di Viviana Lanza
Il Riformista, 11 settembre 2020
Un caso di sifilide al padiglione Roma di Poggioreale, quello che ospita i cosiddetti "sex offender", detenuti cioè accusati di reati sessuali. Si tratta di un detenuto arrivato di recente dal carcere di Rebibbia. Il caso è unico e isolato, visto che tra gli altri detenuti del padiglione nessuno risulta aver contratto la malattia venerea, ma basta, tuttavia, a far tornare alta l'attenzione sulle condizioni di salute e di igiene nell'istituto di pena della città, anche alla luce dei tre episodi di scabbia rilevati nei giorni scorsi nel padiglione Milano, quello che ospita persone accusate di reati cosiddetti comuni: i tre detenuti in questione si trovano ora isolati e curati nella sezione specializzata del carcere che fornisce assistenza intensiva nel padiglione San Paolo di Poggioreale.
Sebbene tempestivamente affrontati e circoscritti, questi episodi riscontrati nel carcere di Poggioreale, il più grande e affollato d'Italia, riaccendono il dibattito sulla tutela della salute all'interno degli istituti di pena. Un tema complesso e delicato, che induce a fare i conti con la gestione delle risorse, con l'organizzazione del settore, con il degrado del mondo fuori, con le difficoltà di igiene e pulizia dentro le celle, con il sovraffollamento e con le criticità strutturali, con le condizioni di vita dei detenuti, con i problemi legati alla gestione di situazioni tanto vaste e varie come quelle che caratterizzano il mondo dietro le sbarre. Da quest'anno ci si è messo anche il Covid a pesare sulla gestione sanitaria delle carceri campane, e nazionali.
Sebbene nelle carceri cittadine la situazione epidemiologica sia stata sempre tenuta sotto controllo (da quando è scoppiata l'epidemia si sono verificati quattro contagi tra i detenuti a Santa Maria Capua Vetere più due tra medici e infermieri dello stesso penitenziario, più due casi tra gli agenti della penitenziaria a Secondigliano), l'allarme contagi è sempre in agguato. E proprio per questo i colloqui dei detenuti continueranno a svolgersi con le misure di sicurezza anti-Covid. In più da ieri si è deciso di far partire uno screening sanitario per chi lavora e per chi vive in carcere. "Screening sanitario per il personale di polizia penitenziaria del carcere di Poggioreale, per tutti i detenuti che ne faranno richiesta e per gli stessi operatori sanitari", fa sapere l'Osapp, l'organizzazione sindacale autonoma polizia penitenziaria. Si parte con gli agenti che lavorano all'interno della struttura detentiva.
L'iniziativa, come sottolinea Luigi Castaldo, vice segretario nazionale dell'organizzazione sindacale, "è stata fortemente voluta dai sindacati di polizia penitenziaria e in particolar modo dall'Osapp" e realizzata "grazie alla sinergia tra il direttore del carcere di Poggioreale Carlo Berdini e il dirigente medico Vincenzo Irollo, con il supporto dell'area sanitaria penitenziaria del Salvia". "Lo screening ricopre un'elevata importanza sul fronte della prevenzione medica e della sicurezza negli ambienti di lavoro", aggiunge Castaldo evidenziando che l'iniziativa del direttore Berdini e del provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria Antonio Fullone, e possibile grazie alla direzione generale dell'Asl Napoli 1, "soprattutto in questo travagliato periodo storico epidemiologico, non ha eguali visto il forte dispendio di risorse al fine di prevenire e scongiurare eventuali focolai".
di Rossella Grasso
Il Riformista, 11 settembre 2020
"Mio figlio tossisce sangue e allora mi sono legata qua, davanti al carcere, e ci resto finchè non lo curano". Così la signora Margherita Lapicca che con le catene ai polsi ha chiesto a gran voce giustizia per suo figlio Antonio Avitabile, 44 anni, detenuto a Poggioreale. "Mio figlio sta tossendo sangue tutti i giorni - continua la signora - Voglio che lo curano, non mi devono prendere in giro. Per questo motivo resto qua notte e giorno se necessario. Le mamme per i figli fanno tutto e lo farò anche io".
Due mesi fa l'uomo è stato portato all'ospedale per effettuare una laringoscopia, mentre i primi giorni di agosto è stato sottoposto ad una gastroscopia. Ad oggi si attendono ancora dei risultati che sono stati segnalati come urgenti. Nel frattempo, si sono verificati vari episodi di perdita di sangue dalla bocca e la famiglia Avitabile teme che si tratti di un tumore. "Se non vengono fatti subito accertamenti le condizioni di Antonio potrebbero peggiorare fino a diventare irreparabili", dice l'avvocato Michele Riggi, che difende il detenuto.
"Mio figlio ha solo 44 anni, ha sbagliato e deve pagare. Voglio solo che me lo curate - grida Margherita - Mio figlio non può morire così giovane per colpa loro, può essere salvato". La signora racconta che nell'ultimo mese il figlio è dimagrito di 25 chili e ha difficoltà a parlare e respirare. Gli accertamenti sono in corso però procedono con estrema lentezza. "Ringrazio la dottoressa Mauro del carcere e il direttore che si stanno prendendo cura di mio figlio, ma non possiamo aspettare ancora - dice - Quattro anni fa lo hanno portato all'ospedale Don Bosco. È scappato, ma poi è stato ripreso. Ha sbagliato e ha pagato. E questo glielo stanno facendo pagare ancora di più adesso che ne ha molto bisogno. Curatelo, ve ne prego".
"Temiamo che Antonio abbia un tumore perché nel 2014 già gli erano state riscontrate delle neoplasie alla laringe - spiega l'avvocato Riggi - questa cosa non è stata monitorata e oggi la situazione potrebbe essere molto peggiorata. Se questo ragazzo ha un tumore galoppante e passano giorni, e passano settimane, questa malattia progredisce sempre di più, fino a diventare inarrestabile, irrecuperabile e non più curabile". "Chiediamo che sia fatta giustizia ma soprattutto che sia tutelato il diritto alla salute - conclude Riggi - più volte declamato dall'ordinamento costituzionale, dall'Europa, dall'ordinamento penitenziario, dal famoso articolo 11 di cui tanto si parla, la Carta per i diritti Sanitari dei Detenuti. Ma nei fatti tutto questo non viene assolutamente riconosciuto".
