di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 9 settembre 2020
Contro di lui un vero e proprio accanimento. Bonafede dovrebbe fare solo una cosa: trasferirlo nel luogo del suo giudice naturale, declassificarlo dalla categoria di terrorista a quello di normale prigioniero. Questa volta ci mette il suo corpo. Quello di un uomo di sessantacinque anni con qualche problema di epatite e di prostata. Da ieri Cesare Battisti rifiuta il cibo e le medicine.
La notizia diffusa dall'avvocato Davide Steccanella con una lettera dello stesso ex terrorista, ha suscitato la solita valanga di commenti negativi, anche da quegli ambienti politici che ostentano il proprio "garantismo".
di Liana Milella
La Repubblica, 9 settembre 2020
"In tempi di Covid abbiamo garantito una giustizia senza cedimenti né interruzioni". Marta Cartabia presiede, alla Consulta, la sua ultima udienza. Parla per pochi minuti, ma lancia il suo messaggio. "Anche durante il Covid la Corte ha assicurato il pieno funzionamento della giustizia costituzionale, che è garanzia dei rapporti tra poteri, senza cedimenti e senza interruzioni".
Nella grande sala Belvedere, all'ultimo piano del palazzo della Consulta, al top del suo fascino con la vista di Roma sotto il sole, ecco tutti i giudici in carica. Davanti a lei gli ex presidenti Giorgio Lattanzi, Cesare Mirabelli, Franco Gallo, Ugo De Siervo, Gaetano Silvestri, Francesco Amirante, Cesare Ruperto, Franco Bile. E poi Gabriella Palmieri, un'altra donna a capo dell'Avvocatura dello Stato. C'è il costituzionalista e avvocato di tante udienze qui alla Corte Massimo Luciani. E il consigliere laico del Csm Filippo Donati.
Poche parole da Marta Cartabia per salutare i colleghi: "Per me sono stati anni di grandissimo arricchimento umano e professionale" dice subito. Poi parla del Covid, l'emergenza sanitaria che ha attraversato, ma senza travolgerlo, il suo mandato di presidente alla Corte. E che ha coinvolto anche lei personalmente, quando ha scoperto di avere la febbre. Ma il suo lavoro e quello della Corte sono proseguiti. Pur se il coronavirus ha imposto un'altra vita anche alla Consulta: A cominciare dalla necessità di "ripensare gli spazi per assicurare la giustizia costituzionale". Oggi Cartabia può vantarne i risultati: "Sotto la spinta dell'emergenza c'è stata una grande innovazione. Poi si valuterà cosa deve rimanere e cosa no, speriamo non per future emergenze". Cartabia cita anche l'udienza del 12 agosto - la prima e unica volta di una riunione delle alte toghe in pieno periodo di ferie - "per risolvere un nodo importante, quello dei referendum, e non lasciare incertezze sulla scadenza elettorale che ci sarà tra breve".
Il giudice Giancarlo Coraggio, per la Corte, Massimo Luciani per il foro, Gabriella Palmieri per l'Avvocatura, salutano Aldo Carosi, l'altro componente della Consulta che chiude i suoi nove anni e torna alla Corte dei conti. Poi tocca al giudice più anziano di nomina Mario Rosario Morelli la "laudatio" per Cartabia. Il saluto "cum laude" è tradizione della Corte, spiega Morelli, ma non è solo formale. Eccolo definire Carosi "il mago della contabilità", perché "ci ha insegnato il bilancio", "rigoroso, appassionato, leale in camera di consiglio, un amico prezioso che certo non perderò".
Parole forti per Cartabia, "il cui profilo anche internazionale è noto". Ricorda quando conobbe la allora trentenne Cartabia, giovane ricercatrice, che nel 1996 presentò uno studio sui diritti fondamentali nel rapporto con la Corte. Sulla linea "dell'amarcord", dice Morelli, ecco l'approfondimento sul lavoro dei consiglieri regionali e nazionali.
