di Sergio D'Elia*
Il Riformista, 5 settembre 2020
Si chiama "Il viaggio della speranza" ed è l'ultimo libro dell'associazione Nessuno tocchi Caino, con esperti e testimonianze dalle carceri. Prefazione di Marta Cartabia.
"Il viaggio della speranza" è il racconto per immagini, parole e atti dell'VIII Congresso di Nessuno tocchi Caino che si è tenuto nel Carcere di Opera a Milano nel dicembre del 2019. Il libro, edito da Reality Book e curato da Lorenzo Ceva Valla, Antonio Coniglio e Sabrina Renna, contiene una Prefazione del Prof. Tullio Padovani e, in Appendice, la splendida Lectio Magistralis che la Presidente della Corte Costituzionale Marta Cartabia ha tenuto nel gennaio 2020 alla inaugurazione dell'Anno accademico dell'Università RomaTre.
Il titolo del volume di 440 pagine, dedicato a Marco Pannella, è tratto dal nome di una associazione americana contro la pena di morte, Journey of Hope - from Violence to Healing (Viaggio della speranza - dalla violenza alla guarigione), costituita da parenti delle vittime di reato e parenti dei detenuti nel braccio della morte che ogni anno, insieme, con una sorta di carovana della pace e della giustizia, attraversano gli Stati Uniti.
Oltre alla Prefazione di Tullio Padovani e alla Lectio Magistralis di Marta Cartabia, il libro contiene le riflessioni, le testimonianze e le emozioni emerse a Opera nei due giorni di un Congresso che, nel concatenarsi degli interventi di magistrati, giuristi, professori universitari, operatori penitenziari e detenuti, a suo modo è stato anch'esso una traversata dal dolore alla guarigione. A partire dai detenuti di Opera, artefici del proprio cambiamento, il "viaggio" ha raggiunto Strasburgo e i giudici supremi europei, creatori del diritto umano alla speranza. La via della nonviolenza e del Diritto ha poi portato a Roma, innanzi ai massimi magistrati italiani della Corte Costituzionale, che hanno aperto una breccia nel muro di cinta del "fine pena mai".
La Carovana della speranza non si è fermata, ora corre verso una nuova frontiera, quella invocata da Aldo Moro: "non un diritto penale migliore, ma qualcosa di meglio del diritto penale". Come nel docufilm "Spes contra spem - Liberi dentro", anche nel libro "Il viaggio della speranza", che dell'opera di Ambrogio Crespi è il seguito letterario, emergono con chiarezza dalle testimonianze - in particolare dei detenuti - una rottura netta con logiche del passato, una maggiore fiducia nello Stato di Diritto, la possibilità del cambiamento anche nel carcere e la conversione di persone detenute in persone autenticamente libere.
"Il viaggio della speranza" non è solo un libro, sarà un viaggio vero e proprio che nel mese di settembre faremo nelle regioni del Sud Italia - dal 4 all'11 in Puglia, dal 12 al 20 in Calabria e dal 21 al 30 settembre in Sicilia. Ci saranno incontri, presentazioni del libro e manifestazioni sui temi a noi cari, a partire dal superamento degli stati di emergenza (eterna!) per l'affermazione dello Stato di Diritto. Per chi volesse ricevere il libro "Il viaggio della speranza", l'invito è iscriversi sulla pagina di Nessuno tocchi Caino.
*Segretario di Nessuno tocchi Caino
di Beppe Severgnini
Corriere della Sera, 5 settembre 2020
La cocaina è la droga dei deboli che vogliono sentirsi forti. Ma lo squallore di questa illusione non può diventare un'attenuante. Siamo tutti in pericolo, e dobbiamo fare qualcosa. Quando una ragazza di diciassette anni dice: "Mi hanno offerto agli altri, ero troppo fatta per dire no", dovremmo farci una domanda. Perché accettiamo che la cocaina sia diventata protagonista della vita nazionale? La vicenda di Bologna non è un episodio: è la spia di un fenomeno. Leggete con attenzione i resoconti in cronaca - i pestaggi, le risse, le aggressioni, perfino gli omicidi - e scoprirete che la cocaina c'entra quasi sempre. Ripensate agli improvvisi scatti d'ira di cui siete stati testimoni, magari nel traffico, o a certi eccessi televisivi. Chiedete alla polizia o ai carabinieri cosa c'è dietro molti incidenti stradali.
