di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 21 settembre 2020
L'annuncio dopo lo scontro, in mezzo al deserto, tra un blindato russo e uno statunitense. L'annuncio della ritirata nel 2019 fu via libera occulto all'invasione turca, oggi sotto accusa dell'Onu per crimini di guerra. Un centinaio di soldati statunitensi e sei veicoli blindati arriveranno a breve nel nord della Siria, rinforzo del contingente presente. In contemporanea aumenterà sia la frequenza dei pattugliamenti che i sistemi radar. La notizia è stata data una fonte anonima dell'esercito degli Stati uniti, descrivendo la mossa come necessaria a evitare (o accendere, dipende dai punti di vista) un'escalation militar-diplomatica con la Russia nella regione. Alla fine di agosto due veicoli militari, uno russo e l'altro americano, si sono scontrati nel nord della Siria, sette soldati Usa sono rimasti feriti.
Scambio vicendevole di accuse, chi ha colpito chi nel bel mezzo del deserto: Mosca aveva dato comunicazione all'esercito Usa di sue pattuglie nella zona, la versione russa; quell'area è una "zona di sicurezza" in cui i russi non devono entrare, la versione statunitense. Da cui la decisione di inviare altri uomini, ha detto venerdì il portavoce del Comando Usa, il capitano Bill Urban, senza nominare la Russia: serviranno a "garantire la sicurezza delle forze della Coalizione".
Ed ecco che, apparentemente di colpo, ritornano tensioni che si immaginavano sopite e le sirene di una guerra mai finita, quella siriana. Ma gli americani dal nord della Siria non si sono mai ritirati. Undici mesi fa, nell'ottobre 2019, l'annuncio del presidente Trump di ritirare le truppe Usa dava un occulto via libera alla Turchia del presidente Erdogan per invadere il nord della Siria, il Rojava a maggioranza curda. Gli americani in ritirata verso il vicino Kurdistan iracheno avevano intercettato la rabbia dalle comunità locali, lanci di pietre e insulti ai blindati che lasciavano gli alleati preda della galassia turco-diretta di milizie islamiste e jihadiste.
Ma gli americani non hanno mai lasciato il nord della Siria. Hanno lasciato Manbij, la città simbolo della sconfitta dell'Isis inferta dalle Sdf (la federazione multietnica e multiconfessionale nata dall'esperienza curda del confederalismo democratico) dove erano di stanza per la regione di Deir Ezzor. Appena una settimana dopo l'invasione turca, Trump candidamente annunciava l'intenzione di non ritirarsi più: "Un piccolo numero di soldati" rimarrà al confine centro-orientale con Giordania "a protezione del petrolio" perché "se entri dentro tieni il petrolio". Annuncio confermato dal Pentagono che parlava di una redistribuzione di una quota dei 2mila marines all'epoca presenti nel Rojava.
Infine, a fine novembre 2019, da Manama interveniva il generale McKenzie del Commando centrale Usa: "Non ho una data di fine" per il ritiro, aveva detto indicando in almeno 500 i marines che sarebbero rimasti al fianco delle unità di difesa curda in chiave anti-Isis. In un tripudio di ipocrisia, i soldati americani sono rimasti in Siria. E non sono 400 o 500, sarebbero almeno mille secondo quanto dichiarato dal Pentagono. Ora aumentano di nuovo. Perché la missione non è accomplished: c'è ancora il grande punto interrogativo di Idlib, tuttora in mano ai jihadisti filo-turchi, ma soprattutto non c'è pace all'orizzonte né un effettivo avvio della ricostruzione, enorme business su cui si stanno lanciando da tutti, dai russi (ovviamente) a cui il presidente Assad ha garantito la parte del leone ai paesi del Golfo, alleati Usa.
di Giuseppe Sarcina
Corriere della Sera, 21 settembre 2020
Chi è Amy Coney Barrett, favorita di Trump per prendere il posto di Ruth Bader Ginsburg alla Corte Suprema. Amy Coney Barrett, 48 anni, sette figli, due dei quali adottati ad Haiti, cattolica fondamentalista e fieramente anti abortista, sembra essere la favorita per succedere a Ruth Bader Ginsburg tra i nove togati della Corte Suprema.
