di Furio Colombo
Il Fatto Quotidiano, 20 settembre 2020
La cattiveria è il segno più netto del nostro tempo. Attrae attenzione e incontra favore. Al punto che il rovinoso presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha serie possibilità di essere rieletto per guidare per altri quattro anni la più grande democrazia del mondo, perché sembra che non siano pochi coloro che apprezzano le sue esibizioni di cattiveria, ciò che umilia e fa male a qualcuno, purché sia debole. La campagna elettorale americana è esemplare.
Comincia il giorno in cui, davanti alla Casa Bianca sostano uomini, donne e bambini, in gran parte neri, classe media, tipo "Diritti civili", che pacatamente protestano contro i maltrattamenti verso i neri da parte della polizia americana. È il 2 giugno 2020. Non c'era tensione elettorale. Ma a Trump dà noia quella folla che lo fa sembrare assediato. Decide che deve uscire in persona dalla Casa Bianca, e mostrare il suo potere. Ordina, come in una scena del film Il Dottor Zivago, che la polizia a cavallo gli sgomberi la strada.
E così, davanti alle telecamere, i cavalli si muovono a schiera compatta. La sorpresa è grande anche per i commentatori televisivi. La folla arretra, nel modo disordinato ma anche spaventato di una folla, qualcuno inciampa, qualcuno cade, e bisogna recuperare i bambini che, in una America normale, amano i cavalli e vorrebbero toccarli. Trump fa la sua figura quando attraversa la strada esibendo con orgoglio una Bibbia e la lunga cravatta, seguito da una decina uomini in nero. È evidente che l'uomo, spesso goffo e bugiardo, sta mostrando che ha potere. Parte di qui tutta la serie di eventi in cui le polizie di molte città americane si sentono autorizzate ad agire anche in modo estremo (il ginocchio strangolatore sul collo di George Floyd, gli spari alla schiena o dentro le auto di neri in fuga, con l'ausilio di volontari bianchi), e il tutto ha due scopi: uno, ti faccio vedere chi sono io.
Due, gli aggrediti cadono nella trappola. Compaiono in strada gruppi di neri armati, Adesso il quadro è perfetto. I militanti del potere bianco potranno dire che "c'è guerra civile". Gli appena un po'centristi possono parlare di "opposti estremismi", nel Paese in cui il presidente, mesi prima, aveva sequestrato, e in parte non ha mai restituito, i bambini degli ispano-americani che tentavano di passare il confine degli Usa (circa 2000 bambini tuttora dispersi in campi di concentramento).
E così, a mano a mano che le cattiverie di Donald Trump si accumulano, si erode il vantaggio iniziale dello sfidante democratico Biden che non ha alcuna cattiveria da vantare, è stato solo un bravo e attivissimo vicepresidente degli Stati Uniti (presidente Obama) quando i problemi erano aprire i confini e aprire gli ospedali. Ma guardiamoci intorno, guardiamo da vicino.
Quali sono i titoli che hanno portato Orbán a una trionfale rielezioni in un Paese civile e colto come l'ungheria? Ha chiuso giornali, tribunali, università, ha intimidito quanto basta per dominare il Parlamento con una maggioranza di oltre due terzi.
E la grandezza di Erdogan, il "sult ano turco" ha in quantità molto più vasta, le stesse credenziali: 135mila prigionieri politici, tra cui i direttori di tutti i giornali non servili al regime, l'arresto degli avvocati difensori dei presunti colpevoli (tra di essi la avvocata Ebru Timtik che si è lasciata morire di fame, detenuta illegalmente in una di quelle prigioni). Se volete, potete mettere in quella lista Putin, che provvede a far politica con il veleno per i suoi avversari. O del suo dipendente Lukashenko (Bielorussia) che si elegge da solo e sa come provvedere a chi dissente.
Qui vorrei precisare che sto parlando di politica perché, se il tema è "cattiveria", è facile e inevitabile fare un elenco della cattiveria del mondo se associata al potere. Ma l'episodio italiano del giovane Willy ammazzato di botte, in pubblico, o il tetro evento del fratello che uccide la sorella perché lui (con i suoi genitori, i suoi amici, il suo intero Paese) non tollera la scelta di vita della ragazza, ci dicono che da tempo siamo entrati in un cono d'ombra nel quale è la cattiveria a trovare la ragione per agire in modo feroce, e non una esasperazione ideologica o politica che spinge occasionalmente all'azione feroce.
Non ci sono opposti estremismi, come si ama scrivere, pensate a Trump e Biden, ma anche a Willy e ai fratelli Bianchi. In questo cono d'ombra c'è una folla che preferisce non sapere e approvare. E approva di più, come sta accadendo a Trump, se aumenta la cattiveria e il disprezzo per la vittima.
