di Viviana Lanza
Il Riformista, 23 settembre 2020
"Poche informazioni sui diritti e disaffezione per la politica". Così il garante dei detenuti della Campania, Samuele Ciambriello, commenta i dati sull'affluenza al voto all'interno delle carceri. I detenuti che hanno esercitato il diritto di voto per il referendum e per le elezioni regionali sono stati, in tutta la Campania, appena 48.
Su una popolazione di migliaia di detenuti, 48 sono un numero minimo. "Un numero decisamente inferiore anche rispetto ai detenuti votanti del 2018 che sono stati 120 su un migliaio di aventi diritto", aggiunge Ciambriello. "Sono i detenuti che beneficiano della legge del 23 aprile 1976, la legge che permette l'esercizio del diritto di voto da parte degli imputati di qualsiasi reato mediante la creazione di un'apposita sezione elettorale all'interno dell'istituto di pena e che raccoglie il voto dei detenuti, quelli aventi diritto e che hanno manifestato la volontà di esprimere il voto nel luogo di detenzione", spiega il garante illustrando l'iter all'interno degli istituti di pena.
Per i detenuti, infatti, è stato allestito un seggio ad hoc all'interno del carcere. La procedura non è stata immediata, nel senso che c'è stato un preciso iter da seguire, in base i detenuti che intendevano votare hanno dovuto presentare una specifica istanza al sindaco del proprio Comune di residenza (l'istanza è valida fino a tre giorni dalle elezioni e il Comune a cui viene inoltrata deve verificare che il richiedente abbia diritto al voto).
Fatta questa verifica, i Comuni in questione hanno inoltrato i certificati elettorali alle carceri dove si sono costituiti appositi seggi, con apposite commissioni, per raccogliere i voti dei detenuti. "È una procedura che non ha mai dato problemi", spiega Ciambriello. Eppure, a leggere i numeri, i detenuti alle urne tra domenica e ieri sono stati pochi, pochissimi.
Nelle carceri di Bellizzi, Ariano, Airola, Lauro e Benevento non c'è stata alcuna richiesta per esercitare il diritto al voto, vuol dire che nessuno dei reclusi di questi istituti ha voluto esercitare quello che resta un diritto valido anche per chi vive dietro le sbarre come a rimarcare una distanza non solo fisica con il mondo fuori. Nelle altre strutture penitenziarie della regione, soprattutto in quelle più grandi, l'affluenza al voto, pur se limitata, c'è stata.
Ma ancora una volta basta leggere i numeri per avere un'idea della realtà. A Poggioreale, nel più grande carcere d'Italia e forse d'Europa, hanno votato solo tre detenuti, a Secondigliano sono stati quattro. Numeri esigui anche nel carcere femminile di Pozzuoli, dove hanno esercitato il proprio diritto di voto soltanto tre detenute, e in quello minorile di Nisida, dove ha votato un solo detenuto.
Un votante anche nel carcere di Aversa, uno in quello di Santa Maria Capua Vetere, uno anche nelle strutture penitenziarie di Salerno, Vallo della Lucania, Arienzo. Nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere hanno votato tre detenuti, mentre a Carinola cinque, a Eboli quattro e a Sant'Angelo Dei Lombardi venti. "Cresce il disinteresse dei detenuti verso la politica che ha rimosso il carcere dai suoi interessi - osserva Ciambriello. Ma è anche vero che i detenuti sono poco informati sui loro diritti e su come esercitarli e soprattutto proiettano i loro interessi e le loro energie sulle criticità interne agli istituti e sulle loro vicende giudiziarie, vivendo il carcere come un proprio microcosmo".
aspbologna.it, 23 settembre 2020
Diverse settimane fa avevamo introdotto la figura dell'operatore Cefal, ovvero chi nel carcere della Dozza si occupa dei detenuti, cercando di aiutarli e sostenerli per un corretto reinserimento in società. Questo obiettivo si può raggiungere mediante un percorso di inclusione lavorativa che avevamo solo accennato nel precedente articolo, ma che non avevamo approfondito nello specifico.
Ci preme ora andare più in profondità rispetto all'inclusione lavorativa in carcere, analizzando i settori più appetibili per le persone detenute e scoprendo, inoltre, come ciò può essere di grande aiuto per la comunità bolognese.
