di Giuseppe Agliastro
La Stampa, 7 settembre 2020
Il presidente Lukashenko alza il tiro e schiera mezzi corazzati e agenti scelti per fermare le proteste in Bielorussia. Blindate con filo spinato le vie nel cuore della capitale. Secondo la Ong Vyasna sono state fermate oltre 250 persone.
Aleksandr Lukashenko è tornato a sfoderare il manganello contro i manifestanti anti-regime. Alla vigilia dell'imminente incontro tra l'"ultimo dittatore d'Europa" e il suo alleato Putin che potrebbe portare Minsk direttamente tra le braccia del Cremlino, la polizia antisommossa ha tentato di soffocare le proteste pacifiche con una nuova ondata di arresti e con una violenza che probabilmente non si registrava da alcune settimane.
Più di 100.000 persone hanno sfilato ieri per le strade di Minsk chiedendo le dimissioni del despota che governa la Bielorussia da 26 anni, ma la gente è scesa in piazza in massa anche in molte altre città del Paese, da Grodno a Gomel, da Mogilev a Brest. Gli agenti hanno risposto caricando i dimostranti che si erano avvicinati al palazzo presidenziale, usando gas lacrimogeni e manganelli. Alcuni video pubblicati dai media locali mostrano manifestanti picchiati mentre sono a terra inermi.
In serata, il ministero dell'Interno riferiva di oltre cento persone fermate, ma il numero potrebbe essere molto più alto visto che secondo l'Ong per la difesa dei diritti umani Vyasna le persone trascinate nelle camionette della polizia sono circa 250, di cui almeno 170 nella sola Minsk. La gente ha cominciato a scendere in piazza a fiumi dopo la contestatissima vittoria di Lukashenko alle presidenziali del 9 agosto e da allora la repressione non si è mai fermata. Quasi tutti i leader dell'opposizione sono in carcere o si sono dovuti rifugiare all'estero.
Svetlana Tikhanovskaya, considerata da molti la vera vincitrice delle elezioni, è stata costretta a emigrare in Lituania subito dopo il voto. L'ultima a lasciare la Bielorussia è stata Olga Kovalkova, una delle più strette alleate di Tikhanovskaya. Kovalkova era stata arrestata il 25 agosto, ma sabato era inaspettatamente a Varsavia. La dissidente racconta che i servizi segreti premevano su di lei dicendole che sarebbe rimasta in prigione a lungo.
Poi l'hanno fatta salire su un'auto costringendola a restare coricata sotto i sedili perché non fosse vista e l'hanno portata fino al confine con la Polonia. Alcuni osservatori hanno l'impressione che ora il regime sia di nuovo pronto a inasprire la repressione. Ieri Minsk era blindata dagli agenti delle forze speciali. Le loro corazze e i loro passamontagna neri stridono con i cortei festosi e colorati delle forze anti-Lukashenko, con i vessilli bianchi e rossi dell'opposizione e con le bandiere arcobaleno degli attivisti per la difesa dei diritti degli omosessuali, scesi anch'essi in strada per nuove elezioni finalmente democratiche.
La polizia ha bloccato alcune vie del centro col filo spinato, ha schierato mezzi corazzati e cannoni ad acqua, ma a manifestare c'erano persone di tutte le età, giovani, anziani e famiglie con bambini. Lukashenko appare sempre più impopolare, ma può contare sul sostegno della Russia di Putin, che ha persino minacciato di intervenire con la forza in caso di necessità. Forse non è un caso se la nuova ondata di arresti è arrivata al termine di una settimana fitta di incontri tra funzionari del governo bielorusso e del Cremlino, compresa una visita a Minsk del premier russo Mikhail Mishustin durante la quale sono stati annunciati "progressi su molte questioni, incluso il futuro dello Stato dell'Unione".
L'appoggio di Putin a Lukashenko non è di certo gratuito. Il Cremlino non vuole che Minsk esca dalla sua sfera di influenza e punta quindi a far crescere il proprio peso politico nel Paese vicino rafforzando appunto lo Stato dell'Unione: un organismo sovranazionale di cui fanno parte Russia e Bielorussia. In passato, Lukashenko ha respinto le pressioni del Cremlino per una maggiore integrazione politica ed economica tra i due Paesi dicendo di temere per l'indipendenza di Minsnk.
