di Riccardo Magi
Il Riformista, 25 settembre 2020
Tra i punti l'ampliamento dei criteri di accoglienza e la modifica delle multe alle Ong. Salvini dà appuntamento al suo popolo il 3 ottobre a Catania, dove si celebra il processo contro di lui. L'abrogazione dei decreti sicurezza salviniani è urgente e in ogni caso tardiva. Basti considerare che quelle norme hanno dispiegato i loro effetti disastrosi sotto l'attuale governo per un periodo di tempo praticamente equivalente a quello trascorso sotto il governo che li aveva varati. Per l'ennesima volta, ieri è tornato a circolare il testo di un decreto "imminente" e che si troverebbe sulla scrivania del premier Conte. Non ci stupirebbe se su questo nuovo decreto si verificasse lo stesso balletto indecente a cui abbiamo assistito sulla regolarizzazione degli stranieri. Auspichiamo sinceramente che questo non avvenga.
Il Pd alza la voce sui nuovi decreti immigrazione, anche perché l'interlocutore di governo sembra sordo. Nel giorno in cui la Lega prova a aiutare Salvini in casa sua, puntellando la segreteria di uomini a cui il leader dovrà delegare sovranità, anche i suoi decreti sicurezza appaiono al tramonto. I democratici devono andare in rete e lo fanno con un attacco a tre punte: il segretario Nicola Zingaretti, il responsabile sicurezza Carmelo Miceli e il viceministro dell'interno, Matteo Mauri. Il segretario pone il superamento dei decreti Salvini tra le priorità del governo con un pressing ormai quotidiano.
"I decreti cosiddetti sicurezza fatti da Salvini non credo abbiano nulla a che fare con la sicurezza, io li chiamerei decreti paura. I decreti sicurezza li stiamo scrivendo noi: la maggioranza ha lavorato per molti mesi, c'è un testo molto positivo, condiviso da tutta la maggioranza, che ora deve essere approvato perché la sicurezza è un punto di identità di questo governo". Stessa eco risuona al Viminale: "Questo è il momento giusto per approvare il decreto, è necessario farlo, tutti i gruppi di maggioranza hanno sottoscritto il testo inviato alla presidenza del consiglio". Il viceministro dem dell'Interno, Matteo Mauri, è deciso.
Incardinarlo prima, era stata la valutazione, ne avrebbe messo in forse l'approvazione, visto il rischio di decadere per una serie di decreti già all'esame del Parlamento. Ora, a maggior ragione dopo il risultato di lunedì, è arrivato il momento. Se non il primo, il secondo Cdm utile, è l'aspettativa. La stessa ministra Luciana Lamorgese ieri lo ha confermato: "Sarà esaminato in uno dei prossimi Consigli dei ministri". È su quell'occasione che punta tutto Carmelo Miceli, che ha seguito l'intero iter dei nuovi decreti nella triplice veste di deputato siciliano, responsabile sicurezza Pd e giurista. "Modificare i decreti Salvini al primo Consiglio dei ministri utile, cominciare la battaglia parlamentare per lo ius Culture e quella al Parlamento europeo per l'introduzione della redistribuzione di tutti i migranti per quote obbligatorie.
Non è più il tempo di rinviare", taglia corto. Il punto è proprio rispetto degli accordi presi in maggioranza. Da parte dei 5 Stelle, innanzitutto. La riottosità di parte del Movimento a mettere mano ai dl Sicurezza è nota ed ora le fibrillazioni interne ai pentastellati vengono monitorate dagli alleati anche in questa ottica. Chi ha lavorato al dossier tra i dem assicura che al momento non ci sarebbero stati segnali di un cambio di passo da parte dei 5 Stelle. Insomma, l'accordo chiuso sul testo di agosto non sarebbe stato messo in discussione. "Non ci sono più problemi politici e - sottolinea
Zingaretti - se ci sono problemi tecnici, si affrontino e poi si approvi" la riforma. Tra i punti del decreto la modifica delle maxi multe per le Ong ("potrebbero diventare "sanzioni penali" ma è una strada che intraprenderemo con la modifica dei decreti", ha detto oggi Lamorgese) e l'ampliamento dei criteri di accoglienza.
"È il momento del coraggio - sprona Jasmine Cristallo, portavoce delle Sardine, parlando con Il Riformista - l'investitura delle urne autorizza il Pd a prendere risolutamente la strada di una riforma attesa e archiviare la stagione dei decreti Salvini". E rilancia. "Si approfitti per chiudere con il passato e si rimuova l'impianto della legge Bossi-Fini. La risposta frenante del M5S ne svela la matrice di destra. Si faccia chiarezza, si decida da che parte stare".
Qualche fulmine dalle parti di Palazzo Chigi, dove si è tenuto il primo vertice di maggioranza post-elettorale. Zingaretti, da quando ha assicurato di non voler entrare nell'esecutivo, ha iniziato a dettare la sua agenda al governo. Secondo fonti del Movimento, Di Maio - già alle prese con una sollevazione interna - non manderà giù il rospo. "Ci aspettiamo che, come auspicato dal governo, si arrivi a una svolta a livello europeo sulla gestione del fenomeno migratorio", si limita a dire per i Cinque Stelle Filippo Perconti, capogruppo del Movimento nel Comitato Schengen.