Il target di persone che ottiene maggiori risultati - I percorsi di inclusione lavorativa in carcere non sono a disposizione di ciascun detenuto, è bene specificarlo fin dall'inizio. Dentro le mura della Dozza, infatti, ci sono circa 700 detenuti e sarebbe praticamente impossibile riuscire a garantire un impiego per ciascuno di loro. I percorsi, dunque, sono a numero chiuso e quando si apre una possibilità d'inserimento all'interno di un percorso, basato su formazione in aula e 3 mesi di tirocinio, gli operatori Cefal chiedono sempre la disponibilità a più persone, individuando quelle maggiormente interessate e compatibili con i percorsi disponibili. In generale è stato constatato che le persone anziane sono quelle più difficili da collocare e da inserire all'interno di tali progetti, a differenza invece della fascia di adulti che va dai 30 ai 40 anni. Le persone di questa fascia d'età, mediamente, sono quelle più motivate e più propense a svolgere invece percorsi di inclusione lavorativa.
Si trovano infatti in una fase della loro vita particolare, durante la quale hanno capito l'approccio corretto utile per potersi riabilitare all'interno non solo delle mura del carcere, ma anche al di fuori, quando rientreranno a contatto con la comunità bolognese. Da non sottovalutare anche l'approccio delle donne all'interno del carcere. Pur essendo in netta minoranza, si rivelano sempre molto impegnate e motivate, soprattutto perché sentono la responsabilità dei figli e dei mariti a casa.
I settori più appetibili per le persone detenute - Quando si scelgono i settori più appetibili e le attività di maggior interesse per i detenuti, si tiene ovviamente conto delle loro passioni e delle esperienze pregresse che hanno accumulato negli anni. In linea di massima, i settori che vanno per la maggiore tra i programmi di inclusione lavorativa per le persone detenute sono nell'ambito della ristorazione, quello del video-making, della sartoria e del giardinaggio.
Un altro ambito che spesso viene proposto ma che non prevede un inserimento altrettanto facile da parte dei reclusi è quello delle pulizie. Quest'ultimo infatti è abbastanza difficoltoso per il tipo di lavoro che propone, dato che prevede turni complicati e un lavoro di squadra, caratteristiche non sempre nelle corde delle persone detenute per il contesto in cui vivono.
Su tutti, i settori della ristorazione e del giardinaggio, invece, sono quelli che riscontrano il successo maggiore, nei quali l'impiego di persone detenute avviene con alta frequenza.
Questo grazie ai corsi di formazione ad hoc, ma anche per la possibilità di trovare degli impieghi già durante il reinserimento in società. Non è raro il fatto che le persone, dopo essere state scarcerate, siano riuscite a farsi assumere in alcune aziende dello stesso settore.
Per le persone detenute è fondamentale quindi poter avere la possibilità di seguire questi percorsi lavorativi. Innanzitutto per attivare la propria volontà di lavorare continuativamente, ma soprattutto perché possono offrire una possibilità concreta di guadagno col passare del tempo. Non ha alcun senso, dunque, lasciare le persone detenute abbandonate a loro stesse all'interno del carcere. Bisogna concedere anche a loro la possibilità di trovare un'attività interessante, e magari un lavoro, come primo spiraglio per un pieno reinserimento in società.
di Orlando Trinchi
Il Dubbio, 23 settembre 2020
"Si chiese, per l'ennesima volta in vita sua, che senso avesse continuare a esibirsi su quello sgangherato e traballante palco- osceno che era ormai diventata la sua professione, che senso avesse il processo penale, in cosa consistesse la giustizia e quali fossero le differenze - perché ce n'erano, eccome - con la legge, che senso avesse la stessa esistenza dell'uomo e quale significato potesse essere attribuito a certi fatti, a certi comportamenti, a certe tragedie, alla morte di un ragazzino, alla vita di un assassino, chiunque fosse e qualunque fosse il motivo che ne aveva armato la mano". Riflette, Alessandro Gordiani, senza riuscire a frenare quel rovello interiore che da sempre lo tormenta.
