari personaggi minori che la gente ha imparato a conoscere e ad amare. Come l'ex geologa Nina Baginskaya, 73 anni, che partecipa a tutte le dimostrazioni contro il potere dal 1988. Piccolina ma estremamente combattiva, la donna è diventata famosa per aver risposto con semplicità a un poliziotto che le chiedeva cosa facesse in piazza: "Sto passeggiando". Da allora quel "Ya guliayu" è diventato uno slogan. In tutti questi anni è stata multata innumerevoli volte e deve allo Stato l'equivalente di 14 mila euro. Ogni mese le sequestrano mezza pensione (140 euro) e da tempo cercano di vendere la sua dacia. Ma nessuno si fa avanti per comprarla.
di Simona Musco
Il Dubbio, 22 settembre 2020
Da 40 giorni è in sciopero della fame in difesa dei diritti dei detenuti. Sono gravi le condizioni di Nasrin Sotoudeh, l'avvocatessa iraniana per i diritti umani vincitrice del Premio Sakharov, attualmente detenuta. A renderlo noto è stato il marito Reza Khandan, che ha denunciato l'impossibilità di avere contatti con la moglie, finita in terapia intensiva al Taleghani Hospital di Tehran per insufficienza cardiaca, dopo 40 giorni di sciopero della fame.
La protesta è iniziata l'11 agosto, contro le condizioni di detenzione dei prigionieri politici in Iran. Sotoudeh è stata arrestata nel 2018 per il suo impegno a favore dei diritti umani, con l'accusa di "collusione contro la sicurezza nazionale, propaganda contro lo Stato, istigazione alla corruzione e alla prostituzione", per avere difeso donne che avevano osato mostrarsi senza lo hijab, e per essere lei stessa apparsa in pubblico senza velo, "reati" che le sono costati una condanna in via definitiva a 38 anni di prigione e 148 frustate. Secondo la legge, dovrà scontare almeno 12 anni prima di poter ottenere la libertà condizionale. E proprio come la collega turca Ebru Timtik, morta dopo 238 giorni di digiuno, rischia ora di perdere la vita solo per essersi opposta a politiche repressive e a palesi violazioni dei diritti civili.
Khandan ha potuto "incontrare" la moglie solo per caso: l'uomo ha intravisto Sotoudeh su una sedia a rotelle, nel corridoio dell'ospedale, mentre veniva portata in reparto per un esame cardiaco. La donna era visibilmente sofferente e molto magra. Attorno a lei circa 10 agenti di sicurezza e soldati, che durante il giorno si recano in ospedale "istruendo" il personale sul da farsi. Oltre alla detenzione ingiusta di un gran numero di prigionieri politici, Sotoudeh ha denunciato le condizioni delle carceri iraniane durante la pandemia: molti prigionieri, infatti, hanno contratto il virus, rimanendo comunque in stato di promiscuità in prigioni sporche e affollate. Le autorità giudiziarie hanno rilasciato un gran numero di prigionieri, ma la maggior parte di coloro che si trovano in carcere per ragioni politiche è stata esclusa dal beneficio.
Nasrin, ha dunque dichiarato Khandan a Deutsche Welle, "è sia prigioniera che paziente e in entrambi i casi ho il diritto di visitarla, ma questo ospedale non ha principi né regole. È molto debole e la sua salute sta peggiorando ogni giorno". Ad informare la famiglia di Sotoudeh delle sue condizioni di salute sono state le compagne di cella, due delle quali, le prigioniere politiche Mojgan Kavousi e Rezvaneh Khan Beigi, hanno lanciato un appello alla magistratura affinché le richieste di Sotoudeh vengano accolte. "Poiché la sua richiesta non è altro che l'attuazione della legge approvata di recente sulla riduzione delle pene, vi chiediamo di affrontare la questione, il prima possibile, per porre fine allo sciopero della fame della signora Sotoudeh".
