di Giò Barbera
La Stampa, 27 settembre 2020
Nel penitenziario ci sono 93 detenuti contro una capienza di 69: rifacimento di tutte le sezioni con relativi servizi igienici. È vicina una soluzione al sovraffollamento del carcere di Imperia. "Dopo numerose denunce finalmente possiamo annunciare che casa circondariale di Imperia sarà finalmente ristrutturata".
Fabio Pagani, segretario regionale della Uil-Pa Penitenziari è moderatamente ottimista e ricorda che "più volte era stato all'Amministrazione Penitenziaria, coinvolgendo il capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Dino Petralia, è stato denunciato che il padiglione "seminterrato", aperto per l'emergenza sanitaria, dove ospitare nuovi detenuti e altri da mettere in quarantena, non era a norma".
Oggi, nel carcere sono detenute 93 persone su una capienza di 69. "Con l'annuncio della ristrutturazione - aggiunge Pagani - gli interventi di ristrutturazione saranno graduali su singole semisezioni con mini "sfollamenti" di circa 25 detenuti". In particolare saranno ristrutturate tutte le sezioni con relativi servizi igienici e docce. "I lavori - spiega il sindacalista Uil - interesseranno il profilo igienico-sanitario, per impedire le attuali pesanti propagazioni di umidità e muffe nei locali annessi alle stanze detentive, dovute a scarsa areazione".
Ma non mancano i problemi di organico. "Bisogna intervenire immediatamente anche su automatizzazione e su vigilanza con videosorveglianza. Soprattutto occorre implementare il personale di polizia penitenziaria. Per questo credo sia necessaria una riunione anche per cercare di migliorare le dotazioni di automezzi e tecnologie, l'organizzazione del lavoro, altrimenti gli sforzi economici saranno inutili.
Bisogna convincere il governo Conte che l'urgenza è costruire in tempi record un nuovo carcere a Savona, dimostrando, come è successo per il ponte Morandi, che quando si vuole le cose si fanno. e in poco tempo". Solo una decina di giorni fa i detenuti del penitenziario imperiese avevano protestato contro il drastico calo delle telefonate: da una al giorno a una la settimana.
di Pasquale Vitagliano
Gazzetta del Mezzogiorno, 27 settembre 2020
Quella di Leonardo Sciascia per la giustizia è stata una "terribile" ossessione. Magnifica, invece è la coincidenza, effetto della sospensione indotta dal lockdown, che il ciclo di Letture Massimo Bordin sia partito proprio da Bari.
Lo ha sottolineato Enrica Simonetti, caposervizio Cultura e Spettacoli, della Gazzetta del Mezzogiorno, che ha introdotto e moderato il convegno, ricordando la "collaborazione militante" di Sciascia con il giornale diretto allora da Giuseppe Giacovazzo, il primo direttore della stessa Simonetti. Organizzato dall'Associazione Amici di Leonardo Sciascia e dalla Unione delle Camere Penali Italiane, in collaborazione con la casa editrice Olschki e Radio Radicale, il ciclo "Ispezioni della terribilità: Leonardo Sciascia e la giustizia", è stato aperto venerdì 25 settembre presso la sala del Consiglio regionale della Puglia.
"Finalmente - ha esordito l'avv. Lorenzo Zilletti, responsabile del Centro studi giuridici e sociali Aldo Marongiu - il destino ha voluto che partissimo proprio dalla città dove Sciascia nel 1956 pubblicò Le parrocchie di Regalpetra. Dopo i saluti istituzionali di Fabiano Amati, neoeletto consigliere regionale, e dell'assessore alla Cultura del Comune di Bari, Ines Pierucci, la quale ha espresso la volontà di fare di Bari "una città europea" nel segno di quella "europeizzazione" della cultura italiana auspicata dallo scrittore siciliano, sono intervenuti Alessio Falconio e l'editore, Maurizio Turco, per Radio Radicale, che ha seguito in diretta l'evento.
Che hanno apprezzato l'intuizione dell'Associazione di abbinare le letture, in occasione del prossimo Centenario, con il ricordo della figura di Massimo Bordin (era presente in sala il figlio Pierpaolo), che raccontando quotidianamente le questioni di giustizia, è, di fatto, divenuto il principale divulgatore di Sciascia. A loro ha fatto eco il presidente, Francesco Izzo, ricordando che "la storia dell'Associazione si è da subito intrecciata con quella di tanti padri nobili del partito radicale".
Quindi, riprendendo l'intervento di Luigi Bramato, che ha raccontato come è nata l'iniziativa di dedicare a Sciascia una via o una piazza di Bari, Izzo ha precisato che "questa scelta non è identitaria". "Sarebbe contrario al suo spirito illuminista rivendicare un senso di appartenenza, si tratta invece di condividere un patrimonio di valori, di lasciare una traccia non effimera e non retorica. Sciascia, infatti, appartiene solo ai suoi lettori".
Per la Camera Penale di Bari e l'ordine degli avvocati di Bari hanno portato il saluto l'avvocato, Ebe Antonia Guerra, e l'avvocato Guglielmo Starace. Questi, dopo aver ringraziato per la presenza il procuratore della repubblica di Bari, Giuseppe Volpe, ha esaltato nell'opera di Sciascia l'allarme profetico contro "il terribile potere di giudicare, i rischi di una magistratura autoreferenziale e i pericoli della giustizia mediatica".