Protagonista del nuovo romanzo di Michele Navarra, "Solo Dio è innocente" (Fazi Editore), l'avvocato romano viene chiamato nella Sardegna profonda a difendere Mario Serra, una lunga scia di sangue e vendetta alle spalle, principale sospettato dell'omicidio a sangue freddo di un quindicenne. Scrittore e avvocato penalista dal 1992 - nel corso della sua lunga carriera ha potuto seguire alcuni tra i casi più controversi della storia italiana, dalla strage di Ustica alla banda della Uno bianca: "Il processo penale italiano è assolutamente avvincente e anche spettacolare, basta essere capaci di rappresentare, con il giusto grado di tensione narrativa, ciò che avviene nelle aule giudiziarie".
Lei e il protagonista del suo nuovo romanzo, Alessandro Gordiani, siete accomunati dalla medesima professione, ovvero quella di avvocato. Condivide i dubbi e le considerazioni che esprime il suo personaggio?
Quando - una decina di anni fa - ho cominciato a scrivere, era molto più facile imprimere sulla carta i sentimenti e le sensazioni del personaggio: mi basavo su quello che provavo in prima persona. Mi sono tuttavia reso conto che, con il tempo e con il procedere della scrittura - questo è il mio sesto romanzo -, il personaggio si affrancava, diventando qualcosa di diverso da me, o, meglio, un me aspirazionale: non era più tanto Alessandro Gordiani che mi somigliava quanto io che avrei voluto somigliare a lui. Condivido molti dei dubbi di Alessandro; si tratta di un avvocato di carta, ed è quindi molto più facile per lui prendere decisioni che nella pratica quotidiana, ci vengono impedite. I modi di pensare possono essere coincidenti o leggermente divergenti, ma nella sostanza Alessandro Gordiani non penserà mai qualcosa di diametralmente opposto rispetto a me.
Altra grande protagonista del libro è la Sardegna. Sono presenti anche riferimenti al codice barbaricino...
A mio avviso, oggi il codice barbaricino non esiste più. Le regole su cui si fonda sono tramandate oralmente di generazione in generazione; negli anni Cinquanta un grande giurista e filosofo come Antonio Pigliaru ha provato a metterle per iscritto, dopo importanti ricerche a carattere socio- antropologico effettuate sul campo. Si tratta, volendo riassumere in maniera superficiale, di una sorta di legge del taglione, pur con norme specifiche. All'inizio della mia attività professionale mi sono imbattuto in episodi di questo tipo. In quanto alla Sardegna, devo confessare che la conosco molto bene. Sono stato accudito fin da piccolo da - per usare una parola ormai desueta - una tata sarda, per la quale provo un affetto smisurato, mentre mia suocera è di Fonni, che fa da cornice al racconto. Ho potuto visitare di persona i luoghi, i murales, i ristoranti. La Sardegna, contrapposta a Roma, così strutturata e al contempo caotica, emana un fascino intenso, selvaggio.
"Dicevano tutti così gli imputati: sempre innocenti a dar retta a loro": quanto può essere determinante il pregiudizio in casi del genere?
Dipende dalla sensibilità individuale. Per l'imputato, l'avvocato rappresenta sempre il primo banco di prova per testare la propria versione. Non sappiamo mai se la persona che abbiamo davanti sia colpevole o innocente, non ci viene mai detto, ad eccezione di casi eclatanti. Per esperienza so che molte volte gli assistiti mentono. Ciò nonostante, si cerca sempre di tarare la veridicità di quanto ci viene detto, anche per impostare una difesa efficace. A volte diventa necessario convincere l'imputato a seguire una linea difensiva piuttosto che un'altra. Si ha nelle mani la vita di una persona, e non si può sapere a priori se la strategia che si sta intraprendendo sia vincente. Il pregiudizio c'è e ci deve essere: se non ci si ponesse in maniera critica di fronte al proprio assistito si diventerebbe semplicemente i suoi portavoce. Bisogna quindi sempre valutarne le parole; dopo, ogni avvocato segue una propria linea. È indubbio che, in un ordinamento civile e democratico, tutti abbiano diritto a una difesa, poi sta alla sensibilità individuale come affrontare i diversi casi.
Cosa ne pensa del fenomeno del naming and shaming?
