di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 15 settembre 2020
Che cosa vuol dire l'affermazione: tizio "deve essere punito con rigore"? Significa assumere la veste del procuratore del popolo, significa istigare all'adunata e rinnegare lo Stato di diritto.
Sbaglia gravemente il politico che sulla notizia di un fatto di sangue, e quando ancora nessun processo ha fatto nessun accertamento, dichiara che il responsabile "deve essere punito con rigore". Che cosa vuol dire, infatti, "deve"? Forse non c'è una legge posta a punire quei delitti? Forse non c'è un giudice con il compito di applicarla? E allora che cosa significa reclamare che l'esercizio di quel "rigore" è doveroso? Ecco che cosa significa: significa assumere la veste del procuratore del popolo; significa istigare all'adunata intorno ai palazzi di giustizia, con la turba che grida i suoi desideri punitivi intimando al giudice di realizzarli perché altrimenti non è giustizia, altrimenti le vittime non sono protette, altrimenti è la prova che la gente perbene soffre soltanto mentre i criminali la fanno franca.
Chiaramente non si tratta solo dei politici, e a quel coro querelante partecipano tanti altri, a cominciare dal giornalismo che non si vergogna di fondare il proprio giudizio colpevolista sul profilo losco dell'indagato. Ma specialmente un politico dovrebbe violentare le proprie propensioni aberranti e rimanere fedele al precetto, meno comodo ma più civile, dello Stato di diritto: questa cosa che non sempre porta consenso e anzi spesso lo pregiudica, ma è l'unica cosa su cui è possibile costruire un consenso diverso rispetto a quello selvaggio e budellare che alle debolezze della giustizia oppone la certezza della forca improvvisata sulla piazza. Perché questo è l'effetto, se non l'intenzione, di quelle ingiunzioni: che il tribunale metta in sentenza quel che reclama la piazza, opportunamente rappresentata dal politico che ne formalizza il verdetto.
Ma se all'omicida infliggono un anno in meno di carcere o concedono qualche minuto d'aria in più, perché il processo così dispone, e se dunque la sentenza non si uniforma alla pretesa di "rigore" formulata nelle comminazioni del politico di turno, allora che cosa succede? Identifichiamo in quelle leggi molli e in quei giudici poco rigorosi la causa della giustizia insufficiente? È una buona premessa per l'adozione del rimedio classico: pene aggravate, che non servono a tenere bassa la criminalità ma a tenere alto il tono del comizio; e magari una magistratura di provata fede forcaiola, ben volentieri disposta a farsi terminale di quell'istanza punitiva in nome di una giustizia finalmente efficiente perché rinuncia a se stessa. E ora si accomodi chi ci accusa di volere l'impunità per chi ha ammazzato Willy. È uno sport facile e diffuso: il rigore deve esserci perché lo chiedono gli spalti, l'arbitro non serve.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 15 settembre 2020
Morti in corsia, l'avvocato Cataldo Intrieri commenta la "singolare" vicenda processuale. Ora ci sarà un nuovo processo: "Non è stato un semplice errore materiale".
Venerdì sera la prima sezione penale della Corte di Cassazione ha annullato con rinvio il verdetto della Corte d'Assise d'Appello di Milano che aveva inflitto 30 anni all'infermiera Laura Taroni, nota alle cronache come l'infermiera killer.
La donna è stata condannata in relazione all'omicidio del marito Massimo Guerra e della madre Maria Rita Clerici tramite la somministrazione di dosi eccessive di farmaci: a iniettare i farmaci sarebbe stato il medico Leonardo Cazzaniga, con cui aveva una relazione, e che è stato condannato all'ergastolo in primo grado. Lui ora è ai domiciliari, la donna in carcere.
Alla base della decisione degli ermellini ci potrebbe essere l'errore materiale che aveva viziato la sentenza di secondo grado, dal momento che mancavano 13 pagine nelle motivazioni con cui lo scorso 30 novembre la Corte di Appello aveva confermato la condanna a 30 anni inflitta alla Taroni dal Gup di Busto Arsizio con rito abbreviato nel 2018. Ne parliamo con l'avvocato Cataldo Intrieri, che assiste la donna insieme alla collega Monica Alberti.
