ottopagine.it, 8 settembre 2020
L'intervento del presidente della Camera penale di Benevento, Domenico Russo. È dedicato ai recenti episodi accaduti all'interno del carcere di Benevento l'intervento dell'avvocato Domenico Russo, presidente della Camera penale di Benevento.
"Il 2 settembre, giorno della pretesa "rivolta" al Carcere di Benevento-Capodimonte, negli stessi orari in cui essa si sarebbe svolta, il nostro responsabile dell'Osservatorio Carcere (l'avvocato Nico Salomone ndr) - scrive - era lì, per un lungo confronto richiesto al direttore dell'istituto sulle condizioni di detenzione nella fase Covid e in relazione al recente accaduto del drammatico suicidio del giovane marocchino di 34 anni, oltre che per riavviare un progetto trattamentale condiviso, sospeso a causa della pandemia.
Confronto franco, che si è sviluppato nel tempo e che ha consentito proficue forme di collaborazione reciproca, nell'interesse primario dei detenuti e della difesa dei loro diritti, ponendo altresì sempre la giusta attenzione alla essenziale opera svolta dai soggetti (agenti e personale civile) protagonisti della vita carceraria. Appare, pertanto, opportuno fare un po' di chiarezza, detto innanzitutto che va la massima solidarietà agli agenti feriti in occasione dell'ultimo episodio occorso".
Spiace notare - prosegue Russo - "come le vicende relative al carcere vengano strumentalizzate e molto spesso ciò avviene da parte di chi non conosce a fondo la vastità e problematicità della tematica penitenziaria, nonché la complessità delle questioni che, ormai da anni, interessano l'esperienza detentiva nel nostro Paese. Dal confronto con il direttore dell'istituto penitenziario emergeva che in relazione alla rimodulazione della gestione del reparto Alta Sicurezza, avvenuta sulla base di precise indicazioni legislative e del Dap, i detenuti fossero stati messi al corrente delle ragioni che avevano condotto a tale scelta e che alcuna forma di rivolta ne era scaturita.
La protesta civile manifestata con la lettera del detenuto degli inizi del mese di agosto incanalava la legittima rivendicazione sui binari della politica, con l'indirizzamento della stessa ad un esponente dei Radicali, sempre attenti a raccogliere tale tipo di richieste e a farne leva per proposte di riforma che sono essenziali in un Paese che voglia dirsi compiutamente democratico".
E ancora: "Emergeva altresì la problematica contingente dei due detenuti che praticavano forme di autolesionismo e che erano tenuti in costante osservazione da parte dei sanitari della struttura e degli operatori giuridico-pedagogici. Episodio totalmente sganciato era stato quello del suicidio del giovane detenuto marocchino, rispetto al quale non erano emersi particolari segni di allarme nelle giornate che avevano preceduto il tragico gesto; drammatico episodio che concerne una serie nota e ben più ampia di problemi collegati alla vita nelle carceri.
L'ultimo episodio dell'incendio della cella da parte di due detenuti, con il conseguente ferimento di alcuni agenti di polizia penitenziaria, sarebbe stato determinato - a quanto pare - da un trasferimento interno di cella che avrebbe condotto alla protesta violenta, su cui naturalmente farà luce, come dovuto, l'autorità giudiziaria. Le informazioni raccolte dall'amministrazione della struttura penitenziaria dicono, pertanto, di disordini esclusivamente legati a due detenuti sottoposti a trasferimento interno, peraltro (parrebbe) dagli stessi inizialmente accettato".
Al di là delle "specifiche evenienze e contingenze, su cui come detto farà chiarezza l'autorità giudiziaria, in questa sede tale evento, e quello che mediaticamente ne è scaturito, deve interrogarci e pungolarci sotto un duplice profilo. In nessun campo dell'attività umana è sano e utile porsi al capo di "guerre di religione", e tantomeno ciò è consigliabile quando ci si avvicina ai temi della detenzione inframuraria. Il disagio della condizione carceraria nel ns. Paese non può e non deve diventare il grimaldello della rivendicazione populista e della politica delle urne: è questo il miglior modo per non affrontare il problema, per non occuparsene, dissimulando, invece, attenzione e impegno.
D'altro canto, va prestata la massima attenzione agli accadimenti di questi giorni per supportare gli operatori del settore e rappresentare le giuste rivendicazioni dei detenuti, a patto però di non trasformare ordinari disordini in una rivolta, che la storia lontana e recente delle carceri italiane ci insegna essere ben altro. Ce lo dice, inoltre, la logica, l'esperienza e la conoscenza dei problemi carcerari; ce lo dicono il buon senso e la ragione, non accecata dal fondamentalismo".
Eventi "circoscritti e contingenti come quello accaduto a Benevento dimostrano certamente un disagio e un allarme che non devono essere sottovalutati, ma oggettivamente non assumono le dimensioni abnormi che paiono emergere da alcuni comunicati stampa e dal clamore mediatico di questi giorni. Permane di certo, a Benevento, così come nel resto del territorio nazionale, l'atavica questione della scarsità di risorse e personale di polizia penitenziaria, che svolge un ruolo essenziale nella vicenda inframuraria, aggravata in questo momento storico dall'emergenza Covid con tutte le sue implicazioni sul piano organizzativo e lavorativo.
Tuttavia, la struttura residenziale sannita mantiene - soprattutto in rapporto ad altre situazioni penitenziarie - un suo equilibrio ed una consolidata situazione di buona organizzazione e assenza di criticità allarmanti".