Pensate alle Cancellerie del mondo che si apprestano a onorare Erdogan come se non fosse un carceriere. Oppure Orbán, che pure si vanta di avere abolito il liberalismo. Come per il coronavirus, non abbiamo il vaccino di questo male. Ma non tocca agli scienziati. Tocca a ognuno di noi. E a quei centri di civiltà che una volta erano la politica e i partiti.
di Luigi Soriga
La Nuova Sardegna , 20 settembre 2020
"Animato più dall'amore che dalla voglia di lavorare". Don Galia racconta la vita nella comunità. Altro che permessi premio. Per alcuni detenuti finire qualche giorno nella casa di accoglienza del centro salesiano di San Giorgio è un aggravio di pena. "Il problema è che molti di loro, se incontrano chi ha inventato il lavoro, rischiano davvero di beccarsi un ergastolo".
Della serie: provate a chiedere a un pusher di spaccarsi la schiena per 4 ore al giorno in cambio di un buon piatto di minestra o di qualche centinaio di euro al mese. "Mille euro li guadagnavano in dieci minuti di spaccio. Non hanno la percezione del valore dei soldi, della fatica e dei sacrifici. Piuttosto che chinarsi sulla terra, preferiscono stare in branda e fissare il soffitto".
Johnny lo Zingaro era una via di mezzo: non era uno stakanovista, e al lavoro amava dargli del voi. Rispetto reciproco, ma con un signorile distacco. "Però la pagnotta, anche se malvolentieri, se l'è sempre guadagnata. Ogni mattina giardinaggio e cura degli animali. Nella nostra casa l'assistenzialismo carcerario è bandito: ti paghi ciò che hai. Nessuna elemosina: reimpari a campare. Recuperi la tua dignità".
Quarant'anni di cella equivalgono a una formattazione mentale potentissima. A Johnny in fondo mancavano solo 6 mesi per ottenere il regime di semilibertà. Avrebbe potuto vedere la sua compagna ogni giorno, e non 4 o 5 volte al mese. Il pomeriggio della cattura, dopo la fuga d'amore, lui e Don Galia si sono incrociati per un istante. "Gli ho chiesto: perché? Perché una fesseria simile. E lui: Don, non può immaginare cosa passa nella testa di un ergastolano".
Sacrosanta verità: "Io avrei messo la mano sul fuoco su Johnny, si era conquistato la mia totale fiducia. È intelligente, istrionico, non è un uomo pericoloso, ha capito i suoi sbagli, non farebbe male a nessuno. Poteva rovinare tutto solo per una pazzia d'amore. Alla fine è impossibile sondare a pieno l'interiorità di un detenuto".
Suor Ornella però, col suo piglio da gendarme e col suo occhio clinico era andata più a fondo di una tomografia assiale: "A me quello non mi ha mai convinto, è sempre stato un po' strano: sapevo che prima o poi l'avrebbe combinata grossa". Se sul lato operosità e zelo non c'erano grosse aspettative, al contrario sul versante affettivo Johnny offriva molta materia prima da plasmare.
"Lui era qui per stare col suo grande amore di una vita. Con Giovanna si conoscevano da quando erano bambini. E sapete la cosa curiosa? Quando c'è stata l'emergenza Covid, per loro abbiamo attrezzato una vecchia roulotte. Mi hanno detto: Don, più bel regalo non potevate farci. Ci ricorda la nostra infanzia da nomadi. La roulotte è una radice sempre verde. Ci sono capi sinti pieni di soldi, che abitano in vere e proprie regge, e poi nostalgicamente preferiscono andare a dormire in una roulotte". Paradossalmente quel legame così forte doveva essere lo stimolo per il riscatto, e anche la garanzia di una buona condotta.
"Johnny, come tutti i nostri ospiti, la mattina lavorava, poi dopo pranzo aveva due o tre ore libere: poteva uscire, fare compere, sbrigare commissioni e poi rientrare alle 20. Per capire se un carcerato è pronto al reinserimento, devi anche metterlo in condizioni di sbagliare, testarlo davanti ai bivi".
