di Errico Novi
Il Dubbio, 17 settembre 2020
L'Aiga, Associazione italiana giovani avvocati, con una nota in cui chiede di definire in una norma "la specifica ipotesi di legittimo impedimento per l'avvocato collegato all'emergenza sanitari.
Ora c'è pure il congedo parentale da Covid. C'è per i dipendenti pubblici. Ma non esiste nulla di simile per gli autonomi. Neppure per chi, come l'avvocato, svolge l'insostituibile funzione di tutelare i diritti. A farlo notare è l'Aiga, Associazione italiana giovani avvocati, con una nota in cui chiede di definire in una norma "la specifica ipotesi di legittimo impedimento per l'avvocato collegato all'emergenza sanitaria".
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 17 settembre 2020
Il partito dei Pm ha demolito l'intera istituzione che ormai è travolta da beghe, giochi di potere, ricatti. Non solo non ha la forza di autoriformarsi ma rifiuta persino di mettersi in discussione.
di Errico Novi
Il Dubbio, 17 settembre 2020
La corsa per arrivare a sentenza entro il 16 ottobre espone il processo disciplinare all'annullamento. Udienze a raffica e testi esclusi pur di chiudere prima che Davigo (giudice dell'ex leader Anm) lasci la magistratura.
Il punto è Davigo. Resta al Csm? Resta consigliere e quindi giudice disciplinare di Palamara anche dopo il 20 ottobre, giorno in cui compirà 70 anni e si congederà dalla magistratura? L'incognita ha indotto Palazzo dei Marescialli a una forsennata accelerazione sul procedimento a carico dell'ex leader Anm: sentenza il 16 ottobre anziché, com'era stato previsto, a dicembre. Pur di non sciogliere ora il nodo sulla permanenza in Consiglio dell'ex pm del Pool, il collegio disciplinare si espone al rischio di un clamoroso flop.
Vale a dire di una corsa così sfrenata da lasciare la sentenza sotto la scure dell'impugnazione e addirittura di un annullamento. Il pg Giovanni Salvi ha prefigurato la sanzione più severa, l'espulsione di Palamara dall'ordine giudiziario. Plausibile o meno che sia l'ipotesi, già il modo in cui si pensa di arrivarvi pare claudicante. Alla difesa di Palamara potrebbe bastare un ricorso alle sezioni unite della Suprema corte. E se pure andasse male, difficilmente la Corte europea dei Diritti umani potrebbe ignorare le doglianze all'incolpato.
Il ritmo che martedì sera la sezione disciplinare ha deciso di imprimere al calendario è "sorprendente", per usare un aggettivo di Stefano Giaime Guizzi, il magistrato di Cassazione che difende Palamara nel "processo" al Csm. Con l'ordinanza dell'altro giorno (emessa insieme con quelle di rigetto di varie eccezioni degli incolpati) il collegio ha fissato 11 udienze in 20 giorni lavorativi. Si riprende domani, si va avanti il 23, 28, 29 e 30 settembre, poi tour de force a ottobre fino alla sentenza fissata per il 16. Procedimenti a carico degli altri cinque incolpati (tutti togati che si sono dimessi dall'attuale consiliatura) posticipati a partire dal 23 ottobre.
Tutto per lasciare campo libero al solo "disciplinare" di Palamara. Occupata ogni possibile casella del calendario per la quale Guizzi non avesse già preannunciato impedimenti. Gli capitasse da preparare un appunto per il presidente della sua sezione al Palazzaccio (la terza penale), dovrà lavorare di notte. Ma le 11 udienze in 20 giorni potrebbero non bastare: Palamara già a luglio aveva chiesto di sentire 133 testi.
"Non vogliamo affatto la Norimberga della magistratura", spiega Guizzi, "c'è bisogno di un approfondimento probatorio intenso perché solo così si può verificare non solo se vi siano state le interferenze addebitate a Palamara, ma anche quale sia stata la loro eventuale gravità".
La logica del magistrato che difende il pm romano è semplice: "Come per tutti gli organi costituzionali, anche nel caso del Csm la disciplina sul suo funzionamento è piuttosto rarefatta. Ci si deve basare sulle consuetudini. E solo se si ricostruiscono le prassi, non solo della consiliatura in corso ma anche di alcune delle precedenti, si può stabilire se le condotte del dottor Palamara siano state effettivamente devianti. O se si inseriscano invece nel solco di prassi consolidate".