L'anima conservatrice dei grillini, quella più fedele al ministro degli Esteri, ha paura ad esporsi e cerca di guadagnare quel tempo che nella clessidra del governo è arrivato agli ultimi granelli. Il convitato di pietra, Matteo Salvini, dopo aver dato appuntamento al suo "popolo" a Catania in vista dell'udienza preliminare che si celebrerà il 3 ottobre, ha intanto depositato la sua memoria difensiva. L'intenzione del leader della Lega resta quella di "smontare l'accusa" che potrebbe costargli fino a quindici anni di carcere: "Non si è verificata alcuna illecita privazione della libertà personale", ribadisce, e cita Palamara: "Avevo ragione ma dovevo essere attaccato per forza", mette agli atti. Alla politica il compito di smentirlo, riformando quei decreti, prima che sul sequestro si pronunci la magistratura.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 25 settembre 2020
Slitta ancora il provvedimento che dovrebbe archiviare le misure anti migranti. Zingaretti: "Se ci sono problemi tecnici risolviamoli". Non troppo presto, in modo da impedire alla Lega di promuovere un referendum abrogativo prima del 2022. Ma neanche troppo tardi, perché si rischierebbe di finire a ridosso della legge di bilancio con conseguente accantonamento e rischio di rendere inutili mesi di lavoro.
Ci sono anche questi equilibrismi numerici dietro il ritardo con cui il governo, nonostante gli annunci siano ormai quotidiani, ancora non si decide a mandare in soffitta i decreti sicurezza di Matteo Salvini. Il testo del nuovo provvedimento (che ora non ha più la parola "sicurezza" nel titolo e si chiama "Disposizioni urgenti in materia di immigrazione, protezione internazionale e complementare, nonché in materia di diritto penale") è già a palazzo Chigi, pronto per essere discusso in consiglio dei ministri. Che non sarà "il prossimo", come annunciato subito dopo le elezioni regionali dal segretario del Pd Nicola Zingaretti. Ma neanche i prossimi, a quanto si capisce, perché oltre al calendario c'è da stare attenti anche a un possibile ripensamento da parte dei 5 Stelle, da sempre i meno convinti a voler cambiare i decreti salviniani.
Nonostante il nuovo provvedimento sia stato letteralmente cesellato dalla ministra dell'Interno Luciana Lamorgese con il consenso di tutta la maggioranza, fino ad arrivare alla versione definitiva approvata ad agosto, c'è infatti sempre la possibilità che l'ala non governista del Movimento decida di far saltare il banco. Non a caso ieri il capogruppo di LeU alla Camera Federico Fornaro, che ha partecipato al lavoro di riscrittura, ieri è tornato a spingere perché ci si lasci al più presto alle spalle "la stagione dei decreti Salvini". "Prima si chiede quella pagina, meglio è per l'Italia", ha insistito. "Non ci sono più problemi politici, e se ci sono problemi tecnici si affrontino e poi si approvi la riforma", ha insistito anche Zingaretti.
Rispetto alle misure anti immigrazione decise da Salvini, il nuovo decreto fa dei passi i avanti importanti. Vengono cancellate le maxi multe per le navi delle ong che non rispettano il divieto di ingresso nelle acque territoriali (si torna a sanzioni comprese tra i 10 mila e i 50 mila euro come stabilito anche dal Codice della navigazione, misura criticata ieri dalla ong Open Arms che sollecitava una cancellazione totale delle sanzioni) mentre l'illecito da amministrativo diventa penale. Non commettono nessun reato le navi delle ong che intervengono in soccorso di imbarcazioni in difficoltà, purché l'intervento venga effettuato "nel rispetto delle indicazioni della competente autorità per la ricerca e soccorso in mare" (non esclusa, però, quella libica). Sarà inoltre consentito ai richiedenti asilo iscriversi all'anagrafe comunale e ricevere una carta d'identità valida tre anni (possibilità esclusa dai con il primo decreto sicurezza ma in seguito reinserita dalla Corte costituzionale) e vengono aumentare le categorie alle quali potrà essere riconosciuta la protezione umanitaria.
Previsto infine un nuovo sistema di accoglienza per i richiedenti asilo, chiamato ora "Sistema di accoglienza e integrazione" e che prevede la costituzione di centri piccoli con al massimo cento persone gestiti dai Camuni, dove al richiedente asilo verranno assicurate "assistenza sanitaria, sociale e psicologica, la mediazione linguistico-culturale", corsi di lingua italiana e assistenza legale.
Tra le novità c'è anche la riduzione da 180 a 90 giorni dei tempi di detenzione nei centri per i rimpatri che però potranno diventare 120 in caso di migranti provenienti da Paesi con i quali l'Italia ha un accordo per i rimpatri. Tra gli aspetti negatici la possibilità di esaminare direttamente "alla frontiera o nelle zone di transito" la richiesta di asilo presentata da u migrante che sia stato fermato "per aver eluso o tentato di eludere i relativi controlli" oppure "proveniente da un Paese designato di origine sicura". Prevista infine la possibilità di procedere all'arresto "per i reati commessi con violenza alle persone o alle cose durante il trattenimento in uno dei centri" di accoglienza.
quotidianomolise.com, 25 settembre 2020
Incontro nella Casa circondariale del capoluogo per l'appuntamento finale del concorso nazionale che ha coinvolto gli istituti carcerari del Paese. Ultima tappa della quarta edizione di "Scritto di cuore - l'amore e le parole per raccontarlo", il ciclo di appuntamenti a tema promosso e organizzato dal Comune di Campobasso e dall'Unione Lettori Italiani con la direzione artistica di Brunella Santoli e con il partenariato della Direzione della Casa Circondariale di Campobasso nell'ambito di Ti racconto un libro 2020.
