di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 10 settembre 2020
Non è vero che Marco Travaglio e la sua truppa del Fatto quotidiano stanno dalla parte della magistratura. A loro piacciono solo i pubblici ministeri, cioè quelli che in Italia -unico Paese del mondo occidentale- indossano indebitamente la stessa toga del giudice. In realtà c'è addirittura una categoria di giudici che quelli del Fatto proprio non sopportano, e sono i tribunali di sorveglianza. Non perdono occasione per tirar loro palate di fango, un materiale che in quella redazione conoscono bene.
Capita che evada, non rientrato da un permesso premio, Johnny lo Zingaro, un vero papillon, habitué delle fughe, spesso d'amore. Sarebbe scappato (o non rientrato) da qualunque istituto di pena, se gli fosse girato così. Ma era detenuto a Sassari, e i giudici della città sarda hanno proprio una brutta reputazione agli occhi di Travaglio e dei suoi ragazzi (e ragazze). Sono quelli che, dopo aver invano chiesto al Dap il trasferimento in un centro clinico adeguato per un detenuto gravemente malato, gli hanno poi accordato, mentre era in corso l'allarme per il Covid-19, un differimento della pena per pochi mesi, perché potesse avere cure adeguate a una grave forma di tumore.
Quel detenuto si chiamava Pasquale Zagaria, non aveva mai ucciso né rapinato, si era consegnato spontaneamente nel 2007, aveva poi ammesso i suoi reati, e soffriva di un "carcinoma papillifero di basso e focalmente alto grado della vescica". Era stato operato e necessitava di cure specifiche. Non era considerato pericoloso almeno dal 2011, come dichiarato nel 2015 dalla corte d'appello di Napoli. Pure era finito nel tritacarne della canea, che ancora nei giorni scorsi aveva latrato dalle colonne di Repubblica, che polemizzava sui "boss scarcerati".
Pasquale Zagaria è in un ospedale lombardo, non scoppia di salute. Non rientrerà in carcere benché lo chiedano ossessivamente i pubblici ministeri napoletani, come già aveva fatto Catello Maresca, quello che lo aveva arrestato e che non si dà pace, perché i "cattivoni" giudici di Sassari hanno presentato ricorso alla Corte Costituzionale contro il decreto Bonafede dell'11 maggio. Quello che nominava i pubblici ministeri "antimafia" come badanti dei giudici di sorveglianza, minandone l'autorevolezza e l'autonomia. Con grande disappunto del Fatto, persino di una giornalista come Antonella Mascali che pure si era fatta le ossa, da giovane, alla scuola di Radio Popolare, fondata da un garantista come Piero Scaramucci.
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 10 settembre 2020
Detenuto in isolamento da un anno e mezzo, ha iniziato lo sciopero della fame. Le reazioni di Lega, Fratelli d'Italia e Forza Italia dimostrano come non sono l'alternativa alla sinistra giustizialista.
Una chiacchiera garantista che dura da trent'anni, così abbondante e melodrammatica quando si tratta di proteggere la gente "per bene", cioè gli appartenenti al clan, sta in perfetta armonia con la più retriva e incivile istanza illiberale quando non c'è da accusare una toga rossa e quando a soffrire l'ingiustizia è chi appartiene a categorie che non ricadono in quell'ambito di tutela.
La destra - questa cosa che avrebbe potuto essere altro, questa cosa che ha avuto il tempo, il modo, il potere, l'accreditamento per poter essere altro - in argomento di giustizia non è mai riuscita e tuttavia non riesce a essere nient'altro: e cioè l'osceno, eterno complesso reazionario mobilitato a reclamare impunità o chiavi da buttare a seconda che la giustizia infierisca di qui o di là. Il caso di Cesare Battisti, di cui in particolare questo giornale si è occupato, è solo l'ultima - ma molto significativa - riprova della genuina e inesausta natura illiberale di quella tradizione, che viene su inguaribile nei discorsi indignati degli influencer di destra quando un detenuto chiede il trattamento costituzionale dei propri diritti.
