di Angela Rubini
espressione24.it, 17 settembre 2020
I Cellanti è il titolo di una trasmissione molto seguita su Radio Vaticana il cui sottotitolo dice con parole semplici e dirette di cosa si tratta: liberi di raccontare storie dal carcere. Davide Dionisi, di orgogliose origini marsicane, e Roberta Barbi ne sono i bravi e competenti giornalisti conduttori. Nel corso della trasmissione del 13 settembre, sono state portate all'attenzione dei radioascoltatori quattro iniziative intraprese all'interno di altrettante case di detenzione italiane: carceri di Sulmona, di S. Vittore, di San Gimignano e di Crotone.
Le esperienze e le attività proposte, sebbene diverse nel genere, hanno avuto tutte un denominatore comune, quello di offrire ai detenuti e alle detenute importanti momenti educativi e culturali che, da una parte tendono alla riparazione del danno causato con il reato e dall'altra si pongono come stimolo a riconsiderare un rapporto con la società che, guastato da comportamenti sbagliati, può riguadagnare in altruismo e dignità.
Il carcere di Sulmona, in virtù di un protocollo d'intesa stipulato tra la casa circondariale, rappresentata dal Direttore dott. Sergio Romice, e il Comitato Provinciale Unicef dell'Aquila, rappresentato dal Presidente Ilio Leonio, ha ospitato un'attività portata avanti dai detenuti finalizzata a sensibilizzare i detenuti in ordine alla Convenzione si Diritti dell'Infanzia e dell'adolescenza e ad elaborare, di concerto, progetto comuni nell'ambito dell'Educazione alla convivenza civile. L'apporto degli uomini reclusi è stato fondamentale per la realizzazione delle Pigotte, le bambole di stoffa, simbolo dell'Unicef, la cui adozione consente di fornire ai bambini vulnerabili dei paesi in via di sviluppo interventi mirati alla riduzione della mortalità. L'iniziativa, andata felicemente in porto, è ancor più da lodare se "si considera che questa casa di detenzione è un carcere di massima sicurezza dove sono ospitati persone che hanno compiuto reati gravissimi", con le parole del Presidente provinciale Unicef, Ilio Leonio che ha tenuto anche a precisare che la parte più propriamente culturale e pedagogica non si è potuta tenere a causa delle restrizioni Covid, rinviando a tempi migliori la trattazione dei temi prescelti: la convivenza civile, la legalità, la solidarietà, la genitorialità consapevole che erano in programma. Le pigotte sono state vestite con gli abiti del corteo storico della Perdonanza Celestiniana e così, dame, cavalieri, giovin signore e soldati hanno preso vita (quasi un purificatore contrappasso) sotto le virili mani degli ospiti della casa che hanno dato prova di grande competenza, gusto e manualità. Inoltre, vista l'eccezionale produzione, tutte le pigotte "celestiniane" sono state adottate - "perché una pigotta non si acquista ma si adotta" dichiara orgogliosamente il Presidente Leonio - dalla Presidenza del Comitato Perdonanza. E, oltre ogni più rosea aspettativa, va riportato che diversi detenuti hanno manifestato l'intenzione di continuare a collaborare attivamente alle attività portate avanti dall'Unicef, impegno che il Presidente si è affrettato a sottoscrivere, dichiarando nuovamente la propria disponibilità.
Presso la casa circondariale di S. Vittore a Milano, le detenute hanno dato vita al progetto "La vita sotto il turbante" pensato e realizzato dall'Associazione "Go5 - per mano con le donne Onlus" e il brand Sartoria San Vittore nato dalla Cooperativa Alice che si propone di presentare il lavoro come modalità di riscatto sociale. Le detenute hanno confezionato turbanti per le pazienti oncologiche del Reparto di Ginecologia Oncologica dell'Istituto Tumori di Milano, utilizzando stoffe naturali e preziose i cui colori vengono da operazioni di tintura effettuate utilizzando sostanze naturali provenienti dal nord Africa e dalla Mauritania.
