di Leandro Del Gaudio
Il Mattino, 24 settembre 2020
Tra le prime cose che ha fatto, quando a giugno ha preso possesso del suo ufficio di procuratore di Torre Annunziata, è stata di visitare i quartieri più popolari di Torre Annunziata e di Castellammare di Stabia.
Nunzio Fragliasso, nuovo capo dei pm oplontini, ha voluto visitare e in un certo modo rendere omaggio ai "luoghi di Giancarlo Siani", dando al suo mandato di procuratore di Torre Annunziata una connotazione precisa: "Quella di lavorare nel solco e nella eredità lasciata dal giovane cronista ucciso dalla camorra, un mio coetaneo, colpito a morte quando ero all'inizio della mia carriera in magistratura.
Una vicenda che ha rafforzato la mia determinazione a lavorare sodo, dodici ore al giorno, sempre alla ricerca della verità e della legalità. Stavo svolgendo il tirocinio quando fui raggiunto dalla notizia dell'omicidio, oggi posso confermare di lavorare perché la sua testimonianza non vada dispersa, ma possa rappresentare un bagaglio di esperienza anche per le nuove generazioni".
Reduce da un'iniziativa finalizzata a restituire alla cittadinanza villa Tamarisco, confiscata all'omonimo boss vesuviano, il procuratore Fragliasso ricorda con il Mattino l'attualità del lavoro giornalistico di Giancarlo Siani, con lo sguardo a quel ragazzo stroncato dai killer nel fiore degli anni, ma anche in vista del lavoro da compiere nei prossimi anni.
Procuratore Fragliasso, nei suoi articoli Siani indicava equilibri criminali che riguardavano non solo Torre Annunziata, ma il Napoletano e il Casertano, a che punto è la lotta al malaffare nel territorio di sua competenza?
"Partiamo dalle notizie delle ultime ore: una bomba esplosa a Trecase e una sparatoria a Pompei qualche giorno fa, una stesa (o scorreria armata) appena due sere fa all'indirizzo della casa di un esponente di un clan camorristico a Torre annunziata testimoniano, caso mai ce ne fosse bisogno, di una situazione allarmante della criminalità, organizzata e no, a Torre annunziata e nei centri limitrofi. C'è ancora tanto da fare, ma alcuni passi avanti sono stati fatti: la confisca di un luogo simbolo del malaffare come Palazzo Fienga e la prossima destinazione dello stesso a sede di uffici pubblici e delle Forze dell'ordine è sicuramente un segnale incoraggiante per la collettività".
Dalla cronaca di questi mesi emergono ancora - 35 anni dopo - i nomi denunciati da Siani: Gionta (e ormai siamo alla terza generazione), Limelli-Vangone, D'Alessandro: prima o poi questi clan verranno colpiti in modo definitivo?
"È il mio auspicio sia come Procuratore della Repubblica di Torre Annunziata, che come cittadino di questo territorio: posso garantire il massimo impegno, mio e dei magistrati del mio ufficio, nel contrasto ad ogni forma di criminalità, nella consapevolezza che la criminalità organizzata attecchisce e prospera nei territori dove più è diffusa l'illegalità, anche se la mera repressione non basta: occorre piuttosto il contributo sinergico, anche in chiave preventiva, di tutte le istituzioni pubbliche. Nessuno può tirarsi indietro o delegare quote di responsabilità".
Durante il lockdown, un affiliato ai Gionta (fresco di scarcerazione) è stato vittima di un attentato consumato da un balcone all'altro, a che punto sono le indagini su questa vicenda?
"Si tratta di un grave episodio che dimostra e conferma come la criminalità organizzata sia radicata sul territorio. Ma è una vicenda per la quale le indagini sono coordinate dalla Dda di Napoli".
Per anni Siani denunciò le condizioni di vita nel cosiddetto quadrilatero delle carceri, quanto è importante un risanamento anche culturale e urbanistico dei rioni più malfamati di Torre Annunziata?
"Le condizioni di degrado culturale ed urbanistico di interi quartieri della città, come quello denominato il quadrilatero delle carceri, concorrono certamente all'emarginazione sociale di coloro che vi abitano e conseguentemente li espongono maggiormente alla devianza criminale. È per questo che il risanamento urbanistico e l'emancipazione culturale, oltre che un'accorta politica occupazionale, sono tra le condizioni indispensabili per il recupero di intere fasce della popolazione a rischio. Non a caso una delle prime cose che ho ritenuto di fare, dopo essermi insediato alla guida della procura oplontina, è stato recarmi nel quadrilatero delle carceri e in altre realtà degradate di Torre Annunziata e di Castellammare di Stabia per rendermi conto personalmente delle condizioni in cui versano i quartieri più a rischio della città. La Procura di Torre Annunziata ha di recente disposto il sequestro e lo sgombero di alcuni edifici, ubicati nel quadrilatero delle carceri, che minacciavano il crollo e per i quali non era stata data ottemperanza alle ordinanze del Sindaco per la messa in sicurezza degli stessi".
Come cittadino, prima ancora che come magistrato, che ricordo ha della vicenda di Giancarlo Siani?
"Ero già in magistratura all'epoca dell'omicidio di Giancarlo Siani, che era un mio coetaneo, e stavo svolgendo il tirocinio presso la Procura di Napoli. Ricordo lo sconcerto e il dolore che provai per la sua uccisione, così come ricordo l'ansia investigativa che connotò le prime indagini coordinate dai colleghi più anziani. Giancarlo ha pagato con la vita il suo coraggio di cercare e denunciare le verità, anche quella più scomoda, a tutti i costi. Una fulgida testimonianza di impegno civile che mi auguro sia da esempio per le giovani generazioni. Se così fosse, vorrà dire che il sacrificio di Giancarlo non è stato vano".
di Martina Piumatti
Il Giornale, 24 settembre 2020
Cesare Battisti trasferito nel carcere di Rossano teme i detenuti affiliati all'Isis. Nel 2015 aveva subito minacce dopo la condanna del terrorismo islamico. A Cesare Battisti non va bene neanche il carcere di Rossano. L'ex terrorista rosso ora ha paura degli affiliati all'Isis, detenuti con lui al regime di Alta sicurezza nel penitenziario calabrese.
Insomma, dopo le lamentele espresse nella lettera al garante dei detenuti, Battisti torna alla carica. Si troverebbe confinato insieme a "personaggi con i quali non si può certamente relazionare", ha riferito all'Adnkronos il suo legale Gianfranco Sollai. E la motivazione risalirebbe ad alcune prese di posizione tranchant dell'ex leader dei Pac.