Avvocato Intrieri ci può spiegare bene cosa è successo?
A gennaio di quest'anno i giudici della Corte d'Assise d'Appello di Milano ci hanno notificato un'udienza nella quale si sarebbe dovuto riparare - a loro dire - ad un errore materiale contenuto all'interno delle motivazioni con cui avevano condannato la nostra assistita. Attraverso la procedura detta di "correzione dell'errore materiale" avrebbero voluto sanare la questione. Ci hanno riferito che quelle tredici pagine erano state scritte su un altro computer - mi chiedo dunque se dalla stessa persona - e non copiate e incollate nella sentenza. Ma non si trattava affatto di un errore materiale, come l'aver sbagliato a scrivere un nome o una data di nascita dell'imputato. Pensare di poter rimediare così è goffo ma soprattutto sconcertante. Dunque ci siamo rifiutati di aderire alla procedura perché mancava un importante pezzo di motivazione che riguardava due punti rilevanti sollevati dalla difesa'.
E cioè?
Il dispositivo era privo della parte riguardante la perizia psichiatrica della signora Taroni e quella relativa alle dichiarazioni di alcuni consulenti in merito alla letalità dei farmaci utilizzati da Cazzaniga. Ricordo che sul corpo del marito della Taroni non è stato possibile effettuare l'autopsia perché è stato cremato e non per volontà della moglie. Quindi siamo dinanzi ad un vero processo indiziario. Aggiungo che la nostra assistita è in carcere mentre il signor Cazzaniga, pur essendo stato condannato all'ergastolo, è ai domiciliari.
Tornando a quelle 13 pagine cosa è poi accaduto?
Alla fine io e la collega l'abbiamo avuta vinta e la Corte di Appello ha ammesso che non si poteva procedere in quel modo. Arriviamo dunque in Cassazione e inseriamo tra i rilievi posti all'attenzione dei supremi giudici anche questo fatto. Ora attendiamo le motivazioni della Cassazione per capire bene i motivi dell'annullamento.
Se sarà davvero così, sarebbe davvero grave...
È la prima volta in circa 40 anni di carriera che mi succede una cosa simile. Si mette a repentaglio l'esito di un processo con accuse pesanti. Ma la cosa ancora più grave è che i giudici di appello avevano fissato l'incidente di esecuzione quando i termini di impugnazione stavano per scadere. Cosa avremmo dovuto scrivere nei motivi di ricorso in Cassazione se non erano a nostra disposizione ben 13 pagine della sentenza di appello? La giustizia non può essere amministrata con tanta sciatteria.
Le parti civili hanno rilasciato una dichiarazione al Giorno dove si dicono certi che il prossimo processo di appello confermerà le responsabilità della Taroni...
L'annullamento riguarda tutti i capi della sentenza. E sicuramente la Corte di Cassazione, avendo rifiutato il ricorso per altri due imputati del processo, e avendo accolto quello della Taroni e di altri due è sicuramente entrata nel merito dei ricorsi stessi. Quindi la collega Alberti ed io confidiamo che l'annullamento riguardi anche altri parti della sentenza, che troviamo carente altresì sotto il profilo della valutazione degli indizi per le condanne più gravi. A parer mio non è stato analizzato adeguatamente il rapporto di coppia tra i due imputati: non si è cercato di capire fino in fondo se la donna fosse una succube di Cazzaniga.
di Gian Domenico Caiazza*
Il Riformista, 15 settembre 2020
La straordinaria apertura del leader dem. Critiche all'abolizione della prescrizione, alla durata eccessiva delle indagini preliminari e all'abuso della custodia cautelare; poi la necessità di rafforzare la terzietà del giudice. Ma tra i penalisti prevale il pessimismo.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 15 settembre 2020
Un giovane tedesco è considerato incapace di intendere e di volere ma da più di un anno è di fatto detenuto nel carcere romano di Regina Colei, mentre in realtà il magistrato di sorveglianza ha disposto che deve essere ospite di una residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza (Rems).
