di Alessandro Parrotta*
Il Dubbio, 18 settembre 2020
Riflessioni sul fenomeno corruttivo sorgono spontanee alla luce dei numerosi - e purtroppo continui - scandali, in particolare per quanto concerne gli episodi di corruzione in cui sono coinvolti attori di spicco del mondo giudiziario. Dal cosiddetto sistema Siracusa, passando per il caso Palamara fino alla recentissima condanna dell'ex giudice del Consiglio di Stato Nicola Russo, si assiste a un trend che - nonostante le recenti modifiche apportate del legislatore - appare non destinato a diminuire, se non a fronte di una riforma organica. La portata del problema, difatti, lungi dal poter essere ridotto a fenomeno di "singole toghe sporche", assume in realtà un carattere sistemico.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 18 settembre 2020
Nella giornata di ieri risulta che sia scoppiato un importante contagio tra gli agenti penitenziari che operano nel carcere palermitano del Pagliarelli. Secondo il rapporto giornaliero del Dap, sarebbero 20 gli operatori che sono risultati positivi al Covid-19. Proprio qualche giorno prima che si verificasse il nuovo focolaio, la segreteria regionale della Uil-pa ha chiesto al presidente della regione Sicilia Nello Musumeci di procedere ed effettuare i tamponi su tutto il personale della polizia penitenziaria, proprio perché la curva dei contagi da Covid-19 sta crescendo in tutta la regione.
Questo nuovo focolaio ha creato una impennata di agenti contagiati che si attestano - secondo l'ultimo report giornaliero del Dap a un totale di 32 casi. Per quanto riguarda i detenuti, attualmente il numero risulta basso. Sono solo quattro, sempre secondo il rapporto del Dap, i reclusi positivi al Covid.
Uno per ogni carcere, relativamente a quello di La Spezia, Massa, Pisa e Venezia. Numeri fortunatamente bassi, del tutto imparagonabili con il periodo emergenziale appena passato. Da ricordare che si erano riscontrati importanti focolai a Saluzzo, Torino, Lodi (poi trasferiti a Milano), Voghera, Piacenza, Bologna e Verona. Lunghi alcuni decorsi della malattia, che hanno raggiunto anche i tre mesi.
Per il coronavirus hanno perso la vita in tutto 4 detenuti, 2 agenti di polizia e due medici penitenziari. Ma il caso del Pagliarelli fa capire che da un giorno all'altro il contagio può divampare all'improvviso nei luoghi chiusi come appunto il carcere. Per questo motivo, e non solo, il sovraffollamento non deve risalire di percentuale. È necessario, infatti, che si scenda a breve sotto i 50 mila detenuti per garantire spazio e distanziamento fisico.
Ma i dati non sono riassicuranti visto che - finita l'emergenza - i numeri sono ritornati a crescere. D'altronde - altro fattore significativo - bisogna ricordate che le misure alternative al carcere introdotte dal decreto "Cura Italia" sono scadute il 30 giugno. Come ha ricordato Antigone nel suo pre-rapporto, gli articoli 123 e 124 del decreto- legge 17 marzo 2020 n. 18 hanno introdotto da un lato modalità speciali per l'accesso alla detenzione domiciliare, dall'altro l'estensione delle licenze per i detenuti semiliberi.
Entrambe le misure erano a termine, valide appunto fino al 30 giugno 2020. L'obiettivo era quello di far fronte nell'immediato all'emergenza sanitaria in corso, contribuendo alla deflazione della popolazione detenuta. Ma se prima aveva colti tutti impreparati, oggi sappiamo che è di vitale importanza diminuire la popolazione carceraria prima che scoppi un'altra emergenza. L'improvviso focolaio scoppiato nel penitenziario palermitano, dovrebbe essere un monito per ricordare alle Istituzioni che da una parte c'è la pulsione (emozionale) populista che chiede il carcere come unica pena, dall'altra c'è la Politica che dovrebbe agire a favore della popolazione italiana anche al costo di fare scelte impopolari.
don Domenico Ricca
vocetempo.it, 18 settembre 2020
Dopo i fatti di Colleferro, Willy Monteiro Duarte, uno splendido ragazzo di vent'anni ucciso da cosiddetti "balordi", e di Matera dove due minorenni inglesi vengono stuprate da un branco, si sono letti molti commenti. Credo sia necessario superare ogni aggettivazione, perché in quei cosiddetti "balordi", magari ci stiamo anche noi, perché a quasi tutti noi piacciono i vincenti, i bulli, gli spacconi, gli sboroni.
Come si è scritto in questi giorni ci piacciono nella politica, in tv, al cinema, nel paese e nel quartiere, piacciono gli imbecilli che sbraitano, urlano, si atteggiano, comandano, rompono a tutti, noi li ammiriamo pur proclamando, a parole, la nostra diversità. Noi li votiamo, li eleggiamo, li vezzeggiamo, in una parola li alleviamo. Forse per una narrazione più vera di questi fatti occorre uno sguardo più approfondito al contesto, o come si suole chiamare al brodo di cultura in cui sono immersi.
È un brodo di cultura della violenza, dell'istigazione all'odio contro lo straniero, del femminicidio basato sulla presunzione che "tu sei mia", delle parole gridate, urlate, con accanimento, verso chi non la pensa come noi snaturando così il significato più vero di ogni parola pronunciata per stabilire una buona relazione. Tuttavia chi, come lo scrivente, svolge il suo ministero pastorale in carcere, sa molto bene che anche di questi "balordi" Dio ha compassione e misericordia, offre loro una sponda di salvezza. Li ha segnati con un marchio, indelebile, non per farne uno stigma ma perché gli altri si prendano cura di loro, perché Dio ha detto "nessuno tocchi Caino". E quindi con razionalità e passione farà di tutto, perché, una volta in carcere, condannati, anche per loro non si butti via la chiave.