Il nome di Barrett era emerso già nel luglio del 2018 tra i quattro candidati finalisti per il posto del dimissionario Anthony Kennedy. Donald Trump l'avrebbe nominata volentieri, ma rinunciò dopo che i suoi consiglieri verificarono che la magistrata non avrebbe superato il vaglio del Senato, per l'opposizione delle repubblicane moderate Lisa Murkowski (Alaska) e Susan Collins (Maine). In quella fase i repubblicani controllavano il ramo alto del Congresso con soli due seggi di scarto (51 a 49) e quindi il "no" di Murkowski e Collins sarebbe stato decisivo. Alla fine il presidente scelse Brett Kavanaugh e fece sapere di "aver voluto preservare Barrett per il posto di Ginsburg".
Nel 2017 Trump la nominò comunque giudice della Corte d'appello del Settimo distretto, con sede a Chicago. Ora sembra essere arrivato il momento per il grande salto verso la Corte Suprema. La maggioranza dei repubblicani al Senato è più ampia (53 a 47) e Trump ha interesse a trasformare la campagna elettorale in uno scontro ideologico ed "epocale" tra i "patrioti difensori della tradizione" e i "socialisti nemici dell'identità americana".
La figura di Coney Barrett calzerebbe alla perfezione. Nata a New Orleans, la prima di sette figli. Il padre era un avvocato della Shell, la madre si occupava della famiglia. Studentessa modello fin dalle elementari, Amy si è costruita una solida formazione giuridica, laureandosi con il massimo dei voti alla Notre Dame Law School, nell'Indiana. Comincia come assistente giudiziaria a Washington. Prima nella Corte di Appello, poi, per un anno, alla Corte Suprema, alle dipendenze del giudice Antonin Scalia, da cui assorbe i principi della "dottrina originalista": la Costituzione va applicata alla lettera, non interpretata seguendo lo spirito dei tempi.
All'inizio degli anni Duemila, Amy alterna l'attività di avvocato a quella di docente universitario, tornando alla Notre Dame Law School. In quel periodo matura la sua visione giuridico-culturale, aderendo a un'associazione Pro Life e facendosi notare per la sua severa posizione anti-abortista. Analizza e critica a fondo la sentenza Roe v. Wade, che dal 1973 autorizza l'interruzione di gravidanza negli Stati Uniti. Sostiene che i tempi siano maturi perché la Corte Suprema possa modificarla, se non abolirla del tutto. Basterebbe questo per spiegare quale sarebbe l'impatto della sua nomina sull'orientamento della Corte Suprema e quindi sulla società e la politica americane.
Trump starebbe considerando anche un'altra candidatura meno dirompente: Barbara Lagoa, 52 anni, nata a Miami, figlia di immigrati cubani, giudice federale ad Atlanta. Anche Lagoa è una magistrata conservatrice, ma con un approccio più morbido rispetto a quello di Barrett. Non a caso il Senato ratificò la sua nomina con un voto trasversale: 80 a favore contro 15 contrari. Amy Coney Barrett, invece, passò con un margine decisamente più ristretto: 55 a 43.
di Pierluigi Battista
Corriere della Sera, 21 settembre 2020
In vari Paesi europei si ripetono squillanti annunci di neo-oscurantismo relativi alla condizione della donna accolti quasi nel silenzio, tranne l'ammirevole resistenza delle studentesse francesi che si sono recate a scuola con l'ombelico scoperto. Sta emergendo una singolare contraddizione, sulla condizione della donna nel nostro Occidente, tra le parole e le cose.
Da una parte l'attenzione iper-corretta alimentata dal #metoo, l'eccesso di zelo lessicale, un certo bigottismo che allarga a dismisura l'area del proibito, del non dicibile, del censurabile. Dall'altra, i segnali di un nuovo oscurantismo che penetra nelle nostre società e che non siamo più in grado, prigionieri dei nostri sensi di colpa e del poco amore per i nostri valori di libertà, di contrastare efficacemente.