È qualcosa che, anche se in altro modo, è sempre esistito, fin dai tempi del Dopoguerra, quando la gente si assiepava fuori dalle Corti d'Assise per assistere ai processi ed emettere già un giudizio di colpevolezza, anche senza bisogno dei social. Ancora oggi, a Roma, se qualcuno osserva in una certa maniera una ragazzina, circola la battuta: "Ma chi sei, Girolimoni?", citando un uomo ingiustamente accusato di essere un pedofilo assassino, autore di cinque omicidi irrisolti, e, in seguito, completamente assolto. A distanza di tanti anni ricordiamo a sproposito il cognome di una persona innocente per indicare un mostro. Si potrebbe fare l'esempio del portiere Pietrino Vanacore, in riferimento al delitto di Via Poma, come anche tanti altri. Oggi, con l'amplificazione dei social media e dai programmi televisivi, si emettono continuamente giudizi sui processi in corso.
Nel romanzo Alessandro esprime la sua perplessità circa la coincidenza tra legge e giustizia. Condivide?
La differenza tra legge e giustizia servirebbe proprio a mitigare i giudizi sommari frequentemente espressi. Ogni caso, in realtà, non è, come tutti vorremmo credere, solo in bianco e nero, presenta varie tonalità di grigio. Se facessimo l'esempio classico della legittima difesa - un ladro entra in una casa e il proprietario, spaventato e armato, lo uccide - c'è chi giudicherebbe eccessiva la sua reazione e chi converrebbe sulla necessità di difendersi anche commettendo un omicidio. Un giudice, che si trova a dover interpretare la legge, può emettere una sentenza di assoluzione o di condanna - quindi due esiti diametralmente opposti - sulla stessa base di elementi giuridicamente corretti. Applicare in maniera corretta la legge, quindi, non significa necessariamente aver fatto giustizia. Esiste sempre un minimo spazio di interpretazione: la legge è sempre scritta da uomini e non può mai essere perfettamente coincidente con la giustizia.
Una certa ambiguità di fondo costituisce proprio l'humus su cui si fondano generi letterari come il noir o il legal thriller...
Parafrasando il titolo del mio libro, solo Dio è innocente. E forse nemmeno lui.
La Nuova Sardegna, 23 settembre 2020
Lo scorso 9 settembre, nella sessione dei privatisti, un detenuto della sezione dei comuni della Casa circondariale di Bancali ha sostenuto con esito positivo l'esame di Stato all'Ipsar (Istituto Professionale per i Servizi per l'Enogastronomia e l'Ospitalità Alberghiera) di Sassari, conseguendo il diploma di Tecnico dei Servizi Enogastronomici. Questo risultato è stato conseguito con un percorso sostenuto da un gruppo di volontari dell'Associazione "Oltre i muri-Volontari a Bancali".
All'interno dell'Associazione si è costituito un "gruppo formazione", composto da docenti di varie discipline che ha permesso al detenuto di ottenere in un anno l'idoneità al quinto anno, dando l'esame di terza e quarta all'Ipsar, e proseguendo quest'anno con la preparazione per l'Esame di Stato. Questo percorso è stato costruito per la scelta del detenuto di voler avviare un suo personale itinerario di riabilitazione e di reinserimento sociale acquisendo capacità e competenze spendibili in un contesto sociale in cui la professionalità possa essere spendibile, indipendentemente dai precedenti giudiziari di una persona.
L'azione è stata possibile grazie alla disponibilità della Direzione della Casa circondariale e delle educatrici che l'hanno sostenuta. I volontari sono entrati nella Casa circondariale seguendo un calendario di lezioni articolato settimanalmente. "La nostra associazione - sottolineano da "Oltre i muri" intende mobilitare altre associazione, altri organismi e singole persone per dialogare con la Casa circondariale su progetti e proposte che possano contribuire a qualificare alcuni aspetti della vita quotidiana in carcere e ad offrire ai detenuti strumenti e competenze per acquisire consapevolezza delle loro capacità e della possibilità di utilizzarle in modo costruttivo all'interno del carcere e nel comunicare sé stessi al mondo esterno. In questa prospettiva sono state attivate altre iniziative del gruppo formazione di carattere culturale e formativo".
L'Unione Sarda, 23 settembre 2020
"Per chi entra in carcere l'impatto è fortissimo, disumanizzante, e per i bambini nessuna protezione". "Cara Unione, giorni fa sono stata in carcere a Uta. Come fare per ottenere una visita? Ore e ore attaccata al telefono, difficilissimo riuscire a prendere la linea, una e con un solo operatore. Bisogna prendere un appuntamento, per evitare assembramenti inutili e pericolosi.