Ora però il satrapo bielorusso è estremamente debole e per restare a galla non può fare a meno del salvagente lanciatogli da Putin, che in cambio non avrà grandi difficoltà a trascinarlo dove desidera. L'incontro dei prossimi giorni a Mosca tra Putin e Lukashenko potrebbe quindi portare grandi novità e cade in un momento in cui le tensioni tra Russia e Occidente si sono riaccese.
La sfida non riguarda solo la Bielorussia, dove l'Ue sta preparando delle sanzioni personali contro i responsabili delle presidenziali farsa e della repressione brutale delle proteste, ma anche il caso del rivale numero uno di Putin, Aleksey Navalny, avvelenato con una neurotossina. I sospetti si concentrano sul Cremlino e Paesi Ue e Nato potrebbero reagire imponendo nuove sanzioni alla Russia.
di Eva Fu e Cathy He
epochtimes.it, 7 settembre 2020
"Le prigioni cinesi sono come l'inferno. Non c'è un briciolo di libertà personale". Per tre anni consecutivi Li Dianqin ha lavorato per circa 17 ore al giorno alla produzione di indumenti di bassa qualità in una prigione cinese, dai reggiseni ai pantaloni. Lavorava senza una paga e rischiava di essere punita dalle guardie carcerarie se non riusciva a rispettare gli obiettivi di produzione stabiliti.
Una volta, una squadra di circa 60 detenuti che non riusciva a raggiungere l'obiettivo è stata costretta a lavorare per tre giorni di fila, senza poter mangiare o andare in bagno - ricorda la donna - e le guardie percuotevano i prigionieri con manganelli elettrici ogni volta che si appisolavano per la stanchezza.
La signora Li ha descritto il carcere femminile di Liaoning, situato nella città di Shenyang nel Nord-est della Cina, come "un posto dove gli esseri umani non dovrebbero stare [...] Ti arrestano e ti fanno lavorare. Si mangia cibo che non è migliore del mangime per maiali, e si lavora come animali".
Li, che ora ha 69 anni e vive a New York, è stata imprigionata nella struttura dal 2007 al 2010 per aver rifiutato di abbandonare la sua fede nella pratica spirituale del Falun Gong. Il regime cinese sta infatti conducendo una vasta campagna di persecuzione contro il Falun Gong dal 1999, quando il leader Jiang Zemin ha deciso che lo sradicamento di questa pratica di meditazione era da considerarsi una delle priorità del Partito Comunista Cinese.
Uno dei 'motivi' della persecuzione è che secondo le stime ufficiali al tempo c'erano circa cento milioni di persone che praticavano il Falun Gong in Cina (più dei membri del Partito). Inoltre, il Falun Gong insegna a seguire dei valori (verità, compassione e tolleranza) propri della cultura tradizionale cinese, che il regime comunista ha cercato di sradicare con ogni mezzo da quando ha preso il controllo del Paese.
Oltre ai vestiti, la prigione produceva una serie di beni destinati all'esportazione: dai fiori artificiali, fino ai cosmetici e ai giocattoli di Halloween. Naturalmente la signora Li non è stata che un minuscolo ingranaggio nella grande macchina del lavoro forzato del regime cinese, che ormai da alcuni decenni sputa fuori prodotti a basso costo da inserire nelle catene di approvvigionamento globali.
Negli ultimi mesi i funzionari della dogana statunitense stanno prestando particolare attenzione a questo fenomeno e hanno iniziato a sequestrare i prodotti di importazione che potrebbero essere stati fabbricati con la manodopera carceraria. Dal settembre 2019, la dogana statunitense ha infatti emesso quattro ordinanze di sequestro contro delle aziende cinesi, impedendo l'ingresso delle loro merci nel Paese.
Un sequestro particolarmente emblematico è avvenuto a giugno, quando la dogana degli Usa ha bloccato una partita di 13 tonnellate di prodotti a base di capelli umani proveniente dalla regione Nord-occidentale dello Xinjiang. Secondo diversi ricercatori indipendenti e attivisti per i diritti umani, i capelli proverrebbero dai molti campi di lavoro forzato sparsi nella regione dello Xinjiang, dove sono detenuti un grande numero di uiguri e altre minoranze musulmane.
Nel frattempo, nel mondo sono anche aumentate le pressioni sui marchi di abbigliamento internazionali, affinché tronchino i legami con le fabbriche dello Xinjiang, soprattutto dopo che a marzo i ricercatori hanno scoperto che decine di migliaia di uiguri sono stati trasferiti a lavorare nelle fabbriche di tutta la Cina in condizioni simili a quelle dei lavori forzati. Queste strutture hanno prodotto merci per 83 marchi internazionali.
