di Giuseppe Sottile
Il Foglio, 12 settembre 2020
Tra lockdown e sezione feriale quasi cinque mesi di chiusura. I processi penali arretrati hanno superato la soglia di un milione e mezzo. Ma chi controlla le presenze nelle corti e soprattutto nelle procure? Nessuno. Prima il Covid, poi è subentrata la sezione feriale e i tribunali si sono di nuovo svuotati. Si riprenderà, se non ci saranno complicazioni, tra una settimana.
Lui, Aristide Carabillò, meglio conosciuto come il principe del Foro, se la cava con un richiamo a Pitagora e davanti al deserto del Palazzo di Giustizia sostiene che "la verità ormai non la danno né le chiacchiere né i tribunali: la danno solo i numeri". Statistiche ormai seppellite negli scantinati del ministero a Roma dicono che i processi penali arretrati hanno sfiorato, alla fine del 2019, la mastodontica cifra di un milione e mezzo.
Se provate ad accatastare i fascicoli uno sopra l'altro vi troverete di fronte a una montagna alta quanto il Vesuvio. Sotto quella montagna di carte ci troverete di tutto: avvisi di garanzia, mandati di comparizione, decreti di archiviazione, ordinanze di rinvio a giudizio, memorie difensive, atti di imputazione, perizie giurate, sentenze di primo grado, motivazioni di appello, ricorsi in Cassazione. Ma ci troverete soprattutto uomini, drammi, lacrime, tribolazioni e rabbia.
Sono almeno tre milioni di italiani che, in questo spaventoso anno di sventura, aspettano giustizia. La implorano le cosiddette parti lese, cioè le vittime e i familiari delle vittime: tutti quelli che hanno avuto un danno e sperano di ottenere quanto prima un risarcimento.
E la reclamano anche i reprobi: quelli che sono stati segnati a dito dagli investigatori come responsabili del misfatto e sono stati appesi al palo della gogna; quelli che sono finiti in carcere o ai domiciliari, che sono stati già interrogati dal pubblico ministero e poi dal giudice per le indagini preliminari e ora chiedono con insistenza che un collegio giudicante li liberi da questo calvario senza fine, senza tempo, senza confini. Dentro o fuori, poco importa. L'importante è uscirne vivi. Ma i giudici dove sono?
Per quattro mesi la paura del Covid ha paralizzato i palazzi di giustizia: aule chiuse, corridoi deserti, cancellerie sprangate, avvocati a spasso o in fila per uno, con la mascherina, quando il lockdown si è appena allentato. Poi però è subentrata la sezione feriale e i tribunali si sono di nuovo svuotati. Si riprenderà, se non ci saranno complicazioni, tra una settimana.
Ma bisognerà adottare tutte le cautele previste dalla pandemia e sarà difficile che gli uffici possano riprendere il ritmo dei tempi che furono. Si andrà avanti lentamente, con i piedi di piombo. A Palermo, città di mafia e di tutte le emergenze, a fine giugno la cronaca ha registrato il rinvio di ottomila processi. È probabile che, a conclusione della sezione feriale, l'arretrato toccherà quota quindicimila. O forse più. Quale governo avrà la forza o la fantasia di trovare una soluzione? Quale risposta darà il ministro Guardasigilli, Alfonso Bonafede, a quelle vittime e a quei reprobi che il lockdown ha spinto ancora più giù, nelle caverne di un inferno senza orizzonte e senza speranze?
Il numero dei magistrati è quello che è: in tutta Italia sono poco più di novemila. E la giustizia non è come la scuola; il ministro non può fare ricorso a un esercito di supplenti o di precari. Ci vuole, oltre allo studio e alla competenza, anche una investitura sacra e inviolabile da parte del Consiglio superiore della magistratura. Si possono bandire nuovi concorsi, ma con tempi prevedibilmente lunghi, lunghissimi. Tuttavia un rimedio dovrà pur esserci.
Sommando rinvii su rinvii presto arriveremo alla paralisi totale. Non resta che guardare all'organizzazione interna degli uffici e trovare lì una soluzione. Forse sarà necessario sacrificare qualche privilegio, ma un tentativo andrebbe comunque fatto. "Comincerei dalla cosa più semplice, più elementare: l'orario di lavoro", sentenzia Aristide Carabillò, principe del Foro, con l'aria di chi ha appena scoperto non un uovo ma un ovetto di Colombo. E chi può dargli torto?
