di Gioacchino Criaco
Il Riformista, 19 settembre 2020
Ci sono condanne che valgono per sempre e che ricadono sui fi gli. Il commissario di Calabria Verde ha osato sfidare queste leggi: chi ha sbagliato e ha pagato, può ancora lavorare. Apriti cielo! Chi sbaglia paga, è un detto antico, diffuso nel mondo, in Italia, per moltissimi, gli si dovrebbe aggiungere "per sempre", e in Calabria, tranquillamente, si potrebbe riformulare: paga chi sbaglia, e pagano i suoi figli, i parenti, gli amici. Chiunque sfiori un cattivo è cattivo. La violazione penale diventa un marchio genetico, il per sempre diventa l'eternità.
E anche se dopo aver violato la Legge, si sia pagato il corrispettivo, anche dopo avere scontato la pena del reato. Si dovrebbe stare in un canto, fare i bravi, e lasciarsi morire di fame, perché se non si troverà un privato di buona volontà, non potrà essere lo Stato a soccorrere. La pena totalizzante, il ravvedimento impossibile. E anche se la Costituzione dice altro, anche se l'umanità dovrebbe dire altro, o la pietà, il cuore, l'intelligenza.
L'etica, quel pauroso sentimento dei giusti che impera, toglie ogni speranza. In Calabria accade che sia un generale dei carabinieri, ex, a battersi per il diritto alla sopravvivenza dei cattivi, ex anche loro. Il generale Aloisio Mariggiò, commissario straordinario di Calabria Verde, ente regionale che si occupa di forestazione e cura del territorio, lotta contro una crociata moralista che vorrebbe fuori dal lavoro i dipendenti che hanno violato la Legge, pur se hanno scontato la pena, cambiato vita, e tentano di rifarsene una fondata sul lavoro, il rispetto delle regole.
Un generale da solo, che affronta le campagne mediatiche, le tendenze populistiche, le mancanze politiche, le deficienze sociali, le perdite di umanità. Difende i suoi operai. E non è facile, perché amministra un ente che negli anni ha dimostrato pecche e vergogne, che si è trasformato in carrozzone assistenziale, improduttivo.
Scandalo dopo scandalo, eppure, fonte unica di speranza per migliaia di dipendenti: per i più, che non hanno mai violato la Legge, e per quelli che hanno sbagliato, anche in modo terribile e hanno aggrappato le loro vite a questo lavoro. Insieme, i giusti e gli ex cattivi, smarriti, lasciati senza progetti e senza guida, infi lati nella retorica della legalità, dell'onestà. È un generale, oggi, che deve difendere i suoi operai dagli sbagli di un sistema che vuol far cadere sui dipendenti gli errori di un'intera classe dirigente.
In un Sud che è questo, in una Calabria che è fatta di una maggioranza di giusti, ma che dentro ha tante persone che hanno sbagliato. E a quelli che hanno pagato, che vogliono rientrare con gli altri, camminare insieme, un'orda moralista vieta, o vorrebbe vietare, ogni appiglio, ogni ancora. Per i campioni del bene le espiazioni, i riscatti, sono favole. Ai cattivi ex e per sempre, bisogna interdire, negare, licenziare.
Devono stare fuori dai buoni spesa, fuori dai redditi di cittadinanza, fuori dal lavoro. Fuori da tutto, chiusi nel recinto delle loro colpe. Ed è strano che a difendere chi ha sbagliato, e non vorrebbe farlo più, ci sia un ex Generale che ha trascorso tutta la propria vita a fermare i cattivi. O, forse, è più strano che non ci siano i corpi sociali a fermare le febbri etiche, le derive morali, l'esigenza di creare mostri per sentirsi migliori di come davvero si sia.
di Giorgio Cremaschi
Il Riformista, 19 settembre 2020
Niente misure alternative, niente domiciliari se non abiuri e lasci la tua casa e il tuo paese. Una volta era una Valle dei Piemonte, ora è Turchia. Risponde ad Erdogan. Di italiano sono rimaste solo tre cose: il Codice Rocco, le leggi speciali antiterrorismo e il ricordo del ministro Scelba. La Valle Susa non è in Italia, o almeno non è nell'Italia ancora qua e là tutelata dalla Costituzione.