Da più di un anno è di fatto detenuto nel carcere romano di Regina Colei, mentre in realtà il magistrato di sorveglianza ha disposto che deve essere ospite di una residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza (Rems). Si tratta di un ragazzo tedesco di 31 anni, in Italia senza fissa dimora, tratto in arresto a maggio del 2019 e dichiarato incapace di intendere e di volere. Lo assiste l'avvocata Sonia Santopietro che sta lavorando per risolvere la situazione del ragazzo che, di fatto, si trova illegalmente in carcere.
Da più di un anno è di fatto detenuto nel carcere romano di Regina Colei, mentre in realtà il magistrato di sorveglianza ha disposto che deve essere ospite di una residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza Dovrebbe essere in una Rems: ma è da un anno a Regina Coeli(Rems). Si tratta di un ragazzo tedesco di 31 anni, in Italia senza fissa dimora, tratto in arresto a maggio del 2019 per aver commesso resistenza a pubblico ufficiale e lesioni giudicate guaribili in un giorno. Viene dichiarato incapace di intendere e di volere, ma in quanto ritenuto pericoloso a causa delle sue patologie psichiatriche, gli viene applicata la misura di sicurezza provvisoria presso una Rems.
Ad assisterlo è l'avvocata Sonia Santopietro del foro di Roma, la quale sta lavorando su più fronti affinché si risolva la situazione del ragazzo che, di fatto, si trova illegalmente in carcere. Per capire meglio la vicenda, bisogna partire dall'inizio. Quando il giovane tedesco ha commesso quei fatti di resistenza a pubblico ufficiale, sul luogo e nell'immediatezza dell'evento, i medici del 118 richiesti dagli operanti - considerando che alternava momenti di calma a momenti di evidente agitazione - non hanno ritenuto di dover disporre alcuna misura sanitaria, così vien accompagnato in commissariato. Di nuovo è stato richiesto l'intervento del 118 che, rivisitato il ragazzo, non ha disposto alcuna misura sanitaria nei suoi confronti.
In stato di arresto viene tradotto in carcere a disposizione dell'autorità giudiziaria. Il giorno successivo in udienza, convalidato l'arresto, gli viene applicata la misura cautelare della custodia cautelare in carcere e tradotto a Regina Coeli. Ad agosto 2019, all'esito del giudizio, viene dichiarato con sentenza del Tribunale di Roma incapace di intendere e di volere al momento del fatto e, in quanto ritenuto socialmente pericoloso, gli viene applicata, in via provvisoria, la misura di sicurezza della Rems per la durata di due anni. Senza soluzione di continuità, il Tribunale dispone, in attesa dell'individuazione di una Rems disponibile, la sua traduzione al carcere di Regina Coeli.
"Il ragazzo - spiega a Il Dubbio l'avvocata Sonia Santopietro - è affetto da una grave psicosi per la quale il carcere non rappresenta un luogo adeguato ove possa ricevere le cure necessarie. Seguito anche dal dipartimento di salute mentale, alterna alti e bassi ed anche la sua collocazione inframuraria viene determinata dall'andamento della patologia: repartino, sorveglianza a vista, non è mancato un ricovero presso il Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura a causa di un episodio di acuzie ed a seguito del quale viene riportato in carcere".
Nel frattempo si fa istanza per chiedere una valutazione della pericolosità sociale, ma soprattutto per la revoca della misura di sicurezza detentiva essendo inadeguata la struttura carceraria. Arriviamo a giugno 2020 e il magistrato di sorveglianza ritiene attuale la pericolosità sociale del ragazzo. Ma sempre nell'ordinanza scrive: "Risulta che è in lista di attesa per l'individuazione della Rems dallo scorso agosto, tempo francamente lungo ed assolutamente non adeguato alla gravità del disturbo che necessita di urgente trattamento psichiatrico". Ma non solo. Ricordiamo che il ragazzo non ha nessun legame nel nostro Paese, i familiari infatti vivono in Germania. Quindi non deve essere per forza ospitato in una struttura della regione Lazio, ma anche nel nord dove i familiari lo potrebbero raggiungere più facilmente.
Infatti, il magistrato di sorveglianza aggiunge: "Concordando con le indicazioni dei responsabili della Asl che hanno evidenziato l'importanza di favorire i contatti con la famiglia, il magistrato chiede agli organi competenti all'individuazione della Rems di valutare la possibilità di assegnare l'internato ad una struttura del Nord Italia ove i genitori potrebbero accedere più facilmente. Non vi è infatti necessità di osservare il principio di territorialità non avendo legami familiari e domicilio nella Regione Lazio, ed essendo occasionale la commissione del reato a Roma.