La comunità di recupero lavora molto sulla fiducia, fa in modo che tradire le aspettative riposte diventi doloroso. "Instauriamo rapporti chiari, mangiamo insieme, dormiamo insieme. Ognuno cucina, fa le pulizie, si lava la propria roba. Ci rapportiamo da uomo a uomo, con regole e rispetto reciproco. Qui in sette anni saranno passati più di 400 detenuti, e le evasioni sono state solo 4. Quella di Johnny, due tossicodipendenti e un albanese. Stop. Segno che il percorso di riabilitazione funziona. Salvo imprevisti d'amore".
di Roberto Zanini
Il Manifesto, 20 settembre 2020
La scomparsa di "Notorious RBG". Baluardo dei diritti di tutte le donne statunitensi, il membro più radicale dell'Alta corte, un'icona pop suo malgrado. Aveva 87 anni. Le ultime parole scritte a una nipote: "Il mio più fervente desiderio è di non essere sostituita fino all'insediamento di un nuovo presidente". Non andrà così.
"Quando ci saranno abbastanza donne alla Corte suprema? Quando ce ne saranno nove". Il bon mot del "giudice supremo" Ruth Ginsburg fece il giro degli Stati uniti in un lampo, e ce n'era motivo. Quella anziana signora sorridente e tanto bassetta da mettere in crisi le foto di gruppo era il difensore non ufficiale di ogni donna d'America da almeno mezzo secolo. Aveva 87 anni, Ruth Bader Ginsburg, e un cancro al pancreas. Il cancro ha vinto, ma gli sono serviti dieci anni e cinque assalti per piegare justice Ginsburg, che faceva la chemio solo di venerdì e usava il weekend per riprendersi (due sole assenze in 27 anni).
Ieri gli Stati Uniti hanno perso il giudice più radicale che avessero, diventata nel tempo e suo malgrado un'icona pop, e il presidente Trump ha guadagnato l'insperata l'occasione di nominare un giudice supremo di fiducia a poche settimane da elezioni molto rischiose. Una Corte suprema addomesticata può regalargli la presidenza. Ruth Ginsburg lo sapeva. Era successo proprio a lei di firmare l'opinione di minoranza quando la Corte suprema convalidò il pasticcio elettorale della Florida nel 2000. Nella sentenza Gore versus Bush, la giudice attaccò con un secco "Io dissento", mozzando il "rispettosamente" con cui ogni giudice sempre iniziava.
Vent'anni dopo, l'ultimo lascito della giurista morente sono poche parole scritte a una nipote: "Il mio più fervente desiderio è di non essere sostituita fino all'insediamento di un nuovo presidente". I nove giudici supremi sono nominati dal presidente e sottoposti al vaglio del Senato, restano in carica a vita o finché se la sentono, le loro sentenze costituzionali hanno enormi poteri.
Ebrea di Brooklyn, nata nel 1933 mentre la Depressione mordeva, Ruth Bader riuscì a andare alla Cornell e poi alla scuola di legge di Harvard, una di 9 donne su 500 studenti - e a tutte il decano chiese come si giustificassero ad aver tolto il posto a un maschio. Ma non era così Martin Ginsburg, studente disposto a farsi affascinare da una donna gravata di cervello. Laurea, matrimonio, due figli, specializzazione, prima classificata dei 500 del suo corso... e nessuna offerta di lavoro. A New York, dove ci sono più studi legali che carretti di hot dog. Martin guadagnava come tributarista, ma soprattutto cambiava pannolini, faceva bagnetti e spazzava casa esattamente come la moglie. Negli anni Cinquanta. Anni in cui era legale licenziare le donne all'inizio di una gravidanza (come capitò alla futura giudice Ginsburg). Cucinare no, ai fornelli c'era sempre lui. "Ruth era una cuoca atroce - raccontò - e per niente interessata a imparare".
"Ero ebrea, ero donna, ero madre": preclusi gli studi legali, Ruth Ginsburg puntò sull'università, negli anni Sessanta si fece un nome sui diritti di genere e nel '71 vinse la sua prima causa alla Corte suprema, che riguardava la preferenza ai maschi come esecutori testamentari. La già assai prestigiosa American civil liberties union (Aclu) la arruolò negli anni Settanta per dare la caccia alle discriminazioni, con un approccio che diventerà caratteristico: sfidare le iniquità una alla volta sul terreno dell'applicazione pratica più che sui principi. Negli anni Ottanta Jimmy Carter la nominò alla Corte d'appello federale di Washington. Il profilo delle sue sentenze era moderato, centrista, persino timido.
E poi arrivò Bill Clinton. Appena eletto, nel 1993, scelse lei per la Corte suprema al posto del vecchio Byron White, indicato da John F. Kennedy. Ma quando entrò per la prima volta nel palazzone neoclassico in marmo bianco del Vermont, la democratica moderata si trasformò in una radicale. E nei 150-200 casi che i supergiudici valutavano ogni anno (su circa 7.000 richieste), cominciarono a fioccare gli "I dissent". Dalle donne nelle forze armate ai matrimoni omosessuali, dal finanziamento pubblico della sanità al divieto di deportare naturalizzati americani se commettono crimini: dove i diritti rischiavano, Ruth Ginsburg si metteva in mezzo e spesso si tirava dietro i moderati.