La Camera Penale "è impegnata da tempo nel fornire sostegno alle legittime rivendicazioni dei detenuti e al contempo a garantire una proficua collaborazione tra le parti per una migliore gestione del fenomeno carcere e in tal senso intende proseguire, sottovoce e con costanza, e - come adesso - con una presa di posizione pubblica che appare quanto mai opportuna e necessaria.
Condividiamo, pertanto, il recente invito del Garante Ciambriello ad andare più a fondo nella lettura dei fenomeni che caratterizzano il mondo carcere, senza dimenticare le legittime richieste degli agenti della Polizia penitenziaria, ma evitando ogni strumentalizzazione tesa a far prevalere interessi esclusivi di parte. Crediamo che il tema della condizione carceraria e della organizzazione penitenziaria vada trattato con equilibrio e serietà, consapevoli che solo un giusto bilanciamento degli interessi in gioco e delle rispettive rivendicazioni possa condurre alla auspicata risposta alle diverse domande che lo contraddistinguono".
di Giuseppe Guastella
Corriere della Sera, 8 settembre 2020
L'ammissione dell'appuntato Montella. E ora la caserma riapre. Prima nega, schiva le accuse pesanti come macigni che l'hanno trascinato in carcere per le violenze, le torture, le rapine agli spacciatori e il traffico di droga in caserma a Piacenza. Quando capisce che rischia di rimanere con il cerino acceso in mano, l'appuntato Giuseppe Montella vuota il sacco coinvolgendo i colleghi che hanno scaricato le colpe su di lui: "Alla Levante tutti erano d'accordo".
"Ho perso tutto, l'unica cosa che mi porta la coscienza è (...) dire la verità", esordisce interrogato dai pm Matteo Centini e Antonio Colonna il 5 agosto in carcere, dove sta dal 22 luglio con altri 4 carabinieri. "Ormai ho toccato il fondo", mette a verbale Montella assistito dagli avvocati Giuseppe Dametti ed Emanuele Solari. Nelle mani della Procura guidata da Grazia Pradella ci sono ore di intercettazioni che hanno registrato in diretta le violenze e gli affari illegali dei carabinieri. Il principale indagato dell'inchiesta che ha ferito l'Arma si difende, come è suo sacrosanto diritto, negando che parte della droga sequestra andava agli spacciatori arrestati per convincerli, dopo averli anche picchiati, a diventare confidenti. Succedeva lo stesso con i soldi presi agli arrestati, che finivano anche nelle sue tasche. Quando il pm Centini gli dice che due pusher hanno confermato e lo invita a ripesarci, il carabiniere si sente con le spalle al muro: "Vi chiedo scusa se ha omesso qualcosa". Dichiara di aver negato "per un senso di fratellanza", perché "preferivo prendermi io le colpe per non scaricarle". Centini rincara la dose: "I suoi colleghi hanno detto che faceva tutto lei".
A questo punto Montella diventa un fiume in piena: "Sì che abbiamo pagato", ma "quando si dava qualcosa lo sapevano tutti" perché "non ho mai fatto niente di mia iniziativa"; "ammetto tutto, ne ho fatte di cavolate dottore, però se mi devo prendere le colpe degli altri, no!". Confessa di aver sottratto denaro agli arrestati, ma solo poche decine di euro da dare agli informatori, e giura di non essersi "mai messo soldi in tasca". Con gli altri ha sì picchiato i fermati, appena "qualche schiaffo". Per l'accusa, invece, di soldi ne sono spariti tanti, migliaia di euro, e i pestaggi a sangue erano una consuetudine. I superiori non si accorgevano di nulla o forse facevano finta. Volevano "arresti, arresti, arresti", altrimenti "ci massacravano di altri servizi" come "punizione", ci "facevano fare notti, pattuglie". I pm ritengono, invece, che propio grazie alla reputazione guadagnati con gli arresti a raffica, alla Levante potevano trafficare indisturbati.
Ora Montella si sente isolato. In carcere gli altri lo evitano, lo escludono dai messaggi che viaggiano tra le celle: "Li sento parlare, sento quello che dicono e lo so che mi hanno buttato tutta la merda" addosso. Ieri il gip Milano ha dissequestrato la caserma. Era stata sigillata dalla Procura per fare accertamenti. Bloccati, però, dalla richiesta di incidente probatorio della difesa di uno dei carabinieri. Istanza che il giudice ha dichiarato inammissibile perché non ha ricevuto le notifiche alle parti carico della stessa difesa. L'immobile torna all'Arma dopo un mese e mezzo: con le ammissioni degli indagati la Procura non ha bisogno di altri accertamenti.
di Roberta Rampini
Il Giorno, 8 settembre 2020
I 15 detenuti-addetti tornano al lavoro dopo il lockdown nell'unico ambiente del genere aperto in Italia dentro un carcere. "Scappiamo dalla cella per essere a ristorante e accogliervi con pranzi e cene dal martedì a sabato. Voi portate le mascherine e noi vi garantiamo distanziamento".
Un gioco di parole per annunciare la riapertura del ristorante "InGalera" all'interno del carcere di Bollate, l'unico in Italia dietro le sbarre. Dopo i mesi di lockdown e una riapertura alla fine di maggio, il ristorante gestito dalla cooperativa sociale "Abc La sapienza in Tavola" che dà lavoro a 15 detenuti, riapre oggi. "Allo slogan "andrà tutto bene" noi preferiamo "celafaremo2020" e la scritta senza spazi non è un refuso, ma una scelta come segno di forza e determinazione - scrive sui social Silvia Polleri, presidente della cooperativa - In questi mesi abbiamo ricevuto molte telefonate di incoraggiamento, "mi raccomando, non mollate, forza".