La rassegna si chiude con un incontro nel Teatro della Casa circondariale di Campobasso durante il quale saranno proclamati i vincitori del Concorso nazionale di scrittura "Scritto di cuore", rivolto ai detenuti degli Istituti carcerari di tutto il territorio nazionale. Come richiesto dal bando, ciascun partecipante ha inviato una lettera "scritta di cuore" che è stata valutata da due giurie.
La Giuria Tecnica, composta da autorevoli scrittori come Franco Arminio, Pino Roveredo e Camilla Baresani, che ha decretato i vincitori tra le numerose proposte arrivate quest'anno, nonostante il lockdown che ha di fatto congelato gran parte delle iniziative culturali. La Giuria Giovani, composta da Salvatore Dudiez, Roberta Tanno, Elena Sulmona, Angelica Calabrese e Alessandro Tavano, che ha segnalato una lettera d'amore ritenuta più meritevole.
Da sempre convinta che la lettura e la scrittura abbiano un ruolo fondamentale nella costruzione di una società giusta e attenta alle necessità sociali, l'Unione lettori italiani di Campobasso, nonostante le ben note difficoltà del momento, ha voluto coinvolgere ancora una volta gli istituti carcerari, luoghi in cui il tempo e lo spazio in cui vivere i sentimenti confluiscono marcatamente nell'interiorità del singolo.
"Scritti di cuore", nella sua fase finale e per la proclamazione dei vincitori, ha scelto di tornare proprio "dentro il Carcere" dove la scrittura diventa un importante strumento di contatto indiretto con l'esterno, veicolo fiduciario di una riflessione rispetto a sé stessi e rispetto agli "oggetti" d'amore. All'incontro di venerdì 2 ottobre, alle ore 10.30 nel teatro della Casa circondariale di Campobasso, oltre al Direttore Rosa La Ginestra saranno presenti Brunella Santoli Direttore Artistico dell'Unione Lettori Italiani e responsabile del concorso "Scritti di cuore", Angelica Calabrese in rappresentanza della Giuria Giovani, il vicesindaco e assessore alla Cultura del Comune di Campobasso Paola Felice, l'assessore alle Politiche per il Sociale del Comune di Campobasso Luca Praitano e l'attrice Palma Spina che farà un reading di brani e poesie sul tema dell'amore.
di Chiara Bonetto
semprenews.it, 25 settembre 2020
Inclusione, trasformazione, legalità. Tre parole che riassumono l'impegno della Cooperativa "Ro' la formichina" in provincia di Catania. "Sono entrato in carcere a 17 anni e ne uscirò a 33. Sarò libero, ma libero di fare cosa se nessuno mi darà una possibilità?". Salvatore (nome di fantasia) ha 23 anni e un pensiero lo tormenta: "Quando mi hanno arrestato la terza volta avevo 17 anni. Quando uscirò, avrò 33 anni. Chi mi prenderà a lavorare? Non so fare nulla e mi vedranno solo come un ex carcerato. E poi sarò libero, ma libero di fare cosa se nessuno mi darà una possibilità?".
La provincia di Catania è al quinto posto in Italia per numero di minori e giovani adulti (fino a 25 anni) affidati al servizio di Giustizia Minorile. Dei 17 Istituti Penali Minorili italiani, 2 si trovano in questo territorio. La cooperativa sociale Ro' la formichina nasce nel 2001 per rispondere ai bisogni educativi e occupazionali dei ragazzi disabili delle case famiglia e delle famiglie della Comunità Papa Giovanni XXIII in Sicilia. Col tempo la cooperativa si apre sempre di più all'accoglienza dei ragazzi detenuti nei 2 carceri minorili di Acireale e di Catania, offrendo loro non solo periodi di tirocinio e borse lavoro, ma soprattutto competenze lavorative e prospettive nuove. "Lavorando in falegnameria ho imparato ad avere pazienza e ho scoperto di essere capace di fare molto di più di quello che immaginavo. E mi sono chiesto: "Ma se davvero so fare tutto questo, perché devo bruciare la mia vita?" Ho scoperto che sono capace di costruire. Ora voglio costruire il mio nuovo futuro". A parlare è A., 24 anni, che ha svolto un tirocinio mentre era detenuto in carcere.
Inclusione, trasformazione, legalità. Tre parole che riassumono l'impegno di tutta la cooperativa e quindi anche del settore dedicato alla falegnameria.
"Privilegiamo i lavori in cui i nostri ragazzi possono essere coinvolti", spiega Alberto Pennisi, responsabile di questo settore. Includere i disabili coinvolgendoli nell'attività produttiva è stata la scintilla che ha messo in moto Ro' la formichina, partita proprio col laboratorio di falegnameria. Trasformare un pezzo di legno in un mobile è già qualcosa che suscita stupore. Ancor più significativo è trasformare il legno recuperato dai barconi dei profughi in crocifissi: "Alcuni sono stati regalati ai vescovi come pastorali" spiega Alberto. Recuperare il legno dei barconi non è semplice: "Possono passano anche degli anni per ottenere un'autorizzazione, perciò abbiamo un deposito dove custodiamo "gelosamente" il legno dei barconi".
In falegnameria non si trasforma solo il legno, ma anche il destino delle persone: diversi ragazzi con un passato di devianza si rendono conto di riuscire a fare molte cose e di non aver bisogno di delinquere per sopravvivere. Ai giovani detenuti deve fare un certo effetto leggere il cartello appeso all'ingresso: "Nella nostra cooperativa non si paga il pizzo a nessuno. Dio solo è la nostra forza, a Lui solo siamo debitori". Lavorare nella legalità, a costo di rimetterci, è una grande testimonianza in terra siciliana: "Molte volte perdiamo dei lavori perché non accettiamo il lavoro in nero - spiega Alberto - ma questa è la via giusta, altrimenti che cosa vogliamo trasmettere ai ragazzi del carcere?".
