di Carlo Lania
Il Manifesto, 23 settembre 2020
Alla fine di luglio si erano lasciati con la promessa di rivedersi a settembre per mettere fine alla revisione dei decreti sicurezza e portare finalmente il nuovo provvedimento su "immigrazione e sicurezza" in consiglio dei ministri.
Nessuno, però, di certo immaginava che l'esito delle elezioni regionali avrebbe ridisegnato gli equilibri all'interno della coalizione, al punto che quello che fino a ieri era solo un impegno oggi starebbe per diventare realtà, con il Pd che preme per accelerare i tempi. L'ordine del giorno del prossimo consiglio dei ministri, che potrebbe tenersi già domani, dovrebbe così contenere anche il lavoro di riscrittura svolto dalla maggioranza sui decreti voluti da Matteo Salvini quando era ministro dell'Interno e sui quali anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella aveva mosso dei rilievi.
Le modifiche fatte vanno ben oltre le obiezioni del Quirinale e sono il frutto di un attento lavoro di mediazione svolto dalla ministra dell'Interno Luciana Lamorgese. Le novità più importanti riguardano le navi delle ong per le quali sono state cancellate le maxi multe. Si torna alle sanzioni già inserite nel Codice della navigazione che prevede multe comprese tra i 10 mila e i 50 mila euro per le navi che non rispetteranno il divieto di ingresso nelle acque nazionali (articolo 1102, navigazione in zone vietate). Una modifica resa possibile dalla trasformazione dell'illecito da amministrativo in penale. Su questo punto si erano manifestate le resistenze maggiori da parte dei 5 stelle.
Altre novità di rilievo riguardano la possibilità per i richiedenti asilo di iscriversi all'anagrafe comunale (abolita con il primo decreto sicurezza ma ripristinata dalla Corte costituzionale) con in più la possibilità di richiedere la carta di identità. Viene inoltre ricreato di fatto il sistema di accoglienza, più che dimezzato dal precedente governo.
Il nuovo testo prevede una riduzione drastica dei circa 5 mila Cas (Centri di accoglienza straordinaria), mega strutture che verrebbero sostituite con centri più piccoli dove troverebbero posto al massimo cento persone e diffusi nel territorio. Due i livelli di accoglienza: il primo, al momento dello sbarco, gestito dal governo attraverso i prefetti, e un secondo gestito dai Comuni per i quali potrebbero esserci degli incentivi.
Vengono inoltre ridotti i tempi di detenzione all'interno dei Centri per i rimpatri (Cpr) dagli attuali 180 giorni a 90, e vengono estesi i casi in cui sarà possibile vedersi riconoscere la protezione umanitaria, allargata a chi rischia di subire "trattamenti inumani e degradanti" nel Paese di origine, a chi necessita cure mediche, a chi proviene da Paesi in cui sono avvenute gravi calamità oltre che alle famiglie con figli minori, alle persone gravemente malate e a quelle con disagio psichico.
di Mauro Magatti
Corriere della Sera, 23 settembre 2020
Buona parte dell'estate è stata spesa a discutere della riapertura della scuola. E finalmente, dopo mesi di incertezze e discussioni, gli studenti sono tornati in classe. I problemi certo non sono finiti. Sarà una battaglia. Ma al di là di tutto, un obiettivo è già stato raggiunto: dopo anni di trascuratezza, il Covid ha riportato alla ribalta la scuola.
Oggi c'è più consapevolezza che senza una buona offerta formativa non c'è futuro. Una nuova sensibilità filtrata fin dentro le linee guida approvate dal governo per il Recovery Plan, dove "istruzione e formazione" costituiscono una delle sei macro aree su cui si intendono spendere le risorse in arrivo dall'Europa (le altre sono: digitalizzazione e innovazione; transizione ecologica e rivoluzione verde; infrastrutture per la mobilità; equità, inclusione sociale e territoriale; salute).
Un ottimo proposito. Come un aereo, una società avanzata si regge solo su due ali: l'infrastruttura tecnica e la qualità delle sue persone. La realtà però è un'altra: in questo campo, infatti, abbiamo accumulato un grave ritardo. Nella fascia d'età 25-34 anni, il 44% ha una laurea, ma siamo comunque indietro: in Corea sono al 70% e in Canada e in Irlanda al 60%. Soprattutto siamo ancora lontani da un livello accettabile di efficacia del percorso scolastico: ancora oggi uno studente italiano su quattro non raggiunge il livello 2 di competenza in lettura, che significa riuscire a identificare l'idea principale in un testo, trovare informazioni basate su criteri espliciti, e riflettere sullo scopo e la forma del contenuto proposto (dati test Pisa).