"Ha subito minacce dall'Isis nel 2004 e nel 2015, per aver espresso pubblicamente le sue idee sui terroristi islamici, mentre si trovava in Brasile. E peraltro sta scrivendo un libro proprio incentrato sull'Isis e la carneficina nel Rojava (Siria)", ha spiegato l'avvocato. Nel 2004 fu minacciato per avere preso posizione pubblica contro il velo islamico e l'atroce discriminazione delle donne". Mentre nel 2015 "per avere pubblicamente criticato l'operato dell'Isis in Siria".
Da qui risalirebbe la paura di essere nel mirino dei jihadisti presenti all'interno del penitenziario. Non solo. Sollai aggiunge un altro appunto riguardo al trattamento riservato al suo assistito. Da quando Battisti è stato trasferito nel carcere di Rossano, lo scorso 12 settembre, né lui né il collega nella difesa, Davide Steccanella, avrebbero avuto contatti con l'ergastolano. "Per quanto riguarda me, sembra che ci sia un problema legato al mio numero di cellulare e al contratto con la compagnia telefonica. Una spiegazione curiosa, visto che prima che fosse trasferito, non c'è mai stata alcuna difficoltà a sentirci telefonicamente e che con il detenuto viene trasferita anche la sua 'pratica', con tutti i dati suoi e dei legali. Le informazioni che ho mi arrivano dalla famiglia e non sono buone", ha aggiunto il legale sardo appena uscito dall'udienza sul ricorso contro l'isolamento diurno.
Sollai questa mattina ha illustrato davanti al magistrato di Sorveglianza di Cagliari, Maria Cristina Lampis, le ragioni che hanno portato l'ex terrorista dei Pac a contestare le condizioni della detenzione nel carcere oristanese di Massama e, in particolare, il regime di isolamento cui è stato sottoposto fino al suo trasferimento in Calabria.
Un isolamento, ha sostenuto Sollai, qualificabile come un vero e proprio "abuso di potere" da parte dello Stato "in violazione di norme interne, nazionali, e della Convenzione dei Diritti dell'Uomo". Accuse e lamentele non nuove per Battisti e i suoi legali. Nei mesi trascorsi nel carcere di Massama (Oristano), Battisti ha reclmato più volte trasferimenti e sconti di pena di cui avrebbe avuto diritto.
Ha denunciato lo Stato per l'isolamento diurno, protestato per il rischio coronavirus, per la qualità del cibo del carcere, che avrebbe aggravato le sue condizioni di salute, iniziato lo sciopero della fame per avere il trasferimento dalla Sardegna, fino alla lettera, consegnata ai suoi legali, nella quale si definiva "prigioniero politico, sequestrato dallo Stato".
Per ora il magistrato di Sorveglianza, dopo aver sentito le ragioni del reclamo di Cesare Battisti e la richiesta di rigetto della Procura generale, si è riservato di decidere. Il pronunciamento è atteso entro dieci giorni. Ma Sollai precisa: "Nel caso in cui il reclamo venisse accolto, ci riserviamo di chiedere un risarcimento dei danni patiti da Battisti che, per condanne di tanti anni come è la sua, si tradurrebbe non in un riconoscimento in denaro, ma in uno sconto della pena". Lo scopo di Battisti, insomma, non sarebbero i soldi dello "Stato ostile", ma uscire il prima possibile di galera.
di Maria Cristina Carta*
La Nuova Sardegna, 24 settembre 2020
Dal 14 al 17 settembre 2020 prenderà avvio la V edizione della International Summer School Nuoro "The Future of Human Rights in Europe", che fin dal 2016 rappresenta un fiore all'occhiello per il Dipartimento di Giurisprudenza di Sassari e per UniNuoro in termini di internazionalizzazione.
Quest'anno sarà un'edizione speciale, interamente dedicata al tema dei diritti umani ai tempi del Covid-19. I Webinar si svolgeranno online sulla piattaforma Microsoft Teams ed in diretta Facebook nella pagina Uni- Nuoro; avranno inizio alle 16 e sarà consentito a tutti gli interessati di assistere gratuitamente.
Nonostante l'iniziale rammarico per aver dovuto cancellare, a causa dell'emergenza sanitaria legata al Covid-19, l'edizione in presenza già programmata per luglio, abbiamo ritenuto opportuno garantire continuità all'iniziativa che ha negli anni riscosso un sempre maggiore successo di pubblico ed attirato nel Polo universitario di Nuoro partecipanti da numerosi paesi europei ed extra-europei (Spagna, Francia, Polonia, Germania, Sudan, Iran, Turchia e Congo).
Abbiamo chiesto agli illustri ospiti di modificare gli argomenti inizialmente previsti per le loro relazioni, dando maggiore risalto a tematiche come le limitazioni alla libertà di circolazione, al diritto allo studio ed al diritto alla salute conseguenti al proclamato stato d'emergenza, resosi necessario a causa del dilagare del corona virus.
Tutti i relatori, mostrando grande sensibilità, hanno confermato la loro partecipazione anche per il ciclo di webinar di settembre e comunicato i nuovi titoli dei loro interventi. In un momento storico così segnante come quello che stiamo vivendo e con l'auspicio che nel più breve tempo possibile si possa finalmente ritornare alla piena normalità nello svolgimento di tutte le attività universitarie, il Polo di Nuoro si conferma territorio chiave per mantenere alta l'attenzione sul tema della tutela dei diritti umani, gravemente compressi durante la pandemia che sta coinvolgendo metà della popolazione mondiale.
Molti degli interventi analizzeranno, infatti, gli effetti devastanti che il moltiplicarsi incontrollato dei contagi ha avuto in questi mesi soprattutto sulle persone più vulnerabili, che vivono una vita precaria e versano in condizioni di svantaggio, come anziani, disabili e detenuti. Il buon esito dell'iniziativa - che in ragione della sua qualità scientifica ha ottenuto il patrocinio della Corte europea dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo - sarà garantito dal costante sostegno del Consorzio UniNuoro e del Dipartimento GiuriSs.
