di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 8 settembre 2020
Interrogazione parlamentare di Roberto Giachetti al Ministro Bonafede. La magistratura di sorveglianza spesso non risponde alle istanze dei detenuti, in particolare alle richieste di concessione dei giorni di liberazione anticipata. A denunciarlo è l'esponente del Partito Radicale e presidente di Nessuno Tocchi Caino Rita Bernardini.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 8 settembre 2020
Carmelo Caminiti, detenuto con gravi problemi di salute, dopo la richiesta di domiciliari causa Covid aveva iniziato la protesta Il suo avvocato: qualcuno dovrà risponderne in giudizio. Alla fine è morto. Dopo 60 giorni di sciopero della fame, il recluso Carmelo Caminiti è finito in coma e ieri notte ha esalato l'ultimo respiro.
di Cristiana Mangani
Il Messaggero, 8 settembre 2020
Dieci giorni di permesso premio, dal 26 agosto al 5 settembre, quando non si è presentato in questura a Sassari, per il consueto controllo dell'obbligo di firma, fissato alle 12,20. Avrebbe dovuto passarli nella casa famiglia Don Giovanni Muntoni, gestita dai salesiani in una borgata vicina alla città, a San Giorgio. Ma Giuseppe Mastini, 60 anni, ergastolano, non ha mai smesso di essere Johnny lo zingaro, nonostante una condotta considerata dal Tribunale di sorveglianza tanto buona da concedergli, dopo due evasioni, altri benefici di legge. E così, come aveva fatto nel 2017, ha approfittato del permesso e ha fatto perdere le sue tracce.
di Simona Musco
Il Dubbio, 8 settembre 2020
Primi casi di Covid nelle aule di Tribunale dopo le ferie. A Pavia il processo diventa cartolare. La giustizia riparte, ma zoppicando. Con gli avvocati infuriati, da un lato, per le lunghe file, gli accessi su prenotazione alle cancellerie e i processi rinviati di anni e i cancellieri, dall'altro, sul piede di guerra per la poca chiarezza sulle modalità di lavoro agile. In mezzo, invece, ci sono i primi casi di contagio nei Tribunali, con la conseguente chiusura dei Palazzi di Giustizia e il miraggio di un pieno ritorno alla normalità. Dopo i casi di Roma (un funzionario) e di Milano (un magistrato), oggi i contagi registrati sono stati due: uno ad Oristano e uno a Terni.
Nel tribunale sardo a risultare positivo è stato un dipendente, ora in isolamento domiciliare, con conseguente tampone per tutti i colleghi. E in attesa della sanificazione degli uffici, il presidente del Tribunale ha sospeso le attività, ad esclusione di quelle relative agli atti urgenti. Sempre chiusi anche gli uffici del Giudice di pace, che nei giorni scorsi hanno registrato tre casi di positività. Nel tribunale umbro, invece, a risultare positivo è stato un avvocato civilista. In assenza di informazioni precise sui suoi contatti, il presidente del Tribunale ha sospeso cautelativamente le attività giudiziarie di oggi, escluse quelle urgenti, che verranno gestite "in condizioni di sicurezza fuori dai locali degli uffici giudiziari", in attesa della sanificazione degli uffici.
Ma i problemi della ripresa sono tanti. A Milano, ad esempio, gli avvocati lamentano file immense e udienze affollate, in barba alle misure anti Covid. "Mentre da mesi si discute di classi pollaio e di scaglionare gli ingressi degli studenti - segnala al Dubbio l'avvocato Cinzia Giambruno - sui posti di lavoro e nei negozi anche piccoli ci si organizza per evitare affollamenti, oggi la seconda Sezione Penale del Tribunale monocratica ha pensato bene di fissare ben nove udienze alle 9 e poi un'altra ventina dalle 9.45, a distanza di 15 minuti l'una.
L'ovvio risultato è che siamo tutti ammassati in corridoio. E ciò, tralasciando ogni considerazione sul rispetto delle parti, in barba a ogni norma di prudenza. Altra notazione: alle 11.30 (ovviamente) non hanno ancora finito i processi delle 9.30. E poi si parla di riforma della Giustizia". Ed è proprio di oggi il caso del maxi processo sulle tangenti Atm, celebrato in un'aula bunker che contava la presenza di circa 100 persone tra avvocati, assistenti, imputati, magistrati e cancellieri. Risultato: l'incidente probatorio è slittato ad altra data, in attesa di trovare un'aula più capiente.
Dal ministero della Giustizia, intanto, arriva un primo, sommario resoconto dei risultati delle misure applicate durante e dopo il lockdown. La percentuale media di personale in presenza negli uffici, recita la circolare del Dipartimento dell'organizzazione giudiziaria del 4 settembre scorso, è passata da 27,02 per cento (periodo dal 24 febbraio al 30 aprile) al 71,33 per cento al 31 luglio. E a luglio il 21 per cento circa del personale è stato incluso nella rotazione dei servizi, mentre oltre il 70 per cento degli uffici ha fatto ricorso all'orario flessibile.
