Ristretti Orizzonti, 14 settembre 2020
La quarta edizione del Premio Books For Peace assegna un riconoscimento speciale per l'Impegno Sociale al Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere.
Books For Peace nasce da un progetto di un gruppo di associazioni: Funvic (Fundação Universitária Vida Cristã / Unifunvic) - Brasil club Unesco Bfuca-Wfuca sezione Europa, Anaspol (Associazione Nazionale Agenti Sottufficiali Polizie Locali), Ass.ne Nazionale Giudici di Pace, Iadpes International Academy Diplomatic Pax et Salus, con lo scopo di valorizzare i libri, la cultura, lo sport, l'arte. Al fianco di un concorso letterario il Premio tratta gli argomenti della Pace a tutto tondo, non solo tra i popoli, ma dei popoli, come la violenza di genere, il bullismo, le discriminazioni razziali e religiose, l'integrazione sociale e culturale.
La quarta edizione di Books For Peace 2020 ha voluto condividere, valorizzare, scoprire l'arte e la cultura di chi vede il mondo da un altro punto di vista, premiare le loro attività di vita e cultura.
Tra queste l'esperienza del Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere (Cntic), fondata nel 2011 in occasione dell'XI Convegno internazionale su "I teatri delle diversità" promosso dal Teatro Universitario Aenigma e dalla Rivista europea omonima fondata all'Università di Urbino Carlo Bo da Vito Minoia ed Emilio Pozzi, docenti di discipline dell'educazione e dello spettacolo (il primo anche presidente del Cntic).
Oggi il Coordinamento riunisce oltre 50 esperienze da 15 regioni italiane (http://www.teatrocarcere.it/) ed ha strutturato un Protocollo d'Intesa con il Ministero della Giustizia (Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria e Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità) e l'Università Roma Tre per la promozione e diffusione del teatro in carcere. Grazie a primi studi avviati con l'Istituto Superiore di Studi Penitenziari nel 2014 i primi dati significativi rivelano che il tasso di recidiva per chi segue una buona esperienza di teatro in carcere si riduce dal 67% al 6%.
Il lavoro sin qui sviluppato è stato considerato una "buona pratica" in ambito internazionale e il 26 marzo 2019 l'International Theatre Institute (Iti - Unesco) decide di celebrare ufficialmente la Giornata Mondiale del Teatro (cerimonia abitualmente organizzata presso il quartier generale Unesco di Parigi) nell'istituto penitenziario di Pesaro riconoscendo il valore universale della pratica del teatro in carcere. A novembre 2019 a Urbania (Pesaro e Urbino) prendono avvio i lavori dell'International Network Theatre in Prison (Intip - theatreinprison.org), organismo partner dell'ITI-Unesco.
Il Premio dunque segna un percorso ormai maturo che sta coinvolgendo varie altre istituzioni (Università, Istituzioni scolastiche, Contesti per la Giustizia minorile e di comunità, Uffici di Esecuzione Penale Esterna, Teatri, Enti Locali) e giunge nel momento molto importante della ripresa delle attività dopo il Lockdown con in cantiere due iniziative significative: il XXI Convegno internazionale che si terrà a Urbania il 29-30-31 ottobre 2020 con il titolo Dialoghi tra pedagogia, teatro e carcere (a breve il programma sul sito https://www.teatridellediversita.it/) e la Settima Rassegna nazionale itinerante Destini Incrociati in collaborazione con l'Università di Roma Tre e l'Associazione Nazionale dei Critici di Teatro nella seconda metà di novembre 2020 (data da definire) con il sostegno del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo.