Illustri i relatori di questa V edizione: Ennio Triggiani ed Ugo Villani, Emeriti rispettivamente di Diritto dell'Unione europea e di Diritto internazionale presso l'Università di Bari; Giandonato Caggiano, ordinario di Diritto dell'Unione europea presso l'Università di Roma Tre; Angela Di Stasi, Ordinario di Diritto Internazionale presso l'Università di Salerno; Paola Mori, Ordinario di Diritto dell'Unione europea presso l'Università di Catanzaro; Lina Panella, Ordinario di Diritto internazionale presso l'Università di Messina e M. Cristina Carta, Ricercatrice di Diritto dell'Unione europea presso l'Università di Sassari e responsabile scientifico dell'iniziativa.
Tra i relatori anche Alison Jones, rappresentante del Movimento British in Europe. Moderatore della prima giornata di studio l'avvocato Stefano Mannironi, del Foro di Nuoro, che da anni collabora con UniNuoro al fine di sensibilizzare studenti e popolazione sull'importanza di tematiche di stringente attualità legate alla protezione dei diritti fondamentali. Poiché una delle Relazioni della prima giornata della Summer School sarà dedicata al dibattuto tema del sovraffollamento carcerario ed al c.d. giustizialismo affievolito alla luce dei rischi epidemiologici legati al Covid 19, grazie alla collaborazione dell'Avv. Mannironi e della Garante dei detenuti di Nuoro Avv. Giovanna Serra, ci stiamo attivando per far sì che il primo incontro possa essere trasmesso dal carcere di Badu e Carros, nel rispetto di tutte le regole per la sicurezza comune.
Auspichiamo - assieme alla prof.ssa Gabriella Ferranti, Presidente del Comitato tecnico-scientifico del Centro studi sui Diritti umani di Nuoro e colonna portante della Summer School sin dalla sua prima edizione - che dalle difficoltà di una così straordinaria e critica situazione legata al Covid-19, questa speciale edizione dedicata alla memoria della giovane laureata UniNuoro Gianfranca Deiana possa rappresentare un'occasione di riflessione e di crescita per molti e possa, grazie all'utilizzo della piattaforma online, raggiungere un numero elevato di partecipanti dall'Italia e dall'estero. *Docente di Diritto internazionale e dell'Unione europea e di Tutela dei Diritti umani nello spazio giuridico europeo.
lionsamarantorugby.it, 24 settembre 2020
Esattamente un anno fa, martedì 24 settembre 2019, nel corso della conferenza stampa svoltasi nella sala riunioni dell'istituto penitenziario di Livorno, fu ufficialmente annunciata una novità di portata 'storica' per il movimento rugbistico toscano. Fu annunciata una notizia che va decisamente oltre l'aspetto tecnico.
"Grazie all'interessamento del Comitato Toscano della Fir - emerse in quella occasione - la rappresentativa delle Pecore Nere, la formazione composta da detenuti nel carcere labronico de 'Le Sughere', ha acquisito il diritto di partecipare all'imminente campionato Old". All'incontro con i giornalisti, oltre ai tecnici delle Pecore Nere Manrico Soriani e Michele Niccolai, parteciparono, tra gli altri, il direttore dello stesso istituto penitenziario Carlo Alberto Mazzerbo, il delegato provinciale del Coni Gianni Giannone, il presidente del comitato toscano della Fir, Riccardo Bonaccorsi, il consigliere dello stesso comitato Luca Sardelli, l'assessore al sociale del comune di Livorno Andrea Raspanti e il garante dei detenuti Giovanni De Peppo.
Presenti anche Arienno Marconi dell'Associazione Amatori Rugby Toscana e, per i Lions Amaranto Livorno, il consigliere Fabio Bizzi e l'addetto stampa Fabio Giorgi. I giocatori delle Pecore Nere sono tesserati Associazione Amatori Rugby Toscana. Nel campionato Old potrebbero militare solo atleti che hanno già compiuto 35 anni: prevista, per alcuni elementi della squadra dei detenuti, una deroga.
Ovviamente tutte gli incontri delle Pecore Nere si disputano sul sintetico posto all'interno dell'istituto. Le partite, viste le dimensioni del campo, piuttosto ridotte, si giocano con soli 13 elementi, senza flankers. Il progetto di un pallone ovale da far rotolare all'interno del carcere labronico era nata cinque anni prima, sabato 27 settembre 2014, quando ventidue giocatori dei Lions Livorno, accompagnati dal presidente della stessa società amaranto Mauro Fraddanni, dall'allenatore Manrico Soriani (il vero promotore delle lodevoli iniziative rugbistiche svoltesi nell'istituto penitenziario livornese) e dai rappresentanti del comitato toscano della Fir, Marco Bertocchi e Claudia Cavalieri, dettero vita, sul terreno di gioco de "Le Sughere", ad un allenamento piuttosto sostenuto, con tanto di partitella in famiglia. Durante la seduta, lunga circa 60 minuti, si svilupparono varie fasi di gioco e furono mostrati i fondamentali dello sport del rugby. Un centinaio di detenuti, presente all'allenamento, mostrò entusiasmo e grande partecipazione emotiva.
Ecco l'elenco degli atleti Lions protagonisti della seduta-esibizione svoltasi nel settembre del 2013 sul campo in sintetico de "Le Sughere": Marco Lorenzoni, Dario Testi, Bryan Barresi, Leonardo Ciandri, Leonardo Demiri, Matteo Magni, Alessio Margelli, Andrea Filippi, Maurizio Sarno, Antonio Baselice, Davide Mantovani, Gabriele Saviozzi, Luca Baroni, Carlo Cantini, Andrea Bigongiali, Alessandro Lampugnale, Vittorio Abbiuso, Paolo Ciandri, Stefano Vestri, Andrea Caputo, Fabio Ciliegi e Claudio Morreale.
Da quel giorno, grazie al lavoro dei Lions (ed in particolare grazie all'impagabile attività svolta dallo stesso Soriani e dai suoi colleghi-allenatori Michele Niccolai e Mario Lenzi), sono iniziati veri allenamenti per i detenuti. Ben presto è stata allestita una squadra di rugby speciale, composta, appunto, da atleti reclusi nella casa circondariale livornese. La formazione, con grande autoironia, è stata battezzata, dagli stessi detenuti, Pecore Nere.
Tali giocatori, tutti con pene piuttosto lunghe, hanno iniziato ad effettuare, una volta alla settimana (la domenica mattina), sul campo sportivo del carcere, sedute piuttosto intense. Grazie alla stretta collaborazione e alla grande sensibilità della direzione e del personale della casa circondariale stessa, l'intenzione di far disputare anche alcune gare amichevoli si è trasformato in realtà. Ancor prima della partecipazione al campionato Old, varie squadre federali si sono presentate all'interno dell'istituto carcerario, per giocare partite ricche di significato.
