di Eleonora Martini
Il Manifesto, 26 settembre 2020
Processo ter. Imputati otto ufficiali dell'Arma dei carabinieri. Un depistaggio senza limiti e senza fine. Non solo nel 2009, e poi nel 2015, ma anche adesso - proprio mentre si svolge davanti al giudice monocratico Roberto Nespola della VIII sezione penale del tribunale di Roma il processo Cucchi ter agli otto alti ufficiali tra cui il generale Casarsa accusati di aver deviato le indagini - c'è qualcuno nell'Arma che continua ad inquinare le prove per evitare che si arrivi alla verità. Lo ha denunciato ieri in udienza il pm Giovanni Musarò: "Ancora oggi, nel 2020, - ha detto - nel reparto operativo dei Carabinieri c'è qualcuno che passa gli atti a qualche imputato. Siamo stanchi di questi inquinamenti probatori che vanno avanti da 11 anni".
Fu proprio il magistrato antimafia che vive sotto scorta infatti a scoprire, nel corso del processo bis a carico dei tre carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro (condannati per omicidio preterintenzionale) e Francesco Tedesco (condannato solo per falso) il motivo per il quale ancora non si è arrivati ad una sentenza definitiva per la morte del geometra romano ammazzato di botte nell'ottobre 2009. L'inchiesta ter che ne seguì ancora non si è chiusa e il pm continua ad indagare coadiuvato dalle forze di polizia, malgrado le prove raccolte siano già state sufficienti per rinviare a giudizio gli otto ufficiali: nel processo ter iniziato nel marzo 2018 alla sbarra compaiono, oltre a Casarsa, i colonnelli Cavallo, Soligo, il luogotenente Colombo Labriola e il carabiniere scelto Francesco Di Sano accusati di falso ideologico; il colonnello Sabatino e il capitano Testarmata di omessa denuncia e favoreggiamento, e il carabiniere De Cianni di falso ideologico e calunnia.
"Il pm Musaró - spiega meglio l'avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia Cucchi - ha denunciato documenti in possesso dell'imputato Testarmata che non poteva avere. "C'è un Giuda, un cavallo di Troia che speriamo di identificare che fornisce atti e documenti per una verità parziale e fuorviante", ha detto. Come dire: non abbiamo finito e non finiremo mai di subire interferenze illecite". Ricorda Anselmo che all'udienza scorsa "mi ero molto arrabbiato per il modo di procedere della difesa di Testarmata soprattutto perché in possesso di documenti che non erano nel fascicolo. Mi ero opposto alla loro produzione ed utilizzo chiedendo esplicitamente lumi sulle modalità con le quali ne era venuto in possesso. Avevo ragione".
Ilaria, la sorella di Stefano che non perde un'udienza, commenta così l'accaduto su Fb: "Ho sempre nutrito e continuo a nutrire profondo rispetto per L'Arma dei Carabinieri. Ritengo lo meriti assolutamente. Oggi però (ieri, ndr), di fronte ai nuovi fatti, alzo le braccia. Abbiamo un Cucchi Quater. Il lupo perde il pelo ma non il vizio".
di Paolo Comi
Il Riformista, 26 settembre 2020
Palazzo dei Marescialli ha annunciato l'apertura di una pratica, all'indomani dello scoop del Riformista. Ma aveva in mano le carte da giorni: c'era già il placet alle verifiche richieste dal membro laico Cavanna. I vertici del Csm sono a conoscenza da diversi giorni dei tarocchi contenuti negli scritti dell'ultimo concorso, bandito nel 2018, da trecentotrenta posti per magistrato ordinario. La notizia si è saputa solo ieri mattina con un lancio di agenzia a scoppio ritardato e, soprattutto, dopo che il Riformista aveva pubblicato un articolo in cui erano elencate alcune di queste "perle" giuridiche e non.
Il 14 settembre scorso, per la cronaca, era pervenuto a Palazzo dei Marescialli un corposo dossier da parte di due candidati originari del Piemonte che erano stati bocciati alle prove scritte. Le due toghe mancate, dopo aver visionato i temi dei concorrenti che erano invece stati ammessi agli orali, avevano raccolto un ricco florilegio di strafalcioni, "orrori" giuridici e segni di riconoscimento come, ad esempio, lo "schemino" redatto dal candidato numero 2814 e che, peraltro, aveva conseguito un ottimo risultato.