Non c'è ospedale in cui i medici non siano obbligati a firmare un foglio di presenza, entrata e uscita. Non c'è caserma in cui ogni militare non sia sottoposto agli obblighi imposti dalla gerarchia. Non c'è ministero in cui il capo del personale non chieda a ogni funzionario conto e ragione sull'organizzazione e tempi del suo lavoro. Non c'è ufficio in cui non ci sia una disciplina e dove non si valuti la produttività di ogni singolo operatore, magari promovendo quelli che hanno fatto il proprio dovere e sanzionando quelli che non hanno rispettato le regole. Il mondo del lavoro, piaccia o no, è fatto così. Ma il mondo della giustizia italiana è un altro mondo.
"Il magistrato è soggetto solo alla legge", si legge tra i dieci comandamenti dell'ordinamento giudiziario. Il principio è stato fissato a lettere d'oro per garantire a ogni giudice autonomia e indipendenza. Ma, a forza di interpretazioni e dilatazioni da parte di quell'organo di governo che è il Csm, la salvaguardia dell'autonomia e dell'indipendenza è diventata per ciascun magistrato la libertà di fare quello che vuole. E guai a contrastarlo. E guai se un procuratore si azzarda a chiedere a uno dei suoi sostituti il perché o il per come di un ritardo, di una negligenza, di un arbitrio o di un menefreghismo. Apriti cielo.
Il sostituto griderà immediatamente allo scandalo. Dirà che i tempi e i modi di una inchiesta appartengono solo ed esclusivamente alle sue decisioni; che fargli fretta equivale a comprimere la libertà delle sue scelte e quasi certamente chiederà la tutela del Csm e dell'Associazione nazionale dei magistrati. Se il fervido e solerte Bonafede mostrasse per i tempi della giustizia la stessa passione che lo ha spinto a privilegiare le manette - le manette e nulla più - potrebbe farsi una passeggiata da via Arenula a piazza Indipendenza, dove ha sede l'organo di autogoverno dei giudici.
Negli archivi di Palazzo dei Marescialli potrebbe fare scoperte illuminanti e capire che non bastano le devastazioni del trojan per sbaragliare i corrotti e rendere efficace la giustizia italiana; che non basta dotare i pubblici ministeri degli strumenti più invasivi e sbirreschi per diffondere la cultura del diritto; che non basta assecondare le pulsazioni forcaiole di chi urla "onestà-onestà" per garantire al paese sicurezza e legalità.
Attraverso l'archivio del Csm il ministro Guardasigilli potrebbe ricostruire un episodio che, da solo, vale forse più di un trattato di sociologia giudiziaria. Dimostra come le correnti della magistratura abbiano lentamente e inesorabilmente abbattuto il principio di autorità e gerarchia che, prima degli anni Settanta, regolava bene o male la vita degli uffici.
Le procure avevano un capo al quale si dava rigorosamente del lei. Tribunali e Corti di Appello avevano presidenti ai quali ci si rivolgeva con un rispettosissimo "sua eccellenza". Nostalgie? Può darsi. Oggi è tutto stravolto. E lo stravolgimento ha origine proprio negli anni ai quali si riferisce la "pratica", allora si chiamava così, che il giovane Bonafede dovrebbe studiare con straordinaria diligenza; con una acribia degna di un uomo delle istituzioni.
Eccola. Succede che un giorno di quegli anni arriva sul tavolo di Salvatore Curti Giardina, procuratore capo di Palermo, un rapporto della polizia, su fatti molto gravi, che faceva riferimento ad altri nove dossier spediti prima del suo insediamento e che i sostituti - tutti brillanti e tutti impancati su un furore antimafia - avevano puntualmente lasciato a marcire nei cassetti. Il procuratore, forse per non urtare la suscettibilità di nessuno, richiama a sé l'inchiesta, formula di suo pugno i capi di imputazione e invia il fascicolo all'ufficio del giudice istruttore per le decisioni conseguenti. Da un lato toglie ai suoi pubblici ministeri il peso di una responsabilità che loro avevano comunque preso sottogamba; e dall'altro lato accelera un provvedimento che gli investigatori della polizia attendevano comunque da parecchio tempo.
Non l'avesse mai fatto. I sostituti, ciascuno utilizzando i canali della propria corrente di appartenenza, hanno cercato rifugio e protezione nel Csm. Hanno pianto sulla spalla dei propri referenti e nel giro di due brevi sedute, Curti Giardina si è trovato sul banco degli imputati.
La legge prevede il deposito entro novanta giorni, ma non si tratta di una scadenza perentoria. La data si può discutere e così capita che si impieghino fino a cinque mesi per una motivazione che chiunque avrebbe potuto scrivere in due o tre settimane. Tanto, chi controlla? Chi busserà mai alla porta di un giudice per sapere se ha lavorato quattro ore al giorno o solo tre giorni in un mese?
Con questi tempi e, soprattutto, con l'elasticità delle regole che abbiamo fin qui descritto, è molto difficile immaginare un recupero dell'arretrato che si è ammonticchiato in questi ultimi cinque mesi nei palazzi di giustizia.