Secondo Fred Rocafort, un ex diplomatico statunitense che attualmente lavora per lo studio legale internazionale Harris Bricken, il lavoro in prigione e i lavori forzati sono "un qualcosa che ha infettato la catena di produzione in Cina". Rocafort ha lavorato per oltre un decennio come avvocato commerciale in Cina, dove ha condotto più di 100 controlli di fabbriche per verificare se stessero effettivamente tutelando la proprietà intellettuale dei marchi stranieri che lui rappresentava e, in alcuni casi, per controllare se stessero usando il lavoro forzato.
L'avvocato ha dichiarato che "si tratta di un problema che esiste da molto prima dell'attuale crisi dei diritti umani nello Xinjiang". E ha aggiunto che quando le aziende straniere esternalizzano la propria produzione verso fornitori cinesi, questi ultimi stipulano contratti con aziende che sfruttano il lavoro dei detenuti, o anche direttamente con le carceri. "Se sei il direttore di una prigione in Cina, hai accesso al lavoro, e potresti essere in grado di offrire prezzi molto competitivi [...] al fornitore cinese", sostiene Rocafort.
L'avvocato ha anche precisato che storicamente i marchi stranieri non hanno fatto molti sforzi per accertarsi che le proprie catene di fornitura in Cina fossero libere dal lavoro forzato, ma la crescente consapevolezza nel corso degli anni ha portato un certo progresso. Tuttavia, continua a non essere facile per le aziende internazionali ottenere informazioni accurate sulle pratiche di lavoro dei loro fornitori e sui fornitori dei loro fornitori. La "mancanza di trasparenza corre lungo tutta la catena di fornitura" cinese.
Un business criminale - La signora Li ha raccontato che il carcere femminile di Liaoning era diviso in molte unità di lavoro, ognuna composta da centinaia di detenute. Li faceva parte dell'unità carceraria n. 10, dove le detenute erano costrette a produrre vestiti dalle 7 del mattino alle 21, ogni giorno. Dopo di che, ogni detenuto doveva produrre circa 10-15 steli di fiori artificiali. Lei di solito non riusciva a completare il lavoro prima di mezzanotte. I più lenti - specialmente gli anziani - a volte restavano svegli tutta la notte per finire il lavoro, ha precisato Li.
La signora ricorda ancora l'odore acre che si propagava da un'unità carceraria che produceva cosmetici destinati alla Corea del Sud. L'odore di bruciato e la polvere che permeava il piano della produzione toglievano il respiro alle lavoratrici-detenute ed erano motivo di continue lamentele, che però non dovevano essere udite dalle guardie altrimenti sarebbero state picchiate, ha raccontato Li.
Una volta le è capitato di sentire una conversazione tra le guardie carcerarie, durante la quale ha appreso che la prigione "affittava" i detenuti tramite l'ufficio provinciale della giustizia al prezzo di circa 10 mila yuan (1.240 euro) a testa all'anno. La donna ha anche ricordato che una volta il direttore del penitenziario ha convocato i detenuti per esortarli a "lavorare sodo" perché "la prigione crescerà e si espanderà".
La prigione produceva anche delle decorazioni per Halloween a forma di fantasma che erano contrassegnate per l'esportazione. Il compito della signora Li era quello di fissare un panno nero intorno ai fantasmi utilizzando un filo di ferro. In seguito, nel periodo di Halloween, le è capitato di vedere lo stesso tipo di decorazione appeso sopra la porta di un appartamento a New York.
In effetti, nel corso degli anni, i consumatori occidentali hanno scoperto diversi messaggi nascosti all'interno di prodotti cinesi, che spesso denunciavano con poche parole la condizione del lavoro forzato in Cina. Questo fenomeno ha contribuito ad accrescere l'attenzione dell'opinione pubblica sulla realtà dei campi di lavoro in Cina. Nel 2019, il gigante britannico dei supermarket Tesco ha interrotto i suoi rapporti con un fornitore cinese di biglietti d'auguri natalizi dopo che un suo cliente ha rinvenuto un messaggio all'interno di uno di questi biglietti che indicava il prodotto come realizzato da prigionieri vittime dei lavori forzati.