Il primo ad attivarsi sul dossier, indirizzato anche al ministro della Giustizia, era stato all'inizio di questa settimana l'avvocato civilista Stefano Cavanna. Il laico in quota Lega a piazza Indipendenza aveva subito depositato una richiesta di "apertura pratica" al Comitato di presidenza del Csm. Fra le varie istanze, quella di svolgere "approfondimenti e verifiche nell'ambito delle competenze e dei poteri del Csm".
In particolare, mediante "la convocazione dei componenti della commissione esaminatrice del concorso", affinché riferiscano "sui fatti denunciati dai candidati", senza escludere altre "iniziative meglio viste e/o ritenute". Il Comitato di presidenza del Csm, composto dal vice presidente David Ermini, dal primo presidente della Corte di Cassazione Pietro Curzio e dal procuratore generale Giovanni Salvi, aveva dato il via libera alla richiesta di Cavanna, trasmettendo tutto l'incartamento alla terza Commissione del Csm, di cui fa parte l'avvocato della Lega e che ha fra le varie competenze quella sul concorso per diventare magistrato.
Presidente di questa Commissione è la togata di Magistratura indipendente, la corrente di destra delle toghe, Paola Maria Braggion. Vice presidente è il professore milanese in quota Forza Italia Alessio Lanzi. Oltre a Cavanna, la Commissione è poi composta da tre togati: l'ex aggiunto della Procura di Roma Giuseppe Cascini, il togato di Unicost Michele Ciambellini e la davighiana Ilaria Pepe.
"Non voglio passare - precisa Cavanna - come il difensore d'ufficio dei bocciati: bisogna prima capire quali siano le esatte competenze del Csm in questa vicenda e poi agire di conseguenza". La vigilanza sul concorso, in effetti, spetta al ministro della Giustizia. Ma è il Csm che propone al Guardasigilli i nomi dei componenti della Commissione esaminatrice. "Mi auguro che ci sia da parte di tutti la volontà di voler approfondire l'argomento. Il tema è importante visto che si stanno reclutando dei magistrati e non degli uscieri, con tutto il rispetto per gli uscieri", prosegue Cavanna, aggiungendo che "la cosa più opportuna è ora convocare i commissari d'esame".
La Commissione del concorso che a breve dovrebbe chiamare coloro che hanno passato gli scritti, ad iniziare dal candidato che invece di scrivere un tema ha disegnato uno schemino con i diagrammi, è presieduta dal consigliere di Cassazione Lorenzo Orilia. I magistrati sono venti, diciotto i giudici e due i pm. Di questi ben sei prestano servizio negli uffici giudiziari della Capitale. Fra i nomi noti, Alcide Maritati, toga progressista, già segretario generale dell'Anm e figlio dell'ex senatore del Pd ed ex sottosegretario del governo D'Alema Alberto, anch'egli magistrato. Otto i docenti universitari. "Appena si è diffusa la notizia della mia iniziativa molti magistrati, anche capi di importanti uffici giudiziari, mi hanno scritto per dirmi di andare avanti e di fare chiarezza", sottolinea orgoglioso il consigliere della Lega.
Mentre dalle parti di via Arenula tutto tace, molti ritengono che esistano tutti i presupposti perché il concorso venga annullato.
di Vito De Ceglia
La Repubblica, 26 settembre 2020
L'allarme lanciato da Coldiretti in vista dell'esame del Ddl sugli illeciti agroalimentari. Dal campo alla tavola le agro-mafie sviluppano un business da 24,5 miliardi che minaccia ora di crescere mettendo le mani su un tessuto economico indebolito dalla crisi determinata dall'emergenza coronavirus che ha coinvolto ampi settori della filiera agroalimentare a partire dalla ristorazione. È quanto ha affermato Coldiretti, intervenendo oggi in audizione in Commissione Giustizia della Camera nell'ambito dell'esame del Ddl con nuove norme in materia di illeciti agroalimentari.