Nel corso dell'intervista Francesca Brunati dell'Associazione Go5 ha spiegato il cuore del progetto: mettere insieme donne che soffrono sebbene per diverse ragioni. Contro ogni legge fisica, due poli negativi si sono attratti e hanno "dato vita a qualcosa di positivo"; l'attività del progetto "getta un ponte oltre le sbarre, consente un dialogo con la città, assume i connotati di integrazione sociale". Le detenute hanno accolto con entusiasmo la proposta che ha visto impegnate circa 20 donne tra detenute, in regime di semilibertà e malate. La sfilata conclusiva del progetto, nel corso della quale sono stati presentati i turbanti, ha visto la presenza anche di avvocate e giornaliste e naturalmente, ha profuso una positiva carica di autostima, fiducia e serenità nelle detenute giunte al termine delle attività entusiaste ma anche commosse.
È stato il Garante Comunale dei detenuti di Crotone, Federico Ferraro, a presentare alla Casa circondariale il progetto Laboratori Esperenziali ideato e programmato dall'Associazione For ever young di Crotone. I laboratori hanno il compito di facilitare la riappropriazione del sé attraverso le tele e i colori; i detenuti entreranno in contatto con le loro emozioni, con i loro vissuti; aspetti che spesso è difficile esprimere con le parole ma che possono essere elaborati attraverso la trasposizione su tela.
Il progetto, inserito in una prospettiva di più ampio respiro, si pone a cambiare la visione del detenuto e dell'ambiente carcerario, dando voce e visibilità a persone, certo ree di qualche crimine, ma alle quali va data una possibilità di recupero passando attraverso il ripensamento e la rivalutazione dei comportamenti. In aggiunta, importante è anche l'interazione che si instaura con l'altro, che determina uno stato di benessere collettivo, in forza della conoscenza reciproca delle esperienze, che prosegua anche quando l'attività si sarà conclusa. Il percorso di lavoro si struttura a partire da un circle time e da una preparazione pre-laboratorio per poi approdare alla produzione; la risposta dei detenuti e la funzionalità delle azioni, in una strutturazione dinamica della proposta, saranno i segnali per eventuali aggiustamenti o cambiamenti.
L'ultima iniziativa, ma solo in ordine di esposizione, è quella della Casa Circondariale di Gimignano. "La Ripartenza" è il titolo di una mostra che ha ospitato la 22esima edizione in questo 2020 dei lavori artistici dei detenuti e che si riferisce sia alla futura vita di chi, commesso un reato e saldato il suo debito con la giustizia, esce dal carcere sia al liberatorio momento che è seguito al confinamento causa Covid-19. Vittoria Coliandro, referente del Gruppo di Volontariato penitenziario dell'Arci confraternita Misericordia di Siena, ha posto l'accento sulla qualità dei lavori prodotti quest'anno che, a causa della lontananza dei detenuti dalle famiglie, dagli affetti e anche dai volontari, presentano contenuti più profondi con un uso dei tratti grafici e dei colori davvero interessanti, rappresentando l'espressione di sentimenti intimi e autentici; i numerosi visitatori della mostra hanno colto coralmente i messaggi nelle opere. Non sono state presentate solo tele; insieme ad esse sono state realizzati origami e ceramiche che verranno vendute per finanziare future iniziative. La ripartenza mette in evidenza anche l'attuale positiva situazione del carcere dopo essere stato, qualche tempo fa, teatro di una serie di violenze che videro protagonisti gli stessi carcerati.
Le iniziative esposte tendono a coniugare arte, nelle sue diverse e diversificate forme, e periodo detentivo. Sembra essere un connubio singolare ma non lo è. Molti sono stati, nel passato remoto e recente, i detenuti che si sono dedicati a scrivere poesie o a dipingere quadri e quindi, non si tratta di una novità. Quel che invece è importante notare è che le proposte e le iniziative che vengono intraprese oggi, rappresentano una azione intenzionale e consapevole e perciò educativa, affinché l'arte possa costituirsi momento creativo non fine a sé stesso ma funzionale alla presa di coscienza del sé, del proprio agire e quindi, alla pratica di riabilitazione.
di Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera, 17 settembre 2020
Da vent'anni nel nostro discorso pubblico sulle cose del mondo sono caduti in disuso concetti come "libertà", "diritti umani", "eguaglianza". In una celebre poesia dell'inizio del secolo scorso Kostantin Kavafis immaginava che la decadente civiltà europea aspettasse con ansia l'arrivo di una nuova forza vitale rappresentata dai "barbari".