Alcuni clienti poi hanno detto di aver pensato spesso a noi durante il lock down, con questa analogia nella privazione della libertà che, sempre di più si rivela un bene davvero prezioso". Ora è tempo di tornare InGalera per chi sta fuori "e noi riprendiamo l'attività del ristorante in attesa di poter uscire dal carcere anche con i servizi di catering che rappresentano una parte importante della nostra attività".
Il ristorante in carcere, come molte attività di ristorazione, a causa della chiusura per Covid ha avuto ripercussioni economiche non indifferenti. Ma ora riparte e ha già messo in calendario per mercoledì 23 settembre la prossima cena con delitto, "La nota fatale", in attesa di definire la nuova cena "Vita in galera: ti racconto il carcere".
Caltagirone (Ct). Inchiesta sul suicidio in carcere: stato di agitazione della polizia penitenziaria
di Francesco Scollo
livesicilia.it, 8 settembre 2020
Gli agenti della Polizia Penitenziaria in servizio nel carcere di Contrada Noce di Caltagirone hanno proclamato lo stato di agitazione. La presa di posizione del sindacato arriva dopo l'iscrizione nel registro degli indagati di quattro agenti a seguito del suicidio in carcere di Giuseppe Randazzo, l'uomo che lo scorso 13 agosto a Caltagirone, dopo una lite ha ucciso la moglie Caterina Di Stefano. Il suicidio non sarebbe ascrivibile secondo il sindaco Sinappe "a condotte omissive nel controllo del detenuto. Su di lui non sarebbe stata prevista alcuna sorveglianza a vista dagli uffici di competenza".
Angelo Allegra segretario provinciale Sinappe è perentorio: "Mancano più di 40 unità sui diversi ruoli, abbiamo turni che vanno da 8 a 10 ore, nonostante l'accordo quadro ne preveda al massimo 6 e gli stessi sono coperti sotto i livelli minimi di sicurezza. L'amministrazione centrale di Roma e anche di Palermo non rispondono alle richieste, c'è un grave rischio di sicurezza e ordine all'interno del carcere. Le condizioni di stress del personale sono elevatissime". I detenuti ospitati nel carcere di contrada da Noce sono di media sicurezza, sono oltre cinquecento e da circa cinque anni si attende la chiusura dei blocchi 50 e 25, le cui condizioni di vivibilità sono considerate dal sindacato "deplorevoli", per lavori di ristrutturazione ed ammodernamento, promessi ma ancora non ancora iniziati.
Famiglie dei detenuti sotto la pioggia o il sole battente - Le famiglie che vanno in visita ai parenti detenuti in carcere non hanno un luogo dove sostare prima della visita, non esistono locali idonei, ne sale d'attesa ne sevizi igienici. Il carcere ricade in una contrada a 7 km dal centro abitato ed in tutta l'area è impossibile anche comprare una bottiglia d'acqua a meno di risalire nel centro abitato. Oltre cento persone al giorno attendono dentro le auto, sotto la pioggia o sotto il sole battente di poter varcare i cancelli senza alcun supporto esterno. Bambini e neonati seguono la sorte degli adulti anche per ore.
di Salvo Palazzolo
La Repubblica, 8 settembre 2020
I migranti salvati dalla nave Diciotti hanno svelato i nomi degli ultimi trafficanti, che organizzavano pure i trasferimenti dalla Sicilia verso il nord. Il più autorevole si chiama Abduselam. Il tesoro degli scafisti negli Emirati Arabi, che continuano a non rispondere alle rogatorie.
I trafficanti di uomini continuano ad organizzare viaggi nel Canale di Sicilia, i loro soldi passano adesso da Milano e da Udine prima di finire nelle casseforti degli Emirati Arabi. L'ultima indagine della polizia di Stato coordinata dalla procura di Palermo diretta da Francesco Lo Voi svela i nomi dei nuovi signori della tratta che prosperano in Libia, svela soprattutto la loro rete finanziaria: i soldi pagati dai migranti per i viaggi venivano gestiti da alcuni fidati intermediari che vivono nel nostro paese.
Questa notte, gli investigatori della squadra mobile di Palermo e del servizio centrale operativo hanno eseguito un provvedimento con 18 fermi. Si tratta perlopiù di cittadini eritrei che operavano nelle "cellule" della Lombardia e del Friuli. Quattro restano latitanti, probabilmente all'estero. Restano liberi anche i nuovi signori della tratta, che operano fra la Libia e il Sudan, i migranti arrivati in Italia hanno fatto cinque nomi, sono legati alle ultime storie di torture e ricatti nei campi di prigionia. Si continua a indagare per dare un'identità certa a questi personaggi.
Il più autorevole lo chiamano Abduselam, si sa che un eritreo, ha una trentina d'anni, statura bassa, "voce stridula" hanno detto alcuni migranti salvati da nave Diciotti nell'agosto di due anni fa. "Vive in una grande abitazione in località Ash-Shwayrif - hanno aggiunto - dove ha fatto costruire una moschea". Alcuni testimoni lo hanno riconosciuto in foto. Le indagini dicono che gestisce tre centri di prigionia: a Cufra (nella parte sud orientale della Libia, nella regione della Cirenaica), a Bani Walid (in Tripolitania, all'interno del distretto di Misurata) e ad Ash-Shwayrif (nel distretto di Al Jabalal Gharbi, in Tripolitania), quest'ultimo è il capo più grande, capace di contenere migliaia di persone.