La ricerca estesa ad altre Regioni potrebbe rendere più veloce l'inserimento in Rems, a garanzia del diritto alle cure e delle ragioni di tutela della collettività". Nonostante ciò nessuna Rems ancora si dichiara disponibile ad accoglierlo. L'avvocata Santopietro, il 23 luglio scorso, ha quindi interpellato tutti i diretti interessati che devono provvedere a dare seguito all'ordinanza: Dap, Provveditorato Regionale del Lazio, Servizi sanitari della Regione Lazio e Centro salute mentale della Asl.
Dopo un mese risponde solo il Dap, rappresentando "che per quanto di competenza questo Ufficio con provvedimento del 28.08.2019 ha già provveduto ad indicare la Rems di Subiaco oppure in alternativa le Rems di Palombara Sabina e Ceccano. Con provvedimento del 6.07.2020 ha provveduto a richiedere la disponibilità di posto letto a tutte le Rems attive a livello nazionale, allo stato, con esito negativo. Questo Ufficio con provvedimento del 28.08.2020 ha provveduto a sollecitare le Rems attivate dalla Regione Lazio a concedere la disponibilità di posto letto.
Le predette Rems interpellate dalla Direzione della Casa Circondariale di Roma Regina Coeli, con cadenza giornaliera, continuano a comunicare la indisponibilità di posto letto" ed ancora che "Questo Dipartimento si limita a svolgere una mera attività di raccordo con le Autorità Giudiziarie, fornendo alle stesse la sola indicazione dell'insistenza sul territorio di riferimento della Rems attiva per il ricovero dell'internando in ragione della residenza dello stesso. Potranno essere richieste alle Rems attive nel Lazio, già indicate da questo Ufficio a disporre il ricovero e alla competente Direzione della Regione Lazio le indicazioni per la concreta esecuzione del dispositivo della sentenza ed al conseguente accertamento della pericolosità sociale ex art. 679 c. p. p. disposto dal Magistrato di Sorveglianza di Roma".
Nulla da fare. Nessuna Rems è in grado di ospitare il ragazzo, nonostante sia stata allargata la possibilità anche in altre regioni. L'avvocata non demorde, ha scritto recentemente al Garante Nazionale e Regionale delle persone private della libertà personale. Ma ha anche messo a conoscenza della situazione l'ambasciata tedesca, costantemente aggiornata.
"Quante altre persone si trovano nella stessa situazione", chiede in maniera retorica l'avvocata Santopietro. "Ci si deve chiedere - continua la penalista - a cosa siano serviti oltre dodici mesi, ad oggi, di attesa in carcere; in questo periodo, detenuti, operatori, polizia penitenziaria hanno svolto e continuano a svolgere, di fatto, un'attività di mediazione, traduzione linguistica, sostegno, contenimento della patologia e del disagio, trasformando così il carcere da luogo di pena a contenitore del disagio".
Quasi quotidianamente si ripropone il problema delle persone che - in attesa di essere ospitati nelle Rems - vengono trattenute nelle carceri. Le liste di attesa esistono e sono piuttosto affollate, tanto da portare anche a gesti estremi. Da ricordare il tragico caso di Valerio Guerrieri, 21 anni e che si è tolto la vita proprio al carcere di Regina Coeli. Anche lui doveva stare in una Rems.
di Errico Novi
Il Dubbio, 15 settembre 2020
Così sostiene la Cassazione. C'è una condizione in cui la prescrizione può essere modificata retroattivamente: se interviene una causa di sospensione dell'intero processo. In simili circostanze, ha sostenuto la terza sezione penale della Cassazione con sentenza depositata mercoledì scorso (la 25433 del 2020), le rimodulazioni del legislatore ricadono in realtà sotto l'ombrello dell'articolo 159 primo comma del codice penale, in cui si stabilisce che se viene sospeso l'intero procedimento, si blocca anche il termine di estinzione del reato.