Chiarissimo. Ora, poniamo pure che domani, quando il collegio disciplinare si riunirà di nuovo, la lista testi venga tagliata, Guizzi si chiede "fino a che punto sia legittima una riduzione". Se, pur di arrivare, costi quel che costi, a sentenza il 16 ottobre, si esagera, è evidente che si lascerebbe alla difesa di Palamara un materiale fantastico per una successiva impugnazione della condanna.
Ricorso facile facile alle sezioni unite o, in extrema ratio, alla Cedu. E nei gradi di giudizio superiori, la tesi dell'inderogabile necessità, per la difesa, di un approfondimento dibattimentale più ampio troverebbe probabilmente ascolto. Così, pur di evitare che una presenza di Davigo nel collegio disciplinare anche successiva al suo congedo dalla magistratura offra motivo per eccepire la nullità del giudizio, si rischia di veder impugnata la sentenza per la compressione dei diritti di difesa. Un'astensione dell'ex pm del pool avrebbe risolto tutto.
Ma non c'è stata, nonostante Palamara la reclamasse. Già se si fosse certi dell'imminente uscita di Davigo dal Csm, la prospettiva sarebbe meno indecifrabile. Ma di certezze in merito non se ne hanno, se non rispetto alla determinazione del consigliere nel reclamare il proprio diritto a restare in carica (come riferito in altro servizio del giornale, ndr). Certo è paradossale che un enigma legato al più intransigente dei magistrati possa pregiudicare il processo nei confronti del collega che, per gli amanti dei capri espiatori, incarna tutte le possibili deviazioni dell'ordine giudiziario.
di Cristina Palazzo
La Repubblica, 17 settembre 2020
I giudici le hanno negato le misure alternative. Attimi di tensione con i militanti che presidiavano la casa: "Decisione assurda e ingiusta". Annunciato, l'arresto della portavoce No Tav è scattato nella notte. Alcuni agenti della Digos si sono presentati a casa sua, a Bussoleno. Dana Lauriola è stata prelevata per essere trasferita in carcere, alle Vallette di Torino Ci sono stati dei momenti di tensione con il gruppo di No Tav che da quando è diventato noto l'ordine di carcerazione presidiavano l'abitazione della militante valsusina. Ma si sono risolti in breve tempo.
L'attivista, 38 anni, dovrà scontare una condanna di due anni per i fatti avvenuti nel 2012 quando durante la protesta fu bloccato il casello stradale di Avigliana. La notizia della condanna, per cui sono state rifiutate le pene alternative proposte dalla difesa, è arrivata nei giorni scorsi e da allora fuori dall'abitazione gli attivisti del movimento hanno organizzato un presidio fisso "in attesa che vengano a prenderla".
Da giorni decine di No Tav erano a Bussoleno - davanti alla casa dove Dana vive con i suoi gatti - per protestare contro una decisione considerata "assurda e ingiusta". Questa notte quando la polizia è arrivata per eseguire l'ordine, è partito l'appello sui social e si sono radunati in 40 circa: "La polizia è arrivata di fronte a casa di Dana, un intero quartiere di Bussoleno è militarizzato, ma si riesce ancora a raggiungere il presidio permanente attraverso le vie adiacenti". Hanno parlato di "un blitz in pieno stile per portare in carcere una donna, una compagna la cui unica colpa sarebbe quella di aver gridato le motivazioni del nostro No al Tav in un megafono. Ma noi siamo qui al suo fianco, non la lasceremo sola e non faremo passare liscia questa ennesima ingiustizia del forte sul debole".
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 17 settembre 2020
Corte di cassazione - Sezione II - Sentenza 16 settembre 2020 n. 26105. La partecipazione del difensore d'ufficio non basta a dimostrare che l'imputato sia a conoscenza del processo. Con la sentenza 26105, la Corte di cassazione, accoglie il ricorso contro la decisione della Corte d'Appello di respingere l'istanza di rescissione del giudicato in relazione ad una sentenza irrevocabile. Ad avviso dei giudici territoriali, infatti, il ricorrente non aveva provato di non essere a conoscenza del processo senza una sua colpa.
