Il Fatto Quotidiano, 8 settembre 2020
È il suo legale a rendere pubblica la sua decisione, spiegando che Battisti da oltre 1 anno e mezzo è in isolamento diurno nel carcere di Oristano, isolamento "di fatto del tutto illegittimo" dal momento che "la pena dell'isolamento diurno a suo tempo inflitta era di sei mesi per cui è stata scontata a giugno 2019"
"Avendo esaurito ogni altro mezzo per far valere i miei diritti, mi trovo costretto a ricorrere allo sciopero della fame totale e al rifiuto della terapia". Così scrive l'ex terrorista dei Proletari armati per il comunismo Cesare Battisti in una lettera inoltrata al suo legale, l'avvocato Davide Steccanella. È il suo legale a rendere pubblica la sua decisione, spiegando che Battisti da oltre 1 anno e mezzo è in isolamento diurno nel carcere di Oristano, isolamento "di fatto del tutto illegittimo" dal momento che "la pena dell'isolamento diurno a suo tempo inflitta era di sei mesi per cui è stata scontata a giugno 2019".
Battisti aveva già presentato lo scorso luglio, sempre tramite il suo avvocato, una denuncia alla Procura di Roma per abuso d'ufficio contro il suo "isolamento" in carcere. L'ex terrorista sta scontando in Sardegna, a Oristano, dove è stato recluso dopo l'estrazione in Italia avvenuta poco più di un anno fa, i suoi ergastoli, ma secondo il suo legale "avrebbe dovuto scontare solo 6 mesi di isolamento in base al provvedimento emesso dalla Corte d'assise d'appello di Milano nel 1993″. Uno status che invece starebbe proseguendo oltre i limiti di legge e che "non è sorretto" da alcun "provvedimento giudiziario".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 8 settembre 2020
Nel momento in cui scriviamo non si conoscono ancora le sorti di Giuseppe Mastini, detto "Johnny lo Zingaro", l'ergastolano condannato per una serie di rapine, sparatorie e omicidi che non ha fatto ritorno in carcere dopo un permesso premio. Era rinchiuso dal 2017 nel carcere di massima sicurezza di Sassari, dopo la precedente evasione avvenuta dal penitenziario di Fossano (Cuneo) il 30 giugno 2017.
Anche in quella occasione era uscito godendo di un permesso premio e non aveva fatto rientro. Era rimasto latitante per circa un mese, tempo che ha trascorso con in un'alcova con il suo amore di gioventù, Giovanna Truzzi, conosciuta quando avevano solo 11 anni. Lo catturarono le forze dell'ordine coordinate dall'attuale capo della Squadra Mobile di Napoli Alfredo Fabbrocini. Commentando i fatti nella trasmissione "Commissari - Sulle tracce del male" condotta da Giuseppe Rinaldi su Rai 3 Mastini disse: "Quei 25 giorni sono stati i più belli della mia vita, grazie all'affetto della mia famiglia. Sapevo che ci avrebbero trovati e le dicevo: spero che capiranno se sono persone che hanno umanità e sentimenti".
Le forze dell'ordine lo stanno cercando ovunque, ma difficile se non impossibile sarà lasciare l'isola. Intanto è partita la macchina mediatica contro la magistratura di sorveglianza e il ministero della Giustizia, dicono fonti di via Arenula, ha delegato l'ispettorato generale per svolgere accertamenti preliminari e verificare la correttezza dell'iter seguito dal Tribunale di Sorveglianza di Sassari nella concessione del permesso premio.
Il suo legale, l'avvocato Enrico Ugolini che lo assiste dal 2014, si dice preoccupato: "Non so cosa possa essere successo, la notizia mi ha lasciato abbastanza sconcertato anche perché mi aveva telefonato circa dieci giorni fa e non aveva dato alcun segnale. Spero che stia bene e che non gli sia successo nulla". Sullo stato d'animo del suo assistito ci dice: "Era sereno, peraltro mi aveva comunicato lui stesso che aveva ricevuto la fissazione a febbraio di una udienza al Tribunale di Sorveglianza di Sassari per valutare l'istanza di semi libertà che aveva presentato. Si rammaricava solo per le tempistiche a suo dire lunghe ma gli ho spiegato che a causa del Covid le udienze sarebbero dovute essere riprogrammate".
Chiediamo all'avvocato come sono trascorsi questi tre anni dopo l'ultima evasione: "Ha patteggiato al Tribunale di Cuneo una pena ad otto mesi per quanto accaduto con l'accordo della Procura della Repubblica: infatti era emerso da tutti gli atti che non c'era il rischio di recidiva e che la fuga di fatto era stata compiuta perché era rientrato in contatto con la donna con cui aveva avuto una relazione sentimentale da giovanissimo. Non è andato a fare rapine".
E dopo? "A un anno dall'evasione non gli era stato concesso alcun beneficio. Aveva ripreso i contatti con gli assistenti sociali, con gli educatori e poi aveva ricominciato a godere di diversi permessi premio. Non essendo un ergastolano ostativo il percorso che si pensava di fare era quello di un cospicuo periodo di semi libertà per poi chiederne la sostituzione con la libertà controllata".
Giuseppe Mastini era stato infatti affidato alla Comunità Don Muntoni di don Gaetano Galia, cappellano del Carcere, che ci racconta: "Giuseppe era stato accolto dalla nostra comunità da due anni. Faceva attività di volontariato, agricoltura e giardinaggio. Lo stavamo aiutando a riprendere in mano la sua vita, aveva anche dei progetti futuri qui in Sardegna, voleva aprire una attività gastronomica. Nelle sue ore di libertà coltivava anche la sua relazione affettiva con la compagna che aveva preso una casa in affitto qui sull'isola.
Lo abbiamo visto due mattine fa alle 9 perché aveva dormito qui, e poi abbiamo saputo che non ha fatto rientro in carcere a mezzogiorno. Vorrei anche aggiungere una cosa: ora si scateneranno le polemiche contro il magistrato che ha concesso il permesso premio. Scaricare tutta la responsabilità sui magistrati è un discorso populista: quando prendono tali decisioni non lo fanno con superficialità, tengono in considerazione tutte le relazioni delle persone del carcere: criminologi, assistenti sociali, etc. Mi auguro che il ministro Bonafede non trovi in quanto accaduto l'occasione per qualche provvedimento ad hoc".
Dello stesso parere anche l'avvocato Ugolini: "Ribadisco quello che avevo già detto tre anni fa. Tra i vari ruoli giudiziari quello più difficile è quello del magistrato di sorveglianza: ci si basa su una osservazione portata avanti da una equipe di persone all'interno del carcere. Sinceramente l'operato della magistratura mi sembrava limpido e lineare. Giuseppe Mastini in carcere è sempre stato un detenuto modello: è un soggetto che partecipa alle attività, che per quanto mi risulta in anni di detenzione non ha mai ricevuto un rapporto disciplinare, né ha assunto un atteggiamento scorretto con detenuti e agenti".