Le api e le lumache - Da qualche anno la cooperativa si è arricchita de "La casa di Alberto", un laboratorio di apicoltura che produce 9 tipi di miele: un altro settore in cui la fatica del lavoro è ripagata dalla soddisfazione di vedere i frutti dell'impegno. "Quando lavoravo con le api avevo paura. Con il tempo, però, ho capito che quella paura mi stava aiutando: mi costringeva a stare tranquillo, a muovermi lentamente, ad essere delicato. Ora ragiono molto di più sulle cose. Se solo avessi saputo farlo anni fa, quando ho commesso quegli errori che mi hanno portato qui in carcere, la mia vita sarebbe diversa. Ma, davanti a me, ho di nuovo una scelta e questa volta non sbaglierò". Lo dice T., 22 anni, uno dei tanti ragazzi che ha sperimentato i benefici del tirocinio nell'apicoltura.
"C'è un legame "fisico" col carcere di Bicocca a Catania - dice Domenico D'Antonio, responsabile dell'apicoltura - perché dista solo pochi km da noi ed è visibile dal nostro terreno. In questi anni sono passati da noi diversi ragazzi detenuti: l'incontro con loro ci sta cambiando la vita e la cambia anche a loro! In questi anni ho visto che è possibile rigenerare una vita, anche se ci sono alle spalle dei delitti pesanti". Per dare risposta a più ragazzi in carcere è stato attivato da poco l'elicicoltura, ossia l'allevamento di lumache a scopo gastronomico. "Allevare le lumache o le api richiede l'attenzione per la natura" spiega Marco Lovato, presidente di Ro' la formichina. "L'elicicoltura in particolare aiuta a capire l'importanza di darsi tempo, facendo fatica portandoti anche la casa sulle spalle. C'era il desiderio di trasmettere ai ragazzi questo: Procedi con calma, anche se hai un peso sulle spalle, ma va avanti".
Il Centro Diurno - Come tante formichine operose, i ragazzi del centro diurno sono coinvolti in molteplici attività: laboratori di teatro, danza, musica, pittura, confezionamento di bomboniere, laboratori di cucina e di cucito, yoga e psicomotricità. "Non facciamo queste attività per tenerli impegnati, ma per aiutarli ad esprimersi e per valorizzarli in quello che sanno fare" spiega Laura Lubatti, responsabile del centro diurno.
"Mi stupisce ogni volta vedere come riescono ad arrivare al cuore di ogni persona. Abbiamo fatto percorsi molto belli nel carcere minorile di Acireale, in quello per adulti di Giarre e uno anche nella scuola media della zona. Attraverso i laboratori teatrali, dove noi operatori abbiamo messo la tecnica, i nostri ragazzi ci hanno messo il coinvolgimento e la loro capacità di comunicazione così coinvolgente". Un giovane carcerato confidava: "Sono abituato a far paura alla gente, ma a lui (un disabile grave, ndr) non faccio paura, quindi è inutile che io ci provi!". Davanti ai ragazzi disabili, i detenuti, anche i più incalliti, sentono crollare tutte le loro difese e tirano fuori una tenerezza inaspettata. Una piccola breccia che può cambiare il corso di una vita intera.
Ro' e Alberto - Perché la cooperativa si chiama proprio così? Ro' era il soprannome affettuoso di Rosario, un ragazzo accolto in casa famiglia e morto improvvisamente a soli 14 anni. I ragazzi con disabilità o devianza cercano il loro cammino di speranza in cooperativa, portando un peso che sembra superiore alle loro forze, ma proprio come le formiche, che sanno sollevare pesi 5 volte superiori a loro stesse, riescono a farcela. Invece il laboratorio "La Casa di Alberto", che produce 9 tipi di miele biologico certificato Icea, è affettuosamente dedicato ad Alberto, un bimbo idro-anencefalo che è stato accolto come un figlio in una casa della Comunità Papa Giovanni XXIII.
di Francesca Basso
Corriere della Sera, 25 settembre 2020
Il nuovo Patto per la migrazione e l'asilo non è ancora un patto, innanzitutto, ma una base di trattativa: che sarà durissima, anche per l'Italia, per le posizioni molto (molto) contrarie di alcuni Stati dell'Ue.
La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha presentato nella giornata di mercoledì la proposta per una revisione del regolamento di Dublino, che attualmente regola le politiche per la gestione dei migranti che arrivano nell'Unione europea.
Si tratta, ha detto la presidente della Commissione, di una proposta tesa a costruire un "nuovo inizio" nella gestione comunitaria di questo fenomeno, ormai strutturale. Il "Patto per la migrazione e l'asilo", però, è per ora una proposta: insomma, non c'è stato, ad ora, nessun cambiamento del regolamento di Dublino (che, lo ricordiamo, stabilisce i meccanismi per la gestione delle domande di asilo e ne attribuisce la competenza al Paese di primo ingresso).
Quello che la proposta del nuovo Patto ha messo in moto è una trattativa, tra gli Stati membri e il Parlamento europeo, per trovare un accordo. Il tentativo della Commissione von der Leyen è avvicinare le posizioni dei Paesi Ue che dal 2016 stanno negoziando senza risultato, perché i Paesi del gruppo di Visegrád e l'Austria sono contrari ai ricollocamenti obbligatori (no ribadito anche dopo la pubblicazione della proposta). Mentre i Paesi in prima linea come Italia, Spagna, Grecia e Malta chiedono una ridistribuzione. La commissaria Ue agli Affari interni con delega alla Migrazione, la svedese Ylva Johansson in un'intervista al Corriere ha spiegato che "nessuno dei 27 Stati membri sarà soddisfatto", ma si tratta di una proposta "bilanciata" che dovrà essere la base negoziale.
