Gazzetta del Sud, 17 settembre 2020
Focolaio di Coronavirus all'interno di una delle carceri più grandi della Sicilia: il Pagliarelli di Palermo. Nelle ultime ore sono risultati contagiati 23 agenti di polizia penitenziaria. Tutti lavorano nel Nucleo traduzioni del penitenziario del capoluogo siciliano.
L'epidemia, però, potrebbe non essere circoscritta a questi 23 casi, perché sono attesi gli esiti dei tamponi eseguiti su un centinaio di colleghi. Anche una guardia penitenziaria in servizio al carcere all'Ucciardone, sempre a Palermo, è risultata positiva al Coronavirus. Lavora in una sezione in cui ci sono circa 90 detenuti ed è entrato in contatto con uno dei 23 colleghi risultati positivi al Nucleo traduzioni che fa base al Pagliarelli.
Sempre a Palermo è risultato positivo un avvocato, a due settimane dalla ripresa a pieno regime dell'attività giudiziaria. Il legale ha comunicato la sua positività ed è scattata l'indagine epidemiologica sui contatti che il professionista ha avuto a palazzo di giustizia in tre aule d'udienza, altrettante cancellerie, e una decina di uffici sparsi fra il vecchio e il nuovo palazzo.
di Marco Belli
gnewsonline.it, 17 settembre 2020
Offrire agli operatori religiosi musulmani operanti nel contesto carcerario un percorso di formazione che permetta loro di agire come ministri di culto all'interno degli istituti e, al tempo stesso, consenta una conoscenza approfondita del contesto penitenziario italiano. È questo l'obiettivo del primo "Corso per Imam e ministri di culto musulmani operanti nel contesto penitenziario", che si è aperto sabato scorso all'Università degli studi di Padova.
Il percorso formativo si inserisce pienamente nel solco del protocollo d'intesa che regola l'accesso delle guide religiose islamiche nelle carceri italiane e favorisce l'assistenza spirituale e gli incontri di preghiera per i detenuti di fede islamica. L'accordo, sottoscritto nel giugno scorso da Bernardo Petralia, capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, e da Yassine Lafram, presidente dell'Unione delle Comunità Islamiche d'Italia, ha rinnovato il precedente siglato nel 2015, a dimostrazione dell'ottima cooperazione che ormai da anni caratterizza i rapporti fra Ministero della Giustizia-Dap e Ucoii, soprattutto con riguardo al tema della prevenzione e del contrasto alla radicalizzazione violenta e al fine di assicurare ai detenuti e agli internati l'istruzione e l'assistenza spirituale, nonché la celebrazione dei riti delle confessioni diverse da quella cattolica.
Il corso è stato organizzato dall'Università di Padova, su impulso dell'Ucoii, nell'ambito del progetto Primed (Prevenzione e interazione nello Spazio Trans-Mediterraneo), finanziato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Si svolge in lingua italiana, araba, inglese e francese, ha una durata di 30 ore ed è rivolto a coloro che già svolgono l'attività di imam o di guida religiosa e che accedono o intendano accedere all'intervento nel contesto carcerario.
All'inaugurazione del corso è intervenuto, in collegamento streaming, il capo Dap Bernardo Petralia, che ha salutato con soddisfazione l'avvio delle lezioni: "Non c'è informazione senza formazione e questo corso che si apre presso l'Università di Padova nell'ambito del protocollo d'intesa recentemente prorogato tra Dap e Ucoii dimostra la comune intenzione di scongiurare, con le armi di una pacifica e documentata persuasione, i rischi di radicalizzazione che incombono in seno alla promiscuità carceraria".
Dal canto suo, il presidente dell'Ucoii Yassine Lafram ha evidenziato come "la cura delle anime fa parte in modo ineludibile del percorso di reinserimento nella società civile e deve essere esperita nel rispetto della tradizione di appartenenza del detenuto, così come stabilisce la Costituzione della Repubblica".
"L'assistenza spirituale in carcere - ha poi aggiunto Lafram - necessita di una comprensione profonda del sistema in cui si inserisce, quello penitenziario italiano. Questo corso di formazione risponde a questa esigenza specifica e permette di dare maggiori garanzie del servizio che svolgono le guide spirituali islamiche in quel contesto. Questo traguardo non sarebbe stato possibile senza la preziosa collaborazione dell'Università di Padova e la partecipazione e la fiducia del Ministero della Giustizia-Dap".
romadailynews.it, 17 settembre 2020
Il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale del Lazio, Stefano Anastasia, si è recato oggi nella terza casa circondariale di Rebibbia a Roma, per presentare gli sportelli per i diritti dei detenuti negli Istituti penitenziari, il progetto di integrazione tra Garante (espressione del Consiglio regionale che lo ha istituito con legge regionale 31/2003), Università e Associazioni qualificate, per il rafforzamento degli strumenti di tutela dei diritti dei detenuti.