Nel 2012, una donna dell'Oregon ha trovato una lettera scritta a mano all'interno di un kit di decorazioni per Halloween che aveva comprato al Kmart. La lettera era di un uomo detenuto nel famigerato campo di lavoro di Masanjia, nella città di Shenyang, nel nord della Cina, e forniva un resoconto delle torture e delle persecuzioni subite nella struttura. L'uomo in questione si chiama Sun Yi ed è un praticante del Falun Gong che è stato condannato a 2 anni e mezzo di lavori forzati nel 2008; pare che Sun abbia nascosto molte lettere nelle decorazioni di Halloween che è stato costretto a produrre e confezionare.
Ma anche la signora Li nel 2000 è stata detenuta nel campo di lavoro di Masanjia, dove ha lavorato dalla mattina alla sera per produrre fiori di plastica. I fiori finivano per sembrare "stupendi", ha detto Li, ma farli era una tortura. Ai detenuti non venivano forniti guanti o maschere per proteggersi dai residui tossici che riempivano l'aria, mentre tutte le guardie indossavano le maschere.
Come se non bastasse, non erano concesse pause, tranne che per andare in bagno, e anche questo richiedeva la firma di una guardia. Naturalmente le norme igieniche erano inesistenti, come ricorda la signora Li: "Lavarsi le mani non ha importanza. Lavorare di più è l'unica cosa che conta". Lo scorso anno Yu Ming, un praticante del Falun Gong scappato negli Stati Uniti che è stato detenuto più volte nel campo di Masanjia, ha rilasciato un filmato che è riuscito a fare uscire di nascosto dal campo, un filmato registrato nel 2008 che mostra i detenuti del campo intenti a costruire diodi, dei piccoli componenti elettronici destinati ai mercati internazionali.
Un vasto apparato - Wang Zhiyuan, direttore dell'Organizzazione mondiale non profit statunitense per indagare sulla persecuzione del Falun Gong, ha reso noto che l'industria del lavoro nelle prigioni cinesi è una macchina economica tentacolare che ricade sotto la supervisione del sistema giudiziario del regime. Ha descritto la capacità del regime di sfruttare questa fonte di lavoro occulta come una "potente arma strategica" per favorire le ambizioni economiche globali di Pechino: "Indipendentemente da quanti dazi gli Stati Uniti impongano alla Cina, l'industria del lavoro in schiavitù del Partito Comunista Cinese non verrà influenzata in modo significativo".
L'organizzazione ha pubblicato nel 2019 un'inchiesta in cui ha segnalato 681 aziende che utilizzano il lavoro carcerario in 30 tra province e regioni, e che producevano un'ampia gamma di prodotti: dalle bambole ai maglioni in vendita all'estero. Molte delle aziende in questione sono risultate di proprietà dello Stato, mentre alcune erano controllate dall'esercito cinese. Inoltre, si è scoperto che i rappresentanti legali di 432 di queste imprese, ovvero circa due terzi del totale, sono anche i capi dell'amministrazione carceraria locale.
Anche se il regime ha formalmente abolito il sistema dei campi di lavoro nel 2013, i risultati dell'inchiesta indicano che l'industria del lavoro forzato è ancora viva e vegeta. I campi di lavoro hanno semplicemente cambiato nome e si sono fusi con il sistema carcerario, come ha riferito Wang citando un proverbio cinese: si tratta di "offrire la stessa medicina con un brodo diverso".
di Vittorio Feltri
Libero, 6 settembre 2020
Sulla Repubblica di venerdì scorso è comparso un brillante articolo di Attilio Bolzoni sui mafiosi che hanno ottenuto gli arresti domiciliari, grazie a un provvedimento del guardasigilli Bonafede, per evitare i rischi del Covid. Molti altri detenuti diciamo generici hanno usufruito della stessa norma, come è ovvio. Attualmente rimangono a scontare la pena in casa un centinaio di condannati appartenenti alla criminalità organizzata. Prima o poi rientreranno in carcere, probabilmente quando il virus si sarà ulteriormente placato. Per cui non capisco per quale motivo il ministro della Giustizia, che pure non stimo, nella presente circostanza debba essere criticato.
di Grazia Longo
La Stampa, 6 settembre 2020
Il ministero: spesi 20 milioni. Ma la normalità è lontana. Gli uffici giudiziari non hanno mai navigato in acque calme, ma la proverbiale giustizia-lumaca si è decisamente accentuata con l'emergenza coronavirus. La ripresa dopo il lockdown non è stata semplice e ora all'orizzonte si profila un autunno caldo. Lunghe code davanti ai tribunali, cancellerie a disposizione solo su prenotazione e udienze rinviate di anni rappresentano solo la punta dell'iceberg.