Intanto si moltiplicano gli appelli per chiederne il rilascio. "Il presidente Conte e il ministro Di Maio compiano tutti i passi necessari sulle autorità di Teheran e sollecitino la Presidente Von der Leyen e l'Alto Commissario Borrell ad assumere tutte le iniziative necessarie a scongiurare un esito tragico", ha dichiarato Piero Fassino, presidente della commissione Esteri della Camera. "Già nel marzo del 2019 - ha dichiarato la senatrice Monica Cirinnà, responsabile diritti del Pd - avevo promosso un'interrogazione al ministro degli Esteri (all'epoca Moavero Milanesi), nella quale chiedevamo al governo di attivarsi presso le corrispondenti autorità iraniane. È passato più di un anno, tutto tace e le condizioni di Nasrin Sotoudeh peggiorano. Abbiamo imparato dal caso di Ebru Timtik che il silenzio, in questi casi, è una colpa grave".
E ad esprimere preoccupazione è anche Mario Perantoni (M5s), presidente della Commissione Giustizia alla Camera. "Ovunque nel mondo l'avvocatura svolge un ruolo di fondamentale importanza e non è tollerabile nessuna limitazione al diritto di difesa e alla libertà degli avvocati connessa all'esercizio della propria funzione - ha sottolineato. La morte di Ebruk Timtik deve essere un monito costante in tal senso".
di Emanuele Giordana
Il Manifesto, 22 settembre 2020
Tra sabato e domenica decine di migliaia di persone sono scese in piazza nella capitale chiedendo le dimissioni del premier, la revisione della Costituzione e la riduzione dei poteri del monarca. Mercoledì si replica. Ieri Bangkok è tornata la città di sempre. Traffico, caldo e il lento scorrere del Chao Phraya, il "fiume dei re" che attraversa la capitale tailandese anche conosciuta come Krung Thep, la Città degli Angeli. Ma tra sabato e domenica, Bangkok e stata davvero la città degli angeli e assai meno la capitale del re di una delle monarchie più longeve (e autoreferenziali) del pianeta. Sabato diverse decine di migliaia di abitanti - in gran parte giovani studenti ma non solo - si sono riversati in centro per tenere l'ennesima manifestazione di protesta che chiede di cambiare la Costituzione, le dimissioni del premier e un ridimensionamento del ruolo della corona, cui non dovrebbero competere ingerenze politiche.
La novità del corteo, protrattosi nella notte con concerti e balli e terminato domenica mattina con la posa di una placca metallica con la data "20 settembre" (sostituisce l'originale del 1932 per la fine della monarchia assoluta rimosso nottetempo nel 2017), non sono solo i numeri e la partecipazione mai vista così di massa. Le novità sono la possibile creazione di un partito - per ora semplicemente Peoplès Party - e la presenza in piazza dell'opposizione parlamentare (il Pheu Thai che sostiene gli ex premier Shinawatra, all'inizio tiepido con la protesta) e delle nuove stelle della politica "tradizionale" tra cui spiccava il milionario modernista e progressista Thanathorn Juangroongruangkit (espulso dal parlamento con un cavillo) del Future Forward Party (sciolto nel 2020 dopo gli ottimi risultati alle elezioni del 2019).
Non solo: l'agenda delle prossime mosse è piena. Il nuovo appuntamento davanti al parlamento è per domani, mercoledì, per chieder conto di una lista di domande per ora solo consegnate dai leader studenteschi sabato alla polizia che li aveva dissuasi dal marciare verso gli uffici del premier Prayut Chan-o-cha. E in piazza il 14 ottobre quando il Paese sarà chiamato a uno sciopero generale. Gli studenti hanno chiesto intanto che il loro manifesto sia sottoposto anche al Privy Council, il Consiglio del re, una sorta di Camera privata eletta dal monarca, segnatamente uno degli oggetti delle richieste del movimento. Movimento variegato ma in grado di originare consenso e che ha già dei leader noti e agguerriti come Parit "Penguin" Chiwarak o Panusaya Sithijirawattanakul dell'United Front for Thammasat and Demonstration e più in generale del cosiddetto Free Youth Movement.