Va male anche per le competenze digitali dove, nel 2018, l'Italia si piazza quart'ultima fra i Paesi dell'Unione Europea (seguita solo da Bulgaria, Grecia e Romania). Si stima che, ad oggi, il 40% dei lavoratori non è nelle condizioni utilizzare in modo efficiente gli strumenti digitali.
Nonostante questi dati, da anni stiamo disinvestendo: secondo Eurostat, nell'ultimo decennio la nostra spesa in istruzione (dalla scuola dell'infanzia all'università) è diminuita ponendoci all'ultimo posto in Europa rispetto alla spesa pubblica totale (circa l'8%, più o meno quanto spediamo per gli interessi sul debito) e al quintultimo posto rispetto al Pil (meno del 4%). Con il Nord - in primis la Lombardia - che ha dati peggiori del Sud. Né le cose vanno meglio se guardiamo il mondo delle imprese, dove la voce formazione dei dipendenti rimane più bassa della media dei paesi Ocse. Senza dir nulla poi del nodo irrisolto della formazione professionale e della difficoltà nell'avvicinare il pensare con il fare.
Ci sfugge il rapido aumento della complessità che caratterizza la nostra vita sociale: l'elevato contenuto cognitivo dei mondi altamente tecnicizzati; la complessità culturale derivante dalla integrazione tra diverse aree del mondo; la difficoltà di riuscire a trattare l'enorme quantità di informazioni caotiche a cui siamo esposti. In questa situazione, mancare di una solida formazione di base e dei necessari percorsi di aggiornamento significa, come ha insegnato Bernard Stiegler, finire prigionieri delle nuove forme di proletarizzazione che producono la perdita di "saper fare", "saper vivere" e "saper pensare". In un mondo sempre più accelerato e tecnicizzato, la formazione delle persone è condizione per avere crescita economica, presupposto per rendere stabile la democrazia, antidoto per contenere l'odio e la violenza.
Se l'Italia oggi arranca è perché - dopo il grande salto compiuto con l'introduzione della scuola pubblica universale - sono ormai decenni che abbiamo smesso di investire nelle persone. Ora, la crisi del Covid ci porta a un bivio: o si sarà capaci di cambiare strutturalmente la rotta oppure il sistema scolastico (e non solo) collasserà. Il gran parlare, a volte un po' surreale, di scuola non si esaurisca dunque col suono della prima campanella. Rispetto al tema formazione, dobbiamo recuperare una arretratezza più che decennale. Cominciando con tante realizzazioni concrete. Ma avendo anche il coraggio di osare pensare in grande.
Come sono stati capaci di fare i nostri padri. Proviamo a pensarci: non erano forse degli autentici visionari coloro che hanno cominciato a immaginare la scuola obbligatoria per tutti quando solo pochi sapevano leggere e scrivere? In realtà, cio che serve è una nuova comprensione del significato della formazione in una società avanzata. Lo ha detto, a suo modo, il presidente Mattarella nel suo intervento per la giornata mondiale dell'alfabetizzazione. Termine bellissimo - fatto delle prima due lettere dell'alfabeto - che va interpretato nel suo senso più vero: che cosa serve per essere capaci di usare le tante lingue e i molteplici segni del nostro tempo e così diventare cittadini del mondo avanzato?
Non preoccupiamoci di avere subito tutte le risposte. Non rinunciamo, piuttosto, a porci domande ambiziose. Come vanno ripensate le scuole, soprattutto oggi dopo la pandemia, affinché riescano a diventare polmoni diffusi di conoscenza, luoghi di interazione col territorio, vettori di sperimentazione di un nuovo modello di sviluppo che sempre più è e sarà "on-life"? Come va riqualificato (e diversamente pagato) il ruolo docente affinché possa tornare a essere una figura di riferimento in grado di accompagnare le nuove generazioni a misurarsi con un mondo tanto complesso? Quali forme dovrà assumere un sistema organizzato e efficace di formazione continua, pilastro mancante nell'idea novecentesca di istruzione?