Belle gare, nelle quali la formazione dei detenuti ha palesato buone qualità. Brillanti i risultati di tali amichevoli e brillanti i risultati ottenuti nelle quattro partite giocate nel campionato Old, girone 2, toscano 2019/20. Le Pecore Nere, nel proprio primo impegno ufficiale, con punti in palio, hanno pareggiato con gli Allupins Prato, per poi sconfiggere, nei tre successivi incontri, le rappresentative dei Sorci Verdi Prato, degli Zoo Vasari Arezzo e dei Ribolliti Firenze.
Poi l'emergenza della pandemia del Covid-19 ha costretto la Fir a sospendere e annullare tutti i campionati federali. È dunque saltato, sul sintetico de "Le Sughere", anche l'atteso derby cittadino con la rappresentativa di categoria dei Lions (i Rinocerotti), inizialmente previsto per sabato 4 aprile.
Il 5 luglio 2020 ecco la notizia più brutta: ad appena 55 anni Manrico Soriani ci ha lasciati. 'Chico', promotore e allenatore delle Pecore Nere (nonché capitano dei Rinocerotti) 'ha passato l'ovale'. Con lui, è scomparso un rugbista dalla rara generosità. Significative, per ricordare Soriani, le parole di Riccardo Bonaccorsi, presidente del Comitato Toscano della FIR: "Persona unica, degna di stima e amicizia, ha lavorato sempre per il mondo del rugby con passione e dedizione, donando a tutti il suo tempo e il suo impegno. L'ultimo suo progetto con le carceri ha dato frutti insperati tra quei ragazzi, che hanno ricevuto da lui molta più attenzione e passione di quanto la vita avesse dato loro fino ad allora. Ci mancherà".
La squadra delle Pecore Nere, anche per onorare la sua memoria, sta continuando gli allenamenti. A guidare le sedute, oltre a Niccolai e Lenzi, anche Vincenzo Limone, altro allenatore Lions che si è aggiunto nello staff tecnico. La loro opera è appoggiata dai preziosissimi nuovi dirigenti Maurizio Berti e Massimo Soriani (fratello di Manrico).
Dopo il lockdown, ripresa, con la solita cadenza settimanale, l'attività. Nei prossimi giorni si conosceranno i dettagli sul campionato Old toscano 2020/21. Ovviamente l'emergenza del Covid-19, 'impone' di rispettare determinati protocolli. Ma la volontà di far continuare a viaggiare il pallone ovale su quel terreno di gioco, posto all'interno dell'istituto de 'Le Sughere' non è venuta meno.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 24 settembre 2020
23 febbraio 2020: a San Vittore si fermano le tante attività che impegnano i detenuti durante la giornata. Si ferma anche il Laboratorio teatrale del Cetec (Centro Europeo Teatro e Carcere) a pochi giorni dalla replica dell'ultimo spettacolo, "Il Decameron delle Donne", all'interno della Palazzina Liberty. Pochi giorni dopo a fermarsi sarà tutto il Paese. Ovunque si reagisce alla pandemia trovando risorse impensabili e anche il carcere apre varchi virtuali inaspettati.
"Abbiamo ottenuto autorizzazioni per chiamate, email e videochiamate che mi hanno permesso di scrivere alle nostre attrici detenute durante tutto il periodo del lockdown" racconta Donatella Massimilla, attrice e drammaturga, che con il Cetec da trent'anni ha un laboratorio con le detenute in un cortile di San Vittore ("perché non c'è un teatro, ma in fondo va bene così, è come un'installazione contemporanea").
Con una delle detenute del laboratorio, Elena Pilan, trasferita in quei giorni nel carcere di Bollate, la corrispondenza è quotidiana: "Ci siamo scritte forse 150 email e ci siamo videochiamate quasi ogni giorno. Attese, paure, momenti di speranza, pensieri delle donne recluse, così è nato Le Voci di Dentro che io definisco un progetto, perché mi sembrerebbe riduttivo chiamarlo spettacolo".
"Le Voci di Dentro", performance dove sotto forma di prosa, poesia e immagini viene raccontata la pandemia da chi l'ha vissuta dietro le sbarre, andrà in scena il 25 settembre a Milano, nel cortile di ringhiera di via Paolo Sarpi 36. In programma un reading di poesie di Elena Pilan, interpretate dall'autrice stessa, ed esibizioni di altri artisti Cetec come Gilberta Crispino e il fisarmonicista Gianpietro Marazza.
"Nel cortile di una via storica, oggi cuore della Chinatown milanese, - ci dice Massimilla - una comunità di donne di tutte le età, anche novantenni che hanno fatto la Resistenza, accoglieranno, in una performance partecipata, altre donne che hanno in qualche modo "resistito". Il pubblico assisterà alla rappresentazione dalle ringhiere dove saranno stese lenzuola bianche su cui saranno proiettate alcune immagini del carcere, per ricordare anche chi non ha potuto essere presente alla manifestazione".
"Le Voci di Dentro" che sarà replicato a Bookcity 2020 ha ricevuto il sostegno del Municipio 1, risultando vincitore del Bando "Premio Milano Donna", la collaborazione della Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili del Comune di Milano e delle istituzioni carcerarie di San Vittore e Bollate.
"L'intenzione - conclude la regista - è quella di creare ulteriori occasioni performative per vincere lo stigma che continua ad accompagnare le persone che escono dal carcere, anche quando sono davvero cambiate. Vorremmo creare, poi, anche opportunità lavorative con il teatro. Mi rendo conto, da lavoratrice dello spettacolo con ogni iniziativa bloccata dopo il lockdown, che immaginare che una ex detenuta possa trovare opportunità come attrice può sembrare un'utopia. Ma io voglio che sia un'utopia concreta. Intanto Elena Pilan presto collaborerà con noi anche fuori dal carcere: uscirà in "articolo 21", cioè come lavorante esterna, perché anche nel mondo penitenziario il teatro può essere considerato lavoro tutti gli effetti".
di Diletta Capissi
Il Dubbio, 24 settembre 2020
Al "Bellini" di Napoli va in scena l'impegno civile con lo spettacolo "Y-Saidnaya" Di Ramzi Choukair. Al Teatro Bellini di Napoli sono in scena l'impegno civile e l'amore militante per i diritti di libertà e giustizia, con il commovente spettacolo "Y-Saidnaya", su testo e regia del siriano Ramzi Choukair, con interpreti Hend Alkahwaji, Riyad Avlar, Rami Khalaf, Alaa Mansour, Shevan Rene Ven Der Lugt, accompagnati dalla musica di Saleh Katbeh.