Da Milano in streaming è intervenuto il prof. Gianfranco Dioguardi. Prendendo le mosse dal paradigma del "rasoio" di Guglielmo di Ockham, secondo cui "bisogna evitare di dire con molte parole, ciò che si può dire con poche", ha esaltato la capacità di sintesi dell'amico Leonardo e "la sua quasi mistica devozione per la sacralità delle parole, una per una, da non sprecare mai".
In streaming è intervenuto anche Vincenzo Maiello, avvocato e professore dell'Università Federico II di Napoli, il quale ha rivendicato la vocazione liberale dei penalisti formatisi dentro una cultura che mette sempre al centro il diritto contro ogni forma tracotante di potere.
Il tema centrale del "terribile potere di giudicare" è stato così ripreso da Filippo La Porta, critico letterario de La Repubblica, il quale, con una digressione dentro l'inferno dantesco, ha denunciato la struttura inquisitoriale di ogni forma di amministrazione della giustizia. Per questo essa "è sempre in bilico tra la funzione riparatrice della vendetta e l'umana comprensione dell'amore cristiano. Solo il senso del tragico può mettere in equilibrio questa bilancia e la letteratura può aiutarci a cogliere e coltivare questo sentimento".
La Porta è anche ritornato sulla proposta di una Strada per Sciascia. Ed ha suggerito di scegliere un luogo appartato, adatto al suo carattere solitario. Ad esempio nel centro storico, comunque lontano dal mare, che Sciascia non amava, come ha ricordato Bramato. Marco Nicola Miletti, storico del diritto dell'Università di Foggia, attraverso una rassegna molto ricca e precisa, ha ricostruito la figura di Sciascia quale minuzioso storico del diritto, innamorato del documento scritto a mano, in quanto capace di dare luce all'anello debole della catena logica degli accadimenti. Insomma, grazie agli approfondimenti di questo evento, abbiamo avuto la conferma che il pessimismo di Leonardo Sciascia non è affatto passivo e negativo. Come Pascal scommetteva sul bene e riteneva più conveniente credere in Dio, Leonardo Sciascia, nonostante tutto, ha scommesso sull'uomo e ha ritenuto comunque più conveniente puntare sulla giustizia. Sì, "ce ne ricorderemo di questo pianeta".
di Giuseppe Matarano
Avvenire, 27 settembre 2020
Progetto di Frescobaldi: 9mila bottiglie prodotte grazie al lavoro dei detenuti della colonia penale agricola. Un'esperienza unica in Italia che consente a 70 carcerati di sentirsi utili alla comunità e di pensare al futuro. Tra loro un papà tunisino di 50 anni "I miei figli sono orgogliosi di me, qui ho imparato un mestiere".
"Da otto anni lavoro nelle vigne di Gorgona. Ho imparato un mestiere, mi sento utile e soddisfatto. Penso che un giorno, quando avrò scontato tutta la pena e potrò vivere il mondo fuori, saprò fare una cosa. Potrò spendermi e impegnarmi per avere una vita normale. Oggi grazie ai soldi guadagnati qui riesco a mantenere i miei figli a fargli dei regali. Quando si parla di Gorgona, sui giornali o in tv, loro sono orgogliosi: "E l'isola di papà. È il vino di papà". E io sono felice".
Shargui ha 50 anni, è tunisino, è arrivato in Italia nel 1989. Le strade che in Italia ha percorso lo hanno portano in carcere. A Napoli. Da otto però è a Gorgona, nell'unica isola di detenzione rimasta in Italia, con la straordinaria possibilità di vivere l'esperienza della rieducazione e del lavoro con l'agricoltura e la viticoltura.
Qui dal 2012 c'è un progetto di Frescobaldi per produrre vino, un Cru di gran livello, dai poco più di due ettari di vigneti presenti nell'isola. E lo fa con i detenuti. "Adesso so cosa c'è dentro una bottiglia", dice fiero ed emozionato Shargui, mentre raccoglie i primi grappoli. Con lui c'è Gianluca, 30 anni, una vita ancora davanti, l'unico italiano del gruppo, primo anno nell'isola, che adesso sogna "un futuro diverso. Grazie a queste viti".
E altri 15 detenuti, a giro nel corso dell'anno fra i settanta che ospita la colonia penale agricola istituita nel 1869: il lavoro e il sogno di avere un'altra possibilità per riavvolgere il nastro della propria vita, imparare un mestiere, passare il tempo in modo proficuo, credere nel domani. Così "Gorgona", vino "attraente e selvaggio", sa di riscatto, è intriso di speranza e voglia di rivalsa. Quella iniziata nei giorni scorsi è la nona vendemmia nell'incantevole isola dell'Arcipelago Toscano, con il via lanciato direttamente da Lamberto Frescobaldi.
"Questo progetto mi rende ogni anno sempre più orgoglioso - ha detto il presidente della Marchesi Frescobaldi presentando la bottiglia della scorsa annata davanti al direttore dell'istituto penitenziario di Lucca, Santina Savoca, che questo progetto lo ha visto nascere. A Gorgona nei profumi e nei sapori c'è tutto: l'amore per l'isola, la cura e la passione dell'uomo, l'influenza del mare e l'ambiente straordinario che danno vita a un vino inimitabile ed esclusivo simbolo di speranza e libertà.