I loro simboli sono il saluto con tre dita - mediato dal film del 2012 di Gary Ross Hunger Games - e la partecipazione alla Milk Tea Alliance, che riunisce le proteste di Thailandia, Taiwan e Hong Kong da cui è forse arrivata la maggior ispirazione per il movimento. Un movimento eminentemente politico - sempre meno solo giovanile - con idee chiare: contestare la casta militare ma anche quella dei tycoon, avere libertà di critica anche su quel che fa il monarca, cambiare una Costituzione voluta dai militari che dà loro potere di veto (la Camera Alta non viene eletta ma scelta) in Parlamento.
di Paolo Mieli
Corriere della Sera, 21 settembre 2020
Il Consiglio Superiore, che finora se l'è presa più che comoda, adesso vuole arrivare rapidamente alla sentenza. In principio fu, la sera dell'8 maggio 2019, un incontro malandrino all'Hotel Champagne di Roma. C'erano cinque magistrati che, assieme ai deputati Luca Lotti e Cosimo Ferri, discussero in modo probabilmente improprio di nomine ai vertici di importanti procure. Di lì in poi un curioso trojan - che intercettava con modalità intermittenti - mise agli atti una gran quantità di altrettanto impropri scambi d'opinione, tra Palamara e altri suoi amici togati. Ne nacque una tempesta. Oltre un terzo dei consiglieri del Csm dovette lasciare l'incarico allorché furono riconosciute le loro voci captate dal trojan. Alcuni, non identificati, tremano tuttora. Ascoltate le registrazioni, il magistrato Nino Di Matteo disse che quel modo di trattare sottobanco l'affidamento di incarichi gli ricordava i "metodi mafiosi". Un suo collega, Giuseppe Cascini, osservò che mercanteggiamenti del genere gli facevano tornare alla mente "i tempi della P2". Sembrava fosse giunta l'ora del giudizio universale. Ma siamo pur sempre in Italia e, a poco a poco, abbiamo dovuto arrenderci alla costatazione che si è proceduto (e si procederà) alla maniera di sempre. E che a pagare il conto per quei tramestii sarà il solo Luca Palamara, ex potentissimo capo dell'Associazione nazionale magistrati, ora abbandonato da tutti (quantomeno dagli ex colleghi). Per quel che riguarda poi l'annunciata riforma di purificazione della magistratura che, dopo la scoperta di quel verminaio, sembrava improcrastinabile - pulizia che fu sollecitata in più occasioni persino dal Capo dello Stato - se ne sono perse le tracce.
di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 21 settembre 2020
Legge 14 agosto 2020 n. 113. La disciplina recentemente approvata - con legge 113/2020 - in tema di sicurezza per gli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie nell'esercizio delle loro funzioni contiene alcune disposizioni in materia penale su cui ci si vuole soffermare per coglierne l'ambito di operatività.
laprimapagina.it, 21 settembre 2020
Un protocollo d'intesa per la realizzazione del progetto MeF (Mediazione, attività riparative e Formazione): lo hanno firmato la Regione Toscana, il Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria, l'Ufficio interdistrettuale di esecuzione penale esterna, il Centro di giustizia minorile per la Toscana e l'Umbria, Anci Toscana, e le associazioni Apab e Aleteia.
L'accordo consentirà, nell'arco di tre anni, di dare concretezza al progetto presentato dalle associazioni Apab e Aleteia, finalizzato al coinvolgimento attivo del reo, della vittima e della comunità civile, così come prevedono i modelli europei di giustizia riparativa, non esclusivamente penale, che si avvale di strumenti, finalizzati a promuovere la riparazione del danno, causato dal reato, tramite un percorso di responsabilizzazione che si sviluppa nel corso della pena, e che, nel caso di reati lievi, può anche sostituirla.
L'intesa fa seguito ad accordi precedenti, che da alcuni anni consentono, in tutta la Toscana, un progressivo sviluppo di progetti di giustizia riparativa e di ascolto alle vittime, realizzati in rete tra uffici di esecuzione penale esterna e di servizio sociale per i minorenni, associazioni ed enti locali, in linea appunto con le indicazioni e le esperienze europee.