E diventò un'icona. Una studentessa di legge aprì un account su Tumblr a suo nome, e sulla popolare piattaforma di microblogging la giudice Ruth Bader Ginsburg diventò Notorius RBG, la famigerata RBG, citazione del rapper Notorious BIG ucciso a colpi di pistola nel '97. Un trionfo: richieste di selfie per strada, ritratti su magliette, tazze, borse e ammennicoli vari, il celebre collarino di pizzo della sua toga rifatto da Banana Republic in cristalli swarowski... Proprio RBG (in italiano Alla corte di Ruth) è il film che gli dedicano nel 2018, candidato a due Oscar.
Nel coro di condoglianze, ieri Washington ribolliva di nomi per sostituirla: i senatori Ted Cruz e Tom Cotton, la giurista di Chicago Amy Coney Barrett, cattolica con 7 figli... I giudici supremi sono cinque conservatori (il presidente John Roberts e Samuel Alito, Clarence Thomas, Neil Gorsuch e Brett Kavanaugh) e tre progressisti (Stephen Breyer, Elena Kagan e Sonia Sotomayor). Il leader di maggioranza al senato, il repubblicano Mitch McConnell, ha già dichiarato che "il nome scelto dal presidente Trump sarà messo ai voti". Con eccezionale improntitudine, perché si tratta dello stesso Mitch McConnell che aveva rifiutato di mettere ai voti il giudice supremo scelto da Obama nel 2016, perché "il popolo americano deve far sentire la sua voce". Per finire il mandato a Obama mancavano otto mesi, a Trump sei settimane.
di Gianfrancesco Turano
L'Espresso, 20 settembre 2020
Una su cinque delle 1200 giunte locali da rinnovare era commissariata dal Viminale. Ventuno erano infiltrate dal crimine organizzato. Mentre infuria la battaglia fra chi vuole una revisione della legge e chi denuncia gli interventi pilotati dai professionisti dell'Antimafia.
Nell'appuntamento elettorale del 20 e 21 settembre, dominato dal referendum e dalle sei nuove giunte regionali, passa quasi inosservata la vicenda dei ventuno comuni che tornano al voto dopo essere stati sciolti per infiltrazioni del crimine organizzato. Eppure intorno a queste amministrazioni, e a quelle che resteranno più a lungo in mano ai commissari, è in corso una battaglia fra riformisti e riduzionisti che ha sullo sfondo l'altro grande evento dell'autunno: l'inizio della trattativa sul piano di investimenti del Recovery Fund.
Molti Comuni, l'anello di base della democrazia, erano in crisi finanziaria prima del virus e molti, soprattutto al Sud, saranno chiamati a gestire un fiume di denaro messo a disposizione dall'Unione europea e, dopo anni di difficoltà anche nell'uso dei fondi europei ordinari. Sapranno farlo? E con quali delle garanzie antimafia che l'Ue giustamente richiede? Ed è sufficiente mandare a casa giunta e consiglieri quando il potere criminale può produrre metastasi nel tessuto, quasi inamovibile, di funzionari e dirigenti? Sul fronte riformista, c'è chi pensa ad aggiornare una legge che compirà trent'anni nel 2021 e che ha mostrato più di un caso di cattivo funzionamento. Sullo schieramento opposto dei riduzionisti, molti attaccano uno strumento che sposta il potere del popolo in mano ai prefetti e sembrano sottovalutare l'impatto distruttivo delle mafie sulla volontà democratica.
Buona fede o mala fede, il problema esiste. Ad aprile, nel pieno della chiusura da virus che i nemici degli scioglimenti hanno usato gridando alla diserzione del commissario in remoto, il presidente della commissione antimafia siciliana Claudio Fava ha parlato di "uso disinvolto degli scioglimenti dei Comuni per mafia" e ha rievocato il sistema Montante, l'ex leader regionale degli industriali che dai primi di luglio affronta il processo di appello dopo una condanna in primo grado a quattordici anni per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione.
I commissariamenti per infiltrazioni del crimine organizzato sono una minoranza. I motivi di scioglimento, previsti dalla legge del 1991, sono undici e vanno dalla morte del sindaco alla sfiducia alla giunta, dalle irregolarità elettorali alle dimissioni di consiglieri fino ai problemi di bilancio.
Su 1183 amministrazioni comunali al rinnovo nel terzo fine settimana di settembre, il 19,5 per cento (231) è commissariato. Altri quaranta Comuni in mano all'amministrazione prefettizia non andranno al voto per un complesso di 271 scioglimenti sull'intera rete nazionale, fatta da 7903 Comuni.