Con un tocco di galanteria, Morelli rammenta quando arrivò alla Consulta e ritrovò Cartabia, "uguale a vent'anni prima", pronta a portare nello storico palazzo la sua teoria di una giustizia costituzionale "senza frontiere", a tutela di chi ha meno diritti. Morelli cita alcune delle tante sentenze scritte da Cartabia - ne conta oltre 175, "di certo più di tutti noi" - proprio su questo tema, come quelle sulle madri detenute, ma anche sugli immigrati, sull'Ilva, sul referendum, sulla proporzionalità della pena, sulla libertà di religione, infine quella del 2015 sulla Robin tax.
Morelli definisce "storica" la presidenza di Cartabia, "per il suo peso internazionale, per la rottura del dominio maschile, per l'emergenza Covid che non ti ha piegato, visto che hai garantito comunque la continuità del lavoro della Corte, aprendo la via al processo telematico".
Le dice: "Auguri, Marta, per i tuoi secondi 50 anni". Un'allusione, neppure tanto velata, a possibili futuri incarichi che Cartabia potrebbe ricoprire, ricordando che il suo nome è già stato fatto come possibile presidente della Repubblica e come primo inquilino di palazzo Chigi.
di Simona Musco
Il Dubbio, 9 settembre 2020
Parla il magistrato Alfonso Sabella: "Viene meno il vincolo con l'autorizzazione originaria del Gip". La nuova norma sulle intercettazioni? Buona, ma il pericolo di pesca a strascico c'è e rischia anche di essere incostituzionale. A dirlo al Dubbio è Alfonso Sabella, oggi giudice del Tribunale di Napoli e sostituto procuratore del pool antimafia di Palermo di Gian Carlo Caselli.
Una materia delicatissima, sottolinea, che impone un'attenzione ancora maggiore da parte del magistrato, che, soprattutto, dovrà ricordare "di stare all'interno della cultura della giurisdizione", evitando atteggiamenti da plenipotenziario.
Il punto più difficile riguarda, infatti, la modifica al primo comma dell'articolo 270 del codice di procedura penale sull'utilizzabilità delle intercettazioni in procedimenti diversi da quelli per i quali siano state autorizzate le stesse, che risente di un vero e proprio vulnus, secondo il magistrato: "legalizzando le intercettazioni a strascico", infatti, viene meno il "vincolo con l'originaria autorizzazione data dal gip alle intercettazioni".
Una possibilità alla quale già le Sezioni Unite della Cassazione avevano posto un limite, con la sentenza Cavallo, secondo cui "il divieto di utilizzazione dei risultati di intercettazioni di conversazioni in procedimenti diversi da quelli per i quali siano state autorizzate le intercettazioni - salvo che risultino indispensabili per l'accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l'arresto in flagranza - non opera con riferimento ai risultati relativi a reati che risultino connessi ex art. 12 cod. proc. pen. a quelli in relazione ai quali l'autorizzazione era stata ab origine disposta, sempreché rientrino nei limiti di ammissibilità previsti dalla legge".
Un freno, forse, eccessivo secondo Sabella, che ha visto diverse misure cautelari sfaldarsi sotto il peso di quella decisione. "Ma ciò non toglie che se il pm fa il suo lavoro da magistrato della Repubblica e non da poliziotto che cerca a tutti i costi di coinvolgere l'indagato, allora probabilmente la riforma darà più spazio e più possibilità di accertamento della verità", spiega. Il vero anello mancante del sistema, dunque, è quello che riguarda il gip, un vuoto sotto certi profili normativo, ma, soprattutto, organizzativo. "I giudici delle indagini preliminari sono sommersi di lavoro - sottolinea Sabella -, sono loro quelli più schiacciati dall'enorme quantità di procedimenti trattati, molto più dei pubblici ministeri, dei giudici del dibattimento e del Riesame. Quindi il filtro serio sulle intercettazioni andrebbe messo sulle autorizzazioni". Il che, tradotto, è semplice: l'eccessivo carico di lavoro dei giudici riduce la possibilità di un'analisi seria del fascicolo, "non per sciatteria, ma perché non si è nelle condizioni materiali di farlo".
La soluzione, secondo Sabella, sarebbe quella di recuperare un maggior numero di gip, in grado, dunque, di creare un vero e proprio filtro alle richieste di intercettazioni, "che sono mutuate troppo spesso tali e quali dalle ipotesi della polizia giudiziaria".