Così quei pochi spettatori "contingentati" a causa delle disposizioni anticovid, incollati alle poltrone ma emotivamente coinvolti per la toccante pièce che svela attraverso le testimonianze dei sopravvissuti i meccanismi del regime siriano, hanno potuto assistere al secondo appuntamento della sezione Internazionale del Napoli Teatro Festival, diretta da Ruggero Cappuccio. Ci auguriamo che possa essere di nuovo ospitato alla riapertura normale dei teatri.
Ramzi Choukair, regista siriano rifugiato in Francia, mette in scena in prima assoluta "Y-Saidnaya", in arabo con sovra titoli in italiano, seconda parte di una trilogia dedicata al contesto politico di una terra bellissima e martoriata.
Alla maniera de "Le Mille e una notte", si racconta la storia di Riyadh, giovane turco di 22 anni che, nel 1996, si era recato in Siria per imparare l'arabo ma fu arrestato e torturato dai servizi segreti perché accusato di spionaggio. Rimarrà in carcere per 21 anni in una prigione a Nord di Damasco, da cui prende il titolo la rappresentazione.
Si tratta di una narrazione che si fonde drammaticamente con il racconto dei diversi testimoni, sei attori in scena, tre dei quali sopravvissuti alla spietata repressione del regime, di cui uno si chiama Ryad. E ci chiediamo perché siamo così chiusi nei nostri "confini" e non siamo minimamente informati sulla geopolitica di questi Paesi, o forse non siamo semplice interessati, a stati e regimi così vicini a noi?
Ecco non lontano dalle nostre vite e dai nostri luoghi, c'è una narrazione che, grazie al Teatro di impegno civile, arriva in modo diretto e disvela i meccanismi di quel sistema repressivo. Racconta delle storie drammatiche di torture, di soprusi, di orrori su prigionieri messe in atto da pregiudizi, fede religiosa e corruzione di quei regimi.
In questa prigione, nella sezione per i dissidenti politici, secondo un rapporto Amnesty International del 2017, sarebbero state uccise non meno di 13 mila persone, ripetutamente torturate e private di cibo, acqua, medicine e assistenza medica.
Un pugno nello stomaco la testimonianza di Shevan Rene Ven Der Lugt, in continua ricerca di una identità, a partire dal suo nome, che però gli viene negata e sostituita continuamente, a partire dal padre che si separa dalla madre e sposa una musulmana che gli cambia il nome da Renè a Mohammad, e poi di nuovo affidato alla madre dove ritorna René.
Una identità negata per il suo orientamento sessuale, in un contesto politico- religioso dove "l'omosessualità è considerata una infamia". Dopo l'arresto subisce torture e sevizie sessuali dai carcerieri. Liberato su pagamento di una salata cauzione, a sua volta pagherà la cauzione del compagno, chiederà la cittadinanza olandese e si chiamerà definitivamente Shevan Rene Ven Der Lugt.
In un carcere dove le donne per sopravvivere devono mettersi al servizio dei bordelli per il potere carcerario. In quel luogo dell'orrore, Riyhad dovrà dimenticare l'amore per la sua compagna, per la sua famiglia. Sopravvive per due decenni e promette a sé stesso che, se verrà fuori dall'incubo, testimonierà e racconterà. Lo fa oggi in teatro, ancora con quel dolore che arriva integro e forte, ma anche con crudezza. Denuncia un sistema che limita la libertà, controlla con pregiudizio e punisce con crudeltà, mettendo i siriani gli uni contro gli altri.
Ecco, si chiede Syriad, se il sistema è così corrotto, se si poteva pagare la mia scarcerazione perché la mia famiglia non l'ha fatto? Ma sono tante le domande di Ryhad che non trovano risposte se non quelle della negazione dei diritti fondamentali.
L'evento fa parte anche dell'iniziativa "La Francia in scena", stagione artistica dell'ambasciata di Francia in Italia. Lo spettacolo Y- Saidnaya, è coprodotto da Fondazione Campania dei Festival-Napoli Teatro Festival Italia, Bonlieu-Scene Nationale Annecy, La Villette-Parigi, Espace Malraux-Scene Nationale Chambery, Theatre D' Arles, ha il sostegno dell'Institut Francais e della Fondazione Nuovi Mecenati.
di Alberto Francescut
fondazionecannavo.gazzetta.it, 24 settembre 2020
"Sentire le interviste telefoniche e le testimonianze di Antonella Leardi, mamma di Ciro Esposito, e di Angelo Montisci, assistente capo di polizia penitenziaria che per lunghi anni mi ha supportato e aiutato nelle mie sfide con il pallone all'interno della struttura carceraria, mi ha emozionato e commosso".
Uomo, calciatore ed ex detenuto, Fabrizio Maiello racconta la giornata promossa a Roma, all'Impianto Sportivo Fulvio Bernardini, dalla Uisp della capitale. "Il momento più bello è stato quando ho potuto palleggiare finalmente libero in un bellissimo campo di calcio, con tanti ragazzi intorno che fermavano i loro allenamenti per vedere quei palleggi infiniti di gioia e rinascita con il pallone, la pallina da tennis, il limone, l'arancia e una piccola zucca ornamentale.
Vedere attorno a me gli occhi brillanti e esterrefatti di quei giovani calciatori è stata una bellissima sensazione ed emozione. Se penso a dove mi trovavo mi sembra un sogno". Fabrizio è entrato nel Guinness dei primati per aver palleggiato, senza interruzione, per ben 5 km. "Ho anche il record anche di palleggi camminando all'indietro".
I palleggi della ripartenza - Quando qualcosa ti è sfuggito di mano, e con la voglia dentro la riacciuffi e riparti, certi momenti diventano ancora più straordinari. Perché sai cosa significa non averli, sai cosa significa palleggiare attorno a quattro mura anziché in un prato verde; e cosa significa avere attorno il nulla, tu e stesso, anziché quei bambini felicemente ipnotizzati dal tuo talento. Palleggi che non sono fine a sé stessi: racchiudono i valori sacri della ripartenza verso una vita pulita, i valori di libertà e uguaglianza, di mani da tendere all'altro come Fabrizio ha fatto con Giovanni quand'era racchiuso all'Opg.