La valle piemontese, sempre più devastata dai pluridecennali lavori del TAV Torino-Lione, è una provincia della Turchia di Erdogan. Il territorio della valle è soggetto ad un sempre più esteso regime di occupazione militare, che ha coinvolto persino gli alpini reduci dall'Afghanistan. La popolazione della valle è stata soggetta alle misure dei decreti sicurezza di Minniti e Salvini prima ancora che questi venissero varati, con fogli di via, domicili coatti, ritiri della patente, divieti di tutti i tipi. Un regime poliziesco capillare e violento che appena può colpisce e ferisce.
La magistratura torinese contro il popolo NOTAV ha rispolverato tutti gli arnesi delle legislazioni speciali degli ultimi decenni e li ha uniti a quelli del codice penale fascista Rocco. Dilaga così una mostruosità di condanne, con una marea di anni di carcere per una moltitudine di attivisti e semplici manifestanti. Solo il reato ufficiale di terrorismo, nonostante il continuo insistervi della stampa e della classe politica torinese, è stato evitato. E non perché la procura di Torino si fosse fatta degli scrupoli dall'adoperarlo, ma perché la Corte di Cassazione l'ha fermata: terrorismo no, dai, non esageriamo. Tutte le condanne giudiziarie contro i NOTAV sono condanne politiche per perseguitati politici. Del resto è scritto nelle stesse sentenze: il condannato non usufruisce di attenuanti, sconti di pena, condizioni migliori perché è un attivista NOTAV.
Con questa motivazione Dana Lauriola, militante da sempre del movimento, è stata tradotta in carcere. A lei non sono stati concessi quegli arresti domiciliari che spesso vengono ottenuti da pregiudicati di ogni tipo, specie se potenti o ex potenti. Dana è stata carcerata perché il suo domicilio è a Bussoleno, noto centro sovversivo della Valle. E soprattutto perché non ha dato segni di ravvedimento, non ha abiurato e non si è dissociata dalla lotta NOTAV. Queste le motivazioni ufficiali del rifiuto dei domiciliari dei giudici di Torino, che potrebbero essere usate pari pari dai loro colleghi di Ankara. Del resto la procura torinese ha preteso e imposto restrizioni della libertà personale proprio a Eddi Marcucci, che era andata volontaria coi curdi per combattere l'ISIS e i suoi protettori turchi; tutto si tiene. Dana dovrà scontare due anni di carcere per lo stesso reato per il quale a gennaio era stata imprigionata Nicoletta Dosio, settantatré anni e posta ai domiciliari solo dopo il dilagare del Covid nelle carceri.
È bene ricordare quale è il reato per questa pena così dura: blocco stradale. Nel marzo 2012 trecento militanti NOTAV invasero per mezz'ora il casello di Avigliana dell'autostrada che percorre la valle, senza fermare il traffico, ma facendo passare gratis le auto. Danno accertato 700 euro, per il quale a dodici persone sono stati comminati complessivamente 18 anni di carcere. Un anno per ogni 37 euro di danno, Quanto dovrebbero scontare i politici e gli imprenditori ladri con questo metro di misura? Ma si sa, questo metro vale solo lì e per quelle persone lì. Dana poi ha avuto la pena più alta perché aveva il megafono, quindi è stata considerata a capo dell'iniziativa. Vengono in mente gli stupidi poliziotti del film Tempi Moderni, che arrestano Charlot che ha in mano una bandiera raccolta per caso: prendetelo è lui il capo!
Dana e Nicoletta sono recluse per blocco stradale, come non avveniva in Italia dai tempi di Scelba, e Stefano Milanesi è agli arresti domiciliare per una resistenza a pubblico ufficiale nel 2015. Anche lui gode di un trattamento speciale di altri tempi, ma è un ex di Prima Linea e questo permette ai giornali di fare dei bei titoli che accostano terrorismo e lotta NOTAV. Intanto la politica, sempre cosi attenta alle istituzioni europee, ignora che la Corte dei Conti UE ha giudicato il TAV Torino-Lione un'opera troppo costosa, sostanzialmente inutile e dannosa per l'ambiente. Così come esperti indipendenti di ogni dove da tempo certificano. Ma oramai quest'opera non è più una scelta economica, ma un principio politico sul quale si gioca la faccia di tutta la classe di governo, compresa quella parte dichiaratasi contraria, ma che poi sostiene chi manda avanti i lavori. Il TAV si fa solo per ragioni politiche ed il popolo della Valle Susa. subisce un regime poliziesco e giudiziario di pura persecuzione politica. Le ragioni e i principi dello stato di diritto sono scomparsi in Valle Susa, provincia di Erdogan. E ricordiamoci sempre che i soprusi e le aggressioni contro la democrazia hanno sempre la maledetta caratteristica di diffondersi, se non vengono fermati in tempo.