La Corte di merito aveva valorizzato in particolare due elementi. L'imputato aveva eletto il suo domicilio presso il difensore d'ufficio, circostanza dalla quale derivava il dovere di tenersi informato sugli sviluppi del procedimento a suo carico. In più il legale aveva partecipato regolarmente al dibattito in primo e in secondo grado, senza sollevare eccezioni sulla notifica degli atti e sull'impossibilità a comparire del suo assistito. Ma per la Cassazione non basta.
Le sezioni unite, infatti, con un'informazione provvisoria hanno chiarito che la sola elezione del difensore d'ufficio da parte dell'indagato non è sufficiente per dichiarare l'assenza. Il giudice è comunque tenuto a verificare, anche in presenza di altri elementi, l'effettiva instaurazione di un rapporto professionale tra il legale domiciliatario e l'indagato. Nello specifico la Corte d'appello ha concluso per la conoscenza basandosi sull'elezione di domicilio e sulla partecipazione del legale nei gradi di merito. Per la Suprema corte l'ordinanza impugnata va annullata proprio alla luce del recente principio. Dalla sola partecipazione del difensore non si può dedurre la conoscenza, al contrario pesa l'impossibilità del difensore nel reperire l'assistito per il pagamento della parcella.
di Giampaolo Piagnerelli
Il Sole 24 Ore, 17 settembre 2020
No al gratuito patrocinio se l'imputato ha accumulato proventi illeciti tali da precludere l'accesso al beneficio. Lo precisa la Cassazione penale con la sentenza n. 26053/20. La vicenda - La Corte si è trovata alle prese con un soggetto che aveva proposto ricorso contro il provvedimento del Tribunale che non aveva concesso l'ammissione al gratuito patrocinio. L'ordinanza impugnata secondo il ricorrente sarebbe stata illegittima avendo ritenuto sussistente la presunzione di "supero" di cui all'articolo 76 del Dpr 115/02, trascurando tuttavia che la Consulta avesse dichiarato illegittima la norma.
I Supremi giudici, tuttavia, non hanno fornito alcuna risposta in merito alla pronuncia della Consulta in quanto il diniego al beneficio era palese perché l'imputato aveva accumulato un cospicuo reddito frutto di 40 anni di attività illecita. E ciò risulta in linea con l'insegnamento della sentenza Traiano secondo cui "ai fini dell'ammissione al patrocinio a spese dello Stato il giudice deve tenere presente anche i redditi da attività illecite percepite dall'istante, la cui esistenza può essere provata ricorrendo anche a presunzioni semplici".
di Giampaolo Piagnerelli
Il Sole 24 Ore, 17 settembre 2020
Corte di cassazione - Sentenza 26089/20202. L'invio telematico di false dichiarazioni Iva con apposizione di un visto di conformità mendace omettendo qualsivoglia controllo è sintomatico del contributo del commercialista al compimento alle attività illecite del cliente. Pertanto è configurabile una responsabilità a titolo di concorso nel reato.
A fornire questa rigorosa interpretazione, ancorché relativa alla fase cautelare, è la Corte di cassazione, con la sentenza 26089 depositata ieri. Nell'ambito di un complesso procedimento penale a carico di diversi indagati per vari reati, tra i quali la dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici e l'indebita compensazione di crediti inesistenti, era disposto il sequestro anche nei confronti di un commercialista nella qualità di consulente fiscale di alcune società riconducibili a contribuenti indagati.
In sintesi alcune imprese avevano presentato la dichiarazione Iva con dati sugli acquisti non veritieri maturando numerosi crediti, successivamente compensati in modo indebito. Il professionista impugnava la misura cautelare, ma il tribunale del riesame ne confermava la legittimità. Avverso tale decisione era proposto ricorso per cassazione.
Secondo la tesi difensiva, il tribunale del riesame avrebbe, tra l'altro, errato nel ritenere sussistente il delitto di dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici. Infatti nell'anno di svolgimento degli illeciti (2014) era in vigore la precedente versione del delitto in base alla quale occorreva, oltre ai mezzi fraudolenti idonei a ostacolare l'accertamento e il superamento della soglia di imposta evasa, anche la falsa rappresentazione delle scritture contabili. Nella specie tali falsità erano mancanti.