L'allarme contenuto nella relazione semestrale della Dia inviata al Parlamento trova infatti particolare fondamento nella filiera agroalimentare dove - sottolinea Coldiretti - pesa la crisi di liquidità generata dall'emergenza coronavirus in molte strutture economiche che sono divenute più vulnerabili ai ricatti e all'usura. Le operazioni delle Forze dell'ordine svelano gli interessi delle organizzazioni criminali nel settore agroalimentare ed in modo specifico nella ristorazione nelle sue diverse forme, dai franchising ai locali esclusivi, da bar e trattorie ai ristoranti di lusso e aperibar alla moda fino alle pizzerie.
La malavita è arrivata a controllare cinquemila locali della ristorazione con l'agroalimentare che è divenuto una delle aree prioritarie di investimento della malavita che ne comprende la strategicità in tempo di crisi perché consente di infiltrarsi in modo capillare nella società civile e condizionare la via quotidiana delle persone.
In questo modo la malavita si appropria di vasti comparti dell'agroalimentare dai campi agli scaffali, distruggendo la concorrenza e il libero mercato legale e soffocando l'imprenditoria onesta, ma anche compromettendo in modo gravissimo la qualità e la sicurezza dei prodotti, con l'effetto indiretto di minare profondamente l'immagine dei prodotti italiani e il valore del marchio Made in Italy.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 26 settembre 2020
Durante il lockdown maschio il 54% degli uccisi. Nel 2019 era stato il 64%. A maggio si registra anche un picco di maltrattamenti e violenze sessuali. Il Covid non ha frenato la violenza contro le donne, anzi. È avvilente il terzo Report emesso dall'Organismo di monitoraggio sul rischio di infiltrazione nell'economia da parte della criminalità mafiosa.
Con le violenze su mogli e compagne, l'infiltrazione mafiosa non c'entra granché. Ma questo gruppo di studio interforze, coordinato dal prefetto Vittorio Rizzi, vicecapo della polizia, ha voluto allargare l'orizzonte a tutti i reati del periodo. Ed esaminando le conseguenze dirette e indirette del Covid sulle dinamiche criminali, salta agli occhi che nei mesi più caldi della pandemia quasi tutti i reati in Italia sono calati, salvo i crimini informatici. E i cosiddetti reati di genere.
Sono le donne, infatti, ad aver fatto da parafulmine per le tensioni più varie. E così se nei cinque mesi che vanno da marzo a luglio si riscontra una diminuzione del 22% di omicidi volontari rispetto all'anno prima (passando da 140 a 109) a ben guardare questo decremento non tocca le vittime femminili. "Le vittime di genere femminile - si legge nel Report - rimangono sostanzialmente invariate". Si è passati da 51 a 50 donne uccise. Di conseguenza, cresce enormemente la percentuale dei femminicidi sul totale. Si sale al 46% rispetto al 36% dell'anno precedente. Anche restando al più ristretto ambito familiare-affettivo, a fronte di una diminuzione degli eventi, le vittime di sesso femminile sono il 75% (erano il 68% del 2019).
La violenza contro le donne non teme la pandemia, insomma. Lo dicono anche le statistiche sui cosiddetti "reati spia": gli atti persecutori, i maltrattamenti contro familiari e conviventi, la violenza sessuale. E se nei mesi di marzo e aprile, quelli dello stretto lockdown, c'era stata una lieve flessione rispetto all'anno precedente (da 3.319 a 2.417 a marzo; da 3.125 a 2.511 ad aprile), appena le restrizioni si solo allentate, ecco "un incremento dei reati, con un picco a maggio 2020, che peraltro supera il dato riferito allo stesso mese dell'anno precedente (da 3.280 a 3.363)".
Con il primo timido ritorno alla normalità, l'odio represso di tanti uomini è venuto fuori prepotente. "La diffusione del Covid-19 - è l'analisi del nostro Organismo di monitoraggio - le misure restrittive della libertà di circolazione adottate, gli effetti della relativa crisi economica hanno esasperato, soprattutto nel periodo dell'isolamento domiciliare, conflittualità presenti e latenti".