Al là di tutte legittime esecrazioni del momento, mi pare appropriato quanto Massimo Recalcati, scrive in apertura del suo ultimo saggio "Il gesto di Caino": "Il racconto bilico - quello di Caino - appare implacabile e disincantato: la violenza del crimine viene al mondo solo attraverso l'uomo e segna indelebilmente il rapporto con il fratello. L'innocenza della natura appare scossa da un vortice imprevisto; non si tratta solo di un impulso irrazionale, né tantomeno di una regressione dell'umano alla dimensione primitiva dell'animale, mostra che nella violenza si manifesta il carattere perverso e narcisistico del desiderio umano; la sua spinta a distruggere l'alterità, l'aspirazione alla propria divinizzazione, il desiderio dell'uomo di essere Dio".
Distruggere l'alterità, rendersi opachi ad ogni prospettiva di relazione per superare un conflitto, farsi giustizieri, onnipotenti, come Dio, andare oltre il peccato dei progenitori nel paradiso dell'Eden, con la soppressione del fratello che si mette di traverso alla propria realizzazione (Gen 4,1-14).
Il cristiano poi spenderà ogni energia per questo mondo malato. Non è un caso se Papa Francesco ha intitolato le sue udienze estive "guarire il mondo". Così ha esordito nell'udienza del 5 agosto. "Nelle prossime settimane, vi invito ad affrontare insieme le questioni pressanti che la pandemia ha messo in rilievo, soprattutto le malattie sociali. E lo faremo alla luce del Vangelo, delle virtù teologali e dei principi della dottrina sociale della Chiesa. ... È mio desiderio riflettere e lavorare tutti insieme, come seguaci di Gesù che guarisce, per costruire un mondo migliore, pieno di speranza per le future generazioni (cfr. Evangelii gaudium, 24 novembre 2013, 183).
In quest'ottica credo sia più che mai opportuno guardare avanti, seminare speranza. Il Vescovo di Tivoli e Palestrina mons. Mauro Parmeggiani così si è espresso nell'orazione funebre di Willy: "Perché la morte barbara ed ingiusta di Willy non cada nell'oblio impegniamoci tutti - istituzioni, forze dell'ordine, uomini e donne della politica, della scuola, dello sport e del tempo libero, Chiesa, famiglie e quanti detengono le chiavi di un potere enorme: quello dei media ed in particolare dei media digitali - a comprometterci insieme, al di là di ogni interesse personale e senza volgere lo sguardo altrove fingendo di non vedere - impegniamoci tutti, dicevo - a riallacciare un patto educativo a 360 gradi". Quel patto educativo che mi sta molto a cuore, su cui più volte abbiamo ragionato anche sulle pagine di questo giornale.
Vorrei che ci rimanesse dentro la convinzione, che dopo la notte viene il giorno, che si parlasse di questa vicenda triste, con velata melanconia, sorretta però da una luce che proviene proprio dalle parole di Willy Monteiro "Non ti preoccupare, ci penso io a loro". Si racconta - lo riporta il quotidiano Avvenire il 7 settembre - che quando gli educatori avevano qualche problemino a gestire il gruppetto degli adolescenti di Azione Cattolica di Paliano, quando al campo-scuola della diocesi di Palestrina in una stanza - succede - si andava su di giri, Willy arrivava puntuale con quell'intercalare da piccolo uomo: "Non ti preoccupare, ci penso io a loro...", diceva ai "grandi", ai responsabili. Poteva avere 15-16 anni, ma già era lì, ben formata nella sua coscienza, tutta la voglia di non girare la faccia dall'altra parte. Purtroppo quel "ci penso io" gli è costata la vita.
*Cappellano dell'Ipm "Ferrante Aporti" - Torino
di Angela Stella
Il Riformista, 18 settembre 2020
L'attivista è stata portata nel carcere delle Vallette, deve scontare due anni per una protesta del 2012. Negate le misure alternative perché non si sarebbe allontanata né dal movimento né dal territorio. L'altra notte la polizia ha fatto irruzione nella casa di Dana Lauriola, l'ha arrestata e l'ha portata nel carcere di Torino. Lei è una signora di 38 anni, leader del movimento No-Tav.
Non ha commesso reati violenti o una rapina in banca. Ha solo partecipato ad una pacificissima manifestazione contro la Tav, qualche anno fa, che consisteva nell'aprire i caselli dell'autostrada e permettere agli automobilisti di uscire senza pagare. La manifestazione è durata una mezz'oretta. Un gruppo di manifestanti è stato identificato e denunciato. Tra loro, oltre a Dana, c'era anche Nicoletta Dosio, 73 anni.
Dana è stata condannata a 2 anni di prigione, Nicoletta solo un anno. A tutte e due è stata negata la condizionale e a Dana anche le misure alternative al carcere, che pure lei aveva chiesto. Perché gliel'hanno negate? Perché non ha dato segni di ravvedimento. I giudici chiedevano l'abiura. Come penso si faccia in Iran, non so se anche in Turchia. Forse no.
L'arresto di Dana Lauriola è indubbiamente un atto politico. In Italia provvedimenti del genere si prendevano con una certa frequenza tra il 1922 e il 1945. Poi ci fu il 25 aprile. Nel mondo politico scarse reazioni. Non frega quasi niente a nessuno. Le uniche reazioni indignate sono quelle di alcuni 5 Stelle, per esempio il senatore Alberto Airola si è rivolto a Mattarella perché intervenga. Giusto. Però Airola non se l'è sentita di muovere un passo garantista e basta.