Quindi, il giorno dell'agognata visita, si attende sotto una tenda nel parcheggio. Pochi giochi di plastica, sporchi, sono ammassati in un angolo, ovviamente inutilizzabili dai bambini presenti, che corrono in tondo, senza alternative. Si entra, superando i vari controlli, certificando, firmando, seguiti dalle guardie carcerarie, molto disponibili. Anche attraversando grate, immagini forti cui i bambini - ne ho visti di piccolissimi - vengono esposti senza alcuna attenzione e protezione.
Dopo un'ora, si viene condotti nella stanza dei colloqui, su sei postazioni, quattro sono occupate. Quattro nuclei familiari che parlano insieme, con un'acustica che non permette di sentirsi. Rumore. L'effetto è devastante, forse ci si abitua, ma l'impatto è fortissimo, disumanizzante. Come è possibile che sia stato pensato un luogo preposto alla rieducazione con caratteristiche degne di un carcere ottocentesco? Come è possibile permettere l'ingresso di bambini in un ambiente così squallido, senza tutelare la possibilità di favorire la loro relazione con il genitore? Come si può pensare che ci si possa redimere se il trattamento, cioè anche la relazione col nucleo familiare di appartenenza, è così degradante? Queste e altre domande mi ha suscitato questa triste esperienza. Mi chiedo, cui prodest?".
Lettera firmata
linkabile.it, 23 settembre 2020
In questi giorni nel carcere di Benevento è stato al centro dell'attenzione, poiché è stato avviato uno screening di massa, per complessivi 752 tamponi da effettuarsi. Al momento sono risultati positivi sia tre detenuti del reparto alta sicurezza che tre agenti di polizia penitenziaria.
Tutti asintomatici. Non è escluso che alla fine dei tamponi per agenti, personale sanitario, amministrativo e detenuti ci possano essere altri casi. Ieri il Garante delle persone private della libertà della Regione Campania Samuele Ciambriello si è recato nel carcere per osservare da vicino la situazione ed effettuare colloqui con i detenuti, accompagnato dal suo staff. Il Garante campano ha dapprima incontrato il Responsabile della Caritas don Nicola De Blasio e il direttore della casa circondariale di Benevento, con i quali ha discusso della possibilità di attivare una convenzione, con un contributo del garante, per detenuti che escono dal carcere per lavori di pubblica utilità e/o socialmente utili.
I tre poi si sono recati presso la sede della cooperativa N.C.I.S., dove un gruppo di detenute, socie della cooperativa stessa, svolgono attività di sartoria. Hanno poi proseguito verso la biblioteca del carcere, per visitarla e parlare con il detenuto responsabile dell'archiviazione e della cura della biblioteca stessa.
Successivamente il garante e il suo staff hanno iniziato i colloqui con detenuti e detenute che ne hanno fatto richiesta. Nel pomeriggio il professore Ciambriello si è invece recato nella sezione femminile, dove è stato avviato proprio oggi un progetto trattamentale promosso dal Garante e gestito dalla cooperativa I Care. Durante la giornata il Garante ha inoltre potuto assistere al compimento di complessivi 48 tamponi effettuati al personale di polizia penitenziaria, agli operatori sanitari e ai detenuti.
La Stampa, 23 settembre 2020
"Mare Fuori", una produzione sul disagio giovanile. Carolina Crescentini per la prima volta impegnata in una novità assoluta, un prison drama che scava nella pelle dei giovani e in quella di quanti si trovano a dover comunicare con loro, per educarli, correggerli, salvarli.
"Un istituto di pena minorile si spera essere un luogo di passaggio e di trasformazione verso una vita all'opposto. Il cambiamento deve essere soprattutto emotivo, plasmato anche dalla necessità di vivere lì dentro. Quando si è adolescenti, il confine fra bene e male è spesso labile, un filo sottile sul quale si vuole camminare per mettersi alla prova e per soddisfare i propri desideri senza paura o almeno senza mostrare di averla. Raccontare la loro quotidianità, andare oltre le sbarre.