I garanti per i detenuti Pietro Ioia e Samuele Ciambriello stanno monitorando attentamente la vicenda andando spesso a trovare il detenuto e offrendo supporto alla famiglia distrutta dalla preoccupazione. Gli Avitabile sospettano anche che il loro Antonio venga curato con farmaci inappropriati. "Sai come la chiamano qua dentro questa pillola? Padre Pio - dice Margherita - La danno a tutti i poveri detenuti. Loro pensano che è una compressa della morte. Poveri detenuti".
Margherita è rimasta incatenata per qualche ora fuori alle porte del carcere. Ma il direttore Bernini dopo poco ha voluto incontrare la mamma insieme al Direttore Sanitario del carcere, Irollo, e a Ciambriello, garante regionale dei detenuti. Margherita è uscita soddisfatta dal colloquio avuto: il direttore del carcere si è preso l'impegno di seguire attentamente la vicenda. C'è anche l'ipotesi di ricoverarlo subito al padiglione San Paolo (la zona dedicata a chi necessita di assistenza sanitaria), in attesa di fare gli accertamenti clinici.
italiachecambia.org, 11 settembre 2020
Raccontare, descrivere e narrare la propria esperienza col carcere: "Chi ha varcato la soglia" è un progetto di Cascina Macondo di Riva presso Chieri che, per il 2020, ha lanciato un invito a detenuti e loro familiari, ex detenuti, direttori di carceri, educatori, giudici, medici, associazioni culturali o giornalisti, affinché condividano un racconto o una storia personale sul carcere.
Fëdor Dostoevskij disse che il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni. Ed è proprio dai molti sguardi che hanno visto le prigioni che è possibile capire il grado di civilizzazione della nostra società e ricavarne riflessioni utili e suggerimenti che potrebbero migliorare il carcere e, di conseguenza, anche la società.
Nell'ambito del progetto di scrittura e lettura ad alta voce "Vite Parallele" si invitano tutti coloro che hanno "varcato la soglia" ad inviare un proprio testo autobiografico, per raccontare, descrivere e narrare la propria esperienza in e con la prigione. Il progetto è un'idea dell'associazione di promozione sociale Cascina Macondo di Riva presso Chieri, nata nel 1993 da un gruppo di artisti che proponevano in strada performance musicali e letture poetiche, che con gli anni è andata specializzandosi nell'arte dell'insegnamento e della formazione, con il contributo dell'UBI - Unione Buddisti Italiani e in collaborazione con il Centro Hokuzenko di Torino.
La sezione "Chi ha varcato la soglia" del progetto Vite Parallele, è nata a seguito delle restrizioni del coronavirus che hanno sospeso in carcere le lezioni dirette di scrittura con i detenuti e gli agenti penitenziari. Un modo dunque di lavorare a distanza e utilizzare le possibilità del web. Per soglia si intende quella del carcere: detenuti e loro familiari, ex detenuti, garanti dei detenuti, agenti penitenziari, direttori di carceri, educatori, giudici, avvocati, medici, sacerdoti, docenti, associazioni culturali, giornalisti, e quant'altri, a qualunque titolo, hanno varcato la sua soglia.
Come si legge dalla presentazione del progetto, "questo periodo che abbiamo vissuto, e ancora stiamo vivendo, segnato dalle molte e particolari restrizioni e divieti causati dall'emergenza coronavirus, ha forse innescato un'ampia riflessione sul nostro modo di vivere, suggerendo ragionamenti, considerazioni e spiragli su un modo diverso di concepire le relazioni umane". In questo modo il progetto intende "svelare" il carcere attraverso i molteplici sguardi e le testimonianze di coloro che, a vario titolo, ne hanno oltrepassato la soglia e lo hanno vissuto al suo interno.
Il progetto vuole dare l'opportunità di "dire e raccontare" un momento della propria esperienza del carcere, un fatto o un evento significativo della propria vita in carcere e, quindi, mettendo a confronto i diversi punti di vista, svelare il carcere, "con l'augurio che le molteplici storie personali, condivise, possano essere spunto di riflessione, arricchimento morale, intellettuale e letterario".
I testi (lunghezza massima una pagina, carattere Times New Roman - corpo 12 - margini su tutti i lati della pagina cm 2,0 - interlinea singola - totale circa 3.600 caratteri, spazi inclusi), dovranno pervenire entro il 30 settembre 2020 per posta tradizionale o per posta elettronica in formato word a: "Chi ha varcato la soglia" - Cascina Macondo, Borgata Madonna della Rovere, 4, 10020 Riva Presso Chieri (To) - email:
I testi pervenuti verranno pubblicati sul sito web, sul canale You Tube, sulla newsletter settimanale "Frecciolenews" di Cascina Macondo, e su altri canali web e testate giornalistiche. Letti ad alta voce dal gruppo "I Narratori di Macondo" verranno messi in onda sui social network e diffusi da molte radio sparse sul territorio nazionale.
ilgiornaledelmolise.it, 11 settembre 2020
È ripreso ieri mattina in Corte d'Assise a Campobasso il processo per la morte di Fabio De Luca, detenuto del carcere di Isernia che morì dopo alcuni giorni di ricovero in seguito alle ferite riportate in cella nel novembre di cinque anni fa. Per quella morte sono sotto processo con l'accusa di omicidio tre detenuti dello stesso penitenziario.
Il processo di Campobasso riguarda due di loro, il terzo ha scelto il rito abbreviato e l'iter giudiziario sta andando avanti al tribunale di Isernia. In apertura di udienza è stata proprio acquisita una perizia che arriva dal processo in corso a Isernia. Sono stati poi sentiti due testimoni, due medici: il primo Marcello Baldassarere del carcere di Isernia, il secondo Giovanni Luciani del Gemelli di Roma.
Quest'ultimo ha riferito che De Luca aveva una frattura alla mandibola che lo stesso dottore aveva accertato a Roma, prima dei fatti accaduti nel carcere molisano. Una frattura dunque non riconducibile alla presunta aggressione subita in cella.