E allora come mai questo gesto? "L'opinione pubblica deve considerare il fatto che è un soggetto che sta da 40 anni in carcere e ne sono trascorsi oltre 30 dagli episodi gravi per cui è stato condannato. Bisognerebbe invece interrogarsi sul fatto di rimanere così tanto tempo in carcere. Per questo avevamo intrapreso anche il percorso per chiedere la grazia. Lui forse ha questi momenti in cui l'anelito di libertà senza secondi fini prevale sul rispetto delle regole. Bisogna anche tener presente che siamo di fronte ad una persona di 60 anni che ne ha trascorsi 40 o forse più in carcere.
Giuseppe Mastini è un uomo che ha vissuto una vita estremamente difficile sotto vari aspetti, iniziando la galera da minorenne". Infatti l'uomo, figlio di giostrai sinti, già a 14 anni viene accusato del delitto, di cui si è sempre detto innocente, di un tranviere, Vincenzo Bigi, ucciso dopo una rapina: Mastini viene portato nel carcere minorile di Casal del Marmo, da dove però riesce a fuggire, prima di essere nuovamente arrestato.
Nel 1987 esce in permesso premio dal carcere, ma non rientra: in quei giorni, secondo le accuse, "il biondino", altro modo in cui veniva soprannominato, prima entra nella villa dei coniugi Buratti a Sacrofano, uccidendo il marito e ferendo gravemente la moglie, poi ruba un'auto e sequestra una ragazza di 20 anni, Silvia Leonardi.
Ancora fughe, inseguimenti, scontri a fuoco. In uno di questi resta ucciso l'agente Michele Girardi. Il 24 marzo del 1987 viene arrestato dopo un'imponente battuta di caccia. Il suo nome riemerge anche nel processo sull'omicidio di Pier Paolo Pasolini, secondo una pista investigativa che però non trovò riscontri.
di Antonio Mazzone e Nicolino Zaffina*
Il Dubbio, 8 settembre 2020
La ragionevole durata del processo e la riservatezza costituiscono beni fondamentali, a tutela dei quali dovrebbe essere finalmente individuata una soluzione condivisa. È alla soddisfazione di tali beni che andrebbero meglio relazionati anche il ruolo e la struttura dell'udienza preliminare, nella prospettiva di una razionalizzazione del processo penale e di recupero di quella che deve essere l'unica sua funzione, quella di accertamento dei fatti secondo le regole previste.
Allo stato tale udienza non appare soddisfare l'esigenza di selezionare i processi che meritino davvero di essere sottoposti alla successiva verifica del dibattimento. Non appare essa neanche capace di soddisfare l'esigenza di tendenziale composizione dei suoi esiti (rinvio a giudizio o proscioglimento) con quelli degli (eventuali) procedimenti incidentali attinenti alla situazione di libertà dell'imputato o di quella dei suoi beni.
La regola di giudizio dell'udienza preliminare è, oggi, quella che deve essere pronunciata sentenza di non luogo a procedere "quando risulta che il fatto non sussiste o che l'imputato non lo ha commesso o che il fatto non costituisce reato" e "quando gli elementi acquisiti risultano insufficienti, contraddittori o comunque non idonei a sostenere l'accusa in giudizio". La regola di valutazione per l'adozione di una misura cautelare personale è, invece quella, diversa, della sussistenza di gravi indizi di colpevolezza.
Non è prevista nel sistema processuale penale vigente alcuna incidenza nel processo degli esiti in ipotesi favorevoli per l'imputato dei procedimenti incidentali riguardanti la sua libertà personale o quella dei suoi beni. Con evidente lesione del principio di non contraddizione.
La soluzione va trovata sul piano della modifica della regola di giudizio dell'udienza preliminare, al fine di renderla omogenea a quella prevista per l'emissione di una misura cautelare personale: e, cioè, nella previsione che l'udienza preliminare possa concludersi con il rinvio a giudizio soltanto qualora vi siano a carico dell'imputato gravi indizi di colpevolezza.
In questo quadro si potrebbe prevedere che il provvedimento di rigetto di una richiesta di misura cautelare personale, di annullamento della stessa in sede di impugnazione (riguardante l'insussistenza dei gravi indizi di colpevolezza), di rigetto o di annullamento di una misura cautelare reale, anche se non definitivo (purché non modificato da un successivo provvedimento emesso in sede di impugnazione cautelare), debba essere necessariamente valutato dal giudice dell'udienza preliminare, insieme con gli altri elementi in atti, al fine dell'emissione di sentenza di non luogo a procedere.
La pronuncia cautelare di rigetto non provocherebbe, così, alcun effetto preclusivo, né alcuna restrizione dell'autonomia decisionale del Gup. La definizione della regola della "sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza" non presenterebbe, poi, alcun problema, perché puntualmente già effettuata dalla giurisprudenza, anche per quanto attiene alla distinzione tra tale regola e quella dell'"oltre ogni ragionevole dubbio", riguardante l'emissione di una sentenza di condanna.
Andrebbe, poi, previsto con riferimento alla precedente fase delle indagini preliminari che, in presenza di un provvedimento che ritenga l'insussistenza dei gravi indizi di colpevolezza o del fumus commissi delicti, la loro prosecuzione debba essere autorizzata dal Gip. Dovrebbe essere, anche, recuperata pienamente la funzione di "chiusura del sistema" della norma dell'articolo 129 del codice di procedura penale, che prevede che il giudice deve immediatamente emettere, d'ufficio, in ogni stato e grado del processo, sentenza di assoluzione quando risulta l'infondatezza delle accuse.
In tal modo il procedimento/ processo propriamente detto e i procedimenti incidentali riguardanti lo stato di libertà di una persona o dei suoi beni diverrebbero vasi comunicanti; con evidenti vantaggi in termini di economia processuale (non duplicazione delle valutazioni e conseguente restrizione della durata), di tutela del principio di non contraddizione e di tutela della riservatezza (essendo l'udienza preliminare camerale e non pubblica).
*Avvocati
di Vincenzo Giannotti
Italia Oggi, 8 settembre 2020
Corte costituzionale, sentenza sull'associazione terroristica. La misura di custodia cautelare per associazione terroristica supera il vaglio della Consulta. Con la sentenza n.191/2020 la Corte costituzionale ha infatti giudicato non fondate le questioni di legittimità costituzionali, previste dall'art.275, comma 3 del codice di procedura penale, sollevate dalla Corte di assise di Torino al fine di superare l'adeguatezza della sola custodia cautelare con altra misura alternativa, in presenza di associazioni terroristiche.
Le motivazioni sono rintracciabili nell'attuale dimensione che stanno assumendo, come reati di pericolo sociale, queste forme ideologiche del terrorismo tali che, i loro adepti, possono facilmente ricorrere a strumenti largamente diffusi, quale internet e i social media, non solo come mezzo di reclutamento e di indottrinamento degli associati, ma anche come strumento di possibile pianificazione ed organizzazione di futuri attentati.