Il commento di Vito Minoia, presidente del Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere: "Sono grato e onorato di ricevere questo importante riconoscimento a favore di tutti gli operatori che con impegno e dedizione promuovono il teatro in carcere in Italia e a livello internazionale. Nella condizione di privazione della libertà personale, tale esperienza, etica ed estetica allo stesso tempo, può stimolare coscienza e azione in una prospettiva di superamento della marginalità e dell'esclusione, lasciandoci sperare nelle potenzialità dell'arte e della cultura come strumenti di prevenzione e formazione per una società inclusiva".
di Luca Bergamin
Corriere della Sera, 14 settembre 2020
I detenuti stessi scriveranno i testi che poi metteranno in scena. Il progetto di Franco Ungaro con l'Accademia Mediterranea dell'Attore coinvolgerà anche i quartieri disagiati della città. Il teatro non è altro che il disperato sforzo dell'uomo di dare un senso alla vita. Lo disse Eduardo De Filippo. Una conferma arriva dalla Casa Circondariale di Lecce dove riprendono, dopo la sospensione causata dalla pandemia, i corsi di recitazione destinati ai detenuti.
Ad organizzarli è ancora Ama, l'Accademia Mediterranea dell'Attore (accademiaama.it), diretta da quello scopritore e seminatore di talenti che è Franco Ungaro. Merito suo se sino allo scorso inizio di primavera più di trenta ospiti della Casa Circondariale, persone condannate alla reclusione per reati legati a droga, rapine, soggetti a pene non leggere, hanno accettato di prendere parte alle lezioni tenute da quattro operatori, intraprendendo così un percorso di reciproca fiducia e ascolto, proseguito poi online e culminato in un'apertura al pubblico esterno.
"Grazie al sostegno dell'illuminata direttrice Rita Russo, puntiamo - dice Ungaro -, oltre che alla stesura di testi da parte dei detenuti stessi, all'allestimento di spettacoli che si possano svolgere nella casa circondariale, ai quali tutti possano assistere. L'esempio del Carcere di Volterra è la strada da seguire: noi coinvolgiamo gli ospiti in una serie di improvvisazioni, confessioni e sguardi. Posso dire che ci sentiamo già una grande e unica famiglia umana e teatrale. Vogliamo che insegnare loro i lavori dello spettacolo: potrebbe in futuro tornare utile".
L'attenzione di Ama verso il sociale, del resto, è comprovata da numerosi progetti, tra i quali il più recente e prossimo alla ripartenza è quello del coinvolgimento delle periferie e quartieri più disagiati, come ad esempio il 167 di Lecce, noto alle cronache per il coinvolgimento di parte dei suoi abitanti in episodi di cronaca legati alle faide della Sacra Coronata Unita.
"Fare teatro lì, partecipando anche ai progetti di street art, ha significato mostrare alle famiglie che non sono sole, che l'arte è un mezzo di coinvolgimento e di riscatto delle coscienze - continua Ungaro. L'empatia che si è creata è tale che adesso quelle stesse famiglie assistono a tutti gli spettacoli che facciamo al Museo Castromediano e in altre sedi, e ci chiedono di tornare a fare laboratori tra i palazzotti degradati. La soddisfazione umana che si prova è davvero tanta e reciproca". Aveva dunque sempre ragione Eduardo De Filippo quando sosteneva che il teatro porta alla vita e la vita porta al teatro. Non si possono scindere le due cose.
di Massimo Basile
La Repubblica, 14 settembre 2020
"Conosco neonazisti che fanno i poliziotti. Solo nel mio gruppo lo sono diventati tre, immaginatevi quanti possano essere". Frank Meeink, 45 anni, è stato uno dei più importanti leader neo-nazi d'America, al punto da ispirare il personaggio di Derek Vinyard, il giovane fanatico con la svastica tatuata sul petto interpretato da Edward Norton, nel film American History X. Meeink adesso gira l'America per mettere in guardia da quelli come lui.
All'inizio, durante gli incontri pubblici, gli chiedevano del suo passato, di quando a 13 anni divenne nazi per sfuggire agli abusi subiti in famiglia, alla periferia di Philadelphia, e di quando a 17 rapì e quasi uccise un Antifa, registrando tutto in un video. Meeink finì in carcere per tre anni e fu la sua salvezza: a contatto con i neri, egomaniaco, pazzo, alcolizzato, sconfisse i demoni. Adesso lavora per Life After Hate, no-profit che aiuta chi lascia gruppi di odio, ma da quando Donald Trump definì "very fine people".