Assieme al Garante Anastasia, a presentare il progetto ai detenuti è intervenuto Dario Di Cecca, responsabile per il polo di Rebibbia del dipartimento di giurisprudenza di Roma Tre, università che ha sottoscritto il protocollo d'intesa con il Garante, varato lo scorso 16 luglio in Consiglio regionale. La delegazione è stata accolta dalla direttrice della terza casa circondariale di Rebibbia, Annamaria Trapazzo, e dal suo staff, prima di andare nell'area verde a illustrare lo sportello ai detenuti presenti nell'istituto (tossicodipendenti non attivi non sotto terapia).
"È un servizio che abbiamo voluto promuovere - ha spiegato Anastasia - per garantire una continuità di comunicazione tra l'ufficio del Garante e i detenuti, mettendo in rete esperienze e professionalità qualificate già sperimentate, come quelle dell'università Roma Tre che assicurerà la presenza in loco ogni due settimane di suoi volontari, studenti universitari assistiti da tutor esperti. Si tratta di una presenza particolarmente importante, soprattutto in un momento come questo, in cui l'emergenza Covid ha reso meno frequenti per i detenuti i contatti con i propri familiari, le associazioni e con gli stessi legali di fiducia".
Nelle scorse settimane il Garante è andato a illustrare il progetto negli istituti penitenziari di Viterbo, Rieti, Rebibbia femminile, Civitavecchia, Regina Coeli. Lunedì 21 settembre sarà la volta di Frosinone e Cassino. Il 23 il Garante andrà a illustrare il progetto nella casa di reclusione di Rebibbia. Il progetto prevede l'attivazione di una rete di sportelli per l'informazione e l'orientamento delle persone detenute sui loro diritti, con particolare riferimento alle tematiche di competenza del Garante, quali le condizioni di vita di vita in carcere, l'assistenza sanitaria, l'istruzione scolastica e universitaria, la formazione professionale, l'orientamento e l'inserimento lavorativo, l'accesso ai benefici e alle misure alternative alla detenzione e il sostegno al reinserimento sociale a fine pena.
Gli sportelli svolgeranno un'attività di sostegno ai detenuti che ne faranno richiesta, per la risoluzione delle problematiche individuali, attraverso un'azione di informazione e ausilio nella redazione di istanze a firma propria e comunicheranno al Garante i casi in cui sia necessario interloquire con i responsabili delle amministrazioni pubbliche e/o le autorità competenti nella risoluzione della problematica rappresentata dal detenuto.
avveniredicalabria.it, 17 settembre 2020
Ieri mattina il Garante regionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale della Regione Calabria, Agostino Siviglia, si è recato all'istituto penitenziario di Arghillà al fine di assumere le informazioni del caso relative, in particolare, "agli ultimi incresciosi episodi che hanno visto incendiare materassi e suppellettili da parte di una persona ristretta all'interno dello stesso istituto che, per vero, soffre di significative problematiche psichiatriche".
"Proprio per tale motivo - rende noto il Garante - è stato disposto nei giorni scorsi un trattamento sanitario obbligatorio e lo stesso detenuto ha fatto comunque rientro all'istituto di Arghillà. Ho avuto modo di incontrarlo oggi ed è apparso più contenuto e consapevole del gesto compiuto che evidentemente non può non essere esecrato".
"L'occasione - prosegue Siviglia - è stata proficua anche per un confronto con la direzione dell'istituto ed il personale di polizia penitenziaria sulle complesse problematiche che riguardano, in particolare, i detenuti con problemi psichiatrici la cui assegnazione, in base all'ordinamento penitenziario, dovrebbe prevedere la collocazione nelle apposite articolazioni sanitarie previste ex lege. Più volte ho sollevato il drammatico problema dei detenuti che soffrono di disturbi psichiatrici, sollecitando il più efficace intervento da parte dell'Area sanitaria che opera in carcere e, più in generale, da parte del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria nazionale e calabrese oltre che del competente Dipartimento salute della Regione Calabria".