Ma invano: "...di barbari non ce ne sono più - concludevano i suoi versi - E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi? Era una soluzione quella gente". Kavafis in realtà si sbagliava, come sappiamo. Il Novecento infatti sarebbe stato popolato dai barbari come pochi altri periodi della storia europea. E di certo almeno quei barbari in nessun caso avrebbero rappresentato la soluzione di qualcosa. Oggi ancora i barbari sono intorno a noi. Quasi tra noi.
Ma noi, mi sembra, noi italiani in particolare ma certo non solo noi ci rifiutiamo di vederli. Magari non ne attendiamo con ansia l'arrivo, questo no, ma ci culliamo nell'idea che non esistano, facciamo come se non esistessero. I barbari odierni si chiamano Putin, Lukaschenko, Erdogan, Xi Jinping, Assad, Khamenei, Kim Jong-un, Al-Sisi. Governano Stati quasi sempre grandi e potenti, e i loro tratti principali sono il cinismo e la spregiudicatezza con cui si muovono sulla scena internazionale all'unico scopo di allargare il proprio potere o di conservarlo a qualsiasi prezzo. All'interno dei propri Paesi arrestano, deportano, torturano, fanno sparire nel nulla, e non ci pensano un istante ad eliminare chiunque si opponga ai loro voleri. Tutti i mezzi sono buoni: dal campo di concentramento, ai gas asfissianti, ai centri di "rieducazione".
Il despota che governa la Russia ha riesumato con largo impiego perfino il medievale strumento del veleno. Il veleno per gli avversari politici: nel secolo ventunesimo, in Europa... Infine, se torna utile per estendere la propria influenza fuori dai confini, c'è sempre la tecnologia e il denaro. E così si manipolano i sondaggi e la comunicazione elettorale con l'hackeraggio, si pagano a peso d'oro i politici stranieri, si compra il loro voto, il loro tradimento degli interessi nazionali, li si trasforma in marionette guidate dall'estero.
L'opinione pubblica occidentale è perlopiù disarmata di fronte ad azioni e fenomeni del genere. La reazione sua e dei suoi governi, pure quando c'è (ma ad esempio alla persecuzione di tipo genocidiaria della Cina ai danni del popolo uiguro, essa è praticamente inesistente) è però una reazione parziale, tardiva, piena di distinguo. Alla fine sempre inadeguata. Tanto è vero che quasi mai consegue un risultato apprezzabile e duraturo.
Ma perché le cose stanno così? Perché questa sostanziale indifferenza che assomiglia spesso a un vero e proprio ottundimento etico-politico? Perché questa costante sottovalutazione della portata di quanto accade, della sua minaccia per i nostri interessi e i nostri valori? Le ragioni sono molte, ma quella che tutte le riassume, la principale, consiste in una forma di clamorosa miopia storica che produce un altrettanto clamoroso autoinganno.
I popoli dell'Occidente si credono ancora il centro del mondo. A dispetto delle idee internazionalistico-democratiche che essi perlopiù professano, in realtà nel loro intimo sembrano credere di essere ancora i padroni indiscussi del processo storico, i soli capaci di pensarne i parametri in modo adeguato, e che nulla e nessuno potrà mai scalzarli da questo ruolo. Faticano a rendersi conto dei drammatici cambiamenti intervenuti nei rapporti di potere planetari, delle nuove dipendenze economiche che sempre più li condizionano.
Non sono capaci d'intendere le conseguenze potenzialmente drammatiche che comporta la crisi profonda di alcune dimensioni che furono viceversa fondamentali per la loro affermazione storico-mondiale: per dire solo le prime che vengono alla mente, la fede religiosa fondata sul lascito giudaico-cristiano, l'istituto della famiglia, un sistema d'istruzione orientata all'umanesimo nutrito dalla tradizione classica.
Tutte cose da tempo lasciate sostanzialmente in abbandono e con giuliva spensieratezza considerate "superate". Ma la cui perdita ha avuto, tra i tanti altri, l'effetto decisivo di farci credere ormai obsoleto, in certo senso addirittura ridicolo, il concetto etico-politico di barbarie. È accaduto infatti che dalla giusta lezione impartita dall'antropologia - secondo la quale tutte le culture hanno pari ragione e dignità di esistere nella loro enigmatica diversità, sicché non ha senso stilare gerarchie e parlare di "civiltà" e di "barbarie" - da questa sacrosanta lezione, dicevo, si è giunti a concludere che allora anche tra i valori politici non fosse legittimo istituire alcuna reale linea divisoria tra bene e male.