Dieci anni fa sarebbe stata inconcepibile la legittimazione di quella tremenda umiliazione nei confronti della donna che è il test di verginità, praticato nel medioevo degli Stati dell'integralismo islamico e di cui si vorrebbe replicare la vergogna nelle nostre società pluralistiche e tolleranti. In Francia è accaduto: e deve intervenire il governo per rintuzzare l'ondata oscurantista che difende il test di verginità. Sempre in Francia a una donna è stato impedito l'ingresso nel Museo d'Orsay, nel museo che esibisce il nudo femminile più perturbante della storia dell'arte che è "L'origine del mondo" di Gustave Courbet, per via di un suo presunto abbigliamento poco consono.
In Italia la vicepreside di una scuola romana ha esortato le studentesse a evitare le minigonne per evitare che ai maschi "cada l'occhio" sulle loro gambe.
Sempre in Italia una sentenza ha mitigato la pena comminata a uno stupratore perché la ragazza violentata manifesterebbe un comportamento "disinvolto", con ciò stabilendo un nesso grottesco tra i costumi sessuali della vittima e il diritto del carnefice a pretendere, anche con la forza, la stessa disponibilità avuta con gli altri uomini. Generalmente questi squillanti annunci di neo-oscurantismo sono stati accolti da proteste molto blande, tranne l'ammirevole resistenza delle studentesse francesi che si sono recate a scuola con l'ombelico scoperto.
È il senso di colpa, appunto. Un atteggiamento omertoso per non occuparsi delle donne che, ancora fuori dell'Occidente ma chissà, vivono una condizione di oppressione spaventosa. Come Nasrin Sotoudeh che in Iran patisce anni di galera e decine di frustate per aver difeso i diritti delle donne a liberarsi del velo e che oggi è in ospedale, dopo quaranta giorni di sciopero della fame.
di Giovanni Longo
Gazzetta del Mezzogiorno, 21 settembre 2020
Il ministro aveva detto nei giorni scorsi: "I miracoli non si possono fare". "Dopo averci abbandonato da tempo, le parole del ministro suonano come una beffa". Non usa giri di parole l'avvocato Guglielmo Starace che commenta così le recenti dichiarazioni del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede sull'edilizia giudiziaria.
"C'è un progetto di cittadella giudiziaria anche a Bari su cui stiamo portando avanti il percorso che abbiamo già progettato - ha detto il ministro giovedì scorso in visita nel Tribunale di Foggia - speriamo di poter accelerare ulteriormente i tempi" per la realizzazione del Polo unico. "I miracoli non si possono fare". E poi, ancora: "Sapete qual è stato il mio impegno a Bari. La mia prima visita da Ministro è stata proprio a Bari. Lì la giustizia si celebrava nelle tende, a distanza di sei mesi, più o meno, siamo riusciti a dare un edificio che ha una sua dignità".
Bene, se ieri il presidente dell'Ordine degli avvocati di Bari Giovanni Stefanì non ha risparmiato aspre critiche al ministro, anche la Camera penale di Bari è sulla stessa linea. Del resto, sono proprio i penalisti a pagare il conto più salato per il cosiddetto "spezzatino", ovvero la frammentazione delle sedi giudiziarie che costringono a farsi in quattro per riuscire a fare tutto. "Non è possibile continuare con questa storia delle tende ripetuta periodicamente dal ministro - premette l'avvocato Satrace. Stando alla sua narrazione, le abbiamo lasciate grazie a lui che è riuscito a trovare un palazzo di dieci piani.
L'edificio di via Dioguardi, cui si riferisce, non risolve i problemi. In era Covid, poi, non ne parliamo, visti spazi esigui e ambienti ristretti in cui bisogna anche assicurare distanze che in questi locali non si possono garantire nonostante tutta la buona volontà. Magistrati, avvocati e personale amministrativo si stanno facendo in quattro per cercare di portare avanti la giustizia penale per far sì ad esempio che le udienze si celebrino agli orari fissati, che le comunicazioni arrivino per tempo e via discorrendo. Insomma, noi lavoriamo in condizioni difficili e il ministro quasi due anni e mezzo dopo le tende allestite nell'atrio del vecchio Palagiustizia di via Nazariantz dichiarato inagibile, dice che non può fare miracoli. Davvero senza vergogna".