I lunghi corridoi restano popolati solo da fantasmi: da avvocati che smaniano per portare a casa un risultato e presentare una parcella al cliente; da due o tre cancellieri applicati alla sezione feriale; da due o tre sostituti procuratori in servizio, malgré tout, per rispondere alle emergenze o al cosiddetto codice rosso, ultima invenzione con la quale lo Stato pretende di fronteggiare il rischio di un attentato terroristico o di una violenza alle donne.
L'immagine, se riesci a passare i controlli, lo scanner e a raggiungere l'immenso atrio sul quale si affacciano le aule vuote della Corte di Assise e della Corte d'Assise d'Appello, è desolata e desolante. Hai l'impressione che da un momento all'altro possa apparirti lì, vicino al bar ovviamente chiuso, Miss Flite, la vecchietta che in "Bleak House" di Charles Dickens si apposta giorno dopo giorno nei corridoi della Court of Chancery trascinandosi dietro una borsa con i suoi documenti, nella perenne attesa di un giudizio che
agi.it, 12 settembre 2020
Cesare Battisti sarà trasferito nella Casa di reclusione di Rossano (Cosenza), in cui è previsto il circuito di "alta sicurezza", a differenza del carcere di Oristano in cui non vi è un reparto idoneo. È quanto apprende l'AGI. Ma quella del terrorista dell'ex gruppo "Proletari armati per il comunismo", in latitanza per 37 anni prima dell'arresto e dell'arrivo in Italia il 14 gennaio del 2019, è tutt'altro che una vittoria a seguito delle veementi proteste degli ultimi giorni.
Battisti, infatti, come tutti i condannati per reati connotati da finalità di terrorismo, è assegnato al regime penitenziario dell'alta sicurezza (nello specifico, quello denominato "AS2"). E, dal giorno del rientro in Italia, è ristretto presso il carcere di Oristano, dove - pur non essendo presente un reparto destinato ai detenuti "alta sicurezza" - ha trascorso il periodo di isolamento di sei mesi previsto dai provvedimenti giudiziari con cui è stato condannato.
Lo scorso 18 maggio, in considerazione del tempo trascorso dai reati per cui è stato condannato, la sua difesa aveva avanzato istanza di "declassificazione", chiedendo che Battisti fosse collocato in un circuito detentivo di livello inferiore (passando quindi da "alta sicurezza" a "media sicurezza") e che fosse di conseguenza trasferito presso il carcere di Milano-Opera o Roma-Rebibbia. Le richieste della difesa di Battisti, però, il 24 giugno sono state rigettate dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria (Dap), su parere conforme della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo. Quindi nessuna indulgenza per Battisti, che rimarrà in regime di "alta sicurezza" e non sarà trasferito in un carcere come Opera a Milano o Rebibbia a Roma, ma verrà trasferito a Rossano, in provincia di Cosenza, una località certo disagevole da raggiungere. Il trasferimento, deciso già da un paio di mesi, non è tuttavia stato ancora eseguito dal momento che, così come accade per ogni detenuto nella fase di emergenza sanitaria, il Dap è in attesa che presso l'Istituto di Cosenza risulti libero un posto in cui far trascorrere a Battisti l'isolamento preventivo per Covid-19.
Proprio oggi le parole di Battisti affidate in un incontro col suo assistito nel carcere di Massima, a Oristano, in cui spiegava di sentirsi "sequestrato". "Il sequestro è iniziato in Bolivia e continua oggi nell'isola di Sardegna. Sono ostaggio dell'esecutivo e del governo e per tanto mi sento, oltre che un prigioniero politico, prigioniero di una sporca guerra tra lo Stato e la lotta armata e no". Da qui la decisione di iniziare, quattro giorni fa, lo sciopero della fame che potrebbe essere legata proprio al rigetto di passare alla "media sicurezza". Infatti Battisti, tramite il suo legale, ha precisato che: "La guerra delle istituzioni nei miei confronti si manifesta con un isolamento illegittimo e una classificazione (il regime di alta sorveglianza, ndr) retroattiva di 40 anni".
di Renato Luparini
Il Dubbio, 12 settembre 2020
Salvatore è stato un mio storico cliente. Era un ristoratore di successo. Poi, ancora prima del Covid è stato segnato da una serie di disgrazie familiari e rovesci professionali che lo ha messo fuori gioco. Mi ha telefonato quasi piangendo dopo vari anni, chiedendo che lo aiutassi per una questione relativa alla piccola eredità di una zia.