I nazisti all'indomani della morte di una giovane pacifista a Charlottesville, il lavoro si è ridotto. Se non lasciano i gruppi d'odio, dove vanno? Meeink dice di saperlo. Il sito americano The- DailyBeast gli ha chiesto se la polizia sia davvero razzista, e lui ha risposto: non solo è razzista, ma arruola neonazisti e militanti di estrema destra. E da prima di Trump. Meeink ricorda un incontro con i leader nazionalisti bianchi a inizio anni 90.
"Ci dissero di coprirci le svastiche, farci crescere i capelli e entrare nella polizia. Tre lo fecero". Il 17 ottobre 2006 l'Fbi rilasciò un dossier dal titolo: "Le infiltrazioni dei suprematisti bianchi nelle forze di polizia". Sette pagine di annotazioni e tabelle sintetizzatili in un paio di passaggi: "La minaccia primaria dall'infiltrazione e il reclutamento possono mettere a rischio la sicurezza degli stessi agenti".
Si cita il Ku Klux Klan: "È il gruppo più famoso tra quelli suprematisti che ha trovato sostegno in molte comunità, supporto che si è tradotto in legami con le forze di polizia locale". Quattordici anni dopo la situazione non è migliorata. L'agente dell'Fbi Michael German ha denunciato il proliferare di "razzismo, suprematismo bianco, e militanti di estrema destra nelle forze dell'ordine".
Sceriffi in Texas risultati membri del Ku Klux Klan, come in North Carolina e Michigan, "chat room" in Nebraska tra ufficiali e gruppi suprematisti. La risposta del governo federale è risultata "inesistente". Dalla morte di George Floyd, l'afroamericano ucciso dalla polizia a Minneapolis, all'agguato ai due vice sceriffi nei sobborghi di Los Angeles, tutti sanno che la violenza è in aumento, ma molti non sanno più da che parte cominci.
Meeink indica una soluzione: "Devono mettere un mucchio di ex nazisti come me ad analizzare biografie e dati dei poliziotti. Saremmo in grado di riconoscerli e indicarli. È arrivato il tempo di fare qualcosa di utile per la gente". L'ex leader nazi è convinto di potercela fare. "Le persone come me - conclude - hanno gli anticorpi dell'odio, perché il virus dell'odio ci ha divorati a lungo".
di Adolfo Pappalardo
Il Mattino, 14 settembre 2020
Tra stop and go la Camera solo un mese fa è riuscita a portarla in aula su iniziativa dei democratici. Sono vent'anni che in Italia si discute di un inasprimento della pena per chi commette reati di discriminazione sessuale e di genere ma sinora nulla. E se un passo in avanti c'è stato, viene dal Pd con la cosiddetta norma Zan, dal nome del relatore, il deputato democrat Alessandro.
Si prevede di aggiornare i delitti della legge Mancino (contro le discriminazioni per motivi razziali, etnici e religiosi) aggiungendovi anche quelli di carattere sessuale. Oltre a questo, la nuova legge mira a diffondere una cultura della tolleranza, con l'istituzione della giornata nazionale contro l'omofobia e la transfobia.
Solo il 5 agosto alla Camera c'è stata la discussione generale e a settembre era previsto l'esame del provvedimento, comprese due pregiudiziali di costituzionalità presentate da Fratelli d'Italia e Lega. Ma perché tanta lentezza? Nella scorsa legislatura il democrat Ivan Scalfarotto tentò di portare a casa le norme ma alla fine si arrese.
Da un lato il mondo arcobaleno, dall'altro la Chiesa. Due esigenze contrapposte che non sono mai scese a compromessi, né si è riuscito a trovare una mediazione. E, tanto per capirci, appena nel giugno scorso la Conferenza Episcopale Italiana, in documento ufficiale alla vigilia della discussione della legge Zan in Parlamento, faceva notare come "nell'ordinamento giuridico del nostro Paese esistono già adeguati presidi con cui prevenire e reprimere ogni comportamento violento o persecutorio.