Su fronti opposti le tesi di accusa e difesa sull'accaduto: per la procura l'uomo morì in seguito ad un pestaggio; per la difesa, affidata agli avvocati Roberto D'Aloisio. Nicola Bonaduce e Lorenzo Marcovecchio, invece si trattò di un incidente, una caduta dal letto a castello del carcere, dove il 45enne salì per recuperare una gruccia. Si torna in aula il 5 novembre per ascoltare i periti delle parti.
di Giuseppe Guastella
Corriere della Sera, 11 settembre 2020
Giacinto Siciliano è nato a Lecce nel 1966. È sposato e ha tre figli. Dopo la laurea in Giurisprudenza ha partecipato al concorso per direttore di istituto penitenziario, piazzandosi al primo posto in graduatoria. Primo incarico, nel 1993, la vice direzione del carcere di Monza, poi ha lavorato a Busto Arsizio, Trani, Sulmona e Milano Opera dove è rimasto per dieci anni gestendo profondi cambiamenti. Nel 2017 è tornato a San Vittore che aveva già diretto per un brevissimo periodo in precedenza. La famiglia di Giacinto Siciliano sta in galera da tre generazioni. Lui, leccese di 54 anni, dirige San Vittore a Milano come fece il padre negli anni di piombo. Suo nonno fu comandante degli agenti di custodia in diversi istituti di pena.
Non le bastava essere cresciuto nell'alloggio di servizio di un istituto di pena, doveva fare anche lei il direttore?
"Pensi che è stato un caso. A 28 anni partecipai al concorso convinto da un'amica e lo vinsi. Forse ero un predestinato".
Ed ora?
"Soffro di carcerite".
Che malattia è?
"Quella che ti prende quando vivi il carcere dall'interno".
Una missione?
"Un lavoro, e una passione".
Qual è la prima cosa che ha imparato da bambino in carcere?
"Il rispetto delle regole".
Ciò che per lei è una scelta, ai detenuti va imposto con le sbarre?
"Secondo me no. Un tempo ero convinto che le regole si potessero imporre. Certo, è un meccanismo che può funzionare, però poi ti accorgi che le persone rispettano le regole finché gli stai addosso, ma non vedono l'ora di scappare quando ti volti. La sfida è trovare il modo che scelgano di mettersi dalla parte dello Stato perché alla fine il 90 % delle persone esce dal carcere".
Cioè?
"Tranne che per pochi ergastolani, la pena prima o poi finisce. Quindi, bisogna fare in modo di sfruttare il tempo in carcere affinché la persona capisca che le regole vanno rispettate a prescindere dal fatto che qualcuno impone di farlo".
Se tutti lo facessero le carceri sarebbero inutili. Invece non è così...
"Non bisogna pretendere di eliminare la devianza, ma avere l'obiettivo di lavorare su chi sta in dentro".
Il carcere è comunque mura e sbarre. Nel suo libro, "Di cuore e di coraggio" (Rizzoli) lei stesso scrive che "è brutto" e "non c'è nulla che possa farlo diventare bello"...
"È sbagliato pensare che si possa trasformare il carcere in una cosa bella, però sono convinto che la bellezza sia un modo di pensare. Devi portare le persone a pensare e a guardare al bello se vuoi che vedano il bello che è in loro".
Infatti, scrive che chiunque "ha in sé una parte buona" e che "non bisogna guardare all'efferatezza del crimine commesso". Un po' buonista?
"Assolutamente no. Nessuno dimentica ciò che il detenuto ha fatto. Bisogna capire come far sì che quando torna libero si comporti nel miglior modo possibile. Molti detenuti hanno paura della scarcerazione perché temono di rientrare in cella. Possiamo fare il miglior lavoro del mondo sul detenuto, ma se poi fuori non gli trovo una casa dove andare, chi lo segue e chi gli dà un lavoro c'è il rischio concreto che torni a rivolgersi alla criminalità".
C'è chi dice: nessuna indulgenza. Gettare via al chiave...
"Dopo 27 anni di lavoro posso dire che i cambiamenti ci sono quando al detenuto si dà una possibilità. Se accetta, provi a portarlo da qualche parte. Al reato ci deve essere una risposta giusta in termini di pena che, però, da sola non basta perché, come dice la Costituzione, essa deve tendere al reinserimento del condannato nella società. Lo Stato non è vendetta, è costruzione".
I politici conoscono i problemi del carcere?
"Forse manca un'idea seria di cosa sia. Non può essere lo stesso per i mafiosi, i detenuti normali e per gli extracomunitari. Forse bisogna fare delle scelte".
Lei vive sotto scorta, negli ultimi anni per le minacce di Totò Riina (il processo è finito a causa della morte del boss) per la sua gestione del carcere di Opera. Suo padre fu scortato per il pericolo di un attentato terroristico. Come convive con il rischio?
"Lavorare in carcere significa anche sapere che rischi, ma non bisogna farsi schiacciare dalla paura".
Scrive che un direttore deve conoscere ogni angolo del carcere. Troppa familiarità può pregiudicare la freddezza nelle decisioni?
"Essere presente, avvicinarsi non vuol dire perdere l'obiettività. Questo è un mondo complesso che non può essere controllato da dietro una scrivania. Il direttore deve dare risposte chiare, positive o negative che siano, senza incertezze. Il che non vuol dire accentrate tutto su di sé perché la gestione si fa con un gioco di squadra tra direttore, agenti e operatori".
Dal 2003 al 2007 ha diretto il carcere di Sulmona (L'Aquila). Era il carcere dei suicidi, come quello della direttrice Armida Miserere che lei fu chiamato a sostituire...
"Ero amico di Armida, e questo inizialmente ha pesato emotivamente. Si verificarono una serie di suicidi che finirono all'attenzione dei media, anche se alla fine il numero era nella triste media degli altri istituti. Nella mia vita penitenziaria ho visto tante volte morire persone che conoscevo nonostante avessi lavorato tanto per evitare che accadesse. A Sulmona, carcere ad alta sicurezza con molti reclusi appartenenti ad organizzazioni mafiose, si innestò anche un meccanismo perverso al quale bisognava dare una risposta forte. C'erano parecchi detenuti che per ottenere qualunque cosa facevano finta di suicidarsi, forse dopo essere stati spinti da altri detenuti problematici. Trasferiti i secondi e proseguite iniziative che coinvolgevano quelli che rimanevano, la situazione migliorò".