È la stessa assessora al regionale al diritto alla salute a ricordare l'importanza di una collaborazione avviata nel 2014, che, proprio grazie alla sinergia venutasi a creare con tutti i soggetti istituzionali interessati, ha consentito di promuovere e realizzare interventi, che potessero offrire ai cittadini una maggiore accessibilità alla giustizia, alle vittime una nuova attenzione e agli autori di reato opportunità di percorsi formativi di responsabilizzazione, interpretando alla lettera uno dei principi cardini dello statuto della Regione Toscana, volto a favorire il pieno sviluppo della persona, nel rispetto della dignità e dei diritti umani.
Un protocollo d'intesa per la realizzazione del progetto MeF (Mediazione, attività riparative e Formazione): lo hanno firmato la Regione Toscana, il Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria, l'Ufficio interdistrettuale di esecuzione penale esterna, il Centro di giustizia minorile per la Toscana e l'Umbria, Anci Toscana, e le associazioni Apab e Aleteia.
L'accordo consentirà, nell'arco di tre anni, di dare concretezza al progetto presentato dalle associazioni Apab e Aleteia, finalizzato al coinvolgimento attivo del reo, della vittima e della comunità civile, così come prevedono i modelli europei di giustizia riparativa, non esclusivamente penale, che si avvale di strumenti, finalizzati a promuovere la riparazione del danno, causato dal reato, tramite un percorso di responsabilizzazione che si sviluppa nel corso della pena, e che, nel caso di reati lievi, può anche sostituirla.
L'intesa fa seguito ad accordi precedenti, che da alcuni anni consentono, in tutta la Toscana, un progressivo sviluppo di progetti di giustizia riparativa e di ascolto alle vittime, realizzati in rete tra uffici di esecuzione penale esterna e di servizio sociale per i minorenni, associazioni ed enti locali, in linea appunto con le indicazioni e le esperienze europee.
È la stessa assessora al regionale al diritto alla salute a ricordare l'importanza di una collaborazione avviata nel 2014, che, proprio grazie alla sinergia venutasi a creare con tutti i soggetti istituzionali interessati, ha consentito di promuovere e realizzare interventi, che potessero offrire ai cittadini una maggiore accessibilità alla giustizia, alle vittime una nuova attenzione e agli autori di reato opportunità di percorsi formativi di responsabilizzazione, interpretando alla lettera uno dei principi cardini dello statuto della Regione Toscana, volto a favorire il pieno sviluppo della persona, nel rispetto della dignità e dei diritti umani.
Tra gli obiettivi generali del progetto sono previsti dunque: una metodologia innovativa e condivisa che migliori l'efficacia del percorso dell'esecuzione penale e della messa alla prova; interventi finalizzati alla riduzione dei conflitti; attività volte alla diminuzione della recidiva e alla sensibilizzazione della società locale.
di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 21 settembre 2020
Sono utilizzabili nella fase procedimentale, e dunque nell'incidente cautelare e negli eventuali riti a prova contratta, le dichiarazioni spontanee rese dalla persona sottoposta alle indagini alla polizia giudiziaria ai sensi dell'articolo 350, comma 7, del codice di procedura penale, purché emerga con chiarezza che l'indagato ha scelto di renderle liberamente, ossia senza alcuna coercizione o sollecitazione, proprio perché tale norma ne limita l'inutilizzabilità esclusivamente al dibattimento. Lo chiarisce la Cassazione con la sentenza 4 settembre 2020 n. 25044.
I precedenti - In termini, di recente, sezione II, 13 marzo 2018, Basso, secondo cui, in particolare, le dichiarazioni spontanee anche se rese in assenza del difensore e senza l'avviso di poter esercitare il diritto al silenzio, sono pienamente utilizzabili nella fase procedimentale (ovvero nella fase della cognizione cautelare e in quella sulla responsabilità che si svolge nei riti a prova contratta, nella piena disponibilità dell'accusato), nella misura in cui emerga con chiarezza che l'indagato abbia scelto di renderle liberamente, senza alcuna coercizione o sollecitazione: spetta in proposito al giudice accertare, anche d'ufficio, sulla base di tutti gli elementi a sua disposizione, l'effettiva natura spontanea delle dichiarazioni, dando atto di tale valutazione con motivazione congrua e adeguata.