Anche Europol, l'agenzia europea che coordina le varie polizie del Continente ha registrato questi trend. Perché è successo anche altrove. Realtà che però nell'immaginario collettivo sono zone arretrate. Certo non nell'Italia che si vuole civile e lanciata nella modernità. Ebbene, in Kosovo è stato registrato nel primo semestre 2020 un forte incremento dei maltrattamenti in famiglia. In Portogallo, la violenza domestica ha registrato una crescita di casi, tanto che le segnalazioni sulle linee telefoniche di assistenza hanno registrato un aumento di richieste pari al 180% rispetto al periodo marzo/giugno del 2019. In Polonia, i reati contro la persona caratterizzati dall'uso della violenza sono aumentati nel primo semestre del 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019. E in Albania è stato approvato dal Parlamento un inasprimento delle pene per i reati contro la famiglia e istituito dalla polizia un numero verde per segnalare le violenze in famiglia.
di Gioacchino Criaco
Il Riformista, 26 settembre 2020
Chi sbaglia paga, è un detto antico, diffuso nel mondo, in Italia, per moltissimi, gli si dovrebbe aggiungere "per sempre", e in Calabria, tranquillamente, si potrebbe riformulare: paga chi sbaglia, e pagano i suoi figli, i parenti, gli amici. Chiunque sfiori un cattivo è cattivo. La violazione penale diventa un marchio genetico, il per sempre diventa l'eternità. E anche se dopo aver violato la Legge, si sia pagato il corrispettivo, anche dopo avere scontato la pena del reato. Si dovrebbe stare in un canto, fare i bravi, e lasciarsi morire di fame, perché se non si troverà un privato di buona volontà, non potrà essere lo Stato a soccorrere. La pena totalizzante, il ravvedimento impossibile. E anche se la Costituzione dice altro, anche se l'umanità dovrebbe dire altro, o la pietà, il cuore, l'intelligenza. L'etica, quel pauroso sentimento dei giusti che impera, toglie ogni speranza. In Calabria accade che sia un generale dei carabinieri, ex, a battersi per il diritto alla sopravvivenza dei cattivi, ex anche loro.
Il generale Aloisio Mariggiò, commissario straordinario di Calabria Verde, ente regionale che si occupa di forestazione e cura del territorio, lotta contro una crociata moralista che vorrebbe fuori dal lavoro i dipendenti che hanno violato la Legge, pur se hanno scontato la pena, cambiato vita, e tentano di rifarsene una fondata sul lavoro, il rispetto delle regole. Un generale da solo, che affronta le campagne mediatiche, le tendenze populistiche, le mancanze politiche, le deficienze sociali, le perdite di umanità. Difende i suoi operai.
E non è facile, perché amministra un ente che negli anni ha dimostrato pecche e vergogne, che si è trasformato in carrozzone assistenziale, improduttivo. Scandalo dopo scandalo, eppure, fonte unica di speranza per migliaia di dipendenti: per i più, che non hanno mai violato la Legge, e per quelli che hanno sbagliato, anche in modo terribile e hanno aggrappato le loro vite a questo lavoro. Insieme, i giusti e gli ex cattivi, smarriti, lasciati senza progetti e senza guida, infilati nella retorica della legalità, dell'onestà. È un generale, oggi, che deve difendere i suoi operai dagli sbagli di un sistema che vuol far cadere sui dipendenti gli errori di un'intera classe dirigente.
In un Sud che è questo, in una Calabria che è fatta di una maggioranza di giusti, ma che dentro ha tante persone che hanno sbagliato. E a quelli che hanno pagato, che vogliono rientrare con gli altri, camminare insieme, un'orda moralista vieta, o vorrebbe vietare, ogni appiglio, ogni ancora. Per i campioni del bene le espiazioni, i riscatti, sono favole. Ai cattivi ex e per sempre, bisogna interdire, negare, licenziare. Devono stare fuori dai buoni spesa, fuori dai redditi di cittadinanza, fuori dal lavoro. Fuori da tutto, chiusi nel recinto delle loro colpe. Ed è strano che a difendere chi ha sbagliato, e non vorrebbe farlo più, ci sia un ex Generale che ha trascorso tutta la propria vita a fermare i cattivi. O, forse, è più strano che non ci siano i corpi sociali a fermare le febbri etiche, le derive morali, l'esigenza di creare mostri per sentirsi migliori di come davvero si sia.
di Valter Vecellio
Il Riformista, 26 settembre 2020
Nicola viene ucciso da un proiettile vagante. Il killer non ha una lira e lo stato addebita il conto alla famiglia della vittima. È successo anche a me, ho dovuto pagare perché Priebke (il nazi) era nullatenente.