Un pool di magistrati continua a dare la caccia ai signori della tratta. Il provvedimento dei 18 porta le firme dei sostituti procuratori di Palermo Gery Ferrara, Claudio Camilleri, Giorgia Righi e del procuratore aggiunto Marzia Sabella. Una lunga indagine, per tratteggiare la grande rete che continua a gestire i viaggi nel Canale di Sicilia: chi organizza i barconi è in stretto contatto con chi gestisce il sistema dei pagamenti, non solo per le traversate, ma anche per raggiungere il nord Italia, o l'Europa, anche gli Stati Uniti. Per i migranti, pagano amici e parenti. Pagano ai cosiddetti "hawaladar", gli intermediari che operano in Nord Italia, saranno poi loro a trasferire il denaro agli altri referenti dell'organizzazione, in Nord Africa e in Medio Oriente.
A Milano, la base operativa del sistema Hawala era in un bar di via Felice Casati, nella zona di Porta Venezia. "Un tempo - ha spiegato Atta Wehabrebi, il primo pentito della tratta, il metodo hawala era a Roma, ma poi è cambiato tutto. Così, la maggior parte dei migranti che arrivano dalla Libia adesso vanno a Catania e ad Agrigento, poi direttamente a Milano. Prima, i parenti fanno arrivare a Milano 800 euro, per pagare il viaggio fino in Lombardia. Arrivati a Milano, fanno un'altra hawala di 1000-1200 euro".
Il pentito, fino quattro anni fa era un trafficante pure lui, ha spiegato che "la centrale hawala di Roma si era spostata perché c'erano stati degli arresti e tutti avevano paura". Anche Atta ha parlato di Abduselam, nell'agosto 2018: "Attualmente, è il capo del traffico di uomini a Tripoli per le partenze da Misurata, soprattutto come riferimento per gli eritrei. A Misurata - ha aggiunto - ci sono circa 25mila persone in attesa di partire e vivono all'interno di hangar molto grandi, dove possono trovarsi anche 1000-1500 persone".
I soldi dei trafficanti sono al sicuro a Dubai, negli Emirati Arabi. L'indagine della squadra mobile di Palermo, diretta da Rodolfo Ruperti, dice anche questo. Un'indagine complessa, perché le richieste di rogatoria avanzate dalla procura non hanno avuto risposta. Come tutte le altre, fatte negli ultimi cinque anni. Perché già altre volte erano emerse tracce dei soldi dei trafficanti intercettando i signori della tratta in Libia. Tracce che si sono perse fra conti cifrati e codici hawala.
di Gilda Maussier
Il Manifesto, 8 settembre 2020
I ragazzi della porta accanto. C'è un quinto indagato, oltre ai quattro giovani già in carcere che oggi verranno interrogati dal Gip per l'omicidio di Colleferro. C'è un quinto indagato per l'assassinio di Willy Monteiro Duarte, oltre ai quattro giovani già reclusi nel carcere di Rebibbia, accusati di aver ucciso a calci e pugni il 21enne di origine capoverdiana residente a Paliano che, nella notte tra sabato e domenica a Colleferro, civilissima cittadina a sud di Roma, aveva avuto l'ardire di intervenire in difesa di un suo ex compagno di scuola preso di mira da uno dei bulli del branco. Perché questo sono di sicuro, Mario Pincarelli 22 anni, Francesco Belleggia di 23 anni e i fratelli Marco e Gabriele Bianchi, rispettivamente di 24 e 26 anni, ai quali la procura di Velletri contesta per ora l'omicidio preterintenzionale, malgrado le modalità dell'esecuzione lascino pensare ad una, se non premeditata, manifesta e consapevole volontà di uccidere.
Stamattina i quattro saranno interrogati dal Gip di Velletri per la convalida dell'arresto e domani l'autopsia sul corpo della giovane vittima farà luce ulteriormente sui particolari di questo terrificante episodio. Ma al momento quello che appare fin qui certo è che si tratti di tutt'altro che di un'aggressione "fascista" e "razzista", come qualcuno molto sbrigativamente ha voluto etichettarla nel mondo della politica. Sarebbe più facile, più intellegibile perfino, e ci solleverebbe dal peso di riconoscere in quei giovanotti volgari e rozzi, cresciuti nelle palestre e nelle piazze virtuali da migliaia di followers, il ragazzo della porta accanto. Il nulla dell'antipolitica, la superficialità dei buoni sentimenti a basso costo, il vuoto assoluto: semmai, il loro essere di destra è un orientamento dell'anima.