di Massimiliano Mariotti
Il Resto del Carlino, 19 settembre 2020
Con la Fondazione Carisap, la Caritas e la Aquilone i corsi di cucina nel carcere di Marino del Tronto. Cuochi si nasce o si diventa. Presentato alla Bottega del terzo settore il percorso formativo per la cucina con forno promosso dalla Caritas con la cooperativa Ama Aquilone e realizzato grazie al fondamentale contributo della Fondazione Carisap, che sarà rivolto ai detenuti del carcere di Marino del Tronto. "Quello che abbiamo pensato di realizzare nel carcere rappresenta un impegno a lavorare in questo luogo di affettività - ha esordito don Alessio Cavezzi, cappellano della Casa circondariale.
Grazie a questo progetto i detenuti potranno riuscire ad arricchire i piatti in maniera fantasiosa utilizzando gli ingredienti a disposizione. Crediamo fermamente che il cibo possa veicolare un sentimento di premura, oltre che costituire un fabbisogno primario della nostra quotidianità. Nel riuscire in questo abbiamo incontrato una grande disponibilità nella fondazione Carisap che ci ha permesso di dotarci di un forno professionale e di rimettere a nuovo gli ambienti della cucina dell'istituto. Potremo contare anche su una impastatrice, un trita verdure multifunzionale e una lavastoviglie. Il corso vedrà la partecipazione di 12 detenuti per un totale di 72 ore che si svilupperanno in lezioni teoriche e pratiche.
Chiaramente il tutto si volgerà in totale sicurezza per quanto riguarda gli ambienti di lavoro. Questa iniziativa riuscirà a stimolare lo spirito di collaborazione tra i detenuti e con i formatori". "Con don Alessio - ha detto la direttrice Eleonora Consoli -, avevamo pensato a questo tipo di progetto. Grazie alla Caritas siamo riusciti a metter giù l'idea poi la fondazione, da sempre molto sensibile al sociale, ci ha dato la forza economica per realizzarlo".
Infine il saluto di Davide Angelo Galeati, presidente della fondazione: "Credo che la fondazione debba sempre abbracciare queste iniziative sociali di importante valore. Siamo onorati di aver permesso di realizzare un'iniziativa del genere e ben vengano altri futuri".
rosinonetoday.it, 19 settembre 2020
Il Garante Anastasìa: "Una presenza importante, soprattutto in un momento come questo, in cui l'emergenza Covid ha reso meno frequenti i contatti con familiari, associazioni e legali di fiducia". A marzo, a tal proposito, non erano mancate accese proteste.
Stefano Anastasìa, Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, si recherà lunedì 21 settembre presso le case circondariali di Frosinone e Cassino per illustrare un progetto teso all'integrazione e al rafforzamento della tutela dei reclusi: la rete degli sportelli per i diritti dei detenuti. Si tratta di un'iniziativa attivata dallo stesso Garante, istituito nell'ormai lontano 2003 con apposita legge regionale, in sinergia con università e associazioni qualificate.
Anastasìa, dopo aver già presentato il progetto in vari istituti penitenziari (Viterbo, Rieti, Rebibbia femminile, Civitavecchia, Regina Coeli e Rebibbia maschile), farà altrettanto nelle carceri della provincia di Frosinone. "È un servizio - spiega il Garante - che abbiamo voluto promuovere per garantire una continuità di comunicazione tra l'ufficio del Garante e i detenuti, mettendo in rete esperienze e professionalità qualificate già sperimentate, come quelle dell'università Roma Tre che assicurerà la presenza in loco ogni due settimane di suoi volontari, studenti universitari assistiti da tutor esperti. Si tratta di una presenza particolarmente importante, soprattutto in un momento come questo, in cui l'emergenza Covid ha reso meno frequenti per i detenuti i contatti con i propri familiari, le associazioni e con gli stessi legali di fiducia". A marzo, infatti, si registrarono proteste anche nei carceri di Frosinone e Cassino.