Temo sia rimasta lettera morta la denuncia raccolta da Giovanni Pisano e pubblicata su II Riformista: "Ucciso da un proiettile vagante a Capodanno, ora la famiglia deve pagare le spese di giudizio". Vale la pena (è, a leggerla, una vera pena) riproporre la vicenda: "Era uscito fuori al balcone di casa per richiamare il fratellino che era sceso in cortile durante i festeggiamenti di Capodanno a Napoli ed è morto dopo essere stato raggiunto da un proiettile vagante a un occhio.
E' la storia di Nicola Sarpa, pizzaiolo di 24 anni, ucciso nei primi minuti del 2009 da un colpo partito dalla pistola impugnata da Emanuela Terracciano (all'epoca 23enne), figlia di Salvatore 'o nirone, uno dei boss dei Quartieri Spagnoli. Undici anni dopo per la sua famiglia, costituitasi parte civile nel processo che ha portato alla condanna a circa 10 anni per omicidio volontario ma con dolo eventuale, arriva l'ulteriore beffa: una cartella esattoriale con richiesta perentoria di 18.600,89 euro". Come riassume l'avvocato Pisani, "La Terracciano è stata condannata in via definitiva.
L'Agenzia delle Entrate ha intimato oggi ai familiari della vittima di rimborsare le spese di tasse e sanzioni della causa perché la condannata risulta nullatenente: non ha risarcito i danni e nemmeno le spese legali, che ora lo Stato, che non ha saputo garantire sicurezza e la vita del giovane sparato a morte mentre era sul balcone, pretende anche i soldi dalla mamma e fratelli della vittima".
Anche a me è accaduta una simile, kafkiana vicenda, per fortuna mia, meno dolorosa. Nel 1996 il criminale nazista Erich Priebke (uno di quelli che hanno ucciso alle Fosse Ardeatine), mi querela. Con l'allora presidente della comunità ebraica Riccardo Pacifici avrei, nientemeno, organizzato il suo sequestro. Vinco tutti e tre i gradi di giudizio. Non chiedo un centesimo di risarcimento, il denaro di Priebke mi avrebbe procurato disgusto.
Pago di tasca mia l'onorario dell'avvocato. Ebbene: dopo 23 anni dopo l'Agenzia delle Entrate mi notifica di pagare le spese processuali: 291 euro e 21 centesimi entro sessanta giorni dalla notifica. Specificatamente: "277,02 controllo tasse e imposte indirette anno 2007; 8.31 oneri di riscossione spettanti a Agenzia delle Entrate - Riscossione; 5,88 diritti di notifica spettanti a Agenzia delle entrate-Riscossione".
Mi sono rivolto trenta volte al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, chiedendo se riteneva giusto quello che accadeva: silenzio per trenta volte. Stessa domanda al presidente del Senato e della Camera. Stessi silenzi. A tutti (dico tutti) i leader di partito rappresentati in Parlamento: silenzio. Un avvocato amico, protagonista di tante buone battaglie per il diritto e il diritto al diritto, bonariamente noi dice: "Di cosa ti stupisci? Accade tutti i giorni".
Mi ha lasciato sgomento: perfino lui trovava "normale" la cosa. Mi sono allora rivolto a famosi rubrichisti e commentatori. Silenzio. Alla fine, mi sono arreso. Ho preso atto che sono un suddito, non un cittadino. Ho pagato, con vergogna e disgusto. La ricevuta del pagamento è incorniciata, appesa sopra il water di casa.
di Lanfranco Caminiti
Il Dubbio, 26 settembre 2020
"Licenziare i poliziotti che hanno ucciso Federico / Licenziare i poliziotti che hanno ucciso Federico". È l'urlo della Curva Ovest della Spal di Ferrara - ultras che in una coreografia impressionante e commovente ricordano sempre Federico Aldrovandi "perché non accada mai più" - che ne ha tratto il significato più politico, proprio come negli Usa: Defund the police / no justice no peace.
Perché il nodo è quello: quattro agenti di polizia in servizio misero in moto una "macchina di violenza" di fronte una situazione difficile, che si fermò solo quando Aldro smise di respirare: 54 lacerazioni sul suo corpo, la distruzione dello scroto, buchi nella testa, due manganelli rotti, compressione toracica che portò alla morte. Basta, smettetela, basta, vi prego - sentì urlare una signora nella strada e vedeva un agente che continuava a dare calci alla testa di un corpo per terra. Non la smisero. Quelle urla lacerarono la notte, ma i poliziotti - dissero poi - non avevano sentito nulla.