Mi ha detto subito di non potermi pagare e l'ho rassicurato dicendo che poteva contare sul patrocinio a spese dello Stato che infatti il Consiglio dell'Ordine degli Avvocati della mia città gli ha prontamente riconosciuto. Se non che la questione rientra tra quelle per le quali è prevista la media conciliazione obbligatoria e quindi prima di andare in Tribunale ci siamo trovati con le controparti (un plotone di agguerriti parenti e la ex moglie inferocita) davanti a un conciliatore, peraltro gentile e preparato. Lunghe discussioni, ripetuti colloqui per poi arrivare a un verbale di mancato accordo.
Salvatore abbi pazienza. gli dico: ne riparleremo in Tribunale, a meno che gli altri non si mettano d'accordo senza di noi. Intanto mi preparo come buona prassi a richiedere allo Stato il magro pagamento dei miei onorari, ma scopro che nessuno è competente a decidere. Qualche giorno dopo arriva una sentenza della Corte di Cassazione (18123/ 2020 del 31.08 2020) che mette nero su bianco che lo Stato non riconosce alcun compenso ai poveracci in caso di media conciliazione obbligatoria, perché non esiste una espressa previsione di spesa.
Mi pare che, al di là della obiettiva lacuna normativa che ha portato la Suprema Corte a decidere così, esista una flagrante violazione dell'architrave della Costituzione che è l'articolo 3 che sancisce, come sanno anche le matricole della facoltà di Giurisprudenza, non solo il principio di uguaglianza formale tra persone, ma anche il compito della Repubblica di rimuovere gli ostacoli che impediscono l'eguaglianza sostanziale. Infatti in certe materie, molto frequenti nel diritto civile (dalle eredità, al condominio, alla responsabilità medica, alle cause per diffamazione a mezzo stampa) la media conciliazione non è un "optional" bensì un obbligo di legge per chiunque voglia far causa. Oltre tutto giustamente per parteciparvi occorre un avvocato.
Però se uno è povero come Salvatore e l'avvocato non se lo può pagare lo Stato fa spallucce e lo costringe di fatto a rinunciare a tutelarsi, oppure a trovare un avvocato che perde tempo e soldi gratis. È una ingiustizia palese, oltre tutto clamorosa visto che in alcune materie lo Stato (a torto o a ragione non mi interessa discuterlo) il patrocinio a sue spese lo regala a tutti, anche miliardari (casi di violenza sessuale o richiesta di asilo). Dietro questa abnormità c'è il concetto, giustamente vituperato dall'Avvocatura, che la giustizia civile sia un servizio per le imprese possibilmente grandi e preferenzialmente multinazionali e che i cittadini nei Palazzi di Giustizia siano degli utenti sgraditi.
De minimis non curat Praetor, si insegnava un tempo. Ma non possono e non debbono esistere persone minime per uno Stato di Diritto e soprattutto la valutazione del concetto di minimo è relativa. Cinquecento euro per un magistrato al massimo della carriera sono una somma trascurabile, per una madre monoreddito che lavora in un fast food sono un mese di stipendio e il sottile distinguo tra disperazione e sopravvivenza. Ci meravigliamo che la società nelle vastità immense di quelle che chiamiamo periferie, ma che statisticamente sono la parte più numerosa del Paese, sia violenta e inquieta.
Lo sarà sempre di più se i Palazzi si chiudono nelle loro torri laccate di avorio, video chat e smart work, mentre "il popolo minuto" non ha più nemmeno diritto di entrare in un'aula di giustizia e non è nemmeno ammesso a conciliare una lite. Salvatore non conta più niente. Può starsene a casa senza disturbare chi decide e chi giudica. Salvatore non ha più dignità, è interdetto di fatto dall'esercizio dei suoi diritti.
Non gli ho chiesto il saldo della notula, del resto posso farne tranquillamente a meno. Ma gli rimane il senso di smarrimento e imbarazzo: "Se lo avessi saputo, avvocato, non l'avrei disturbata", mi ha detto. La prossima volta subirà un torto in silenzio, le statistiche dei Tribunali produrranno il bel risultato dell'azzeramento dell'arretrato e nei salotti buoni si saluterà con favore la ritrovata efficienza delle imprese. Sembra di essere finiti dentro la trama dei Malavoglia, con più di cento anni di ritardo e tanta solitudine.
lagazzettadelmediocampidano.it, 12 settembre 2020
È quanto ha dichiarato all'Ansa Maria Grazia Caligaris, dell'associazione Socialismo Diritti Riforme commentando i dati riferiti al 31 agosto, forniti dal Ministero della Giustizia. "Sono 563 a fronte di 561 posti, i detenuti nel carcere di Uta mentre sono 266 per 263 posti, quelli ospitati nel carcere di Massama. Anche se l'eccedenza è contenuta, testimonia la condizione di difficoltà che ancora una volta caratterizza la vita negli Istituti Penitenziari rispetto alle Colonie" ha puntualizzato Maria Grazia Caligaris.