Come è noto, il progetto per realizzare il Polo unico della giustizia nell'area dell'ex Casermette è attualmente in una fase di stallo. "Sin dal primo momento, era maggio 2018, invocando la nomina di un commissario per l'edilizia giudiziaria. Non fummo ascoltati, ci fu detto "Non vi preoccupate, me la vedo io" e il risultato è sotto gli occhi di tutti. Non solo. Noi scriviamo al ministero e non riceviamo alcuna risposta".
Accesso per appuntamento in cancelleria, termo scanner all'ingresso, bisogna dire dove si va, accesso nelle aule non molto tempo prima rispetto alla fissazione del proprio processo. Ma soprattutto, la giustizia penale disseminata in più sedi: via Dioguardi (Procura e Tribunale penale compreso ufficio gip e Riesame); via Brigata Regina (dove ci sono alcuni uffici della Procura come il dibattimento e della polizia giudiziaria); via Tommaso Fiore (Tribunale e Procura per i Minorenni); piazza De Nicola (Tribunale di Sorveglianza, Procura generale e Corte d'Appello); San Paolo (Giudice di Pace) e, all'occorrenza, aula bunker a Bitonto e carcere dove gli avvocati si recano per i colloqui con i loro assistiti e anche per celebrare a volte le udienze di convalida degli arresti o gli interrogatori di garanzia. Ma non dite ai penalisti che ormai sono rassegnati rispetto a una situazione incancrenita. "È nostro dovere fare tutto ciò che è nelle nostre possibilità per rendere il servizio giustizia il migliore possibile nell'interesse dei cittadini", conclude Starace.
di Tiziana Ciavardini e Cristina Perozzi
articolo21.org, 21 settembre 2020
L'avvocata per i diritti umani Nasrin Sotoudeh è grave. Suo marito Reza Khandan attraverso i
canali social ha informato sabato 18 settembre, che le condizioni di sua moglie sono molto gravi. Nasrin è stata trasferita dalla prigione di Evin al Taleghani Hospital di Teheran e subito dopo trasportata in terapia intensiva per insufficienza cardiaca. L'avvocata è in sciopero della fame dallo scorso 11 agosto per protesta contro il mancato rilascio dei prigionieri politici, che si trovano nelle carceri iraniane senza alcuna protezione al Covid19. Per Articolo 21 abbiamo contattato Reza Khandan il marito di Nasrin che ci ha esternato le sue forti preoccupazioni sulle condizioni di sua moglie. "Nasrin è molto debole - ci ha detto - e la sua salute sta peggiorando ogni giorno".
Nasrin Sotoudeh insignita del premio Sacharov dal Parlamento Europeo nel 2012, venne arrestata nel 2018 e condannata nel 2019 ad un totale di 38 anni e mezzo di prigione e 148 frustate per il suo pacifico lavoro in favore dei diritti umani, inclusa la difesa delle donne che protestano contro l'obbligo di indossare il velo islamico in Iran.
Giá ad agosto le sue condizioni di salute si erano aggravate ed era stata portata nella clinica della prigione. La situazione della diffusione del Covid19 all'interno delle carceri iraniane é estremamente complessa. La Boroumand Foundation, con sede a Washington, che documenta le violazioni dei diritti umani in Iran, ha dichiarato in un rapporto del 2 settembre scorso che "il Covid-19 è molto diffuso nelle carceri iraniane in cui il sovraffollamento rende difficile il distanziamento sociale".
Secondo i dati ufficiali in Iran, la pandemia ha ucciso più di 22.000 persone e ne ha infettate oltre 380.000. Alcune ricerche hanno mostrato che questi numeri non sono tuttavia quelli effettivi, poiché le autorità iraniane hanno voluto tenere nascosti i dati reali. Lo scorso marzo in piena pandemia l'Iran ha rilasciato temporaneamente 85.000 detenuti dopo che si erano riscontrati disordini all'interno delle carceri, per la paura di diffusione del virus, ma non ha concesso lo stesso permesso ai prigionieri politici. In questi mesi le condizioni di alcuni detenuti rimasti all'interno del carcere sono deteriorate.