Le misure di prevenzione sanitaria e di sicurezza sono costate, attualmente, 20 milioni di euro, utilizzati per l'acquisto di dispositivi di protezione, materiale igienizzante, cartellonistica, paratie e attività di sanificazione. L'auspicio del ministero è ora un ritorno alla normalità, caratterizzato, però, da un ricorso allo smart working che non sia più solo connotato da una logica emergenziale, ma "calato nella concreta realtà operativa dei singoli uffici, previa individuazione della più limitata quota della metà del solo personale impiegato in quelle attività concretamente suscettibili di essere svolte al di fuori della sede di lavoro".
Insomma, il capitolo è ancora aperto e verrà affrontato venerdì, nel corso del tavolo con le sigle sindacali. Le stesse che, venerdì scorso, hanno lamentato come "salvo poche eccezioni la direttiva (sul lavoro agile semplificato, ndr) è stata completamente ignorata, senza che l'amministrazione centrale muovesse un dito, in quanto gli uffici si sono comportati come se la crisi pandemica fosse terminata e come se la normativa, di legge e di regolamento, sulla materia non esistesse.
Gli stessi infatti hanno provveduto sic et simpliciter a revocare lo smart working obbligando tutti i lavoratori alla prestazione lavorativa on site". E mentre i cancellieri invocano sicurezza, a Pavia il Giudice di pace ha pensato di risolvere, laddove possibile, il problema alla radice. Basta processi in presenza, addio anche alle udienze penali da remoto: tutto si svolgerà in modalità cartolare.
Il Fatto Quotidiano, 8 settembre 2020
È il suo legale a rendere pubblica la sua decisione, spiegando che Battisti da oltre 1 anno e mezzo è in isolamento diurno nel carcere di Oristano, isolamento "di fatto del tutto illegittimo" dal momento che "la pena dell'isolamento diurno a suo tempo inflitta era di sei mesi per cui è stata scontata a giugno 2019"
"Avendo esaurito ogni altro mezzo per far valere i miei diritti, mi trovo costretto a ricorrere allo sciopero della fame totale e al rifiuto della terapia". Così scrive l'ex terrorista dei Proletari armati per il comunismo Cesare Battisti in una lettera inoltrata al suo legale, l'avvocato Davide Steccanella. È il suo legale a rendere pubblica la sua decisione, spiegando che Battisti da oltre 1 anno e mezzo è in isolamento diurno nel carcere di Oristano, isolamento "di fatto del tutto illegittimo" dal momento che "la pena dell'isolamento diurno a suo tempo inflitta era di sei mesi per cui è stata scontata a giugno 2019".
Battisti aveva già presentato lo scorso luglio, sempre tramite il suo avvocato, una denuncia alla Procura di Roma per abuso d'ufficio contro il suo "isolamento" in carcere. L'ex terrorista sta scontando in Sardegna, a Oristano, dove è stato recluso dopo l'estrazione in Italia avvenuta poco più di un anno fa, i suoi ergastoli, ma secondo il suo legale "avrebbe dovuto scontare solo 6 mesi di isolamento in base al provvedimento emesso dalla Corte d'assise d'appello di Milano nel 1993″. Uno status che invece starebbe proseguendo oltre i limiti di legge e che "non è sorretto" da alcun "provvedimento giudiziario".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 8 settembre 2020
Nel momento in cui scriviamo non si conoscono ancora le sorti di Giuseppe Mastini, detto "Johnny lo Zingaro", l'ergastolano condannato per una serie di rapine, sparatorie e omicidi che non ha fatto ritorno in carcere dopo un permesso premio. Era rinchiuso dal 2017 nel carcere di massima sicurezza di Sassari, dopo la precedente evasione avvenuta dal penitenziario di Fossano (Cuneo) il 30 giugno 2017.
Anche in quella occasione era uscito godendo di un permesso premio e non aveva fatto rientro. Era rimasto latitante per circa un mese, tempo che ha trascorso con in un'alcova con il suo amore di gioventù, Giovanna Truzzi, conosciuta quando avevano solo 11 anni. Lo catturarono le forze dell'ordine coordinate dall'attuale capo della Squadra Mobile di Napoli Alfredo Fabbrocini. Commentando i fatti nella trasmissione "Commissari - Sulle tracce del male" condotta da Giuseppe Rinaldi su Rai 3 Mastini disse: "Quei 25 giorni sono stati i più belli della mia vita, grazie all'affetto della mia famiglia. Sapevo che ci avrebbero trovati e le dicevo: spero che capiranno se sono persone che hanno umanità e sentimenti".
Le forze dell'ordine lo stanno cercando ovunque, ma difficile se non impossibile sarà lasciare l'isola. Intanto è partita la macchina mediatica contro la magistratura di sorveglianza e il ministero della Giustizia, dicono fonti di via Arenula, ha delegato l'ispettorato generale per svolgere accertamenti preliminari e verificare la correttezza dell'iter seguito dal Tribunale di Sorveglianza di Sassari nella concessione del permesso premio.