Presenze decisamente al di sotto della disponibilità dei posti nelle colonie penali sarde: 271 detenuti, di cui 200 stranieri su 613 posti disponibili. Dai dati analizzati dall'associazione emerge che la presenza più alta di stranieri si ha nella colonia di Is Arenas dove su 70 detenuti a fronte di 176 posti, 58 sono stranieri. A seguire, su 320 posti disponibili nella colonia penale di Mamone ci sono 133 reclusi di cui 106 stranieri mentre a Isili gli stranieri detenuti sono 36 su 68 a fronte di 117 posti. Significativi i dati messi ancora in evidenza dall'associazione rappresentata dalla Caligaris che a fronte di una popolazione carceraria che conta in Sardegna 2.051 reclusi, 280, pari al 13,6% sono in attesa di giudizio, dato inferiore alla media nazione del 17,7%.
di Emanuele Rossi
Il Secolo XIX, 12 settembre 2020
Quello di Carlo Carpi è un caso unico nella storia delle elezioni regionali: un candidato presidente che si presenta mentre è detenuto in carcere. Trentasette anni, imprenditore, Carpi è in carcere a Sanremo dal primo luglio del 2019, dove sta scontando 1 anno e 10 mesi (ne mancano cinque) per diffamazione, calunnia e stalking contro un magistrato genovese e calunnia contro un avvocato.
Si è candidato alla presidenza della Regione Liguria appoggiato dal "Gruppo radicale Adele Faccio" (Graf) di Imperia, che ha raccolto le firme per la lista in provincia di Imperia e di Genova. Le dichiarazioni di Carpi sono state raccolte tramite componenti della lista. L'organizzazione della stessa è stata curata da Gian Piero Buscaglia. Legalità (e attenzione al problema delle carceri), antiproibizionismo, ambiente e innovazione sono i punti dello stringato programma con cui si presenta alle Regionali. Risponde alle nostre domande inoltrate tramite il suo legale.
Chi è Carlo Carpi? Quali sono le sue precedenti esperienze politiche?
"Sono un imprenditore di 37 anni, laureato a pieni voti in Economia, specializzato in Finanza presso l'Università di Genova. Parlo quattro lingue e tratto acciaio e derivati petroliferi per conto di primarie aziende. Convivo con Cornelia Matei alla quale devo pubblicamente fare un plauso per come mi ha supportato, insieme alla mia famiglia e a tantissimi amici in questo anno assai difficile. Da sempre frequento il mondo dell'associazionismo, ricordo con piacere la mia esperienza di portiere nelle giovanili del Genoa. Sono autore del trattatello politico "La Società - l'arte del suo controllo" edito dalla Tigulliana. In prospettiva delle attuali elezioni regionali sono stato candidato presidente di Municipio Genova Centro ovest, candidato sindaco di Imperia e di Sanremo a capo di liste civiche".
Lei è candidato da detenuto, questo è un caso unico in Italia?
"La legge Severino era stata emanata proprio per impedire che i condannati potessero essere eletti: si è posto il limite a due anni di pena perché a quella soglia la stessa può essere sospesa. La forza propulsiva della mia comunicazione sta proprio nel dimostrare l'accanimento giudiziario nei miei confronti. Mi ritengo un detenuto politico. Citando Churchill, si usa il carcere quale "segreta intimidazione, tortura, ricatto" per farmi ritrattare le mie dichiarazioni".
La sua è anche una battaglia per le condizioni delle carceri in Italia?
"Il carcere in Italia non soddisfa minimamente i presupposti per i quali nasce: non contiene la vera pericolosità sociale. Ricordo i due miliardi di euro spariti dalla Carige, il caso Qui Ticket, la tragedia del Ponte Morandi. Inoltre, non contempla in concreto alcun progetto di formazione professionale e inserimento sociale".
Se dovesse essere eletto, quali sono le sue idee per la Liguria?
"Occorre nominare il Garante dei detenuti regionale, vietare le nomine e gli incarichi ai magistrati (anche pensionandi) e ai loro congiunti da parte della Regione e delle sue partecipate. E istituire un fondo di garanzia per giovani e piccoli imprenditori".
Quale ritiene sia l'obiettivo concreto per la vostra lista?
"Il principale obiettivo è smantellare la terra di mezzo trans-istituzionale. Non sono accettabili sentenze senza motivazioni o contenenti affermazioni letteralmente opposte ai documenti citati come denunciato da una coraggiosa inchiesta del giornalista Marco Delpino".
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 12 settembre 2020
Dopo nove mesi di sofferenze, l'avvocato calabrese che ha problemi di cuore e ha tentato due volte il suicidio, è stato portato in un istituto sovraffollato e a rischio. Intanto cadono le accuse contro di lui.