Gli inquirenti infatti non ravvisano alcun particolare movente razziale e nessun connotato politico nella violenza di cui i quattro accusati - che siano ritenuti colpevoli o no dell'omicidio - si nutrivano, facendone bella mostra sui social e scegliendo uno stile di vita da gang. Corpi scolpiti dalle Arti marziali miste (Mma, una disciplina sportiva che prevede combattimenti in un ring ma anche il rispetto per l'avversario), facce da Gomorra, sopracciglia trash, tatuaggi tutti cuori e "familia", pose da guappi sui profili Facebook, armati di tutto punto mentre giocano alla guerra o griffati con colonna sonora trap. Ma anche post sugli "animali e bambini (che) ti scaldano il cuore", commozione per un bimbo che riceve un regalo dai genitori "non benestanti", frasi tipo "umiltà e amore non si trovano più ormai", e "Non cambio per nessuno, ma sarò migliore per chi lo merita". Non solo: clip simpatizzanti con bambini cinesi e perfino l'immedesimazione con un ragazzino nero insofferente ai richiami materni in un piccolo video dal titolo: "Quando ho già capito ma mia madre continua a parlare".
Insomma, tutto e il contrario di tutto. E le droghe - se c'entrano - sono solo un corollario; lo spaccio - se c'è - un canale di profitto come un altro. Il profilo di Gabriele Bianchi, il bullo più adulto e già padre, è seguito da 3345 persone, che lo apprezzavano per come si presentava e per quello che esprimeva. E ora, con la stessa violenta nonchalance, altre migliaia di persone lo ricoprono di insulti. minacce di morte, promesse di vendetta e auguri di carcere a vita. Sicuri di potersi sedere dalla parte opposta alla loro.
La scena che viene descritta dai testimoni diretti del pestaggio avvenuto a Colleferro, a pochi metri dal pub è effettivamente repellente per chiunque: Willy Monteiro Duarte, un ragazzino magro e mansueto, aiuto cuoco e "promessa del calcio", dicono, figlio di capoverdiani dalla pelle ambrata, era in compagnia di alcuni amici quando dall'altra parte della strada vede un suo conoscente aggredito per futili motivi da uno dei violenti del branco. Si mette in mezzo e viene pestato. Gli altri scappano, lui non riesce e cade subito a terra sotto i colpi dell'uomo che nel frattempo viene raggiunto dalle altre "belve", come li chiamano ora in città, dove non si parla d'altro che della loro reputazione di violenti, provocatori e spavaldi, "spesso su di giri", "assuntori di cocaina e picchiatori". Cinque culturisti contro un calciatore. Lo lasciano a terra, poi risalgono sul Suv mollato con le portiere aperte e vanno via. Willy morirà subito dopo, mentre uno degli assassini posterà su Facebook un video acchiappalike con le scimmiette. La condanna del gesto è stata unanime, e anche il leader della Lega Matteo Salvini ha postato un ricordo del ragazzo ucciso, "morto per un gesto di altruismo", chiedendo "pene esemplari per i maledetti assassini" (Balotelli ha apprezzato con un like). Il governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, ha annunciato che la Regione "si impegna a pagare le spese legali nel procedimento per la morte di Willy".
di Daniele Vicari
Il Manifesto, 8 settembre 2020
Colleferro. Le povere vittime di questi miseri assassini, sono figli e figlie nostre, ma il problema è che anche loro, i "balordi", purtroppo lo sono. Anzi quei balordi lo sono ancora di più delle vittime, perché a quasi tutti noi piacciono i vincenti, i bulli, gli spacconi, gli sboroni. Ci piacciono nella politica, in tv, al cinema, nel paese e nel quartiere. Sì, a noi piacciono gli imbecilli che sbraitano, urlano, si atteggiano, comandano, rompono a tutti, noi li ammiriamo anche se sono di cretini integrali. Noi li votiamo, li eleggiamo, li vezzeggiamo, in una parola li alleviamo
Willy Monteiro Duarte, un altro splendido ragazzo di vent'anni è stato ucciso da cosiddetti "balordi", questa volta a Colleferro, pochi chilometri da Alatri dove tre anni fa fu massacrato Emanuele Morganti. È una cosa terribilmente dolorosa, che lascia senza fiato.
Però a questo punto dobbiamo guardarci in faccia e dirci le cose come stanno. La categoria di "balordi" è più o meno la stessa: edonisti, cocainomani, fascistelli, impuniti. Le circostanze sono più o meno le stesse, quindi si può parlare di coazione a ripetere. La prima cosa che salta agli occhi leggendo i quotidiani locali e nazionali e frequentando un po' quei luoghi, è che sul territorio che va dalla periferia sud-est di Roma fino alle porte di Napoli non sembra esserci né legge né morale che tenga. L'assassinio di Emanuele Morganti avvenuto ad Alatri nella notte tra il 24 e il 25 marzo 2017 e il pessimo spettacolo mediatico, sociale, politico e anche quello giudiziario (il processo è stato davvero deludente, non soltanto per la sentenza ma per come si è svolto, credetemi, l'ho seguito tutto) che ne è seguito non è servito a nulla. Il lavoro che va fatto per rendere un po' più vivibile la nostra società è profondo e complesso, lunghissimo.
Queste vicende tragiche travolgono tutto, le istituzioni locali sono disarmate dinanzi a certi fenomeni innanzitutto perché non sanno trattenere i loro giovani subendo una emorragia continua verso altre zone del paese e altre parti del mondo e, quando i giovani restano, non sanno cosa far fare loro. Solo le scuole primarie e secondarie sono un presidio di civiltà, ma soverchiate da talmente tante difficoltà da sembrare fortini assediati.