Il suo legale, l'avvocato Enrico Ugolini che lo assiste dal 2014, si dice preoccupato: "Non so cosa possa essere successo, la notizia mi ha lasciato abbastanza sconcertato anche perché mi aveva telefonato circa dieci giorni fa e non aveva dato alcun segnale. Spero che stia bene e che non gli sia successo nulla". Sullo stato d'animo del suo assistito ci dice: "Era sereno, peraltro mi aveva comunicato lui stesso che aveva ricevuto la fissazione a febbraio di una udienza al Tribunale di Sorveglianza di Sassari per valutare l'istanza di semi libertà che aveva presentato. Si rammaricava solo per le tempistiche a suo dire lunghe ma gli ho spiegato che a causa del Covid le udienze sarebbero dovute essere riprogrammate".
Chiediamo all'avvocato come sono trascorsi questi tre anni dopo l'ultima evasione: "Ha patteggiato al Tribunale di Cuneo una pena ad otto mesi per quanto accaduto con l'accordo della Procura della Repubblica: infatti era emerso da tutti gli atti che non c'era il rischio di recidiva e che la fuga di fatto era stata compiuta perché era rientrato in contatto con la donna con cui aveva avuto una relazione sentimentale da giovanissimo. Non è andato a fare rapine".
E dopo? "A un anno dall'evasione non gli era stato concesso alcun beneficio. Aveva ripreso i contatti con gli assistenti sociali, con gli educatori e poi aveva ricominciato a godere di diversi permessi premio. Non essendo un ergastolano ostativo il percorso che si pensava di fare era quello di un cospicuo periodo di semi libertà per poi chiederne la sostituzione con la libertà controllata".
Giuseppe Mastini era stato infatti affidato alla Comunità Don Muntoni di don Gaetano Galia, cappellano del Carcere, che ci racconta: "Giuseppe era stato accolto dalla nostra comunità da due anni. Faceva attività di volontariato, agricoltura e giardinaggio. Lo stavamo aiutando a riprendere in mano la sua vita, aveva anche dei progetti futuri qui in Sardegna, voleva aprire una attività gastronomica. Nelle sue ore di libertà coltivava anche la sua relazione affettiva con la compagna che aveva preso una casa in affitto qui sull'isola.
Lo abbiamo visto due mattine fa alle 9 perché aveva dormito qui, e poi abbiamo saputo che non ha fatto rientro in carcere a mezzogiorno. Vorrei anche aggiungere una cosa: ora si scateneranno le polemiche contro il magistrato che ha concesso il permesso premio. Scaricare tutta la responsabilità sui magistrati è un discorso populista: quando prendono tali decisioni non lo fanno con superficialità, tengono in considerazione tutte le relazioni delle persone del carcere: criminologi, assistenti sociali, etc. Mi auguro che il ministro Bonafede non trovi in quanto accaduto l'occasione per qualche provvedimento ad hoc".
Dello stesso parere anche l'avvocato Ugolini: "Ribadisco quello che avevo già detto tre anni fa. Tra i vari ruoli giudiziari quello più difficile è quello del magistrato di sorveglianza: ci si basa su una osservazione portata avanti da una equipe di persone all'interno del carcere. Sinceramente l'operato della magistratura mi sembrava limpido e lineare. Giuseppe Mastini in carcere è sempre stato un detenuto modello: è un soggetto che partecipa alle attività, che per quanto mi risulta in anni di detenzione non ha mai ricevuto un rapporto disciplinare, né ha assunto un atteggiamento scorretto con detenuti e agenti".
E allora come mai questo gesto? "L'opinione pubblica deve considerare il fatto che è un soggetto che sta da 40 anni in carcere e ne sono trascorsi oltre 30 dagli episodi gravi per cui è stato condannato. Bisognerebbe invece interrogarsi sul fatto di rimanere così tanto tempo in carcere. Per questo avevamo intrapreso anche il percorso per chiedere la grazia. Lui forse ha questi momenti in cui l'anelito di libertà senza secondi fini prevale sul rispetto delle regole. Bisogna anche tener presente che siamo di fronte ad una persona di 60 anni che ne ha trascorsi 40 o forse più in carcere.
Giuseppe Mastini è un uomo che ha vissuto una vita estremamente difficile sotto vari aspetti, iniziando la galera da minorenne". Infatti l'uomo, figlio di giostrai sinti, già a 14 anni viene accusato del delitto, di cui si è sempre detto innocente, di un tranviere, Vincenzo Bigi, ucciso dopo una rapina: Mastini viene portato nel carcere minorile di Casal del Marmo, da dove però riesce a fuggire, prima di essere nuovamente arrestato.
Nel 1987 esce in permesso premio dal carcere, ma non rientra: in quei giorni, secondo le accuse, "il biondino", altro modo in cui veniva soprannominato, prima entra nella villa dei coniugi Buratti a Sacrofano, uccidendo il marito e ferendo gravemente la moglie, poi ruba un'auto e sequestra una ragazza di 20 anni, Silvia Leonardi.