Non c'è solo il prevedibile Salvini, che rivendica il merito di aver "assicurato alle patrie galere" il "vigliacco assassino" e grida contro lo "sconto di pena" che peraltro nessuno ha chiesto. Ce lo ricordiamo bene, Salvini, nel sodalizio ripugnante con il ministro Bonafede, quello travestito da poliziotto e quest'altro a fare il film della "giornata indimenticabile", con la musichetta. Una cosa buona nella Repubblica fondata su Piazzale Loreto: una vergogna in un Paese appena decente. Ma appunto: che cosa volevi che dicesse il capo della Lega?
Ma c'è anche, in competizione indemoniata, la madre e cristiana d'Italia, Giorgia Meloni, che a proposito della faccenda dichiara: "Dopo averla fatta franca per decenni, il terrorista Cesare Battisti non concepisce l'idea di dover restare in galera per il resto dei suoi giorni a scontare la pena che la giustizia italiana gli ha inflitto".
Dichiarazione stolida in primo luogo perché quel che Battisti concepisce o non concepisce non sono affari della Meloni e di nessun altro, e poi perché la pena inflitta non include il trattamento illegale di cui Battisti si assume vittima. Ma non è mica finita. C'è anche la signora Mara Carfagna, la quale non solo invita Battisti a "dimostrare dignità" (e chi è, una precettrice?), ma proclama: "In nome del popolo italiano è giusto che paghi per quello che ha fatto".
Signora Carfagna: "paghi" come? Con l'isolamento oltre i termini previsti? Con il conto dei minuti d'aria? Con la privazione del diritto alle cure mediche? Con il diniego del lusso costituito da un piatto di riso in bianco? Magari alla luce degli insegnamenti della sua collega in libertà, la signora Santanché, la quale, a proposito delle scandalose pretese di Cesare Battisti, sbava: "Si affami pure, ma in cella!".
Cara signora Carfagna, nessuna norma conferisce al popolo italiano, che lei vorrebbe onorare, il diritto di incattivirsi in quel modo su un detenuto. E semmai il popolo italiano dovrebbe vergognarsene: e lei che lo rappresenta dovrebbe spiegarglielo, anziché vellicarne la propensione aguzzina. Sarebbe la vostra, sarebbe questa l'alternativa alla sinistra "giustizialista" che dite di avversare?
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 10 settembre 2020
Corte di cassazione, Terza sezione penale, sentenza 9 settembre 2020 n. 25433. Evasore condannato anche se avrebbe potuto contare sulla prescrizione. Tutta conseguenza della sospensione della prescrizione disposta nel periodo di emergenza sanitaria. Sospensione sulla quale la Cassazione, con la sentenza della Terza sezione penale, n. 25433 depositata ieri, ha considerato infondata la questione di legittimità costituzionale.
La decisione della Corte ha così condotto a sanzionare sul piano penale un omesso versamento Iva dell'ammontare di 360.000 euro, malgrado la difesa avesse chiesto di sollevare davanti alla Consulta la questione di legittimità fondata sui profili di trasgressione dell'articolo 25, comma 2, della Costituzione, e dell'articolo 7 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo per l'introduzione, con il decreto legge n. 18 del 2020, un nuovo caso di sospensione della prescrizione applicabile anche ai fatti di reato antecedenti alla sua entrata in vigore.
Tema controverso e già sottoposto alla Corte costituzionale, che dovrà dunque pronunciarsi, per effetto delle ordinanze di rimessione di alcuni giudici di merito (tribunale di Siena, con 2 provvedimenti del 21 maggio scorso, tribunale di Roma del 18 giugno, tribunale di Crotone del 19 giugno).
Diversa invece la linea che preso corpo in Cassazione, dove si conferma l'ostilità al rinvio alla Corte costituzionale. La sentenza di ieri così, pur riconoscendo che la disciplina della prescrizione è indubbiamente di natura sostanziale, àncora il dato normativo non tanto al decreto legge n. 18 di quest'anno quanto all'articolo 159 del Codice penale, con la previsione di sospensione della prescrizione in ogni caso in cui la sospensione del procedimento e del processo penale è disposta per legge.