Libro - Dall'inferno dell'ospedale psichiatrico giudiziario, alla libertà come il vento in faccia. Fabrizio ci ha creduto quand'era dura, di più durissima, e ha rovesciato la sua vita come un calzino: il più bel gol che potesse fare gonfiando la rete ... della vita. E del cuore di tanti. Come quello di sua mamma, mancata di recente, che da lassù accoglierà quei gol a mani alzate, pronta ad abbracciare il figlio rimasto con lei fino alla fine. Una storia da raccontare e diffondere per far capire che "se puoi sognarlo puoi farlo".
Infatti sarà così: "Insieme all'amica Franca Garreffa dell'Università della Calabria stiamo scrivendo un libro sulla mia esperienza in Opg, in parte tratto dai miei diari che per anni ho scritto ogni giorno. Una storia di record sportivi ma soprattutto umani. A questo proposito parteciperò, insieme a lei, alla Notte Europea dei Ricercatori e delle Ricercatrici che si terrà il 27 novembre all'Università della Calabria: agli studenti verrà fatto vedere un piccolo documentario di 15 minuti girato principalmente nell'ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia dov'ero detenuto".
La storia - Fabrizio ha raccontato il suo cammino da promessa del calcio a malavitoso, fino alla ritrovata condizione di uomo libero. Tanti vissuti con un'unica presenza costante:? lo sport. Da giovanissimo giocava nella Primavera del Monza, poi un brutto infortunio lo ha trasformato in un bandito. "Non potrai più giocare a?calcio", disse il medico a Fabrizio.
"Il mondo si è fatto tutto nero.?Avevo bisogno di trovare qualcosa che sostituisse l'adrenalina che provavo in campo, per questo ho iniziato con la cocaina e?le rapine fino a farmi rincorrere dai carabinieri rischiando la vita". In carcere lo chiamavano Maradona, giocava con il boss della banda della Magliana e da latitante ha provato a rapire Zola. La vita di Fabrizio era un vortice di crimini e rapine, non c'era più spazio per niente. Un abisso inghiottito dal buio dell'OPG, l'ospedale psichiatrico giudiziario. Lo sport lo ha salvato.
"Il pallone era l'unica cosa che mi interessava.?Non sono nato delinquente, lo sono diventato. Ero un bravo ragazzo: non bevevo, non fumavo e il sabato sera nemmeno uscivo?perché la domenica mattina avevo la partita". Il talento e la passione per il calcio lo hanno portato a sopravvivere all'inferno dell'Opg dove per quattro ore al giorno e per dieci lunghi anni, Fabrizio si allenava palleggiando, riuscendo a concentrarsi su ciò che lo faceva stare bene.
Grazie allo sport ha ripreso in mano la sua esistenza. Tante le domande rivolte a Fabrizio che ha deciso di raccontarsi con autenticità e verità. Abbiamo chiesto come è cambiato il rapporto con il pallone nel corso degli anni, che differenza c'è tra il poter fare sport dentro e fuori e quanta differenza c'è tra un carcere umano e non. Quanto è stato importante poter partecipare al Vivicittà per lui e per gli altri detenuti. Abbiamo parlato di corpi immobili e menti private della libertà, di quanto lo sport e il movimento possano essere vitali in un contesto difficile come il carcere. Di sogni infranti e calci ad un pallone dentro e fuori le sbarre.
"La storia di Fabrizio è un lungometraggio affascinante che mescola gioia e disperazione, crimine e riscatto morale, avvitamento interiore e solidarietà, uno spaccato di vita che è diventato in questi anni una testimonianza viaggiante per l'Italia".
Così ha scritto la Uisp di Reggio Emilia ai colleghi romani, invitandoli ad aprire il proprio cuore per accogliere e diffondere una storia emozionante ed avvincente di un uomo che è sceso negli abissi dell'esistenza ed ha trovato con lo sport e con la solidarietà la forza, il coraggio e l'entusiasmo per disegnare un presente ed un futuro pieno di valori positivi. "Che la sua "ripartenza" sia di buon auspicio e di insegnamento a tutti noi in questo momento così difficile e delicato a livello sociale ed economico".
di Giacomo Puletti
Il Dubbio, 24 settembre 2020
La Commissione europea ha proposto un nuovo piano su asilo e migrazioni che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe sostituire il trattato di Dublino, definito come "appartenente a un'epoca diversa" dal vicepresidente di palazzo Berlaymont, Margheritis Schinas.
Il piano prevede un sistema di contributi flessibili di solidarietà da parte degli Stati membri, si legge in una nota diffusa dalla Commissione, affinché nessuno Stato abbia una responsabilità sproporzionata nell'accoglienza dei migranti. Ogni Stato avrà la sua quota di migranti e potrà poi decidere come gestirla, in base a tre opzioni.
La prima prevede l'accoglienza delle persone che fanno richiesta d'asilo, facendosene carico nei propri centri e integrandole, in caso di esito positivo, nel proprio tessuto economico- sociale. Se la richiesta non venisse accolta lo Stato dovrà provvedere al respingimento tramite accordi bilaterali con i paesi di provenienza, che negli anni si sono dimostrati molto difficili da ottenere.
La seconda opzione, che è anche la più contestata, prevede che nel caso in cui uno Stato si rifiutasse di accogliere la propria quota di migranti, esso dovrà "sponsorizzare" il futuro dei migranti nel Paese d'arrivo, "fornendo tutto il supporto necessario per rimpatriare i richiedenti che non hanno diritto di rimanere, e assumendosi la piena responsabilità se il rimpatrio non viene realizzato".
La terza opzione è quella di fornire strumenti di supporto agli Stati d'approdo dei migranti per facilitarne la gestione, cioè in sostanza dare dei soldi ai paesi di confine affinché si facciano carico dei richiedenti asilo.
Prima della ricollocazione dei migranti, il piano della Commissione prevede un periodo molto breve, di cinque giorni, di screening pre-ingresso per verificare le condizioni di salute e di sicurezza legate alle persone che chiedono di entrare. Lo screening verrà fatto "al confine", ma qui sorge il problema dei migranti che arrivano via mare. Secondo Ylva Johansson, commissaria agli Affari interni dell'Ue, non ci saranno più soluzioni "ad hoc" per le navi, come avvenuto molte volte in passato, anche in Italia, ma si dovrebbe sapere in anticipo a quali paesi saranno assegnati i migranti.