La Corte di assise di Torino ha sollevato la questione di legittimità costituzionale dell'articolo 275, comma 3, del codice di procedura penale nella parte in cui non fa salva l'ipotesi, in cui siano acquisiti elementi specifici dai quali risulti che le esigenze cautelari possano essere soddisfatte anche con altre misure meno afflittive (esempio arresti domiciliari).
Il caso concreto ha riguardato un imputato, già oggetto di condanna alla pena di cinque anni di reclusione per il delitto di partecipazione a un'associazione con finalità di terrorismo, il quale ha chiesto una misura meno invasiva della custodia carceraria, considerato che la condanna a suo tempo ricevuta lo vedeva solo come mero ausilio rispetto agli altri associati.
A supporto della richiesta, è stato, inoltre, evidenziato come, allo stato, non sussistano elementi che consentano di ritenere ancora in vita e operativa l'associazione, anche in relazione all'avvenuta individuazione e all'attuale stato di detenzione degli altri membri del sodalizio.
Le disposizioni del codice di procedura penale, tuttavia, a dire del giudice remittente, non permetterebbero di superare la presunzione assoluta di adeguatezza della sola custodia cautelare, di qui la rilevanza delle questioni di legittimità costituzionali prospettate. Ha ricordato, inoltre, il giudice remittente come la Consulta sia già intervenuta (vedi sentenza n. 231/2011) nel dichiarare illegittime analoghe presunzioni assolute di adeguatezza della custodia cautelare in carcere, in relazione a varie figure di reato, anche di natura associativa, sia pure sottolineando sempre come tale presunzione trovi giustificazione, dal punto di vista dei principi costituzionali, in relazione all'associazione di tipo mafioso.
La decisione della Consulta Il giudice delle leggi ha, in via principale, rilevato come la misura cautelare in carcere possa essere facilmente superata mediante una velocizzazione dei processi, per chi sia stato riconosciuto responsabile di reati particolarmente gravi in termini di pericolosità sociale. Fermo restando la finalità dell'art. 275 del codice di procedura penale, che non è quella di prevedere automatismi né presunzioni, dovendo il giudice apprezzare e adeguatamente motivare l'applicazione di una misura cautelare restrittiva della libertà personale, è stata già a suo tempo ritenuta fondata la misura restrittiva in presenza di fattispecie di partecipazione ad associazioni di tipo mafioso.
Rispetto, invece, ad altri reati, la questione dell'obbligo della misura carceraria può estendersi, in modo identico, anche ai reati di pericolo come quelli di stampo terroristico. Quest'ultimo giustificato in ragione dell'attuale offensività sociale delle fattispecie criminose che hanno allargato il perimetro di intervento. In modo particolare, sussiste la pratica impossibilità di impedire che la persona, sottoposta a misura extra-muraria, riprenda i contatti con gli altri associati, ancora in libertà, attraverso l'uso di telefoni, internet o altri strumenti di contatto (social media). In conclusione, secondo il Giudice delle leggi, a fronte della magnitudine dei rischi, la presunzione assoluta di adeguatezza della sola custodia cautelare, appare sostenuta da una congrua base empirico-fattuale.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 8 settembre 2020
Da Riccardo Fuzio ad Alfredo Robledo, sono tanti i casi che raccontano come le toghe non rispondano dei loro atti anche quando di mezzo c'è una ipotesi di reato. E quando spetterebbe al Csm intervenire, guarda caso non succede e si dimenticano presto.
Che cosa succede se per strada venite derubati del portafoglio? Lo shock per la scoperta della violazione della vostra proprietà (che è un po' come il vostro corpo), poi una serie di seccature. Attese infinite in qualche stazione di polizia, per sentirvi quasi suggerire di non denunciare lo smarrimento, così loro non sono obbligati a svolgere indagini, che tanto finirebbero in niente. Del resto le statistiche parlano chiaro, il 98% dei furti rimane impunito.
A meno che. A meno che non siate un giudice del tribunale di Milano (o di qualsiasi altra città) e magari anche leader di una corrente di magistratura, magari anche di sinistra. Ecco allora che, quasi per magia, nel giro di pochi giorni il portafoglio viene ritrovato e restituito, perfino con i soldi all'interno. Sarà stata sicuramente fortuna. Ma a volte basta far girare un po' la voce, usare qualche informatore come facevano una volta i bravi poliziotti. Solo che non lo fanno per tutti i cittadini, solo per qualcuno. Qualche anno fa è stata approvata in Italia una legge sul cosiddetto omicidio stradale, una normativa sbagliata e che ha prodotto pochi effetti.
Nessuno sulla prevenzione, tanto che i gravi incidenti stradali non sono affatto diminuiti. Ma il risultato d'immagine è stato raggiunto, con annessa un po' di gogna se ti capita di uccidere una persona mentre sei al volante e magari sei anche una persona conosciuta. Vieni immediatamente sottoposto ai controlli sulla velocità, su assunzione di alcol o sostanze psicotrope e spesso arrestato. Molti finiscono in manette. A meno che. A meno che tu non sia figlio o parente di magistrato, allora vieni immediatamente abbracciato da una cintura protettiva, non vieni sottoposto a nessun controllo né fermo. Nessun giornale (o quasi) si occuperà del tuo caso, al massimo un trafiletto. E qualche tempo dopo potrai patteggiare nove mesi di carcere con la condizionale. Quando si dice la fortuna.
Se poi sei un importante esponente istituzionale, e vieni beccato in flagranza di reato mentre sembri quasi istigare un delinquente alla latitanza, ci si aspetterebbe nei tuoi confronti una sanzione immediata e severa. Sono passati quarant'anni, ma rimane indimenticabile il vero processo cui fu sottoposto nel 1980 in Parlamento Francesco Cossiga, presidente del Consiglio in carica che l'opposizione del Pci voleva rinviare all'Alta Corte. Colui che in seguito diventerà anche presidente della repubblica era sospettato sia in sede giudiziaria (procura della repubblica di Torino) che politica di aver rivelato, sulla base di notizie riservate, a Carlo Donat Cattin, vice segretario della Dc, che suo figlio Marco era un terrorista e forse ricercato. Lui negava, ma il processo politico condotto dal Pci e dal relatore Violante fu feroce.
I suoi colleghi parlamentari, che pure alla fine lo salvarono a camere riunite con 507 voti assolutori contro 416, non gli risparmiarono nulla. Lui costretto a difendersi, ammettendo di aver incontrato il collega ma non di aver discusso con lui la posizione giudiziaria del figlio, gli altri a credere alle parole del "pentito" Sandalo che lo accusava di favoreggiamento nei confronti di un latitante. Senza avere la pretesa di paragonare la figura di Cossiga a quella dell'ex procuratore generale di cassazione Riccardo Fuzio e scusandoci con Luca Palamara per l'accostamento della vicenda che lo riguarda alla storia di un terrorista, dobbiamo però rilevare come nulla di tragico abbia sfiorato la vita dell'alto magistrato in seguito a un fatto molto grave che lo ha visto protagonista.