Se tale filtro venisse potenziato, probabilmente, il fenomeno delle intercettazioni inutili "sarebbe riconducibile a numeri accettabili", in quanto il gip avrebbe il tempo materiale per verificare, fino in fondo, la bontà di una pista investigativa. "Questo è un problema fondamentale - continua Sabella - perché il giudice, così, si assumerebbe direttamente la responsabilità di scartare ipotesi investigative non fondate. Oggi si lavora schiacciati da questa angoscia, con tempi strettissimi. E quelle che sulla carta sono 24 ore si riducono, nella pratica, in pochi minuti, considerati tempi di trasmissione da un ufficio all'altro".
La norma avrebbe avuto dunque bisogno di un "capitolo" dedicato a tale aspetto, che avrebbe costituito "il vero punto di equilibrio" della norma, continua Sabella. Ma stando così le cose, l'unico ad avere in mano la faccenda è il pm, che "deve ricordare non solo l'obbligo di accertare le responsabilità, ma anche quello di cercare prove a discarico, non cedendo ad un certo manicheismo giustizialista".
Sulle intercettazioni a strascico, infatti, il dubbio di una possibile incostituzionalità non è secondario: "La mia perplessità - sottolinea Sabella - riguarda la possibile violazione della libertà di comunicazione, libertà prevista dalla Costituzione. Utilizzare conversazioni non attinenti al reato per le quali sono state autorizzate, purché riguardino un reato per cui possano essere disposte, fa perdere il collegamento con l'autorizzazione disposta originariamente dal gip".
La soluzione? "Che la Procura faccia la Procura, soprattutto nella fase di pubblicazione e selezione delle intercettazioni". Il rischio che il potere del pm diventi eccessivo, secondo il magistrato, c'è. "Ma sono fiducioso che i miei colleghi sappiano fare un ottimo uso di questo potere e dovere", spiega, anche se i casi contrari, nella storia della Giustizia italiana, non sono mancati. "Ma attenzione, non è più come una volta - conclude. Se il pm oggi non fa il suo lavoro non potrà più dare la colpa alla polizia giudiziaria".
di Giovanni Maria Jacobazzi
Il Dubbio, 9 settembre 2020
Intervista a Anna Rossomando (Pd). Secondo la vicepresidente del Senato "il contradditorio in aula è il perno del processo penale che deve tenersi in presenza".
"Il funzionamento della giustizia sarà un tema cruciale per la ripartenza post Covid e posso assicurare fin da ora che sarà massimo l'impegno al riguardo da parte del Parlamento e del governo", afferma la dem Anna Rossomando, vice presidente del Senato.
Presidente Rossomando, come vede la ripartenza dell'attività giudiziaria?
Premesso che sul punto abbiamo votato un provvedimento che anticipava la ripresa, inizialmente prevista al 31 luglio, al 30 giugno, credo che in questo momento sia importante superare alcuni ostacoli e timori.
A cosa si riferisce?
Il Covid ha messo in evidenza i ritardi storici della giustizia. Ora al netto dell'esigenza di tenere alta la guardia sull'emergenza sanitaria, urge riprendere il percorso relativo agli interventi strutturali nel processo penale e civile.
Di riforma della giustizia si discute da anni...
Dopo essere stati impegnati giorno e notte sull' emergenza Covid adesso dobbiamo concentrarci per far ripartire le riforme. Il metodo di lavoro dovrà però essere diverso.
Discontinuità con il precedente esecutivo gialloverde?
Esatto.
E come si realizza questa discontinuità?
Prima esisteva una sorta di forma di baratto fra gli alleati di governo: "io ti voto la legittima difesa e tu mi voti lo Spazza-corrotti o il blocco prescrizione". Ecco, questo tipo di approccio deve essere superato. Le "regole d'ingaggio" sono diverse.
Comunque se il precedente governo aveva posizioni molto distanti sulla giustizia anche l'attuale non è da meno...
È innegabile una sensibilità diversa con il partner di governo ma è questa la scommessa. L'impegno principale di un governo di coalizione è trovare le soluzioni con il metodo del confronto, senza risparmiarsi.