In una parola c'è l'essenza di questa terra e di un progetto che non finisce mai di regalare emozioni. Gorgona è... l'isola che non c'è, l'isola dei sogni che - conclude Lamberto Frescobaldi - grazie a queste bottiglie varca il mare, supera i confini, racconta ogni anno nuove storie e porta messaggi in tutto il mondo". Novemila bottiglie di vermentino e ansonica, speciali anche nell'etichetta - disegnata da Simonetta Doni - chiusa per ricordare l'inaccessibilità dell'isola e che una volta aperta svela tutta la sua bellezza.
Vuole essere una "edizione straordinaria" in modo da raccontare ogni anno un aspetto differente dell'isola. L'etichetta di "Gorgona 2019" ne descrive la biodiversità marina, trovandosi l'isola in mezzo al Santuario di Pelagos: una meravigliosa area marina nata dall'accordo tra Francia, Principato di Monaco e Italia.
Un'esperienza unica quella di Gorgona - dove oltre al vino, si allevano animali, c'è un'azienda agricola, si produce miele - che ha avuto il plauso di papa Francesco. In una lettera che i detenuti hanno esposto nell'area ricreativa il Papa evidenzia "il significativo percorso di riscatto e di rieducazione che state compiendo. Vi incoraggio a guardare al futuro con fiducia".
"Tutti noi - riprende il Santo Padre - facciamo sbagli nella vita e tutti siamo peccatori. Quando andiamo a chiedere perdono al Signore, Lui ci perdona sempre, non si stanca mai di perdonare e di risollevarci dalla polvere dei nostri peccati". Il lavoro, la dignità di queste vite segnate che provano a ricominciare. Come "lavoratori della vigna". Quella di Gorgona.
castedduonline.it, 27 settembre 2020
"Giusto per rinfrescare la memoria, ricordo che già nel 2017, con un grande manifestazione che coinvolse cittadini, comitati e amministratori locali abbiamo detto no ad un nuovo centro per migranti a Iglesias". Così Ugo Cappellacci, deputato e coordinatore regionale di Forza Italia Sardegna, commenta la proposta del sindacato Siap al prefetto di Cagliari.
"È un'idea illogica che, anziché alleviare i problemi di Monastir, non farebbe altro che replicarli in altri luoghi. Respingiamo con sdegno l'idea che la Sardegna venga utilizzata come centro migranti d'Italia e d'Europa e che, dopo la chiusura delle fabbriche vere, si aprano delle "fabbriche dell'immigrazione" che nulla hanno a che fare con l'accoglienza umanitaria e che alimentano il business dei trafficanti di persone. Né accettiamo che si pensi a calare, nuovamente, sulla testa della comunità delle ipotesi o delle decisioni che non possono essere formulate da chi non rappresenta i territori. La soluzione per noi è quella di una politica migratoria che blocchi il flusso dei clandestini provenienti dall'Algeria che conduca alla prospettiva di chiudere i CPR, non certo ad aprirne altri. Siamo contrari a scelte che mantengono lo status quo a Monastir e siamo contrari- ha concluso Cappellacci- a idee che non risolvono nulla e che raddoppierebbero i problemi".
Il no arriva anche dalla Lega e dal consigliere regionale Ennas: "L'utilizzo del carcere di Iglesias per accogliere i migranti che sbarcano nel Sulcis è una scelta errata e per nulla risolutiva della questione. Il governo, piuttosto, dovrebbe adoperarsi per recuperare la struttura cittadina e renderla operativa. Non è moltiplicando le strutture che si risolve il problema immigrazione.
Se veramente il governo nazionale vuole fare qualcosa di concreto deve fare in modo che non avvengano sbarchi e deve lavorare affinché le procedure di espulsione, per chi è irregolare e non ha diritto di stare sul suolo nazionale, siano efficaci perché la loro inefficacia continua ad attirare arrivi che nelle nostre coste sono ormai quotidiani.
Non far nulla per impedire l'arrivo di queste persone per poi ghettizzarle in strutture carcerarie non è il modo corretto di gestire la questione. Ne tale modalità ha qualcosa a che vedere con una gestione regolare dell'immigrazione o con ospitalità e accoglienza, parole di cui tanti si riempiono la bocca. Il centro di Monastir è al collasso, siamo stati i primi a denunciarlo e siamo solidali con le forze dell'ordine costrette a gestire situazioni ingestibili, in piena emergenza sanitaria e con pochissimi uomini. La struttura destinata allo scopo è Macomer, che dovrebbe essere riservata alle esigenze sarde e che invece spesso risulta saturata da individui provenienti dalla penisola".
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 27 settembre 2020
La procura di Ankara li accusa di incitamento alla violenza e omicidio. Tra gli arrestati c'è il co-sindaco di Kars. Le proteste, esplose dopo l'ingresso dell'Isis nella città siriana, furono uccisi decine di manifestanti. Il 7 novembre 2014 Kader Ortakaya cadeva al confine tra Turchia e Siria. Un colpo alla testa sparato dai militari turchi contro i manifestanti che avevano affollato la frontiera per dare la loro solidarietà a Kobane, la città curdo-siriana occupata dall'Isis due mesi prima.