Mentre il trojan infilato nel cellulare di Palamara faceva il proprio dovere, Fuzio è stato beccato mentre lo informava sulle inchieste aperte nei suoi confronti dalla magistratura di Perugia. Un bel favoreggiamento, forse, oltre alla rivelazione di atti e segreto d'ufficio. E se l'ex presidente del sindacato dei magistrati avesse deciso di scappare come Marco Donat Cattin?
Fuzio ha forse rischiato di passare, come quarant'anni fa Cossiga, i cinque giorni più infernali della sua vita, processato del tribunale dei giudici, il Csm? Proprio no. Nessuno mi può giudicare, rimane sempre il principio favorito dai magistrati. Prima di tutto al procuratore Fuzio è stato consentita la pensione anticipata e la conseguente cancellazione di ogni azione disciplinare (converrebbe anche a Palamara, se fosse un po' più anziano). Quanto all'azione giudiziaria, mentre per Palamara e gli altri indagati venivano chiesti i rinvii a giudizio, la posizione dell'alto magistrato è stata stralciata. E chissà se questo significa che si stia incamminando verso un binario morto.
Quello del prepensionamento ad hoc (due anni e mezzo di anticipo) si è rivelato una bella ciambella di salvataggio anche per un altro magistrato molto famoso, l'ex procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo. Finito per caso in intercettazioni a strascico che avevano colpito un suo interlocutore, era stato trasferito e degradato, diventando a Torino un semplice sostituto nella procura guidata da un suo ex collega, Armando Spataro.
Una delle accuse che gli erano state rivolte riguardava un suo inspiegabile antico conflitto con Gabriele Albertini che, fin da quando era stato sindaco (il più amato e rimpianto, tanto che ancora oggi in molti gli ripropongono la candidatura) era stato preso di mira dal pm per un'infondata questione di "emendamenti in bianco". Quando, anni dopo, Albertini, ormai parlamentare europeo, si era esposto con dichiarazioni che non erano piaciute al magistrato, Robledo lo aveva denunciato sia in sede civile che penale, per calunnia aggravata.
E poi aveva cercato in qualche modo di interferire nel procedimento sull'immunità aperto al parlamento europeo chiedendo informazioni all'avvocato della Lega, Aiello. Quello coinvolto nelle intercettazioni a strascico. E ancora, di fronte all'assoluzione di Albertini, aveva presentato ricorso alla corte d'appello di Brescia, la quale, essendo nel frattempo l'ex sindaco diventato senato aveva presentato alla Corte costituzionale un conflitto di attribuzione tra organi dello Stato. Non ancora pago, il dottor Robledo aveva indossato le vesti dell'agitatore politico, insultando la Giunta per le immunità del Senato, accusandone i membri di voler "salvare la pelle" ad Albertini e di "sguazzare nei loro privilegi" e di attuare "voto di scambio".
Di conseguenza portandosi a casa una bella denuncia per "vilipendio di corpo legislativo". Ma nel frattempo Alfredo Robledo si è sottratto a qualunque giudizio, è andato in pensione e ha trovato lavoro come presidente in un'azienda per lo smaltimento dei rifiuti, la Sangalli, che in passato aveva anche avuto problemi giudiziari per fatti di corruzione. Ma che, aveva detto l'ex magistrato per giustificare la propria scelta professionale, aveva avuto la capacità di cambiare rotta. Conclusione? Oggi la nuova vita di Alfredo Robledo dovrebbe essere al riparo da incursioni disciplinari o giudiziarie. Il Csm non si ricorda più di lui, ormai ex magistrato, Il suo processo per abuso d'ufficio a Brescia (conseguenza dei suoi scontri con il procuratore capo di Milano, Edmondo Bruti Liberati) sonnecchia, e quello di Roma per il vilipendio pare avere il rigor mortis. Mentre è ben vivace quello del conflitto di attribuzione che riguarda Gabriele Albertini. Come disse qualcuno, siamo tutti uguali ma qualcuno lo è un po' più degli altri. Nessuno mi può giudicare, nemmeno tu. Se sono un magistrato. O anche un ex.
di Errico Novi
Il Dubbio, 8 settembre 2020
Il presidente emerito della Consulta: sfera intima violata pur di assecondare il livore verso i politici. "Un altro colpo a principi cardine della democrazia. Nello specifico, alla riservatezza delle comunicazioni personali sancita dall'articolo 15 della Carta".
A infliggerlo, secondo il presidente emerito della Corte costituzionale Giovanni Maria Flick, sono le nuove norme sul trojan, formalmente in vigore dal 1° settembre ma concretamente operative da ieri. "Con le modifiche introdotte dal decreto intercettazioni sarà possibile l'uso del materiale captato anche per l'accertamento di reati diversi da quello per il quale il giudice aveva autorizzato il virus spia, inclusi quelli contro la Pa. Si ingigantisce il peso di uno strumento pervasivo per assecondare l'ansia sociale di veder colpite le categorie coinvolte nelle accuse di corruzione".
"C'è una novità sgradevole, introdotta con le norme sulle intercettazioni da oggi concretamente in vigore. Solo adesso cominceremo a misurarne la portata. Da una parte la spazza-corrotti aveva, indebitamente, già posto i reati di corruzione sullo stesso piano di quelli commessi dai mafiosi.
Dall'altro le norme appena operative consentono un uso delle intercettazioni anche al di fuori della rigorosa cornice che in linea di principio dovrebbe regolarle: ossia anche per reati diversi da quello per cui si procede, per i quali dunque manca l'autorizzazione del giudice, e che non sono connessi a quello di partenza. Lungo una via simile rischiamo di mettere ulteriormente in crisi il sistema costituzionale, in una fase in cui, anche per la materia oggetto del referendum, è già assai a rischio".
Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte costituzionale, non parla di taglio dei parlamentari. Ne ha già detto in altri interventi. Si preoccupa invece di intercettazioni, e di come il peso dei trojan, ingigantito dalle norme da oggi operative, concorra all'indebolimento delle istituzioni democratiche. Tanto da poter arrivare a "incidere su principi cardine della nostra democrazia".
Presidente Flick, lei dice che le intercettazioni possono sfuggirci di mano?
Vorrei partire da un aspetto centrale: l'emendamento proposto in Senato e, nel febbraio scorso, inserito nel testo definitivo durante la conversione del decreto. Prevede che le intercettazioni realizzate con i trojan possano essere utilizzate anche in procedimenti diversi da quello per il quale erano state autorizzate. Anche senza che vi sia connessione fra il reato incidentalmente emerso e quello per accertare il quale si era chiesta al giudice l'autorizzazione. Già qui si spalanca un rischio rilevante: la conversazione privata diventa un bersaglio vulnerabile. Ed è cosi tanto più se si considera che la flessibilità, per così dire, d'uso del trojan introdotta da quell'emendamento non riguarda solo i reati di criminalità organizzata ma appunto anche quelli legati alla corruzione, che non possono essere equiparati certo alla violenza del crimine organizzato.