Che ne pensa l'Italia? È una proposta che soddisfa l'Italia? Il commento del Viminale è chiaro: nella proposta non c'è "quel netto superamento del sistema di Dublino da noi auspicato" però si riconoscono "elementi di discontinuità" con il passato. Tutto, come sempre, dipenderà dal negoziato. Un esempio è il Recovery Fund, espressione della solidarietà europea in campo economico, l'aiuto per i Paesi più colpiti dalla crisi scatenata dal diffondersi del coronavirus: la proposta della Commissione prevedeva 500 miliardi di trasferimenti e 250 miliardi di prestiti, il risultato finale dopo una trattativa durissima tra i leader Ue è sempre di 750 miliardi, ma con 390 miliardi di aiuti e 360 miliardi di prestiti per venire incontro alle sensibilità e alle richieste dei diversi Paesi Ue.
Il primo appuntamento di discussione tra gli Stati membri sul Patto per la migrazione sarà l'8 ottobre al consiglio Affari interni, che riunisce i ministri dell'Interno dei 27 Stati membri. La presidenza di turno tedesca, che termina a dicembre, è intenzionata a imprimere un'accelerazione al negoziato, anche se non sarà facile arrivare a un accordo entro fine anno. Giovedì la presidente von der Leyen ha incontrato i primi ministri di Ungheria Viktor Orban, Repubblica Ceca Andrej Babis e Polonia Mateusz Morawiecki.
Quali vantaggi e quali svantaggi ci sarebbero per l'Italia? Nel nuovo Patto per la migrazione viene esplicitato un principio importante per l'Italia. Per la prima volta l'Ue riconosce la situazione speciale dei salvataggi in mare, che in base al diritto internazionale sono obbligatori: chi viene salvato dall'Italia sbarca sul suolo europeo. Sempre secondo la proposta, il meccanismo di solidarietà scatterebbe in modo automatico: ricollocamenti volontari fino al 70% e un sistema correttivo se non vi saranno le adesioni necessarie da parte degli Stati partner, con le capitali che dovranno scegliere di partecipare attraverso i ricollocamenti o i rimpatri sponsorizzati. Inoltre è prevista una "solidarietà obbligatoria" anche nel caso in cui uno Stato si trovi "sotto pressione" per l'intensità dei flussi migratori: gli Stati Ue saranno obbligati ad aiutare i Paesi di primo ingresso che ne avranno fatto richiesta alla Commissione ma potranno scegliere il modo, o accettando il ricollocamento dei richiedenti asilo o contribuendo ai rimpatri dei migranti economici irregolari che non hanno diritto di stare nell'Ue (secondo quote calcolate su Pil e popolazione). Non viene risolto il problema principale dell'Italia rappresentato dai migranti economici che entrano illegalmente nel Paese e che sono la maggioranza degli irregolari: continueranno a restare sul nostro territorio in attesa del rimpatrio. Tuttavia la proposta prevede che in caso di "rimpatri sponsorizzati", gli Stati avranno otto mesi di tempo passati i quali "lo Stato partner accoglierà sul suo territorio quanti restano da allontanare".
I dettagli - Sono sempre i dettagli a fare la differenza. E al momento non ci sono effettivi deterrenti nella proposta - osservano dalla Farnesina - per i Paesi che si oppongono ai ricollocamenti che restano su base volontaria. Tutto dipenderà dal negoziato. Praga si è già detta contraria ai ricollocamenti e l'Ungheria vuole che gli hotspot siano fuori dai confini Ue.
È però vero che c'è lo sforzo di venire incontro ai Paesi di primo sbarco come Spagna, Italia, Grecia o Malta perché viene proposto un sistema europeo per i rimpatri e regole uniche per il diritto di asilo. Tuttavia non c'è insoddisfazione solo tra le capitali ma anche tra i gruppi del Parlamento europeo. Per i Verdi la proposta "non cambia nulla" e per la sinistra Gue non tutela abbastanza i bisognosi. Anche per il gruppo Id (Lega) non c'è alcun superamento di Dublino. Critico anche l'Ecr.
Avvenire, 25 settembre 2020
Patrick Zaky, studente egiziano dell'Università di Bologna, è in carcere in Egitto dal 7 febbraio in attesa di processo. Il collettivo di artisti "Cantieri Meticci" insieme al Comune di Bologna ha organizzato una maratona sabato 26 settembre per invocarne la scarcerazione.
Decine di aquiloni decorati, laboratori di lettura e di artigianato e sfilate per le vie del centro. Bologna si prepara a una vera e propria maratona artistica per supportare Patrick Zaky, lo studente egiziano iscritto all'Università di bologna Alma Mater che da molti mesi si trova in custodia cautelare nel carcere di Tora in Egitto. L'iniziativa, ideata e organizzata da Cantieri Meticci e promossa dal Comune di Bologna, avrà luogo sabato 26 settembre e intende sensibilizzare i cittadini sulla condizione dell'attivista egiziano, detenuto in attesa di processo da sette mesi e mezzo.