Che ruolo avranno le opposizioni?
Sono certa che daranno un contributo significativo.
Da dove partire?
Nel civile dall'esperienza Covid traiamo la convinzione che l'uso della digitalizzazione e dei sistemi telematici possa essere utilizzata con benefici sul servizio giustizia. La riforma sarà articolata e complessa, dovrà essere di aiuto al sistema economico e all'altezza degli standard europei, come ha dichiarato recentemente il commissario Gentiloni.
Sul penale?
Il contradditorio è il perno del processo penale, pertanto il processo deve tenersi in presenza. Su questo aspetto il Pd ha una posizione molto chiara. La riforma, già incardinata alla Camera, ha l'obiettivo di ridurre i tempi dei processi, proseguendo sulla differenziazione delle risposte, a seconda delle differenti domande di giustizia.
Il Pd ha una grande incompiuta, la riforma dell'ordinamento penitenziario. Uno dei primi provvedimenti del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede fu quello di mandare in archivio tutto il lavoro fatto dal predecessore Andrea Orlando...
Sbagliò. Si pensò che le pene alternative al carcere significassero "impunità". Invece era un diverso modo di rendere effettiva la pena. E anche più efficace. Mi riferisco alla riduzione della recidiva.
Un modo diverso di affrontare la sicurezza?
Certo. Ricordo che venne predisposto un monitoraggio da parte del ministro Orlando.
E sulla riforma della prescrizione?
Sono fiduciosa che l'attuale impianto possa essere rivisto con la riforma del processo penale.
Veniamo alla riforma del Csm. Il Consiglio dei ministri ha approvato ad agosto un ddl al riguardo. I punti salienti?
Mi convincono diversi aspetti. È stato archiviato definitivamente il sorteggio dei componenti. Era una battaglia del Pd. Poi la separazione fra chi nomina e chi giudica, una proposta che risale al 2014 da parte del ministro Orlando. Infine il contributo dell'avvocatura, seppur timido rispetto alle aspettative.
Si riferisce al voto degli avvocati nei Consigli giudiziari?
Avrei voluto un maggior ruolo per gli avvocati. Si parla sempre di cultura comune della giurisdizione. Gli avvocati ne fanno parte a pieno titolo. Al momento non è previsto che possano esprimere un voto.
Però faranno parte dell'Ufficio studi del Csm...
Insieme ai professori. E poi c'è la tutela della parità di genere.
Finiranno le degenerazioni del correntismo?
La riforma non è risolutiva. Però punta a scoraggiare meccanismi di potere e comunque non si può più attendere. Sul resto lavoreremo in Parlamento, approfondendo anche le criticità che alcuni hanno sollevato.
Sul gratuito patrocinio?
È un istituto importante. Deve essere garantito a tutela del diritto di difesa.
Si risolveranno i problemi dei tempi lunghi per la liquidazione del compenso?
Il ministro ha mostrato sensibilità. C'è un ddl incardinato alla Camera proposto dal Governo. Nel dl Semplificazioni, per ridurre i tempi, un emendamento a mia prima firma prevede anche un metodo d'inoltro delle richieste di liquidazione uniforme su tutto il territorio nazionale per via telematica.
E i fondi?
L' impegno del governo, assunto con l'approvazione di un ordine del giorno al Dl Semplificazioni, è quello di reperire risorse economiche per incrementare l'apposito fondo.
Per quanto riguarda l'equo compenso?
Deve essere vietata la possibilità, per la pubblica amministrazione, di stipulare contratti a titolo gratuito. Assolutamente.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 9 settembre 2020
"Garante dei detenuti", oppure delle "persone private della libertà"? Il sociologo Nando dalla Chiesa ha un po' polemizzato sul fatto che ultimamente non si dica più "Garante dei detenuti", come se fosse una sorta di travestimento semantico. In realtà la questione è molto più semplice.
ravenna24ore.it, 9 settembre 2020
Il programma è parte integrante del Piano di zona per la salute e il benessere sociale del distretto di Ravenna, Cervia e Russi. Migliorare le condizioni di salute e di vita delle persone sottoposte alla pena detentiva, con attività socio educative, di socializzazione e interrelazione e per l'inserimento lavorativo, questi gli obiettivi degli undici progetti presenti nella graduatoria realizzata nell'ambito del programma "Promozione della salute in carcere, umanizzazione della pena e reinserimento delle persone in esecuzione penale. Piano distrettuale per la salute e il benessere sociale 2020. Programma interventi rivolti alle persone sottoposte a limitazioni della libertà personale".