Ha chiesto insieme alla liberazione di Dana l'arresto di Roberto Formigoni. Non c'è nessuno in giro che sia capace di esprimere idee e compiere azioni puramente garantiste o libertarie. L'idea è che una giustizia giusta sia quella che protegge i tuoi amici e incarcera i tuoi nemici. Chiaro che così vince sempre la parte peggiore della magistratura.
Ieri notte in Valsusa è stata arrestata la portavoce del movimento No Tav e attivista del centro sociale Askatasuna Dana Lauriola: la 38enne è stata immediatamente trasferita nel carcere torinese delle Vallette. Gli agenti della Digos si sono presentati all'alba nella sua casa di Bussoleno dove da due giorni gli attivisti del movimento avevano dato vita ad un presidio permanente contro la decisione del Tribunale di Torino di respingere la richiesta di misure alternative. Attimi di tensione si sono registrati tra i manifestanti contrari alla linea ad alta velocità Torino - Lione e le forze dell'ordine in tenuta antisommossa giunte nei pressi dell'abitazione della Lauriola.
La donna deve scontare una condanna in via definitiva a due anni per una protesta a cui ha partecipato il 3 marzo 2012. Quel giorno di otto anni fa circa 300 persone, con lo slogan "Oggi paga Monti", occuparono l'area del casello autostradale di Avigliana della Torino-Bardonecchia facendo passare gli automobilisti senza pagare il pedaggio. Dodici furono le condanne per un totale di diciotto anni di reclusione per reati di violenza privata, danneggiamento aggravato e interruzione di pubblico servizio.
La donna, venuta a sapere che a breve sarebbe stata privata della sua libertà personale, si era detta "serena" e aveva aggiunto: "Andrò in carcere, ma la notizia non giunge inaspettata. Ho semmai la fortuna di poter salutare famiglia e amici prima che vengano a prendermi". E quasi con amara ironia aveva concluso: "Credo che in prigione mi prenderanno in giro, sono l'unica in Italia ad andarci per un mezzo blocco stradale".
Secondo il Tribunale di Torino, qualsiasi misura alternativa alla pena detentiva è da rifiutare in quanto Dana Lauriola non si sarebbe allontanata né dal movimento No Tav né dal territorio in cui viene portata avanti la contestazione contro la realizzazione del progetto di alta velocità ferroviaria.
Non sono ovviamente mancate le polemiche: "Qui si colpisce un movimento e si colpiscono le idee, non è quello che hai fatto, ma quello che pensi", ha commentato Alberto Perino, volto storico del movimento. Il movimento, dal sito notav.info, ha lanciato un duro comunicato contro l'arresto della Lauriola in cui, tra l'altro, leggiamo: "Questa mattinata (ieri, ndr) ha sancito che la Val Susa è fuori dallo Stato di Diritto, è un territorio occupato come diciamo da anni, dove le forze dell'ordine possono fare il buono e il cattivo tempo al servizio dei potenti senza che nessuno dagli scranni istituzionali faccia domande". Siamo dinanzi - aggiungono - ad una "vergognosa prepotenza contro una donna, una compagna e contro un intero territorio".
Dal mondo politico ad insorgere contro l'arresto sono intervenuti diversi esponenti del Movimento Cinque Stelle, da sempre contrario alla Tav. Il senatore Alberto Airola ha fatto "appello a Mattarella presidente del Csm: presidente - ha scritto su Facebook - basta con questa magistratura controllata dalla politica. Servono altre prove o i recenti fatti di cronaca non bastano? Lei è un uomo intelligente e capirà ma sarà anche un uomo probo per agire? So che mi capisce, so che conosce benissimo il problema, la prego di non girare la testa altrove".
La consigliera regionale Francesca Frediani si è detta "senza parole. Solo un grande senso di impotenza. Questa cosa riguarda la democrazia nel nostro Paese". Qualche mese fa aveva fatto notizia, invece, la vicenda dell'altra attivista No Tav Nicoletta Dosio: la 73enne era stata condannata per violenza privata e interruzione di pubblico servizio sempre per i fatti del 2012 ma aveva sempre dichiarato di non voler chiedere misure alternative come i domiciliari e di essere pronta ad andare in carcere: "Il carcere - aveva detto non è uno luogo di riscatto ma di pena però più forte del timore del carcere è la rabbia per l'ingiustizia. Questa è una resistenza, perché sappiamo di essere dalla parte della ragione".
recensione di Silvia Gusmano
L'Osservatore Romano, 18 settembre 2020
"Subito mi ha colpito la bellezza dei luoghi, vicini ai centri abitati eppure lontani, immersi nel verde e nel silenzio di campi lavorati. Ed è proprio qui, in un posto dove la natura splende, che ho visto e toccato con mano il lavoro di don Ettore, un sacerdote che accompagna i ragazzi suoi ospiti verso la comprensione delle regole".
Così scrive Gherardo Colombo aprendo "Chi sbaglia paga" (Milano, Chiare Lettere 2020, pagine 220, euro 16,90) in cui Sergio Abis racconta con attenzione e partecipazione l'attività della comunità La Collina.
Fondata in Sardegna, nella campagna attorno a Cagliari da don Ettore Cannavera nel 1994, ospita detenuti a cui il magistrato di sorveglianza ha concesso una misura alternativa al carcere. In questa prigione priva di sbarre ma ricca di ulivi, la vita è soprattutto esempio, rigore e ascolto, educazione e legalità, rispetto, bellezza e cultura. "Nella comunità di Serdiana - scrive ancora Colombo - c'è la vita insieme, c'è il lavoro ma, soprattutto, si vedono e sono tangibili i risultati di quel lavoro. Ed è tutto il contrario di ciò che succede in carcere".