Ancora fughe, inseguimenti, scontri a fuoco. In uno di questi resta ucciso l'agente Michele Girardi. Il 24 marzo del 1987 viene arrestato dopo un'imponente battuta di caccia. Il suo nome riemerge anche nel processo sull'omicidio di Pier Paolo Pasolini, secondo una pista investigativa che però non trovò riscontri.
di Antonio Mazzone e Nicolino Zaffina*
Il Dubbio, 8 settembre 2020
La ragionevole durata del processo e la riservatezza costituiscono beni fondamentali, a tutela dei quali dovrebbe essere finalmente individuata una soluzione condivisa. È alla soddisfazione di tali beni che andrebbero meglio relazionati anche il ruolo e la struttura dell'udienza preliminare, nella prospettiva di una razionalizzazione del processo penale e di recupero di quella che deve essere l'unica sua funzione, quella di accertamento dei fatti secondo le regole previste.
Allo stato tale udienza non appare soddisfare l'esigenza di selezionare i processi che meritino davvero di essere sottoposti alla successiva verifica del dibattimento. Non appare essa neanche capace di soddisfare l'esigenza di tendenziale composizione dei suoi esiti (rinvio a giudizio o proscioglimento) con quelli degli (eventuali) procedimenti incidentali attinenti alla situazione di libertà dell'imputato o di quella dei suoi beni.
La regola di giudizio dell'udienza preliminare è, oggi, quella che deve essere pronunciata sentenza di non luogo a procedere "quando risulta che il fatto non sussiste o che l'imputato non lo ha commesso o che il fatto non costituisce reato" e "quando gli elementi acquisiti risultano insufficienti, contraddittori o comunque non idonei a sostenere l'accusa in giudizio". La regola di valutazione per l'adozione di una misura cautelare personale è, invece quella, diversa, della sussistenza di gravi indizi di colpevolezza.
Non è prevista nel sistema processuale penale vigente alcuna incidenza nel processo degli esiti in ipotesi favorevoli per l'imputato dei procedimenti incidentali riguardanti la sua libertà personale o quella dei suoi beni. Con evidente lesione del principio di non contraddizione.
La soluzione va trovata sul piano della modifica della regola di giudizio dell'udienza preliminare, al fine di renderla omogenea a quella prevista per l'emissione di una misura cautelare personale: e, cioè, nella previsione che l'udienza preliminare possa concludersi con il rinvio a giudizio soltanto qualora vi siano a carico dell'imputato gravi indizi di colpevolezza.
In questo quadro si potrebbe prevedere che il provvedimento di rigetto di una richiesta di misura cautelare personale, di annullamento della stessa in sede di impugnazione (riguardante l'insussistenza dei gravi indizi di colpevolezza), di rigetto o di annullamento di una misura cautelare reale, anche se non definitivo (purché non modificato da un successivo provvedimento emesso in sede di impugnazione cautelare), debba essere necessariamente valutato dal giudice dell'udienza preliminare, insieme con gli altri elementi in atti, al fine dell'emissione di sentenza di non luogo a procedere.
La pronuncia cautelare di rigetto non provocherebbe, così, alcun effetto preclusivo, né alcuna restrizione dell'autonomia decisionale del Gup. La definizione della regola della "sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza" non presenterebbe, poi, alcun problema, perché puntualmente già effettuata dalla giurisprudenza, anche per quanto attiene alla distinzione tra tale regola e quella dell'"oltre ogni ragionevole dubbio", riguardante l'emissione di una sentenza di condanna.
Andrebbe, poi, previsto con riferimento alla precedente fase delle indagini preliminari che, in presenza di un provvedimento che ritenga l'insussistenza dei gravi indizi di colpevolezza o del fumus commissi delicti, la loro prosecuzione debba essere autorizzata dal Gip. Dovrebbe essere, anche, recuperata pienamente la funzione di "chiusura del sistema" della norma dell'articolo 129 del codice di procedura penale, che prevede che il giudice deve immediatamente emettere, d'ufficio, in ogni stato e grado del processo, sentenza di assoluzione quando risulta l'infondatezza delle accuse.
In tal modo il procedimento/ processo propriamente detto e i procedimenti incidentali riguardanti lo stato di libertà di una persona o dei suoi beni diverrebbero vasi comunicanti; con evidenti vantaggi in termini di economia processuale (non duplicazione delle valutazioni e conseguente restrizione della durata), di tutela del principio di non contraddizione e di tutela della riservatezza (essendo l'udienza preliminare camerale e non pubblica).
*Avvocati
di Vincenzo Giannotti
Italia Oggi, 8 settembre 2020
Corte costituzionale, sentenza sull'associazione terroristica. La misura di custodia cautelare per associazione terroristica supera il vaglio della Consulta. Con la sentenza n.191/2020 la Corte costituzionale ha infatti giudicato non fondate le questioni di legittimità costituzionali, previste dall'art.275, comma 3 del codice di procedura penale, sollevate dalla Corte di assise di Torino al fine di superare l'adeguatezza della sola custodia cautelare con altra misura alternativa, in presenza di associazioni terroristiche.