La pronuncia è di notevole interesse anche perché attualissima: riguarda infatti l'articolo 83 del decreto Cura Italia con cui il governo, lo scorso 17 marzo, introdusse la cosiddetta fase 1 della giustizia in tempi di Covid, ossia il rinvio di tutte le udienze fino al 15 aprile e la sospensione dei termini per qualsiasi atto relativo al procedimento, con l'esclusione di pochissime tipologie ritenute indifferibili. Al comma 4 dell'articolo 83 veniva espressamente affermato lo stop al decorso della prescrizione per tutti i processi "congelati". Ma se pure il legislatore non si fosse preoccupato di specificarlo, la sospensione "di fatto" dell'intero procedimento avrebbe comunque determinato, per la Suprema corte, anche lo stop del termine di estinzione. Il ricorso respinto dalla Cassazione era stato proposto da un imprenditore condannato il 18 marzo 2019 dalla Corte d'appello di Venezia per omesso versamento dell'Iva.
Inizialmente l'impugnazione contestava aspetti inerenti la sentenza di secondo grado. Ma lo scorso 16 luglio il difensore, Davide Druda del Foro di Padova, aveva depositato un'integrazione con cui aveva chiesto di dichiarare il suo assistito prosciolto per la prescrizione che sarebbe nel frattempo intervenuta. In subordine, l'avvocato aveva chiesto di rimettere alla Corte costituzionale la questione di legittimità della norma con cui il Cura Italia aveva sospeso il decorso dei termini prescrizionali anche per i reati commessi prima dell'entrata in vigore del decreto.
Il processo all'imprenditore è ricaduto non solo sotto la potestà del Cura Italia ma anche di quella dei successivi provvedimenti sull'emergenza Covid, che hanno consentito ai giudici la sospensione di tutti i termini dei procedimenti ritenuti non urgenti fino al 30 giugno scorso. Con la pronuncia depositata il 9 settembre, la Cassazione ha rigettato sia la richiesta di proscioglimento che l'istanza di remissione.
Ma sul punto la Corte costituzionale è stata chiamata in causa già lo scorso 21 maggio da due ordinanze di remissione del Tribunale di Siena. Atti in cui il giudice ha proposto un'interpretazione assai diversa da quella appena avanzata dalla Cassazione: rinvio delle udienze e relativa sospensione dei termini sono concetti che, per il magistrato, vanno tenuti distinti da quello di "sospensione del processo". Solo la Consulta, a questo punto, potrà dirimere la controversia.
di Maurizio Pagliassotti
Il Manifesto, 15 settembre 2020
Dana Lauriola, 38 anni, punita in modo "esemplare" per aver continuato a lottare. Aveva partecipato nel 2012 ad una manifestazione presso un casello della autostrada Torino - Bardonecchia. Un "vecchio" processo inerente una manifestazione del movimento Notav presso il casello della autostrada Torino - Bardonecchia nel 2012, una delle infinite mobilitazioni di questi anni, per il Tribunale di Torino sta assumendo un valore angolare. Una decina di persone tennero sollevate le sbarre del casello autostradale per alcuni minuti mentre altri esponevano striscioni di protesta: tra queste era presente Dana Lauriola, una delle rappresentanti maggiormente in vista del movimento. Condannata ad una detenzione molto dura, due anni, ieri le è stata negata ogni forma di pena alternativa al carcere.
Lauriola ha trentotto anni e nella vita coordina uno storico servizio torinese per senza dimora di cui cura il reinserimento sociale, mansione che ha visto crescere la sua già elevata rilevanza dall'inizio della crisi sanitaria che ha esposto i dormitori torinesi ad elevata pressione: eppure la portanza sociale di tale ruolo non ha impressionato i giudici, che hanno invece - così scrivono i militanti Notav in un comunicato - considerato il non allontanamento dalla val Susa, e men che meno dal movimento che da circa due decenni protesta contro la costruzione del tunnel di base della nuova tratta Torino - Lione, una ragione per negare pene alternative.