A partire da almeno una ventina d'anni, proprio mentre in tutte le sedi si celebrava ogni giorno il festival mondiale dei "diritti umani", contemporaneamente ma paradossalmente nel nostro discorso pubblico sulle cose del mondo, invece, concetti come "libertà", "diritto", "dispotismo", "violenza", "eguaglianza" cadevano pian piano in disuso, e la distinzione tutta storica e politica tra "civiltà" e "barbarie", risalente all'illuminismo, veniva equiparata più o meno a un cascame ideologico da "guerra fredda".
Prima ancora dell'evanescente politica estera europea è l'opinione pubblica euro-occidentale, insomma, che nel suo giudizio a proposito del mondo è caduta in uno stato di atonia, di un sostanziale agnosticismo relativista che dagli omicidi di Stato egiziani o iraniani all'arroganza totalitaria cinese le permette di accettare sostanzialmente tutto, di accettare la barbarie senza fiatare.
di Antonio Polito
Corriere della Sera, 17 settembre 2020
Sempre più giovani in preda ad una banale intimità con il nulla. La politica non centra: deve aiutarci la scuola. Ci affanniamo a cercare l'"ismo" giusto, cui attribuire questa ondata di violenza gratuita, proterva, perfino estetizzante, che sta sconvolgendo la nostra estate. È fascismo? È razzismo, machismo, culturismo? È odio, è rabbia? Per quale ragione ogni argine morale sembra cedere, e a Vicenza si picchia un anziano perché difende una ragazza, e a Colleferro si ammazza un giovane perché difende un amico, e a Caivano si uccide una sorella perché ama? Ma c'è forse un altro "ismo" che abbiamo trascurato, e che precede e spiega tutti gli altri, ed è il nichilismo. Quella specie di intimità con il nulla (nihil in latino) che si sta impadronendo un po' alla volta di tanti giovani. Che svuota di valore le loro vite, e le spinge a ribellarsi a ogni regola, anche quelle più elementari di umanità, perché tanto non c'è nulla per cui valga la pena.
Da Nietzsche - Il nichilismo, si sa, ha una lunga storia, filosofica e letteraria. Il suo avvento era stato profetizzato da Nietzsche, che aveva avvertito la "morte di Dio" e l'avvicinarsi della "catastrofe", consumata poi nella carneficina della Grande Guerra. L'aveva descritto Turgenev in Padri e figli, nella figura del giovane "che non presta fede a nessun principio, da qualsiasi rispetto quel principio sia circondato". L'aveva contrastato Dostoevskij, costruendo la grande figura tragica di Raskol'nikov, il giovane che uccide così, perché non sa che fare della propria vita, a che cosa dedicarla, e poi lo paga col tormento del pentimento. Forse oggi il nichilismo è anche più banale, come spesso accade al male. Ha perso la forza intellettuale di scagliarsi contro i valori, è meno ambizioso, ha spesso il volto di una "vita normale", ha scritto Julián Carrón. È un vuoto a perdere, assomiglia più a una lattina usata che a un'arma carica come la bomba che uccise lo zar Alessandro II, o la cintura esplosiva di chi si è fatto saltare in aria nelle vie delle città europee in segno di sprezzo per la vita.
L'"ismo" - Oggi il nichilismo si accontenta di riempire quelle menti svuotate di valori con qualche cosa che consenta loro di arrivare fino a fine giornata, che dia almeno un'apparenza lì dove non c'è più senso: che sia il culto del corpo dei due fratelli Bianchi di Colleferro (a proposito, quanto voyeurismo colpevole per quei tatuaggi, quei muscoli scolpiti, quanta oscena esaltazione del corpo maschile); o che sia il senso dell'onore familiare che ha fatto credere a Michele Gaglione di dover punire la sorella Maria Paola; o ancora la cultura predatoria di giovani maschi che si prendono il piacere sessuale con la forza, e puniscono le donne che ne rifiutano il possesso. Se il nuovo nichilismo è questo - assenza di valori - non ha neanche molto senso metterlo in relazione con la politica. La politica è infatti, e al contrario, esaltazione di ideali, anche quando sono sbagliati, o magari fanatici, ma pur sempre ideali. Tanto per dire Atreyu, l'eroe della Storia infinita cui la destra di Fratelli d'Italia dedica la sua festa annuale, nella trama del film è il nemico del Nulla, e si batte per distruggerlo. Le etichette hanno questo di pericoloso: alla prima pioggia si scollano. Anzi, la politica democratica può combattere il nulla. Ed è un peccato che i giovani ne siano stati tenuti così lontani, al punto da essere spinti a disprezzarla sempre più.