Questa consapevolezza ci porta a guardare con preoccupazione alle proposte di legge attualmente in corso di esame presso la commissione Giustizia della Camera dei Deputati contro i reati di omotransfobia: anche - sottolinea la Chiesa italiana - per questi ambiti non solo non si riscontra alcun vuoto normativo, ma nemmeno lacune che giustifichino l'urgenza di nuove disposizioni". Un alt pesantissimo dalla Chiesa italiana che il centrodestra, in particolare, ha fatto suo.
"Il vero obiettivo della proposta di legge Zan sull'omofobia è quello di introdurre un reato di opinione", diceva la leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni all'indomani del documento della Cei. "Il rischio - spiegava invece il leghista Salvini a inizio luglio quando il ddl Zan arrivò in commissione - è di sconfinare nell'ideologia, ed è un rischio troppo elevato. Per quel che mi riguarda se qualcuno viene discriminato, insultato, pestato, l'unica via possibile è la galera. Non esiste il pestaggio più grave o l'insulto più grave. Non ci sono differenze, altrimenti anche noi presentiamo una legge ma questa volta contro l'eterofobia".
Non a caso ieri, dopo l'omicidio della 22enne di Caivano, è la Sinistra a prendersela con i due politici di centrodestra. "La tragedia di Maria Paola ci dice quanto ci sia bisogno di una legge contro l'omotransfobia. Salvini e Meloni avranno ancora il coraggio di non riconoscere questa emergenza a cui la politica deve dare una risposta, subito?", si chiede il portavoce nazionale di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni.
"Il nostro Paese non può più stare fermo ad attendere l'ennesimo caso, l'ennesima discriminazione, l'ennesimo omicidio. Dobbiamo approvare la legge contro l'omotransfobia e la misoginia e dobbiamo farlo subito: dall'estensione della legge Reale-Mancino a questa fattispecie di reato, fino all'istituzione di centri antidiscriminazione e di case rifugio per dare riparo e sostegno alle vittime", spiega Alessandro Zan, il deputato Pd e relatore del ddl contro omotransfobia e misoginia. E aggiunge: "Il Parlamento deve assumersi le proprie responsabilità e deve dare al Paese una norma efficace perché questo ritardo continua a mietere vittime".
"È un'altra drammatica conferma dell'urgenza di approvare la legge del Pd contro l'omofobia e la transfobia", chiede ieri il segretario democrat Nicola Zingaretti. Mentre la legge Zan approdava alla Camera, il 7 agosto scorso la Campania si è dotata della legge n. 37/2020 ovvero "Norme contro la violenza e le discriminazioni determinate dall'orientamento sessuale e dall'identità di genere".
"Abbiamo lavorato molto con l'assessora Marcirai, la commissione Pari Opportunità e la Consulta per la condizione femminile", spiega Loredana Raia, consigliere Pd e promotrice della legge. Ovviamente la norma campana non può prevedere sanzioni ma istituisce un Osservatorio e favorisce progetti e interventi di accoglienza, soccorso, protezione e sostegno alle vittime di questo tipo di violenza. Con una dotazione finanziaria però di appena 300mila curo per il triennio 2020-2022. Ma ad oggi, dopo il varo, non c'è traccia di iniziative. "Chiederò - conclude la Raia - di accelerare le procedure per rendere operativa la legge approvata, attivando subito l'osservatorio regionale".
di Maurizio de Giovanni
La Stampa, 14 settembre 2020
Sarebbe facile. Sarebbe molto facile dare la solita lettura di quest'ennesima, atroce storia: interpretare nel modo consueto l'inseguimento notturno delle due moto tra Caivano e Acerra, un fratello che non perdona alla sorella la sua storia d'amore e la sperona, e mentre lei muore col collo spezzato lui si accanisce sulla compagna a calci e a pugni, e mentre quella lo prega e lo scongiura di occuparsi della sorella lui niente, continua a picchiare, e continua e continua finché arrivano i carabinieri e si rende conto delle conseguenze di quello che ha fatto, di quello che realmente è accaduto.