"È, infatti, di tutta evidenza - osserva la Corte - che siffatta disposizione, nel rinviare, in relazione alla sospensione del termine prescrizionale, alle ipotesi di sospensione del processo, costituisce di per sè regola generale ed astratta, di carattere sostanziale, cui, di volta in volta attraverso il meccanismo del rinvio mobile, può dare contenuto la singola norma, questa volta di contenuto processuale e, pertanto, immediatamente applicabile, che, appunto disciplinando il processo, possa prevedere gli eventuali eventi che ne determinano la sospensione".
La sentenza osserva ancora che la disposizione che la difesa vorrebbe affidare al sindacato della Corte costituzionale, introduce in realtà una nuova ipotesi di sospensione della del processo penale. Infatti, l'articolo 83 del decreto legge n. 18 del 2020 dispone che tutte le udienze dei procedimenti civili e penali sono rinviate d'ufficio e che, nel medesimo periodo, è sospeso il decorso dei termini per il compimento di qualsiasi atto riguardanti i procedimenti fermati: una previsione che conduce a ritenere sospeso l'intero procedimento "non potendosi logicamente concepire l'incedere di un procedimento (inteso lo stesso come l'ordinario susseguirsi dei determinati che lo compongono) ove sia sospeso il termine per l'esecuzione di ciascuno degli atti da cui il procedimento è formato".
ansa.it, 10 settembre 2020
E' legittima la condanna alla pena dell'isolamento in carcere inflitta a Cesare Battisti detenuto in via definitiva all'ergastolo per l'omicidio di quattro persone e altri gravi reati commessi negli anni Settanta quando militava nei Pac, i proletari armati per il comunismo, formazione alla quale aveva aderito negli anni di piombo alla fine dei quali è stato latitante per 37 anni in Francia e poi in Brasile. Lo sottolinea la Cassazione con un verdetto depositato oggi.
Proprio ieri, Battisti ha reso noto di voler iniziare lo sciopero della fame contro l'isolamento nel quale vive nella prigione di Massama (Oristano). Ad avviso dei supremi giudici non è possibile applicare indulti e condoni per far venir meno questo duro regime detentivo in quanto "la sanzione dell'isolamento diurno che segue l'irrogazione di più condanne alla pena dell'ergastolo, non può essere oggetto di condono, neppure in parte, una volta operata la scissione del cumulo delle pene".
Essendo questo un orientamento di diritto più che noto e consolidato, gli "ermellini" della Settima sezione penale hanno condannato Battisti, difeso dall'avvocato Davide Steccanella, a versare tremila euro alla Cassa delle ammende oltre al pagamento delle spese di giustizia. Con questo verdetto, sentenza 25455, la Cassazione ha confermato quanto stabilito dalla Corte di Assise di Appello di Milano con ordinanza del 18 marzo 2019.
di Andrea Magagnoli
Il Sole 24 Ore, 10 settembre 2020
Corte costituzionale - Sentenza 31 luglio 2020 n. 193. Nel caso di un reato che configuri l'immigrazione clandestina commesso antecedentemente all'entrata in vigore del decreto legislativo n. 7/2015 la pena può essere sospesa. Lo afferma la corte costituzionale con la sentenza n. 193/2020 depositata il 31 luglio 2020.
Il caso - La vicenda trae origine dall'ordinanza di rimessione agli atti alla Corte Costituzionale emessa dalla corte di assise di appello di Brescia. L' articolo 3-bis del decreto legislativo n. 7/2015 contiene una modifica di una norma contenuta nell'ordinamento penitenziario. Si tratta dell'articolo 4bis della legge n. 354/1975 richiamato dall'articolo 656 comma 9 lett. era a) del codice di procedura penale, che nella sua nuova versione esclude anche per il reato di immigrazione clandestina la facoltà per il giudice di applicare di sospensione dell'esecuzione della pena. Osservavano i giudici remittenti l'evidente illegittimità costituzionale di tale normativa dato la mancata previsione di una disposizione diretta ad impedire l'applicazione retroattiva del divieto di sospensione dell'esecuzione della pena.