La politica - Se di fronte a casi di cronaca talmente efferati, e ripetuti, la buttiamo in politica, rischiamo di non vedere la vera emergenza che essi denunciano: un'emergenza educativa. Si sa che educazione è termine più ricco di istruzione. La sua radice etimologica allude alla necessità di "guidare" il giovane, di "tirar fuori", "estrarre" ciò che di buono c'è in lui. È un processo complesso, che richiede innanzitutto degli educatori, cioè delle persone disposte a rischiare, per farsi amare e rispettare. Non si svolge tutto nella scuola, che ha molti altri compiti accanto a questo, ma si svolge specialmente nella scuola. Spesso a opera di singoli valorosi, quei "maestri" capaci di toccare il punto infiammato che c'è nel cuore e nella mente di ogni personalità in formazione, e fortunati quelli che una volta nella vita ne hanno incontrato uno.
La scuola - Ma meno vanno a scuola i nostri giovani, meno hanno possibilità di fare incontri così. Meno sentiranno parlare di valori, meno avranno speranza di riempirsi di vita, invece che di falsi idoli. I ragazzi di Colleferro, quello di Caivano, l'aggressore di Vicenza, sono molto diversi tra loro, ma una cosa in comune ce l'hanno: non appartengono al ristretto numero di laureati che l'Italia può vantare, fanalino di coda in Europa, visto che solo la Romania ne ha meno di noi. Con questo non si vuol sostenere che l'istruzione terziaria metta al riparo dagli accessi di violenza, purtroppo sappiamo bene che non è così. Ma nel degrado progressivo del nostro sistema educativo, nella sua burocratizzazione, nella svalutazione del ruolo sociale dei professori e della loro autorità, oberati da cervellotiche direttive e pratiche inefficienze, nei tassi record di dispersione scolastica, c'è sicuramente una radice del male che si sta manifestando nella cronaca nera della nostra estate. E forse non è un caso che questa esplosione di nuovo nichilismo coincida quasi simbolicamente con la riapertura dell'anno scolastico, dopo una pausa troppo lunga per non lasciare traccia nello spirito pubblico della nazione. Speriamo che funga da monito. Speriamo che la scuola ci aiuti. Speriamo che ci ricordi che l'educazione non è solo una questione di banchi e supplenze, ma di idee e di valori.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 17 settembre 2020
Von der Leyen annuncia: "Aboliremo il regolamento di Dublino". "Solidarietà e rimpatri". Sono queste le due parole d'ordine sulle quali ieri Ursula von der Leyen ha annunciato di voler impostare la futura politica europea sull'immigrazione. Mercoledì prossimo la Commissione Ue presenterà il nuovo patto su immigrazione e asilo scoprendo così finalmente le carte su come intende gestire un fenomeno che, come ha ricordato la stessa presidente parlando ieri all'europarlamento, "ci sarà sempre". Con una precisazione che però fa capire quale tra le due parole d'ordine annunciate avrà un peso maggiore: "La crisi dei migranti del 2015 (gestita senza un particolare successo sulla solidarietà dal suo predecessore Jean Claude Juncker, ndr) ha provocato divisioni tra i Paesi membri e alcune cicatrici non sono ancora guarite". Per uscire dallo stallo degli ultimi cinque anni per Von der Leyen c'è quindi solo una strada da percorrere: "scendere a compromessi" con quei Paesi che si sono sempre rifiutati di accogliere i richiedenti asilo. Certo, "senza compromettere i nostri principi", assicura, ma senza una posizione condivisa tra i 27 "non ci sarà una soluzione".
La presidente della Commissione Ue approfitta del suo intervento sullo stato dell'Unione per piantare due paletti con i quali spera di arginare le politiche sovraniste che hanno preso piede in Europa ("Voi predicate solo odio, noi vogliamo soluzioni", dice replicando all'intervento di un deputato tedesco dell'Afd). Il primo: "Salvare vite in mare è un principio umano non negoziabile". Il secondo: "Aboliremo il regolamento di Dublino", annuncia. "Lo rimpiazzeremo con un nuovo sistema europeo di governance delle migrazioni che avrà strutture comuni per l'asilo e per i rimpatri".