I delinquenti che hanno ammazzato Emanuele e Willy non sono dei morti di fame, attenzione, una volta si sarebbero definiti "piccoloborghesi inferociti". Sono professionisti, proprietari di locali, fabbrichette di scarpe, smorzi che magari non disdegnano di implementare le loro finanze con piccoli traffici di coca per fare soldi che poi vengono bruciati nei sabati folli. Comprano bottiglie di champagne, offrono a tutti, hanno macchine che costano decine di migliaia di euro, case hollywoodiane. Sono legati ossessivamente agli affetti familiari, trascinano i figli, i fratelli e i nipoti nel gorgo di vite "al di sopra". Ecco da cosa deriva il "controllo del territorio", dalla necessità di mantenere quel livello di vita.
Ecco perché dobbiamo guardarci in faccia, perché prima o poi noi, noi tutti, dovremo decidere quale società vogliamo, cosa vogliamo essere: un agglomerato di individui l'uno contro l'altro armati o un corpo sociale capace di agire per risolvere conflitti, squilibri sociali, problemi psicologici?
Le povere vittime di questi miseri assassini, sono figli e figlie nostre, ma il problema è che anche loro, i "balordi", purtroppo lo sono. Anzi quei balordi lo sono ancora di più delle vittime, perché a quasi tutti noi piacciono i vincenti, i bulli, gli spacconi, gli sboroni. Ci piacciono nella politica, in tv, al cinema, nel paese e nel quartiere. Sì, a noi piacciono gli imbecilli che sbraitano, urlano, si atteggiano, comandano, rompono a tutti, noi li ammiriamo anche se sono di cretini integrali. Noi li votiamo, li eleggiamo, li vezzeggiamo, in una parola li alleviamo.
E, forse, il vero motivo è che anche a noi tutti piace vivere al di sopra delle non solo delle nostre possibilità, ma al di sopra delle nostre stesse aspettative, quindi a questi "balordi" siamo pronti a perdonare tutto, perché ci somigliano, perdoniamo loro anche l'assassinio più efferato, invece non perdoniamo le loro vittime di essersi fatte ammazzare, perché sono "perdenti". Ok, sono arrabbiato, lo ammetto, sto scrivendo pieno di rinnovato dolore per la morte di Emanuele che riverbera in quella di Willy. Per favore, vorrei essere smentito.
di Emma Bonino
Il Riformista, 8 settembre 2020
Come è spesso accaduto nella storia italiana, anche nel dibattito sul referendum costituzionale emerge una costante di assoluta gravità: la violazione dei diritti civili e politici dei cittadini, a partire da quello di conoscere per deliberare, non è un fenomeno casuale, legato alla semplice negligenza di quanti dovrebbero salvaguardarne l'effettiva possibilità di esercizio. La violazione dei diritti degli elettori è sempre funzionale a un disegno di potere, cioè all'arruolamento coatto e passivo dell'opinione pubblica in una battaglia dal significato "epocale", ma dai contenuti indeterminati, quando non manifestamente falsi e in ogni caso incontrollabili.
In questi anni abbiamo visto campagne con uno straordinario successo "di pubblico" su fenomeni che nella realtà non esistevano, ma che dilagavano nella rappresentazione mediatica di essa: l'invasione preordinata dell'Italia da parte di milioni di migranti, per un progetto di sostituzione etnica della popolazione indigena; il complotto delle istituzioni internazionali - europee e non solo - per l'asservimento politico e la spoliazione economica dell'Italia; le regole di bilancio e di disciplina finanziaria dell'Ue, per non parlare della giurisprudenza della Corte di giustizia dell'Ue e della Corte europea dei diritti dell'uomo, come dispositivi imperialistici finalizzati a cancellare l'identità e l'interesse nazionale italiano.
Il tema del taglio dei parlamentari e dei miracolosi risparmi conseguenti all'abolizione di quelli eccedenti la supposta giusta misura appartiene a pieno titolo a queste "verità alternative" (cioè false), che la vulgata populista e sovranista ha imposto nell'agenda politica nazionale.
Oggi sette elettori su dieci non sanno perché e per cosa dovranno votare tra meno di due settimane. E quelli, per così dire, "informati" sanno che devono semplicemente decidere se tagliare il numero di deputati e senatori che in Italia sono comunque troppi rispetto alla media degli altri paesi europei. Come a dire: "Vuoi che l'Italia continui ad avere più eletti di quanti dovrebbe averne e a spendere per essi più di quanto dovrebbe spendere?" L'informazione e la consapevolezza della posta in gioco è, grosso modo, a questo livello di qualità e approssimazione. Che il numero degli eletti in una democrazia parlamentare sia correlato non solo alla popolazione, ma, tra le altre cose, anche alla natura del sistema istituzionale - e nel nostro caso al bicameralismo paritario - e che i risparmi vadano calcolati correttamente, al netto, anche, delle mancate entrate dello Stato, non è mai stato tema di discussione. Non mi risultano ad esempio servizi e approfondimenti giornalistici degni di questo nome sul lavoro pregevole che l'Osservatorio dei conti pubblici dell'Università Cattolica di Milano, diretto dal Prof. Cottarelli, ha svolto su questi temi, sbugiardando sia le stime miracolistiche sui risparmi, sia la denuncia scandalistica dell'anomalo sovrannumero di deputati e senatori italiani. Insomma - a quanto pare - non dobbiamo votare sulle premesse (false) e sulle conseguenze (negative) del taglio lineare di deputati e senatori a Costituzione invariata, ma sul significato ideologico che a questo taglio viene attribuito dal M5S. E nelle discussioni in cui si rischia di svelare il bluff di questa riforma - come nelle tribune elettorali previste dalla par condicio - i favorevoli al Sì spesso lasciano la sedia vuota, non presentandosi in trasmissione, pur di evitare il dibattito e il contraddittorio. È accaduto ripetutamente in queste settimane e la notizia è che questo non abbia fatto notizia.