La Suprema corte ha rigettato il ricorso. I giudici di legittimità hanno precisato che la valutazione, stante l'oggetto del giudizio (misura cautelare) riguardava l'eventuale sussistenza del cosiddetto "fumus commissi delicti" e non quindi la provata colpevolezza del ricorrente. Nella specie, il commercialista aveva fornito un apprezzabile contributo al compimento delle attività illecite in quanto lo studio professionale aveva provveduto all'invio telematico delle false dichiarazioni apponendovi il visto di conformità di sicuro mendace. Il professionista incaricato aveva omesso qualsivoglia controllo, non trattenendo peraltro copia della documentazione contabile.
Alla luce di tali circostanze, era corretta la decisione del Tribunale del riesame, di ritenere sussistente il delitto di dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici. Infatti era ragionevolmente ravvisabile una infedele asseverazione dei dati qualificabile come mezzo fraudolento idoneo a ostacolare l'accertamento e a indurre in errore l'amministrazione. Inoltre erano stati indicati nelle dichiarazioni Iva elementi passivi fittizi.
Infine, gli illeciti si fondavano su una mendace esposizione dei dati economici nei bilanci e nelle scritture contabili delle società interessate. Da qui il superamento dell'eccezione difensiva sull'assenza della falsa rappresentazione delle scritture contabili obbligatorie, richiesta dalla fattispecie penale prevista al tempo della commissione degli illeciti. La pronuncia è certamente molto rigorosa anche se va considerato che concerne la fase cautelare. In ogni caso deve far riflettere che in presenza di dichiarazioni Iva con dati non veritieri che determinano crediti Iva non spettanti poi successivamente compensati, secondo la Cassazione, è ipotizzabile il reato di dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici se vi è un visto di conformità infedele.
L'invio telematico delle dichiarazioni da parte del commercialista unitamente all'apposizione dei citati visti di conformità infedeli contribuiscono a ipotizzare il concorso del professionista nel delitto commesso dal cliente. A nulla rileva, peraltro, che il consulente non abbia tratto alcun specifico beneficio dalle asserite evasioni delle imprese. Da evidenziare, in ultimo, che a seguito delle modifiche in vigore dallo scorso 25 dicembre, la dichiarazione fraudolenta è punita con la pena massima fino a otto anni.
di Fulvio Colucci
Gazzetta del Mezzogiorno, 17 settembre 2020
"Carcere? Meglio recuperarli". Da gennaio ben 257 giovani sono finiti nel "circuito penale". "In gergo li chiamano i carusi, i ragazzi in dialetto siciliano. Nulla a che vedere con i protagonisti delle novelle pirandelliane, i piccoli lavoratori-schiavi immersi nel buio delle zolfatare, a tal punto ciechi da scoprire la luna, uscendo dalle miniere, con trasognata commozione.
Il buio e la schiavitù precipitano i minori e i giovani adulti baresi (limite massimo 25 anni d'età), eletti al rango di carusi dai gruppi che si contendono il primato criminale sul territorio, nel tunnel dell'arruolamento, sempre più capillare, tra le fila dei clan. Quel vortice, rapido e spietato come un gorgo, sta inghiottendo tanti, troppi; a testimoniarlo i recenti dati del Dipartimento Giustizia minorile e di comunità del ministero della Giustizia.
L'ultima analisi statistica, tra gennaio e agosto del 2020, mostra numeri preoccupanti. A Bari, in otto mesi, sono entrati nel cosiddetto "circuito penale", finendo dentro l'orbita del servizio sociale, 257 tra minori e giovani adulti.
Si tratta di un numero rilevante da sommare ai 763 già precedentemente in carico. Il dato complessivo (1020) pone Bari al quinto posto tra le città italiane assillate dall'emergenza (dopo Roma, Bologna, Palermo e Catania). "È opportuno ricordare anche - spiega l'educatore e operatore sociale Raffaele Diomede - la proporzione fra i giovani entrati nel "circuito penale" e quelli rinchiusi nell'istituto penale per minorenni "Fornelli".