Il progetto prevede l'attivazione di una rete di sportelli per l'informazione e l'orientamento delle persone detenute sui loro diritti, con particolare riferimento alle tematiche di competenza del Garante, quali le condizioni di vita di vita in carcere, l'assistenza sanitaria, l'istruzione scolastica e universitaria, la formazione professionale, l'orientamento e l'inserimento lavorativo, l'accesso ai benefici e alle misure alternative alla detenzione e il sostegno al reinserimento sociale a fine pena.
monzaindiretta.it, 19 settembre 2020
"Dare fiducia è la parola chiave da cui partire per promuovere, nei fatti, il reinserimento sociale dei detenuti. Il Garante è lo strumento per avvicinare l'universo del carcere alla realtà che c'è fuori, per far parlare i due mondi". Con queste parole il Sindaco di Monza Dario Allevi presenta il bando per il "Garante per i diritti delle persone private della libertà personale" pubblicato oggi.
Chi è il Garante. Il Garante, istituito da una delibera del Consiglio Comunale approvata all'unanimità il 21 febbraio 2019, si occuperà dei diritti di chi è stato privato della libertà personale, oltre che della sensibilizzazione sul tema dei diritti umani di chi è detenuto. Ha il delicato compito di segnalare il mancato rispetto delle garanzie, anche costituzionali, a tutela di chi ha commesso reati e sta scontando una pena o è in attesa di giudizio.
Chi può presentare domanda. Il Sindaco nomina il Garante "fra persone di indiscusso prestigio e notoria fama nel campo delle scienze giuridiche, dei diritti umani ovvero delle attività sociali". Non può presentare la propria candidatura chi si trova in una delle situazioni di ineleggibilità previste per la carica di Consigliere Comunale, chi ricopre il ruolo di amministratore o legale rappresentante in associazioni che operano nel campo dei problemi penitenziari, chi esercita la professione di avvocato o funzioni pubbliche nei settori della giustizia e della sicurezza e/o chi riveste cariche pubbliche elettive. Il Garante resta in carica per la durata del mandato del Sindaco e può essere rinnovato una sola volta. Il ruolo non dà diritto ad alcun compenso.
Come partecipare. Il modulo per presentare la propria candidatura può essere scaricato dal sito del Comune (comune.monza.it). La domanda - completa del proprio curriculum vitae, dell'elenco delle cariche ricoperte all'interno di istituzioni elettive ed in enti, associazioni, aziende, società pubbliche e private e della copia della carta d'identità - deve essere inviata via pec all'indirizzo
di Francesca Sabella
Il Riformista, 19 settembre 2020
Ziccardi: pochi parlamentari visitano i penitenziari sebbene possano farlo liberamente. Polidoro: chi si trova in cella non è informato e la burocrazia rende tutto più farraginoso.
Le sbarre di ferro delle celle separano i detenuti da quello che c'è fuori. Dovrebbero avere una funzione rieducativa con l'obiettivo di reinserirli nella società. Ma fanno molto altro, cioè li separano dai loro diritti e li inducono a credere di non averne più, perché l'arrendevolezza di fronte all'indifferenza di quasi tutti è più forte della consapevolezza di essere uomini e, come tali, titolari di una posizione giuridica all'interno di una comunità.
La percentuale dei detenuti che esprime il proprio voto è bassissima. Indice del fatto che ai reclusi non interessano le sorti della società libera nella quale un giorno dovranno tornare. Società che nel frattempo si è dimenticata di loro. La società sì, ma anche e soprattutto la politica. "I detenuti non sono incentivati a votare innanzitutto perché nessuno si occupa di loro - spiega Annamaria Ziccardi, presidente della Onlus Carcere Possibile.
I parlamentari, unici autorizzati ad entrare in carcere liberamente, visitano molto di rado quelle strutture, tranne chi ha una storia nei radicali". I politici girano la faccia dall'altra parte davanti a carceri sovraffollate che cadono a pezzi, suicidi che aumentano di anno in anno, mancanza di agenti penitenziari e di psicologi che dovrebbero seguire i reclusi ritenuti a rischio e un'idea sempre più punitiva e meno rieducativa della pena.
"La mancata riforma penitenziaria, le misure carce rocent r iche attuate, sicuramente non correggono la disaffezione dei detenuti verso il voto - dice Zaccardi - Nessuno ha interesse ad andare a fare, con le dovute autorizzazioni, campagna elettorale in carcere perché i detenuti sono considerati di scarso interesse politico".