Le premesse da fare sono molte. La prima è che il carcere alternativo non significa libertà: che si viva in una comunità, ai domiciliari, in affidamento ai servizi sociali in un luogo protetto, si deve comunque scontare la pena, dovendo seguire le prescrizioni del magistrato di sorveglianza che impone tempi e modi per l'espiazione. Se dunque il carcere alternativo è un carcere a tutti gli effetti, si tratta però di un modello completamente diverso dalla prigione classica non solo nei modi ma, soprattutto e prima ancora, nelle finalità, che sostanzialmente si riducono a voler rieducare davvero. Nei fatti, non a (vuote) parole.
Il punto di partenza per la rivoluzione ideata da don Cannavera è un dato: 7 detenuti su 10 usciti dal carcere delinquono di nuovo. "Ci volevano duecentomila anni e l'appellativo di sapiens - scrive il sacerdote - per inventare una cosa così stupida? Per immaginare un'istituzione che anziché cercare di rieducare i colpevoli di reati e riconciliarli con la società, li immette in un sistema che, nella migliore delle ipotesi, li lascia come sono, ma in realtà li peggiora, ributtandoli a spasso pronti a delinquere?".
Al contrario di altre sofferenze (perché "in prigione si soffre, anche se non tutti allo stesso modo"), quella inflitta dal carcere può apparire meritata come una dura lezione. I numeri, però, sconfessano questa lettura: "Se fosse una lezione - scrive Sergio Abis, che la prigione l'ha vissuta in prima persona - ci dovrebbe essere il relativo imparare, mentre l'ossessivo balletto del continuo ritorno in carcere, il dramma della recidiva dimostra il fallimento della scuola, della lezione e degli insegnanti".
Alla prova dei fatti il carcere risulta in sostanza una forma di assistenzialismo foraggiato (seppur malamente) dallo Stato. "Il recluso non ha impegni lavorativi, non ha orari, può alzarsi quando gli pare e dormire quanto vuole. Non ha obblighi richiesti da un disciplinare rieducativo, salvo la partecipazione ad attività spesso inutili, percepite come mero passatempo. Si dedica all'ascolto di pessime trasmissioni televisive, gioca a calcio le poche volte che sia consentito, si impegna nel body building, in interminabili partite a carte.
Di frequente si gioca d'azzardo, si litiga e si dà inizio a risse, ferimenti e faide infinite (...). In galera si fa la fame, se non si hanno i soldi per la spesa; ci si cambia poco, e non si hanno i soldi per i vestiti e il detergente per lavarli; si prendono le botte, ci si ammala e si viene curati con approssimazione; si vive in celle affollate litigando con il vicino di branda se non ama particolarmente la doccia e puzza di selvatico".
Ovviamente tutto questo vale per coloro che non hanno mezzi propri, privi di una famiglia o di una rete che possa fornire tutto ciò di cui in carcere si ha bisogno. È un'altra delle facce dolorose del sistema penitenziario, quella dell'enorme disparità di condizioni tra i detenuti. "Non tutti soffrono la fame, vengono mal curati e prendono le botte. Ci sono detenuti e detenuti, ci sono i forti e i deboli, e questi, i poveri cristi, stanno ovviamente peggio. E sono la maggioranza".
Confermando la marginalizzazione dei detenuti, l'ambiente carcerario si traduce insomma nella spinta a osservare regole che sono l'esatto opposto di un sereno e proficuo vivere comune, deresponsabilizzando il singolo al massimo grado. Nella comunità di don Cannavera è l'esatto contrario.
A La Collina si va a letto presto perché la sveglia è alle 6.30. La prima lezione impartita agli ospiti è che per mangiare bisogna lavorare, non vivacchiare sulla branda dinnanzi alla televisione (in comunità ce n'è una sola per tutti, ed è concessa per pochi minuti al giorno nella sala comune). I ragazzi che seguono il percorso rieducativo devono praticare un mestiere, percepire uno stipendio e imparare a gestire il loro denaro (una quota mensile dello stipendio, infatti, copre i consumi e le spese del vitto). La parola d'ordine, insomma, è responsabilizzazione, ottenuta attraverso l'educazione alla gestione del lavoro, del tempo e del denaro.
Quel che si cerca di fare è qualcosa di estremamente radicale. Si tratta, infatti, di ricostruire personalità abituate all'assenza delle regole comunemente accettate dalla collettività. "I ragazzi incarcerati per i reati commessi, anche gravissimi, non sono cattivi. Non esistono i cattivi - scrive Abis - esistono le circostanze che rendono possibile diventarlo: la mancanza di educazione o peggio un'educazione alla devianza (...). In galera c'è finito il disagio delle periferie, delle famiglie problematiche, dei genitori che trasmettono ai figli i propri problemi. Ci sono i figli di madri prostitute e drogate; di padri violenti e alcolisti; di spacciatori; di carcerati condannati a pene talmente lunghe che non avranno mai la possibilità di incidere sull'educazione dei figli, se non in negativo con la propria assenza. Ragazzi abituati alle regole della strada: come potrebbero essere diversi da ciò che sono?".
Davanti a questa situazione, la risposta - secondo don Cannavera e la sua comunità - non può essere la costrizione: "Bisogna persuaderli, invece, dimostrando nei fatti e con l'esempio - prosegue Abis - che una vita come quella di tutti può essere sì, difficile e faticosa, ma mai come la disgrazia di un'esistenza passata in galera, la morte vivente".