Per cinque ore il corpo restò lì - all'aria. I genitori di Aldro, allarmati perché non era rientrato, chiamavano in continuazione il suo cellulare. Finalmente uno dei poliziotti rispose. Non sappiamo nulla, disse. Abbiamo solo ritrovato il suo cellulare, disse. I genitori contattarono gli ospedali per avere un qualche riscontro. Niente. Alle undici li richiamarono - c'era il corpo del figlio da riconoscere. Qualcuno imbastì una storia - c'era la droga di mezzo, c'è sempre la droga di mezzo. Provarono a depistare tutto.
I can't breathe - sussurrava George Floyd mentre gli avevano messo un ginocchio sul collo, non riesco a respirare. "Non respiro più", scrisse la mamma di Aldro sul suo blog. Nessuno le dava retta, nessuno riusciva a credere a quella storia. I giornali si giravano dall'altra parte. Era arrivato Natale, da quel maledetto 25 settembre 2005, e nessuno faceva niente, non c'era stato nessun atto di indagine. Aldro continuava a non respirare, continuava a morire. Un amico le suggerì di aprire un blog - lei non sapeva neppure cosa fosse. Cominciò a scrivere: "Non respiro più", scrisse. Arrivò quasi un migliaio di commenti - divenne una delle pagine più lette. Nei commenti qualcuno suggeriva di rivolgersi a Indymedia, una piattaforma alternativa, visto che i media mainstream non ne parlavano. Indymedia fece circolare la storia. E Liberazione e il manifesto ne scrissero. Ci fu qualche interrogazione parlamentare. Le risposte del governo erano una ripetizione a pappagallo delle veline dei poliziotti. Fu a quel punto che la storia di Federico Aldrovandi divenne la storia che tutti conosciamo.
Ieri l'altro dei tre poliziotti coinvolti nella morte di Breonna Taylor solo uno è stato condannato: "per negligenza". Nello sparacchiare contro tutto ciò che si muoveva aveva tirato anche contro i vicini della casa in cui aveva fatto irruzione con i colleghi, convinti di trovare droga - per poi rovesciare i loro caricatori sul corpo di Breonna. Era marzo, a Louisville, Kentucky. Ma nessuno poteva credere a questa storia. i giornali non ne parlavano. È solo dalla morte di George Floyd che la morte di Breonna è diventata oggetto di indagine. Gli altri due poliziotti sono andati assolti "per autodifesa". Però, almeno adesso i "no- knock warrants", cioè il fatto che gli agenti potessero irrompere senza avvisare e farsi riconoscere in un qualunque appartamento sono diventati illegali in Louisiana.
I quattro agenti di polizia nelle cui mani morì Federico vennero condannati in via definitiva a tre anni e sei mesi per eccesso colposo in omicidio colposo (la Cassazione li definì "sproporzionatamente violenti"), pena poi ridotta a sei mesi per l'indulto. Scontarono altri sei mesi di sospensione disciplinare dal servizio. Ripresero il loro posto in polizia. Quasi dieci anni dopo, nel 2014, tre dei quattro partecipano a un congresso del sindacato di polizia Sap e ricevono cinque minuti di applausi dai colleghi.
"Vergognatevi" - urla la madre di Aldro, che riceve la solidarietà del presidente Napolitano, di Renzi e del capo della polizia, Alessandro Pansa. E il padre, Lino: "Ucciso senza una ragione da quattro individui con una divisa addosso. Una divisa che forse non guarderò mai più con fiducia". Incalza Patrizia: "Servono provvedimenti concreti, perché la solidarietà fine a sé stessa non basta. Si tolga la divisa agli agenti condannati e si introduca nel nostro ordinamento il reato di tortura". Non è accaduto niente.