Si prospetta quindi un nuovo caso di carcerazione pesante in val Susa, in un momento connotato da un sostanziale stallo dei lavori, sebbene piccoli allargamenti del cantiere e roboanti proclami non manchino. L'avvocato Claudio Novaro: "Una decisione incomprensibile, tanto più che la relazione degli assistenti sociali ministeriali al tribunale era molto positiva e raccomandava la concessione dell'affidamento in prova. Sconcerta che, come nel caso di Luca Abbà (militante Notav, condannato pesantemente per resistenza a pubblico ufficiale nel 2019, ndr) il tribunale neghi le misure richieste chiamando in causa il dato territoriale, la residenza di Dana a Bussoleno, per sostenere tra le altre cose che la vicinanza con i luoghi della protesta Notav comporta il rischio di commissione di nuovi reati".
Marco Grimaldi, consigliere regionale di Leu, ha così commentato: "Nonostante l'equiparazione Notav-associazione sovversiva sia stata respinta dalla giustizia italiana, sembra che nel tribunale di Torino qualcuno continui nella sua personale guerra contro i fantasmi". Schierata con Dana Lauriola anche la consigliera regionale del M5S Francesca Frediani: "Una vergogna, questa non è giustizia. Dalla parte di Dana senza se e senza ma". In un commento postato sulla sua pagina social, Dana Lauriola, sottolinea: "Uno dei motivi per cui vado in carcere, scritto nero su bianco, è che non mi sono dissociata dalla lotta No Tav, l'altro è che ho continuato a vivere in Valle di Susa. Sono tranquilla per tutte le scelte che ho fatto in questi anni, ho amato la valle e la lotta No Tav per oltre 15 anni e continuerò a farlo anche se fisicamente lontana. Intanto vi abbraccio, vi farò avere mie notizie. Vi chiedo di continuare la lotta, con tutta la forza e il coraggio che avete".
ilfriuli.it, 15 settembre 2020
Il M5S ha presentato un'interrogazione al Ministero della Giustizia per capire l'avanzamento dei lavori a San Vito. Un'interrogazione al Ministero della Giustizia per monitorare gli avanzamenti nella realizzazione della nuova Casa Circondariale di San Vito al Tagliamento. Ne dà notizia il deputato pentastellato Luca Sut, capogruppo M5S in X Commissione Attività produttive della Camera.
"Pordenone ha urgentemente bisogno di una struttura penitenziaria che sopperisca alle carenze dell'attuale Istituto di piazza della Motta", esordisce Sut. "La vicenda è nota da tempo - incalza il Portavoce M5S - come da tempo si susseguono segnalazioni circa l'inadeguatezza degli spazi interni e il conseguente deterioramento delle condizioni detentive. Un'indagine condotta lo scorso anno dall'Associazione Antigone - aggiunge - non ha potuto che confermare le gravi carenze dell'antico Castello che ha fatto registrare un tasso di affollamento pari al 186,8%. Una situazione che ho constatato in prima persona, nel corso della recente ispezione svolta per le carceri della regione assieme alle colleghe Stefania Ascari e Sabrina De Carlo".
"Come tutti sappiamo - prosegue - l'avanzamento dei lavori per il nuovo penitenziario di San Vito ha subìto un forte rallentamento a causa delle vicende legate all'aggiudicazione dell'appalto. Fase ora conclusa - chiosa il deputato - ma ancora non seguita dalla ripresa del cantiere, in quanto si attende la pronunzia dell'Avvocatura dello Stato che chiarirà le condizioni economiche di subentro dell'impresa Pizzarotti alla prima aggiudicataria Kostruttiva.
Nel frattempo rimane viva la preoccupazione per il sovraffollamento della struttura pordenonese, a cui si aggiunge una carenza di personale di Polizia penitenziaria. Per questo ho voluto interrogare il Ministero della Giustizia, al fine di avere un quadro completo e aggiornato della questione che seguo già da tempo, restando in contatto sia con la Segreteria del Ministro Bonafede che con il Dipartimento di Amministrazione penitenziaria".
La Repubblica, 15 settembre 2020
L'ergastolano che seminato il panico nella Roma degli anni 70 era alla sua settima evasione. Catturato dalla polizia in un casolare nella provincia di Sassari. Era la sua settima evasione. È stato catturato dalla polizia Giuseppe Mastini, noto come "Johnny lo Zingaro", 60 anni, evaso dieci giorni fa dal carcere di massima sicurezza di Sassari. È stato preso dalla polizia in Sardegna, all'interno di un casolare nella provincia di Sassari. Non era tornato in prigione dopo un permesso premio.