Proprio perché l'esempio è tutto, don Cannavera si è "inventato" la figura dell'operatore di condivisione, l'educatore posto a cardine dell'attività di risocializzazione prevista nei percorsi di recupero della sua comunità. Perché non si tratta tanto e solo di impartire istruzioni, suggerire, imporre ed eventualmente sanzionare, quanto piuttosto di comportarsi per primi secondo il disciplinare previsto: mostrare come si fa. È questo il compito dell'operatore di condivisione: condividere con l'ospite il percorso di recupero. Insegnando, dunque, con l'esempio concreto.
Così, seguendo un modello di vita mai conosciuto prima, il detenuto impara man mano a sentirsi persona circondata da altre persone che insieme a lui cooperano per il suo recupero, in modo da permettergli di rientrare davvero nella società civile. "È - nota ancora Gherardo Colombo - l'unica cosa che conta: la relazione con l'altro e il rispetto delle regole. Si osservano le regole quando si capisce che esiste anche l'altro, in un circolo virtuoso".
Nel libro il progetto di don Cannavera viene presentato attraverso le numerosissime lettere che il sacerdote ha ricevuto negli anni dai detenuti. Parole a volte sgangherate in una prosa in cui tanto dicono le omissioni, le grafie, le palesi falsità, la materialità stessa del supporto utilizzato - buste, francobolli, fogli strappati da quaderni o agende, o locandine utilizzate sul retro. "Tutto è racconto - scrive Abis - tutto è narrazione del proprio stato, del rapporto con la costrizione e della costrizione stessa, della galera, se solo si è capaci di leggerlo. Di ascoltare".
I mittenti non chiedono pietà, quel che chiedono è il riconoscimento della loro dignità, il minimo sindacale per venir considerati esseri umani e cioè: cibo, abiti, il necessario per l'igiene personale, sigarette e, soprattutto, la possibilità di essere ascoltati, di poter comunicare.
"Prima ancora che disumano, perché lo è, oggi il carcere è fondamentalmente stupido. Non serve a niente - scrive don Cannavera - e costa un enorme ammontare di denaro: davvero non si può far di meglio?". Forse si può.
riminitoday.it, 18 settembre 2020
L'assessore Lisi: "Grazie agli interventi di prevenzione messi in atto dal personale penitenziario si è riusciti in quei giorni bollenti a mantenere la situazione controllata, prima che i malumori degenerassero". L'assessore Gloria Lisi, vicesindaco con delega alla protezione sociale del Comune di Rimini, interviene sull'emergenza nelle carceri dei mesi scorsi, ripercorrendo quei giorni e le strategie messe in campo dal Comune.
"Sembra passato un secolo ma in realtà solo pochi mesi. Forse non tanti ricordano come, tra marzo e aprile, in pieno lockdown da pandemia, le carceri italiane furono al centro di violenze e devastazioni. Una situazione drammatica, effetto della pandemia, che ha toccato in maniera pesante l'Emilia Romagna ma che ha solo sfiorato il penitenziario riminese - afferma Lisi.
Grazie agli interventi di prevenzione messi in atto dalla dirigenza e dal personale penitenziario si è riusciti in quei giorni bollenti a mantenere la situazione sotto controllo, prima che i malumori degenerassero. Erano i tempi in cui, per prevenire la pandemia, erano state sospese le visite e i contatti con i famigliari, un detonatore che ha portato con se altri rancori e malumori, esplodendo tutto in una volta.
Continua Lisi: "Anche a Rimini dunque abbiamo vissuto, fuori dai riflettori, momenti critici. Tra questi ricordo, in particolare, una telefonata di aggiornamento sulla situazione dei "Casetti" con Aurelia Panzeca, comandante della Polizia penitenziaria di Rimini. Intorno a noi, anche in carceri della nostra Regione, la situazione stava degenerando, era un grido di allarme, di collaborazione umana oltre che istituzionale a cui non era possibile rispondere con la sola via burocratica. Tra le altre cose, serviva nel minor tempo possibile materiale di protezione (i cosiddetti Dpi, dispositivi di protezione individuale) per permettere agli agenti e al personale di poter intervenire in sicurezza e secondo i parametri di tutela sanitaria. Non c'era tempo, non si poteva aspettare passaggi burocratici, serviva intervenire subito, cosa che abbiamo fatto. Anche grazie all'arrivo di questi dispositivi di sicurezza, gli agenti della polizia penitenziaria sono riusciti ad intervenire in attività di prevenzione che hanno scongiurato il peggio, permettendo al carcere di Rimini di uscire da quei momenti tragici (saranno più di dieci, si ricorderà, le vittime delle rivolte in tutta Italia, la maggior parte per overdose da psicofarmaci, rubati durante i saccheggi delle infermerie dei carceri) senza particolari incidenti e, soprattutto, senza vittime o devastazioni.
Fu un momento più privato che pubblico, e fortunatamente, perché significava che si era agito bene e in tempo. Uno dei momenti più critici e difficili del mio mandato istituzionale, che ho avuto la fortuna di poter condividere con funzionari ministeriali che, prima che ottimi professionisti, si sono rivelati persone di rara umanità".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 18 settembre 2020
La denuncia al prefetto di Udine di Actionaid, Asgi, Intersos e altre Associazioni. Reclusi per una settimana intera dentro un autobus, senza servizi igienici e sotto il costante controllo delle forze dell'ordine che impedivano loro di allontanarsi dal veicolo. Questa è stata la sorte di 30 cittadini stranieri appena giunti in Italia, giustificata dal fatto che ci sarebbe stata l'assenza di posti in accoglienza e l'impossibilità di reperirli.