"Il progetto artistico - si legge nel comunicato del Comune di Bologna - intende farsi espressione concreta di una battaglia civile per la liberazione di Patrick e prevede laboratori di lettura e a seguire una passeggiata teatrale da Piazza Rossini attraverso le vie del centro". I partecipanti verranno guidati dai registi di Cantieri Meticci nella preparazione di brani di lettura tratti dal romanzo "Il bacio della donna ragno" di Manuel Puig pubblicato nel 1976. L'opera, da cui è stato tratto l'omonimo film diretto da Héctor Babenco nel 1985, è ambientata in un carcere durante la dittatura argentina e rappresenta un inno alla capacità della narrazione di farsi strumento di resistenza in contesti estremi.
La senatrice Montevecchi: "Chiesto un sollecito all'Egitto" - "Siamo a sette mesi e mezzo di detenzione immotivata per il giovane Patrick, e nonostante siano scaduti i 45 giorni dall'ultima udienza di custodia cautelare, non abbiamo notizie in merito alla prossima data. Patrick ha il diritto di tornare ai suoi studi, e ancor più, ha diritto a un giusto processo". Questa la dichiarazione della senatrice bolognese Michela Montevecchi al termine della seduta di oggi della commissione straordinaria Diritti umani in Senato.
"La raccolta firme di Amnesty International - ha aggiunto - aiuta a tenere alta l'attenzione, come pure le costanti iniziative dell'Università degli Studi di Bologna. Oggi, in commissione Diritti Umani in Senato, ho chiesto di sollecitare una risposta del Presidente del Consiglio dei Diritti Umani egiziano, Moahmed Fayek. Auspichiamo dunque una risposta tempestiva e ancor più ci auguriamo di rivedere presto Patrick libero".
di Roberto Zanini
Il Manifesto, 25 settembre 2020
Una tragedia senza colpevoli. Louisville e altre città Usa in piazza dopo il colpo di spugna del gran giurì sulla morte della giovane infermiera. Trump applaude: "Decisione brillante". È finita a botte, il gran giurì sull'omicidio di Breonna Taylor - due poliziotti assolti per la sua morte in un'irruzione antidroga, uno accusato per i colpi finiti nella casa accanto. Botte distribuite dopo cortei sempre più arrabbiati a Louisville, Kentucky. E a Washington, New York, Chicago, Oakland, Seattle, Los Angeles, Las Vegas, Atlanta, Philadelphia, Nashville... Vibrano per simpatia, le città americane, con poco orgoglio e molta rabbia.
A Louisville il coprifuoco dalle 21 all'alba è servito solo a moltiplicare gli arresti, circa 130 al termine della notte, con due agenti feriti a colpi di pistola mentre inseguivano manifestanti in fuga. "Say her name", dite il suo nome, hanno cantato per tutto il giorno migliaia di persone superando le barricate fatte ereggere dal sindaco democratico Fischer, prima che con il buio divampassero gli scontri e 500 soldati della Guardia nazionale venissero liberati per le strade. Guardia nazionale sguinzagliata anche a Chicago (qualcuno li odiava, i nazisti dell'Illinois). Molotov e arresti a Portland, sgomberi violenti a San Diego. Donald Trump celebra: "Decisione brillante", il procuratore di Louisville "è una stella nascente" del Partito repubblicano, se serve l'esercito "basta chiedere". Il ticket democratico Joe Biden-Kamala Harris non riesce a schiodarsi da una moderazione imbarazzante, "è stata una tragedia" e "la violenza non è una risposta" le sole banalità che propone. Non riesce e non vuole, spaventata di spaventare tutti quei bei voti moderati se solo ammettesse il legame che esiste tra disordine e ingiustizia. Un legame che ormai marcia in ogni città d'America.
La rabbia infiamma i social media. La rabbia cieca di Colin Kaepernick, il quarterback di San Francisco che per primo mise un ginocchio a terra per i neri ammazzati (e da allora non trova una squadra): "L'istituzione suprematista bianca poliziesca va abolita". Quella di Le Bron James: "Volevamo giustizia per Breonna, abbiamo avuto giustizia per i muri di casa dei vicini". Justin Bieber: "Vergognati, Kentucky". George Clooney, che in Kentucky è nato: "Breonna è stata uccisa da tre agenti bianchi". Agenti che torneranno utili molto presto. Ieri Donald Trump ha clamorosamente evitato di impegnarsi per una transizione pacifica dopo le elezioni, vinca chi vinca.
Il presidente uscente già diffonde l'idea dei brogli, dovesse impugnare il risultato di qualche grosso stato gli servirà ogni poliziotto d'America per non far esplodere il paese. Come gli servirà ogni giudice e soprattutto la Corte suprema. Fischiato ieri mentre rendeva omaggio alla salma di Ruth Ginsburg, domani Trump dovrebbe nominare la sostituta. Saranno suoi 6 giudici su 9, mai successo. Non è giustizia, è politica. Ed è stata tutta politica la scelta del gran giurì. Il procuratore capo che ha selezionato le prove per il giurì è un nero conservatore, David Cameron, eletto solo dieci mesi fa e pupillo del leader repubblicano al senato Mitch McConnell (l'uomo che ha spianato la strada a Trump per il prossimo giudice supremo), oratore all'ultima convention repubblicana. Sua facoltà era scegliere quali elementi fornire al giurì e quale reato ipotizzare. Su entrambe le questioni ha rifiutato ogni domanda, in una conferenza stampa di oltre un'ora iniziata con "gli agenti erano autorizzati a sparare".
Dopo oltre 100 giorni anche le prove sono materiale controverso, due o tre ritocchi e un omicidio diventa una tragedia senza colpevoli. Un misterioso testimone di cui si è appresa l'esistenza solo ora ha detto di aver sentito la polizia qualificarsi prima di sfondare la porta di Breonna Taylor. Fino a ieri i vicini l'avevano negato, come pure il fidanzato di Breonna. L'uomo, Kenneth Walker, che terrorizzato per l'irruzione sparò un colpo e ne ricevette indietro 32, non ha mai avuto precedenti e aveva il porto d'armi.