Molti magistrati non la pensano come lei...
Ma molti altri cominciano invece a pensarla come il sottoscritto. Un conto è la cosca che si avvale anche della corruzione. In quel caso il reato contro la Pa viene comunque commesso in un contesto criminale minaccioso, ed è comprensibile anche la pervasività del trojan come di altri strumenti investigativi. Ma la circostanza che anche la mafia si serve della corruzione non può certo giustificare il perseguimento della corruzione addebitata a chi mafioso non è con le stesse regole previste per il primo contesto.
Mi scusi: in astratto l'uso del materiale captato col trojan ai fini dell'accertamento di un reato diverso sarà ora consentito anche nel senso che, a partire da un'intercettazione su tutt'altre vicende, ne può derivare l'apertura di un nuovo fascicolo, un nuovo procedimento penale?
No, non è esattamente così. Però le norme sono molto complicate e l'ultimo decreto intercettazioni compie il miracolo di esasperare l'intreccio. Ebbene, si possono immaginare i rischi relativi proprio all'incertezza delle possibili interpretazioni che una tale confusione lascia ai magistrati. Già tale indeterminatezza è in sé una minaccia per il rispetto delle garanzie costituzionali.
Perché è a rischio la Costituzione?
Non è a rischio in sé, ma si è troppo sottovalutato l'articolo 15, posto dai padri costituenti a presidio della comunicazione del singolo con un'altra singola persona o con più persone determinate. Si tratta di una tutela a beneficio della personalità, dell'identità stessa del singolo che deve essere libero del proprio silenzio così come delle proprie parole. È un profilo di libertà parallelo e altrettanto rilevante rispetto alla libertà sancita all'articolo 21, relativa alla comunicazione pubblica. La violazione del perimetro tracciato dall'articolo 15 a me pare ormai evidente, anche in conseguenza dell'ultimo provvedimento.
Ad essere spiata non è più la singola persona ma la democrazia stessa?
In un certo senso è proprio così. La libertà del singolo riguarda anche il singolo uomo delle istituzioni, esposto alla contestazione di reati relativi al rapporto con la pubblica amministrazione. Altri, tra i quali il direttore dell'Huffington post, si sono soffermati sulla lesione della riservatezza intesa nel suo significato anche nostalgico: prima, il cassetto personale era un limite oltre il quale non ci si poteva spingere. L'ordinamento e la prassi affermavano il rispetto per la sfera privata più intima. Non è più così. Anche perché ci siamo messi in testa di dover conoscere tutto sull'affidabilità, l'integrità personale, morale di una persona che svolge funzioni pubbliche. Non è l'intercettazione lo strumento più adatto ad accertare quei requisiti. Abbiamo a disposizione l'accertamento degli illeciti disciplinari o deontologici. Ma non possiamo spiare nel cassetto dell'uomo pubblico pur di verificarne la credibilità, tanto per restare nella metafora che altri hanno proposto.
La trasparenza è un totem che viene prima di tutto?
La trasparenza è un principio che concorre con altri all'equilibrio di un sistema democratico, non è l'unico bene assoluto supremo. Adesso rischia di diventarlo. Anzi, lo è già diventato: con le nuove regole sulle intercettazioni e in particolare sul trojan lo sarà ancora di più. Ma attenzione: il riferimento non è solo o soprattutto alla divulgazione delle intercettazioni operata dai media.
Non è quello lo snodo decisivo?
È un problema, ma non è il solo problema. Prima del comportamento dei media viene la questione strettamente connessa all'attività giudiziaria. Al potere delle indagini e dunque all'equilibrio che viene compromesso attraverso l'indebolimento del principio di segretezza delle comunicazioni personali sancito all'articolo 15.
Chiarissimo. Anche perché la sofisticazione degli strumenti tecnologici è incontrollabile...
Lo è ed è ancora un ulteriore aspetto, forse centrale, del discorso. Con l'ultimo decreto intercettazioni abbiamo spalancato la breccia nella libertà d'uso del materiale captato, in particolare col trojan. La tecnologia può sfuggire ulteriormente di mano: dovremmo essere noi a controllarla ma rischiamo di finire per essere controllati noi dalla tecnologia. D'altra parte non possiamo escludere negligenza o peggio in chi abbia il compito di interrompere la registrazione e poi di riprenderla di fronte a situazioni non consentite, come pure prevede con buona volontà la legge.
Andare a caccia di corrotti col virus spia: c'è proporzione tra i fini e i mezzi?
Tra i reati per i quali è consentito in generale l'uso delle intercettazioni, ce ne sono alcuni previsti in virtù del fatto che sono commessi proprio con modalità tecnologiche, e quindi è necessario accertarli anche attraverso la tecnologia. Poi gli altri si individuano in base alla loro gravità. E torniamo all'insostenibile equiparazione fra mafiosi e corrotti, utile solo ad aprire la breccia e mettere alcuni principi cardine a rischio.
Il pericolo non è solo di essere messi alla gogna sui giornali ma di essere comunque spiati...
Con le nuove intercettazioni rischiamo di avanzare nella erosione di principi essenziali del nostro sistema, dei diritti inviolabili che dovrebbe tutelare. Lo si fa in un contesto che non privilegia la serietà di tali minacce ma l'interesse sociale contingente, l'ansia di assicurare strumenti per il perseguimento dei reati tipici di determinate categorie. Siamo di fronte alla stessa alterazione che anima le campagne contro la concessione dei domiciliari, ai detenuti di mafia, per gravi motivi di salute. I giudici applicano il codice e l'articolo 32 della Costituzione, anche se possono sbagliare, ma è come se per alcuni non debba essere la Carta a stabilire i principi. È un sentiero in cui di principi davvero tutelati rischiamo di non trovarne più molti.
di Erika Pontini
La Nazione, 8 settembre 2020
Il Garante dei detenuti bacchetta la "pratica discutibile" di mandare nella Regione i reclusi con problemi psichiatrici o disciplinari. Carceri umbre, ghetto dell'Italia centrale, perché vengono utilizzate sempre più per sfollare i detenuti in eccesso della Toscana che abbiano manifestato problemi psichiatrici o disciplinari. Gli ultimi degli ultimi. "Pratica discutibile" che "viola il principio di territorializzazione della pena" e rappresenta un "abuso".
La denuncia arriva dal Garante dei detenuti, il professor Stefano Anastasia nell'annuale relazione sull'Umbria dietro le sbarre. Secondo il Garante se è inevitabile che il carcere di Spoleto, circuito ad Alta sicurezza, con sezione per i 41 bis sia "bacino di destinazione per i condannati all'ergastolo" da fuori regione (e infatti in Umbria il tasso di ergastolani è dell'8,7% molto più alto che altrove), negli anni il fenomeno si è andato accentuando anche per la media-sicurezza e, in particolare alla sezione femminile di Capanne.