Sarebbe facile parlare di arretratezza e degrado, di quanto il Sud del paese e del mondo sia indietro, dell'infamia dell'ignoranza e della violenza che rende in qualche modo insuperabile l'incapacità della comprensione. Sarebbe facile levare il solito grido di dolore, richiamando l'attenzione superficiale e distratta sull'assenza delle istituzioni in un luogo folle in cui tutti sanno esistere la piazza di spaccio più grande d'Europa e nessuno fa niente per estirparne il cancro, in un comune da anni commissariato per il forte intreccio tra malavita organizzata e amministrazioni, dove non è possibile esercitare liberamente il diritto al voto.
Sarebbe facile richiamare la difficoltà della scuola, in un luogo dove un ragazzo su tre non frequenta alcun istituto nell'età dell'obbligo all'istruzione e nessuno se ne occupa. Sarebbe facile puntare l'indice su strutture familiari che non sanno proporre modelli, dove la strada è una giungla e dove i maestri sono quelli che propongono un modo semplice e diretto di fare soldi, e poco importa se questi modelli portano a una precoce morte violenta o a lunghe carcerazioni che non sono certo redentive ma che consolidano e acuiscono la determinazione a vivere da delinquenti.
E sarebbe meno facile ma comunque possibile dire che comunque Maria Paola aveva voluto vivere e viveva la propria storia d'amore, e che da anni conviveva con chi amava, e che se non fosse stato per la nebbia che ha avvolto il malfunzionante cervello e il cuore ottuso di suo fratello ancora la vivrebbe, proprio lì e proprio adesso, nonostante il mondo e nonostante una assurda, ignobile e maligna morale con la emme molto minuscola. Sarebbe facile.
Noi invece non riusciamo a liberarci dall'orribile sensazione che esista un filo rosso e grondante che unisce tutti gli eventi che la cronaca ci getta impietosa in faccia, nelle pieghe del racconto di una pandemia che distanzia e allontana e rende soli e silenziosi. Non riusciamo a liberarci dal riconoscere una perversa, dolorosa identità in questi corpi insanguinati e in queste morti inutili e quindi ancora più agghiaccianti. E Maria Paola, uccisa dal proprio stesso sangue solo perché era innamorata, si colloca al fianco di Willy che voleva difendere un amico dalla furia folle, e al fianco di Filippo, che era andato in discoteca a Bastia Umbra ed è morto in una rissa; e di Evan, che non aveva ancora due anni ma che prima di morire aveva già conosciuto l'ospedale per i precedenti maltrattamenti, e di Gioele, il cui minuscolo cadavere è stato sbranato dai cani nel silenzio di un declivio al fianco di un'autostrada.
Perché a unire questi morti, a legare questo sangue c'è il silenzio, l'indifferenza e l'incapacità di prevedere qualcosa che era leggibile, che si poteva immaginare e fermare prima. E c'è l'odio che caratterizza quest'epoca, alimentato nelle aule della politica e nei talk show in cui se urli e strepiti e sbavi con gli occhi iniettati di sangue sei più cool, più attraente e più ascoltato. Un odio profondo e divisivo, un'intolleranza sdoganata come fosse un'opinione, un rispettabile punto di vista. Che invece è solo concorso in omicidio.
di Marianna Vallone
La Città di Salerno, 14 settembre 2020
È l'organizzazione criminale più ricca e potente in Italia ed Europa. Una mafia arcaica fatta di picciotti e rozzi contadini, che oggi dominano l'economia. Cos'è accaduto, com'è nata e come si è sviluppata nei secoli, lo racconta chi da anni è impegnato nella battaglia contro la criminalità organizzata. Il procuratore della Repubblica di Catanzaro, "Storia segreta della 'ndrangheta" ne conosce ogni segreto. Conosce le carenze dello Stato, l'impatto della mafia sulla società e gli strumenti per combatterla. La complessità della 'ndrangheta, Nicola Gratteri, insieme ad Antonio Nicaso, l'ha raccontata pure nei suoi libri, ben 18: lo fanno da 15 anni. Ad una sola domanda non era stata data ancora una risposta: perché, nell'Ottocento, i ladri di polli in Italia sono diventati mafia mentre in Europa sono rimasti ladri di polli. Nel suo ultimo libro, "Storia segreta della 'ndrangheta", lo rivela.