Pur minoritario, lo scioglimento per mafia rimane il caso traumatico per eccellenza, quello che mette in discussione l'esistenza della democrazia nelle zone, non necessariamente al Sud, dove il crimine diventa potere legislativo e gli eletti burattini.
Neppure il Covid-19 ha fermato l'ondata di commissariamenti. Nel 2020 i prefetti hanno mandato a casa quattro amministrazioni calabresi (S. Eufemia di Aspromonte, Cutro, Pizzo, Amantea), due siciliane (Partinico, Maniace), una nella città metropolitana di Napoli (S. Antimo), una nel leccese (Scorrano). La nona giunta si trova nell'unico Comune del centro-nord al momento sciolto per infiltrazioni criminali. Saint-Pierre, pochi chilometri a ovest di Aosta, è il quinto stop imputabile alla 'ndrangheta sui nove ordinati quest'anno dal ministro dell'Interno Luciana Lamorgese.
Secondo i dati che Openpolis aggiorna mensilmente dal Viminale e dalle Camere con la collaborazione di Giulio Marotta, la 'ndrangheta è attualmente responsabile di 19 scioglimenti contro i 13 della Sicilia, gli otto della Puglia, i sei della Campania e Scanzano Jonico in Basilicata. A questo elenco vanno aggiunte due aziende sanitarie (Reggio e Catanzaro). Lo stesso provvedimento è toccato all'Asl 1 di Napoli a fine maggio.
Anche la serie storica non lascia dubbi su quale sia l'organizzazione più pervasiva. Su 349 scioglimenti per mafia la Calabria primeggia con 123, davanti alla Campania (110) e alla Sicilia (84). La provincia più infiltrata è Reggio con 555 mila abitanti e 70 scioglimenti incluso quello del capoluogo, seguita da Napoli che ha oltre tre milioni di abitanti, Caserta (900 mila residenti) e Palermo che ha una popolazione della sola area urbana maggiore dell'intera area metropolitana della città sullo Stretto. Il massimo di commissariamenti (34) risale al 1993, quasi il doppio dell'anno scorso (19).
Dal 1991, il primo anno di applicazione della legge, undici regioni italiane hanno conosciuto almeno uno scioglimento per infiltrazioni criminali. Nel Lazio è capitato a Nettuno, in provincia di Roma. In Piemonte a Bardonecchia, Leinì, Rivarolo. In Lombardia a Sedriano (Milano), in Liguria a Lavagna nell'area metropolitana di Genova.
Il record assoluto di scioglimenti spetta a Corato ma nessuno dei quattro commissariamenti del centro barese è dovuto alla criminalità al contrario di quanto accade con il record di tre interruzioni che tocca a dieci comuni calabresi (Lamezia Terme, Briatico, Limbadi, San Ferdinando, Gioia Tauro, Taurianova, Roccaforte del Greco, Melito Porto Salvo, Africo e Platì) più uno siciliano (Misilmeri) che ha un'amministrazione regolare dal 2014 guidata dal centrosinistra di Rosalia Stadarelli.
Molte di queste località andranno alle urne in autunno. Alcune escono da lunghi periodi di amministrazione prefettizia. È il caso di Platì, il comune dell'Aspromonte che con San Luca (due stop per 'ndrangheta) e con il santuario di Polsi chiude un triangolo ad altissima densità mafiosa.
A Platì, che l'anno scorso si è vista prorogare di sei mesi la gestione commissariale con decreto di Matteo Salvini, si candidano Pietro Marra e Rosario Sergi, già eletto quattro anni fa contro Ilaria Mittiga, figlia di un sindaco missino, Francesco, arrestato per mafia nel 2003, prosciolto e risarcito. Nel 2016 Platì aveva visto il fallimento del progetto di Matteo Renzi che alla Leopolda, da segretario nazionale, aveva lanciato la candidatura Anna Rita Leonardi contro il muro di indifferenza dei ras locali. Il comune aspromontano ha un record di dieci anni consecutivi (2006-2016) in mano ai commissari e anche la giunta Sergi è durata meno di due anni, fino alle dimissioni in blocco di mezzo consiglio comunale.
Il funzionamento disuguale degli scioglimenti ha aperto la strada al discorso riduzionista. Quattro anni fa l'ex sindaco e attuale candidato Sergi dichiarò: "A Platì esiste la mafia, come a Roma, come a Milano e come in altre città". Che le organizzazioni criminali puntino al giro d'affari delle metropoli è un'ovvietà. Che si possa paragonare il livello di penetrazione esistente nelle aree dominate dalle mafie con quello di Roma o di New York è un ragionamento che rischia di scivolare nel negazionismo: se la mafia è dovunque, bisogna commissariare tutti.