di Astolfo Di Amato
Il Riformista, 6 settembre 2020
Giancarlo Pittelli e Francesco Stilo, tutti e due avvocati, sono in carcere da oltre otto mesi. Ristretti in luoghi molto lontani da dove risiedono le loro famiglie, da dove si svolge il procedimento che li riguarda, che è anche il luogo ove di regola si trovano i difensori. Perciò non solo in carcere, ma anche posti in una drammatica difficoltà di ricevere anche un minimo di sostegno affettivo e di poter avere un ruolo nel preparare la propria difesa.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 6 settembre 2020
La crisi della giustizia coincide con la crisi della professione di avvocato. Per l'avvocato Claudio Botti, penalista di grande fama e di grande esperienza, l'emergenza legata alla pandemia ha solo amplificato un problema che ha origini lontane e una matrice culturale. La sua è un'analisi lucida e precisa che termina con un monito per le nuove generazioni affinché si affaccino alla professione forense con più consapevolezza e un richiamo all'avvocatura più esperta affinché recuperi la responsabilità e la centralità del ruolo del difensore.
anconatoday.it, 6 settembre 2020
Appello del Garante dopo l'avvio dell'ulteriore azione di monitoraggio, iniziata con le visite a marino del Tronto di Ascoli Piceno e Barcaglione di Ancona.
Un appello ai candidati alla presidenza della Regione Marche affinché non vengano trascurate le problematiche relative al sistema penitenziario. È quello che lancia il Garante dei diritti, Andrea Nobili, che proprio in questi giorni sta effettuando nuovi sopralluoghi presso gli istituti marchigiani. Alla luce di quanto emerso dopo le visite a Marino del Tronto di Ascoli Piceno e Barcaglione di Ancona, Nobili ha ritenuto opportuno chiedere nuovamente la convocazione dell'Osservatorio regionale della sanità penitenziaria, sia per affrontare le questioni legate alla gestione dell'emergenza Covid - 19, sia per fare il punto sugli interventi da effettuare per le altre patologie, soprattutto di ordine psicologico e psichiatrico, che interessano direttamente diversi detenuti. In primo piano anche la necessità di effettuare visite specialistiche.
"Una situazione - sottolinea il Garante - che abbiamo evidenziato in diverse occasioni e che oggi necessita di azioni coordinate e incisive per attivare nuovi piani di prevenzione ed affrontare le criticità. Ritengo che vada garantita una compiuta tutela del diritto alla salute dei detenuti e che la questione carceraria, con tutte le problematiche ad essa collegate, debba rientrare nei programmi di chi si appresta a governare la Regione Marche". Dietro richiesta di Nobili, l'Osservatorio tornerà a riunirsi nei prossimi giorni per fare il punto della situazione. Intanto proseguono i sopralluoghi del Garante nei sei istituti penitenziari marchigiani."
di Giovanni Longo
Gazzetta del Mezzogiorno, 6 settembre 2020
Indaga l'Antímafía: identificati 15 detenuti. Danneggiate due celle, nessun ferito. Ieri sera intorno alle ore 21 circa, presso la III Sezione del secondo piano del carcere di Bari occupato principalmente da detenuti ad alta sicurezza appartenenti al clan barese "Strisciuglio", è scoppiata una rivolta. A renderlo noto è il sindacato Sappe, secondo il quale tutto sarebbe nato dal mancato ricovero di un detenuto presso il locale ospedale. I detenuti - stando a quanto riferisce il sindacato - hanno iniziato a protestare in maniera molto rumorosa battendo le stoviglie alle inferriate con il coinvolgimento anche della seconda sezione dove sono rinchiusi appartenenti sempre dello stesso clan.