Poi fu mandato ad Opera dove al regime duro c'erano boss del calibro di Riina, Gangi, Graziano, Spera. Gestione impegnativa?
"Non particolarmente perché sul 41 bis c'è una normativa precisa. Ad esempio, ogni volta che il direttore incontra un detenuto anche per le contestazioni e le sanzioni disciplinari lo fa sempre alla presenza di personale di polizia penitenziaria. Tutto viene annotato e comunicato al Dipartimento e alla magistratura nella massima trasparenza".
Dal 2017 è a San Vittore. Perché dice che è un carcere speciale?
"Ha un fascino particolare dovuto alla sua storia. La città lo sente come una propria parte".
Vuole portarci la bellezza. Come?
"Migliorando la struttura, come si è già cominciato a fare".
Il 9 marzo scorso c'è stata una rivolta legata alla paura del coronavirus...
"Sarebbe potuto succedere di tutto, invece grazie a Dio nessuno si è fatto male. Dopo la rivolta, tutti, detenuti compresi, abbiamo lavorato per evitare che a causa di quello che era accaduto il virus si espandesse. Alla fine i contagiati sono stati una ventina, una sessantina se si includono quelli arrivati con il virus da altri istituti".
Lei è finito con altri sotto processo a Roma per falso e mancata comunicazione all'autorità giudiziaria. Per l'accusa, informazioni dei detenuti mafiosi sarebbero arrivate ai servizi segreti senza informare la magistratura in base ad un presunto "Protocollo farfalla" tra Dap e servizi. Il processo si è concluso nel 2015 con una prescrizione alla quale lei non ha rinunciato, pur essendosi sempre dichiarato innocente. Perché?
"È stata una vicenda traumatica finita con una sentenza che, di fatto, non ha accertato responsabilità. Quando il giudice ha chiuso il processo non ho potuto trattenere le lacrime di rabbia perché non era così che volevo finisse. Ero sicuro di poter dimostrare che non avevo nulla a che fare con quei fatti, ma dopo otto anni di indagini e udienze che hanno modificato la vita mia e della mia famiglia, davanti alla prospettiva di altri anni nelle aule di giustizia con la pressione mediatica come quella subita fino ad allora e di altre spese ingentissime, mi sentivo sfiancato. Avevo bisogno di mettere la parola fine. Chiudendo il processo il presidente della Corte disse: "Sarà la Storia con la S maiuscola a fare giustizia, perché la giustizia non sempre è quella amministrata dagli uomini". Nel libro spiego cosa significhi per un servitore dello Stato essere imputato. Io ho la coscienza a posto".
Perché ha scritto un libro?
"Faccio un lavoro difficile e bellissimo. Sono direttore ma sono innanzitutto uomo e padre. Spesso sono costretto a nascondere le mie emozioni in un contesto in cui bisogna essere freddi e imparziali. Ho deciso di fermarmi, guardarmi indietro, raccogliere ricordi e pensieri per raccontare il mondo del carcere dall'interno. L'ho scritto per i miei figli che, giovanissimi, leggevano che il padre era sotto processo, ma forse l'ho scritto anche per me stesso".
di Daniela Piana
Il Dubbio, 11 settembre 2020
Quando si arriva ad Istanbul dalla Grecia si osserva avvicinarsi un orizzonte trapuntato di azzurro e di oro ed è come se ci si sentisse a casa senza esserlo. Incrocio, crocevia, passaggio, coagulo: Istanbul è tante cose per chi ha occhi ed orecchie per ascoltare e guardare quanto di durevole esiste in questa grande avventura che chiamiamo dialogo fra le religioni, fra le culture, fra le arti. Giustiniano in fondo è la scintilla che incide su qualcosa che assomiglia ad un supporto materiale - la carta - il senso del primato della regola. Era il codice del diritto romano, la nostra comune radice.
Ebru Timtik in quella transizione ci ha vissuto, ci ha protestato, facendo del suo corpo il supporto materiale di una scrittura quotidiana che le è costata la vita, quella del primato a qualunque costo del diritto.
Una traiettoria individuale, certo molto nota, molto visibile nei media. Già l'associazione internazionale degli avvocati aveva invocato l'intervento delle Nazioni Unite per salvare lei e con lei gli avvocati che in Paesi attraversati come da una scossa tellurica e ripetuta che con puntuto accanimento si dirige a distruggere i pilastri dello stato di diritto dalla esperienza di depauperamento prima delle garanzie democratiche e poi dell'innalzamento in nome di qualche principio non universalizzabile ma comunque abbastanza generale da fare erigere leader autoritari di istituzioni che fanno del potere la razionalità e i limiti del diritto e non viceversa del diritto la ragione e i limiti del potere.
La lettura della traiettoria del corpo di Ebru Timkit che si ostina a dire con ciò che di più di universale esiste, il corpo umano e la vita che in esso respira, l'essenza fondante del nostro essere insieme persone, ossia il vivere civile che si gestisce sulla base di regole che non giustificano ad alcuno la prevaricazione dell'altro, è un esercizio che dobbiamo necessariamente fare tutti.
Non per erigere eroi, ma per avere occhi e orecchie sufficientemente attenti per discernere - perché è questa la facoltà chiave della dimensione sociale della legalità - quelle opzioni di comportamento che sono lesive della democrazia e dello Stato di diritto anche quando appaiono ben giustificate, ben descritte e quando ci appare che non vi sia altra possibilità - fra ciò che vale la pena fare perché garantisce una duratura vita civica da ciò che impone una compattezza artificiale nel nome di un ordine giustificato dalla definizione altrettanto artificiale di un noi e di un altro che, diciamolo, il 2020 ha di gran lunga messo in discussione. Esiste veramente un noi e un altro nella mappa stellare la cui metrica è quella della garanzia della vita e della incolumità fisica?
Ebru Timtik ci parla di molte cose insieme che spesso dimentichiamo perché ricordarcene significa che dovremmo farci carico di scelte a volte difficili. Una donna, un avvocato, una voce alzata a difesa dei diritti e soprattutto del diritto ad un giusto processo. Non ad una giusta verità ma ad una giusta ed equa metodologia, quella del contraddittorio, per gestire conflitti diversità dissidi anche quelli più forti. Non è mica facile la pratica quotidiana di questa metodologia. Chiedetelo ad avvocati e giudici che sono pervasi ogni giorno dalla vertigine etica di porsi, di prendere posizione, sia nella difesa sia nel giudizio.