"Tale complessa problematica, è stata oggetto di analisi durante la prima riunione dell'Osservatorio regionale permanente per la sanità penitenziaria, ragion per cui ne sollecito l'urgente convocazione, al fine di realizzare il più efficace intervento sistemico". "Esprimo infine il mio plauso e l'istituzionale solidarietà al personale di polizia penitenziaria, che opera nel carcere di Arghillà con gravi carenze di unità e di risorse, nonché alla direzione dello stesso istituto e a quanti, personale sanitario, educativo ed amministrativo, sono impegnati quotidianamente all'interno della stessa struttura, ancor più in questo delicato momento storico che, evidentemente, genera ulteriori tensioni tanto fuori quanto dentro le mura di un carcere".
di Rossella Avella
interris.it, 17 settembre 2020
L'economia sociale può creare grandi capolavori, uno di questi è "Fuga di sapori", il negozio gestito da Andrea Ferrari, l'unico sulle mura di cinta di un carcere in tutt'Italia. La situazione delle carceri italiani, si sa, non è sempre delle migliori. Eppure, nonostante le mille difficoltà, il carcere rappresenta pur sempre un luogo di rinascita. Il posto da cui ripartire per tornare ad essere delle persone migliori, indipendentemente dal motivo della pena che si sta scontando. Molti istituti di detenzione, infatti, offrono progetti di reintegrazione sociale che partono proprio dal lavoro per offrire dignità ai detenuti e soprattutto una vera e concreta seconda possibilità.
In giro per l'Italia sono tante le realtà belle che si incontrano ed Interris.it le sta raccontando oggi torniamo ad Alessandria dove abbiamo raccontato di Social Wood, la prima Bottega Solidale in un carcere italiano! Il progetto, avviato nell'Istituto Penitenziario "Cantiello e Gaeta" di Alessandria, crea lavoro per detenuti, sostiene diverse realtà sociali del territorio e sviluppa idee a favore del terzo settore promuovendone la sostenibilità.
Social Wood non è solo manufatti in legno riciclato, ma è anche Fuga di Sapori il marchio di Social Wood nato per promuovere i prodotti di Economia Carceraria e dare vita a nuove collaborazioni con realtà che producono in diverse carceri italiane e fare emergere quanto di buono viene prodotto. Il laboratorio artigianale coinvolge e impiega i detenuti restituendo loro dignità e autonomia, il tutto nel pieno rispetto dell'ambiente.
Il progetto, nato dall'idea di Andrea Ferrari, raccoglie due importanti sfide della società moderna: la rieducazione del detenuto, come sancito dall'art. 27 della Costituzione, e i principi di Economia Circolare. Fuga di sapori con Social Wood vuole essere l'incipit di un progetto più ambizioso e strutturato verso la creazione di un'impresa sociale.
Molta attenzione è data alla sostenibilità e al lavoro in rete con altri enti del terzo settore: crediamo infatti che i progetti sociali debbano autosostenersi e sviluppare profonde sinergie tra tutti gli enti che operano con spirito sociale e di solidarietà. Per tali motivazioni tutti i fondi raccolti grazie alle vendite verranno impiegati per acquistare nuovi attrezzi per la falegnameria, la formazione e il lavoro dei detenuti, offrendo loro una concreta possibilità di reinserimento lavorativo a fine pena. Un progetto confezionato per far nascere Fuga di sapori.
La bottega è sulle mura di cinta - "Una sera uscendo dal carcere dopo una riunione ci rendemmo conto che proprio sulle mura di cinta c'erano due garage chiusi - racconta Andrea Ferrari, responsabile del progetto. Subito pensammo a come fosse stato bello se quelle due serrande fossero state aperte con la possibilità di metterci due belle vetrine per far vedere i prodotti di Social Wood in modo da avere uno sfogo sulla città e far vedere che dentro vengono fatte delle cose. Perché il problema del lavorare in carcere è che se anche si fanno cose belle fuori non sempre si sa".
Nasce Fuga di Sapori - "Io lanciai l'idea ma quasi per ridere perché non credevo fosse pensabile e invece l educatrice mi diede carta bianca. Bisognava trovare qualcuno che si impegnasse a seguire il progetto. Dopo un anno e mezzo di peripezie varie abbiamo anche avuto il benestare del ministero dei beni culturali e siamo riusciti a ristrutturare questi locali.
Oggi abbiamo circa 120 metri quadrati che abbiamo recuperato e abbiamo arredato con i mobili della falegnameria con dei lampadari antichi di legno in travertino e rimessi a nuovo, a tutti i mobili fatti in pellet dai detenuti. Gli stessi che lavorano per Social Wood hanno fatto questa cosa qui. I lavori sono stati fatti dai detenuti, tranne gli impianti elettrici ed idraulici per ovvi motivi".
L'unico negozio in Italia sulle mura di cinta di un carcere - "Oggi c'è un negozio a tutti gli effetti proprio accanto al cancello del carcere, una cosa un po' strana. L'idea era quella di esporre ciò che fanno i dipendenti di Social Wood ma erano mobili vuoti. Per questo abbiamo pensato di riempirli con i prodotti di alta qualità dei vari realizzati nei vari carceri italiani. Per esempio il progetto dei biscotti "Dolci evasioni" del carcere di Siracusa. Abbiamo allargato anche alle Malefatte di Venezia con le loro borse, i detersivi del carcere di Trento. Con il caffè della cooperativa Lazzarelle di Pozzuoli abbiamo fatto una crema di caffè "La Brigantella" che finanzia anche la "Fondazione Solidal" dell'ospedale di Alessandria sulla ricerca delle malattie più rare. In questo modo cerchiamo di unire il mondo carcerario con quello della ricerca".