Per Von der Leyen la proposta, che dovrà essere esaminata dal Parlamento europeo e superare lo scoglio del Consiglio europeo, è "un nuovo inizio", mentre per Schinas è "un compromesso", che rispetta le linee rosse dei singoli governi. "L'Ue ha già dato prova in altri settori della sua capacità di fare passi straordinari per conciliare prospettive divergenti - ha detto la presidente della Commissione - ora è tempo di alzare la sfida per gestire la migrazione in modo congiunto".
In Italia la proposta è stata accolta con accenti diversi. Se per il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, il nuovo piano è "un importante passo verso una politica migratoria davvero europea", secondo il ministro per gli Affari europei, Enzo Amendola, è "un punto di svolta", al quale tuttavia seguirà una trattativa "complessa e delicata".
La proposta arriva in un periodo particolare per la maggioranza giallorossa, dopo le elezioni regionali, che vede il Partito democratico tirare la corda dalla sua parte. "Ora avanti con la modifica dei decreti sicurezza", ha detto il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, commentando il risultato elettorale. Giocando di sponda con Bruxelles, chissà che le prossime settimane non siano quelle buone per mettere mano a uno dei provvedimenti più contestati del Conte I.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 24 settembre 2020
La Commissione Ue presenta il patto su migrazioni e asilo. Niente ricollocamenti ed esame delle domande di protezione alle frontiere. Le prime parole sono l'ammissione di una sconfitta: "Gli Stati Ue non accetteranno mai i ricollocamenti obbligatori" avverte il greco Margaritis Schinas, vicepresidente della Commissione Ue.
Un'affermazione che smorza subito e definitivamente le aspettative di quanti ancora speravano che il nuovo Patto su migrazioni e asilo avrebbe messo fine al Regolamento di Dublino. In realtà le nuove regole presentate ieri da Ursula von der Leyen con Schinas e la commissaria Ue agli Affari interni Ylva Johannson non sono niente di più di quello che la stessa presidente della Commissione aveva anticipato la scorsa settimana: un compromesso, per non dire un cedimento, che va incontro alle richieste di quei Paesi - blocco di Visegrad in testa - che da cinque anni si rifiutano di accogliere richiedenti asilo.
Al punto da costringere i vertici della Commissione a un salto mortale parlando di "solidarietà obbligatoria" o "flessibile" per non dire che invece, come previsto, ogni Stato membro sarà lasciato libero di comportarsi come vuole: accogliere i richiedenti asilo oppure impegnarsi economicamente per rimandarli a casa loro.
Insomma, un'Europa à la carte con un più all'orizzonte un pericoloso restringimento del diritto di asilo, con screening veloci delle domande di protezione internazionale effettuati "in cinque giorni" alle frontiere esterne dell'Ue. "Questo deve essere un messaggio chiaro: siamo pronti ad accogliere chi ha diritto, ma coloro che non lo hanno devono tornare indietro", chiarisce a scanso di equivoci Johannson. Anche se la cancelliera Merkel vorrebbe portare a casa la riforma entro la fine dell'anno, quando avrà termine il semestre di presidenza tedesca, quello illustrato ieri rappresenta per ora solo una "base di partenza" come l'ha definito von der Leyen, più che sufficiente però a chiarire con quale spirito l'Europa si prepara a gestire il fenomeno migratorio nei prossimi anni. Con una premessa: nel piano non si parla di migranti economici - la stragrande maggioranza di quanti arrivano in Italia - se non per dire che vanno rimpatriati. Anche per questo resta il principio del Paese di primo approdo che i Paesi del Mediterraneo avrebbero voluto abolire.
Bloccati alla frontiera - L'idea è che chi non ha diritto all'asilo non deve neanche entrare in Europa. Per questo sono previsti screening delle domande di asilo da effettuare al momento dell'arrivo, anche per chi sbarca dalla nave di una ong: "Durerà al massimo cinque giorni e comprenderà controlli di sicurezza, anche sanitari" ha spiegato Johannson.
Tutte le persone verranno identificate, saranno rilevate le impronte digitali e i dati inseriti nella banca dati Eurodac. Trascorsi i cinque giorni dello screening, sono previste 12 settimane per esaminare la domanda di asilo, compreso l'eventuale ricorso. In caso di esito negativo ci sono altre 12 settimane di tempo. Le richieste di asilo "con basse probabilità di venire accettate - è scritto nel piano - devono essere esaminate rapidamente, senza che sia necessario l'ingresso nel territorio dello Stato membro".
Ricongiungimenti familiari - Se chi richiede asilo ha già un parente in Europa, verrà preso in carico dallo Stato in cui risiede il familiare, stessa cosa se in precedenza ha lavorato o studiato in uno Stato diverso da quello nel quale è entrato. Una novità, positiva, riguarda l'allargamento dei parenti che possono essere considerati parte della famiglia, esteso ora anche a fratelli, sorelle e alle famiglie che si sono formate durante il viaggio.
Ricollocamenti e rimpatri - Come si è visto non ci sarà nessun obbligo ad accogliere i richiedenti asilo. Gli Stati che non vorranno farlo potranno scegliere di finanziare i rimpatri di coloro che si sono visti respingere la domanda di asilo ("rimpatri sponsorizzati") utilizzando anche gli accordi bilaterali stipulati in precedenza con i Paesi di origine. Esiste anche una terza possibilità, che prevede di "solidarizzare" con il Paese di ingresso fornendo attrezzature e personale.
I Paesi Terzi - Sono previste partnership con i paesi di origine dei migranti che si impegneranno a contrastare "il traffico di migranti" e per i quali sono previste quote di ingressi legali in Europa.
Frontex - L'agenzia per il controllo delle frontiere verrà rafforzata anche con mezzi aerei e navali e a partire dal 2021 interverrà a sostegno degli Stati di confine.
La parola adesso passa al Parlamento europeo e al Consiglio dove, anche se ieri il premier italiano Conte ha definito il patto un "passo importante", è sicuro che i Paesi del Sud Europa daranno battaglia. "Dovremo batterci in parlamento perché i ricollocamenti siano obbligatori", ha detto invece l'europarlamentare Pd Pierfrancesco Majorino. Per Oxfam, infine, il piano Ue è un "passo falso nella direzione sbagliata".