In tale modo l'attuale normativa, connotata dalla predetta omissione, viene precisato nell'ordinanza di rimessione, violava in maniera palese il comma 2 dell'articolo 25 della Costituzione ed il divieto di retroattività della norme penali sfavorevoli in esso contenuto. Il dettato costituzionale prevede infatti per il legislatore ordinario, un ben preciso obbligo sugli effetti temporali delle norme penali.
Nel caso infatti fatti in cui entri in vigore una norma penale più sfavorevole rispetto alle precedenti i suoi effetti non potranno che riguardare i fatti commessi successivamente alla sua entrata in vigore, escludendo al contrario quelli realizzati antecedentemente che restano disciplinati dalla normativa pregressa.
La decisione della Consulta - Di ben diverso avviso sono invece giudici della Consulta che ritengono il contenuto della normativa oggi vigente conforme alla Costituzione. Osservano i giudici costituzionale la semplice mancanza di una norma che impedisca al divieto di sospensione della pena non sia di per sé sufficiente a determinare una pronuncia d' illegittimità costituzionale oggetto del giudizio de quo. Infatti viene precisato nella motivazione della sentenza n. 193/2020 come il problema derivante dalla mancata previsione di una norma idonea a vietare l'applicazione retroattiva del divieto di sospensione della pena possa trovare una facile risoluzione in sede di applicazione concreta della norma. Infatti al giudice ordinario non è preclusa, in assenza di un'espressa disposizione diretta a regolare gli aspetti temporali del contenuto del decreto legislativo n. 7/2015 la facoltà di ritenere applicabile il divieto di sospensione dell'esecuzione della pena ai soli fatti realizzati successivamente all' entrata in vigore del decreto legislativo n. 7/2015.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 10 settembre 2020
Carmelo Caminiti, detenuto con gravi problemi di salute, dopo la richiesta di domiciliari causa Covid aveva iniziato la protesta. Il suo avvocato: qualcuno dovrà risponderne in giudizio.
Alla fine è morto. Dopo 60 giorni di sciopero della fame, il recluso Carmelo Caminiti è finito in coma e ieri notte ha esalato l'ultimo respiro. Le sue condizioni di salute erano già gravi, tanto da aver chiesto gli arresti domiciliari ma si è visto respingere l'istanza. Una vicenda riportata sulle pagine de Il Dubbio grazie alla denuncia portata avanti dall'associazione Yairaiha Onlus. La gip ha concesso i domiciliari ospedalieri il giorno stesso che è uscito l'articolo, ma oramai è stato troppo tardi.
A darne notizia del decesso è la sorella. "Sequestrando la salma - racconta drammaticamente la famigliare a Sandra Berardi, presidente dell'associazione - e sicuramente volendo fare l'autopsia credo che sia scontato il fatto che vogliano verificare quello che non hanno fatto prima: lasciare un uomo alla deriva, indurlo e accompagnarlo alla morte come un agnello al macello". Poi aggiunge: "Nel 2020 non si lascia un uomo a digiuno per 60 giorni incuranti che tali decisioni erano dettati da uno stato di depressione e mala salute".
Carmelo Caminiti è stato un detenuto in attesa di giudizio presso la casa circondariale di Messina. Come ha segnalato l'associazione Yairaiha, viene arrestato dalla procura di Firenze a novembre 2017. A maggio del 2018 gli vengono concessi gli arresti domiciliari per varie patologie (tra cui diabete, stenosi, canali atrofizzati e altre) per le quali gli è già stata riconosciuta invalidità civile; a novembre del 2018 viene arrestato nuovamente dalla procura di Reggio Calabria.