Sette evasioni, due omicidi, un rapimento, 25 rapine e un grande amore: la storia criminale dell'ergastolano Giuseppe Mastini, inizia a Roma negli anni 70. Nato nel 1960 a Ponte San Pietro, Bergamo, si trasferisce a dieci anni a Roma con la sua famiglia e una carovana di famiglie sinti della Lombardia. La roulotte è parcheggiata in via Riccardo Balsamo Crivelli, al Tiburtino dove in pochi mesi Mastini diventa per i criminali del quartiere "Johnny lo zingaro".
Lavora nel parco giochi di famiglia ma la sua vera passione sono le auto: è un talento a guidarle e a rubarle. Così si fa un nome tra i piccoli delinquenti e inizia la sua carriera criminale. Nel 1971 partecipa a una rapina insieme a una banda del Tiburtino, scoperto dalla polizia preme il grilletto per la prima volta, spara poi scappa e si salva. Fa sul serio all'alba del 31 dicembre del 1975 quando ammazza - per un orologio di poco valore e diecimila lire - un operaio di 38 anni impiegato Atac, Vittorio Bigi, insieme all'amico Mauro Giorgio, anche lui quindicenne.
gazzettadisiena.it, 15 settembre 2020
È stato un successo "La Ripartenza", mostra di pittura ed elaborati dei detenuti della casa di Reclusione di Ranza, organizzata dal Gruppo Volontariato Penitenziario della Misericordia di Siena. L'esposizione artistica è stata collocata nella suggestiva cornice del Chiostro di San Martino luogo che, recentemente ristrutturato, rappresenta una delle strutture più belle del centro storico di Siena. L'edizione 2020 della Mostra di pittura ed elaborati dei detenuti della casa di Reclusione, ha portato il titolo significativo de 'La ripartenza' per ricordare, insieme, il nuovo cammino dei detenuti dopo aver scontato la pena e l'attuale percorso di vita di ognuno di noi dopo le limitazioni imposte dalla pandemia.
"Non pensavamo di farcela quest'anno e invece eccoci qua, si riparte" ha detto, introducendo la mostra, Andrea Valboni, Provveditore Arciconfraternita di Misericordia. "Arriviamo da un periodo particolarmente difficile - ha continuato Andrea Valboni - ed è questo uno dei motivi per i quali si è scelto di titolare la mostra "La Ripartenza", a significare un nuovo inizio per tutti noi. Ognuno, anche se a fatica, sta riuscendo nell'intento di ripartire, ci riavviciniamo leggermente alla normalità.
Il volontariato non deve ripartire perché, così come tante altre cose, non si è mai fermato e dunque per noi questa mostra - ha specificato il Provveditore - significa ripartenza morale, così come lo stesso significato può avere per le singole persone che vivono la quotidianità del carcere. La realizzazione delle opere, come quelle qui esposte, e il lavorio su attività creative, permette ai detenuti di fare qualche passo in più proprio sulla strada della rinascita e della ripartenza".
"La ripartenza non è la norma per persone che hanno vissuto esperienze carcerarie - ha detto Andrea Valboni - ma la capacità di un essere umano di riscattarsi è una cosa che travalica la singolarità dell'individuo e che riguarda semmai, più in generale, la società nel suo complesso. Ecco che si riparte: i detenuti sono ripartiti dipingendo, facendo dei quadri con fili, degli origami incredibili prova di creatività, estrema pazienza ed evidente capacità manuale; si apprezza lo sforzo e la voglia di esprimere qualcosa di proprio ed è questa, credo - ha concluso il Provveditore - che sia la cosa più bella di questa mostra".
"È dalle opere, dai colori, dalle linee che vediamo questo spirito di rinascita, di ripartenza: questi detenuti sono persone che hanno affinato la loro vena artistica e si nota una crescita anche in questo senso" ha detto questa mattina Vittoria Cogliandro, Referente Gruppo Volontariato Penitenziario della Misericordia di Siena.