Si tratta di una metodologia che richiede moltissima autonomia ed equilibrio - che sono poi la stessa cosa solo guardata da due prospettive diverse, l'una etico/ cognitiva, l'altra pratica e comportamentale - e che si acquista avendo ben presente che ci sono solo pochi luoghi sacri nel mondo materiale come nel mondo istituzionale dove si incontrano e stanno in equilibrio diversi punti di vista, diversi valori, diverse visioni di cosa è giusto, e questi sono nel mondo sociale tutelati dal primato del diritto.
No, non è proprio il caso di passare a latere della traiettoria di Ebru Timkit, perché la sua storia di avvocato che ha speso la sua breve vita ed ha esaurito la sua forza fisica nello sciopero della fame ha in sé una storia che travalica i confini. La libertà processuale di uno è quella di tutti. Attaccate quella di una persona e metterete in pericolo quella di ciascuno.
Per questo dovremmo ricordarcelo quell'avvicinarsi a Istambul dalla Grecia. Forse sarà un caso, una ventura non voluta della storia, ma lì sta la radice della nostra responsabilità per la tutela delle libertà, soprattutto laddove l'equilibrio fra lo stato di diritto e lo stato attraverso il diritto diventa labile, debole, e sono le sedi più nascoste, sono le situazioni più insospettate, quelle nelle quali come quando si naviga in mare aperto si svolta un attimo e si apre una insenatura che non ti attendevi e se non si hanno bene chiare le coordinate stellari ci si perde. A perderci però siamo tutti e tutte, non solo chi vive in quello specifico luogo. Per questo la storia di Ebru Timkit parla di tutti e ognuno di noi.
di Francesco Semprini
La Stampa, 11 settembre 2020
Da allora si sono succedute guerre, crisi finanziarie, populismi e la prima pandemia. Ma si sono raggiunti anche importanti traguardi del progresso e tutto è diventato più veloce.
"Stanno bombardando i Gemelli". Sono bastate queste quattro parole urlate dall'altra parte del telefono per far calare le tenebre su una limpida mattinata di fine estate. Non una qualsiasi, ma quella di martedì 11 settembre 2001. Il cielo sopra New York era terso ed i raggi del sole mite sembravano indicare la strada verso il primo autunno, la stagione più bella della Grande Mela. Da poco mi trovavo negli Stati Uniti, prima per una vacanza-studio, posticipando il ritorno a Roma da uno a tre mesi, e poi sempre di più fino a varcare di nuovo i portoni dell'Università per affinare gli insegnamenti economici.
Il giornalismo era un mondo ancora lontano ai miei occhi, lavoravo metà giornata con una società di costruzioni, quel martedì dovevamo andare in un cantiere a Red Hook, vecchio scalo industriale di Brooklyn. Invece squilla il telefono: "Stanno bombardando i Gemelli", mi dice la persona che sarebbe dovuta venire a prendermi. Non gli ho creduto, era noto fare goffi scherzi, questo poi era inverosimile.
Accendo la televisione su NY1, l'emittente che copre i cinque quartieri della Grande Mela. L'immagine è agghiacciante, la Torre Nord (quella con in cima la grande antenna) con un buco nel mezzo da cui uscivano fiamme e fumo. "Incidente o forse una bomba", ho pensato, del resto era già successo otto anni prima con l'attentato ideato dallo "sceicco cieco" Omar Abd al-Rahman. L'ipotesi ha durata breve perché un aereo di linea (il secondo) giunge su Ground Zero: "così vicino, perché?".
Una frazione di secondo e il velivolo si trasforma in un missile con le ali scagliato sulla Torre Sud. La stretta al cuore è da paralisi: dalla terrazza del palazzo dove vivevo a Brooklyn, con una visuale su Lower Manhattan, ho seguito le fasi successive. Il panico, i soccorsi, la gente intrappolata ai piani alti che saltava dalle finestre.
E poi il crollo della Sud, seguito dalla Nord, il frastuono delle sirene, il blocco delle linee telefoniche, la luce a intermittenza, le notizie sugli altri due dirottamenti. Ricordo la mattina dopo la notte insonne il manto bianco di fuliggine portata dal vento per chilometri e l'odore di bruciato che penetrava le narici. L'ultima immagine è la collina di detriti che dominava West Broadway, dove cinque giorni dopo sono andato a portare guanti e mascherine ai vigili del fuoco, polizia e volontari di ogni sorta. Il bilancio di quello che venne raccontato sulla prima pagina de La Stampa del 12 settembre come "Attacco all'America" fu di 2977 morti e oltre seimila feriti.
Sin qui il mio 11 settembre, spartiacque che ha segnato però la vita di tutti, non solo negli Usa ma nel Pianeta intero. La storia del mondo si divide in prima e dopo quel martedì di fine estate. Sino a diciannove anni fa gli Stati Uniti non erano ufficialmente impegnati in nessuna guerra. Pochi di noi avevano sentito parlare di al-Qaeda o di Osama bin Laden, l'oggetto più futuristico che circolava era l'iPod, i social non esistevano, il pianeta Internet usciva dalla sua prima bolla e nonostante il vigore di Silicon Valley l'intelligenza artificiale non era ancora entrata dentro le case con la domotica. Venivano deportate la metà delle persone rispetto ad oggi, la sorveglianza del grande fratello era una frazione della sua dimensione attuale. E - forse cosa più difficile da credere - non ci eravamo mai dovuti togliere le scarpe per passare i controlli di sicurezza in aeroporto. Nulla più è come prima: in quasi quattro lustri ci sono stati cambiamenti ed eventi epocali che hanno stravolto il mondo.
La crisi finanziaria del 2008, le "primavere" arabe e non, i relativi inverni post-rivoluzionari, i populismi e la recentissima pandemia che ha totalmente cambiato i rapporti di forza tra uomo e uomo e tra quest'ultimo e l'ambiente (in senso lato) in cui vive. Si sono raggiunti importanti traguardi che hanno velocizzato a loro volta cambiamenti a ritmi sempre più sostenuti, tanto da far emergere un elemento che più di altri caratterizza il post 11 settembre: l'accelerazione dei cicli e dei ritmi di vita. Tutto è molto più veloce, immediato, superato, archiviato, dalla durata media di un telefonino ai gusti in fatto di cucina, sino ad arrivare alla fenomenologia politica. E talvolta a farne le spese è la memoria: "siamo qui per non dimenticare", è il mantra recitato al Memoriale di Ground Zero.