Le motivazioni sono rintracciabili nell'attuale dimensione che stanno assumendo, come reati di pericolo sociale, queste forme ideologiche del terrorismo tali che, i loro adepti, possono facilmente ricorrere a strumenti largamente diffusi, quale internet e i social media, non solo come mezzo di reclutamento e di indottrinamento degli associati, ma anche come strumento di possibile pianificazione ed organizzazione di futuri attentati.
La Corte di assise di Torino ha sollevato la questione di legittimità costituzionale dell'articolo 275, comma 3, del codice di procedura penale nella parte in cui non fa salva l'ipotesi, in cui siano acquisiti elementi specifici dai quali risulti che le esigenze cautelari possano essere soddisfatte anche con altre misure meno afflittive (esempio arresti domiciliari).
Il caso concreto ha riguardato un imputato, già oggetto di condanna alla pena di cinque anni di reclusione per il delitto di partecipazione a un'associazione con finalità di terrorismo, il quale ha chiesto una misura meno invasiva della custodia carceraria, considerato che la condanna a suo tempo ricevuta lo vedeva solo come mero ausilio rispetto agli altri associati.
A supporto della richiesta, è stato, inoltre, evidenziato come, allo stato, non sussistano elementi che consentano di ritenere ancora in vita e operativa l'associazione, anche in relazione all'avvenuta individuazione e all'attuale stato di detenzione degli altri membri del sodalizio.
Le disposizioni del codice di procedura penale, tuttavia, a dire del giudice remittente, non permetterebbero di superare la presunzione assoluta di adeguatezza della sola custodia cautelare, di qui la rilevanza delle questioni di legittimità costituzionali prospettate. Ha ricordato, inoltre, il giudice remittente come la Consulta sia già intervenuta (vedi sentenza n. 231/2011) nel dichiarare illegittime analoghe presunzioni assolute di adeguatezza della custodia cautelare in carcere, in relazione a varie figure di reato, anche di natura associativa, sia pure sottolineando sempre come tale presunzione trovi giustificazione, dal punto di vista dei principi costituzionali, in relazione all'associazione di tipo mafioso.
La decisione della Consulta Il giudice delle leggi ha, in via principale, rilevato come la misura cautelare in carcere possa essere facilmente superata mediante una velocizzazione dei processi, per chi sia stato riconosciuto responsabile di reati particolarmente gravi in termini di pericolosità sociale. Fermo restando la finalità dell'art. 275 del codice di procedura penale, che non è quella di prevedere automatismi né presunzioni, dovendo il giudice apprezzare e adeguatamente motivare l'applicazione di una misura cautelare restrittiva della libertà personale, è stata già a suo tempo ritenuta fondata la misura restrittiva in presenza di fattispecie di partecipazione ad associazioni di tipo mafioso.
Rispetto, invece, ad altri reati, la questione dell'obbligo della misura carceraria può estendersi, in modo identico, anche ai reati di pericolo come quelli di stampo terroristico. Quest'ultimo giustificato in ragione dell'attuale offensività sociale delle fattispecie criminose che hanno allargato il perimetro di intervento. In modo particolare, sussiste la pratica impossibilità di impedire che la persona, sottoposta a misura extra-muraria, riprenda i contatti con gli altri associati, ancora in libertà, attraverso l'uso di telefoni, internet o altri strumenti di contatto (social media). In conclusione, secondo il Giudice delle leggi, a fronte della magnitudine dei rischi, la presunzione assoluta di adeguatezza della sola custodia cautelare, appare sostenuta da una congrua base empirico-fattuale.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 8 settembre 2020
Da Riccardo Fuzio ad Alfredo Robledo, sono tanti i casi che raccontano come le toghe non rispondano dei loro atti anche quando di mezzo c'è una ipotesi di reato. E quando spetterebbe al Csm intervenire, guarda caso non succede e si dimenticano presto.
Che cosa succede se per strada venite derubati del portafoglio? Lo shock per la scoperta della violazione della vostra proprietà (che è un po' come il vostro corpo), poi una serie di seccature. Attese infinite in qualche stazione di polizia, per sentirvi quasi suggerire di non denunciare lo smarrimento, così loro non sono obbligati a svolgere indagini, che tanto finirebbero in niente. Del resto le statistiche parlano chiaro, il 98% dei furti rimane impunito.
A meno che. A meno che non siate un giudice del tribunale di Milano (o di qualsiasi altra città) e magari anche leader di una corrente di magistratura, magari anche di sinistra. Ecco allora che, quasi per magia, nel giro di pochi giorni il portafoglio viene ritrovato e restituito, perfino con i soldi all'interno. Sarà stata sicuramente fortuna. Ma a volte basta far girare un po' la voce, usare qualche informatore come facevano una volta i bravi poliziotti. Solo che non lo fanno per tutti i cittadini, solo per qualcuno. Qualche anno fa è stata approvata in Italia una legge sul cosiddetto omicidio stradale, una normativa sbagliata e che ha prodotto pochi effetti.