L'11 marzo 2019 gli arriva un mandato di cattura dalla procura di Brescia con le stesse accuse di Firenze. Viene infine trasferito al carcere di Messina al centro clinico. Durante l'emergenza Covid 19 gli avvocati presentano istanza in quanto soggetto a rischio. I tribunali di Firenze e Reggio Calabria, vedendo la relazione medica del dirigente sanitario del carcere di Messina riconoscono l'incompatibilità carceraria, ma il gip di Brescia - pur riconoscendo le sue gravi patologie - rigetta l'istanza, non concede gli arresti essendo un "soggetto pericoloso" ai sensi dell'articolo 7, ovvero l'aggravante del metodo mafioso.
A dirlo è l'avvocato difensore Italo Palmara, che commenta la vicenda del suo assistito. "Nello stesso momento in cui il Tribunale di Reggio Calabria e quello di Firenze hanno giudicato in due differenti procedimenti il mio assistito incompatibile col regime carcerario per gravi motivi di salute - spiega l'avvocato-, in un terzo procedimento il Tribunale di Brescia, inspiegabilmente e a fronte della medesima documentazione medica, lo ha ritenuto compatibile col regime carcerario ed ha rigettato ogni mia richiesta di scarcerazione".
La situazione però si aggrava. I legali fanno ulteriori istanze per la concessione dei domiciliari. Il 30 maggio Carmelo Caminiti inizia a fare lo sciopero della fame e sete perché si sente vittima di un sopruso. L'11 agosto si aggrava e finisce in coma. L'avvocato ha presentato quindi un'altra istanza urgente, ricordando il rigetto delle istanze precedenti nonostante le documentate gravissime patologie che già presentava il detenuto. Ha ricordato come il Gip, motivando il mancato accoglimento dei domiciliari, scrisse che "il pericolo per la salute del detenuto in relazione all'emergenza sanitaria in atto è evocato solo in termini astratti". L'avvocato Palmara del foro di Reggio Calabria, nell'istanza, ha anche fatto presente di aver conferito con la dottoressa, la quale ha definito la situazione "gravemente compromessa". Alla fine, come detto, il giorno stesso che è uscito l'articolo, ovvero il 21 agosto scorso, arriva la concessione degli arresti domiciliari. Tempo due settimane, Caminiti muore.
In merito alla morte, l'avvocato commenta duramente: "Chi si è reso responsabile di tutto ciò dovrà rispondere giudizialmente del suo operato. Anche se, purtroppo, a giudicarlo sarà qualche suo collega e dunque non nutro grosse speranze che i familiari possano finalmente ottenere giustizia, perché, come si dice, "lupo non mangia lupo".
La Repubblica, 10 settembre 2020
Inizia lo screening sanitario per il personale di Polizia Penitenziaria del carcere di Poggioreale, per tutti i detenuti che ne faranno richiesta e per gli stessi operatori sanitari. Lo rende noto l'Osapp, in una nota.
"È un'operazione fortemente voluta dai sindacati di Polizia Penitenziaria e in particolar modo dall'Osapp", sottolinea il vice segretario regionale Luigi Castaldo, "uno screening che ricopre una elevata importanza sul fronte della prevenzione medica e della sicurezza negli ambienti di lavoro". Lo screening è stato predisposto e realizzato, fa sapere Castaldo, "grazie alla sinergia tra il direttore Carlo Berdini e il dirigente medico Vincenzo Irollo, con il supporto di tutta l'area sanitaria Penitenziaria".
Per Castaldo l'elevata sicurezza posta in atto dal direttore dell'istituto penitenziario partenopeo, tra i più grandi ed affollati d'Europa e dal Provveditore dell'Amministrazione Penitenziaria Campania Antonio Fullone, "soprattutto in questo travagliato periodo storico epidemiologico, non ha eguali visto il forte dispendio di risorse al fine di prevenire e scongiurare eventuali focolai. A coordinare l'operazione, realizzata grazie alla direzione generale dell'Asl Napoli 1 Centro, sarà il dirigente aggiunto della casa circondariale Gaetano Diglio", conclude Castaldo.
primonumero.it, 10 settembre 2020
Siglata un'intesa con Ulepe (Ufficio locale esecuzione penale esterna) di Campobasso per dare una possibilità concreta ai soggetti svantaggiati. Il presidente dell'Unione regionale, Cav. Domenico Calleo: "Persone che hanno bisogno di riacquistare fiducia verso la società che li tiene ai margini".