Il Dubbio, 23 settembre 2020
L'appello per l'avvocata prigioniera del regime iraniano. I Giuristi Democratici di nuovo in campo per i diritti: hanno inviato un appello al ministero degli Esteri e al Presidente del Consiglio affinché il governo italiano intervenga con il governo iraniano per salvare la vita alla avvocata Nasrin Sotoudeh, detenuta ingiustamente in carcere.
Nella lettera a Giuseppe Conte, a Luigi Di Maio e tutti i suoi viceministri e sottosegretari si denuncia "l'aggravarsi delle condizioni di salute dell'avvocata e attivista per i diritti umani Nasrin Sotoudeh, già condannata in Iran a 33 anni di prigione e 148 frustate, per reati quali l'aver "complottato contro la sicurezza nazionale", "minacciato il sistema", "istigato alla corruzione e alla prostituzione" e per essere comparsa in un'aula di tribunale senza velo islamico?
Da oltre quaranta giorni Nasrin Sotoudeh - che è detenuta dal 2018 dopo aver già scontato tre anni di carcere tra il 2010 e il 2013, e dovrà scontare almeno altri 12 anni per la più grave delle condanne ricevute - sta attuando uno sciopero della fame al fine di ottenere il rilascio dei prigionieri politici, detenuti in condizioni disumane durante la pandemia da Covid19, e continua a rivendicare le sue battaglie in difesa, tra l'altro, dei diritti delle donne.
Per questo, come saprete, è stata anche insignita di molti premi, tra cui il Premio Internazionale per i Diritti Umani Trarieux, nel 2018; riconoscimenti per il lavoro di "una donna che non si è inchinata davanti alla paura e alle intimidazioni e che ha deciso di mettere la sorte del proprio Paese davanti alla propria", come la definì l'allora presidente del parlamento europeo Martin Schulz nel 2012.
Ebbene, è notizia del 19 settembre che l'avvocata iraniana è stata trasferita nell'ospedale Telaghani a Teheran per insufficienza cardiaca, e le preoccupazioni per il suo stato di salute aumentano di ora in ora, considerato "l'indebolimento fisico, le palpitazioni di cuore e il respiro affannoso", come precisato al canale della Bbc in persiano dal marito Reza Khandan.
Crediamo che l'Italia e l'Unione Europea debbano impegnare tutto il loro peso politico e morale perché non siano violati in nessun luogo. Per questo, pensiamo sia urgente promuovere una presa di posizione istituzionale concreta in favore del rilascio di Nasrin Sotoudeh, così come degli altri prigionieri politici in Iran. Domandiamo a tal fine anche la possibilità di una interlocuzione per discutere delle azioni più utili e opportune affinché questo e altri casi di grave violazione dei diritti umani possano cessare".
di Susanna Marietti*
ilfattoquotidiano.it, 22 settembre 2020
Rossana Rossanda, che si è spenta nelle scorse ore all'età di 96 anni, è una delle figure che hanno tenuto a battesimo - in senso sia ideale che concreto - la nostra associazione. Era il marzo del 1985 quando venne pubblicato il primo numero della rivista che portava il medesimo nome, Antigone. La rivista era veicolata dal quotidiano Il Manifesto e voleva costituire uno spazio di riflessione per pensatori dalla formazione culturale anche diversa tra loro, quali tra gli altri Stefano Rodotà, Massimo Cacciari, Mauro Palma, Luigi Ferrajoli, Luigi Manconi, Luca Zevi, Giuseppe Bronzini. E, appunto, Rossana Rossanda.
di Mauro Palma
Il Manifesto, 22 settembre 2020
La critica dell'emergenza. "Ho sempre diffidato della parola verità e del suo uso specie quando riguarda la conoscibilità della persona", diceva. Il 7 aprile 1979, l'inchiesta padovana e poi quella romana resero evidente l'urgenza di opporsi a ricostruzioni onnivore e distruttive di soggettività.
di Domenico Alessandro De Rossi*
Il Dubbio, 22 settembre 2020
La storia di Giuseppe Mastini è la triste fotografia della giustizia italiana che non funziona. Emblematico, prevedibile, quanto meno ipotizzabile, in una vita "normale". Giuseppe Mastini (da tutti detto "Johnny lo Zingaro", tanto per non contraddire l'infelice attualità in tema di espressioni linguistiche da superare), con una delle più semplici spiegazioni rese alla Polizia, per giustificare il mancato rientro in carcere si è riferito direttamente al desiderio e al bisogno di amore. Si, una pura e semplice spiegazione: bisogno di amore e niente altro. Come la necessità di camminare, come l'esigenza dell'ora d'aria, di respirare, di pensare... Sembrerebbe strano, eppure questo bisogno è solo per ritrovarsi con la donna che una volta si era amata.