Su 1020 ragazzi solo 17 sono dietro le sbarre. La cifra conferma come la pena detentiva stia diventando sempre più residuale. Si è capito che rinchiudere i ragazzi non aiuta ad eliminare i rischi che delinquano ancora, che diventino recidivi. Conosco tanti di loro che hanno iniziato la carriera criminale in carcere ed erano minorenni. Avremmo potuto sottrarre molti di loro a quel destino".
Diomede segnala come i numeri si riferiscano, nel complesso, al distretto che comprende anche la provincia Bat e Foggia. "Ma il dato più alto riguarda ovviamente Bari" aggiunge l'educatore lanciando un allarme: viene così confermata una tendenza; già lo scorso anno, la Direzione investigativa antimafia aveva messo in guardia: sempre più elevato il numero di minorenni ingaggiati dai clan criminali baresi.
"La causa ce la spiega la stessa Dia: con l'epidemia di Covid e il lockdown - sottolinea Diomede - gli inquirenti hanno registrato un aumento esponenziale della domanda di consumo di droga. Come far fronte alle richieste? Servivano spacciatori veloci, flessibili, pronti a battere il territorio con uno scooter e capaci di usare alla perfezione il social network Telegram per i contatti non intercettatili con i clan e i consumatori, questi ultimi sempre più pressanti nelle richieste. Chi meglio di giovani adolescenti o poco più?
Così l'arruolamento da parte dei gruppi che si garantiscono facilmente manodopera, al netto della possibilità per i ragazzi di far "carriera" nel mondo del crimine. D'altro canto ai minori viene assicurata una vera e propria retribuzione settimanale per questi servizi illeciti resi ai clan. Non solo, in premio ci sono moto e addirittura autovetture per i maggiorenni. I telefonini cambiano continuamente, ogni settimana una nuova scheda per comunicare e sfuggire alle intercettazioni.
Perché - si chiede Raffaele Diomede - la strategia della mala sta avendo successo? Perché è tarata sugli infausti tempi del Covid, sulle conseguenze economiche dell'epidemia che ha impoverito ulteriormente famiglie già fragili dal punto di vista sociale e dei redditi.
Così i ragazzi si sottraggono a una morsa dalla quale è difficile altrimenti fuggire. E troppo spesso questo accade con un doppio effetto. I giovani pensano di affrancarsi dalle spese della famiglia e la famiglia, i genitori, addirittura chiudono un occhio e non fanno domande se vedono il figlio, improvvisamente, tornare a casa con una maglietta firmata e costosa. È la tempesta perfetta".
Una tempesta che coinvolge anche gli adulti. Perché oltre il drammatico arruolamento di questo "esercito di ragazzini", c'è un altro fenomeno: l'usura. "Da più parti - prosegue Raffaele Diomede - sono stati lanciati numerosi allarmi: i tentacoli criminali si stanno allungando sempre più sulle attività economiche. Anche in questo caso l'epidemia di Covid gioca un ruolo decisivo. Quante imprese, quanti negozi hanno vissuto e stanno vivendo momenti di enorme sofferenza dal punto di vista economico? Bene, la mala si è riconvertita. Dalla dimensione artigianale di qualche anno fa è passata a una dimensione imprenditoriale, con un salto favorito dall'epidemia e dalla crisi conseguente alla chiusura generalizzata delle attività per la quarantena nazionale.
La malavita è diventata imprenditrice "finanziando" gli operatori economici in difficoltà. Certo - aggiunge ancora Raffaele Diomede - poi quei soldi si devono restituire. E se non puoi restituirli, con un tasso di interesse insostenibile, devi assumere qualcuno vicino ai clan, così come richiesto per le vie spicce, oppure addirittura far diventare socio occulto della tua azienda o della tua attività qualche rappresentante del gruppo criminale che ormai ti tiene in ostaggio".
Di fronte a questa miscela esplosiva, Raffaele Diomede, proprio in ragione della sua esperienza, ritiene indispensabile puntare sull'educazione, sulla scuola e sull'inserimento nel mondo del lavoro: "Nei mesi di lockdown è stato vissuto anche un grave scollamento tra società e famiglie in difficoltà, con queste ultime ancor più chiuse nel loro isolamento. Molti ragazzi hanno abbandonato la scuola, gli educatori e gli operatori sociali, lavorando a distanza, non hanno potuto incontrare i ragazzi che vivono le realtà più disagiate".