Fra gli scioglimenti del 2020 c'è Cutro, il comune in provincia di Crotone noto per le imprese criminali dei Grande Aracri e per il suo gemellaggio con Brescello, il paese del reggiano dove centinaia di cutresi sono emigrati. L'ex ministro ed ex sindaco di Reggio Emilia, Graziano Delrio, è stato redarguito nel verdetto del processo "Aemilia" per il suo viaggio elettorale nel paese che sovrasta lo Jonio insieme ad altri due candidati (Fabio Filippi e Antonella Spaggiari).
Cutro è stata sciolta all'inizio di agosto e affidata al prefetto in pensione Domenico Mannino in seguito all'operazione "Thomas", guidata dalla Dda di Catanzaro, contemporaneamente a S. Eufemia, investita dall'operazione Eyphemos della Dda reggina che ha portato all'arresto del sindaco Domenico Creazzo per voto di scambio con le cosche.
A Cutro è collegato indirettamente un altro evento di cronaca. Pochi giorni fa a Reggio Emilia gli eredi di Ignazio Salvo, esattore di Cosa nostra, hanno chiesto il commissariamento giudiziario per la loro Lg costruzioni finita in lista nera proprio per i suoi rapporti con uomini del clan Grande Aracri di Cutro. Il commissariamento giudiziario è una sorta di male minore rispetto all'interdittiva antimafia disposta dal prefetto, una delle misure di contrasto alle infiltrazioni più contestata da alcuni circuiti imprenditoriali. Il decreto legislativo sulle interdittive del 2011, il cosiddetto Codice antimafia, che rischiava a volte di uccidere l'impresa penalizzando lavoratori e creditori, si è dotato di uno strumento introdotto nel 2017. Con l'articolo 34 bis, è possibile affidare l'azienda a un commissario indicato dall'autorità giudiziaria in modo da proseguire le attività di gestione senza toccare l'assetto della proprietà nel presupposto che l'infiltrazione sia occasionale.
Maria Laura Tortorella, candidata a sindaco alle elezioni di Reggio Calabria, ha una lunga esperienza sul campo. Laureata in economia ha lavorato anni nelle terne prefettizie a partire da Rizziconi, sulla Piana di Gioia Tauro. "Il commissariamento", dice, "è uno strumento validissimo che però richiede competenza e amore per il territorio. È giusto essere aperti alle riforme, come si è fatto per le interdittive che a volte sono state male utilizzate ma spesso hanno riaccompagnato le imprese alla normalità. Va sempre ricordato che un'impresa criminale toglie spazio a un'impresa sana".
Il tema è quello della macchina amministrativa che, una volta infiltrata, risulta difficile da sanificare anche per il sindaco più motivato. Rizziconi è finita sui giornali nazionali a novembre del 2011 quando la Nazionale guidata da Cesare Prandelli ha tenuto un allenamento su un campo sottratto al patrimonio della 'ndrangheta. Nell'ottobre di cinque anni dopo il comune della Piana è stato di nuovo sciolto su provvedimento del ministro dell'Interno, Angelino Alfano, fino all'autunno 2018 quando è stato eletto Alessandro Giovinazzo, ex presidente del consiglio comunale sciolto nel 2016.
Nella parte centrale della Calabria è complicata la situazione di Pizzo. Il comune era guidato fino a dicembre 2019 da Gianluca Callipo, solo lontano parente di Filippo, industriale del tonno e candidato perdente del centrosinistra alle regionali di gennaio. Il 19 dicembre 2019 l'inchiesta Rinascita Scott, guidata dal procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, che l'ha definita "la più grande operazione antimafia dopo il maxiprocesso di Palermo", ha portato Callipo agli arresti seguiti da dimissioni e commissariamento. Dopo che la Cassazione ha annullato senza rinvio l'ordinanza di arresto di Callipo, dopo Ferragosto un quartetto di ex consiglieri e assessori si è rivolto al Tar del Lazio per ottenere la revoca del provvedimento prefettizio. Anche per Scanzano (Matera) il Tar ha accolto il ricorso dell'ex sindaco Raffaello Ripoli e ha chiesto al Viminale di integrare i documenti coperti da omissis.
L'intervento dei tribunali amministrativi si è già verificato al Nord. Lo scioglimento di Ventimiglia è stato annullato nel 2016 e il sindaco forzista Gaetano Scullino, molto vicino a Claudio Scajola, è stato assolto dalle accuse di mafia ed è tornato in carica un anno fa. Nel 2013 il Consiglio di Stato aveva cancellato il commissariamento per mafia deciso per un altro comune ligure, Bordighera. In totale, in Italia ci sono state 25 revoche su 349 provvedimenti, il 7 per cento.