Tale disciplina del resto è pienamente compatibile con le indicazioni della normativa europea e segnatamente con quelle contenute nella direttiva 2012/13/UE in materia di diritti di informazione dell'indagato: tale direttiva, infatti, è stata attuata con il decreto legislativo n. 101 del 2014, che non ha modificato l'articolo 350 del codice di procedura penale. Ed è anche compatibile con le con le indicazioni fornite dalla Corte Edu, emergendo dalle decisioni di tale organo sovranazionale solo l'esigenza che l'indagato sia protetto da ogni forma di coercizione quando viene "escusso", che è situazione diversa rispetto al caso in cui questi decida liberamente di rendere dichiarazioni.
La disciplina normativa - Si tratta di assunto condivisibile, e in linea con la disciplina normativa, opportunamente letta anche alla luce dei principi comunitari. Infatti, alle dichiarazioni spontanee del soggetto indagato non si applica la disposizione dell'articolo 64 del codice di procedura penale, che attiene all'interrogatorio, che non può essere confuso con le spontanee dichiarazioni, nelle quali, proprio per la loro caratteristica, nessun avvertimento preliminare potrebbe essere rivolto al dichiarante (si veda sezione VI, sentenza 6 novembre 2009, Colace e altro).
Va del resto ricordato che ciò che caratterizza, rispetto alle "dichiarazioni spontanee", l'assunzione di informazioni e indicazioni utili per le investigazioni, sono la direzione dell'escussione del soggetto da parte dell'operatore di polizia giudiziaria e la riconduzione dell'escussione in un preciso ambito scelto e limitato da quest'ultimo.
In questa prospettiva, peraltro, una generica sollecitazione da parte della polizia giudiziaria (nella specie, sostanziatasi nella generica frase: "che è successo?") non è idonea a tramutare la "ricezione" delle dichiarazioni spontanee del soggetto in una "assunzione" vera e propria delle stesse, sicché non sono necessari in tal caso il previo invito alla nomina del difensore, la presenza di quest'ultimo o l'avvertimento della facoltà di non rispondere (cfr. sezione II, 12 novembre 2009, Saleem e altri).
di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 21 settembre 2020
Cassazione - Sezione II penale - Sentenza 11 agosto 2020 n. 23792. Sul reato di circonvenzione di persone incapaci, la Cassazione con la sentenza 23792/2020, spiega che può essere commesso in danno - oltre che di minori - di persona in stato di infermità psichica, cioè affetta da un vero e proprio stato patologico, conosciuto e codificato dalla scienza medica o da una condizione soggettiva, che, sebbene non patologica, menomi le facoltà intellettive e volitive del soggetto quale conseguenza di una anomalia mentale, non importa se in modo definitivo o temporaneo; ovvero in danno di un soggetto in stato di deficienza psichica, intendendosi per tale sia una alterazione dello stato mentale, ontologicamente meno grave e aggressiva dell'infermità, dipendente da particolari situazioni fisiche (età avanzata, fragilità di carattere), o da anomale dinamiche relazionali, idonee a determinare una incisiva menomazione delle facoltà intellettive e volitive, inficiando il potere di autodeterminazione, di critica e di difesa del soggetto passivo dall'altrui opera di suggestione.