Il portavoce della magistratura Gholamhossein Esmaili, aveva già allora dichiarato che erano stati liberati solo coloro che stavano scontando condanne a meno di cinque anni, mentre i prigionieri politici e quelli accusati di condanne più pesanti, legate alla partecipazione di proteste antigovernative, sarebbero rimasti in prigione. Secondo le autorità i prigionieri non rilasciati temporaneamente sarebbero quei prigionieri politici considerati "terroristi" e "spie straniere" e per questo definiti dallo stesso Esmaili "criminali contro la sicurezza".
In una delle telefonate dal carcere con suo marito Reza, Nasrin aveva espresso rammarico per la morte dell'avvocata Ebru Timtik ed aveva inviato le sue condoglianze alla famiglia. Ebru era una collega turca di Nasrin ed è morta il 27 agosto 2020 nell'ospedale militare presso cui era stata trasferita dal carcere di Silviri, in Turchia, dove era detenuta dal settembre 2017. È deceduta dopo 238 giorni di sciopero della fame, che aveva deciso di iniziare proprio per protestare contro le deteriorate condizioni della giustizia turca.
L'avvocata Timtik, unitamente ad altri 18 colleghi appartenenti a diverse associazioni progressiste e di sinistra attive nella difesa di casi politicamente sensibili, venne arrestata con l'accusa di collaborazione e asseriti legami con il Fronte Rivoluzionario della liberazione popolare (Dhkp/C), gruppo di estrema sinistra considerato organizzazione terroristica dal governo turco, dall'Unione Europea e dagli Stati Uniti. Ma a quanto risulta Ebru Timtik era responsabile solo di aver svolto con lealtà e diligenza la sua professione legale, assumendo la difesa di chiunque ne avesse bisogno.
Aveva difeso la famiglia di Berkin Elvan, un adolescente morto nel 2014 per le ferite riportate durante la repressione delle proteste di Gezi Park di un anno prima. Si era occupata dal 2008 dell'omicidio per tortura dell'attivista per i diritti umani Engin Çeber e del disastro minerario di Soma che il 13 maggio 2014 causò la morte di 301 minatori. Dopo un processo definito farsa dagli osservatori, con testimoni reticenti e contraddittori e la sostituzione immediata dei magistrati che si erano dichiarati favorevoli al suo rilascio, l'avvocata venne condannata a 13 anni e 6 mesi di carcere.
Nel gennaio del 2020 Ebru Timtik e Aytaç Ünsal, altro suo collega condannato a 10 anni e sei mesi, avevano iniziato uno sciopero della fame per reclamare il diritto ad un processo equo e per protestare contro l'attuale sistema della giustizia turca, che molti avvocati lamentano essere contaminata da continui controlli e supervisioni politiche. Gli amici che sono riusciti a vederla hanno riferito che Ebru Timtik pesava solo 30 chilogrammi al momento della morte. Il giorno dei suoi funerali, mentre la bara coperta dalla sua toga e dai garofani rossi transitava per la strada verso il cimitero, la polizia turca ha sequestrato il feretro ed impedito la sua sepoltura pubblica, dissipando con numerose raffiche di gas lacrimogeni la folla che si era radunata per salutarla l'ultima volta.
Per salvare la vita di Nasrin siamo ancora in tempo. In queste ultime settimane moltissime associazioni per i diritti, alle quali ci uniamo, noti gruppi di avvocati, politici e esponenti di spicco nel mondo della cultura, dello spettacolo e della politica, hanno chiesto il rilascio immediato e le cure mediche adeguate per l'avvocata iraniana. Augurandoci, che almeno questa volta, le autorità della Repubblica Islamica ascoltino la nostra voce.