Come ha scoperto i segreti della 'ndrangheta?
Facendo tanta ricerca storica. Con il professore Nicaso siamo partiti da prima dell'Unità d'Italia, quando nell'Isola di Favignana erano detenuti non solo politici, ma anche pregiudicati campani, calabresi e siciliani. C'è stato un interscambio di riti con terminologie comuni, una sorta di copia: i pregiudicati analfabeti hanno cercato di imitare i detenuti politici che erano colti e sapevano scrivere. Li guardavano con ammirazione e hanno cercato di mutuare il linguaggio, i comportamenti. In questa commistione tra le tre tipologie di criminali, inizia a nascere una terminologia comune, "picciotto", un termine della 'ndrangheta usato anche in Campania.
Più avanti, nell'Ottocento, com'era la situazione?
Nel 1869 ci sono le prime elezioni comunali a Reggio Calabria con due liste, una capeggiata dai Borboni e dalla Chiesa, l'altra dai latifondisti e aristocratici. Questi pagano dei picciotti, tra i quali Francesco De Stefano, che ai più dice poco: era stato condannato per reati comuni. Un ladro di polli. E fu chiamato per fare atti di pestaggio, di terrorismo, contro i candidati della lista opposto e i loro elettori. Questo gesto ha dato legittimazione ai ladri di polli, che a quel punto sono diventati interlocutori della classe dirigente.
Perché dice che Francesco De Stefano ai più dice poco?
Perché lui nel 1869 era un ladro di polli, ma la sua famiglia, i De Stefano, oggi controlla metà Reggio Calabria e un quarto di Milano.
Quindi la classe dirigente ha favorito la crescita delle mafie?
Inizialmente la classe dirigente ha usato la mafia, ha pensato di usarla, di poterla usare pagandola, per avere scorciatoie, servigi e certezza del successo in alcune azioni. Nella realtà non si faceva altro che legittimarla.
Un altro episodio?
Il terremoto del 1908, ad esempio, ha spazzato via la città di Reggio Calabria: sono morte oltre 100mila persone. Il governo centrale, per risolvere il dramma, con una legge ha stanziato 175 miliardi di lire: una cifra ingente a quei tempi. La legge prevedeva che, a chiunque avesse avuto una casa distrutta, lo Stato avrebbe dato il 70% della spesa complessiva per ristrutturarla. Ma calandoci nel momento scopriamo che la gente non aveva soldi, quel 30% la gente non sapeva dove prenderlo. Ci ha pensato la picciotteria: addirittura arrivarono degli appartenenti alla Mano Nera di New York per prestare soldi. È stata favorita l'usura, involontariamente, attraverso una legge sbagliata.
Ha detto spesso che la mafia è più presente sui territori della politica, è così?
Sì soprattutto negli ultimi decenni. Un capomafia è presente sul territorio 365 giorni all'anno, mentre un politico è presente 4 mesi prima delle elezioni e magari dopo essere eletto cambia anche il numero di telefono per non essere disturbato. Un mafioso è l'interlocutore diretto dei cittadini, del popolo, degli emarginati, delle periferie, dove la politica non si fa vedere, quindi quando arriva il momento di votare, l'emarginato, il disoccupato e il popolo voteranno per il candidato prescelto dal capomafia.
È il politico che va dal capomafia o viceversa?
Negli ultimi 25 anni è la politica che va dal capomafia perché è lui che ha i voti. Il politico non ha più credibilità sul territorio, perché non dà risposte. Il mafioso dà risposte: parziali, drogate e da schiavi, ma le dà.
Perché la 'ndrangheta è la meno conosciuta delle altre mafie?
I motivi sono diversi. La mafia non è stata narrata nei libri, la 'ndrangheta però è stata brava a mimetizzarsi, ha cercato accordi con le istituzioni, sopravvivendo a tutti i periodi storici.
Lei ha avuto mai paura?