di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 22 settembre 2020
Intervista a Luigi Manconi: "Credo che all'origine del suo garantismo ci fosse la volontà di comprendere le ragioni, per quanto orribili, di chi commette reato. Nel caso del terrorismo, di chi commette reato in nome di un progetto rivoluzionario che Rossanda vedeva come derivato da una concezione di cui conosceva l'origine".
di Giovanni Maria Jacobazzi
Il Dubbio, 22 settembre 2020
Poniz si ricandida. La sinistra di "Md" resta alleata con Area, la moderata "Mi" farà cartello unico coi fuoriusciti di Unicost. Bisognerà attendere ancora una settimana per conoscere i nomi dei candidati alle prossime elezioni per il rinnovo del comitato direttivo centrale dell'Associazione nazionale magistrati. Trentasei i posti in palio. Una volta eletto, il cdc eleggerà poi la giunta esecutiva, composta da nove membri, tra i quali il presidente e il segretario generale.
di Luigi Manconi e Federica Graziani
La Repubblica, 22 settembre 2020
Ama da sempre i dettagli. È un amore assoluto, che richiede una vita di spasmodica applicazione alla causa. Pignolissimo, è nemico giurato dei perplessi, ma più di loro detesta gli altri pignoli, che gli offuscano quel sentimento del rimanersene a godere dell'esistenza svelata delle piccole cose. Si tiene ben lontano da chiunque, come chi ha spazio per una passione soltanto e sente quanto sia fragilmente fondata quella sua via esclusiva di accesso al mondo.
E la protegge, e nel proteggerla vi aggiunge un particolare ogni giorno, e a ciascuna aggiunta gli pare di darle un poco di più di fondamento. Così si è scelto il mestiere del giornalista, che ha inteso come il modo più elegante di custodire i suoi archivi, dargli la più larga pubblicità possibile e insieme guadagnarci il pane. Come inizia la sua carriera, comincia anche a tenere dei dossier nominativi sui politici. Ne ricerca le dichiarazioni, le segue giorno dopo giorno, le conserva.
E poi aspetta la contraddizione. Il gusto della scoperta delle prime incoerenze lo rende impaziente. Vuole pescare le bugie dei potenti. Beccarne le incongruenze. Coglierli in fallo. A furia di stare all'erta dei possibili raggiri, ne vede più di quel che trova e incomincia a sospettare la corruzione più dell'omissione, il peccato più dell'errore. A rischio e pericolo altrui, allena la memoria sulle cronache giudiziarie.
Gli interessano i fatti, solo i fatti, nient'altro che i fatti. Di evidenza in evidenza, si fa l'idea che la verità sia una soltanto. Chi non la riconosce, ha qualcosa da nascondere. Sempre più abbacinato dall'indignazione, non c'è reato così lieve da non suscitare una sua denuncia e non c'è avversario che non meriti almeno un insulto infilato nell'editoriale per l'indomani. Coltiva le sue forze di scrittore saggiandole su riferimenti culturali che vanno da Totò a Montanelli. Certo non gli mancano le occasioni di trovare impuniti tra le schiere dei potenti che voleva castigare, ma la postura del giustiziere è difficile da dismettere, ormai se la lira dietro chiunque condanni. E il contagio dalle persone si trasmette fatalmente all'ambiente.
L'Italia in cui vive è una nazione predata. "I nostri guai derivano dal fatto che abbiamo due bande che si fanno chiamare destra e sinistra e che per ragioni affaristiche e di convenienza si sono impadronite del Paese e se lo sono mangiato, proprio a colazione, pranzo e cena, lasciandoci soltanto gli ossicini e le briciole". Sempre più puntiglioso e superficiale su ogni aspetto della vita politica nazionale, giurerebbe che si può contare su un solo uomo che sia capace di snidare e insieme sottrarsi a questo contagio di ladrocinio: lui stesso. Marco Travaglio in persona.