Spostato come un pacco postale o come un sacco di patate. L'avvocato Francesco Stilo, detenuto in attesa di giudizio gravemente malato, è stato trasferito all'improvviso nella notte tra mercoledì e giovedì da Opera al carcere di Civitavecchia. Di nascosto e all'insaputa di parenti e difensori, come si fa quando la notte è buia e tempestosa.
Non pare esserci motivo plausibile, per questo spostamento e per la destinazione scelta, ma basta informarsi un po' per scoprire che proprio a Civitavecchia il Dap intende aprire una seconda sezione ad alta sicurezza, come confermato dal vicepresidente Petralia nei giorni scorsi. Stiamo parlando di un istituto di pena sovraffollato (490 detenuti con una capienza di 311, di cui metà stranieri), privo di direttore dal mese di febbraio, con la squadra degli agenti di polizia penitenziaria perennemente sotto organico e spesso (l'ultima volta due settimane fa) vittime di assalti da parte di detenuti con comportamenti particolarmente aggressivi.
Un carcere dove non esiste un centro clinico, soprattutto. Il che vuol dire mettere a rischio ulteriore, dopo nove mesi di sofferenze e corse notturne al Pronto Soccorso, la vita già appesa a un filo dell'avvocato Francesco Stilo. Il suo fascicolo sanitario è ben più corposo di quello giudiziario.
Dove, dopo la scarcerazione dei suoi tre presunti "complici", resta solo la tenuità esile e incomprensibile del concorso esterno in associazione mafiosa. Il reato che non c'è, quello cui ci si aggrappa quando non ci sono prove né indizi per qualcosa di più concreto. Che l'avvocato di Catanzaro sia cardiopatico in modo grave, che corra il rischio di dissecazione di un ematoma all'aorta toracica, che soffra di crisi di panico, ipertensione e claustrofobia, lo sanno bene i diversi medici, periti di parte ma anche d'ufficio, che lo hanno visitato in questi mesi nel centro clinico del carcere di Opera.
Finora non gli sono stati concessi gli arresti domiciliari, ed è già preoccupante. Ma il motivo del suo trasferimento, oltre a tutto in un istituto in cui gli stessi operatori penitenziari dicono che è un luogo a rischio, dove oltre alle aggressioni nel passato si sono verificati parecchi suicidi (lo stesso Francesco Stilo ci ha già provato due volte) e dove non esiste un certo clinico, non è chiaro. O forse lo è fin troppo, a leggere un documento del Dap, indirizzato alla Direzione del carcere di Bologna (sua destinazione prima di quella di Civitavecchia), in cui si mettono addirittura in guardia gli agenti a causa "dell'elevata pericolosità del soggetto".
Un vero allerta perché si teme che nel corso della traduzione il prigioniero possa scappare, magari con l'aiuto di complici. "Si segnala che trattasi di soggetto appartenente all'associazione per delinquere di tipo mafioso denominata Ndr", cioè 'ndrangheta. Così c'è scritto. C'è da domandarsi se il burocrate che ha vergato questo capolavoro, o che ha usato un documento prestampato, trattando Francesco Stilo come se fosse un capobastone della portata di Riina o Provenzano, si sia reso conto di quello che stava facendo.
E anche dei rischi ulteriori che il detenuto, segnalato in quel modo, avrebbe potuto correre, visti i suoi disturbi psicologici e psichici. L'avvocato di Catanzaro è uno dei legali più conosciuti e stimati in Calabria. Certo, è uno di quelli che danno fastidio, per almeno due buoni motivi. Il primo perché è uno che vince le cause, fa il processo per davvero e non si rimette alla clemenza della corte. E il secondo è dovuto al fatto che, esercitando la professione in Calabria, ha molte occasione per assistere persone, colpevoli o innocenti, imputate per reati di mafia.
Un fatto gravissimo agli occhi di quei pubblici ministeri che guardano l'esistenza dei difensori come soggetti processuali superflui e fastidiosi, perché preferirebbero avere a che fare con l'indagato o l'imputato nudo e crudo. E nei processi di mafia, magari più disponibile a trasformarsi in "pentito". E si sa che il collaboratore di giustizia, in assenza di vere indagini, è spesso l'unica fonte di prova per l'accusa. C'è poi il motivo principe che tiene legato l'avvocato Francesco
Stilo al processo Rinascita-Scott iniziato ieri con l'udienza preliminare nell'aula bunker del carcere romano di Rebibbia. E sta nelle parole del procuratore Nicola Gratteri, che vuole a tutti costi alla sbarra almeno un paio di quelli che lui chiama "colletti bianchi". Per non passare alla storia solo come uno che ha sconfitto la 'ndrangheta di quattro pastori dell'Aspromonte.
di Mario Nasone
strill.it, 12 settembre 2020
La storia scoperta dai carabinieri di Reggio Calabria del ragazzo del rione Sbarre, coinvolto in un giro di spaccio e sottoposto a tortura da una banda di malavitosi, ripropone esattamente le stesse immagini e dinamiche che abbiamo visto nella serie TV Gomorra. Un bambino di tredici anni, che per fortuna grazie all'intervento tempestivo del Tribunale per i minorenni è stato tutelato assieme ai suoi fratellini.