Si tratta però di due barriere molto fragili. Intanto perché da quando ha cancellato la missione europea Sophia nel Mediterraneo, Bruxelles non ha più manifestato l'intenzione di dare vita a un'altra operazione di salvataggio (la nuova missione Irini si occupa principalmente di contrastare il traffico di armi verso la Libia). E poi perché l'abolizione di regolamento di Dublino, che tanti problemi ha creato e crea ancora con il suo principio di Paese di primo ingresso, ha tutta l'aria di essere solo apparente. "Non ci sarà più nulla che si chiamerà regolamento di Dublino, ma nella sostanza le cose non cambieranno molto", spiegavano ieri a Bruxelles.
Stando alle anticipazioni circolate finora, le nuove regole prevedono infatti che il vecchio Dublino venga sostituito da due nuovi regolamenti. Il primo riguarderà i Pesi di primo ingresso ai quali spetterà il compito di effettuare la prima scrematura tra i migranti, dividendo coloro che hanno diritto alla protezione internazionale dagli altri, destinati ad essere rimpatriati. Compito che, a quanto si è capito, potrebbe spettare all'Easo, l'Ufficio europeo di sostegno per l'asilo.
Il secondo regolamento riguarderà quanti si sono visti accettare la richiesta di asilo e per i quali verrà avviata una procedura per stabilire quale Stato dovrà assumersene la responsabilità.
E a questo punto la solidarietà europea della quale ha parlato ieri Von der Leyen rischia di svanire. La soluzione alla quale sarebbe arrivata la Commissione è infatti un esempio di quei compromessi alla quale ha fatto riferimento Von der Leyen. Non ci sarà nessuno meccanismo di distribuzione obbligatoria tra gli Stati membri, ma ogni capitale potrà scegliere tra accogliere un certo numero di profughi oppure partecipare aiutando gli Stati maggiormente sotto pressione fornendo finanziamenti, mezzi o personale. Un cedimento alla richieste avanzate da tempo dai Paesi dell'Europa centro orientale.
Resta, infine, il problema dei rimpatri. Vanno a rilento perché per eseguirli occorrono degli accordi di riammissione con i Paesi di origine che però sono ancora pochi (l'Italia li ha solo con Tunisia, Marocco, Egitto e Nigeria). Per questo sono previsti incentivi economici da destinare a quei Paesi che accetteranno di fermare le partenze verso l'Europa.
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 17 settembre 2020
La Corte Europea dei Diritti Umani criticata da avvocati e rappresentanti dei diritti umani dopo la visita ad Ankara e Istanbul del suo presidente Robert Spano. La Corte Europea dei Diritti Umani (Cedu) delude i dissidenti che in Turchia si battono per vedere rispettati i loro diritti. A puntare il dito sulla Cedu è Selhattin Demirtas, uno dei fondatori del partito filocurdo Hdp, che è in prigione dal novembre del 2016. "La Corte ci mette troppo tempo a pronunciarsi e, alla fine, anche quando decidono che c'è stata una violazione dei diritti umani, la sentenza non ha alcun effetto pratico" ha scritto al Financial Times dalla prigione di Erdine, al confine con la Grecia.
Demirtas, 47 anni, aveva ottenuto una vittoria storica nel 2015 quando la sua formazione era riuscito ad entrare in Parlamento facendo perdere la maggioranza all'Akp di Recep Tayyip Erdogan ma è stato arrestato un anno dopo durante le purghe seguite al fallito colpo di Stato del 2016, con l'accusa di appoggiare il Partito dei Lavoratori Curdi, che è considerato un'organizzazione terrorista dalla Turchia, dagli Stati Uniti e dall'Unione Europea. Lui, al contrario, sostiene che l'Hdp ha sempre cercato una soluzione pacifica alla questione curda.
Nel 2018 e nel 2019 la Cedu si è pronunciata sul caso di Demirtas certificando la flagrante violazione dei suoi diritti. Il primo pronunciamento riguardava la detenzione preventiva che aveva impedito al leader di partecipare a due elezioni cruciali "limitando così la libertà del dibattito politico e il pluralismo".