La rivolta di ieri sera nel carcere di Bari ha coinvolto 15 detenuti, tutti appartenenti al clan Strisciuglio, uno dei gruppi mafiosi egemoni in città. È scoppiata poco dopo le 21 al secondo piano del terza sezione, dove sono reclusi i detenuti per reati di mafia. Ufficialmente il motivo scatenante della rivolta è stato il mancato ricovero in ospedale di un sodale detenuto. I rivoltosi hanno danneggiato le rispettive celle, distruggendo sedie e altri arredi e usando le brande per sfasciare serrature e cancellate. Hanno dato fuoco a carte e sparso sul pavimento acqua e olio per far scivolare il poliziotti. Diversamente da quanto si era inizialmente appreso da una nota del Sappe, non è stato lanciato sui poliziotti olio bollente e fortunatamente tra gli agenti della Polizia penitenziaria non ci sono stati feriti. Solo un detenuto è caduto facendosi male ad un braccio. I 15 detenuti rivoltosi sono stati tutti identificati e riportati in cella. Durante la rivolta, durata circa due ore, all'esterno del carcere sono arrivate pattuglie della polizia di Stato a supporto, ma non è stato necessario il loro intervento all'interno. Gli agenti della Penitenziaria con la direzione del carcere stanno redigendo una prima informativa sull'accaduto che nelle prossime ore sarà trasmessa in Procura.
La Direzione distrettuale Antimafia di Bari coordina le indagini sulla rivolta di ieri sera nel carcere di Bari. A quanto si è appreso 15 detenuti, tutti appartenenti al clan Strisciuglio di Bari e già identificati dagli agenti della Polizia penitenziaria, hanno distrutto gli arredi delle proprie celle per protestare contro il mancato ricovero di un sodale detenuto, rendendo temporaneamente inagibile un piano della terza sezione del penitenziario barese, quella riservata ai detenuti in regime di massima sicurezza.
"La sofferenza di tutti i servizi e il grande sacrificio degli uomini e donne della Polizia penitenziaria non possono passare inosservati. A Bari la situazione degli organici, 100 unità a fronte di una popolazione detenuta di 400 presenze per una capienza tollerabile di 299, determina grave rischio per l'utenza, per gli operatori e per il cittadino". È il commento del segretario generale aggiunto dell'Osapp (Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria) Pasquale Montesano, dopo la rivolta di ieri sera nel carcere di Bari. Al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, e ai vertici dell'amministrazione penitenziaria, l'Osapp ricorda che "in Puglia si registrano carenze non più tollerabili, aggravate dalla forte presenza sul territorio e nelle strutture penitenziarie di cosche malavitose" e chiede "urgentissime risposte concrete, interventi non più rinviabili".
"Come la lotta alle mafie foggiane è diventata una questione nazionale per il Governo - dice Montesano - deve diventare un caso nazionale il disagio degli uomini e donne della polizia penitenziaria pugliese e del sistema penitenziario in particolare a Bari". In una nota il sindacalista aggiunge dettagli sulla rivolta, spiegando che "un detenuto in regime di alta sicurezza" dopo il mancato ricovero in ospedale "ha dato vita a un vero proprio show di violenza con il coinvolgimento di tutta sezione". "Ancora più grave - aggiunge - il fatto che da lì a pochi minuti fuori le mura del carcere si sono assembrati numerosi familiari e forse adepti della criminalità che hanno messo in atto forme di protesta che inducono a pensare ad uno specifico disegno criminoso e destabilizzante del sistema".
"Ieri 15 detenuti hanno scatenato una rivolta nel carcere di Bari e dobbiamo ringraziare gli agenti delle forze dell'ordine per il lavoro che compiono ogni giorno nel delicato e complesso contesto delle nostre case circondariali": lo ha detto il candidato del centrodestra alla presidenza della Regione Puglia, Raffaele Fitto, commentando la notizia della rivolta nel penitenziario barese. "Tra il problema del sovraffollamento e la carenza di mezzi e personale delle forze dell'ordine - ha aggiunto - gli agenti in servizio portano un fardello pesantissimo. A loro e a tutti i dipendenti delle carceri va il nostro grazie più sincero per l'impegno quotidiano profuso in condizioni sempre più precarie e difficili", ha concluso Fitto.
di Luciana Esposito
articolo21.org, 6 settembre 2020
Angelo Vassallo ha insegnato ai cittadini della sua Pollica e all'Italia intera che le favole esistono anche nella vita reale, ma il lieto fine è tutt'altro che scontato.
Il 5 settembre del 2010, mentre percorreva in auto il solito tragitto che lo conduceva a casa, a sbarrargli la strada ha trovato la morte.
di Niccolò Carratelli
La Stampa, 6 settembre 2020
Raduno No Mask a Roma, la polizia non fa indossare le mascherine. Speranza: fanno rabbrividire. "Guarda sta manica de cojoni!". Il baffuto signore in bicicletta passa sul lungotevere e fotografa così la piazza pochi metri più sotto. Vicino alla Bocca della Verità, meno di 2mila persone a sfidare il sole e non solo quello.