Quando, alla vigilia della campagna elettorale del 2018, il Partito Democratico rimproverò a Travaglio l'uso disinvolto e sventato della formula "sciogliere con l'acido", ne era evidente la forzatura polemica. Ma la difesa fatta a proposito del ricorso a quelle parole non fu efficace: la scelta non poteva giustificarsi come una metafora ardita, un'immagine forte o un paradosso linguistico. Leggiamo quella frase: "La legislatura che sta per essere sciolta (si spera nell'acido) è stata una delle peggiori della storia repubblicana".
È ovvio, almeno per noi, che Travaglio non auguri a nessuno di venire sciolto nell'acido. Figuriamoci. Ma perché quella frase orribile è apparsa così immediatamente nuda, priva del filtro dell'iperbole che la astraesse da qualunque rapporto con la realtà dei cattivi pensieri e dei desideri indicibili? Perché, per un effetto paradossale del linguaggio immaginifico, appare più realistico ciò che più sfida la realtà.
Ma se questo accade, nel caso specifico, si deve al fatto che nella scrittura e nell'oratoria di Travaglio, di tanti articoli del Fatto Quotidiano, del Movimento 5 Stelle e di tutta la subcultura loro correlata emergono due costanti, due tic, due veri e propri disturbi del linguaggio. Il primo: un vocabolario agonistico e aggressivo, militarizzato e bellico, dove ogni confronto porta a una resa dei conti.
Dove la sconfitta e la vittoria sono, in tutti i campi, un gioco a somma zero. Il secondo: un'idea di democrazia e di giustizia molto - come dire? - violenta, dove le sole virtù apprezzate si basano sulla forza (certo, democratica), sulla coercizione (certo, legale), sulla repressione (certo, governata). L'intera rappresentazione sociale, i suoi attori, le reti di relazioni, le forme di comunicazione, i prodotti culturali, tutto è descritto a tinte forti e a tratti ben marcati. Tutto è pronunciato con toni vibranti, si affida a gesti robusti, a conflitti brutali e a una lunga sequenza di categorie e procedure simil-giudiziarie: imputazioni, chiamate in causa, colpe, responsabilità, prove, indizi, condanne, giudizi, sentenze, sanzioni, pene.
Nel ritmo parossistico di una messa in stato d'accusa generalizzata, si alza il volume e si inaspriscono le pene. Si pubblicano editti e si annunciano misure repressive. E si agitano i castighi come corpi contundenti. Se non come strumento di purificazione, di emancipazione dal male, di lavacro. Più la pena è pena, più è capace di dare sofferenza e afflizione, più sarà in grado di svolgere una funzione salvifica.
In questa esasperata rappresentazione penitenziaria, le fantasie punitive e le paranoie vendicative, in un quadro alterato e deformato da diffuse patologie sociali, possono arrivare a suggerire associazioni mentali che assegnino all'acido la funzione svolta dal fuoco nei roghi e nelle pire. Cosa c'entra tutto ciò con Travaglio e con le sue responsabilità culturali? Nulla ovviamente, se non per il contributo da lui dato alla creazione di un clima.
Un clima in cui l'esecuzione della pena non ne prevede la sospensione; il rigore rifiuta la clemenza; la certezza respinge l'indulgenza; la severità disprezza la mitezza. In quell'atmosfera segnata dalla richiesta di "più condanne" e "più carcere", non c'è punizione che sembri eccessiva se considerata meritata. Ecco la trappola semantica in cui si è cacciato Travaglio.
L'andamento ordinario della sua scrittura manifesta quella componente violenta. La stessa di larga parte degli articoli del Fatto e di molti post dei militanti ed elettori del Movimento 5 Stelle, come su un altro versante il linguaggio della Lega e dell'arcipelago dei gruppi che guardano a essa. Va ribadito ancora una volta: non è solo e non è tanto il potenziale di minaccia che contiene, bensì il tono e il colore ferrigno e cruento del vocabolario utilizzato.
E ciò avviene come inavvertitamente, a tal punto quelle parole si sono andate via via corazzando, diventando sempre più combattive, perdendo la distinzione tra descrizione della realtà e sua traduzione in immagini, metafore, iperboli. La realtà stessa diventa tutta un'iperbole. Prevale una lettura sempre visionaria del reale. Una sorta di mitologia della cronaca. In questo linguaggio gonfio e traslato, l'acido non risulta così fuori luogo.
di Errico Novi
Il Dubbio, 22 settembre 2020
L'espulsione c'è stata. Definitiva e plebiscitaria. Ma il voto con cui sabato scorso l'assemblea nazionale dell'Anm ha apposto l'ultimo sigillo all'estromissione di Luca Palamara è un atto a cui forse si affidano aspettative esagerate. Come se liberarsi della figura divenuta incarnazione di tutti i traffici sulle nomine possa scacciare via anche un brutto sogno, così sintetizzato dal presidente dell'Associazione magistrati Luca Poniz: "La fiducia che i cittadini nutrono nei nostri confronti è drammaticamente precipitata".