Uno piccolo spaccato delle nostre Scampie calabresi, fatto di quartieri dormitorio degradati, sprovvisti e di opportunità soprattutto per i bambini e gli adolescenti, una vicenda che non rappresenta un fatto isolato ma è solo la punta di un iceberg che vede un sommerso fatto di un disagio diffuso, di abbandono educativo che colpisce soprattutto tanti adolescenti che vivono nei quartieri più rischio della città di Reggio e non solo pensiamo ad esempio alla Ciambra di Gioia Tauro. Quartieri come Archi, Arghillà, Ciccarello, Sbarre, dove è facile vedere minori che si dedicano al traffico delle armi e della droga, al taroccamento delle auto e dei motorini rubati, in pieno giorno, soldati al servizio dei clan che li utilizzano come manodopera a basso costo all'interno della loro organizzazione criminale.
Difronte a queste vicende non basta lo sdegno ma serve una rinnovata presa di coscienza che provochi risposte a questo malessere diffuso che il Covid 19 ha ulteriormente aggravato con l'aumento della dispersione scolastica e delle povertà educative che ha toccato minori appartenenti alle fasce sociali più vulnerabili che, senza risorse e strumenti, non sono stati raggiunti dalla didattica a distanza e si trovano ancora più marginalizzati.
Per questo serve soprattutto una vera e forte alleanza educativa tra scuole, associazioni, chiesa ed istituzioni in grado di costruire una comunità educante che intercetti questi ragazzi a rischio garantendo loro un progetto educativo e di accompagnamento. Un lavoro che in Calabria è stato avviato, a Reggio, in provincia di Cosenza, nella Locride, attraverso delle reti di Alleanze educative tra scuole e di associazioni, Tribunale per i Minorenni e Questura e che ha permesso di intercettare ed aiutare tanti ragazzi e famiglie, con la scuola che ha svolto una funzione di antenna e di coinvolgimento di altre agenzie educative nell'ottica di una comunità educante.
Un lavoro da rafforzare ed estendere in tutta la Calabria come stanno cercando di fare le più importanti organizzazioni che si occupano di infanzia e adolescenza attraverso l'attivazione della rete regionale Con i minori e le famiglie. Ma il contrasto alle povertà educative ha bisogno di investimenti da parte della politica regionale che finora non si sono visti, e la decisione della Giunta regionale di proporre un piano sociale regionale è importante se all'interno di esso saranno previsti interventi per dotare tutte le zone della Calabria di servizi di sostegno alle famiglie, di educativa domiciliare, di centri di aggregazione giovanili, della scuola a tempo, e quindi di operatori sociali indispensabili come educatori, assistenti sociali, psicologi. L'episodio di Sbarre può essere rimosso come altri dalla coscienza collettiva o può rappresentare una scossa per rimettere al centro la vita dei ragazzi e la loro speranza di un futuro diverso.
*Presidente Centro Comunitario Agape
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 12 settembre 2020
Presunte violenze sui detenuti, prima udienza preliminare per 5 poliziotti e un medico. Giovedì scorso si è celebrata la prima udienza preliminare per decidere il rinvio a giudizio dei cinque poliziotti più un medico operanti nel carcere di San Gimignano.
I sei sono coinvolti nella vicenda del presunto pestaggio a un detenuto - il reato contestato è quello di tortura - che poi, secondo ricostruzioni, venne lasciato in una cella ferito e svenuto. Gli agenti avrebbero abusato dei poteri o comunque violato i doveri inerenti alla funzione o al servizio svolto, con il pretesto di dover trasferire coattivamente il detenuto tunisino in isolamento da una cella ad un'altra, con minaccia grave, violenza e "agendo - si legge nell'ordinanza - con crudeltà e al solo scopo di intimidazione nei confronti del medesimo e degli altri detenuti in isolamento, cagionavano a quest'ultimo acute sofferenze fisiche e lo sottoponevano ad un trattamento inumano e degradante".