Sopra il palco un grande striscione: "Noi siamo il popolo". Lo sforzo di non farsi condizionare dal giudizio dell'impietoso ciclista si infrange sulle prime parole che escono dalle casse: "Il campo magnetico terrestre sta cambiando - dice una signora - avverrà tra 2 o 3 anni, ma vogliono nascondercelo con il 5G". All'improvviso la interrompono: "Scusate c'è una signora che si sente male, c'è un medico presente?".
In effetti c'è. Si chiama Pasquale Mario Bacco, medico legale e ricercatore, fa parte dell'associazione l'"Eretico". Anche lei con i "no mask"? "Le mascherine vanno buttate - spiega - con questo caldo sono un terreno di coltura per i germi davanti a bocca e naso". Forse per questo nessuno la indossa, a parte giornalisti e operatori. Qualcuno, semmai, la brucia a beneficio di telecamera. "Il criminale è lei che la mette - dice rabbiosa una signora - io devo rispettare la legge mica i decreti di Conte e Speranza". Difficile completare il ragionamento. "Se iniziamo a chiedere a tutti di mettere la mascherina qua scoppia un casino - allarga le braccia un poliziotto - per tutelare l'ordine pubblico dobbiamo tollerare la situazione".
Ma i filmati di ieri sono al vaglio: nelle prossime ore i No Mask potrebbero essere multati. La manifestazione, comunque, era autorizzata, la piazza è stata chiesta dall'associazione "Popolo delle mamme". Poi ci sono le "Madri in rivolta", quelli che vogliono "salvare i bimbi dalla dittatura sanitaria", no vax assortiti, rappresentati sul palco dalla deputata Sara Cunial, ex M5S, nota per aver stracciato in aula i decreti di Conte. Fa un po' la conduttrice dell'evento, è lei a presentare "Giuliano, papà di tre figli". Che però di cognome fa Castellino, leader romano di Forza Nuova, estremista di destra. Breve comizio, dice che gli piace "questa piazza apartitica, situazionista", che vuole combattere "il nuovo ordine mondiale".
E detta l'inquadramento geopolitico: "I nemici sono Soros, Bill Gates, Obama e Clinton, gli amici dei popoli sono Trump e Putin". Il legame con il presidente americano è testimoniato da un paio di bandiere della sua campagna elettorale, da un cartello "Make Italy great again" e dalle parole di un eccitato italo-americano: "Ci seguono dagli Stati Uniti, ben 500 associazioni che sostengono Trump. Sono con noi!". Con loro c'è anche un volto noto come l'attrice Eleonora Brigliadori: "Sono qui come italiana di fronte all'attacco alle radici costituzionali della nostra libertà - dice - una politica che distrugge la vita attraverso vaccini, tamponi e limiti alla respirazione".
Spicca un cartello con scritto "Tamponatevi il culo", poi lo striscione "A scuola no mascherine e no distanze". Lo mostra Claudio, cinquantenne agente di commercio arrivato da Milano: "Mio figlio ha 6 anni e mezzo e deve andare in seconda elementare, se glielo permettono". Alessandra ha 39 anni, viene da Napoli ed è "disoccupata per colpa del Covid, il negozio dove lavoravo ha chiuso. Per una emergenza gonfiata. Tanta gente morta di cancro o di ictus spacciate per vittime di coronavirus".
Le sue parole sono coperte dal grido "libertà, verità", qualcuno dal palco sta dicendo: "Scarcerano i mafiosi e mettono ai domiciliari un intero popolo". C'è chi vorrebbe piuttosto far arrestare Sergio Mattarella, "per aver abbandonato gli italiani". Mentre nonna Maura, una delle leader della protesta, è andata ad incatenarsi davanti al Quirinale, per parlare con il presidente. Fischi e buu accomunano il capo dello stato, Giuseppe Conte, Mario Draghi, Nicola Zingaretti e Virginia Raggi. Questi ultimi, il governatore e la sindaca, colpevoli di aver condannato la piazza negazionista. Lo fa anche il ministro della Salute Roberto Speranza: "Mi fa rabbrividire". E il premier Conte: "A chi pensa che il Covid non esista rispondiamo con i numeri: 135mila morti". Lapsus, sono 35mila. Assist involontario ai complottisti.
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