Aveva 28 anni Kader, era una studentessa dell'Università di Marmara e attivista della Piattaforma collettiva per la Libertà. È morta mentre con centinaia di attivisti formava una catena umana, aggredita dai soldati con lacrimogeni e proiettili. È stata l'ultima vittima della repressione che si è abbattuta tra ottobre e novembre 2014 sulla mobilitazione del sud est turco a maggioranza curda, esplosa contro lo Stato considerato complice dello Stato islamico, per anni autorizzato ad attraversare la porosa frontiera e rifornito di armi.
Per quelle proteste e per i tentativi di attraversare il confine e portare sostegno materiale alle unità curde Ypg e Ypj a difesa di Kobane, ieri la procura di Ankara ha emesso 82 mandati di cattura contro esponenti dell'Hdp, il Partito democratico dei Popolo, opposizione pro-curda e di sinistra al monopolio politico ed economico dell'Akp del presidente Erdogan. Tra loro sette ex deputati (per cui è stato già chiesto di rimuovere l'immunità parlamentare), ex e attuali membri del comitato esecutivo dell'Hdp e il co-sindaco di Kars, Ayhan Bilgen. All'alba i primi arresti in sette province, le accuse sono per tutti le stesse: incitamento alla violenza, saccheggio, danneggiamenti, omicidio, vilipendio della bandiera turca in riferimento alle proteste per Kobane dell'autunno di sei anni fa.
L'inchiesta è stata aperta circa un anno fa, ribattezzata "Operazione Pkk/Kck", il Partito curdo dei Lavoratori e l'Unione delle Comunità del Kurdistan, la federazione-ombrello di cui fanno parte i vari movimenti curdi di Turchia, Siria, Iraq e Iran che si ispirano alla teorizzazione di Abdullah Ocalan. L'Hdp, considerato da Ankara braccio politico del Pkk, è accusato di aver ordito manifestazioni con obiettivi terroristici. La grande mobilitazione curda era iniziata la sera del 6 ottobre 2014, tre settimane dopo l'ingresso dell'Isis a Kobane, il 13 settembre. Al governo turco era stato dato "tempo", era stato chiesto di intervenire in difesa della città.
Ma all'assenza totale di intervento Ankara aveva sommato ostacoli a chiunque tentasse di portare aiuto: volontari, medicinali, cibo. Il confine sbarrato, presidiato dall'esercito turco, mentre a pochi chilometri si alzava il fumo nero degli scontri strada per strada tra Isis e Ypg/Ypj. Si protestò ovunque per settimane, nelle principali città del sud-est, ma anche a Istanbul con una manifestazione di massa il primo novembre. Il bilancio finale non è stato mai confermato, si parlò di 46, forse 53 manifestanti uccisi da soldati, poliziotti, guardie di villaggio. Tantissimi i feriti, da Diyarbakir a Batman.
Nel pomeriggio di ieri l'agenzia curda Anf ha riportato la notizia di un ulteriore divieto, stavolta per i legali degli arrestati: per "evitare il rischio di distruzione delle prove", ha fatto sapere la procura, non sarà possibile per gli avvocati vedere i loro assistiti per almeno 24 ore. La guerra aperta all'Hdp prosegue spedita: con i due ex-co-leader, Demirtas e Yuksekdag in prigione dal novembre 2014, continua a salire il numero di membri del partito dietro le sbarre. E di sindaci rimossi. Bilgen è l'ultimo di una lunga serie: considerando anche gli arresti perpetrati nel maggio scorso, 47 dei 65 comuni vinti alle elezioni del 2019 dall'Hdp sono stati commissariati dal ministero degli Interni; 95 su 102 i sindaci rimossi dai municipi vinti nel 2014. Piccoli golpe locali, così li ha definiti il partito, che mirano a modificare la geografia politica del sud-est ribelle.
di Alan David Scifo
La Repubblica, 27 settembre 2020
Ma dalla Libia ribadiscono: "Liberate i quattro calciatori detenuti". Continua la protesta dei familiari dei pescatori detenuti nelle carceri libiche. "Il nostro governo non sta facendo nulla". "Li rivogliamo a casa". A Mazara del Vallo Il grido dei familiari dei pescatori ostaggi in Libia da 26 giorni è unanime e viene ribadito nella fiaccolata organizzata nel centro della cittadina trapanese, a cui hanno partecipato centinaia di persone.
"La sensazione è che il governo non stia facendo nulla - dice una dei familiari dei pescatori - il governo è fermo, ora che le votazioni sono finite si possono dedicare a noi. Loro hanno detto che stanno bene ma è una forzatura e non ci crediamo anche se ce lo auguriamo. Speriamo che immediatamente il governo ci permetta almeno di creare un contatto con i prigionieri, anche per far capire loro che ci stiamo muovendo".
La protesta prosegue anche a Roma, dove continua il sit-in permanente degli altri 13 familiari dei pescatori arrestati e poi presi in ostaggio il primo settembre, ufficialmente per aver invaso le acque libiche (ipotesi smentita dai pescatori) e poi perché i militari avrebbero trovato della droga sui pescherecci Antartide e Medinea: ipotesi allo stesso modo smentita dai familiari e probabilmente inscenata dai militari libici per giustificare l'arresto.
Notizie non confortanti arrivano dalla Libia, da dove arriva il tweet del Libyan Address Journal, giornale vicino al generale libico Haftar, il quale ribadisce la richiesta già fatta pervenire nei giorni scorsi: "i pescatori verranno liberati quando saranno rilasciati i quattro calciatori libici oggi in carcere per traffico di essere umani".