"A questa nuova tendenza ha contribuito - scrive Anastasia - la nuova configurazione territoriale dell'Amministrazione penitenziaria che ha alimentato una discutibile pratica con conseguente abuso del trasferimento fuori regione, ma all'interno dei confini del Provveditorato, di detenuti che abbiano generato problemi di gestione (psichiatrica co disciplinare) all'interno degli Istituti di prima assegnazione".
Se incendi una cella in Toscana, sconti la pena a Perugia. Quella dei reclusi con problemi psichiatrici conclamati è una criticità evidenziata dal Garante e già emersa nelle quotidiane aggressioni o atti di autolesionismo dietro le sbarre. Un'escalation difficile da interrompere. Sono 140 solo a Capanne i detenuti psichiatrici e sono "sensibilmente aumentati gli eventi critici, anche di notevole gravità, spesso innescati da soggetti affetti da patologie per i quali il carcere non è certamente un luogo consono: dai tentativi di suicidio, alle rivolte, agli scioperi della fame, ai numerosissimi atti di autolesionismo, alle aggressioni al personale fino al baratto dei medicinali".
Nel 2019 si sono registrati tre eventi-morte (uno a Perugia e due a Terni), 35 episodi di autolesionismo a Spoleto, 13 a Orvieto e ben 106 a Perugia. A numeri da brivido corrispondono scarse cure: basti pensare che a Capanne operano psicologi per appena 15 ore a settimana (nel 2018 erano 22 le ore) e psichiatri per 30 ore a settimana.
I tagli alla spesa sanitaria si ripercuotono anche lì. "Pesa il mancato adeguamento dell'offerta psichiatrica" e pure "la deterritorializzazione in seguito alla decisione della Regione di "non dotarsi di una Rems, con conseguente trasferimento a Volterra - quando va bene - di persone per cui la legge prevede un lavoro a stretto contatto tra servizi sanitari residenziali e territoriali".
"Un'attenzione certamente maggiore - scrive Anastasia - deve essere riservata alle esigenze di cura e tutela della salute delle persone detenute affette da problematiche di natura psichiatrica e psicologia la cui considerevole presenza è stata più volte segnalata come elemento critico nella gestione della vita detentiva, nonché motivo di stress per il personale che vi opera".
Solo a Capanne dovrebbero esserci 248 agenti e ce ne sono 217 mentre a fronte della capienza di 363 detenuti, ce ne sono 411 (70 donne). Tra i nodi da sciogliere anche l'attivazione del Reparto detentivo al Santa Maria della Misericordia, promesso, annunciato ma mai divenuto operativo. Complessivamente in Umbria ci sono 1.471 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare di 1324 unità con una percentuale di sovraffollamento che tocca il 110% a Perugia e il 120% a Terni, in linea con la media nazionale. Di questi 533 sono stranieri, concentrati soprattutto nel carcere perugino di Capanne (il 67,2%). La maggior parte dei reclusi tra Perugia, Terni, Spoleto e Orvieto sono condannati in via definitiva (1.091), il 74% del totale, mentre 1.178 sono in attesa del primo giudizio.
di Giovanni Gioioso
Il Mattino di Foggia, 8 settembre 2020
Oscuri rapporti interni del personale, le carenze emerse dall'ispezione mai consegnata ai Sindacati ed il ruolo dell'ex capo del Dap Francesco Basentini: la situazione arriva in Parlamento con la recente interrogazione a firma dell'On. Ferro (FdI).
"Le guardie non si toccano". È questa la "democratica promessa" e realmente rispettata dei detenuti che lo scorso 9 marzo, presso il carcere di Melfi (PZ), hanno dato vita ad un'iniziativa degna delle romanzate carceri sud americane per protestare contro le restrizioni imposte per il contenimento della diffusione del Covid-19.
Durante quella complessa giornata, intorno alle 14:30, dopo il rientro intermedio dal passeggio, i detenuti (tra le settanta e le ottanta unità) si sono riversati, tra urla e schiamazzi, velocemente ed in maniera ben coordinata tutti sullo stesso piano (il primo) dove erano presenti tre agenti ed un ispettore insieme a cinque civili tra personale medico e paramedico, per un totale di nove persone che sono state - di fatto - sequestrate.
Le lenzuola annodate al cancello per impedire l'accesso al piano ad altri uomini della polizia penitenziaria accorsa dall'esterno, sono state il simbolo dello Stato che per numerose, lunghe ed interminabili ore, era spettatore impotente. L'azione dei detenuti si è limitata solamente a tutte le sezioni detentive e non all'intero istituto, non riuscendo, fortunatamente, a prendere possesso anche degli uffici che con alcuni e tempestivi sbarramenti sono rimasti sotto il controllo della polizia penitenziaria.
Ore concitate: una cancellata che divideva il piano dalla scalinata permetteva di comunicare. Polizia, Polizia Penitenziaria, Carabinieri, Guardia di Finanza, agenti antisommossa, funzionari della Questura di Potenza, commissari. La trattativa "Stato-detenuti" si è protratta sino alla mezzanotte con l'ipotesi estrema di un eventuale atto di forza con l'ingresso di un corpo speciale dall'esterno. Qualche minuto dopo la mezzanotte, nella devastazione totale tra porte divelte e scrivanie distrutte, il personale civile è stato rilasciato per primo e a seguire anche gli uomini della polizia penitenziaria, mentre, nel caos generale, la rivolta proseguiva con l'occupazione di tutte le sezioni detentive.
Ad oggi, i protagonisti di questa triste vicenda sono stati abbandonati. Non una congratulazione, non una rassicurazione dal provveditore o dalla direttrice dell'istituto penitenziario: tutti in malattia per un "presunto" stato ansioso e nessuno, da marzo, è stato chiamato dall'ospedale militare per riuscire ad ottenere nuovamente l'idoneità al servizio.
Il silenzio dei media e delle istituzioni è stato ed è assordante. Il caso lucano è certamente in buona compagnia, quando il Paese è alle prese con le prime zone rosse tra Lombardia e Veneto ed il lockdown totale è alle porte. All'interno di numerose case circondariali e di detenzione, in maniera coordinata ed organizzata, tra il 7 e il 9 marzo si registrano rivolte, incendi, risse e fughe come mai nella storia dell'Italia repubblicana: 13 decessi tra i detenuti (9 a Modena, 3 a Rieti ed uno a Bologna), 136 agenti feriti e copiosi danni alle strutture stimati tra i 20 ed i 40 milioni di euro. Il 9 marzo a Foggia 77 detenuti si allontanano dal carcere trovando all'esterno numerose auto ad aspettarli. La gravissima situazione del carcere di Melfi, però, ha origini ben più lontane e puntualmente segnalate in primis dalla segreteria generale dell'Osapp, l'organizzazione sindacale autonoma polizia penitenziaria.