Preso atto di questo elemento di novità, per ricostruire le dinamiche politiche ed economiche dell'ultimo ventennio a livello macro non si può non partire proprio dagli Stati Uniti. Dopo l'11 settembre e l'inizio della guerra al terrorismo, gli Usa (e i partner Nato tra cui l'Italia) si sono ritrovati nelle sabbie mobili dell'Afghanistan, la più lunga campagna militare della loro storia, superiore al Vietnam. Il bilancio dell'altra guerra post Torri Gemelle, quella in Iraq, non è stato certo brillante e solo il generale David Petraeus e la sua astuta strategia dell'Anbar sono riusciti a contenere i danni.
Che in termini di vite umane però sono stati elevati. La lotta al terrore prosegue tutt'oggi e ha visto gli Usa presenti "boots on the ground" anche in Siria (e altrove in forme più o meno ufficiali) in chiave anti-Isis. Da un punto di vista politico, dopo il doppio mandato del repubblicano George W. Bush, si è assistito alla elezione del primo presidente afro-americano della storia Usa, il democratico Barack Obama, seguita da quella del primo inquilino della Casa Bianca populista e anti-establishment, il repubblicano sui generis Donald Trump.
La crisi finanziaria, successiva al periodo delle vacche grasse in cui si è speso senza misura per finanziare sforzi bellici e rafforzare la sicurezza in senso lato, ha mostrato la grande fragilità di Wall Street strozzata da un devastante crisi di liquidità e le colpe della speculazione finanziaria senza freni. E ha consacrato la Cina quale principale concorrente degli Stati Uniti non solo sul piano economico, ma anche su quello politico e militare.
Dal canto suo è l'Europa quella che porta ancora i segni più evidenti dello tsunami generato dalla grande bolla dei mutui subprime, quelli ad alto rischio e alto rendimento, di cui si era abusato, appunto, in America. Se Wall Street si è ripresa dalla crisi inaugurando una galoppata che dura tutt'ora, nel sud del Vecchio continente le ferite economiche restano ancora aperte specie dinanzi alle iniquità delle istituzioni di Bruxelles che hanno favorito l'approdo di certi Paesi ai lidi di sovranismo, nazionalismo e isolazionismo. Più in generale hanno favorito l'avvento del neopopulismo in diverse declinazioni, dapprima in Russia ed Est Europa e poi sempre più verso occidente fino ad arrivare a quelle di segno opposto dell'America Latina. Declinazioni di un protezionismo che percepisce il fenomeno delle migrazioni come un elemento di "pericolo".
La fuga dai Paesi di origine colpiti da guerre, carestie, repressioni e difficoltà economiche, in Asia come in Africa, ha subito una cronicizzazione con le "primavere 2.0", quel movimento di liberazione da regimi oppressivi e governi autoritari favorito dalla diffusione dei social. Grazie a Facebook e Twitter per la prima volta in tempo reale si poteva vedere cosa stava accadendo in un'altra piazza, in un'altra città, in un altro Paese, accelerando il contagio della protesta.
Alla fase iniziale di (quasi sempre) sana ribellione e speranza per una naturale transizione verso la democrazia, ne ha fatto seguito una di vuoto caotico creato dall'abbattimento di secolari Rais e colmato sovente da soluzioni belliche indicate ad arte da menti calcolatrici. Tali da inaugurare una nuova fase, quella dei conflitti regionali, asimmetrici, a bassa intensità e per procura. Dove, specie in Medio Oriente, ai vecchi ordini geopolitici è subentrato il settarismo che ha prodotto conflitti come in Siria e in Yemen. Mentre l'Africa, a partire dalla Libia per arrivare alla Somalia, passando per il Sahel, è divenuta ancora una volta terra di conquista.
Dentro le nuove potenze emergenti, come Cina e Turchia, fuori gli africani vittime dei loro stessi governi, talvolta corrotti o incapaci, così come del sempre maggiore divario tra Nord e Sud del Pianeta causato da una globalizzazione a due velocità. Così alle tradizionali rotte della speranza se ne sono inaugurate di nuove, gestite da organizzazioni criminali talvolta sovrapposte o affiancate a quelle terroristiche.
Queste ultime in fase di regressione (alcuni dicono in vista di una nuova fase) dopo l'uccisione di Abu Bakr al Baghdadi, il califfo dello Stato islamico che aveva preso in mano il testimone del terrore proprio da bin Laden, il regista dell'11 settembre 2001, ucciso dieci anni dopo gli attacchi alle Torri Gemelle nel suo nascondiglio di Abbottabad in Pakistan.
La fine del califfato, da alcuni indicato come un nuovo spartiacque, è stato salutato dal mondo come un momento di svolta e di speranza: dopo 18 anni di guerra al terrore accompagnata da frenesia politica, economica e sociale, si chiudeva un capitolo lacerante della recente storia. La vittoria del bene sul male, dopo gli orrori causati della più criminale interpretazione dalla Sharia, sembrava riportare umanità e misericordia nel Pianeta.
Un'illusione durata qualche mese, il tempo necessario affinché il mondo diventasse ancora una volta teatro di una nuova guerra. Una guerra globale contro un male invisibile, chiamato Coronavirus, una pandemia senza precedenti al passo con i tempi, globale: dall'Asia all'America passando per l'Europa, e poi in Africa e in Australia. Al di là delle polemiche sulle responsabilità e la gestione, appare chiaro che il conto da pagare a causa del Covid-19 sarà elevatissimo, con ricadute senza ritorno.
Un altro cambiamento accelerato che come prima conseguenza ha l'ulteriore limitazione di libertà e mobilità, proprio come con l'11 settembre 2001 e le misure di sicurezza introdotte in tutte le dimensioni del trasporto. Paradosso, quest'ultimo, di quella globalizzazione che come manifesto ha l'esportazione della democrazia e il trasferimento a ciclo continuo di uomini e merci da un angolo all'altro del Pianeta.