Il programma si inserisce nel quadro delle azioni realizzate a livello di Comitato locale per l'esecuzione penale adulti di Ravenna ed è parte integrante del Piano di zona per la salute e il benessere sociale del distretto di Ravenna, Cervia e Russi, in collaborazione tra l'assessorato alle Politiche sociali, la direzione della Casa Circondariale di Ravenna e l'UIEPE (Ufficio interdistrettuale di esecuzione penale esterna), insieme alle associazioni, cooperative sociali, società sportive e altri enti che presentano progetti di vario tipo: teatro, sport, cultura, gastronomia, informatica.
Si rinnova anche quest'anno la proficua collaborazione con la direzione carceraria e con le realtà sociali, culturali e sportive della città per dare risposte concrete in tema di riabilitazione della pena per le persone detenute. Le risorse investite nel programma di promozione derivano dal fondo regionale che viene ripartito fra i comuni sede di carcere (diversi gli indicatori tenuti in considerazione per la ripartizione di fondi: popolazione detenuta, detenuti stranieri e numero di soggetti sottoposti a misure esterne di esecuzione penale).
Per il 2020 sono stati assegnati al Comune di Ravenna 50.146,50 euro dalla Regione; ai quali il Comune aggiunge una quota di cofinanziamento, in misura non inferiore al 30%, per il costo di un dipendente con il ruolo di educatore per lo sportello informativo e per la gestione delle dimissioni con l'obiettivo di valutare il percorso più opportuno di reinserimento e di un funzionario per il coordinamento del progetto (22.191,87 euro); per un costo complessivo del progetto di 72.338,37 euro.
I progetti di intervento si dividono in realizzati all'interno della casa circondariale e realizzati all'esterno, in altre aree e/o con misure alternative alla detenzione e di comunità. Lo Sportello informativo all'interno del carcere (gestito da Life Onlus) è una delle azioni portate avanti, con particolare attenzione verso gli stranieri e le persone prive di risorse familiari e relazionali al di fuori del carcere. Le attività sono programmate di concerto con la direzione carceraria e in collaborazione con tutte le realtà operanti all'interno della struttura con il coinvolgimento delle associazioni di volontariato.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 9 settembre 2020
Corte di cassazione - Sentenza 8 settembre 2020 n. 25424. Il legittimo impedimento dell'imputato a comparire nel processo per motivi di salute, deve essere esteso a quei casi in cui il soggetto pur essendo trasportabile non è di fatto in grado di partecipare attivamente. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con la sentenza n. 25424 dell'8 settembre, accogliendo (con rinvio) il ricorso di una donna indagata per peculato.
La ricorrente, affetta da neoplasia, aveva ottenuto due rinvii in quanto bisognosa di assoluto riposo a seguito in un nuovo intervento per fronteggiare la recidiva della malattia e del successivo trattamento chemioterapico. Disposto un accertamento, il medico della Polizia attestò che l'imputata presentava una "condizione clinica che consente il trasporto a mezzo ambulanza". Sulla base di tale presupposto la Corte di appello rigettò la richiesta di rinvio e celebrò il processo.
Di diverso parere la VI Sezione penale che ricorda come "l'assoluta impossibilità a comparire derivante da infermità fisica non va intesa in senso esclusivamente meccanicistico, come impedimento materiale che risulti superiore a qualsiasi sforzo umano, prescindendo cioè dalle condizioni psico-fisiche in cui versa l'imputato, in quanto la garanzia sottesa all'esercizio del diritto di difesa comporta che l'imputato sia in grado di presenziare al processo a suo carico come parte attiva della vicenda che lo coinvolge".