Una produzione made in Italy sotto un marchio solidale - "Per noi è molto importante perché avere una produzione di qualità con un ingrediente di economia carceraria. Cerchiamo di mettere quanto di buono fatto dentro e lo produciamo con un marchio solidale".
Cosa significa fare impresa nel sociale in un modo in cui si è sempre più attaccati al denaro?
"Significa tornare al vero concetto di impresa perché questo nasce non con una logica di profitto estrema. Io sono di Alessandria e se penso a cosa è stato Borsalino per il territorio vedo una persona che ha fatto del bene per tutti. Fare impresa sociale significa tornare ad un concetto di utilità per chi ne ha più bisogno con possibilità di fare nuovi investimenti. Il tutto senza essere legati solo concetto di arricchimento personale, ma del territorio".
di Manuel Piazza
nprugby.it, 17 settembre 2020
"Ci sono cose che solo il rugby riesce ad insegnarti" ... Sono parole di Walter Rista, Presidente dell'Associazione Onlus "Ovale oltre le Sbarre", promotrice al fianco del penitenziario "La Drola" di Torino e del suo direttore Pietro Buffa, del progetto federale "Il Rugby nelle Carceri", iniziativa che ad oggi porta la palla ovale in 18 istituti penitenziari italiani. Nato quasi per caso nel 2010, il progetto ha permesso l'abbassamento dal 70% al 20% del tasso di recidiva per i detenuti coinvolti, sviluppando un trend positivo che ha sensibilmente abbassato i costi governativi relativi al mantenimento dei carcerati.
"È buffo vedere fin dove ci siamo spinti ripensando a come nacque tutto questo", racconta Walter Rista. "Ero in Argentina con un mio amico tanti anni fa, quando col pullman facemmo un incidente con un altro pullman. Noi scendemmo subito in strada, mentre dall'altro pullman ci accorgemmo che non scendeva nessuno. Solo qualche minuto dopo, quando vedemmo che i passeggeri erano tutti incatenati, ci rendemmo conto che era un pullman di carcerati. Ripensai per settimane alle facce di quei ragazzi ... Fu davvero un episodio che mi rimase impresso nella memoria, al punto che mi dissi che quando sarei andato in pensione avrei fatto qualcosa per aiutare i detenuti. Un sogno divenuto reale quando ho conosciuto il direttore de "La Drola" Pietro Buffa, col quale abbiamo tentato l'esperimento di organizzare una partita dimostrativa all'interno del penitenziario. Il giorno dopo, 130 detenuti che ci chiedevano di poter cominciare a giocare a rugby, ci ha convinti che eravamo sulla strada giusta. L'obiettivo dichiarato del progetto? Far capire alle persone che questi ragazzi non sono un voto a perdere, ma esseri umani in cerca di un'occasione per riscattarsi".
Oggi vi parliamo di uno di questi ragazzi, Serghei Vitali, ex detenuto che, dopo 16 anni passati all'interno di diversi istituti penitenziari italiani, in questi giorni ha finalmente riassaporato la gioia di vivere da cittadino libero. 36enne di origini moldave, Serghei era diventato parte integrante del progetto 6 anni fa, proprio a "La Drola", dove ancora 30enne il rugby gli aveva dato una ragione per continuare a lottare. Oggi, da ormai 7 mesi, fa stabilmente parte della grande famiglia del Rugby Colorno, dove il Presidente di "Sostegno Ovale Onlus" e Consigliere Federale Stefano Cantoni lo ha accolto a braccia aperte. In Biancorosso Serghei ha saputo farsi subito conoscere per il suo sorriso e la sua voglia di aiutare il prossimo, soprattutto nel periodo del lockdown, durante il quale ha lavorato come volontario al servizio della community colornese.
Serghei, raccontaci cosa fai qui a Colorno?
"Vengo dal carcere di Torino, da La Drola. Da sette mesi mi trovo qui in affidamento al Rugby Colorno. Mesi in cui ho svolto e sto volgendo servizi sociali e operazioni di volontariato. Durante il lockdown, assieme ad altri ragazzi, mi sono messo a disposizione del territorio distribuendo la spesa per conto di Conad nelle case dei cittadini bisognosi. Di sera invece mi alleno e gioco con i Barbari del Po, la seconda squadra del Rugby Colorno che milita nel campionato di serie C.".