A denunciarlo, tramite una lettera inviata il 14 settembre 2020 al Prefetto di Udine e al Capo del Dipartimento della Protezione Civile, sono le associazioni Action Aid, Asgi, Intersos e numerose sigle del territorio. Hanno ricordato alle istituzioni che con il "Decreto Cura Italia", in vigore dal 17 marzo 2020, i Prefetti hanno acquisito poteri straordinari al fine di assicurare la possibilità di ospitare persone in isolamento fiduciario nel caso in cui queste non potessero farlo presso il proprio domicilio. Nel testo, infatti, è per di più specificato che il Prefetto può requisire "strutture alberghiere, ovvero di altri immobili aventi analoghe caratteristiche di idoneità, per ospitarvi le persone in sorveglianza sanitaria e isolamento fiduciario o in permanenza domiciliare, laddove tali misure non possano essere attuate presso il domicilio della persona".
Le associazioni ritengono che tenere segregati i migranti dentro l'autobus sia lesiva della dignità umana e non rispetti gli standard minimi di accoglienza previsti dalla nostra Costituzione e dal diritto internazionale, comunitario e italiano, e che possano essere configurate come trattamento inumano e degradante vietato dall'art. 3 della Convenzione Europea dei Diritti umani.
Le associazioni chiedono, inoltre, che venga garantito "l'accesso all'informativa in materia di protezione internazionale e l'orientamento legale ai cittadini stranieri, come avviene ad esempio nella vicina città di Trieste all'interno delle strutture per l'isolamento fiduciario dei cittadini stranieri che giungono in Italia dalla rotta balcanica".
Infine, le associazioni firmatarie auspicano che le autorità competenti non intendano ricorrere alla soluzione di ospitare su unità navali, per il periodo della quarantena, i migranti che giungono in Friuli Venezia Giulia in modo autonomo attraverso le frontiere terrestri, come indicato nell'Avviso pubblicato il 10 settembre dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Una soluzione, si legge sempre nella lettera, "discriminatoria e lesiva dei diritti delle persone interessate, oltre che più costosa e meno efficiente dal punto di vista della predisposizione delle misure di prevenzione sanitaria. Inoltre, non risulta esservi alcuna necessità di ricorrere alle c. d. "navi quarantena", posto che sul territorio della Regione Friuli Venezia Giulia vi è un sufficiente numero di strutture che potrebbero essere utilizzate a tale scopo, come peraltro rappresentato da alcuni dei Prefetti del Friuli Venezia Giulia alla ministra dell'Interno nel corso della sua recente visita a Trieste".
Come detto, il prefetto ha giustificato tale azione perché sarebbero assenti i posti di accoglienza. Ma le associazioni hanno ricordato che il Viminale, ad agosto, ha redatto un dossier che rileva una diminuzione del 17% delle persone ospitate in accoglienza (al 31 luglio 2020 rispetto allo stesso giorno del 2019). L'assenza di trasparenza e la scarsa accountability del sistema non consentono quindi di confutare o confermare le affermazioni del Prefetto di Udine sullo stato dei centri di sua competenza. "Non possiamo quindi - scrivono le associazioni - che tornare a chiedere che, sia per le condizioni di accoglienza, sia per le comunità ospitanti, nonché per una migliore gestione in periodo di pandemia, il ripristino al più presto un sistema efficace di micro-accoglienza diffusa a titolarità pubblica".
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 18 settembre 2020
Qualche anno fa Anna Maria Corradini, consulente filosofica nonché "donna adulta, appagata professionalmente e umana-mente", per riprendere la descrizione che ne dà Angela Venezia* nella prefazione di "Mille ore in carcere" (Diogene Multimedia, 2020) - pensò di verificare se la sua disciplina avrebbe potuto essere utilizzata anche nel mondo carcerario.
Da allora ha incontrato detenuti e operatori di cinque regioni (Veneto, Trentino, Friuli Venezia Giulia, Umbria e Toscana) e firmato, in veste di presidente dell'associazione Eutopia, protocolli di consulenza gratuita con i relativi Provveditorati dell'Amministrazione Penitenziaria. In "Mille ore in carcere" Anna Maria Corradini racconta come la consulenza filosofica abbia aiutato a cambiare il modo di pensare di alcune persone "ristrette" ma anche l'idea che lei stessa aveva del carcere, al punto che, superata la sperimentazione, ritiene siano maturi i tempi per progetti più stabili e strutturati.
Nel libro scrive che "prima di entrarvi" pensava che "in carcere fosse racchiuso il "male". Per gran parte della società, il carcere continua a essere un contenitore del male. Come si può, secondo lei, cambiare questa idea comune?
"Ho scritto il libro anche per far conoscere e capire un mondo come quello carcerario, complesso, con criticità ma anche opportunità, popolato non solo da detenuti ma da donne e uomini della polizia penitenziaria, educatori e altro personale che svolge un lavoro importante benché poco conosciuto".
La domanda che in questi anni le è stata fatta più spesso è "chi è consulente filosofico?"...
"Infatti, ma lo ripeto volentieri. Un consulente filosofico è uno "specialista del pensiero", cerca cioè di capire quali sono le riflessioni che condizionano i comportamenti di una persona, compresi quelli che l'hanno condotta in carcere. L'obiettivo è di portare colui che riceve la consulenza a fare scelte eticamente consapevoli. Un approccio che dai non esperti può essere facilmente confuso con quello dello psicologo: in realtà è molto diverso, perché lo psicologo valuta il funzionamento dei processi psichici, individua e tratta le loro eventuali anomalie. La consulenza filosofica, invece, lavora sul pensiero attraverso la domanda costante, l'ascolto e la sospensione del giudizio. In carcere questa differenza è accentuata, perché gli psicologi appartengono all'equipe di osservazione e trattamento, la loro relazione è importante per ottenere benefici e questo porta a i detenuti a voler sembrare "migliori". Nel rapporto con il consulente filosofico questo non può accadere, perché siamo vissuti come figure fuori dal sistema. A inizio consulenza io dico chiaramente di condannare comunque la condotta che ha portato la persona in carcere perché è stata già giudicata da un tribunale. Io non parlo del reato ma della persona, senza voler con questo sminuire il lavoro degli psicologi che spesso si limitano alla diagnosi, e in contesti penitenziari raramente hanno l'opportunità di curare".