di Rachida El Azzouzi*
Il Fatto Quotidiano, 21 settembre 2020
Il pugno di ferro del regime sull'informazione. Il giornalista Khaled Drareni, in prigione dallo scorso 7 marzo, è stato condannato, martedì 15 settembre, dalla corte d'appello di Algeri, a due anni di reclusione, semplicemente per aver svolto il suo lavoro. A agosto era stato condannato in primo grado a tre anni. Il suo crimine: aver pubblicato degli articoli sull' "Hirak", in un paese come l'Algeri che sta sprofondando nella repressione dal giorno dell'elezione del suo nuovo presidente, Abdelmadjid Tebboune, nel dicembre 2019, ex fedele del presidente Abdelaziz Bouteflika, costretto alle dimissioni nell'aprile 2019. Ecco dunque quale è il reato commesso da Drareni: aver seguito in modo libero e indipendente le manifestazioni dell'Hirak, la rivolta popolare che ha spinto l'ex presidente "fantasma" a cedere il potere e che da più di un anno reclama un "sistema nuovo", un'Algeria "libera e democratica" e uno stato di diritto.
Se la condanna è stata ridotta di un anno in appello, la sentenza dei giudici algerini resta una delle più pesanti mai pronunciate prima contro un giornalista dalla proclamazione di indipendenza del paese, nel 1962. Nel 2004, sotto Bouteflika, il giornalista Mohammed Benchicou era stato per esempio condannato a sua volta a due anni di prigione per trasferimento illecito di valuta. Drareni non è un giornalista qualsiasi. Il suo nome è noto ai media internazionali. È corrispondente da Algeri per la tv internazionale in lingua francese TV5 Monde, lavora per l'ong francese Reporter senza frontiere, che difende la libertà di informazione e di stampa in tutto il mondo, ed è fondatore del sito di informazione online, a accesso gratuito, Casbah Tribune. È un giornalista molto popolare in Algeria, ma anche all'estero.
Chi si interessa all'Algeria lo segue su Twitter, per la sua precisione e professionalità. Proprio questa popolarità, ben oltre i confini dell'algeria, lo rende colpevole agli occhi delle autorità, che lo puniscono con la prigione e che più in generale tentano di imbavagliare ogni voce critica. La condanna di Khaled Drareni, per "istigazione a manifestazione non armata" e "minaccia all'integrità del territorio nazionale", suona dunque oggi come un monito per tutti i giornalisti, che in Algeria lavorano già in condizioni molto difficili: il paese è al 146mo posto su 180 nella classifica per la libertà di stampa nel mondo. Questo è il messaggio delle autorità algerine: o ti metti in riga, al servizio del potere, o finisci in prigione. Il messaggio è rivolto anche a tutti i cittadini algerini, perché il processo a Khaled Drareni non è solo quello della libertà di stampa, è anche quello della libertà di espressione e delle libertà individuali, che vengono violate ogni giorno. "Due anni di prigione per Drareni. Faremo appello in Cassazione", ha fatto sapere all'agenzia France Presse uno degli avvocati del giornalista, a sua volta figura di punta dell'hirak, Mustapha Bouchachi. "Il fatto che sia mantenuto in prigione e condannato è la prova della chiusura del regime in una logica di repressione assurda, ingiusta e violenta", ha osservato a sua volta Christophe Deloire, segretario generale di Reporter senza frontiere. "Colpendo e mettendo a tacere i giornalisti che lavorano sull'hirak, la giustizia algerina, agli ordini del regime, crede di poter rinchiudere la protesta dentro una pentola a pressione. È una strategia inefficace e esplosiva, che mina la legittimità di chi la mette in atto", ha denunciato l'ong francese, che sta conducendo una campagna internazionale per la liberazione immediata di Khaled Drareni.