Stefano Cantoni introduce il progetto "Rugby oltre le Sbarre". "Il Rugby Colorno ha una lunga tradizione nel sociale, che pone le sue radici nel 2013, quando fu fondata l'associazione Onlus Sostegno Ovale, progetto legato ai giovani e al rugby integrato. Da dieci anni sono Consigliere Federale con nomina a responsabile dei progetti sociali, tra i quali quello del "Rugby oltre le Sbarre". Fu proprio nel 2010 che feci visita al penitenziario de La Drola a Torino, quel giorno conobbi Serghei. Il progetto viene sviluppato a livello nazionale con l'obiettivo di far avvicinare persone come Serghei allo sport del rugby, persone che arrivano da paesi diversi, con diverse tradizioni e che parlano lingue diverse. Attraverso il rugby viene data loro l'occasione di riscoprire regole che avevano dimenticato, regole di convivenza. Questi ragazzi hanno riscoperto cosa significhino impegno e sostegno proprio in un ambiente dove non vige il gioco di squadra, dove ognuno pensa alla propria sopravvivenza".
"Posso orgogliosamente affermare che il progetto ha avuto e sta avendo successo, diverse persone come Serghei sono uscite dal carcere e non hanno sbagliato un'altra volta. È vincente l'iniziativa che la Federazione ha sposato e ne andiamo fieri. Serghei ha affrontato entusiasta il percorso e ora punta a farsi una famiglia e ricominciare la sua vita. Averlo qui rappresenta l'esempio di un percorso vincente."
Serghei, parlaci del tuo approccio al mondo del rugby...
"Mentre ero in prigione una mattina mi sono affacciato a una bacheca e ho visto uno strano annuncio, ho pensato: "strano che proprio qui si possa giocare a rugby". È uno sport che mi ha sempre incuriosito e affascinato quindi ho deciso di iscrivermi. Dopo un mese sono stato selezionato anche se, visto che avevo 31 anni, mi era stato detto di essere un pochino vecchio... Ci ho messo solo una partita per convincere l'allenatore, tanto che mi ha confidato che sarei potuto diventare una terza linea perfetta".
Raccontaci de "La Drola", la prima squadra di rugby di cui hai fatto parte..
"Nata nel 2009, La Drola si compone di soli detenuti che vengono selezionati a livello nazionale. Il rugby mi ha insegnato cosa sia la famiglia, un posto dove non sei mai solo, in allenamento e in cella esattamente come in partita. Giocando ho scoperto tante cose che non conoscevo. Una pacca sulla spalla per molti non vuole dire nulla ma dentro quel posto significa moltissimo. Ho combattuto per anni con i miei compagni per far crescere la squadra. Scendevamo in campo come se fosse l'ultimo giorno disponibile per stare tutti insieme. Il rugby mi ha aiutato a rispettare le regole che ho infranto in passato. Ho capito che i momenti difficili non si superano facilmente, bisogna impegnarsi e sacrificarsi come il rugby insegna. Sono onorato che Colorno mi abbia accolto in questa famiglia ... Io qui ho trovato tutto quello di cui avevo bisogno e che non ho mai avuto prima".
Stefano, cosa ti ha colpito di Serghei?
"Di Serghei mi ha sempre colpito la sua convinzione, il suo sorriso, il suo rispetto delle persone e delle regole. È sempre puntuale, anzi arriva sempre per primo ad ogni appuntamento. Nel lockdown era stato designato per la raccolta dei prodotti alimentari nel supermercato, diventando una persona di riferimento per tutti i clienti, al punto che ormai chiedevano a lui dove poter trovare certi alimenti. Al centro sportivo l'ho visto anche allenare i giovani, esperienza sicuramente positiva per lui e per i ragazzi e che la dice lunga sulla predisposizione alla famiglia che ha trovato nel rugby".
Serghei, cos'è per te il rugby?
"Cos'è il rugby? Per me rugby significa sostegno. Nel mondo di oggi senza sostegno non si va da nessuna parte, senza sostegno diventa difficile affrontare la vita, specialmente in questa situazione."
Stefano, cos'è per te il rugby?
"È la passione della vita, ho iniziato con il rugby da giovanissimo e ho giocato fino a 35 anni, ora sono un dirigente. Il rugby mi ha insegnato a soffrire, a non mollare mai e a sacrificarmi. Mi ha insegnato ad essere umile. Tante volte, io che giocavo pilone, in mischia prima di ingaggiare lo scontro diretto con il mio avversario pensavo: "se mollo sono finito, sono finito io e i miei compagni". Non bisogna mai mollare, in campo come nella vita di tutti i giorni."
Serghei, hai qualcosa da aggiungere?