Nel libro lei scrive che "il dolore non è un'emozione negativa (...), ma un principio-valore, necessario per risvegliare una consapevolezza dell'agire". Secondo la sua esperienza tutte le privazioni che porta il carcere sono utili?
"Il dolore a cui mi riferisco è il dolore dell'esistenza, è la sofferenza, non il dolore provocato dalle privazioni dovute alle conseguenze del reato. Il carcere assolve alla sua funzione se offre la possibilità di studiare, lavorare, frequentare attività culturali. Una delle risorse della detenzione è l'abbondanza di tempo che, però, deve essere tempo per riflettere, anche se molti detenuti non sono abituati a farlo. Altrimenti è tempo sprecato".
Lei ha tenuto incontri di gruppo anche con personale amministrativo e di Polizia Penitenziaria. Che tipo di riscontro ha avuto?
"All'inizio c'è stato un po' di timore, superato proprio quando i partecipanti hanno compreso che la consulenza filosofica non ha niente a che vedere con colloqui con uno psicologo. Soprattutto per il personale di Polizia Penitenziaria andare dallo psicologo significa mostrare una fragilità che non può permettersi. Sia chiaro, la fragilità è anche bellezza, è una qualità che contiene sensibilità che va protetta. Ma un agente non può sembrare debole in un contesto in cui è esposto a provocazioni di ogni tipo e nel contempo deve essere professionale e disponibile ad ascoltare le tante richieste che gli vengono poste dai detenuti, soprattutto nelle sezioni a custodia aperta".
Con il personale in quali casi la consulenza filosofica si è rivelata più utile?
"In alcuni casi di suicidi di colleghi perché, in questi casi, da affrontare non è stato solo il dolore per la perdita di una persona vicina, spesso amica, ma anche il senso di colpa che in genere compare. Ci si rimprovera di non aver capito il malessere della persona, si ritiene di essere stati egoisti e non in grado di intervenire in tempo".
Cosa ricorda con maggiore emozione di queste prime mille ore in carcere?
"Un giovane detenuto che mi ha detto: 'La porterò sempre con mè. Ho pensato che questo dà un senso al mio lavoro perché vuol dire che resta nel tempo. Il bene è un moltiplicatore del bene così come il male lo è del male".
*Angela Venezia è dirigente - direttore Ufficio III detenuti e trattamento - Provveditorato Regionale Toscana e Umbria
ilmascalzone.it, 18 settembre 2020
Era da marzo che i detenuti del carcere di Fermo non assistevano a iniziative culturali all'interno del loro istituto, a causa del confinamento (lockdown). Sono tornati in contatto con il mondo esterno martedì scorso, 15 settembre, grazie al progetto "Ora d'aria", organizzato dall'associazione Nie Wiem in collaborazione con il Garante dei Diritti della Persona e con il sostegno del Comune di Ancona. Per l'occasione Angelo Ferracuti, uno dei maggiori narratori italiani viventi, è andato a trovarli per presentare l'opera poetica di Luigi Di Ruscio, grande "irregolare" del Novecento,
Introdotto dal presidente di Nie Wiem, prof. Valerio Cuccaroni, e accompagnato dal Garante, avv. Andrea Nobili, Ferracuti ha alternato la lettura di poesie al racconto della vita di Di Ruscio, scoperto da giovanissimo, come poeta, da Salvatore Quasimodo, ma costretto comunque a emigrare a Oslo, in Norvegia, per questioni lavorative, a causa della sua umile condizione sociale. Ultimo sempre attento alla condizione degli ultimi, Di Ruscio ha vissuto una doppia esistenza: di giorno operaio in una fabbrica di chiodi, a Oslo, con moglie e quattro figli a carico, di notte poeta e narratore.
L'esperienza di vita di Di Ruscio ha catturato l'attenzione dei detenuti che hanno partecipato all'incontro, identificandosi con quel poeta che, nel libro del 1953, all'origine della sua fama, intitolato Non possiamo abituarci a morire, inizia una delle sue più celebri poesie con il verso lapidario "Sono senza lavoro da anni", fotografando così una condizione comune a molti cittadini che finiscono dietro le sbarre, proprio per reati compiuti anche a causa della mancanza di lavoro. Se oggi Di Ruscio è ancora letto e amato, in particolare dai giovani poeti, è proprio grazie all'opera di scavo e valorizzazione compiuta da Ferracuti, che insieme al critico Andrea Cortellessa ha raccolto per Feltrinelli i romanzi di Di Ruscio e ha scritto la sceneggiatura del film documentario La neve nera di Oslo, fra le altre iniziative.