Inoltre, argomenta la Corte, "non è chiaro perché la stessa situazione che aveva giustificato il rinvio delle udienze dell'1/04/2019 e del 6/06/2019 fu ritenuta non idonea a configurare il legittimo impedimento per la successiva udienza del 12/06/2019".
Sotto altro profilo, prosegue la decisione, "in una situazione ampiamente comprovata documentalmente, non è stato spiegato perché il mero fatto che l'imputata potesse raggiungere in ambulanza il Tribunale, circostanza, questa, già di per sé rivelatrice del precario stato di salute della stessa - potesse garantire, nonostante la perdurante e obiettivamente grave situazione psicofisica, che l'imputata fosse in condizioni di partecipare attivamente al processo".
Lo "sforzo" che alla donna fu "ingiustificatamente" richiesto di compiere, dunque, "era inesigibile perché in contrasto con due principi fondamentali del nostro ordinamento: quello del diritto alla salute, che implica la impossibilità di imporre al malato stress psico-fisici tali da poter aggravare le condizioni di salute o provocare sofferenze apprezzabili, quello del diritto di difesa, esplicabile solo in condizioni di lucidità mentale che non siano compromesse da patologie rilevanti".
Del resto, conclude la Corte, la nozione di "intervento dell'imputato" non può essere restrittivamente intesa nel senso di mera presenza fisica nel procedimento, ma come partecipazione attiva e cosciente alla vicenda processuale dell'imputato, al quale deve garantirsi l'effettivo esercizio dei diritti e delle facoltà di cui lo stesso è titolare. Ne consegue che il processo avrebbe dovuto essere rinviato.
Il Dubbio, 9 settembre 2020
Sentenza della cassazione: respinto il ricorso del 32enne indagato. È legittimo contestare il reato di violenza sessuale a chi invia foto hard tramite WhatsApp ad un minore. A stabilirlo è la Terza sezione penale della Cassazione che, con una sentenza depositata ieri, ha respinto il ricorso di un 32enne, indagato per aver inviato una serie di messaggi "allusivi e sessualmente espliciti" a una minorenne, accompagnata da una foto hard.
Avrebbe inoltre intimato alla ragazza di inviare un'immagine dello stesso genere con "la minaccia di pubblicare la conversazione" su un altro social e siti hot. Il tribunale del Riesame di Milano aveva confermato la custodia in carcere disposta dal gip per l'indagato, e la difesa, quindi, si era rivolta alla Suprema Corte sostenendo che, nel caso in esame, non fosse contestabile il reato di violenza sessuale, ma, al limite, quella di adescamento di minore, perché, rilevava il difensore, "mancava l'atto sessuale", non essendo "avvenuto alcun incontro" tra i due, così come era da escludersi il "child grooming", cioè la pratica di adescamento di un minorenne in Internet, "tramite tecniche psicologiche volte a superarne le resistenze ed ottenerne la fiducia per abusarne sessualmente". Secondo la difesa, quindi, "la condotta tenuta dall'indagato non aveva intaccato la sfera sessuale della minore per assenza di una qualsivoglia richiesta di rapporto sessuale volta al soddisfacimento dei propri impulsi".
La Suprema Corte, invece, ha ritenuto "solida e ben motivata" la decisione del Riesame, secondo cui la "violenza sessuale risultava pienamente integrata, pur in assenza di contatto fisico con la vittima, quando gli atti sessuali coinvolgessero la corporeità sessuale della persona offesa e fossero finalizzati e idonei a compromettere il bene primario della libertà individuale nella prospettiva di soddisfare o eccitare il proprio istinto sessuale".
In particolare, i "gravi indizi di colpevolezza" erano stati ravvisati "nell'induzione allo scambio di foto erotiche, nella conversazione sulle pregresse esperienze sessuali ed i gusti erotici, nella crescente minaccia a divulgare in pubblico la chat", spiegano gli ermellini.