Un protocollo d'intesa che dia voce agli ultimi, una seconda possibilità concessa a chi ha sbagliato, ha pagato e cerca di ritrovare un posticino all'interno della società. È quello sottoscritto il 7 settembre tra Confcooperative Molise e Ulepe (Ufficio locale esecuzione penale esterna) di Campobasso. L'accordo prevede la collaborazione con la rete del territorio e Confcooperative può rappresentare un ottimo trampolino di lancio per l'inserimento nel mondo del lavoro di persone svantaggiate partendo dall'attività di volontariato a valenza riparativa.
L'Uepe si occupa, infatti, di persone adulte condannate per reati di varia natura, anche per condanne superiori ai quattro anni ma che devono scontare la parte residua in regime alternativo. "Confcooperative Molise è ben lieta di portare avanti questo accordo" dice il presidente dell'Unione regionale, Cav. Domenico Calleo.
"Il mondo della cooperazione ha come capitale il capitale umano e noi riteniamo che queste persone possano rappresentare risorse. Dopo la pena detentiva è chiaro che hanno bisogno di riacquistare fiducia verso la società che li tiene un po' lontani per via delle loro condanne. Integrarli per noi diventa un impegno, che potrà dar luogo anche alla costituzione di cooperative sociali di tipo B in base alla legge 381 del 1991".
Entrando nel dettaglio, il presidente Calleo tiene a sottolineare che "si faranno percorsi formativi personalizzati che daranno una competenza professionale e potremmo pensare a una cooperativa sociale di tipo B che lavori per le cooperative che già operano in settori molto diversificati, dall'agricoltura alla pesca, dall'apicoltura al sociale.
L'accordo dà lustro all'impegno di Ulepe e dà fiducia a persone che oggi sono marchiate, per colpa dei reati commessi. Non vanno condannate perennemente ma reinserite nella società. Mi auguro che tramite le cooperative aderenti si possano ospitare queste persone in modo costruttivo cercando di trasformare i soggetti da passivi ad attivi".
"Le difficoltà di inserimento lavorativo sono evidenti - spiega il direttore di Ulepe Campobasso, Giuseppe Di Leo - e abbiamo pensato di collaborare con Confcooperative perché tramite le cooperative si può riuscire a creare progetti di mirati in base alle competenze e abilità partendo dal presupposto che si possa realizzare un tirocinio formativo preliminare all'inserimento lavorativo". Allo stesso tempo, "si può anche pensare di inserire i soggetti nel mondo del volontariato per la giustizia riparativa. L'attività di volontariato per noi è diventata un'azione prevalente, c'è l'opportunità di vedere in maniera diversa il mondo dei detenuti".
Dunque, un'intesa che sensibilizzi, faciliti, regolarizzi i rapporti tra Confcooperative Molise e Uepe per favorire attività di volontariato a valenza riparativa di persone adulte in attesa di giudizio, condannate, per le quali si attivino percorsi riparativi proprio presso le cooperative aderenti. L'accordo potrà prevedere - aspetto molto importante - percorsi di formazione professionale e successivo inserimento lavorativo in forma diretta (tirocini formativi con eventuale assunzione) ed indiretta (costituzione di cooperative sociali di inserimento lavorativo).
di Rossella Avella
interris.it, 10 settembre 2020
Uno spicchio di libertà e indipendenza ritrovato grazie al progetto di Matteo Tosi, garante dei detenuti di Busto Arsizio. Avete presente quel senso di libertà che si prova andando in moto? Quando si corre e il vento accarezza il viso scompigliando i capelli? Ecco, quello. Si, proprio quella sensazione di leggerezza mista ad adrenalina che solo la moto sa dare, quando tra le curve ci si china verso la strada per non perdere l'equilibrio. Ora immaginate di trovarvi in un carcere e di non poter godere di quella libertà, ma di poterla solo lontanamente immaginare.