Nessuno sulla prevenzione, tanto che i gravi incidenti stradali non sono affatto diminuiti. Ma il risultato d'immagine è stato raggiunto, con annessa un po' di gogna se ti capita di uccidere una persona mentre sei al volante e magari sei anche una persona conosciuta. Vieni immediatamente sottoposto ai controlli sulla velocità, su assunzione di alcol o sostanze psicotrope e spesso arrestato. Molti finiscono in manette. A meno che. A meno che tu non sia figlio o parente di magistrato, allora vieni immediatamente abbracciato da una cintura protettiva, non vieni sottoposto a nessun controllo né fermo. Nessun giornale (o quasi) si occuperà del tuo caso, al massimo un trafiletto. E qualche tempo dopo potrai patteggiare nove mesi di carcere con la condizionale. Quando si dice la fortuna.
Se poi sei un importante esponente istituzionale, e vieni beccato in flagranza di reato mentre sembri quasi istigare un delinquente alla latitanza, ci si aspetterebbe nei tuoi confronti una sanzione immediata e severa. Sono passati quarant'anni, ma rimane indimenticabile il vero processo cui fu sottoposto nel 1980 in Parlamento Francesco Cossiga, presidente del Consiglio in carica che l'opposizione del Pci voleva rinviare all'Alta Corte. Colui che in seguito diventerà anche presidente della repubblica era sospettato sia in sede giudiziaria (procura della repubblica di Torino) che politica di aver rivelato, sulla base di notizie riservate, a Carlo Donat Cattin, vice segretario della Dc, che suo figlio Marco era un terrorista e forse ricercato. Lui negava, ma il processo politico condotto dal Pci e dal relatore Violante fu feroce.
I suoi colleghi parlamentari, che pure alla fine lo salvarono a camere riunite con 507 voti assolutori contro 416, non gli risparmiarono nulla. Lui costretto a difendersi, ammettendo di aver incontrato il collega ma non di aver discusso con lui la posizione giudiziaria del figlio, gli altri a credere alle parole del "pentito" Sandalo che lo accusava di favoreggiamento nei confronti di un latitante. Senza avere la pretesa di paragonare la figura di Cossiga a quella dell'ex procuratore generale di cassazione Riccardo Fuzio e scusandoci con Luca Palamara per l'accostamento della vicenda che lo riguarda alla storia di un terrorista, dobbiamo però rilevare come nulla di tragico abbia sfiorato la vita dell'alto magistrato in seguito a un fatto molto grave che lo ha visto protagonista.
Mentre il trojan infilato nel cellulare di Palamara faceva il proprio dovere, Fuzio è stato beccato mentre lo informava sulle inchieste aperte nei suoi confronti dalla magistratura di Perugia. Un bel favoreggiamento, forse, oltre alla rivelazione di atti e segreto d'ufficio. E se l'ex presidente del sindacato dei magistrati avesse deciso di scappare come Marco Donat Cattin?
Fuzio ha forse rischiato di passare, come quarant'anni fa Cossiga, i cinque giorni più infernali della sua vita, processato del tribunale dei giudici, il Csm? Proprio no. Nessuno mi può giudicare, rimane sempre il principio favorito dai magistrati. Prima di tutto al procuratore Fuzio è stato consentita la pensione anticipata e la conseguente cancellazione di ogni azione disciplinare (converrebbe anche a Palamara, se fosse un po' più anziano). Quanto all'azione giudiziaria, mentre per Palamara e gli altri indagati venivano chiesti i rinvii a giudizio, la posizione dell'alto magistrato è stata stralciata. E chissà se questo significa che si stia incamminando verso un binario morto.
Quello del prepensionamento ad hoc (due anni e mezzo di anticipo) si è rivelato una bella ciambella di salvataggio anche per un altro magistrato molto famoso, l'ex procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo. Finito per caso in intercettazioni a strascico che avevano colpito un suo interlocutore, era stato trasferito e degradato, diventando a Torino un semplice sostituto nella procura guidata da un suo ex collega, Armando Spataro.
Una delle accuse che gli erano state rivolte riguardava un suo inspiegabile antico conflitto con Gabriele Albertini che, fin da quando era stato sindaco (il più amato e rimpianto, tanto che ancora oggi in molti gli ripropongono la candidatura) era stato preso di mira dal pm per un'infondata questione di "emendamenti in bianco". Quando, anni dopo, Albertini, ormai parlamentare europeo, si era esposto con dichiarazioni che non erano piaciute al magistrato, Robledo lo aveva denunciato sia in sede civile che penale, per calunnia aggravata.
E poi aveva cercato in qualche modo di interferire nel procedimento sull'immunità aperto al parlamento europeo chiedendo informazioni all'avvocato della Lega, Aiello. Quello coinvolto nelle intercettazioni a strascico. E ancora, di fronte all'assoluzione di Albertini, aveva presentato ricorso alla corte d'appello di Brescia, la quale, essendo nel frattempo l'ex sindaco diventato senato aveva presentato alla Corte costituzionale un conflitto di attribuzione tra organi dello Stato. Non ancora pago, il dottor Robledo aveva indossato le vesti dell'agitatore politico, insultando la Giunta per le immunità del Senato, accusandone i membri di voler "salvare la pelle" ad Albertini e di "sguazzare nei loro privilegi" e di attuare "voto di scambio".