Non è che espellere Palamara dall'organismo di rappresentanza "politica", e poi magari il 16 ottobre dalla magistratura stessa, possa magicamente scogliere il vero nodo. Cioè, sempre per usare le espressioni di Poniz, il "rapporto ormai guasto tra correntismo e carrierismo". È quello il virus che ha trasformato il Csm, e certo non solo Palamara, in un nominificio. Più una dinamica socio- politica che una degenerazione "morale". Eppure la tensione della magistratura sembra tutta rivolta verso l'illusione che, una volta archiviato il proprio ex presidente, il protagonista della cena all'hotel Champagne, si possano ritrovare l'autorevolezza e il peso politico perduti.
C'è da temere che non sia così. E non è un caso se il "momento drammatico" (ancora Poniz) in cui la magistratura si trova ha indotto un analista di gigantesco spessore come Paolo Mieli a notare, sul Corriere della Sera di ieri, la strana "fretta" del Csm nel procedimento disciplinare. Con ordine: sabato l'Anm ha espulso Palamara; il Consiglio superiore ha già messo in moto il turboprocesso dinanzi alla sezione disciplinare in modo da concluderlo il 16 ottobre; martedì 20 ottobre Piercamillo Davigo si congederà dalla magistratura e l'Anm concluderà la propria tre giorni elettorale. Intanto ieri la gip di Perugia Lidia Brutti ha dichiarato ammissibili tutte le oltre 200 intercettazioni via trojan depositate dai pm umbri (ora guidati Raffaele Cantone) nell'ambito del procedimento penale, in cui Palamara è indagato per corruzione.
Una reazione a raffica, così frenetica che, pur di assicurane la rapida conclusione, il Csm per esempio ha accantonato le posizioni di altri ex togati pendenti dinanzi alla sezione disciplinare. Fare presto, espellere Palamara, poi radiarlo, poi magari rinviarlo a giudizio a Perugia. In pratica un sacrificio umano a rate. Sabato Palamara ha ammesso gli errori ma ha detto di non sentirsi "moralmente indegno".
Davvero è degno di un accanimento tanto "mirato"? In attesa che la macchina da guerra disciplinare completi la propria opera, da ieri sappiamo anche che il perito nominato a Perugia per trascrivere le captazioni, incluse quelle con i deputati Cosimo Ferri e Luca Lotti (non prevedibili, quindi non volontarie e perciò bisognose di autorizzazione dalle Camere, per il Tribunale) dovrà depositare tutto il 13 gennaio: altra data da cerchiare.
Ma la batteria punitiva basterà a restituire all'Anm anche forza politica? Poniz e la mozione approvata sabato dall'assemblea hanno detto hanno no al sorteggio per la scelta dei togati e a quello previsto - nella riforma Bonafede - per individuare i componenti delle commissioni Csm. No anche alle sanzioni previste, all'interno della riforma penale, nei confronti di pm e giudici per i ritardi dei processi.
Rivendicazioni pure giuste. Ma che rischiano di non essere sostenute dal diminuito potere contrattuale di cui oggi i magistrati godono nei confronti della politica. Ecco il vero nodo che il "sacrificio" di Palamara potrebbe non bastare a sciogliere. Ecco il senso di quel "momento drammatico". Nella mozione finale c'è anche un lascito al nuovo parlamentino Anm: una "costituente etica e statutaria" per rilanciare l'azione politica. Forse il punto preliminare a ogni "no", e molto più importante dell'esecuzione capitale di un singolo ex presidente Anm.
- Ucciso da proiettile vagante a Capodanno, ora la famiglia deve pagare le spese di giudizio
- Camorra, il boss Pasquale Zagaria torna in carcere
- Attualità e modernità del messaggio del "giudice ragazzino"
- "Gravissima perdita di credibilità della magistratura nei confronti dei cittadini"
- Frosinone. 70 detenuti senza la possibilità di frequentare l'istituto alberghiero