Assenza della politica e dell'amministrazione, ma anche mancanza di cultura alla base della scarsa attenzione dei detenuti al voto. "Non parlerei di decisione di non votare, ma di mancanza di informazione su tale possibilità - spiega Riccardo Polidoro, responsabile dell'osservatorio carcere dell'unione delle camere penali italiane - La maggior parte dei detenuti non sa di poter esercitare tale diritto sia per ragioni culturali, quindi non lo fa per ignoranza, sia perché l'amministrazione penitenziaria e gli stessi politici non hanno alcun interesse al loro voto. L'amministrazione perché deve impegnarsi affinché il voto sia espresso, i politici perché una campagna elettorale che abbia per oggetto anche il voto nelle carceri sarebbe purtroppo impopolare".
Non solo, secondo Polidoro l'iter per fare richiesta di votare non è poi cosi semplice. "Le criticità sono molte - spiega - Innanzitutto il meccanismo è troppo burocratizzato e ha tempi lunghi, per tale ragione non sempre si riesce a consentire al detenuto di votare. Ma quella più grave è la disinformazione generale che coinvolge tutto il sistema".
E non solo. "I problemi per il detenuto che vuole votare sono molteplici - sottolinea Polidoro - Innanzitutto sono organizzativi per la struttura che lo ospita. Non ha poi un vero referente politico per i suoi innumerevoli diritti quotidianamente non rispettati e, pertanto, l'espressione del voto non è facile".
Come rimediare? "Deve cambiare l'approccio culturale all'esecuzione della pena - conclude Polidoro - Lo Stato deve favorire il voto nelle carceri e la politica esprimere le proprie idee anche dentro le carceri, dove si deve consentire ai candidati di chiedere il voto in base a un programma che veda in prima linea il rispetto dei principi costituzionali".
di Giuseppe Di Bisceglie
Corriere del Mezzogiorno, 19 settembre 2020
Il presidente dell'Ordine attacca Bonafede e rilancia. "La gestione dell'edilizia giudiziaria a Bari sia affidata ad un commissario giudiziario". È la richiesta del presidente dell'ordine degli avvocati di Bari Giovanni Stefanì, che vuole interpretare il pensiero di tutti quei penalisti che da oltre due anni sono costretti a dover distribuire la propria attività nelle sette sedi provvisorie, sparse un po per tutta la provincia. La necessità di una Cittadella della Giustizia è apparsa ancor più evidente quando, il 23 maggio del 2018, su disposizione della stessa Procura di Bari, fu disposto lo sgombero del Palazzo di Giustizia di via Nazariantz per rischio crolli. Il seguito è storia: per mesi le udienze si sono celebrate, quando si è potuto, all'interno di tende. Poi il passaggio in altri edifici.
Ma oggi, con l'emergenza coronavirus, le esigenze sono cambiate. Per questo, al presidente Stefanì non sono piaciute le dichiarazioni del ministro Bonafede, in visita nei giorni scorsi a Foggia, in cui ricordava proprio l'emergenza del maggio 2018. "C'è tanto da fare. C'è un progetto di cittadella giudiziaria anche a Bari su cui stiamo portando avanti il percorso che abbiamo già pensato" ha ammesso il Guardasigilli. E ha poi aggiunto: "Speriamo di poter accelerare ulteriormente i tempi. I miracoli non si possono fare. Sappiamo che a Bari c'è il problema del cosiddetto 'spezzatino´, lo chiamano così perché ci sono tanti edifici che ospitano gli uffici giudiziari. I cittadini sappiano che per il ministero della Giustizia ci sono situazioni di trincea, in cui riteniamo che la legalità, l'affermazione della legalità sia uno dei punti di partenza per il rilancio di una terra meravigliosa come questa".
Parole che hanno scatenato la furia del presidente degli avvocati baresi Stefanì. "Leggere che il ministro nutra la speranza di poter accelerare ulteriormente i tempi aggiungendo che i miracoli non si possono fare ci fa cadere le braccia" ha protestato il presidente dell ordine degli avvocati. "Ma quale ulteriore accelerazione? L'ultimo atto ufficiale del Ministero, la firma del protocollo per la sua realizzazione, risale al luglio 2019 mentre l'ultima riunione allo scorso gennaio, quando i funzionari del Ministero garantirono tempi di record per le procedure riguardanti la nuova Cittadella della Giustizia. Da allora più nessuna notizia", ha stigmatizzato.