"Oggi provo una grande emozione ... Mi hanno appena comunicato che entro ufficialmente a far parte della rosa della prima squadra del Rugby Colorno. Ho iniziato con La Drola, poi sono passato ai Barbari del Po in Serie C e oggi mi alleno con un club di alto livello. Sono partito come un piccolo rugbista ed oggi posso allenarmi ai massimi livelli italiani. È un sogno che si avvera".
"Serghei credo sia il caso lampante della buona riuscita del nostro progetto, che dal 2010 coinvolge ogni anno centinaia di ragazzi abbandonati a se stessi", conclude Walter Rista. Sono persone come altre, che in passato hanno commesso gravi errori e ora li pagano a caro prezzo. Attraverso il rugby cercano di ricostruirsi una vita, scoprendo valori di cui prima non conoscevano il significato, come la famiglia, il sostegno reciproco e la resilienza. Servono davvero gli attributi per voltare pagina e non lasciarsi spaventare dal passato e Serghei li ha, l'ho capito dal primo giorno che ci ho parlato. Gli faccio un enorme in bocca al lupo per quella che possiamo definire la sua seconda vita, augurandogli di star bene e mettere in pratica quello che il rugby gli ha insegnato".
agensir.it, 17 settembre 2020
I detenuti nel carcere di Paliano (Fr) raccontano il lockdown in un libro corale che ha coinvolto anche operatori e volontari. "Pensieri reclusi. Antologia Covid-19" è il titolo di una pubblicazione, frutto di un progetto realizzato durante l'emergenza coronavirus, che ha avuto come protagoniste le persone detenute nella Casa di reclusione di Paliano (Fr). Ad accompagnarle sono state Maria Teresa Caccavale e suor Rita Del Grosso, che in questi mesi si sono passate il testimone come volontarie nel carcere di Paliano.
"Con questa antologia letteraria abbiamo cercato di dare voce a tutto il dolore, la paura, la sofferenza di chi è agli ultimi posti della fila, ma anche di chi è sensibile al dolore del mondo e non solo al proprio - spiega al Sir Maria Teresa Caccavale. Siamo partiti dagli elaborati dei detenuti di Paliano, dove da molti anni è presente un Laboratorio di scrittura, coinvolgendo anche detenuti di altre carceri e persone che lavorano o sono volontarie in istituti penitenziari".
"Chi conosce il carcere è consapevole che dire a uomini privati della libertà che non potranno abbracciare, toccare, stringere le mani dei propri cari ha su di loro un effetto devastante", aggiunge il direttore del Carcere di Paliano, Anna Angeletti, che ha sostenuto il progetto. "Una videochiamata è come vedere la luna e non poterla raggiungere - scrive una detenuta, madre di quattro figli -. Comprendo che tutto ciò sia necessario, ma mi chiedo: fino a quando riuscirò a resistere? Lo stato di detenzione è niente rispetto alla mancanza dei propri figli". Si può acquistare una copia elettronica del libro, al costo di 5 euro, e contribuire così al progetto.
recensione di Francesco D'Errico*
Il Dubbio, 17 settembre 2020
L'analisi di Gaetano Insolera nel libro "Declino e caduta del diritto penale liberale". Quando è cominciato il declino del diritto penale liberale? Da quando, cioè, è iniziata l'inarrestabile transizione da un modello di impostazione garantista a un sistema fondato sull'ideologia giudiziaria?
Gaetano Insolera, ordinario di diritto penale e direttore della scuola di specializzazione per le professioni legali "E. Redenti" nell'Università di Bologna e avvocato penalista presso il Foro di Bologna, non ha dubbi: l'inizio della fine, almeno da un punto di vista politico, è da individuare nel passaggio da prima a seconda Repubblica. Tesi illustrata nel suo "Declino e caduta del diritto penale liberale" (Edizioni Ets, pp. 180, 2019, 17 euro).
Secondo il professore, infatti, se è vero che nessuno dei partiti di massa fosse erede di culture politiche pienamente garantiste, è altrettanto innegabile che vi fossero in Parlamento e nelle istituzioni "illustri esponenti del liberalismo politico" e giuristi di alto profilo, anche in parte riassorbiti dal sistema dei partiti (soprattutto dalla democrazia cristiana), la cui presenza aveva "un effetto socializzante", tale da spingere "anche i poco garantisti ad adottare progressivamente almeno un linguaggio garantista". Questa influenza positiva, tuttavia, inizia ad incrinarsi già dagli anni 70, nel periodo della legislazione d'emergenza, momento in cui prende il via "l'insediamento permanente di un diritto penale differenziato" e si forma il cosiddetto doppio binario, che si estenderà poi negli anni a "settori sempre più vasti di criminalità".