Il riferimento è ai 4 scafisti condannati nel 2015 per traffico di essere umani e per aver provocato la morte di 49 persone, decedute per asfissia nella stiva di una nave. A sostegno dei pescatori di Mazara c'è anche il sindaco della cittadina Salvatore Quinci, che ribadisce la complessità della vicenda e chiede ancora una volta un sostegno al governo italiano. Il primo cittadino era presente alla fiaccolata così come i sindacati: "Occorre che il governo liberi i nostri pescatori - dice Giorgio Macaddino, segretario generale Uil Fpl Trapani - a noi non interessano le dinamiche che si stanno consumando nel Mediterraneo, chiediamo l'immediata liberazione dei lavoratori".
di Sergio Romano
Corriere della Sera, 27 settembre 2020
Esiste una fondamentale differenza tra il sistema giudiziario degli Stati Uniti e quello di quasi tutte le democrazie europee. Nei nostri sistemi esistono disparità da un Paese all'altro per il reclutamento e la selezione dei magistrati; e vi sono differenze tra i Paesi che adottano la Common Law (un sistema di origine inglese, fondato sul continuo uso dei precedenti) e quelli che hanno adottato le grandi riforme napoleoniche.
Ma in questi Paesi il giudice ideale è quello che applica la legge votata dai Parlamenti e non è motivato da considerazioni politiche o religiose. Non mancano i sistemi autoritari dove la legge è dettata da chi detiene il potere; e vi sono giudici che subiscono influenze di varia natura. Ma il modello pubblicamente riconosciuto in Europa è quello di una giustizia severamente neutrale.
Negli Stati Uniti la giustizia opera in un contesto caratterizzato da una forte partigianeria. Ne abbiamo una nuova prova dopo morte di un giudice della Corte Suprema. I membri della Corte sono nove e vengono nominati dal presidente, ma assumono la carica dopo l'approvazione del Senato e la conservano sino alla morte. Il giudice scomparso era Ruth Bader Ginsburg, nominata da Bill Clinton nel 1993, che godeva di una stima generale, ma era particolarmente gradita alle correnti più liberali e progressiste della società americana.
Il rapporto fra conservatori e liberali nella Corte Suprema, dopo le prime tre nomine di Donald Trump, è già di cinque a quattro e sarà e di 6 a 3 se il nuovo giudice (una donna che fu assistente di un altro giudice conservatore, Antonin Scalia) verrà confermata dal Senato. Allarmati, molti americani sostengono che alla vigilia di nuove elezioni presidenziali, il 3 novembre, Trump avrebbe dovuto lasciare il compito della nuova nomina al suo successore, anche perché non deve la vittoria a un voto popolare (la sua avversaria, Hillary Clinton, ha preso quasi tre milioni di voti in più). È stato eletto grazie alla maggioranza degli Stati in un organo, il Collegio Elettorale, che molti considerano ormai invecchiato.
L'argomento non è privo d'importanza, ma gli avversari di Trump non mettono in discussione il diritto di scegliere un giudice politicamente gradito. Vogliono che la scelta venga fatta da un altro presidente, più vicino alla loro idee e convinzioni. Mentre in Europa un giudice è tanto più stimato quanto più è neutrale, negli Stati Uniti sembra essere stimato quando tiene conto, nelle sue sentenze, delle opinioni e delle preferenze di chi lo ha nominato o eletto.
Il problema è particolarmente serio in un Paese dove lo straordinario aumento dei diritti civili e umani, da quelli sulla eguaglianza degli afroamericani all'epoca del presidente Lyndon Johnson, a quelli più recenti sul porto delle armi, la sessualità e la famiglia (aborto, matrimonio fra persone dello stesso sesso, mutamento di genere), hanno enormemente aumentato il numero dei ricorsi in giustizia e quindi l'influenza dei giudici nella vita sociale americana. Sono questioni che stanno dividendo drammaticamente gli Stati Uniti e hanno addirittura suscitato, dopo l'arrivo di Trump alla presidenza, il timore di una guerra civile.
di Olivia Giuli
pianetacarcere.it, 27 settembre 2020
"È tornata la vita cancellare tutte le domande. Le incertezze. È tornata la vita a darci grandi risposte. Una su tutte. Niente è impossibile se lotti col cuore. Alza gli occhi e guardalo. È tornato il sole. E con lui anche noi. Non si può fermare l'alba. Non si può fermare la vita. Perché il dolore. La rabbia. La paura. L'impotenza. Non possono durare per sempre..."
Sono alcuni versi di "Life",di Elena Pilan, parte dello spettacolo "Voci di dentro" a cura di Donatella Massimilla, pioniera del teatro -carcere al femminile con il suo laboratorio Cetec nella casa circondariale di San Vittore. Uno spettacolo scritto a distanza durante il lockdown grazie a telefonate autorizzate da dentro a fuori il carcere e videochiamate con Elena Pilan oggi, dopo una formazione artistica oltre che un percorso personale, pronta ad affrontare anche le scene "libere". "Presto Elena uscirà in articolo 21 per lavorare con noi - tiene a sottolineare Donatella Massimilla. È ora che anche in carcere il teatro sia considerato un lavoro. In fondo è accaduto con Salvatore Striano, interprete di Cesare deve morire, ora attore affermato. Perché non potrebbe accadere con una donna?".