Intanto ci sono ancora due importanti problemi da risolvere: la ricerca di uno spazio pubblico che possa ospitare le affollate udienze del processo Banca Popolare di Bari e il ritardo dei lavori di ristrutturazione della sede del tribunale di Piazza De Nicola.
di Roberto Ciccarelli
Il Manifesto, 19 settembre 2020
Nel "Dl semplificazioni" la norma non c'è. I presidi: "Scarsa attenzione dalla politica". Il movimento "Priorità alla scuola": "Nelle scuole iniziano a essere sottoposti ai genitori "patti di corresponsabilità". Nella conversione in legge del decreto "semplificazioni" la proposta di attenuazione della responsabilità penale di presidi, docenti e personale Ata in caso di contagio da Covid 19 in una scuola non è stata accolta. La questione è emersa quando il decreto è stato pubblicato nella Gazzetta ufficiale di lunedì 14 settembre. Il testo sullo "scudo penale" che non è stato accolto prevedeva che il personale scolastico avrebbe dovuto risponde "verso terzi dei danni limitatamente ai casi in cui la produzione del danno" fosse dovuta "a dolo o colpa grave". In pratica, la responsabilità di un mancato rispetto delle norme stabilite dal comitato tecnico scientifico e applicate dai protocolli sottoscritti per la scuola sarebbe attribuita a una delle figure della "comunità educante" solo in caso di un contagio avvenuto nell'istituto.
Questo problema è stato posto già dagli imprenditori in questi mesi e dopo la "riapertura" del 4 maggio. Il 15 maggio l'Inail ha precisato che "dal riconoscimento del contagio come infortunio sul lavoro non deriva automaticamente una responsabilità del datore di lavoro. Non si possono confondere i criteri applicati per il riconoscimento di un indennizzo a un lavoratore infortunato con quelli totalmente diversi che valgono in sede penale e civile, dove l'eventuale responsabilità del datore di lavoro deve essere rigorosamente accertata attraverso la prova del dolo o della colpa". Come è stato chiarito dai giuristi questo non significa evitare l'azione penale per la verifica delle responsabilità. Una nota del Miur del 20 agosto, a chiarimento del protocollo sulla sicurezza del 6 agosto, ha seguito questa impostazione ma non sembra avere rassicurato i presidi: "Siamo estremamente delusi dal mantenimento di un regime punitivo retrogrado che, ben lungi dal garantire ai cittadini una vera tutela, si limita a cercare un capro espiatorio - ha detto Antonello Giannelli dell'associazione nazionale dei presidi - Continueremo la nostra battaglia di civiltà giuridica per affermare il principio della responsabilità sostenibile".
I presidi hanno sollevato un altro problema che riguarda l'obbligatorietà dei certificati medici, annullata l'anno scorso, che gli studenti dovrebbero esibire al rientro di un'assenza per malattia superiore ai tre giorni. Alberto Villani, presidente Società italiana di pediatria e membro del comitato tecnico scientifico, ha osservato che, nel caso dei bambini in particolare, l'esigenza di questo certificato potrebbe imporre un'assenza di oltre una settimana. I tempi per ottenere il tampone, unico strumento ad oggi capace di attestare un contagio da Covid, sono infatti lunghi. Da qui l'esigenza di diffondere i "test rapidi".
In queste incertezze si può generare un meccanismo nefasto di scaricabarile fuori e dentro le scuole. Senza contare la trasformazione dello stesso personale scolastico in controllori dei comportamenti sui quali possono scaricarsi anche le tensioni con i presidi. In queste condizioni una semplice febbre, o altre malattie stagionali, tanto negli studenti quanto nei lavoratori, possono fare scattare il panico. Problemi che "possono trasformarsi in odissee burocratiche e interpretative che svuoteranno rapidamente gli edifici scolastici. E per forza di cose, si finisce sui "patti di corresponsabilità" che cominciano a essere consegnati dalle scuole per le firme dei genitori. Norme, pareri, linee guida, ambiguità hanno prodotto disparità e aberrazioni locali in materia di comportamenti da tenere a scuola e di certificati da presentare. In queste condizioni, la parola d'ordine della "responsabilità" diventa solo una declinazione di una minaccia in stile burocratese, per ricadere nel vuoto" ha commentato su Facebook il movimento "Priorità alla scuola" che ha indetto una manifestazione a piazza del popolo a Roma il 26 settembre per chiedere una svolta sull'istruzione, la fine del precariato, regola certe per la vita scolastica e investimenti. Alla manifestazione hanno aderito i sindacati Flc Cgil, Cisl e Uil scuola, Gilda, Snals, Cobas e gli studenti dell'Uds.