A volte per loro che vengono da famiglie "di sistema" si tratta quasi di un percorso obbligato. Ma ci sono pure coloro che, per leggerezza, hanno fatto un errore inaspettato. Sono luoghi, gli istituti di pena, che la società tende a dimenticare. Noi non voltiamo lo sguardo".
Prodotta da Rai Fiction e da Picomedia, la serie in sei puntate diretta da Carmine Elia, Mare Fuori va in onda da stasera su Rai 2 e vede appunto Carolina Crescentini nei panni della direttrice del carcere, rigida, donna di protocollo, per lei esistono solo responsabilità, regole e rapporto causa- conseguenze. Ha la necessità di far capire ai reclusi che anche una leggerezza è una colpa e come tale viene trattata.
Ma quando poi entra in campo il cuore e con dei ragazzi è impossibile tenerlo fuori, tutto cambia. Con lei Carmine Recano, una guardia carceraria che non si rassegna al destino, all'apparenza segnato dei giovani detenuti e invece tenta di cambiare la loro condizione. Perché anche lui viene dalla strada.
Racconta Crescentini: "Abbiamo incontrato i ragazzi di Nisida (il carcere minorile di Napoli) e abbiamo parlato con loro. Si sono aperti, come gli operatori e gli agenti penitenziari. Anche il direttore della struttura, che lavora in condizioni disagiate, cerca di dare ai ragazzi la consapevolezza di non essere soli". Per rispondere a una precisa struttura narrativa si indulge anche sul melò, ritenuto una vitamina necessaria a che una produzione non risulti esangue.
E il Mare Fuori del titolo a che si riferisce? "Il mare fuori - dice Crescentini - è il bosco delle favole che bisogna attraversare per crescere. Il mare fuori è anche quello che si vede oltre le sbarre". Per quanto riguarda i giovanissimi attori sono stati scelti ragazzi che vengono da un tessuto sociale complicato.
Spiega il regista Carmine Elia: "La produzione ha attinto all'esperienza di Don Antonio, parroco della Sanità a Napoli, che è riuscito a creare una cooperativa fortissima che si occupa di arte, un'orchestra, Sanità Ensemble, attori, registi. Un sacerdote manager che ha saputo bonificare il quartiere". Per il direttore di Rai 2 Ludovico De Meo questa serie si inserisce nel lavoro della rete che vuole recuperare nel racconto il pubblico dei giovani".
weboggi.it, 23 settembre 2020
Si svolgerà giovedì 1 ottobre 2020, con inizio alle ore 15.30, in modalità webinar, il convegno dal titolo "Carcere e sistema penale al tempo del covid-19: realtà e prospettive", organizzato dalla Camera Penale "Alfredo Cantàfora" di Catanzaro. L'evento si propone di operare una riflessione sulla situazione penitenziaria italiana, con particolare attenzione alle misure emergenziali adottate dal Governo italiano per prevenire e arginare la diffusione del covid-19 e alle possibili strade che possano consentire di superare le croniche criticità del mondo carcerario italiano.
Dopo i saluti istituzionali del presidente della Camera Penale, avv. Valerio Murgano, i lavori saranno introdotti e moderati dall'avv. Orlando Sapia, responsabile dell'Osservatorio Carcere. Saranno chiamati a confrontarsi sul tema il prof. Mauro Palma (Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà), la dott.ssa Laura Antonini (Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Catanzaro), l'avv. Agostino Siviglia (Garante per la Regione Calabria dei diritti delle persone private della libertà), il Prof. Alberto Scerbo (docente di Filosofia del Diritto presso l'Università Magna Graecia di Catanzaro) e l'avv. Gianpaolo Catanzariti (Responsabile dell'Osservatore Nazionale Carcere dell'Ucpi).
medinews.it, 23 settembre 2020
In circa cento Paesi in tutto il mondo ci sono medici che sono complici di torture nelle carceri. A denunciare questa gravissima violazione della Dichiarazione di Tokyo sull'etica medica e la tortura è stato un articolo pubblicato sulla rivista The Lancet.
I compiti dei medici che collaborano con i torturatori sono diversi: vanno dal ridurre il più possibile i segni delle violenze all'accertarsi che il detenuto sia in grado di sopportare il trattamento riservatogli mantenendolo in vita, fino al valutare se aumentare o meno l'intensità della tortura. Ciò dimostra che la Dichiarazione di Tokyo sull'etica medica e la tortura, firmata nel 1975, non ha ottenuto gli obiettivi che si era prefissata e che troppi camici bianchi sono tuttora complici di gravi violazioni dei diritti umani.