Dalla fine degli anni 80, inoltre, l'antimafia comincia la sua trasmutazione e da "risposta legislativa di contrasto a un fenomeno criminale che aveva assunto dimensioni, audacia e ferocia intollerabili" diviene un "dover essere della politica". È in quel frangente che si impone, come mai prima, una narrazione fondata sulla "poetica congiunta di Antimafia e Antipolitica", in cui la questione della lotta alla criminalità organizzata si è trasformata in una "questione morale" da agitare contro il nemico politico di turno: "pronta è l'invettiva delatoria e infamante", che oggi trova nella rete il suo habitat di riproduzione e di diffusione ideale.
Dunque, antimafia come antipolitica ma anche come "un laboratorio di quello che è un più generale spostamento di poteri nelle mani degli uffici di Procura" che "dispongono ormai di un formidabile armamentario per infliggere penalità effettiva" e godono del "costante supporto di informazione ormai drogata dalle ricostruzioni accusatorie". Infine, antimafia come "una coperta da stendere su ogni fenomeno criminale che desti allarme sociale", fondato su un 416bis in continua espansione, a causa di un concetto liquido di mafia, sempre meno tassativo e sempre più malleabile, dovuto, ça va sans dire, alla più generale crisi del principio di legalità. Dalla legislazione d'emergenza a Mani Pulite, cresce la centralità del potere giudiziario, a scapito di quello del Parlamento.
Durante Tangentopoli, in particolare, scoppia irreparabilmente la crisi dei partiti che, dopo la disfatta giudiziaria, subiscono la venuta della democrazia dei leader, fase caratterizzata in materia penale dall'abuso della decretazione d'urgenza, dalla crisi della riserva legis e dallo scontro tra i poteri, di cui Silvio Berlusconi è il più lampante esempio.
A seguire, i governi tecnici, poi la parentesi renziana, connotata da una spinta personalistica simile a quella berlusconiana e ancora, soprattutto, la rapida ascesa penta- stellata, inversamente proporzionale allo stato di salute dello Stato di Diritto. Questo, dunque, il lungo percorso del declino, la cui inarrestabile prosecuzione è rappresentata da quella che il professore chiama discesa nel "maelström" del populismo penale, fase ufficialmente inaugurata dal governo giallo- verde. Da quell'esperienza, sostiene Insolera, "il volto del sistema penale già deturpato da anni di progressivo ossequio a pulsioni illiberali, ne esce sfigurato".
Il libro si conclude all'insediarsi del nuovo esperimento giallo- rosso, con considerazioni fondate su un ragionevole pessimismo a cui il presente da oggi ragione, data la totale assenza di discontinuità in ambito penale rispetto all'esecutivo precedente. Insomma, mala tempora currunt, ma bisogna darsi da fare, ché l'alternativa è aspettare Godot.
*Presidente Associazione "Extrema Ratio"
recensione di Simone Pieranni
Il Manifesto, 17 settembre 2020
L'ultimo libro del sociologo inglese David Lyon, "La cultura della sorveglianza", per Luiss University Press. Per chi si occupa di sorveglianza e controllo sociale, David Lyon costituisce una bussola imprescindibile per orientarsi nei meandri di una materia che finisce per sconfinare nell'antropologia, nella sociologia e nella scienza politica.
Fin dai tempi di "L'occhio elettronico. Privacy e filosofia della sorveglianza" o di "La città sorvegliata" (entrambi pubblicati in Italia da Feltrinelli) per arrivare a "Sesto potere: La sorveglianza nella modernità liquida", scritto insieme a Zygmunt Bauman e pubblicato da Laterza, Lyon ha concentrato il suo sguardo sulla crescita dei dispositivi di controllo, riuscendo a coglierne le evoluzioni. Un altro grande merito di Lyon, professore di sociologia alla Queen's University in Canada, è quella di modificare il proprio approccio, senza innamorarsi di un'impostazione. Nel primo capitolo di La cultura della sorveglianza (introduzione di Gabriele Balbi e Philip Di Salvo, Luiss University Press, pp. 229, euro 20) Lyon parte da un assunto fondamentale: non siamo più in tempi nei quali Orwell e il suo 1984, di cui si riconoscono i meriti indubbi, possono essere considerati lenti che permettono di leggere la realtà.
Non a caso nel titolo c'è la parola "cultura": l'autore concentra infatti i suoi sforzi analitici nel tentativo di presentarci l'ulteriore balzo della sorveglianza, come un processo che non è più univoco (con le autorità, il potere a controllare il popolo) ma che si amplia di complessità nel momento in cui tutti siamo coinvolti, in quanto creatori di quei dati che diventano fondamentali per le politiche di sorveglianza, fino a diventare gli utenti stessi "controllori". Insomma, nessuno è più innocente.