La giurisprudenza è costante nel ritenere che in tema di circonvenzione di persone incapaci, il fatto che la legge individui tre categorie di soggetti passivi (il minore, l'infermo psichico e il deficiente psichico), distinguendo quindi tra infermo psichico e deficiente psichico e non considerando necessario che il soggetto passivo si trovi nella condizione per essere interdetto o inabilitato, induce a ritenere che per "infermità psichica" deve intendersi ogni alterazione psichica derivante sia da un vero e proprio processo morboso (quindi catalogabile tra le malattie psichiatriche) sia da una condizione che, sebbene non patologica, menomi le facoltà intellettive o volitive, mentre la "deficienza psichica" è identificabile in un'alterazione dello stato psichico che, sebbene meno grave dell'infermità, è comunque idonea a porre il soggetto passivo in uno stato di minorata capacità in quanto le sue capacità intellettive, volitive o affettive, fanno scemare o diminuire il pensiero critico (vi rientrano, per esempio, l'emarginazione ambientale, la fragilità e la debolezza di carattere).
In ogni caso, minimo comune denominatore rinvenibile in entrambe le situazioni consiste nel fatto che, in tanto il reato può essere configurato, in quanto si dimostri l'instaurazione di un rapporto squilibrato fra vittima e agente, nel senso che deve trattarsi di un rapporto in cui l'agente abbia la possibilità di manipolare la volontà della vittima a causa del fatto che costei si trova, per determinate situazioni da verificare caso per caso, in una minorata situazione e, quindi, incapace di opporre alcuna resistenza a causa della mancanza o diminuita capacità critica.
Tale situazione di minorata capacità deve essere oggettiva e riconoscibile da parte di tutti in modo che chiunque possa abusarne per raggiungere i suoi fini illeciti (sezione IV, 30 marzo 2017, D.M. e altri, relativa a fattispecie in cui la Corte ha ritenuto corretto il ragionamento del giudice di merito che aveva ravvisato il reato motivando in termini convincenti non solo sulle accertate condizioni psicofisiche pregiudicate di alcune delle vittime, ma anche e soprattutto sul tema della riconoscibilità di tali condizioni, tali da avere indotto gli imputati alla scelta delle vittime e poi ad approfittare di queste condizioni pregiudicate - in primo luogo, l'ipoacusia - determinate anche dall'età avanzata; in termini, sezione II, 12 giugno 2014, S. In altri termini, per la configurabilità del delitto di cui all'articolo 643 del Cp, non si richiede che il soggetto passivo versi in stato di incapacità di intendere e di volere, essendo sufficiente che esso sia affetto da infermità psichica o deficienza psichica, ovvero da un'alterazione dello stato psichico, che sebbene meno grave dell'incapacità, risulti tuttavia idonea a porlo in uno stato di minorata capacità intellettiva, volitiva o affettiva che ne affievolisca le capacità critiche.
In particolare, lo stato di deficienza psichica del soggetto passivo richiesto per la configurabilità del reato, anche inteso quale presupposto oggettivo, non è quello di una completa assenza delle facoltà mentali o di una totale mancanza della capacità di intendere e di volere, pur momentanea, essendo sufficiente una minorata capacità psichica, uno stato di deficienza del potere di critica e di indebolimento di quello volitivo tale da rendere possibile l'altrui opera di suggestione, o tale da agevolare l'attività̀ di induzione svolta dal soggetto attivo per raggiungere il suo fine illecito (sezione II, 18 luglio 2018, V. e altro).
di Bianca Lucia Mazzei
Il Sole 24 Ore, 21 settembre 2020
Il lockdown non ha fermato le interdittive antimafia, ossia i provvedimenti delle prefetture che bloccano l'attività delle imprese sospettate di infiltrazioni da parte della criminalità organizzata. Anzi. Secondo i dati del ministero dell'Interno, da agosto 2019 a luglio 2020 ne sono state adottate 1.865 contro le 1.491 dello stesso periodo precedente (agosto 2018-luglio 2019) con una crescita del 25,1%. Un trend in aumento confermato anche dai dati elaborati per anno solare: ad oggi le Prefetture hanno già varato 1.394 interdittive, più di 5 al giorno, contro le 4 del 2019.