Il giornalista non era comparso in tribunale da solo. A processo con lui c'erano anche Samir Benlarbi e Slimane Hamitouche, due volti noti dell'hirak. I due uomini, su cui pesavano gli stessi capi di imputazione di Drareni, sono stati condannati a quattro mesi di prigione ciascuno. Avendoli già scontati nell'attesa del processo, sono usciti liberi dal tribunale di Algeri. Arrestato il 7 marzo scorso, durante una manifestazione repressa dalla polizia, per attacco all'unità nazionale, posto in un primo tempo sotto controllo giudiziario, poi in custodia cautelare, Khaled Drareni, che ha festeggiato il suo quarantesimo compleanno dietro le sbarre, è diventato suo malgrado il simbolo di una stampa sempre più oppressa in Algeria. Poco più di un mese fa, lunedì 3 agosto, è apparso tra le mura del carcere di Kolea, emaciato ma con il suo abituale grande sorriso, davanti ai giudici del tribunale Sidi Mohamed di Algeri al momento del processo di primo grado, che si è svolto in videoconferenza a causa della pandemia di Covid-19.
La scorsa settimana, durante l'udienza d'appello, il viso era ancora più magro, ma il sorriso era lo stesso. Davanti ai giudici, Drareni ha ripetuto che non aveva fatto altro che "svolgere il suo lavoro di giornalista indipendente e di esercitare il suo diritto di informare in quanto giornalista e cittadino". Ha precisato di aver lavorato su tutte le proteste, comprese quelle favorevoli al governo. Ha insistito sul suo diritto come cittadino di esprimere il proprio punto di vista, la "cosiddetta libertà di espressione".
La giustizia gli rimprovera in particolare una pubblicazione su Facebook in cui il giornalista ha solo detto la verità, cioè che il sistema politico in Algeria non è cambiato dopo l'elezione del presidente Tebboune. Drareni è accusato di aver criticato "la corruzione e il denaro" del sistema politico e di aver pubblicato il comunicato di una coalizione di partiti favorevoli allo sciopero generale. "Sono un giornalista, non un criminale - ha detto in sua difesa al termine dell'udienza d'appello -. Il tipo di giornalismo che svolgo non minaccia la sicurezza del paese, ma lo protegge".
Come in prima istanza, anche in appello, il pubblico ministero aveva chiesto contro di lui quattro anni di prigione, 100 mila dinari di multa e quattro anni di privazione dei diritti civili. "La prigionia di Khaled Drareni è il risultato dell'accanimento di un solo uomo: il presidente Tebboune - ci ha detto un osservatore di primo piano, che preferisce restare anonimo. Tebboune si sta comportando con Drareni come aveva fatto Gaïd Salah, l'ex capo dell'esercito che aveva preso il posto di Bouteflika al momento della sua destituzione, contro Karim Tabbou, l'oppositore politico, recentemente rilasciato.
Allo stesso modo Tebboune si accanisce contro Drareni che, durante una conferenza stampa, ha trattato da spia, da informatore. È una cosa senza precedenti. I giudici hanno avuto paura. Si sono detti: non si può rilasciare una persona che, stando al primo magistrato del paese, è un informatore". Questa condanna arriva in Algeria anche a due mesi da una riforma costituzionale prevista per il prossimo primo novembre, giorno anniversario dell'inizio della guerra d'indipendenza dell'Algeria (1954-1962), mentre la repressione è sempre più forte nei confronti dei media indipendenti, degli attivisti dell'hirak e degli oppositori politici. Dei giornalisti sono stati accusati dal regime di seminare la "sedizione" nel paese e di essere al soldo di "par ti straniere". Diversi sono in prigione, come Abdelkrim Zeghileche, direttore della radio indipendente online Radio Sarbacane, condannato il 24 agosto a due anni di prigione per un post su Facebook in cui lanciava un appello alla creazione di un nuovo partito politico.
Altri processi sono in corso. "Ormai gli oppositori algerini, appena parlano, vengono accusati di attacco all'unità nazionale", osserva il suo avvocato Djamel Aissiouane. Anche Elwatan, il principale quotidiano in lingua francese in Algeria, che stenta a sopravvivere, ha subito questa ondata di repressione senza precedenti che si è intensificata con la pandemia.
Gli sono state ritirate delle pubblicità pubbliche dopo aver pubblicato a fine agosto un'inchiesta sulle origini opache del patrimonio dei figli del generale Ahmed Gaïd Salah, l'ex uomo forte del paese a capo dell'esercito, che ha gestito la transizione prima di morire improvvisamente nel dicembre 2019.