I giudici chiedevano l'immediata liberazione del leader ma la magistratura turca non ha rispettato la sentenza. Demirtas è stato condannato nel 2018 per un discorso pronunciato nel 2013 e ora è sotto accusa per terrorismo: rischia fino a 142 di prigione.
Ma non è solo il leader curdo ad essere scontento. In Turchia sono molti gli avvocati e gli attivisti critici verso il Consiglio d'Europa e la Corte Europea dei Diritti Umani. Il presidente di quest'ultima, Robert Spano, si è recato ad Ankara e ad Istanbul all'inizio di settembre dopo che l'organismo aveva clamorosamente bocciato l'ordine di scarcerazione per Aytaç Ünsal che digiunava da più di 200 giorni in carcere per chiedere un processo giusto. Per la Cedu la detenzione dell'avvocato "non metterebbe a rischio la sua vita" e questo nonostante il recente decesso dell'avvocata Ebru Timtik, lo scorso 27 agosto, dopo 238 giorni di digiuno.
In Turchia Spano ha incontrato il presidente Erdogan e ha ricevuto una laurea honoris causa in giurisprudenza dall'Università Statale di Istanbul, la stessa che ha epurato 192 accademici dopo il fallito golpe del 2016. Lo scrittore Mehmet Altan, fino a poche ore prima aveva esortato Spano a non ritirare il premio. "Non so come si possa essere fieri di essere membri onorari di una università che condanna alla disoccupazione, alla povertà e al carcere centinaia di docenti solo per il loro pensiero e i loro scritti", ha scritto Mehmet Altan in una sua lettera accorata al presidente della Cedu. Altan è un accademico di fama mondiale ed era stato espulso da quella università per le sue idee e fu tra i primi intellettuali arrestati nella repressione post-golpe assieme a centinaia di giornalisti e scrittori, come suo fratello Ahmet e Nazl? Il?cak. Ci sono più di 60 mila richieste di reintegro inoltrate presso la Cedu per violazioni dei diritti e delle libertà fondamentali in Turchia.
ansa.it, 17 settembre 2020
L'organo delle Nazioni Unite chiede la revoca dei dieci anni di carcere inflitti al giovane dal tribunale della Sharia. L'Unicef ha "espresso profonda preoccupazione" per la reclusione e il trattamento di un tredicenne condannato per blasfemia in Nigeria. Ad agosto, infatti, il giovane è stato condannato a dieci anni di carcere con lavori umili da un tribunale della Sharia nello Stato di Kano, a nord del Paese.
La condanna "è sbagliata... nega anche tutti i principi fondamentali alla base dei diritti dell'infanzia e della giustizia dell'infanzia che la Nigeria - e di conseguenza, lo Stato di Kano - ha firmato", ha detto Peter Hawkins, rappresentante del Fondo dell'Onu per l'infanzia in Nigeria.
L'Unicef aggiunge in una dichiarazione che la sentenza è in violazione della Convenzione dell'Onu sui diritti dell'infanzia - ratificata dal Paese africano nel 1991 - invitando perciò le autorità federali e statali nigeriane a riesaminare urgentemente il caso con l'obiettivo di revocarla. Diversi Stati nel nord della Nigeria hanno introdotto la Sharia, legge basata sul Corano. I tribunali della Sharia processano solo i musulmani, ma se un caso coinvolge un musulmano e non musulmano, quest'ultimo avrà la possibilità di scegliere dove andare a processo.
di Anna Lombardi
La Repubblica, 17 settembre 2020
La denuncia di un'ex infermiera dell'Irwin County Detention Center in Georgia dove sono detenuti più di 4 mila clandestini: "Era un campo di concentramento". E nell'America che si prepara al voto, una corte d'appello ha appena confermato il via libera per espellere almeno 300mila persone provenienti da El Salvador, Haiti, Nicaragua e Sudan.