"Voci dentro" ha debuttato venerdì 25 settembre a Milano, nel cortile di una casa di ringhiera di Via Fra Paolo Sarpi, cuore della Chinatown meneghina. Ad assistervi, dalle ringhiere, un pubblico "accogliente e partecipante -racconta la regista - composto in gran parte da donne di tutte le età, anche da novantenni che hanno fatto la Resistenza". In scena con Elena e Donatella anche Gilberta Crispino e il filarmonicista Gianpietro Marrazza, da sempre artisti anima del Cetec.
Particolarmente suggestiva la proiezione, sulle lenzuola bianche appese sulle ringhiere, di alcune immagini del carcere "per incontrare altri volti che non possono essere presenti fuori, altre voci di Dentro San Vittore che vogliono essere ascoltate e ricordate". Il Reading "Le voci di dentro" sarà replicato a Milano Bookcity 2020.
di Michela Porta
triesteallnews.it, 27 settembre 2020
Mercoledì 23 settembre, al "Festival del Giornalismo" (22-26 settembre) di Ronchi dei Legionari, si è tenuto un approfondimento su un argomento poco noto sebbene importante, ovvero la realtà delle carceri italiane. L'incontro, denominato "Percorso di riabilitazione o luogo di inutile immobilità? La situazione delle carceri italiane" ha visto la partecipazione dei seguenti ospiti: il Direttore di Radio Radicale, Alessio Falconio, la giornalista e scrittrice Katya Maugeri, lo scrittore ed ex carcerato Carmelo Musumeci e la giornalista de Il Friuli Silvia De Michielis. Grande assente, per motivazioni dovute a precauzioni Covid, la sorella di Stefano Cucchi, Ilaria Cucchi (Presidente della Fondazione Stefano Cucchi Onlus).
Si è partiti ad affrontare un fatto poco noto in Italia, ovvero la presenza di due tipologie di ergastolo: uno "normale" o ordinario ed uno "ostativo", per il quale non sono previsti benefici derivati dalla buona condotta. La scrittrice Katya Maugeri ha sottolineato alcuni punti deboli delle strutture, come la mancanza di psicologi per i detenuti o di come vengano reclusi anche malati di mente e tossicodipendenti, figure "borderline" non adatte ad un contesto simile in quanto luogo in cui risulta più facile "debordare", costringendoli poi in celle di isolamento, con conseguente rischio di suicidi annunciati.
Un breve momento di riflessione, da parte di Alessio Falconio, ha riguardato anche la legge Fini-Giovanardi. Sulla situazione interna alle strutture ha poi parlato più approfonditamente Carmelo Musumeci, raccontando la sua testimonianza e sottolineando come lo studio sia uno strumento fondamentale per i detenuti, che possono trovare in esso motivazione e forza di difendersi. Molti di loro, infatti, non sanno neanche di poter lottare per far valere i loro diritti al di fuori del carcere tramite apposite associazioni per i diritti dei detenuti. "Con un costo di circa 3 miliardi di euro all'anno, il carcere dovrebbe risultare una struttura educativa adeguata e non andare a produrre ulteriore criminalità formata da persone prive di speranza. Un carcere che fa male, fa male alla società". Lo scopo della struttura, quindi, non dev'essere quello di avere un detenuto che faccia il bravo, bensì un detenuto che "diventi bravo".
In conclusione, relativamente alla realtà dei Cpr, essi possono essere definiti come espresso dal direttore di Radio Radicale delle "carceri non carceri": "Esasperare la situazione per cavalcare le paure non funziona. C'è bisogno di un approccio pragmatico. I muri stessi non funzionano: se passa il cibo dalle frontiere devono poter passare anche gli uomini senza che diventino essi stessi dei problemi, altrimenti c'è il rischio di far passare, in futuro, solo le armi".
Una speranza sul fronte Cpr sembra provenire dalla nuova proposta della Commissione europea, in cui si rivedrà il Trattato di Dublino. Le richieste d'asilo dovrebbero essere processate più rapidamente, così come le espulsioni previste per chi si vedrà respingere la richiesta. Il piano cerca di migliorare il sistema ma la strada è ancora lunga. Molti punti restano ancora incerti, sia per la questione dei Cpr che per le carceri italiane. C'è bisogno di chiarezza e soprattutto di volontà di raggiungerla.
di Maria Luisa Iavarone e Nello Trocchia
Il Domani, 27 settembre 2020
Dal libro "Il coraggio delle cicatrici". "Io se non faccio i nomi è per paura della famiglia mia". Le intercettazioni dei minorenni che hanno quasi ucciso Arturo a coltellate svelano l'omertà e la legge della violenza nelle strade di Napoli.
Arturo è agonizzante in via Foria, nel cuore di Napoli. È stato colpito da vari fendenti, sferrati con l'intenzione di uccidere. Due coltellate hanno raggiunto l'emitorace sinistro e la gola. È in fin di vita a soli diciassette anni. Prima è stato colpito alla nuca e poi immobilizzato, bloccato di spalle e infilzato come un budello senza anima, carne senza cuore, un manichino senza vita. Prima di lui la banda ha avvicinato un altro coetaneo, poi si sono fondati su Arturo, mai visto prima.