L'ex fidanzato ricercato per spaccio, Jamarcus Glover, era stato già catturato: lo avevano trovato a mezzanotte a un altro dei cinque indirizzi di cui era stata autorizzata l'irruzione no knock, senza annunciarsi. Ma sul verbale qualcuno ha (malamente) grattato 12,00 facendolo diventare 12,40 (alle 12,45 l'irruzione da Breonna, alle 12,50 Breonna era morta).
Infine, due diverse perizie - la scientifica di Louisville e Fbi - hanno studiato il proiettile che ha ucciso Breonna: per la scientifica non si può capire chi l'ha sparato, per il Fbi è stato l'agente Cosgrove. Molto opportuno, visto che quello che ha sparato alla cieca, è stato licenziato ed è l'unico incriminato (per "negligenza") è il collega Hankison.
agi.it, 25 settembre 2020
L'attivista, volto internazionale delle proteste pro-democrazia a Hong Kong, arrestato per aver partecipato ad una assemblea non organizzata. L'Ue: "Preoccupante". L'attivista Joshua Wong, volto internazionale delle proteste pro-democrazia a Hong Kong, è stato arrestato. La notizia è comparsa in un tweet pubblicato sul suo account.
Il "cinguettio" è scritto in terza persona, come se non fosse stato pubblicato dal giovane attivista. "Joshua Wong è stato arrestato quando si è presentato al commissariato di polizia, intorno alle 13:00 odierne. L'arresto è legato alla partecipazione a un'assemblea non autorizzata il 5 ottobre 2019. Gli è stato anche contestato di aver violato la draconiana legge anti-mascherine", quella che vietava il volto coperto nel corso delle manifestazioni innescate dalla mobilitazione anti-cinese nell'ex colonia britannica.
Joshua Wang è stato rilasciato poi dopo due ore di fermo nel commissariato centrale di Hong Kong. hanno riferito fonti dell'entourage dell'ex leader dell'ormai smobilitato movimento politico Demosisto. Il suo amico Nathan Law, ha rilanciato un tweet di un altro attivista, Jeffrey Ngo, che ringrazia il team di avvocati per "sapere sempre cosa fare ogni volta che accade qualcosa di improvviso. Nessuno si fa mai prendere dal panico. Ho sentito che, dopo aver dato le sue spiegazioni, verrà rilasciato a breve. E non dovrebbe trascorrere la notte in carcere".
"Non c'è niente da festeggiare per il rilascio bizzarramente rapido", ha commentato l'attivista Joshua Wong. Non c'è nulla da festeggiare, spiega, perché dovrà tornare dinanzi ai magistrati il 30 settembre. Tra i fondatori del movimento per l'autodeterminazione della città-Stato, Joshua Wong rischia 5 anni di carcere per assemblea non autorizzata e 1 anno per aver indossato una mascherina ed essersi dunque coperto il volto: "Ma non mi scoraggio - ha aggiunto su Twitter - se penso agli altri manifestanti che stanno lottando dietro le sbarre a Hong Kong o nella Cina continentale".
di Simona Musco
Il Dubbio, 25 settembre 2020
È stata riportata in carcere Nasrin Sotoudeh, l'avvocatessa iraniana per i diritti umani vincitrice del Premio Sakharov. E ciò nonostante le sue gravi condizioni di salute, a 45 giorni dall'inizio dello sciopero della fame, che hanno reso necessario, una settimana fa, il ricovero in ospedale per insufficienza cardiaca. A renderlo noto è stato il marito Reza Khandan, che ha denunciato l'impossibilità di avere contatti con la moglie, arrestata nel 2018 con l'accusa di reati contro la sicurezza nazionale e incitazione alla prostituzione, per avere difeso donne che avevano osato mostrarsi senza lo hijab e condannata in via definitiva a 33 anni di prigione e 148 frustate. Secondo la legge, dovrà scontare almeno 12 anni prima di poter ottenere la libertà condizionale.
"Dopo 5 giorni di detenzione al Taleghani Security Hospital - ha scritto martedì sera Khandan suo suo profilo Facebook - Nasrin è stata riportata in prigione nelle peggiori condizioni fisiche, senza alcun trattamento medico. Questa azione non significa altro che metterlo in pericolo di morte".
Un pericolo concreto, denunciato anche da Bruno Malattia, noto per essere stato l'avvocato in Italia di Sakineh Mohammadi Ashtiani, l'iraniana condannata alla lapidazione che poi venne rilasciata dopo una forte mobilitazione internazionale. "Quello che a noi pare è che anche a livello di Unione Europea non si dedichi l'energia necessaria per risolvere il caso - ha dichiarato all'Adnkronos.
Bisogna che la politica estera dell'Ue sia molto più forte e meno timida nei confronti dell'Iran. È Inaccettabile che si lasci morire una donna insignita per giunta del Premio Sakharov" per i diritti umani, ha aggiunto, precisando che insieme a una squadra di avvocati e all'ong di Pordenone "Neda Day" sta preparando un dossier sui presunti abusi di Teheran da presentare al Parlamento europeo. "Con i tweet non si risolvono i problemi", ha dunque sottolineato, chiedendo azioni più incisive da parte delle autorità europee, a partire dall'imposizione di "sanzioni" contro Teheran.