Condizioni igieniche disastrose, nessun riguardo per le norme anti Covid, cure sanitarie prestate con riluttanza e in ritardo: ma soprattutto un immotivato ed altissimo numero di isterectomie, asportazioni dell'utero, ai danni di detenute senza particolari problemi di salute. È l'atroce denuncia di Dawn Wooten, infermiera afroamericana che per tre anni ha lavorato all'Irwin County Detention Center, di Ocilla, Georgia. Un centro di detenzione privato nella contea di Irwin dove l'infame Ice, la polizia anti migranti americana, ha rinchiuso almeno 4680 clandestini. "Una specie di campo di concentramento sperimentale" lo ha definito l'ex infermiera nel rapporto depositato con l'aiuto di alcune ong: Project South Georgia Detention Watch, Georgia Latino Alliance for Human Rights e South Georgia Immigrant Support Network. Un racconto riportato pure dalla rivista web The Intercept, che ha verificato le parole dell'infermiera - di prima demansionata per aver denunciato la situazione ai suoi superiori e poi licenziata, raccogliendo la testimonianza di un'altra ex operatrice sanitaria di quel centro, insieme a quelle di almeno quattro detenute.
A imporre l'operazione a donne spesso inconsapevoli di quel che gli stava accadendo, spesso per colpa della barriera linguistica, un particolare ginecologo, soprannominato dalle infermiere addirittura: "il collezionista di uteri". Come se non bastasse, nella struttura nessuno si è preoccupato di seguire le procedure anti Covid. Anzi, se qualcuno denunciava sintomi veniva ignorato, e infatti non risulta al suo interno nessun caso: "Falso. Si sono ammalati in molti e qualcuno è perfino morto. Solo che non sono stati conteggiati" insiste Wooten.
Nell'America che si prepara al voto, d'altronde, non migliora la situazione dei migranti. Una corte d'appello ha appena confermato il via libera all'amministrazione Trump per espellere almeno 300mila persone provenienti da El Salvador, Haiti, Nicaragua e Sudan grazie a uno "status di protezione temporanea" per motivi umanitari o ambientali: ora, insomma, saranno espulsi. Eppure, nonostante le politiche aggressive di President Trump nei confronti dei clandestini, l'elettorato latino sembra meno determinato a votare per Joe Biden rispetto a quando nel 2016 votò per Hillary Clinton. Sempre che vadano alle urne, visto che fra le loro fila l'astensione è molto alta, a questa elezione il loro voto potrebbe essere determinante. Secondo uno studio del Pew Research Center, infatti, i latinos saranno il 13 per cento dei potenziali elettori, superando per la prima volta gli afroamericani. Ebbene, il presidente sembra risalire nel favore dei latinos soprattutto in Florida, grazie ai suoi spot dove dà a Biden del socialista, che sta scaldando i cubani. Nello stato in bilico, determinante per vincere le elezioni, i due avversari sono testa a testa, col 48 per cento.
di Simona Viola*
Il Dubbio, 16 settembre 2020
Lo stop sancito dal "Cura Italia" mette in gioco lo stato di diritto. Come molti sanno, a causa della pandemia è stato, fra l'altro, disposto il rinvio di diversi mesi delle udienze della maggior parte dei processi penali, per evitare che la contestuale presenza di più persone nelle aule giudiziarie concorresse all'aumento dei contagi (decreto 18/ 2020, il cosiddetto "Cura Italia").
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 16 settembre 2020
In più di un'occasione gli agenti penitenziari hanno letto le corrispondenze dei detenuti inviate al Garante nazionale delle persone private della libertà. In più di un'occasione gli agenti penitenziari hanno letto le corrispondenze dei detenuti inviate al Garante nazionale delle persone private della libertà. Sono atti che violano non solo l'articolo 20 del Protocollo opzionale alla convenzione contro la tortura, ma anche l'istruzione applicativa data con la circolare del 18 maggio 2016. Un fatto, grave, tanto che si è mosso il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) inviando una missiva a tutte le direzioni delle carceri per stigmatizzare l'accaduto e affinché non si ripeta più.
di Stefano Cecconi e Franco Corleone
Il Manifesto, 16 settembre 2020
I muri del manicomio sono duri da abbattere. Dall'approvazione della legge 180, nel 1978, che sanciva l'abolizione dell'internamento in ospedale psichiatrico, ci vollero vent'anni, e un decreto dell'allora Ministra Rosy Bindi con sanzioni alle regioni inadempienti, per chiudere effettivamente i manicomi in tutta Italia. Con gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (Opg) la storia si è ripetuta. E anche se il tempo per chiuderli è stato più breve (l'ultimo, quello di Barcellona Pozzo di Gotto, è stato chiuso nel 2017, a 5 anni dal termine previsto dalla legge) c'è voluto un Commissario nominato dal Governo per costringere ben sei regioni ad accogliere i loro pazienti ancora internati in Opg.
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