Erano le 6.04 del 25 settembre 2005, a Ferrara ("Lailalaillà vola e va / la luna di Ferrara veglia la città?" - canteranno i Modena City Ramblers), quando Federico scese dall'auto con cui rientrava con i suoi amici da una serata di festa e si fece lasciare lì, per attraversare il parco e prendere un po' di ossigeno, a via dell'Ippodromo. Non arriverà mai a casa. Era la notte tra il 13 e il 14 giugno del 2008, a Varese, quando Giuseppe Uva in evidente stato di ebbrezza è fermato da due carabinieri e ammanettato e portato in caserma, poi trasferito all'ospedale per un Tso dove morirà per arresto cardiaco. Era il 15 ottobre del 2009, a Roma, quando Stefano Cucchi viene arrestato e portato in caserma. Sette giorni dopo, morirà. Era la notte del 3 marzo 2014, a Firenze, quando Riccardo Magherini, dopo una cena, corre per le strade in preda a un terrore incontrollabile. Viene bloccato a terra, ammanettato da due carabinieri, uno sta a cavalcioni su di lui, il torace schiacciato - "Aiuto, aiuto, sto morendo. Vi prego, ho un figlio". Morirà.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 26 settembre 2020
Cosimo Passalacqua, detenuto nel carcere di Arghillà, ha tentato anche il suicidio. È in condizioni precarie di salute, anche per un processo di trombosi alle gambe, ed è tossicodipendente. Quello che chiede è un differimento di pena per gravi motivi di salute, oppure un ricovero presso una comunità terapeutica già individuata e disposta a ospitarlo. Ma per il magistrato di sorveglianza è compatibile con il carcere, nonostante le relazioni mediche che attestano le sue diverse patologie, i ricoveri ospedalieri subiti e, come se non bastasse, un tentativo di suicidio.
Parliamo di Cosimo Passalacqua, classe 1976, detenuto presso il carcere calabrese di Arghillà. Condannato a sei anni, è stato tratto in arresto nel 2017. Nell'ultima istanza presentata dal suo avvocato, si ribadisce che Cosimo Passalacqua è "affetto da diverse e gravi patologie, tanto che, di recente, parere del medico legale di parte, ha indicato l'incompatibilità carceraria, vieppiù aggravata dalla sua condizione di tossicodipendente, nonché dal tentativo di suicidio in carcere, cosicché, il rischio di attentato alla propria salute, per ogni giorno di protrazione forzata nell'ambiente carcerario, costituisce una gravissima lesione al diritto di salute, con ricadute e rischi anche irreversibili".
Eppure c'è la Comunità terapeutica "Regina Pacis" disposta ad accoglierlo per lo svolgimento del programma terapeutico residenziale. Infatti, sempre nell'istanza, riferendosi alla disponibilità della struttura, l'avvocato spiega che il detenuto "potrebbe ottenere il rinvio provvisorio o la collocazione umanitaria presso il domicilio della Comunità terapeutica, anche ai fini del soddisfacimento delle esigenze di sicurezza". Parliamo di un differimento pena, una richiesta di un anno per garantire il diritto alla salute, non alla libertà.
Del caso se n'è occupato l'associazione Yairaiha Onlus facendo una segnalazione alle varie autorità, dal Dap ai ministeri della Giustizia e della Salute. Si ribadisce il fatto che il detenuto, affetto da diverse e gravi patologie, oltre a essere tossicodipendente, ha necessità di svolgere il programma terapeutico presso la comunità. Sempre l'associazione, segnala alle autorità che a "causa di un processo di trombosi alle gambe, su valutazione della Direzione Sanitaria di Rossano (CS), è stato ricoverato". Sottolinea, inoltre, che a causa delle suddette patologie, "dal 20.12.2019 al 3.1.2020 era stato ricoverato presso l'Azienda Ospedaliera "Pugliese Ciaccio" di Catanzaro e che gli esami ivi effettuati non avevano consentito di identificare una causa organica del disturbo; inoltre, alcuni accertamenti diagnostici richiesti dal medico legale, quali Pess e Pem, non erano stati poi eseguiti per problemi di natura tecnico-organizzativa". Quindi, come si evince nella stessa istanza (l'ultima in ordine di tempo dove si è in attesa di una risposta), si sollecitano accertamenti di natura specialistica che attualmente la struttura non è in grado di offrire.