Il 4 ottobre veniva indirizzato al Capo del Dap Francesco Basentini, al Provveditore regionale Giuseppe Martone ed al Direttore Generale del personale Massimo Parisi un comunicato "urgentissimo" avente ad oggetto alcune gravi situazioni riscontrate all'interno della Casa Circondariale di Melfi "dove ci si permette di contravvenire a qualsiasi tipo di norma vigente pattizia con numerose inadempienze: irrazionale distribuzione del lavoro straordinario non convalidato da apposite relazioni di servizio, nè giustificato e talvolta effettuato anche dove non previsto o dove non ve ne sia esigenza, l'ingiustificata e non concordata movimentazione interna fra i vari uffici, effettuazione di lavoro straordinario malgrado le limitazioni imposte dal medico del lavoro ed un doppio incarico di responsabilità (Area Segreteria ed Ufficio Comando) ad un ispettore che è spesso assente in virtù di una sua attribuzione in seno al Dap".
Denunciando, la compromissione palese ed evidente dei requisiti di ordine e di sicurezza interni ed esterni a causa della copertura minima dei posti di servizio su tre quadranti per 48 unità complessive con il rischio, a ragion veduta, di eventuali futuri problemi sia per il personale, sia per la popolazione detenuta. Come ben sappiamo a livello sindacale l'unione e la leale collaborazione fanno la forza ed il 16 giugno le segreterie regionali di Osapp, Uilpa, Sinappe e Uspp a firma dei rispettivi segretari Cappiello, Sabia, Coviello e Messina inviano in forma congiunta al successore del dimissionario Francesco Basentini, travolto dalle scarcerazioni "facili" (nella famosa lista dei detenuti scarcerati perché affetti da gravi patologie emergono i nomi di pericolosi detenuti in alta sicurezza per reati commessi con l'aggravante mafiosa, per quelli che riguardano il traffico internazionale di stupefacenti e detenuti al 41bis), Bernardo Petralia, un nuovo comunicato per denunciare apertamente una "anomala illogicità" circa l'incarico conferito con apposito provvedimento dipartimentale all'attuale comandante di reparto, funzione, questa, al momento svolta da un commissario del concorso interno per titoli ad 80 posti per la nomina alla qualifica iniziale di vice commissario del ruolo ad esaurimento del corpo della Polizia Penitenziaria.
Con numerose normative violate visto che il suddetto funzionario è anche il segretario regionale di una nota sigla sindacale in palese violazione con l'art.6 d.lgs n.146/2000 e successive modifiche con il d.lgs n.172/2019. Infine bisogna anche premettere che le funzioni di comandante sono svolte in maniera conflittuale vista la presenza di un commissario capo di Polizia Penitenziaria gerarchicamente superiore.
Il commissario con funzioni di vice comandante, Saverio Brienza, ex capo scorta di Francesco Basentini al Dap ed il relativo ruolo conflittuale dal punto di vista sindacale, con il parere positivo del provveditore per la Puglia e la Basilicata, hanno messo in luce conflittuali situazioni che inficiano sul buon funzionamento della struttura e particolari rapporti all'interno dell'istituto melfese al limite dell'attenzione della Corte dei Conti che dovrebbe eventualmente approfondire anche un ipotetico danno erariale in merito all'ispezione effettuata durante la prima settimana del mese di novembre del 2019.
Nessuna sigla sindacale ha mai avuto la possibilità di venire a conoscenza del contenuto di tale ispezione e dei riscontri effettuati nella casa circondariale dove da tempo viene denunciata tra le varie cose la carenza di personale nonostante la presenza di detenuti di alta sicurezza ed un sistema antiscavalcamento in condizioni precarie con la soppressione delle sentinelle e della ronda automontata.
I fatti di marzo, a questo punto, non devono stupire in quanto la gravità della situazione era ben chiara già da diversi mesi, il casus belli, solo casualmente, è stato quello delle restrizioni per il contenimento del Coronavirus. È stato utilizzato del denaro pubblico per l'ispezione che, ad oggi, nessuno ha potuto visionare, chiusa in chissà quale cassetto?
È la domanda posta al segretario generale dell'Osapp, Leo Beneduci, raggiunto telefonicamente: "Di questa ispezione non ne sappiamo molto e vorrei fare un paio di considerazioni: gli esiti di un'ispezione sono necessari anche per giustificare la spesa sostenuta ed in questo caso degli esiti nessuno è a conoscenza. Ad un'ispezione non può corrispondere il nulla. Potrebbe esserci, quindi, inefficienza ed un impiego di denaro pubblico non congruo.
In merito alle dinamiche interne e alla gestione del personale nel carcere di Melfi posso affermare che è palese l'incompatibilità dell'attuale comandante facente funzioni ed il direttore generale Massimo Parisi dovrebbe provvedere ad individuare un comandante titolare, questo dato, da un punto di vista sindacale, rappresenta una disfunzione grave: la situazione è stata prolungata ben oltre i limiti ed i tempi giustificati da una situazione emergenziale e di conseguenza transitoria". Intanto il caso è arrivato in parlamento su iniziativa della deputata calabrese Wanda Ferro (FdI), componente della commissione antimafia, che recentemente ha presentato al ministro della giustizia, Alfonso Bonafede, un'interrogazione parlamentare al fine di comprendere se il ministro sia a conoscenza dei gravi fatti di Melfi e dell'ispezione dello scorso novembre, oltre alle iniziative che intende adottare per sanare le criticità ed evitare, per quanto possibile, futuri problemi.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 8 settembre 2020
La giudice rinvia per le norme Covid. Ma non si trovano spazi per distanziare le parti. Le norme Covid incidono sull'uso degli spazi: in tribunale, come sui mezzi pubblici. Che, però, restano sottoutilizzati: 50% il tasso di riempimento ieri, -49% rispetto al 2019.
"Contrattempi" nella ripresa dell'attività giudiziaria in epoca di pandemia. Due avvocati per indagato, giudice, cancelliere, tecnico degli impianti, alcuni indagati: così, ieri mattina, erano oltre 100 le presenze all'udienza per l'incidente probatorio nell'inchiesta tangenti in Atm, nell'aula bunker davanti al carcere di San Vittore. Così la giudice dell'udienza preliminare Lorenza Pasquinelli è stata costretta a un rinvio.
Se il buongiorno si vede dal mattino, non sarà facile la ripresa dell'attività giudiziaria milanese nell'autunno del Covid, e soprattutto non sarà troppo diversa dalla farraginosa estate prima delle ferie: cioè con qualche possibilità di fare i processi con pochi imputati, ma con grandissime difficoltà logistiche a celebrare processi che invece siano appena appena di media dimensione per numero di parti presenti.