Per questo gli autori dell'articolo, Steven Miles del Centro di Bioetica dell'Università del Minnesota e Alfred Freedman del New York Medical College, hanno proposto quattro modifiche urgenti al documento del 1975: l'introduzione di una definizione di tortura riconducibile alla legislazione internazionale per rendere penalmente perseguibile il medico coinvolto in episodi di tortura, la pubblicazione del certificato di morte di ogni detenuto come previsto anche dalla Convenzione di Ginevra; l'obbligo di costringere i medici colpevoli di tali reati di esercitare la professione una volta giunti in altri paesi; semplificare al massimo il linguaggio del documento perché diventi comprensibile anche a persone con un livello di istruzione basso.
di Leo Lancari
Il Manifesto, 23 settembre 2020
Non c'è intesa sul ricollocamento dei richiedenti asilo. L'Italia promette battaglia. Rimandato per mesi prima per l'emergenza Covid e poi per la discussione sul recovery fund, il nuovo piano europeo su immigrazione e asilo verrà presentato questa mattina dalla presidente della Commissione Ue Ursula Von der Leyen e dalla commissaria agli Affari interni, la svedese Ylva Johannson, in una conferenza stampa che si terrà alle 12 a Bruxelles. "Aboliremo il regolamento di Dublino", ha promesso Von der Leyen nel discorso tenuto la scorsa settimana sullo stato dell'Unione. Un annuncio che ha ovviamente alimentato le speranze dei Paesi del Mediterraneo, Italia in testa, che da anni chiedono una più equa distribuzione del peso dei migranti che arrivano in Europa.
In realtà c'è più di una possibilità che le cose possano andare diversamente. Come ammesso dalla stessa Von der Leyen, in questi mesi la Commissione ha dovuto lavorare alla ricerca di un compromesso con i Paesi dell'Europa centro orientale da sempre contrari ad accogliere richiedenti asilo. Le possibilità che si possa quindi arrivare finalmente a un meccanismo obbligatorio di ricollocamento dei profughi tra i 27 Stati - come più volte sollecitato negli ultimi anni da Italia, Malta, Grecia e Spagna - è quindi molto labile. Più facile che la Commissione, venendo incontro alle richieste di Austria, Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia, proponga la cosiddetta "solidarietà flessibile" offrendo a chi non vuole accogliere richiedenti asilo la possibilità di intervenire in aiuto ai Paesi di primo approdo stanziando fondi oppure fornendo mezzi e personale specializzato.
Un po' come accaduto nelle scorse settimane dopo l'incendio del campo profughi di Moria, sull'isola greca di Lesbo, dove anziché farsi carico delle famiglie di profughi alcuni Paesi hanno preferito offrire tende e coperte per allestire un nuovo campo. Non a caso proprio ieri, ai giornalisti che lo interrogavano in proposito, un portavoce della Commissione Ue ha liquidato l'eventuale abolizione e o riforma del regolamento di Dublino come un semplice "questione semantica". Discorso diverso, invece, per quanto riguarda i rimpatri dei migranti ai quali non verrà riconosciuto il diritto ad avere la protezione internazionale: verranno intensificati e saranno a carico degli Stati membri.
La presentazione di oggi è comunque solo l'avvio di un percorso che già si annuncia difficile. Il piano, composto da cinque regolamenti, dovrà essere discusso dal parlamento europeo prima di approdare in Consiglio Ue (il prossimo, previsto per domani e venerdì è slittato perché il presidente Charles Michel è in quarantena dopo essere entrato in contatto con una persona positiva al Covid) dove è previsto che Italia, Grecia e Spagna daranno battaglia per vincere le resistenze del blocco di Visegrad e dei suoi alleati.
Intanto mentre l'Europa discute nel Mediterraneo la nave Alan Kurdi attende da giorni di poter sbarcare i migranti tratti in salvo. Ieri due donne, un uomo, quattro bambini e un neonato sono stati evacuati dalla Guardia costiera che li ha trasportati a Lampedusa. A bordo restano ancora 125 persone.
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