Di conseguenza portandosi a casa una bella denuncia per "vilipendio di corpo legislativo". Ma nel frattempo Alfredo Robledo si è sottratto a qualunque giudizio, è andato in pensione e ha trovato lavoro come presidente in un'azienda per lo smaltimento dei rifiuti, la Sangalli, che in passato aveva anche avuto problemi giudiziari per fatti di corruzione. Ma che, aveva detto l'ex magistrato per giustificare la propria scelta professionale, aveva avuto la capacità di cambiare rotta. Conclusione? Oggi la nuova vita di Alfredo Robledo dovrebbe essere al riparo da incursioni disciplinari o giudiziarie. Il Csm non si ricorda più di lui, ormai ex magistrato, Il suo processo per abuso d'ufficio a Brescia (conseguenza dei suoi scontri con il procuratore capo di Milano, Edmondo Bruti Liberati) sonnecchia, e quello di Roma per il vilipendio pare avere il rigor mortis. Mentre è ben vivace quello del conflitto di attribuzione che riguarda Gabriele Albertini. Come disse qualcuno, siamo tutti uguali ma qualcuno lo è un po' più degli altri. Nessuno mi può giudicare, nemmeno tu. Se sono un magistrato. O anche un ex.
di Errico Novi
Il Dubbio, 8 settembre 2020
Il presidente emerito della Consulta: sfera intima violata pur di assecondare il livore verso i politici. "Un altro colpo a principi cardine della democrazia. Nello specifico, alla riservatezza delle comunicazioni personali sancita dall'articolo 15 della Carta".
A infliggerlo, secondo il presidente emerito della Corte costituzionale Giovanni Maria Flick, sono le nuove norme sul trojan, formalmente in vigore dal 1° settembre ma concretamente operative da ieri. "Con le modifiche introdotte dal decreto intercettazioni sarà possibile l'uso del materiale captato anche per l'accertamento di reati diversi da quello per il quale il giudice aveva autorizzato il virus spia, inclusi quelli contro la Pa. Si ingigantisce il peso di uno strumento pervasivo per assecondare l'ansia sociale di veder colpite le categorie coinvolte nelle accuse di corruzione".
"C'è una novità sgradevole, introdotta con le norme sulle intercettazioni da oggi concretamente in vigore. Solo adesso cominceremo a misurarne la portata. Da una parte la spazza-corrotti aveva, indebitamente, già posto i reati di corruzione sullo stesso piano di quelli commessi dai mafiosi.
Dall'altro le norme appena operative consentono un uso delle intercettazioni anche al di fuori della rigorosa cornice che in linea di principio dovrebbe regolarle: ossia anche per reati diversi da quello per cui si procede, per i quali dunque manca l'autorizzazione del giudice, e che non sono connessi a quello di partenza. Lungo una via simile rischiamo di mettere ulteriormente in crisi il sistema costituzionale, in una fase in cui, anche per la materia oggetto del referendum, è già assai a rischio".
Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte costituzionale, non parla di taglio dei parlamentari. Ne ha già detto in altri interventi. Si preoccupa invece di intercettazioni, e di come il peso dei trojan, ingigantito dalle norme da oggi operative, concorra all'indebolimento delle istituzioni democratiche. Tanto da poter arrivare a "incidere su principi cardine della nostra democrazia".
Presidente Flick, lei dice che le intercettazioni possono sfuggirci di mano?
Vorrei partire da un aspetto centrale: l'emendamento proposto in Senato e, nel febbraio scorso, inserito nel testo definitivo durante la conversione del decreto. Prevede che le intercettazioni realizzate con i trojan possano essere utilizzate anche in procedimenti diversi da quello per il quale erano state autorizzate. Anche senza che vi sia connessione fra il reato incidentalmente emerso e quello per accertare il quale si era chiesta al giudice l'autorizzazione. Già qui si spalanca un rischio rilevante: la conversazione privata diventa un bersaglio vulnerabile. Ed è cosi tanto più se si considera che la flessibilità, per così dire, d'uso del trojan introdotta da quell'emendamento non riguarda solo i reati di criminalità organizzata ma appunto anche quelli legati alla corruzione, che non possono essere equiparati certo alla violenza del crimine organizzato.
Molti magistrati non la pensano come lei...
Ma molti altri cominciano invece a pensarla come il sottoscritto. Un conto è la cosca che si avvale anche della corruzione. In quel caso il reato contro la Pa viene comunque commesso in un contesto criminale minaccioso, ed è comprensibile anche la pervasività del trojan come di altri strumenti investigativi. Ma la circostanza che anche la mafia si serve della corruzione non può certo giustificare il perseguimento della corruzione addebitata a chi mafioso non è con le stesse regole previste per il primo contesto.
Mi scusi: in astratto l'uso del materiale captato col trojan ai fini dell'accertamento di un reato diverso sarà ora consentito anche nel senso che, a partire da un'intercettazione su tutt'altre vicende, ne può derivare l'apertura di un nuovo fascicolo, un nuovo procedimento penale?