Diomede si rivolge anche alle istituzioni politiche: "Il Consiglio comunale deve nominare al più presto il difensore civico dell'infanzia e dell'adolescenza, il regolamento c'è già. E bisogna intensificare ancor più il dialogo e i rapporti tra istituzioni, in particolare tra la procura della Repubblica e la procura dei Minori. Sempre più spesso purtroppo osserviamo che i reati commessi dai giovani rientrano nella sfera dei reati degli adulti. Ancor più perché gli adolescenti, agli occhi dei clan, crescono in "valore" criminale alzando l'asticella delle loro azioni delittuose. Poi c'è la questione lavoro.
Il Centro Chiccolino sperimenta un percorso che punta a inserire i giovani nel mondo del lavoro, a dar loro un'occupazione. Il Comune di Bari ha aperto lo sportello "Porta futuro" dove la domanda dei giovani in cerca di occupazione si incontra con l'offerta delle imprese sane. Ma queste ultime devono essere più presenti e pronte ad assumere.
Ciò sarebbe possibile attraverso un meccanismo di sgravi fiscali. Dobbiamo lavorare tutti in questa direzione: dalle opportunità educative al lavoro. Le imprese incentivate si muovono. E i ragazzi che tornano nei loro quartieri, nelle loro famiglie troppo spesso fragili, se lo fanno avendo un'occupazione più difficilmente potranno essere preda di quel passato che devono lasciarsi alle spalle". Come il caruso di Pirandello che, uscito dalla miniera di zolfo, trovò la luce della luna a rischiararne il cammino.
di Fulvia Degl'Innocenti
Famiglia Cristiana, 17 settembre 2020
Parla il direttore di "Casa Papa Francesco", la Comunità che accoglie gli adolescenti usciti dal carcere minorile di Nisida. "Se trovano il vuoto, vengono risucchiati dalla criminalità: qui offriamo valori, ma anche opportunità di lavoro concrete. E sono tante le storie a lieto fine".
In un territorio come quello di Napoli non è facile provare a dare ai ragazzi finiti in un carcere minorile una seconda possibilità. Ci vuole tenacia, passione, amore e carità cristiana. Caratteristiche che animano l'opera di don Gennaro Pagano, cappellano del carcere minorile di Nisida e direttore della Cittadella dell'inclusione che si trova a Quarto, nella diocesi di Pozzuoli.
È l'insieme di una serie di comunità rivolte ai giovani. Tra di esse Casa Papa Francesco, che accoglie i ragazzi che hanno finito di scontare la loro pena o quelli che terminano la carcerazione proprio in questa struttura. Attualmente gli ospiti sono 9, tutti maschi, e vanno dai 15 ai 21 anni.
È stata voluta dalla Fondazione Regina Pacis su input del vescovo Gennaro Pascarella per dare un segno concreto di carità educativa, con la Chiesa in prima linea nel recupero di soggetti così fragili. "Prima seguiamo i ragazzi all'interno del carcere", spiega don Gennaro Pagano, "e per coloro che hanno dato segni concreti di voler riscattare la propria vita chiediamo l'affido al magistrato.
La nostra azione è fondata sul metodo psicoeducativo Integra, cerchiamo cioè di favorire l'integrazione dei ragazzi nel tessuto sociale e lavorativo. In particolare il nostro vescovo ha fatto una scelta unica in Italia: ha affidato ai ragazzi di Nisida la gestione culturale del Museo diocesano e della cattedrale di Pozzuoli".
Si tratta, quest'ultima, di un luogo di grande valore, poiché ingloba un tempio augusteo rimasto integro e rappresenta uno dei maggiori poli di attrazione della zona flegrea. "Oltre a insegnare ai ragazzi dei valori", continua don Gennaro, "è importante dare loro delle possibilità concrete, perché se attorno a loro trovano il vuoto è facile che vengano di nuovo ingaggiati dalla criminalità". E ci sono tante storie a lieto fine, ragazzi che riprendono a studiare, che trovano lavoro nella ristorazione, come artigiani e operai. Alcuni si iscrivono anche all'Università.