Da qui nasce "Am@netta" l'idea di Matteo Tosi, addetto stampa di professione, e già garante dei detenuti del comune di Busto Arsizio. L'obiettivo è quello di fare impresa nel carcere e di regalare ai detenuti, tramite un progetto di grafica e stampa, proprio quello spazio di libertà tanto agognato.
"Am@netta" l'impresa nel carcere - "Il progetto nasce nel 2018 all'interno del carcere di Novara e prende da subito il nome di "Am@netta". Il brand anticipa la caratteristica particolare di questo laboratorio di stampa per magliette. Si trova all'interno del carcere di via Sforzesca ed è frutto del lavoro dall'associazione culturale Brughiera CàDaMat di Busto Arsizio" ha raccontato Matteo Tosi ad Interris.it.
Cosa significa fare una cosa "a manetta"?
"Vuol dire farla fino in fondo, e per noi era importante non fermarci alle parole, ma riuscire a coinvolgere concretamente qualcuno in cerca di una seconda occasione. É un impegno per gli uomini di buona volontà. Quando per la prima volta ho visto realizzarsi il sogno, con il primo contratto firmato da un dipendente ho provato un senso di serenità e mi son detto - Vedi che era giusto, vedi che si fa -. Ad agosto 2019 abbiamo assunto il primo ad oggi siamo a due dipendenti".
Che aria si respira nel laboratorio?
"Per ora il rapporto è stato ottimo anche perché si dà impegno a persone che durante la giornata non ha grandi alternative di impegno. Fosse anche solo per avere due ore di stacco dalla situazione di disagio nella quale si vive ed è bellissimo per loro. Purtroppo nelle carceri italiane non si respira una bellissima atmosfera. In quasi tutti gli istituti di detenzione c'è un esubero di presenze. La cosa più grave è lo stato di abbandono. Bisognerebbe usare meno carcerazione preventiva in cella perché in carcere c'è tanta gente che ancora non è sicuro sia colpevole".
Cosa pensi si possa fare per migliorare la situazione?
"Basterebbe partire dalle piccole cose. Un esempio potrebbe essere quello di organizzare una serie di colloqui più umani dando un'ora di intimità anche da vivere in famiglia insieme a marito, moglie e bambino. Torni in cella con il magone ma almeno per un attimo sei stato il suo papà. Da padre soffro nel vedere sempre quelle scene strazianti di bambini che vorrebbero abbracciare i propri papà, che vorrebbero averli un po' per sé. Bambini che vorrebbero essere più figli e non solo spettatori di questa triste realtà nella quale si ritrovano i propri genitori".
Corriere del Trentino, 10 settembre 2020
Spini di Gardolo, ora si prepara la stagione. Il 6 luglio, dopo un periodo di chiusura totale, sono iniziate le attività della scuola estiva al carcere Spini di Gardolo: "L'unico caso in Italia in cui vengono organizzati corsi estivi, interamente basati sull'attività volontaria" ci racconta Silvia Larcheri, professoressa al liceo "Rosmini" di Trento e una delle coordinatrici del progetto.
Quella estiva a Spini di Gardolo è una scuola da sempre apprezzata dagli studenti, ma di cui vi era particolare bisogno soprattutto adesso, dopo che i detenuti hanno passato mesi chiusi in cella, sdraiati sulle brandine: "Non essendoci internet all'interno delle aule in carcere, non abbiamo potuto fare didattica a distanza. Quindi fin da subito abbiamo preparato materiale cartaceo, imbustato, e consegnato agli studenti detenuti. Ad un certo punto del lockdown, è stato anche possibile per loro restituirci il materiale".
Da quel momento lo scambio è stato più intenso, ci racconta Larcheri: "Mi sono resa conto che quel materiale che mandavamo noi professori e che avevamo pensato per ciascuno di loro era quasi un'ancora di salvezza. Uno studente ci ha scritto: quando ricevo la vostra busta è come scartare i regali di Natale".
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