È stato abbordato con la richiesta dell'ora, ha risposto estraendo il cellulare: "Sono le 17.21". Uno di loro replica: "T'e mai fatt 'na chiavar?". Hai mai scopato? Nessun nesso tra richiesta e risposta. "Fatela finita mi avete rotto", dice Arturo, e a quel punto uno di loro estrae il coltello: "I t'accir", urla. Poi la fuga tentata da parte di Arturo, interrotta dal branco. Il branco ora vaga attorno a quel capannello di persone.
Vagano per la città che è Napoli, ma potrebbe essere ovunque. Senza volto e senza nome, si disperdono confusi nella folla, e così rimarranno fino alle indagini e al successivo processo. A quel punto, e per tutti, saranno Gennaro, Francesco, Antonio e Ciro. Gennaro indossa un cappuccio grigio, giubbino scuro e scarpe bianche Diadora, ma il dettaglio che lo rende riconoscibile è un altro: ha gli occhi azzurri come un cielo terso.
Non è altro però che una quiete apparente. È lui ad aver urlato "I t'accir", ha inseguito Arturo, lo ha colpito forte alla nuca per stordirlo, poi ha fatto leva sul braccio destro prima di sfilare la lama. Ha sferrato coltellate per ammazzare, una, due, tre, poi non si contano più, inflitte con crudeltà e senza fermarsi neanche un momento. Ha sedici anni. Arturo ha sentito i fendenti sul lato sinistro del tronco. Infilzato da un coetaneo, di quelli con cui normalmente posi lo zaino e ti metti a correre dietro a una palla. Gennaro ha alle spalle una condanna a due anni e due mesi per tentata rapina aggravata in concorso, pena sospesa.
Lo stato di Genny se ne è fottuto e lui ha fatto altrettanto, ha fottuto il prossimo o almeno di questo si è convinto. Doveva andare a scuola, doveva frequentare un istituto, il "Casanova", doveva avere il supporto di un assistente sociale. Doveva, ma poi i fondi, i soliti problemi, la solita Italia. E così Gennaro è tornato in strada. A scuola andava giusto per scattare self e con Francesco mentre rollava canne al cesso o le adagiava in bocca fumandosele avidamente.
Si crede perseguitato dalla legge, Gennaro, quella legge che considera al più un fastidio, un impiccio. La legge che abbaia, ma non morde, ti acciuffa e poi ti lascia. "A me m'hann sempre purtat perché teng duje ann 'e pena sospesa", racconta così Gennaro il suo rapporto con le guardie. m'hann sempre purtat si riferisce ai controlli casuali in strada ai quali era sottoposto dopo la condanna per rapina.
Non va meglio in famiglia. Quando torna a casa non trova un riparo ma un'altra trincea. Il padre picchia, picchia forte e ogni volta senza motivo. A volte lui, a volte la madre. "È manesco", racconta Genny, "è sempre stato molto offensivo con mia madre e con me, chiedeva sempre soldi perché si doveva fumare lo spinello e scaricava su di me tutta la sua rabbia". Con gli inquirenti che lo interrogano aggiunge: "Mi sucutava [seguiva, n.d.r.] fino a sotto al letto picchiandomi spessissimo". Sui social ci sono le sue foto, i video con cui si mostra al mondo. Accende uno spinello, urla: "Ma' domani svegliami presto, verso le undici e mezza".
E detta le sue regole di vita: "Io nun dic niente, nun face 'a guardia". Io non parlo, non faccio il poliziotto. Eccola, l'omertà endemica, strisciante, che è sistemica e mai occasionale. Perché d'altra parte dall'altro sistema, quello ufficiale, lo Stato, Genny non si è sentito né affidato, né assistito, mai. E alla fine dalla tentata rapina al tentato omicidio il passo è breve, troppo breve. Francesco Francesco si fa chiamare Kekko, con la k chiaramente, ma tutti lo chiamano 'o Nano.
Ha quindici anni. Certo è basso, piccoletto, minuto, ma a Napoli un appellativo, un soprannome rende bene l'idea solo se estremizza, solo se è brutale.
Così Francesco è diventato 'o Nano, ma non la vive come un'offesa. Quella sera indossa un giubbotto scuro e uno scalda-collo di colore nero. Si muove baldanzoso, guida il gruppo come un domatore. Non colpisce ma induce, organizza, ordina. Senza che se ne accorga rimane immortalato dalle immagini delle telecamere.
Basta fermare un istante per vederlo per com'è, un ragazzino sopraffatto dalla smania di fare 'o gruoss, lo sbruffone che si improvvisa criminale. Durante l'assalto ad Arturo, 'o Nano è il più eccentrico, qualcosa a metà tra protagonista e regista. È euforico, saltella, grida, corre, così racconta un testimone che assiste alle violenze. È entusiasta di fare "spalla a spalla" con quel ragazzo sconosciuto, di sottometterlo alla sua legge attraverso la squadra che controlla e fomenta. 'O Nano ha i capelli chiari, mingherlino, un fuscello, quasi insignificante rispetto al mondo, ma è presente a sé stesso e sa dove vuole arrivare.
D'altra parte è lui ad abbordare Arturo. Ma se prima gli sferra un calcio, poi si allontana, resta a un metro dall'aggressione, non accoltella ma fa accoltellare, osserva. Francesco è lì a controllare che tutto avvenga con celerità e senza dar troppo nell'occhio. All'improvviso dà l'ordine a tutti di scappare. Antonio Il giorno dell'agguato tra gli esecutori telecomandati da Kekko c'è un altro ragazzino, si chiama Antonio.