La girandola dei numeri sul precariato continua tra il ministero dell'Istruzione e i sindacati. Il primo ieri ha sostenuto che i posti precari sono 130 mila e, ad oggi, sono già state fatte oltre 110 mila assegnazioni. Per la Gilda la realtà è diversa: "Non siamo neanche a metà del guado. Il numero di stabilizzazioni è dimezzato".
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 19 settembre 2020
La ferocia dei nostri giorni non è un virus che colpisce in modo oscuro e casuale ma una conseguenza. Il tasso di disoccupazione di Artena è il 17,3%, quello di Paliano il 20,3%: quasi il doppio di Roma. L'istituto Morano di Parco Verde, a Caivano, si batte contro uno dei livelli di dispersione scolastica più alti della Campania e, dunque, d'Italia. Ad Ardea la crisi s'è fatta business e anche i buoni spesa del Covid-19 sono finiti sul mercato nero. Ad Alatri da un paio d'anni la fame ha riportato in auge i furti di galline. Dati ed episodi che direbbero molto: e, tuttavia, sono rari da trovare nelle narrazioni dei nuovi orrori che salgono dalle pieghe del Paese. Il discorso pubblico tiene ormai in gran sospetto quasi ogni lettura sociale o economica della ferocia quotidiana.
La Commissione parlamentare d'inchiesta sulle periferie della scorsa legislatura ha messo nero su bianco che per riscattarci da questa ferocia dovremmo investire un miliardo l'anno per dieci anni su istruzione, infrastrutture, bonifica dei quartieri più disagiati. Ma, ancora oggi, avanzare l'ipotesi che i cosiddetti mostri della cronaca nera celino qualcosa di più complesso dietro il loro ghigno caricaturale, può costare l'accusa di garantismo peloso quando non, addirittura, di buonismo, l'addebito più infamante dei nostri tempi cupi. Frantumate le ideologie novecentesche, sembrano rotti anche gli occhiali che esse portavano in dote per decifrare gli avvenimenti. Dunque, la Cattiveria 4.0 assume un connotato puramente escatologico e pare attaccarsi agli umani come un virus, in modo oscuro e casuale, sfigurandoli in stereotipi negativi. Per dirla con un nome eterno: l'inspiegabile (e inspiegato) Franti del libro Cuore, prima della memorabile rilettura di Umberto Eco.
Ma è davvero così? Forse no, a guardar meglio. Esiste una consonanza, più forte del machismo da social o del maschilismo da sceneggiata napoletana, che lega posti come Artena e Caivano, Ardea e Alatri, solo volendo indugiare sugli ultimi luoghi di una geografia che ci appare spaventosa e incomprensibile. Scuole mai finite, redditi non giustificabili, una famiglia forse non povera di mezzi ma sprovvista di valori, i fratelli ora più detestati dai social, Marco e Gabriele Bianchi, sembrano avere più d'una prossimità fisiognomica con i picchiatori di Alatri che, il 25 marzo 2017, ammazzarono Emanuele Morganti, un innocente ventenne, davanti a decine di persone dopo una serata in discoteca, proprio come Willy Monteiro Duarte (anche qui, una lite da nulla, la cocaina a infiammare teste vuote, e il vuoto di piazze e strade dove è più facile spacciare che aprirsi una bottega).
Quel suono così simile è il grido di dolore delle nostre periferie. Attenzione: non solo geografiche, in quanto lontane da un centro, ma economiche, culturali; e persino esistenziali (come ricordò Jorge Mario Bergoglio ancora cardinale, spronando la Chiesa a entrarvi per cercare i nuovi ultimi, gli scarti della società). Il regista Daniele Vicari, che ha dedicato al delitto di Alatri uno spiazzante libro uscito per Einaudi, "Emanuele nella battaglia", coglie con molta efficacia l'elemento della serialità di questi eventi, resi irreali nella loro narrazione banalizzata, grazie alle parole che gli consegna la sorella di Emanuele, Melissa: "A me, Danie', non mi sono mai piaciute le serie tipo Romanzo Criminale e Gomorra, so' tutti fichi, tutti forti, tutti vincenti pure se so' assassini e schiattano tutti, mah...". La realtà è noiosa, o faticosa da capire, meglio trasfigurarla in un eterno copione tv.