Un malfunzionamento che compromette anche le abitudini più elementari di un mondo che funziona sulle grandi distanze e la libertà di percorrerle. Anche nella maniera più elementare, ad esempio volare dall'America in Italia per rivedere i propri cari, come il sottoscritto. Perché dopo quella mattina di fine estate di 19 anni fa, ho deciso, per quanto possibile, di rimanere negli Stati Uniti. E diventare giornalista.
di Chiara Saraceno*
La Stampa, 11 settembre 2020
In questi mesi abbiamo fatto l'esperienza collettiva di due diversi conflitti nel campo dei diritti. Il primo riguarda un conflitto tra diritti -tra il diritto alla salute (alla sicurezza) e il diritto alla libertà, all'educazione, al lavoro, alla mobilità. Il secondo riguarda il conflitto tra "aventi diritto": rispetto alle cure, rispetto alla protezione. Se il modo in cui questi conflitti si sono manifestati è nuovo, la potenziale conflittualità connessa ai diritti e all'avere diritti non lo è.
Come ci ha insegnato Hobbes, quello tra libertà e sicurezza è un conflitto originario al vivere in società, pur declinato in modo sempre diverso. La soluzione non sta nell'optare per l'una o l'altro senza mediazioni, ma nel cercare l'equilibrio di volta in volta più ragionevole, più condiviso, meno lesivo dell'una o dell'altra.
Nella consapevolezza che si tratta sempre di un equilibrio provvisorio e rinegoziabile, i cui costi vanno riconosciuti. Vale a livello collettivo, tra cittadini e Stato, tra collettività e i propri aderenti. Ma vale anche nelle relazioni interpersonali. Si pensi, ad esempio, alle relazioni genitori-figli, quando questi ultimi sono ancora in crescita, ove la preoccupazione per la loro sicurezza deve essere temperata da quella per lo sviluppo della loro autonomia e libertà. Oppure si pensi alle relazioni di cura verso persone fragili, dove troppo spesso si trascura l'importanza della libertà (oltre che del diritto alla dignità) per lo stesso stare bene. Due temi che si sono presentati in tutta la loro drammaticità in questi mesi.
Un caso tutto moderno, mi sembra, di conflitto tra diritti, che di nuovo ha a che fare con la sicurezza, è quello tra diritto alla salute e diritto al lavoro. Può presentarsi nel caso specifico di una fabbrica o di una località, ma può diventare un fenomeno strutturale in un'epoca di politiche ambientali. Queste possono costituirne (forse) la soluzione nel medio-lungo periodo, ma non sempre nel breve e non per tutti. Chi salvare quando non ci sono risorse per tutti esemplifica bene il secondo tipo di conflitti - tra persone o gruppi rispetto ai diritti. Anche questo è un dilemma antico e, temo, diffusissimo in società più povere della nostra, non solo per quanto riguarda le cure sanitarie, ma il cibo e i beni essenziali, o quale figlio/a mandare a lavorare invece che lasciarlo a scuola per poter nutrire gli altri.
In modo meno immediatamente drammatico, lo stesso tipo di conflitto è stato alla base della decisione di chiudere le scuole per contrastare l'epidemia, sacrificando il diritto dei più giovani all'educazione e alla socialità per proteggere gli adulti e gli anziani da loro come potenziali diffusori della stessa. Bobbio aveva rilevato questa dipendenza dei diritti di ciascuno dalla disponibilità di tutti di cedere una quota delle proprie risorse nel caso dei diritti sociali, in quanto questi sono finanziati dal bilancio pubblico.
Questa dipendenza, a suo parere, ne fa un'eccezione rispetto a diritti civili e politici, che, invece, a suo parere sarebbero, per così dire, a costo zero. Non sono d'accordo. Il fatto che il riconoscimento dei diritti civili e politici non richieda impegni di spesa (cosa per altro, non sempre vera, visto che per darvi attuazione talvolta occorre mettere le persone in condizione di fruirne) non significa affatto che la loro affermazione e attuazione non dipenda dal raggiungimento di un consenso, che richiede anche che una auto-limitazione del proprio potere o diritti acquisiti. Per questo la loro conquista è sempre l'esito di conflitti, di norma maggiori nel caso dei diritti civili e politici che di quelli sociali.
Riflettendo sui conflitti che possono darsi attorno ai diritti, Sen ha parlato di giustizia comparativa, contrapponendola a un'idea di giustizia basata su un principio di imparzialità astratto. Per realizzare azioni giuste occorre soppesare i diversi interessi e bisogni in gioco, consapevoli che qualsiasi decisione potrebbe ledere il diritto legittimo di altri, dandone atto e riconoscimento nell'argomentazione delle decisioni. A ben vedere, è la logica che sta dietro alle azioni positive: un maggior diritto riconosciuto temporaneamente a individui appartenenti a determinati gruppi a scapito di altri perché considerati in condizione di debolezza sociale.
La democrazia gioca un ruolo importante nel dirimere di volta in volta questi conflitti, evitando che siano decisi in modo autoritario e sopraffattorio. Democrazia intesa come esercizio della ragione pubblica in cui gli interessi in gioco siano esplicitati e i loro portatori adeguatamente rappresentati. Solo attraverso il confronto tra "buone ragioni" (Habermas) e criteri, sui diritti che promuovono (e di chi) e quali (e di chi) invece negano, o sacrificano si può arrivare a un consenso, più o meno fragile e provvisorio, sulle dimensioni cui dare priorità per arrivare a decisioni comparativamente più giuste, o meno ingiuste, di altre.
*Estratto della relazione di apertura al Festival Con-vivere, Carrara 10-13 settembre, dedicato a "Diritti".
di Emanuele Giordana
Il Manifesto, 11 settembre 2020
Un video registrato con la deposizione di due disertori dell'esercito birmano e ora in possesso della Corte penale internazionale dell'Aja inchioderebbe i militari birmani colpevoli della pulizia etnica contro la minoranza musulmana dei Rohingya. Ne ha dato notizia Al Jazeera che cita Fortify Rights, organizzazione che sostiene che i due hanno disertato in agosto dopo esser stati prigionieri dell'Arakan Army, gruppo separatista che agisce nello Stato birmano del Rakhine.