Ha solo quattordici anni, ma volteggia attorno ad Arturo come un corvo. I colpi arrivano prima al braccio, poi al petto e, infine, la lama affonda sotto la gola di Arturo. Come a scannarlo. Così si cancella un ragazzo dalla faccia della terra, rischiando di chiudergli gli occhi per sempre. Di Antonio scriveranno gli inquirenti: "Si distingue per la particolare prodezza nell'accoltellare".
Mentre Gennaro colpisce e tiene ferma la vittima c'era chi accoltellava di fronte. Antonio, a quattordici anni, fa già la malavita anche perché il determinismo sociale ha deciso la sua strada, lo ha predestinato. La sua famiglia è scomposta, frammentata.
Ma c'è di più. È il dicembre 2003,1a notte tra l'otto e il nove. La notte dell'Immacolata. Un ragazzo, Claudio Taglialatela, studente e aspirante sottufficiale dei Carabinieri, viene rapinato e ucciso in corso Umberto I, la via dello shopping a Napoli. Nel 2003 Antonio ha undici mesi, non ha ancora compiuto un anno. Claudio Taglialatela di anni invece ne ha ventidue quando la sua vita viene interrotta da un colpo di pistola alla testa.
La sua macchina finisce contro un palo. A ucciderlo è il padre di Antonio, che finisce in carcere ma pochi giorni dopo afferra un lenzuolo, lo lega al tubo di scarico del cesso della cella e si ammazza piegando le gambe per penzolare nel vuoto. Era in isolamento. Il padre di Antonio era affiliato al clan Mazzarella, egemone a Forcella, ma dalle intercettazioni si capisce che dopo l'omicidio il clan lo abbandona.
Il neonato Antonio resta senza padre. Rimane a vivere con la madre ma andrà presto via anche lei, scegliendo la droga come compagna di vita prima di finire in carcere per rapina. Dopo la morte del padre, Antonio viene così abbandonato anche dalla madre. Resta avi - vere con lo zio, pregiudicato anche lui. Antonio, sui social, celebra la figura del padre. Un fotomontaggio racconta il dolore e i fantasmi del giovane: "Mio padre mi disse attento a dove metti i piedi e io gli risposi, attento tu che io seguo i tuoi passi". A distanza di quattordici anni quel neonato diventato ragazzino infilerà il coltello nella gola di un innocente come parte di un destino maligno. Finisce arrestato per rapina e tentato omicidio, esattamente come papà.
Alla fine ha seguito quei passi. Ciro La galleria degli aggressori ha bisogno di un ultimo personaggio che abbassa di colpo l'età. Si chiama Ciro. Non subirà alcuna conseguenza penale. Ha dodici anni, l'età della preadolescenza, come dicono gli esperti. Ma se è lì insieme alla banda, ai carnefici, più che preadolescenza è pubertà criminale. E però Ciro ha un cognome che pesa e una parentela importante.
"A chi appartiene?" si domanda in quelle zone, come a chiedere lo stigma, il marchio, l'origine. Ciro appartiene alla famiglia criminale dei Mauro, clan che primeggia tra i Miracoli e Sanità. "Solo in una zona comandano", racconta un bene informato, "stanno in alcune palazzine e si occupano di droga e racket".
La camorra è considerata il potere supremo, interlocutore unico in assenza, per decenni, di istituzioni capaci di rappresentare e incarnare l'autorità, è anche l'unica autorizzata all'uso della forza. Ciro così è temuto perché appartiene al sistema, anche se ha solo dodici anni e il clan di famiglia, nello scacchiere criminale, è di second'ordine e di minore rango.
Il timore reverenziale emerge dalla mole di intercettazioni che raccontano il mondo, le stanze, i segreti delle famiglie dei carnefici. E Ciro tra i carnefici non si deve nominare. Quando Francesco viene arrestato gli inquirenti registrano i colloqui in carcere e quelli tra i familiari. Colloqui che abbiamo potuto leggere.
La madre, Anna, parla con la sorella Maria: "No... solo... a mio figlio devono passare tanti guai! Avessero preso pure a quegli altri là, quegli altri quattro, va fa mocca! Dice uno... vabbè, proprio assurdo". Francesco poi si rivolge a Patrizia, sua sorella, e affrontano il tema dei nomi. "Come si chiamano? Non mi dire i nomi di questi qua, dimmi il nome di quello là del Borgo [di Sant'Antonio] in mezzo...".
Patrizia chiede i nomi, ma Francesco risponde: "No, non te li posso dire". Patrizia: "Perché?" Francesco: "Ma quando mai, io non glieli ho detti nemmeno all'avvocato... Ma che c'è mamma? Io se non faccio i nomi è per paura della famiglia mia, dopo loro non stanno bene e io sto male, diglielo Emanuele che ha detto...".
"Non fare i nomi", "se non li faccio è per paura della famiglia mia", l'amico sconosciuto che ferma la sorella in strada. Sono episodi e frasi tipicamente all'insegna dell'omertà, ma impressiona come il mandato al silenzio segni la personalità in formazione di un minorenne. Come la plasmi. Totalmente.