La ricerca di una revolving door fra politici collusi e amministratori ha portato a frizioni nella maggioranza di governo. Su Briatico, comune del vibonese arrivato al terzo scioglimento per infiltrazioni criminali, il presidente grillino della commissione parlamentare antimafia Nicola Morra ha presentato lo scorso 23 giugno un'interrogazione al ministro Lamorgese. Secondo Morra, i commissari avrebbero considerato l'assunzione come dirigente dell'ex sindaco Andrea Niglia, condannato in primo grado a due anni per corruzione aggravata dal metodo mafioso. A luglio il caso si è sgonfiato perché il posto da dirigente era già stato assegnato a un'altra persona e non a Niglia.
Il braccio di ferro fra le istituzioni è continuato in Sicilia sulla scia della denuncia di Fava. Un anno e mezzo dopo lo scioglimento del comune di Scicli per mafia il sindaco Franco Susino (Pd), processato per concorso esterno, è stato assolto dal tribunale di Ragusa. Oggi ai più strenui difensori di Susino, oltre al Pd, si è aggiunto Salvo Sallemi, responsabile provinciale di Fdi, che da destra chiede una revisione della normativa e punta il mirino sulla vicenda, a suo dire analoga, che ha colpito l'amministrazione di Vittoria.
Il caso Scicli ha avuto strascichi. Il 21 aprile il senatore Davide Faraone, ex coordinatore regionale democrat passato con Italia viva, ha presentato un'interrogazione che, oltre alla cittadina del ragusano, mette in dubbio la legittimità dei commissariamenti di due comuni agrigentini. Uno è Siculiana, il paese da dove è partita l'avventura internazionale della cosca Caruana-Cuntrera. L'altro è Racalmuto dove il prossimo 8 gennaio si celebreranno i cento anni dalla nascita di uno dei più grandi scrittori europei del Novecento, Leonardo Sciascia, che ha spiegato all'Italia la mafia e, a chi ha voluto starlo a sentire, l'antimafia.
di Viviana Mazza
Corriere della Sera, 20 settembre 2020
L'avvocata-attivista era in carcere, ora è ricoverata per insufficienza cardiaca. Era il suo quarantesimo giorno di sciopero della fame nella prigione di Evin: ieri Nasrin Sotoudeh, la più nota avvocata iraniana impegnata per i diritti umani, è stata ricoverata in ospedale per insufficienza cardiaca. Il marito, Reza Khandan, lo ha reso noto con un tweet, spiegando di averlo saputo non dalle autorità carcerarie ma dal coniuge di un'altra prigioniera che ha potuto telefonare e trasmettere la notizia. Sotoudeh ha 57 anni e due figli.
Fisicamente fragile, ha una volontà ferrea. Mentre altri difensori dei diritti umani hanno lasciato l'Iran, lei è rimasta, continuando a rappresentare attivisti studenteschi, curdi, di religione bahai, minorenni nel braccio della morte, e anche le cosiddette "ragazze di via Rivoluzione", che si sono tolte il velo obbligatorio sventolandolo come una bandiera.
All'Europa, che le ha assegnato nel 2012 il premio Sakharov, l'avvocata chiedeva nell'ultima intervista concessa al Corriere (cinque mesi prima dell'arresto nel giugno 2018) di aiutare i manifestanti scesi in piazza per il carovita e la corruzione: "Se la Ue resterà in silenzio i ragazzi spariranno nelle carceri".
Nelle carceri è tornata anche lei, per la seconda volta (la prima fu dal 2010 al 2013). Stavolta la condanna prevede 38 anni di cui 12 almeno da scontare (ne restano dieci) per "propaganda contro il sistema" e altre accuse. Spesso Sotoudeh è stata paragonata a Mandela. Come lui, anche in carcere non ha smesso di lottare.
L'11 agosto ha iniziato lo sciopero della fame contro la detenzione "illegale" dei prigionieri politici: per l'emergenza Covid decine di migliaia di detenuti sono stati rilasciati temporaneamente ma quelli più in vista (non solo lei ma Narges Mohammadi, Sepideh Gholian e molti altri) restano dietro le sbarre.