Vittoria Cogliandro ha sottolineato come la mostra sia, nella realtà dei fatti, "una meta, perché rappresenta un ponte di congiungimento tra detenuti e la società esterna; i detenuti, attraverso queste opere, mediante i visi dipinti, ci danno la percezione di quello che è il loro stato interiore e di un lavoro che è portato avanti con estrema serietà. I risultati sono ottimi, e i detenuti hanno avuto una crescita pittorica notevole".
Sull'acquisto delle opere la Referente Gruppo Volontariato Penitenziario della Misericordia di Siena specifica: "Non si tratta di una vera e propria vendita, è una beneficenza: a seconda del valore del quadro suggerito dal detenuto, il ricavato serve all'acquisto di tele e colori per continuare a dipingere all'interno del carcere.
Per continuare a sognare - ha concluso Vittoria Cogliandro - a vedersi proiettati in un futuro migliore, a sfogare anche quello che è il proprio sentimento di rabbia e rimorso, alla ricerca di redenzione. L'arte è un veicolo molto importante verso il miglioramento del proprio io e, se si parla di disagio sociale ed arte, si nota quanto quest'ultima abbia una funzione estremamente terapeutica".
"La Ripartenza": mostra di pittura ed elaborati dei detenuti della casa di Reclusione di Ranza, Chiostro di San Martino.
di Sarah Martinenghi
La Repubblica, 15 settembre 2020
"Lotterò fino in fondo per riavere le mie ore di insegnamento in carcere. Il mio posto è anche lì". Giuseppina Vitiello, 58 anni, è un insegnante di inglese del Giulio, l'istituto superiore di via Bidone che ha, tra le sue sezioni, anche quella per gli studenti detenuti che vogliono diplomarsi. Finalmente, dopo 12 anni di precariato, quest'anno è diventata di ruolo. Finalmente è anche riuscita ad ottenere il trasferimento in quella scuola, come da lei richiesto.
Pensava di rivedere tutti i suoi studenti, quelli non ancora diplomati ovviamente, ma soprattutto quelli del Lorusso e Cotugno. A sorpresa però, la preside del suo istituto, Fiorella Gaddò, le ha comunicato che non sarà così. Una doccia fredda per lei che aveva dedicato già diversi anni nel progetto d'insegnamento in carcere, con un entusiasmo e una dedizione che, anziché essere premiata, è stata bypassata dall'esigenza di utilizzare la docente esclusivamente per gli studenti "liberi" che frequentano le ore serali del Giulio. La docente ha provato in ogni modo a convincere la sua dirigente a tornare indietro nella decisione, ma invano.
E così ha deciso di scrivere una lettera aperta a tutta la sua scuola, per sensibilizzare soprattutto i colleghi alla situazione dei detenuti: il rischio è di veder naufragare i progetti anche da lei costruiti per quegli studenti in condizione di fragilità. "Siamo solo due insegnanti di ruolo lì, e toglierne una significa smantellare il progetto, togliere il diritto alla continuità dell'insegnamento dei nostri allievi. Sto lottando per poter ritornare a insegnare in carcere: non è un posto ambito, ma ci vuole esperienza e motivazione per conquistare la fiducia di questi ragazzi.
Io ho avuto grandissime soddisfazioni da loro, e ho intrecciato rapporti per creare un polo educativo unico. Abbiamo aiutato e supportato tanti studenti che non hanno mai avuto la possibilità di frequentare davvero le scuole ma che hanno visto in questi progetti una chance per crearsi una nuova vita". L'insegnante ricorda gli ottimi risultati raggiunti dai 4 studenti detenuti che si sono diplomati da poco, tra cui due ragazzi della banda di piazza San Carlo.
"Lo stesso entusiasmo lo dedico alle ore serali, ovviamente - spiega ancora la docente - ma per me, come ho scritto nella lettera aperta, il carcere è una priorità. La sezione carceraria deve vivere e ha bisogno della collaborazione di tutti: dobbiamo difendere questo progetto, che potrebbe essere un fiore all'occhiello per il nostro istituto, non un fastidio da eliminare al più presto. Basta vedere negli occhi la luce che hanno i nostri allievi, e i risultati che hanno ottenuto mettendocela tutta in condizioni difficilissime. Vi assicuro che il gioco vale la candela".
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