Sì ogni tanto. Mi accorgo che la paura la sento anche fisicamente, la lingua mi diventa amara. Però l'importante è dominare la paura, parlare e discutere con la morte. L'importante è essere convinti che quello che si fa serve, serve a rendere più vivibile un territorio, solo così il dolore e la fatica passano.
agenzianova.com, 14 settembre 2020
Nonostante le richieste di assistenza delle famiglie, il governo di Hong Kong ha rifiutato di interferire nell'arresto, da parte delle autorità cinesi, di 12 residenti della ex colonia britannica che tentavano di fuggire a Taiwan via mare. Secondo il governo di Hong Kong, il caso rientra nella giurisdizione della Cina continentale.
In una dichiarazione rilasciata ieri, 13 settembre, le autorità di Hong Kong hanno affermato di aver ricevuto richieste di assistenza dalle famiglie dei residenti arrestati il mese scorso dalle forze dell'ordine del continente per ingresso illegale nella Cina continentale, dopo aver tentato di fuggire a Taiwan. Secondo la Cina questi individui sarebbero "separatisti".
"Il crimine in questione rientra nella giurisdizione della Cina continentale, e il governo della regione amministrativa speciale rispetta e non interferirà con le azioni delle forze dell'ordine", ha spiegato il governo di Hong Kong. Il gruppo è stato sospettato di aver commesso "vari reati penali" a Hong Kong, e il governo ha esortato le famiglie a utilizzare un servizio di consulenza legale fornito gratuitamente.
Il governo è intervenuto dopo che i parenti dei detenuti hanno tenuto una conferenza stampa a Hong Kong, chiedendo il ritorno urgente dei 12 che erano stati intercettati dalla guardia costiera del Guangdong il 23 agosto su una imbarcazione diretta a Taiwan. Le famiglie chiedono che gli arrestati possano consultare gli avvocati designati da loro e non dal governo cinese, e che sia loro permesso di chiamare i parenti a Hong Kong.
Un ragazzo di 16 anni è il più giovane detenuto e molti hanno bisogno di farmaci, hanno detto i parenti. Il portavoce del dipartimento di Stato Usa, Morgan Ortagus, ha twittato che gli arresti sono "un altro esempio del deterioramento dei diritti umani a Hong Kong", e ha invitato le autorità cinesi a "garantire un giusto processo".
di Franca Giansoldati
Il Messaggero, 13 settembre 2020
Gli scatoloni sono ormai pronti. Destinazione Milano. Marta Cartabia lascia il Palazzo della Consulta, dove è entrata trentenne, come assistente di studio, nel 1993, e poi è ritornata, nel 2011, a 48 anni, come giudice costituzionale nominata dall'allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Negli ultimi nove mesi, i suoi colleghi l'hanno scelta per guidare la Corte, prima presidente donna nella storia della Repubblica.
agensir.it, 13 settembre 2020
"La pena deve consistere in qualcosa che riconduca le cose a un equilibrio, non soltanto in una punizione. Su questo la Corte costituzionale si è più volta espressa". Lo ha detto Cesare Mirabelli, costituzionalista, ex presidente della Corte Costituzionale, oggi consigliere generale dello Stato della Città del Vaticano, intervenuto al Festival della comunicazione "I media Cei... insieme per passione", in corso a Terrasini.
di Nicola Apollonio
Gazzetta del Mezzogiorno, 13 settembre 2020
Sembra che per la malagiustizia non ci sia mai fine. E sembra che non sia affatto vero che la detenzione in carcere, oltre che per punizione per i reati commessi, serve anche come mezzo di riabilitazione. È vero, semmai, che al detenuto vengono applicate prassi distorte e arbitrarie, come pene suppletive per i delitti consumati.
- Terni. Detenuti trasferiti dopo le rivolte di marzo, tre morti "sospette" nel carcere
- Calabria. Carceri, "Il viaggio della speranza" per superare lo stato d'emergenza
- Solo un giusto processo ci restituirà la civiltà distrutta a Colleferro
- Ferrara. "Galeorto", anche in carcere sboccia la natura
- Milano. La giustizia riparte, ma senza personale