Pur indebolita, aveva dedicato il premio che l'Associazione dei Giudici Tedeschi le ha da poco assegnato a quattro iraniani nel braccio della morte per le proteste anti-governative: tra loro, Navid Afkari che poi è stato giustiziato. Anche molte delle femministe americane che ieri piangevano la scomparsa della giudice della Corte suprema Ruth Bader Ginsburg lanciavano appelli per salvare quest'altra donna che difende la Giustizia in un Paese con cui gli Stati Uniti sono in guerra fredda da oltre 40 anni.
di Yurii Colombo
Il Manifesto, 20 settembre 2020
Per il sesto sabato di fila nella capitale e in tante altre città donne di tutte le età marciano per la democrazia e i loro diritti. Ieri oltre 300 arresti. La grande sorpresa del movimento democratico bielorusso è sicuramente il protagonismo delle donne in un paese dove la misoginia è stata a lungo una costante.
Anche ieri a Minsk e in altre città della Bielorussia tante donne sono scese in piazza per chiedere democrazia e riaffermare i diritti e la dignità femminile (durante la campagna elettorale il presidente Lukashenko aveva sostenuto che una donna non può fare il presidente della repubblica).
A Minsk, in migliaia, come già ormai ogni sabato da sei settimane, si sono mobilitate sfidando il divieto della polizia a manifestare. Molti i cartelli in solidarietà con Marya Kolesnikova, uno dei membri più in vista dell'opposizione in prigione con l'accusa di "tentato golpe" che rischia una pesantissima condanna.
Ieri, la mano dei reparti speciali antisommossa e della polizia nei confronti delle donne è stata particolarmente pesante. Già al mercato Komarovsky la polizia ha cercato di impedire il concentramento e si sono viste scene - ormai purtroppo diventate abitudinarie nella capitale bielorussa - di violenza e di intimidazione, a cui le donne hanno cercato di porre un argine formando i cordoni.
Alla fine, il corteo è riuscito a partire allungandosi per i viali del centro ma il prezzo è stato salato: sono 309 i fermi denunciati dalle associazioni dei diritti umani, alcuni dei quali si trasformeranno in arresto. Tra le persone portate in questura anche un cittadino/a italiano/a. Alcune decine di donne sono rimaste contuse e una purtroppo è finita in ospedale.
Oltre tantissime giovani perfino adolescenti si sono fatte notare in piazza anche un drappello di anziane. Lyudmila, 71 anni, che organizza un gruppo di "pantere grigie" cerca di sostenere in ogni modo la lotta. È stata fermata più volte nelle manifestazioni di queste settimane ma non ha perso il buonumore. "Porto sempre con me il numero di telefono di un avvocato in caso di necessità. Siamo qui per sostenere le giovani e nel caso prendere una manganellata al posto loro", afferma l'arzilla signora.
Le iniziative si moltiplicano e ieri nei quartieri periferici si sono tenute molte feste (in cui sono coinvolti anche i bimbi) e assemblee. "La lotta per raggiungere la libertà non è una cosa di un giorno, sappiamo che sarà una maratona e ci stiamo attrezzando", sostiene Vera che è sempre in prima fila nelle iniziative. L'appuntamento è già per oggi con il solito grande corteo domenicale.
di Gian Antonio Stella
Corriere della Sera, 19 settembre 2020
Nel libro "Vendetta pubblica" (Laterza) Marcello Bortolato* ed Edoardo Vigna** smentiscono molte leggende. "Così, a trent'anni, si ravvolse nel sacco; e, dovendo secondo l'uso lasciare il suo nome, e prenderne un altro, ne scelse uno che gli rammentasse, ogni momento, ciò che aveva da espiare: e si chiamò fra Cristoforo".
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 19 settembre 2020
Come anticipato a luglio, la sezione disciplinare ha cestinato 127 dei 133 testi chiamati dalla difesa. Obiettivo chiaro: usare l'ex leader dell'Anm come capro espiatorio per insabbiare le nomine pilotate. Il Procuratore generale della Cassazione ha chiesto al Csm di rifiutare 127 dei 133 testimoni chiesti da Luca Palamara a sua difesa. La Cassazione ha accettato l'ordine.
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 19 settembre 2020
Intervengono su tutto, ma mai che trovino il tempo per un accenno ai malati e ai morti in carcere, ai bambini che crescono in cella. Perché? Nel Paese in cui i magistrati, come si dice, parlano solo con le sentenze, il problema non c'è. Nel Paese in cui parlano dappertutto e su tutto, come succede qui da noi, il problema c'è ed è grande come una casa.
di Annamaria Alborghetti*
Ristretti Orizzonti, 19 settembre 2020
Un paio di giorni fa i giornali riportavano la notizia del permesso premio concesso a un detenuto di Padova, il sig. Giuseppe Montanti, condannato all'ergastolo per l'omicidio del dr. Livatino. Notizia ripresa anche dal TG, con tanto di immagini di repertorio.