Infine, la Corte ha ritenuto corretta la decisione di disporre la custodia in carcere per l'indagato - il quale, nel frattempo, ha ottenuto i domiciliari - sulla base del fatto che ha "perpetrato le stesse condotte nei confronti di altre minori, dimostrando di non saper controllare le proprie pulsioni", potendo "continuare a minacciare le vittime nonché reiterare le condotte delittuose a mezzo l'uso di strumenti informatici".
di Bruno Ferraro*
Libero, 9 settembre 2020
Il problema del carcere per i giornalisti, ovvero della condanna a pena detentiva per i reati di diffamazione a mezzo stampa, è antico. Celebre nella storia fu la detenzione espiata dallo scrittore Giovanni Guareschi, divenuto poi famoso per le storie di Peppone e Don Camillo. Altrettanto note sono le disavventure capitate anche in tempi recenti ai direttori di testata che, per il solo fatto di essere direttori responsabili, sono andati incontro alla condanna per le "colpe" assunte da giornalisti collaboratori, sotto il profilo dell'omesso doveroso controllo su quanto riportato nell'articolo ritenuto diffamatorio (vedi Belpietro, Bossi, Tonelli, Travaglio).
Il problema è stato oggetto di iniziative riformistiche volte a ridurre e, qualche volta, aggravare la pesantezza della sanzione che mette in discussione una delle libertà primarie di ogni sistema democratico: quella della libera manifestazione del pensiero con specifico riferimento alla libertà di stampa (art. 21 Costituzione). Così una proposta del 2013 che intendeva abolire la pena detentiva per i giornalisti. Così un Ddl approvato in Commissione Senato nel 2016, che in controtendenza prevedeva l'aumento da un terzo alla metà se la diffamazione è commessa in danno di un Corpo politico, amministrativo o giudiziario (parlamentari e magistrati). Così una proposta del Pd del 2017 che vietava le fake news, le notizie false, come se sia facile stabilirne il confine.
Nella contraddittorietà del quadro parlamentare, diretta conseguenza degli ondivaghi umori delle forze politiche, si sono di recente inseriti due organi che, per la loro autorevolezza, potrebbero dare una spinta decisiva per indurre a più miti consigli il legislatore. La prima spinta proviene dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, secondo la quale la sanzione detentiva si giustifica solo in presenza di circostanze eccezionali perché di norma essa è invece sproporzionata e contraria all'articolo 10 della Convenzione europea. Non serve, aggiungo io, la possibilità per il condannato di accedere ad una misura alternativa al carcere, come l'affidamento in prova ai servizi sociali, la detenzione domiciliare o la semi libertà.
Un segnale di ravvedimento ancora più forte è stato ora lanciato dalla Corte Costituzionale che, con una ordinanza del 26 giugno 2020, ha assegnato al Parlamento il termine di un anno per ridisciplinare la materia conciliando libertà di pensiero e tutela della reputazione "tanto più alla luce della rapida evoluzione della tecnologia e dei mezzi di comunicazione": e ciò anche al fine di "non dissuadere i media dall'esercitare la propria cruciale funzione di controllo sull'operato dei pubblici poteri" e di tener conto degli "effetti di rapidissima e duratura amplificazione degli addebiti diffamatori determinata dai social network e dai motori di ricerca in internet".
Le possibilità operative per il legislatore possono spaziare tra una gamma di variazioni dell'attuale rigida disciplina: esempio sanzioni penali non detentive, rimedi civilistici riparatori adeguati, obbligo di rettifica senza commenti, scuse pubbliche, misure disciplinari, tariffario per la liquidazione dei danni a favore del diffamato o per l'irrogazione di sanzioni per lite temeraria, esclusione dell'interdizione dalla professione giornalistica per il direttore non autore dell'articolo. Speriamo che non si verifichi un nuovo caso Cappato, quando, decorso il termine di un anno, la Corte è intervenuta disciplinando a modo suo la delicata materia dell'eutanasia non attiva e dell'omicidio del consenziente.
*Presidente Aggiunto Onorario Corte di Cassazione
di Francesco Grignetti e Paolo Colonnello
La Stampa, 9 settembre 2020
I magistrati: "La ministra Lamorgese ha ragione, riduttivo parlare di infiltrazioni". Ora preoccupano i porti. Tempi di lockdown, qualche mese fa. A Milano un gruppo di investigatori fa il lavoro di sempre: intercettano i mafiosi calabresi che si sono insediati al Nord. Scoprono così una delle operazioni sporche della 'ndrangheta.