Con l'obiettivo di impedire l'infiltrazione nell'economia legale, l'interdittiva blocca l'attività dell'impresa alla quale viene interdetto non solo qualsiasi rapporto con la Pa (a partecipazione a gare pubbliche o sottoscrizione di contratti) ma vengono negate anche autorizzazioni e licenze commerciali. La Regioni del Sud (con la Calabria in testa) restano quelle con il maggior numero di provvedimenti, ma l'estensione della penetrazione criminale nel Centro-Nord emerge dal dato dell'Emilia Romagna che quest'anno ha superato la Sicilia.
Azione preventiva - Basata non su prove certe ma su una valutazione probabilistica (indizi gravi, precisi e concordanti), l'interdittiva ha carattere preventivo e viene adottata in seguito alla richiesta di verifiche da parte di Pa, Comuni e altre stazioni appaltanti. I numeri forniti dal ministero dell'Interno fotografano le risposte negative, che bloccano l'attività richiesta: più provvedimenti di diniego possono quindi riguardare anche la stessa azienda.
Ad introdurla è stato il Codice antimafia (Dlgs 159/2011) per il settore degli appalti pubblici. Nel 2014 è stata estesa a autorizzazioni e licenze commerciali che ormai costituiscono l'oggetto della maggior parte degli stop. Nel 2019 infatti solo 633 delle 1.541 interdittive adottate dalle Prefetture ha colpito aziende coinvolte in appalti e quindi censite dall'Anac, l'Autorità nazionale anticorruzione. Le altre hanno quindi riguardato attività (come esercizi commerciali, bar o ristoranti), che necessitano di autorizzazioni o licenze.
"È uno dei problemi cruciali del rapporto tra amministrazione della giustizia e sistema economico - dice Gian Domenico Caiazza, presidente dell'Unione camere penali - Ed ormai è un'emergenza. Il Consiglio di Stato respinge il 100% dei ricorsi: questo vuol dire che non esiste più alcun controllo giurisdizionale su un'attività di polizia che può distruggere un'impresa. È un tema talmente importante che sarà al centro di un convegno a ottobre".
Le ragioni dell'aumento - Nel 2020 (se si proiettano su 12 mesi i dati relativi al periodo gennaio-15 settembre) la crescita delle interdittive è del 27% rispetto al 2019 e del 53% rispetto al 2018. Un aumento incessante dovuto a diversi fattori. Da una parte l'incremento della pressione mafiosa. Nella relazione 2020, l'Anac a commento della crescita del 10% delle interdittive legate agli appalti (dalle 573 del 2018 alle 633 del 2019) sottolinea come le organizzazioni criminali approfittino delle situazioni emergenziali "con effetti devastanti sulle imprese sane, già pesantemente colpite dalla crisi". Dall'altra, la maggiore capacità di contrasto. Non solo la normativa ha allargato i casi in cui è necessaria la documentazione antimafia ma è anche cresciuta la collaborazione fra Prefetture, Comuni, Asl e altre stazioni appaltanti con accordi e protocolli di intesa che hanno fatto aumentare la richiesta di verifiche.
Gli effetti - Lo stop all'attività ha conseguenze pesanti. "Per ridurre l'impatto sull'occupazione - spiega il prefetto di Napoli, Marco Valentini - spesso si decide di commissariare l'impresa fino alla fine dei contratti in essere. Ma questo è possibile solo nei settori dei servizi essenziali. Si potrebbe estendere ad attività che hanno molti occupati, come ristoranti e supermercati". Negli ultimi tempi sta anche crescendo il ricorso al controllo giudiziario. La decisione spetta al giudice che può consentire la prosecuzione delle attività, nel rispetto di prescrizioni specifiche e con l'ausilio di un controllore nominato dal Tribunale.
di Fabio Marchese Ragona
Il Giornale, 21 settembre 2020
Ucciso dalla mafia, vicino alla beatificazione. Potrebbe diventare il Patrono delle toghe. Non aveva voluto una scorta per non mettere a rischio altri uomini, perché, in cuor suo, sapeva che qualcosa, prima o poi, gli sarebbe accaduto. E alla fine è morto da solo, scappando in mezzo a delle sterpaglie che paradossalmente per lui rappresentavano la vita.
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