*Traduzione di Luana De Micco
agenzianova.com, 21 settembre 2020
I familiari di alcuni residenti di Hong Kong arrestati in mare il mese scorso dalle autorità della Cina continentale si sono rivolti oggi alla polizia di Hong Kong per chiedere che i loro congiunti possano incontrare gli avvocati scelti dalle famiglie e i parenti e che la Regione amministrativa speciale si attivi per ottenere informazioni dalle autorità cinesi continentali.
Le richieste sono contenute in un comunicato letto fuori dal quartier generale della polizia dall'attivista Owen Chow Ka-shing, che ha assistito le famiglie. Secondo quanto dichiarato, finora i legali nominati dalle famiglie non sono stati autorizzati a incontrare i detenuti e le condizioni delle persone arrestate sono note solo alle autorità cinesi. Per questo i familiari hanno sollecitato le autorità di Hong Kong a inviare rappresentanti e a chiedere l'accesso a documenti di interesse tra i quali i dati radar.
Ieri il segretario alla Sicurezza di Hong Kong, John Lee Ka-chiu, ha dichiarato che le 12 persone sono tutte in buona salute e hanno scelto ciascuna due avvocati da un elenco fornito dalle autorità cinesi, precisando che le procedure legali nella Cina continentale sono diverse da quelle dell'ex colonia britannica. Lee ha detto di non poter inviare funzionari.
Il legislatore Eddie Chu Hoi-dick, membro del Consiglio legislativo, ha criticato Lee per il mancato aiuto alle famiglie dei detenuti. I 12, undici uomini e una donna di età comprese tra 16 e 33 anni, sono considerati attivisti democratici. Sono stati intercettati dalla guardia costiera del Guangdong il 23 agosto su una imbarcazione diretta a Taiwan e si trovano in un centro di detenzione nel distretto Yantian di Shenzhen.
Il governo di Hong Kong ha rifiutato di interferire, sostenendo che il caso è di competenza della Cina continentale e che questi individui sarebbero "separatisti". "Il reato in questione rientra nella giurisdizione della Cina continentale, e il governo della regione amministrativa speciale rispetta e non interferirà con le azioni delle forze dell'ordine", ha spiegato il governo di Hong Kong in un comunicato del 13 settembre. Il capo esecutivo di Hong Kong, Carrie Lam, ha poi aggiunto che le 12 persone non sono "attivisti pro-democrazia oppressi" e che dieci di loro erano stati accusati di reati quali produzione o possesso di esplosivi, incendio doloso, sommosse, aggressione alla polizia o possesso di armi
di Liana Milella
La Repubblica, 20 settembre 2020
L'ex pm di Roma parla davanti ai colleghi in una drammatica assemblea dell'Anm: "Non ho mai detto muoia Sansone con tutti i filistei". Il pm Palazzi replica: "Basta col dileggio contro chi non bussa alla porta dei potenti".
di Teresa Ciabatti
Corriere della Sera, 20 settembre 2020
"Qua dentro la barba è vietata", dice Antonio (nome di fantasia), 18 anni. "Io invece la vorrei". Siamo nel carcere minorile di Nisida, e la barba è davvero vietata. Come altri segni distintivi che le guardie penitenziarie hanno imparato a riconoscere: riga centrale ai capelli, maglietta nera, occhiali da vista dalla montatura nera, tatuaggio ES17.
di Davide Varì
Il Dubbio, 20 settembre 2020
L'Anm conferma l'espulsione di Luca Palamara. Ma lui: "Il confronto con la politica sulle nomine è sempre esistito". "Il confronto con la politica sulle nomine è sempre esistito". Sono le ultime parole con cui Luca Palamara ha "salutato" l'Anm. Una sorta di "siete tutti coinvolti" pronunciato poco prima che l'assemblea dell'Anm confermasse la sua espulsione dal sindacato delle toghe. E parlando della famigerata riunione all'hotel Champagne sulla nomina del procuratore di Roma, Palamara ha chiarito: "Gli incontri non erano clandestini e l'hotel Champagne non è un posto per nascondersi né ho mai venduto la mia funzione, né a Lotti, né a Centofanti, né a nessuno".
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