Pare che il papà della compagna di Gabriele Bianchi, un politico locale di Forza Italia, si sia rimproverato di non aver scoraggiato abbastanza la figlia, incinta di un samurai da fumetto che neanche a piangere azzeccava un congiuntivo. Ora, se è evidente che la confidenza con la grammatica non preserva dal cortocircuito della mente (gli assassini del Circeo venivano da ottime scuole del quartiere Trieste di Roma) è difficile non ritrovare quella nota comune negli orrori ricorrenti del Parco Verde di Caivano, oggi sfondo del dramma di Maria Paola Gaglione, ammazzata in scooter dal fratello perché innamorata di un ragazzo trans, e ieri, appena pochi anni fa, della morte atroce di due bambini abusati. Parco Verde è un esperimento andato storto (come Scampia a Napoli, Corviale a Roma o lo Zen di Palermo): un falansterio di periferia occupato anche urbanisticamente dall'illegalità. E nelle periferie, o nella vecchia provincia diventata adesso periferia della periferia, si combatte da anni una guerra civile a bassa intensità: dentro le trincee degli alloggi popolari, dei mezzi pubblici, ma anche delle discoteche o dei parcheggi. Per un parcheggio, ad Ardea, periferia problematica della città metropolitana di Roma, la campionessa di basket paralimpico Beatrice Ion è stata insultata sanguinosamente da un razzista che ha spedito in ospedale suo padre, accorso per proteggerla. L'infamia più recente, in una serie che pare infinita, è il pestaggio di un settantenne veneto, unico a intervenire in strada per difendere una ragazza.
Certo, il vuoto peggiore è il vuoto di senso. Dopo la morte di Willy, uno degli ultimi grandi vecchi della Repubblica, Emanuele Macaluso, si è chiesto quale sia "la vita sociale in tanti comuni, e non solo nel Mezzogiorno", svaniti i partiti come centri di aggregazione e in affanno anche la Chiesa, nonostante il monito di Francesco. Non tutto si risolve con l'intervento pubblico. Ma la legislatura nata dalle elezioni del 2018 non è partita bene, dissolvendo in coriandoli i due miliardi del Bando Periferie voluto da Renzi e Gentiloni e cancellando la Commissione parlamentare d'inchiesta. Nel programma di resurrezione del dopo Covid-19 la scuola avrà un posto di primo piano, ci dicono tutti. Antonio Polito su queste colonne ne ha rammentato l'importanza come antidoto al nichilismo. Più soldi sulle scuole (soprattutto nei quartieri del disagio) e più prestigio per i docenti non riscatteranno ormai Gabriele Bianchi, colpevole o innocente che venga giudicato. Ma aiuteranno suo figlio a distinguere tra un videogioco da combattimento e una rissa letale, tra la maschera grottesca di Genny Savastano e la maschera di dolore di un uomo in carne e ossa.
stiletv.it, 19 settembre 2020
Esperienze di vita. Il viaggio verso Roma a metà novembre di Scena Teatro e l'Icatt di Eboli, accompagnati dal format "Teatro casalingo" nato durante l'emergenza sanitaria da covid 19, per la settima edizione della rassegna nazionale di teatro in carcere "Destini Incrociati".
La produzione video a distanza, voluta dal Direttore artistico Antonello De Rosa e dal Direttore organizzativo Pasquale Petrosino con protagonisti i ragazzi dell'istituto carcerario diretto da Concetta Felaco, sarà protagonista della rassegna che si terrà presso il Dams dell'Università di Roma Tre. "Destini Incrociati" è promossa dal Coordinamento nazionale teatro in Carcere in collaborazione con il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria ed il Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità.
"Un connubio molto interessante - commenta Antonello De Rosa - perché grazie all'Icatt, Scena Teatro porta l'esperienza e la solidarietà del teatro all'interno dell'istituto e tutto ciò fa si che gli ospiti possano esternare i propri sentimenti. La rassegna è una motivazione in più per i detenuti ad impegnarsi per una passione". Entusiasta di tale connubio anche il direttore dell'Icatt di Eboli. "Si è avuta la capacità, grazie al contributo di Scena Teatro - afferma Concetta Felaco - di reinventarsi e seguire questo percorso riproposto con un collegamento a distanza.
Un banco di prova per tutti ed i partecipanti hanno dimostrato tante diverse abilità. L'obiettivo della rassegna è di valorizzare le esperienze attive teatrali all'interno degli istituti penitenziari, e sarà realizzato a metà novembre. Per noi è motivo di orgoglio e pregio visto che abbiamo potuto offrire, attraverso il lavoro di Antonello De Rosa e Teatro casalingo, alla nostra utenza la prosecuzione del laboratorio teatrale".