"Il primo ragazzo che abbiamo accolto", ricorda don Pagano, "era originario di Palermo, dal quartiere Brancacci o dove operava don Pino Puglisi. Poi, dopo essere finito in carcere, era stato trasferito a Nisida. Qui da noi ha fatto un bel percorso e ora si occupa della manutenzione di tutta la Cittadella e si prende carico anche degli altri ragazzi".
Il legame tra la comunità di recupero e il Papa va ben oltre il nome. La comunità era appena nata quando Bergoglio fu eletto al soglio pontificio. Pochi giorni dopo il suo insediamento si rese protagonista di un gesto fortemente simbolico: in visita al carcere minorile di Roma Casal del Marmo lavò i piedi ai detenuti. "Fu il primo di uno dei tanti messaggi del Papa rivolti verso gli ultimi, indicando alla Chiesa di andare nelle periferie esistenziali.
Decidemmo così di chiamarci Casa Papa Francesco e per un curioso segno del destino, Meti, uno di quei ragazzi a cui il Papa aveva lavato i piedi, è stato ospite della nostra comunità". Nel 2018 don Gennaro Pagano ha portato i ragazzi in udienza da papa Francesco, consegnadogli una lettera per spiegare bene il loro impegno: "Dopo un paio di ore da quell'incontro così emozionante, il Papa mi ha telefonato per complimentarsi del nostro coraggio dicendo "è un bene che la Chiesa ci sia in questa realtà marginale". Per me, per tutti noi, è stata una delle benedizioni più belle".
C'è un collegamento tra l'opera di don Gennaro Pagano e la serie tv Mare fuori: il gruppo degli attori è andato in visita a Nisida per rendersi conto della vita all'interno della struttura penitenziaria. "E quando la fiction sarà trasmessa", conclude don Gennaro, "la vedremo sicuramente con i ragazzi".
milanotoday.it, 17 settembre 2020
A denunciarlo l'associazione Antigone Lombardia dopo che le sue osservatrici si sono recate in visita nella struttura. Celle da sette detenuti in 20 metri quadri, corridoi e reparti inaccessibili. Questa la situazione del carcere di San Vittore all'indomani dell'emergenza coronavirus. A denunciarla l'associazione che si occupa di diritti dei detenuti Antigone Lombardia, dopo che le sue osservatrici hanno visitato la struttura detentiva per monitorarla.
Durante l'emergenza Covid, ricorda Antigone, San Vittore è stato "un vero e proprio hub per i detenuti che avevano contratto il virus nel corso della detenzione (co-gestito da Medici senza Frontiere); e teatro di alcune delle rivolte di quei giorni".
L'emergenza ha trasformato il carcere e "le misure precauzionali adottate per ridurre il rischio di contagio tra i ristretti e le presenze crescenti nella struttura milanese (871 uomini, 78 donne, 2 bambini al momento della visita) - evidenzia Antigone - hanno creato una situazione, di fatto che vede la maggior parte dei reparti chiusi per tutta la giornata (chiusura che prevede solamente accesso all'aria); sono aperti al momento della visita solamente i reparti che prevedono particolari esigenze trattamentali e quelli riservati ai detenuti lavoranti".
"A questo - prosegue Antigone - si aggiungono svariate celle e repartini destinati a forme differenti di isolamento: isolamento cautelare ex art. 32 O.P.; prevenzione del rischio suicidario (Car); isolamento sanitario. Quest'ultimo si presenta in molteplici forme: per la quarantena iniziale all'ingresso, per i casi sospetti, per i detenuti positivi ricoverati all'ex centro clinico (nel corso della visita erano presenti 3 detenuti positivi in corso di negativizzazione) e per coloro che hanno rifiutato di sottoporsi al tampone (dislocati nell'ex Conp)".
- Palermo. Focolaio di Coronavirus al carcere Pagliarelli, 23 agenti contagiati
- Padova. Religione in carcere, al via corso per la formazione di imam
- Roma. Il Garante dei detenuti: "A Rebibbia sportelli per diritto assistenza"
- Reggio Calabria. Confronto con il Garante sui detenuti con problemi psichiatrici
- Alessandria. "Fuga di sapori": un mondo di prelibatezze fuori le sbarre