Ma tutto fa brodo, pur di non interrompere la messa cantata sul taglio dei parlamentari, effettuato in questo modo barbaro, come misura necessaria di moralizzazione civile. Nella campagna elettorale, come nella discussione precedente alla riforma, sono stati letteralmente rimossi e propagandisticamente sbianchettati i due punti - il superamento del bicameralismo paritario e il riordino delle competenze legislative tra stato e regioni - che da almeno due decenni sono al centro del dibattito costituzionale (non solo in ambito accademico) e da cui dipendono in larga misura i ritardi, le inefficienze e conflitti del processo legislativo nazionale e dunque, anche, dell'azione di governo. Gli stessi correttivi immaginati a questo taglio lineare di un terzo degli eletti - a partire dalla piena equiparazione di Camera e Senato in termini di elettorato attivo e passivo e di base nazionale di elezione - vanno nella direzione di un ulteriore "perfezionamento" del bicameralismo perfetto e lasciano del tutto impregiudicato il rapporto tra Stato e regioni. Eppure questo buco abbastanza clamoroso non emerge nella discussione e rimane sconosciuto all'opinione pubblica e confinato per lo più nelle diatribe degli addetti ai lavori.
Come dico da mesi, dunque, questo non è un referendum su una riforma, che proprio non c'è, ma sulla mutilazione "esemplare" delle camere, come suggello di una campagna di odio della democrazia rappresentativa, di oltraggio al Parlamento e di denigrazione dei parlamentari come parassiti e usurpatori della sovranità popolare. Questa campagna non ha nulla, ma proprio nulla che fare con i temi classicamente antipartitocratici, cui nella mia intera storia politica mi sono sempre sentita e tenuta fedele, ma ha piuttosto una intonazione classicamente antidemocratica, che non a caso è culminata nel successo di un partito politico, il M5S, che ha esplicitamente teorizzato il superamento del Parlamento e l'affermazione di un modello di autogoverno diretto concepito come una sorta di "televoto" permanente.
Fare campagna per il No in questo contesto non significa tanto opporre ragioni contrarie a ragioni favorevoli ma ripristinare una discussione sul merito della decisione a cui i cittadini saranno chiamati, in una situazione in cui - quando va bene - si è costretti a parlare d'altro, o di niente.
In questo contesto non è facile essere ottimisti, ma è doveroso essere tenaci. Per dare un altro piccolo contributo a questa battaglia controcorrente - e spesso sott'acqua e in apnea - per domani, 9 settembre, +Europa ha organizzato nel pomeriggio una maratona oratoria di parecchie ore, a cui ha convocato molti dei protagonisti della campagna per il No e che passerà in rassegna le varie motivazioni che ci spingono a partecipare a questa competizione manifestamente impari. Ci saranno alcuni tra i deputati e i senatori che hanno firmato per la convocazione del referendum, giuristi e politologi, esponenti dei vari comitati che in questi mesi si sono costituiti e protagonisti della vita politica e civile che, come usa dire, hanno scelto di mettere la faccia su una presumibile sconfitta al referendum, perché sanno che dalla vittoria del Sì conseguirebbe una ben più rovinosa sconfitta per la democrazia italiana.
di Gerry Freda
Il Giornale, 8 settembre 2020
Amnesty ha raccolto centinaia di testimonianze di iraniani incarcerati dopo le manifestazioni di protesta andate in scena nel Paese a fine 2019. Le sevizie riportate sarebbero state inflitte a centinaia di prigionieri arrestati nel Paese islamico a partire dal novembre dello scorso anno. In quel periodo, la repubblica sciita era scossa da manifestazioni di protesta contro l'aumento del prezzo della benzina, stroncate allora dal governo mediante arresti di massa e una stretta contro il web. Tali raid della polizia avrebbero determinato l'incarcerazione di, presumibilmente, 7mila persone.
Il dossier dell'ong umanitaria riporta quindi, circa le torture praticate dalla repubblica degli ayatollah, delle denunce avanzate da oltre 500 di quelle migliaia di persone imprigionate con l'accusa di avere partecipato alle proteste citate contro il caro-vita. A fornire all'associazione i raccapriccianti racconti sono stati "difensori dei diritti umani, attivisti per i diritti delle minoranze, comuni cittadini tra cui minori di 10 anni, persone prelevate dagli ospedali dove erano state ricoverate, giornalisti e persone che prendevano parte alle commemorazioni funebri dei manifestanti uccisi". In generale, il documento di Amnesty consiste in un "catalogo di scioccanti violazioni dei diritti umani, tra cui detenzioni arbitrarie, sparizioni forzate, torture e altri maltrattamenti".
Nel dettaglio, i carcerieri iraniani avrebbero sottoposto i detenuti interpellati da Amnesty a trattamenti davvero diabolici: water boarding, percosse, scosse elettriche, spruzzature di pepe sui genitali, violenza sessuale, finte esecuzioni, asportazione delle unghie di mani e piedi e persino la "posizione del pollo arrosto".
Quest'ultima prevede che il prigioniero sia tenuto sospeso a testa in giù, legato polsi e ginocchia a una sbarra e sottoposto a ulteriori sevizie. Una delle vittime di tale trattamento ha rivelato all'ong: "Il dolore era atroce. Il corpo era sotto pressione al punto che urinavo su me stesso. La mia famiglia sa che sono stato torturato, ma non sanno il modo".