Se ne è avuto un assaggio ieri quando la giudice dell'udienza preliminare Lorenza Pasquinelli si è vista costretta a rinviare, per indisponibilità del "campo di gioco", una udienza oggettivamente invece extralarge, come l'incidente probatorio dell'inchiesta sulle tangenti in Atm con 48 indagati nell'aula bunker di piazza Filangieri davanti al carcere di San Vittore.
Due avvocati per indagato, il giudice, il cancelliere, il tecnico degli impianti di registrazione, alcuni degli indagati, hanno in breve portato sopra quota 100 le presenze in quella che pure è l'aula più grande disponibile in questo momento, ma tarata (con le regole del distanziamento anti contagio) su un totale di 20 detenuti (quando ci sono), 24 avvocati, 5 tra giudici e cancellieri, 15 persone nel pubblico: insomma, a tutto concedere, e prendendo posto anche nelle gabbie dei detenuti (quando essi non ci sono) o sulla gradinata del pubblico, non più di 65 presenze.
L'incidente probatorio è una sorta di anticipazione del futuro interrogatorio al dibattimento di alcuni indagati (a cominciare dall'ex capo area delle segnalazioni automatiche nelle metropolitane, Paolo Bellini) che al pm Giovanni Polizzi nelle settimane scorse avevano reso dichiarazioni accusatorie di altre persone, le quali hanno dunque il diritto di partecipare all'udienza con i propri difensori e (se vogliono) controinterrogare i dichiaranti.
La giudice ha riconvocato le parti per venerdì 11 settembre, ma ha chiesto agli avvocati (che peraltro ieri lamentavano anche l'insufficiente areazione rapportata al numero di presenti, e persino aree dell'udienza parzialmente allagate dal nubifragio della notte precedente) di accordarsi per mandare solo una delegazione, in quanto quel giorno la giudice spera solo di comunicare in quale situazione logistica alternativa si possa iniziare l'incidente probatorio.
La risposta non è però così scontata, in quanto non è affatto sicuro che si possa trovare un'aula più capiente del bunker di San Vittore. Al momento non parrebbero essercene di più spaziose, salvo forse adibire a udienze l'Aula Magna, o addirittura "espatriare" in via Freguglia nel Salone Valente dove gli avvocati fanno spesso i propri corsi di formazione (ma ammesso che la sala convegni sia adattabile ad aula di udienza). E intanto i problemi logistici fanno in fretta a diventare problemi processuali: dei 13 arrestati di giugno nell'inchiesta sulle ipotesi di turbative d'asta e corruzioni, infatti, quasi tutti sono ancora in custodia cautelare (per lo più ai domiciliari), e dunque è concreto il rischio che non si riesca a concludere l'incidente probatorio prima dello scadere dei termini di custodia a ottobre.
Nel frattempo, sempre ieri mattina ma a Palazzo di Giustizia in Porta Vittoria, molti avvocati si lamentavano perché si trovavano a dover stazionare in attesa in corridoi del terzo piano, a loro avviso resi troppo affollati dalla non abbastanza scaglionata fissazione di un numero di processi troppo numeroso (anche qui sempre nella valutazione dei legali) nel tentativo dell'organizzazione giudiziaria di recuperare un po' dell'attività processuale rimasta congelata in primavera durante il confinamento.
di Erica Balduzzi
itinerarieluoghi.it, 8 settembre 2020
Ripartire dalla terra, dal lavoro, dalla professionalizzazione: l'isola di Gorgona è l'ultima "isola carcere" d'Italia, colonia penale agricola dal 1896 e attualmente sezione distaccata della Casa Circondariale di Livorno, e ha scelto la via della dignità per combattere recidiva e favorire il reinsediamento sociale dei suoi detenuti.
Agricoltura, allevamento, vinificazione, caseificazione... ma anche falegnameria, idraulica, muratura: lavori a tutti gli effetti, che permettono ai detenuti di imparare un mestiere, mettere da parte risorse per affrontare il reinserimento a fine pena. E che danno vita a progetti dal grande potenziale, "buoni" sotto tutti i profili: sociale, economico, gastronomico. A testimoniarlo, sono soprattutto i sapori: come quello del vino che viene prodotto proprio qui, e che raccoglie profumi e suggestioni di terra, di mare e di riscatto.
Il vino Gorgona nasce dalla collaborazione tra la struttura detentiva e Frescobaldi Vini, che ha dato il via nel 2012 al progetto "Frescobaldi per Gorgona". Agronomi ed enologi dell'azienda vitivinicola toscana lavorano quindi con i detenuti, offrendo loro competenze di viticoltura e vinificazione e permettendo la produzione di due vini gorgonesi doc: il Vino Gorgona Costa Toscana IGT (proveniente da un piccolo vigneto di Vermentino e Ansonica, piantato nel 1999 nell'unica zona riparata dai venti e curato secondo i principi dell'agricoltura biologica, senza diserbanti né prodotti chimici di sintesi, dal colore dorato e dal forte sentore aromatico) e il Gorgona Rosso, che ha visto la luce da alcuni filari di Sangiovese e Vermentino Nero, anch'essi coltivati in agricoltura biologica e affinati poi in orci di terracotta. Quest'altro vino, dal color rubino, è caratterizzato da sentori di frutta e di sottobosco.
Dal vino al formaggio, il passo è breve. Anche perché è proprio dal progetto con Frescobaldi che ha preso il via anche la produzione casearia sull'isola, a partire dal latte di mucche, pecore e capre allevate in loco dai detenuti e grazie all'interessamento nel 2013 di Alberto Marcomini, giornalista ed esperto di tecniche casearie. Si tratta di piccole produzioni, entrambe a latte crudo: la prima tipologia è insaporita dalle erbe selvatiche dell'isola, mentre la seconda è bagnata nel vino di Gorgona. Il caseificio è anch'esso luogo di formazione e professionalizzazione e i gustosi formaggi - rigorosamente a chilometro zero - sono apprezzati in molti ristoranti italiani.
Altra specialità dell'isola sono gli olivi secolari di cultivar "Bianca di Gorgona", una varietà di oliva bianca scoperta nel 2012 proprio sull'isola... dove sono stati rinvenuti venti piante residue, probabilmente ciò che restava delle piantumazioni effettuate dai monaci certosini che hanno abitato l'isola nei secoli scorsi. Questa cultivar è stata iscritta nel luglio 2012 nei registri del Repertorio Regionale delle risorse genetiche autoctone toscane. Dalle coltivazioni di ulivi sull'isola, la Sezione Agricola ottiene un buon olio extravergine di oliva.
- Benevento. Situazione nel carcere, "evitiamo strumentalizzazioni"
- Piacenza. "Rubavamo per dare i soldi ai pusher. E alla Levante erano tutti d'accordo"
- Milano. Un pranzo o una cenetta "al fresco"? Riapre il ristorante InGalera
- Caltagirone (Ct). Inchiesta sul suicidio in carcere: stato di agitazione della polizia penitenziaria
- Ecco i nuovi signori della tratta in Libia. La loro rete finanziaria fra Milano e Udine, 14 fermi