Dove ora si trovino non si sa, ma si tratterebbe della prima pubblica ammissione di atrocità cui erano costretti i bassi ranghi dell'esercito. La notizia è stata diffusa l'8 settembre, giorno in cui è ufficialmente iniziata la campagna elettorale per le elezioni di novembre. Le indagini della Corte penale internazionale non sono le uniche: il Gambia, col sostegno dei 57 Stati membri dell'Organizzazione per la cooperazione islamica, si è rivolto in novembre alla Corte internazionale di giustizia (Ijc) denunciando il Myanmar per aver violato, nel caso rohingya, la Convenzione sul genocidio del 1948. Ma ora anche Canada e i Paesi Bassi hanno espresso il loro sostegno all'azione del Gambia.
Quanto ai militari, un'altra tegola è arrivata ieri da Amnesty International: documenti riservati rivelano come diverse imprese internazionali siano collegate al finanziamento delle forze armate birmane e di alcune unità direttamente responsabili di crimini ai sensi del diritto internazionale e di altre violazioni dei diritti umani.
Lo sarebbero attraverso la Myanmar Economic Holdings Limited (Mehl), conglomerato birmano fondato dal regime militare nel 1990 e ancora diretto e posseduto da personale in servizio o in pensione. Le sue attività includono minerario, liquori, tabacco, abbigliamento, finanza in partnership con aziende locali e straniere tra cui la multinazionale giapponese della birra Kirin e il gigante dell'acciaio sudcoreano Posco. "Gli autori di alcune delle peggiori violazioni dei diritti umani traggono vantaggio dalle attività commerciali di Mehl, come il capo militare Min Aung Hlaing che possedeva 5.000 azioni nel 2011", commenta Mark Dummett, del Business, Security and Human Rights di A.I.
C'è' poi un documento confidenziale che riguarda gli azionisti e condiviso con l'organizzazione Justice for Myanmar, le cui pagine web non si possono leggere nell'ex Birmania. Il documento dice che l'importo totale dei pagamenti dei dividendi in un periodo di 20 anni è stato di circa 18 miliardi di dollari: di questi, Mehl avrebbe trasferito circa 16 miliardi di dollari a unità militari.
A Bruxelles intanto la Conferenza dei presidenti del Parlamento europeo ha deciso ieri di escludere formalmente la vincitrice del Premio Sakharov Aung San Suu Kyi dalla Comunità dei vincitori per non aver fatto nulla contro i crimini in corso contro la comunità rohingya. Nel 1990 il Parlamento europeo aveva assegnato il Premio Sakharov per la libertà di pensiero alla Lady, allora leader perseguitata dell'opposizione. Un anno dopo, veniva insignita del Nobel per la Pace.
di Elena Meli
Corriere della Sera, 11 settembre 2020
L'utilizzo assiduo di cannabis continua ad aumentare fra chi ha disturbi dell'umore, come forma di "automedicazione", e questo nonostante possa peggiorare i sintomi. Tanti credono che la cannabis faccia bene all'umore, favorisca il relax, sia utile in generale per il benessere mentale. È falso e per esempio può peggiorare i sintomi della depressione, che invece è una fra le condizioni più spesso associate alla scelta di consumarla. Al punto che oggi c'è una gran quantità di depressi che non disdegnano uno spinello, almeno negli Stati Uniti: lo segnala una ricerca pubblicata su JAMA Network Open secondo cui fra i pazienti con depressione il tasso di utilizzo di prodotti derivati dalla cannabis negli ultimi anni si è letteralmente impennato.
Effetti collaterali - Stando agli autori, la prevalenza dell'utilizzo della cannabis è costantemente aumentata negli ultimi due decenni, del 98 per cento nel caso dell'uso sporadico almeno una volta al mese e del 40 per cento quello quotidiano: un dato che preoccupa perché questa sostanza può avere effetti collaterali consistenti e, per esempio, peggiorare i sintomi della depressione. Proprio questi pazienti però sono i più attratti dal consumo: "Il 50 per cento pensa che sia utile contro i disturbi dell'umore e l'ansia, appena il 15 per cento ha idea dei possibili rischi", dice Deborah Hasin, la psichiatra della Columbia University di New York che ha coordinato l'indagine. "Così, circa un paziente su quattro riferisce di averla provata come auto-medicazione".
Errore di valutazione - La Hasin ha cercato di capire se la "moda" dell'uso da parte dei pazienti con depressione stia crescendo e per farlo ha valutato oltre 16mila persone, con e senza disturbo dell'umore, nei dieci anni dal 2005 al 2016. Uso molto aumentato I dati raccolti mostrano che siamo di fronte a una sorta di boom: la probabilità che una persona con depressione abbia consumato cannabis nel corso dell'ultimo mese è raddoppiata dal 2005, quella di un utilizzo giornaliero è addirittura triplicata. "Una tendenza che medici e psichiatri devono conoscere, visti i possibili rischi: servirebbero per esempio campagne informative per spiegare come e quanto la cannabis possa peggiorare il benessere mentale", sottolinea Hasin.
Una necessità condivisa da Patrizia Hrelia, già presidente della Società Italiana di Tossicologia e membro del direttivo della Società Italiana di Farmacologia: "La cannabis è percepita come una fra le droghe meno pericolose, ma non è affatto così. Conosciamo meglio gli effetti collaterali dell'abuso, ma pian piano si stanno accumulando anche dati sull'uso terapeutico e della cannabis light e, anche in questi casi i dosaggi possono diventare eccessivi: se una persona fuma dieci volte al giorno, si può arrivare a dosi consistenti anche con un prodotto a bassa concentrazione di tetraidrocannabinolo (il composto con effetti psicotropi che nella cannabis light deve essere inferiore allo 0,2 per cento, con una tolleranza che arriva al massimo allo 0,5, ndr)".
Rischi maggiori sotto i vent'anni - La cannabis come rilassante insomma non è una buona idea, soprattutto nei giovani come puntualizza Hrelia: "Al di sotto dei vent'anni si è in una fascia di vulnerabilità estrema ai danni cerebrali da cannabis: è stato dimostrato che l'impiego assiduo porta a un deterioramento della sostanza bianca in regioni che sono sede del ragionamento e delle capacità decisionali, arrivando fino a una riduzione sensibile del quoziente d'intelligenza. L'uso frequente della cannabis lascia per così dire una sorta di impronta' sul cervello dei giovani", conclude l'esperta.
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