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 24 settembre 2020
Le modifiche della Commissione all'accordo di Dublino non produrranno la spallata necessaria. È la vecchia storia del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. L'Europa ha infine preso in considerazione i nostri guai da terra di frontiera delle migrazioni. E, sul versante interno, la maggioranza giallorossa si accinge a correggere i difetti più vistosi dei decreti Sicurezza.
Ma sono cerotti. In entrambi i casi manca la visione d'un fenomeno epocale da affrontare con coraggio. Mezzo milione di sbarchi in Italia e appena tredicimila migranti ricollocati in Europa sono, dal nostro punto di vista, la sintesi di tutta l'ingiustizia patita negli ultimi cinque anni. Il micidiale regolamento di Dublino incardina nel Paese d'arrivo (e dunque nei Paesi rivieraschi del Mediterraneo) migranti che avrebbero tutte le intenzioni di raggiungere città nordeuropee dove spesso li attendono parenti e amici. L'Italia è stata lasciata sola durante le crisi migratorie degli anni Dieci e la reazione a questa solitudine spiega la crescita delle forze sovraniste e populiste antieuropee. Gli anni Venti sono iniziati sotto i pessimi auspici del Covid-19.
Anche sull'onda solidale causata dalla pandemia, la nuova presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, aveva preannunciato una robusta spallata agli angusti codicilli di Dublino. Il Patto per le migrazioni, esposto ieri a Bruxelles dalla Commissione, è in realtà molto meno: una spintarella. Si enunciano principi di solidarietà (addirittura meccanismi di "solidarietà obbligatoria" in casi di pressione migratoria straordinaria combinata con eventi estremi come terremoti o epidemie), si promettono soluzioni "precise e prefissate" che alleggeriscano il peso dai Paesi mediterranei, si prevedono negoziati in Africa con accordi di riammissione in cambio di sostegno tecnico ed economico.
Tutte ottime cose, insomma, tranne due. La prima: si continua a parlare di "migranti salvati in mare", come già al vertice di Malta di settembre 2019; ora, il problema è che da noi i salvataggi in mare rappresentano non più di un 20% degli sbarchi, il grosso dei flussi approda tramite barchini e gommoni, in piena autonomia: questa formula è, dunque, una sostanziale beffa. La seconda: si proclamano quali obbligatori ricollocamenti che tali non sono.
I Paesi che non vorranno aderire alle quote, infatti, potranno partecipare alla solidarietà tramite rimpatri "sponsorizzati". Traduzione: se, ad esempio, l'Ungheria, punta di diamante del riottoso quartetto di Visegrad, non vorrà accollarsi una parte dei nostri migranti avrà una finestra di tempo per contribuire a rimandarli in patria, col piccolo dettaglio che durante quel periodo (che possiamo temere, con realismo, indefinito) i migranti resteranno nel Paese di primo approdo, cioè da noi. Questo è addirittura un passo indietro rispetto alla volontaristica impostazione del summit di Malta, quando i migranti venivano (almeno sulla carta) ricollocati subito altrove. Eventuali sanzioni per gli Stati recalcitranti si sono dimostrate parole al vento, sin da quando il precedente piano Juncker del 2015 venne vanificato e poi affossato.
Intendiamoci: criticare è facile. I meccanismi dell'Unione e i relativi veti sono tali che questo è, forse, il miglior punto di compromesso possibile, almeno fino al prevedibile scontro in Consiglio europeo. Lo diceva la commissaria agli Affari Interni, Ylva Johansson, intervistata dalla nostra Francesca Basso: "Nessuno dei 27 Stati membri si riterrà soddisfatto". E infatti la Repubblica Ceca (anch'essa gruppo di Visegrad) già fa fuoco e fiamme, temendo eccessive concessioni a noi "mediterranei". Con prudenza, il nostro premier, che immaginiamo insoddisfatto a sua volta, ha elogiato via Twitter "l'importante passo verso una politica migratoria davvero europea".
Giuseppe Conte ha più che mai bisogno di una sponda a Bruxelles perché a Roma si accinge a cedere (o almeno a dar mostra di cedere) proprio sui migranti alle pressioni del Pd di Zingaretti, rinvigorito dalle elezioni regionali. In fondo, meglio far inghiottire ai Cinque Stelle una revisione dei decreti Sicurezza di Salvini piuttosto che il Mes, l'odiato fondo salva Stati contro cui sono ancora acquartierati i grillini più intransigenti.
Dunque, la ministra Lamorgese ha messo a punto un piano che dovrebbe modificare ciò che lo stesso Conte aveva approvato da premier del suo primo governo (sorreggendo sorridente a Palazzo Chigi il cartello che celebrava il primo decreto Salvini). Il guaio è che anche in questo caso, come in Europa, siamo di fronte a una difficile mediazione.
Dove servirebbero scelte coraggiose di integrazione e cittadinanza, bilanciate anche da serie politiche di contenimento dell'irregolarità, vedremo aggiustamenti faticosi: un po' di fiato al sistema Sprar massacrato da Salvini, qualche ammorbidimento sulla protezione dei profughi, un taglio alle irragionevoli multe contro le Ong, forse un lodevole tentativo di collegare lavoro e permessi di soggiorno.
Poco. Servirebbe una radicale revisione del sistema d'accoglienza, che fa acqua ora come cinque anni fa, al tempo della disastrosa gestione Alfano: via i carrozzoni emergenziali da centinaia di ospiti, Sprar obbligatori in ogni Comune per agevolare l'integrazione dei piccoli numeri, Cie (controllati e dignitosi) in ogni Regione per garantire la sicurezza accanto alla solidarietà. Per battere i trafficanti di uomini non servono improbabili blocchi navali: basterebbe riaprire e regolamentare i flussi di accesso (di fatto fermi da quasi dieci anni), creando corridoi umanitari per i rifugiati e ingressi legali, controllati e contingentati, per i cosiddetti migranti economici, quelli meglio qualificati, di cui le nostre terre e le nostre imprese hanno gran bisogno. Manomettere l'impianto di Salvini (che aveva prodotto alla fine solo più irregolarità) serve a poco senza un progetto complessivo. Ma difficilmente Conte e Zingaretti riuscirebbero a comporre una tela così delicata senza strappare la maggioranza, non avendo a Roma nessuno che somigli nemmeno da lontano alla tessitrice ancora formidabile su cui Ursula von der Leyen punta tutte le sue speranze: Angela Merkel.
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