L'accanimento, da parte della polizia e degli agenti dell'intelligence iraniani, ai danni dei prigionieri era inteso a costringere gli interrogati a confessare il loro coinvolgimento nei cortei di protesta organizzati nel Paese a partire dal novembre del 2019, classificati dal regime come una grave minaccia all'ordine pubblico. In particolare, i carcerieri torturavano gli arrestati affinché questi ultimi confessassero un loro coinvolgimento nelle proteste, l'appartenenza a gruppi di opposizione o contatti con governi e media stranieri.
I soggetti seviziati che hanno denunciato all'ong i maltrattamenti subiti erano stati tutti incriminati da Teheran per "raduni e cospirazioni finalizzati a commettere crimini contro la sicurezza nazionale, diffusione di propaganda contro il sistema, disturbo dell'ordine pubblico e oltraggio alla Guida Suprema". Per tali capi di imputazione, la legge locale commina condanne che vanno da un mese a 10 anni di carcere.
All'indomani della pubblicazione del dossier-choc di Amnesty sulle torture praticate dalle autorità iraniane contro chi protesta, i vertici dell'associazione umanitaria hanno rincarato la dose contro la repubblica islamica. Diana Eltahawy, vicedirettore di Amnesty International per il Medio Oriente e il Nord Africa, ha infatti tuonato: "Invece di indagare sulle accuse di sparizione forzata, tortura, maltrattamenti e altri reati contro i detenuti, i pubblici ministeri iraniani sono diventati complici della campagna di repressione accusando centinaia di persone".
di Enrico Franceschini
La Repubblica, 8 settembre 2020
Dopo lo stop dovuto alla pandemia di Covid, l'udienza è ripresa tra le contestazioni fuori dal tribunale. I pm americani accusano il 49enne australiano di spionaggio e pubblicazione di documenti militari secretati. Se estradato, rischia fino a 175 anni di carcere. Il verdetto è previsto per i primi di ottobre. Con i suoi sostenitori all'esterno del tribunale Old Bailey che alzano cartelli secondo cui il procedimento in corso è una grave repressione della libertà di stampa, riprende stamane nella capitale britannica il processo per l'estradizione di Julian Assange negli Stati Uniti.
Il fondatore di Wikileaks è stato incriminato lo scorso anno negli Usa per spionaggio a causa delle rivelazioni pubblicate dal "sito delle soffiate" sulla guerra in Afghanistan e in Iraq. Per le autorità americane avrebbe cospirato con l'analista dell'intelligence dell'esercito americano Chelsea Manning per hackerare un computer del Pentagono, oltre che con membri di organizzazioni di hacking, avrebbe anche cercato di reclutare hacker per fornire a WikiLeaks informazioni riservate. Per Assange fu un legittimo scoop giornalistico che è servito a denunciare violazioni dei diritti umani. Se estradato, rischierebbe fino a 175 anni di carcere. Per questo, attraverso i suoi avvocati, rifiuta l'estradizione e chiede di poter rimanere in Gran Bretagna.
Assange è stato arrestato nel 2019 quando l'ambasciata dell'Ecuador a Londra lo ha praticamente espulso, dopo sette anni in cui vi si era rifugiato chiedendo asilo politico. Il giornalista di origine australiana affermava di essere vittima di una cospirazione, il cui fine ultimo era appunto la sua estradizione negli Usa, dove a suo parere sarebbe condannato senza possibilità di un'equa difesa.
Ma la ragione iniziale della fuga all'interno dell'ambasciata, in violazione della libertà provvisoria che gli era stata concessa, è stata un'altra: non sottoporsi alle richieste della giustizia svedese, che voleva interrogarlo a Stoccolma per una duplice denuncia per stupro da parte di due donne, ex-volontarie di Wikileaks, con cui Assange aveva avuto rapporti sessuali. In seguito, queste accuse sono venute a cadere. A quel punto, tuttavia, il fondatore di Wikileaks era preoccupato per la richiesta di estradizione americana.
La querelle diplomatico-giudiziaria si è conclusa quando il governo dell'Ecuador ha deciso di non dargli più ospitalità, citando il suo comportamento "anti sociale" all'interno dell'ambasciata. Una decisione su cui hanno probabilmente pesato anche rivelazioni di Wikileaks sull'Ecuador. Dopo l'arresto da parte di Scotland Yard, un giudice inglese lo ha condannato a un anno di carcere per la violazione dei termini della libertà provvisoria. La condanna a questo punto è stata scontata, ma Assange rimarrà detenuto per tutta la durata del processo di estradizione perché, visti i precedenti, la magistratura ha stabilito che c'è il rischio che provi a dileguarsi un'altra volta. Assange si trova attualmente nella prigione di Belmarsh, un carcere di massima sicurezza londinese, dove i suoi difensori dicono che le sue condizioni psicofisiche sono notevolmente peggiorate. Nei giorni scorsi Stella Morris, l'avvocata con la quale ha una relazione da qualche anno e che lo è andata a trovare spesso nell'ambasciata ecuadoregna, ha rivelato al Times di avere avuto in segreto due figli da Assange. Il processo di estradizione doveva cominciare in primavera, ma è stato rinviato a causa della pandemia. Si prevede un verdetto intorno ai primi di ottobre.
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