Al termine dell'incontro i detenuti hanno chiesto a Ferracuti di tornare per presentare il suo ultimo romanzo, La metà del cielo, e per ascoltare le loro storie di carcerati. L'idea è stata accolta con favore dal Garante, dal presidente di Nie Wiem e dalla direttrice del carcere, dott.ssa Daniela Valentini, che fornirà ai detenuti alcune copie del romanzo per prepararsi all'incontro.
di Luigi Murciano
Il Piccolo, 18 settembre 2020
Sono 44 i carcerati, fra cui diversi stranieri, in una struttura che ha creato il laboratorio nell'ex cappella. Il progetto "Enjoy" dello Ial Fvg ha 40 ore di corso. Il sogno è di produrle per tutti i penitenziari regionali. "Nutre la mente solo ciò che la rallegra". M., possente detenuto della casa circondariale di via Barzellini, cita Sant'Agostino per esprimere ciò che ha dentro: la soddisfazione sua e di altri due compagni di carcere per avere portato a compimento (e a tempo di record) un progetto cui tenevano molto: apprendisti sarti per un mese, hanno realizzato un centinaio di mascherine anti-Covid a beneficio di tutta la popolazione dell'istituto: degli altri "ristretti" (attualmente i carcerati sono in tutto 44), ma anche degli agenti di polizia penitenziaria, del personale infermieristico, degli assistenti sociali, dei magistrati. E rispettive famiglie.
Sicuramente M. immagina quello strano senso di disagio che aggredisce anche il visitatore occasionale quando sente il pesante portone automatico richiudersi alle sue spalle. La consegna dei documenti e di tutti gli oggetti. Il sentirsi spaesati. Ma con le sue parole M. si dimostra il migliore degli anfitrioni. E riesce a farci dimenticare che il luogo in cui ci troviamo priva della libertà.
Il progetto cui M. ha lavorato assieme a due detenuti di origine africana si è concretizzato nel logo "Enjoy", ovvero "gioisci": 40 ore per mettersi alla prova, sentirsi utili, lavorare in un contesto di squadra. E uscire dalla dura routine della reclusione. "I primi giorni riuscivamo a produrre una mascherina al giorno - racconta dall'alto dei suoi quasi 2 metri il detenuto. L'ultimo giorno ne abbiamo realizzate 45. Ora ci piacerebbe produrne per tutte le strutture penitenziarie della regione, renderle autosufficienti". "Mai avrei pensato di cucire in vita mia. È bello sentirsi utili", fa eco S., il compagno di corso. Un altro M., straniero, annuisce: "Ho imparato qualcosa di nuovo e lo abbiamo regalato agli altri".
Anche per il carcere di Gorizia si è trattato di un momento, nel suo piccolo, quasi storico. "Una vera e propria ripartenza", sintetizza Alberto Quagliotto, direttore della casa circondariale. Dietro le sbarre goriziane in passato non sempre era stato possibile dare continuità a progetti di laboratorio a beneficio dei trattenuti. Una lacuna, un sacrificio che ora sono un ricordo.
I lavori di adeguamento - conclusisi poco prima del lockdown - hanno restituito un "Barzellini" diverso, finalmente pronto ad ospitare anche attività educative. "Potrà sembrare assurdo, ma gli effetti dell'isolamento causato dal Covid si sono sentiti anche qui - commenta Quagliotto -. Ci tenevamo a presentare il nuovo volto del carcere goriziano dopo la ristrutturazione. Abbiamo restituito alcuni spazi che prima risultavano angusti ed inadatti".
In un'ala totalmente rinnovata, la cappella - fatto salvo uno spazio che rimane dedicato al culto - è stata adibita ad amplissima sala polifunzionale. È qui che prenderanno forma i sogni dei detenuti. Sartoria, cucina, legatoria, forse anche teatro e ballo. E nei prossimi giorni persino un concerto rock. "Il percorso che ha portato alla realizzazione delle mascherine rappresenta la prima sperimentazione di attività laboratoriali che proseguiranno nei prossimi mesi presso il carcere di Gorizia, in diverse aree formative - assicura Quagliotto: finalmente abbiamo i locali per prevedere altri percorsi. Non mi piace chiamarli di rieducazione, ma di rinascita".
Il corso di orientamento alle piccole lavorazioni di sartoria è stato organizzato da Ial Fvg in collaborazione con la Casa Circondariale e finanziato dalla Regione nell'ambito del Fondo Sociale Europeo Por 2014-20. È il primo nel suo genere in Friuli Venezia Giulia. Nell'arco di 40 ore di formazione, i partecipanti coinvolti sono stati accompagnati dalla docente Virginia di Lazzaro attraverso tutti i passaggi di produzione di una mascherina artigianale, dalla progettazione iniziale, al taglio della stoffa, alla cucitura a macchina, fino alla creazione del logo personalizzato. "Enjoy" è il loro invito a cogliere la gioia dell'attimo nonostante le avversità.
Oltre a Quagliotto, alla significativa cerimonia di ieri mattina hanno preso parte fra gli altri il presidente del Tribunale di Sorveglianza di Trieste Giovanni Maria Pavarin, il magistrato di Sorveglianza di Udine Lionella Manazzone, l'esperta del Tribunale di Sorveglianza Tiziana Da Dalt, il funzionario giuridico-pedagogico Margherita Venturoli, la responsabile del Servizio inclusione e professioni area sociale della Regione Luigina Leonarduzzi ed Erika Coianiz per Ial.
"Attraverso l'esplorazione di diverse pratiche di mestiere - spiegano queste ultime - quali quella della produzione di manufatti artigianali, i detenuti vengono accompagnati alla scoperta di nuove forme di "saper fare", in un contesto di sperimentazione che li incoraggi a mettere in gioco talento, creatività, affidabilità e spirito di gruppo, permettendo di acquisire competenze tecniche e trasversali utili al percorso rieducativo. Le richieste sono tante, soprattutto nella formazione professionale. Perché una volta fuori di qui c'è una vita da colorare nuovamente".
Per ora i colori dei sogni dei detenuti goriziani sono impressi sulle loro mascherine nuove di zecca. "Quella di color militare è per le guardie, gliele ho promesse", fa sapere uno di loro. Tutti ridono, di gusto. E quasi dimentichi di trovarti dietro delle sbarre.
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