Il fatto sarebbe - come riportato in esclusiva su Il Dubbio su segnalazione dell'associazione Yairaiha Onlus - avvenuto l'11 ottobre del 2018. Il malcapitato è un tunisino, classe 1988, condannato - non in via definitiva a un anno di pena da scontare. In realtà è finito in custodia cautelare in carcere, perché aveva trasgredito alle misure domiciliari. Durante l'udienza preliminare sono state accolte le costituzioni di parte civile. C'è il garante nazionale delle persone private della libertà, nella persona del legale rappresentante Mauro Palma, assistito dall'avvocato Michele Passione del foro di Firenze. Si è costituita parte civile anche l'associazione L'Altro Diritto, nella qualità di garante locale del carcere e rappresentato da Sofia Ciuffoletti. Parte civile anche colui che è stato vittima del presunto pestaggio e assistito dall'avvocata Raffaella Nardone del foro di La Spezia. Si è costituito parte civile anche uno dei detenuti testimoni dell'accaduto assistito dall'avvocata Caterina Calia del foro di Roma.
Non manca l'associazione Yairaiha Onlus, rappresentata da Sandra Berardi e assistita dall'avvocata Simonetta Crisci del foro di Roma. C'è anche l'associazione Antigone, nella persona del presidente Patrizio Gonnella, assistita dall'avvocata Simona Filippi del foro di Roma. Lo svolgimento dell'udienza preliminare si svolgerà in più fasi.
Soprattutto perché alcuni rappresentati delle parti civili hanno chiesto è ottenuto la citazione del responsabile civile, sia del ministero della Giustizia che della Salute. La citazione di quest'ultimo ministero è dovuto dal fatto che come imputato c'è un medico, il quale però ha chiesto l'abbreviato. Le posizioni quindi sono momentaneamente separate, anche se con molta probabilità potrebbero essere riunite il giorno che si dovrebbe concludere l'udienza preliminare, ovvero a fine dicembre. La prossima udienza è stata fissata per il 15 ottobre.
di Carlo Gregori
Gazzetta di Modena, 12 settembre 2020
Quattro senatori Pd interrogano il ministro Bonafede sulle rivolte nelle carceri. Il quesito: "Sono stati fatti accertamenti prima di trasferire persone gravi?" Accertare se siano state eseguite le visite mediche necessarie per il nulla osta sanitario per il trasferimento dei detenuti verso altri istituti, in modo che sia chiarito che non vi siano state eventuali responsabilità o negligenze.
Accertare anche se ci sia in corso un'indagine interna condotta dal Dap (Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria) per capire come sia stato possibile che i detenuti a Sant'Anna siano riusciti ad entrare in possesso di metadone e psicofarmaci in quantità letali.
Queste sono le due domande sulla rivolta in carcere dell'8 marzo a Modena che quattro senatori del Partito Democratico hanno posto al ministro di Grazia e Giustizia Alfonso Bonafede attraverso un'interrogazione parlamentare.
Il documento, firmato dai senatori Franco Mirabelli, Monica Cirinnà, Vanna Iori (di Reggio) e Anna Rossomando (vicepresidente del Senato), chiede al ministro di fare chiarezza sui decessi dei 13 detenuti avvenuti in varie carceri italiane nel corso e dopo la rivolta e in particolare si focalizza sui nove morti di Modena.
friulioggi.it, 12 settembre 2020
Il progetto di ampliamento del carcere di Gorizia. Un carcere modello con maggiori spazi per guardie e detenuti e nuovi servizi a Gorizia. Il progetto è stato presentato dal sindaco Rodolfo Ziberna. All'attuale casa circondariale di Gorizia sarà accorpata l'ex scuola elementare Pitteri che sarà venduta dal Comune al ministero di Grazia e Giustizia per 490mila euro. Un atto che consentirà alla prigione di via Barzellini di allargarsi e di realizzare una struttura complementare con nuovi ambienti che miglioreranno sicuramente l'attuale situazione carceraria con una spesa complessiva di 4.500.000 euro.
"Dovremmo essere arrivati all'atto finale di questo progetto - spiega il sindaco, Rodolfo Ziberna. Si tratta di un'opera che abbiamo perseguito con grande tenacia perché porta benefici molteplici per la nostra città a partire dal fatto che con questo potenziamento si scongiura la chiusura dell'attuale carcere e del tribunale più volte paventata in passato. Poi si recupererà un edificio storico, in cui sono cresciute generazioni di goriziani, salvandolo dall'abbandono.
Al suo interno saranno reperiti spazi che miglioreranno la vita degli agenti e dei detenuti attraverso il miglioramento di servizi ma anche con la realizzazione di laboratori e altre aree attrezzate. In sostanza si fornisce all'attuale casa circondariale quell'ampliamento tanto ricercato che le permetterà di trasformarsi in un carcere modello di cui Gorizia potrà essere orgogliosa e, contestualmente, recuperare un'area e una struttura in forte degrado".
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