Nell'introduzione, Balbi e Di Salvo riassumono alla perfezione questo passaggio, quando scrivono che "con una efficace metafora David Lyon parla di 'sorveglianza generata dagli utenti', riecheggiando il mito, rimasto più tale che una realtà consolidata, dei 'contenuti generati dagli utenti'". In particolare i social media, da luoghi che avrebbero dovuto ribaltare i paradigmi della creatività, dell'informazione e della partecipazione democratica, "si sono piuttosto trasformati in zone di performance di sorveglianza di vario tipo dove gli utenti sono sia sorvegliati che sorveglianti dei loro pari".
La cronaca è piena di eventi, anche delittuosi, partiti da un post su Facebook quando non addirittura da un like "sbagliato", così come attraverso i social è possibile "sorvegliare" persone di cui si vuole sapere di più o contro le quali si vogliono intraprendere attività di natura anche criminale, come avvenuto in alcuni casi. Da controllati siamo diventati controllori e questo implica notevoli problematiche.
Lyon si occupa di Occidente e conferma quanto si va osservando da tempo, ovvero che il capitalismo di sorveglianza ha finito per permeare società anche diverse, creando una "cultura" capace di agganciarsi a sistemi valoriali differenti. Si parla, ad esempio, molto spesso di Cina come distopia in riferimento al suo impianto di sorveglianza, forse proprio nell'ottica di allontanare l'incubo: in realtà ci siamo immersi anche noi, anzi foraggiamo e contribuiamo alla creazione costante della "cultura della sorveglianza".
Quest'ultima, scrive Lyon, "è comparsa perché sempre più le persone usano strumenti di monitoraggio. Molti controllano le vite degli altri usando i social (...). Allo stesso tempo gli 'altri' rendono tutto questo possibile concedendo di esporsi alla vista con messaggi e tweet, post e fotografie".
La prospettiva del libro è indagare l'idea che la sorveglianza stia diventando un intero modo di vivere, non più dunque qualcosa di esterno a noi, quanto qualcosa "a cui i cittadini comuni si conformano - volutamente o consapevolmente o meno - che negoziano, a cui oppongono resistenza, a cui prendono parte e, in modi nuovi, cui danno inizio e che desiderano".
Dal controllo dei figli, a quello degli amici, dal modo di comportarsi quando si sa di essere sorvegliati (gli esercizi in aeroporti, stazioni ecc.), è ormai nata una cultura della sorveglianza capace di scatenare nuovi immaginari securitari, da cui nessuno può dirsi completamente esente.
di Ignazio Senatore
Corriere del Mezzogiorno, 17 settembre 2020
Anteprima il 19 per la fiction con tanti giovani e Carolina Crescentini. È stata girata interamente a Napoli la serie tv "Mare Fuori" che andrà in onda in prima serata, in sei puntate su Rai 2, da mercoledì 23 settembre e in anteprima su Rai Play dopodomani. Diretta da Carmine Elia, la fiction è interpretata soprattutto da attrici e attori napoletani (Anna Ammirati, India Santella, Agostino Chiummariello, Carmine Recano, Giacomo Giorgio, Massimiliano Caiazzo), dal casertano Antonio De Matteo e dal salernitano Matteo Paolillo.
La nuova produzione racconta la storia dell'Ipm (Istituto di Pena Minorile) di Napoli, a picco sul mare di Nisida, con settanta detenuti, cinquanta maschi e venti femmine, che non hanno compiuto ancora diciott'anni.
Alcune storie: Filippo, un ragazzo della Milano bene, con un futuro promettente da musicista, ritenuto responsabile della morte di un amico, condivide la cella con Carmine, un ragazzo di Secondigliano, che ha deciso di non seguire le orme criminali della propria famiglia, di lavorare una nomade di un campo rom, arrestata più volte per furto e truffa, si è ribellata e non è andata in sposa ad un uomo scelto dal padre; Serena, è, invece, una ragazza introversa con un passato da tossicodipendente. A fare da contrasto ai loro toccanti e intensi racconti, l'ambiziosa direttrice, interpretata da Carolina Crescentini, il comandante di polizia penitenziaria, gli educatori, il cuoco, il barbiere, gli agenti penitenziari e le altre figure professionali che entrano ogni giorno in contatto con i giovani detenuti.
Non mancheranno naturalmente gli amori, le risse, le partite di calcio, le fughe e chi sogna invano che il giudice conceda loro gli arresti domiciliari. Sceneggiato dallo scrittore napoletano Peppe Fiore, Cristiana Farina, Maurizio Careddu, Luca Montesi e Paolo Piccirillo, il lavoro è nato da un'idea originale di Cristiana Farina, ed è una coproduzione Rai Fiction - Picomedia.
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