Gli indagati hanno appena comprato una società uninominale e immediatamente dopo hanno deliberato un aumento di capitale: da 500 euro si passa a 1 milione di euro. Hanno una gran fretta perché un Dpcm ha appena stabilito che gli aumenti di capitale godono di sgravi fiscali: in pratica, la nuova società parte con un ricco credito d'imposta che poi verrà ceduto a terzi. Per farla ancora più sporca, non vengono versati soldi freschi ma titoli obbligazionari di una società statunitense, quotati su un mercato secondario. Titolo farlocco, ma riciclaggio vero. Verissimo.
"In tutta evidenza è un imbroglio - racconta Alessandra Dolci, coordinatrice della Distrettuale antimafia della procura di Milano - che ci racconta quanto siano fulminei i clan nel cogliere le opportunità. Hanno avuto l'aiuto di abili commercialisti e di un notaio compiacente".
Dei bravi professionisti stanno con loro. È riduttivo, insomma, parlare di "infiltrazione" mafiosa nell'economia. È molto peggio. Denuncia sempre Dolci: "Infiltrazione dà l'idea di qualcosa di malvagio che si inserisce in un tessuto sano. Bene, non è così. Purtroppo abbiamo avuto modo di constatare che il tessuto sano lombardo non esiste più. Parlo del sistema delle imprese, e dei professionisti. In parte, anche del mondo politico. Devo dire che 8 volte su 10 è l'imprenditore lombardo che va a chiedere il servizio della 'ndrangheta".
E come diceva due giorni fa la ministra Luciana Lamorgese, "molte aziende, anche medio-grandi, tendono a sfruttare questo momento, ricorrendo ai fondi distribuiti dalla mafia, anche per far fuori aziende antagoniste e creando però incidenti gravi di percorso, perché alla fine si grava sull'economia legale di mercato".
All'altro capo della penisola annuisce Nicola Gratteri, procuratore a Catanzaro: "Ciò che dice il ministro Lamorgese è serio e sensato, ed è credibile ciò che emerge dal loro monitoraggio". È una storia vecchia. "Le mafie sono presenti dove c'è da gestire denaro e potere, quindi perché questa volta non dovrebbero essere interessate ai soldi pubblici? Occorre una modifica seria alle norme per far sì che diventi non conveniente delinquere".
L'arrembaggio delle mafie al Nord è documentato da almeno 10 anni. Secondo l'ultimo rapporto della Direzione investigativa Antimafia, la 'ndrangheta calabrese ha ormai colonizzato le regioni settentrionali: sono 25 le "locali", cioè i sotto clan autonomi, in Lombardia; 14 in Piemonte; 3 in Liguria; 1 in Valle d'Aosta.
Il 25 gennaio 2020, la prima sentenza del Tribunale di Venezia ha condannato per associazione mafiosa e estorsione cinque appartenenti ad una stessa famiglia affiliata alla cosca di 'ndrangheta Dragone. È una prima volta per le province di Verona e Vicenza. E poche settimane fa, una nuova operazione di polizia, "Isola scaligera", ha fatto scoprire l'esistenza di un'altra "locale" a Verona.
Nessuna regione è indenne. In Liguria, in un anno, l'eroina sequestrata è cresciuta del +2.298%. Per i clan calabresi non c'è più solo Gioia Tauro; anche i porti liguri sono usati ora per importare stupefacenti.
E si tiene d'occhio il porto di Trieste. Secondo il professor Antonio Nicaso, considerato uno dei massimi esperti di criminalità organizzata, il fatturato della 'ndrangheta sarebbe pari a 55 miliardi di euro all'anno solo in Italia di cui 44 miliardi realizzati "al Nord". E questa montagna di soldi fa gola anche a imprenditori insospettabili.
"L'obiettivo primario al Nord - conclude Alessandra Dolci - è mostrare una mafia buona che dà lavoro e fa girare il contante. E questo è un aspetto molto appetibile per molti "imprenditori" nostrani. Alcuni ci vanno a cena. Non sarà reato, ma permettetemi di dire che è davvero disdicevole".
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