"Altrimenti - ha concluso - in situazioni come questa la posizione dell'Ue lascia il tempo che trova". Una posizione condivisa anche da Elisabetta Zamparutti, tesoriera di "Nessuno Tocchi Caino", che ha evidenziato il "rapporto privilegiato" e le "interlocuzioni" dell'Italia con l'Iran, che imporrebbe al nostro Paese di prima di parlare di affari, di "sollevare la questione dei diritti umani". Secondo Zamparutti, quanto accaduto a Sotoudeh è "emblematico: parliamo di una donna, di una combattente e attivista per i diritti umani che si batte anche contro l'obbligo di indossare il velo e che sta scontando una pena disumana".
Da qui l'invito ai governi europei a chiedere una "ispezione internazionale delle carceri iraniane, dove sono rinchiuse in condizioni disumane tante persone arrestate in Iran durante le proteste antigovernative dello scorso novembre e si applica la tortura". Ma anche l'avvocatura italiana si mobilita: l'Organismo congressuale forense, a nome di tutti gli avvocati d'Italia, ha interpellato il governo e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio chiedendo "un intervento immediato per esercitare pressioni sul Governo dell'Iran e protestare contro le notizie che giungono da quel Paese".
"Una nazione che voglia dirsi civile non può tacere davanti a tali aberrazioni che con il diritto non hanno nulla a che vedere - ha commentato Giovanni Malinconico, coordinatore dell'Ocf - non possiamo restare fermi, ignorare per convenienza economica o calcolo politico. All'Esecutivo chiediamo di intervenire in tutte le sedi possibili, a cominciare dalle Nazioni Unite. Chi ignora i fatti, è semplicemente disinformato. Chi sa e tace ugualmente, invece è complice". Preoccupato anche il presidente dell'Unione delle Camere penali, Gian Domenico Caiazza.
"È allarmante che ci sia una situazione del genere e che nel mondo accadano queste vicende che violano la libertà. Bisogna intervenire per evitare tutto ciò. Se un avvocato non può essere libero, allora vuol dire che anche un intero Paese non lo è", ha commentato.
Oltre alla detenzione ingiusta di un gran numero di prigionieri politici, Sotoudeh ha denunciato le condizioni delle carceri iraniane durante la pandemia: molti prigionieri, infatti, hanno contratto il virus, rimanendo comunque in stato di promiscuità in prigioni sporche e affollate. Le autorità giudiziarie hanno rilasciato un gran numero di prigionieri, ma la maggior parte di coloro che si trovano in carcere per ragioni politiche è stata esclusa dal beneficio.
Ad informare la famiglia di Sotoudeh delle sue condizioni di salute sono state le compagne di cella, due delle quali, le prigioniere politiche Mojgan Kavousi e Rezvaneh Khan Beigi, arriva l'appello alla magistratura affinché l'appello di Sotoudeh venga accolto. "Poiché la sua richiesta non è altro che l'attuazione della legge approvata di recente sulla riduzione delle pene, vi chiediamo di affrontare la questione, il prima possibile, per porre fine allo sciopero della fame della signora Sotoudeh".
Il Dubbio, 25 settembre 2020
Le strutture per la minoranza musulmana costruite negli ultimi tre anni. La Cina ha costruito o ampliato 380 campi di internamento dal 2017 nella regione autonoma nord-occidentale dello Xinjiang, dove vivono la minoranza etnica degli uiguri e altre minoranze di fede musulmana. Lo rivela uno studio condotto dall'Australian Strategic Policy Institute, secondo cui altri 14 sono in fase di costruzione e, in totale, 61 di queste strutture sono state costruite o espanse tra il luglio 2019 e il luglio 2020.
Di queste ultime, circa la metà sono strutture ad alto grado di sicurezza, mentre del totale dei centri di detenzione presenti nella regione, circa settanta avrebbero ridotto le misure di sicurezza. Il numero complessivo dei centri di detenzione supera di circa cento le precedenti stime, e i ricercatori ritengono di averne identificato la gran parte presente nell'area.
Le rivelazioni sono contenute in un database, lo Xinjiang Data Project, che si basa su fonti aperte, tra cui anche immagini satellitari, documenti del governo cinese, statistiche ufficiali, studi accademici e testimonianze di chi è stato rinchiuso in questi centri ed è fuggito all'estero. In particolare, precisa il rapporto, sono state molto utili le immagini riprese di notte delle aree illuminate al di fuori delle città: quelle aree spesso si sono rivelate essere centri di detenzione costruiti di recente, come emerso da immagini successive riprese di giorno negli stessi luoghi.
Molti dei centri identificati dallo studio australiano sorgono nei pressi di parchi industriali o di fabbriche della regione, particolare che rafforzerebbe il collegamento delle persone internate al lavoro forzato. Inoltre, altre prove citate dai ricercatori fanno ritenere che molti detenuti in via extra- giudiziaria in questa rete di campi siano stati poi formalmente accusati e rinchiusi in strutture a più alto grado di sicurezza, o assegnati a lavori forzati.
Lo Xinjiang è un osservato speciale nel panorama internazionale per i forti sospetti di violazioni dei diritti umani: vari rapporti indipendenti ma ritenuti affidabili a livello internazionale parlano di oltre un milione di persone, in gran parte uiguri e membri di altre minoranze musulmane della regione, rinchiuse in questi centri. Le notizie di abusi riguardano, oltre alle detenzioni arbitrarie e alla sorveglianza di massa, anche torture e altre pratiche, come il controllo coercitivo delle nascite. Gli Usa hanno imposto sanzioni ai funzionari ritenuti responsabili degli abusi, tra cui anche il segretario generale del Partito Comunista regionale, Chen Quangu.
- Presto protocolli con associazioni islamiche per garantire diritto di culto ai detenuti
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