No, non è esattamente così. Però le norme sono molto complicate e l'ultimo decreto intercettazioni compie il miracolo di esasperare l'intreccio. Ebbene, si possono immaginare i rischi relativi proprio all'incertezza delle possibili interpretazioni che una tale confusione lascia ai magistrati. Già tale indeterminatezza è in sé una minaccia per il rispetto delle garanzie costituzionali.
Perché è a rischio la Costituzione?
Non è a rischio in sé, ma si è troppo sottovalutato l'articolo 15, posto dai padri costituenti a presidio della comunicazione del singolo con un'altra singola persona o con più persone determinate. Si tratta di una tutela a beneficio della personalità, dell'identità stessa del singolo che deve essere libero del proprio silenzio così come delle proprie parole. È un profilo di libertà parallelo e altrettanto rilevante rispetto alla libertà sancita all'articolo 21, relativa alla comunicazione pubblica. La violazione del perimetro tracciato dall'articolo 15 a me pare ormai evidente, anche in conseguenza dell'ultimo provvedimento.
Ad essere spiata non è più la singola persona ma la democrazia stessa?
In un certo senso è proprio così. La libertà del singolo riguarda anche il singolo uomo delle istituzioni, esposto alla contestazione di reati relativi al rapporto con la pubblica amministrazione. Altri, tra i quali il direttore dell'Huffington post, si sono soffermati sulla lesione della riservatezza intesa nel suo significato anche nostalgico: prima, il cassetto personale era un limite oltre il quale non ci si poteva spingere. L'ordinamento e la prassi affermavano il rispetto per la sfera privata più intima. Non è più così. Anche perché ci siamo messi in testa di dover conoscere tutto sull'affidabilità, l'integrità personale, morale di una persona che svolge funzioni pubbliche. Non è l'intercettazione lo strumento più adatto ad accertare quei requisiti. Abbiamo a disposizione l'accertamento degli illeciti disciplinari o deontologici. Ma non possiamo spiare nel cassetto dell'uomo pubblico pur di verificarne la credibilità, tanto per restare nella metafora che altri hanno proposto.
La trasparenza è un totem che viene prima di tutto?
La trasparenza è un principio che concorre con altri all'equilibrio di un sistema democratico, non è l'unico bene assoluto supremo. Adesso rischia di diventarlo. Anzi, lo è già diventato: con le nuove regole sulle intercettazioni e in particolare sul trojan lo sarà ancora di più. Ma attenzione: il riferimento non è solo o soprattutto alla divulgazione delle intercettazioni operata dai media.
Non è quello lo snodo decisivo?
È un problema, ma non è il solo problema. Prima del comportamento dei media viene la questione strettamente connessa all'attività giudiziaria. Al potere delle indagini e dunque all'equilibrio che viene compromesso attraverso l'indebolimento del principio di segretezza delle comunicazioni personali sancito all'articolo 15.
Chiarissimo. Anche perché la sofisticazione degli strumenti tecnologici è incontrollabile...
Lo è ed è ancora un ulteriore aspetto, forse centrale, del discorso. Con l'ultimo decreto intercettazioni abbiamo spalancato la breccia nella libertà d'uso del materiale captato, in particolare col trojan. La tecnologia può sfuggire ulteriormente di mano: dovremmo essere noi a controllarla ma rischiamo di finire per essere controllati noi dalla tecnologia. D'altra parte non possiamo escludere negligenza o peggio in chi abbia il compito di interrompere la registrazione e poi di riprenderla di fronte a situazioni non consentite, come pure prevede con buona volontà la legge.
Andare a caccia di corrotti col virus spia: c'è proporzione tra i fini e i mezzi?
Tra i reati per i quali è consentito in generale l'uso delle intercettazioni, ce ne sono alcuni previsti in virtù del fatto che sono commessi proprio con modalità tecnologiche, e quindi è necessario accertarli anche attraverso la tecnologia. Poi gli altri si individuano in base alla loro gravità. E torniamo all'insostenibile equiparazione fra mafiosi e corrotti, utile solo ad aprire la breccia e mettere alcuni principi cardine a rischio.
Il pericolo non è solo di essere messi alla gogna sui giornali ma di essere comunque spiati...
Con le nuove intercettazioni rischiamo di avanzare nella erosione di principi essenziali del nostro sistema, dei diritti inviolabili che dovrebbe tutelare. Lo si fa in un contesto che non privilegia la serietà di tali minacce ma l'interesse sociale contingente, l'ansia di assicurare strumenti per il perseguimento dei reati tipici di determinate categorie. Siamo di fronte alla stessa alterazione che anima le campagne contro la concessione dei domiciliari, ai detenuti di mafia, per gravi motivi di salute. I giudici applicano il codice e l'articolo 32 della Costituzione, anche se possono sbagliare, ma è come se per alcuni non debba essere la Carta a stabilire i principi. È un sentiero in cui di principi davvero tutelati rischiamo di non trovarne più molti.
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