L'associazione Yairaiha Onlus, considerando tutti questi eventi, tra i quali gli ultimi rigetti in merito alla richiesta di affidamento terapeutico e il differimento pena, invita le autorità "a voler verificare quanto descritto, ed eventualmente intervenire tempestivamente, affinché il diritto alla salute del signor Passalacqua non venga oltremodo compromesso da cure e interventi insufficienti".
di Caterina Ganci
livesicilia.it, 26 settembre 2020
Una determina del sindaco dà l'ok a intitolare l'area al leader radicale scomparso nel 2016. C'è l'ok del comune di Palermo: il giardino antistante l'Ucciardone sarà intitolato a Marco Pannella. A dare il via libera è una determina del sindaco, in data 16 settembre il Comune di Palermo ha deliberato per dare il nome del leader radicale scomparso nel 2016.
"Ringraziamo il sindaco, Leoluca Orlando ed il vicesindaco Fabio Giambrone che nel corso dei mesi passati ci ha incontrati e supportati nel progetto", ha dichiarato il Partito Radicale. Il progetto, realizzato dall'architetto Sandro Di Gangi e proposto dal Partito Radicale attraverso una serie di incontri ai quali hanno partecipato oltre all'architetto Sandro Di Gangi, l'avvocato Marco Traina (militanti del Partito Radicale) e Donatella Corleo (Consiglio Generale del Partito Radicale), prevede un intervento di rigenerazione urbana, oltre la nuova denominazione del giardino a sud della Casa di Reclusione Maresciallo Di Bona-Ucciardone. In sostanza in prossimità dell'ingresso principale è previsto un nuovo sistema di illuminazione, delle nuove piantumazioni, le potature, interventi di manutenzione del sistema arboreo e nuovi sistemi di seduta per l'attesa ingresso.
L'intervento nell'area verde inizierà dopo l'arrivo della deroga da parte della Prefettura, poiché la legge chiede che passino 10 anni dalla morte per intitolare un bene demaniale. A distanza di circa 5 anni dalla morte di Marco Pannella i membri de Partito Radicale vorrebbero celebrare il prossimo anniversario consentendo alla memoria di Pannella di riposare accanto ai detenuti a cui è stato vicino in tutta la sua storia politica e umana. Non solo un'intitolazione, dietro l'iniziativa un'occasione per far conoscere alle nuove generazioni la storia delle lotte per i diritti civili in Italia.
di Alessia Capone
anteprima24.it, 26 settembre 2020
"Una vita non può valere una condanna". È questo lo slogan urlato delle mogli dei detenuti che hanno improvvisato una protesta fuori il carcere di Poggioreale. Incatenate tra di loro si tengono per mano e stringono delle catene formando una barriera umana per impedire la circolazione delle automobili.
"Sequestrati" negli autobus e nelle vetture, autisti e cittadini aspettano il permesso di passare. Accesso negato anche ai motorini, alle bici e ai driver. Qualcuno non si lascia intimidire e si avvicina alle donne: "Fatemi passare, devo andare a lavoro". Ma irremovibili le donne non cedono, non si spostano quasi come se i loro piedi fossero cementati nell'asfalto.
"Vergogna", urlano con tutto il fiato che hanno in petto. Urlano al cielo, agli agenti che, inermi, osservano la scena senza intervenire. Urlano per farsi ascoltare da chi, secondo loro, ha abbandonato i propri cari ad un ingiusto destino e gridano per farsi sentire dai mariti, figli, fratelli e padri che sono nella casa circondariale, al di là del labile confine.
Non hanno paura di nessuno, si trasmettono forza a vicenda e si vede nei loro occhi il fuoco del dissenso. L'obiettivo è creare disagio, attirare l'attenzione, provocare fastidio. Vogliono essere ascoltate. E nessuno osa interrompere la loro protesta. "Davanti a queste donne non si può fare nulla. Preferirei avere cento uomini davanti piuttosto che dieci donne da dover fermare", si lascia sfuggire un agente che girovaga tra le auto ferme e i cittadini innervositi. Intanto dopo la brusca e improvvisa fermata, la corsa del bus 169, di passaggio proprio sul posto, è stata interrotta. "Fateci scendere, vogliamo continuare a piedi", chiedono i pendolari. E il conducente prima di aprire le porte afferma: "Non voglio avere problemi, apro e vi faccio scendere ma poi chiudo le porte, mi sento più sicuro qui dentro".