Torniamo alla vicenda di Bologna. Un agente immobiliare, candidato della Lega alle elezioni regionali; cinque professionisti di mezza età. La relazione - spiegano gli inquirenti - era fatta di sesso, coca e regali, ma anche di rapporti sadomaso con una prostituta maggiorenne. Racconta la giovanissima vittima: "Il padrone di casa divulgava foto che mi ritraevano seminuda su un sito porno, poi effettuava una videochiamata con un altro utente mentre consumavamo un rapporto sessuale". L'uomo - imprenditore, 42 anni - ha poi diffuso le foto della ragazza, distesa, mentre lui sniffa cocaina dal suo corpo. La serie televisiva Baby (Netflix) - che sconsiglio ai lettori romani che abbiano figli adolescenti - racconta vicende simili e sembra inquietante. Ma la realtà è peggiore.
È sgradevole insistere su certi dettagli. Ma è importante. Forse è l'ultima chiamata, l'occasione per vedere l'abisso in cui stiamo scivolando. La cocaina, un tempo, era la droga dei ricchi viziosi; oggi è alla portata di tutti, e rischia di fare grossi danni, soprattutto nelle nuove generazioni. Ricordarlo non è una forma di moralismo: è umanità, è decenza, è protezione sociale.
Sull'importazione, il commercio e la diffusione della cocaina in Italia hanno indagato e scritto in molti. Il nostro "7" - con una celebre copertina del 2010 - fu tra i primi a denunciare che Milano era invasa dalla polvere bianca. Non è cambiato niente, in dieci anni, se non la quantità in circolazione e i metodi di distribuzione.
All'inizio del 2020, il procuratore aggiunto Laura Pedio, che coordina le inchieste sulla droga a Milano, diceva: "La vera piazza di spaccio non è al bosco di Rogoredo. Ma è nella rubrica dei cellulari di qualcuno". Cesare Giuzzi, sul Corriere di Milano, spiega il sistema: "Famiglie di malavita, calabresi e siciliane: la piazza di spaccio è saldamente nelle loro mani. Ma invisibile, senza allarmi per la sicurezza, senza attenzione da parte della politica. (...) Il pusher si muove in auto o in motorino. A volte arriva con la fidanzata al seguito. Un ragazzo qualunque identico a migliaia di altri. La droga viene consegnata a mano, in bustine ricavate dai sacchetti-gelo, saldati con un accendino. Il pusher prende i soldi, passa il pacchetto e riparte".
Il consumo personale di droga, a differenza dello spaccio, non configura un reato, ma costituisce un illecito amministrativo. Ed è bene che le cose rimangano così. Ma qualcosa di più possiamo fare, per segnalare che la cocaina è pericolosa. Cominciamo a dire, a scrivere, a convincerci che una società di cocainomani non è ineluttabile. Ripetiamo senza paura che "la bamba", come la chiamano, è la droga dei deboli. Cerchiamo di toglierle quell'aura di mondanità e successo, e trattiamola per ciò che è: una sostanza che rovina la vita dei consumatori e di coloro che gli stanno intorno. Il silenzio sull'argomento diventa una forma di assenso, e incoraggia molti, con le conseguenze che sappiamo: grandi guadagni per la criminalità, grandi rischi per tutti noi.
Ma protestare, per quanto importante, non basta. L'offerta esiste perché esiste la domanda. Forse è arrivato il tempo di scoraggiare i consumatori. Le sanzioni penali - lo sappiamo - non servirebbero. Le attuali sanzioni amministrative servono a poco, come dimostra la continua espansione del fenomeno. Una sanzione sociale, invece, potrebbe rivelarsi efficace.
Dopo la terza segnalazione al Prefetto, con l'attivazione del procedimento amministrativo previsto dall' art. 75 del Dpr 309/90, perché non rendere pubblica l'identità del consumatore abituale di cocaina? Non è crudeltà: è autodifesa sociale. Non ci sono solo i rischi - gravi - per la salute. Le conseguenze dell'assunzione di cocaina sui comportamenti, come sappiamo, sono rilevanti. Euforia eccessiva, mancanza di controllo, aggressività, insonnia; poi apatia, difficoltà di attenzione, paranoia, depressione.
Abbiamo o no il diritto di sapere se chi vive e lavora con noi, per noi o intorno a noi è un cocainomane? Pensate a un medico, un commercialista, un dirigente, un amministratore pubblico, un politico. O semplicemente, a chi guida l'automobile che ci segue in autostrada. Il consumo di cocaina non è soltanto affare loro, come sostiene qualcuno; è anche affare nostro. Alcune decisioni che ci riguardano - un intervento, una decisione, una manovra nel traffico - potrebbero essere frutto della polvere bianca, non della materia grigia.
Sapere chi acquista e consuma cocaina è facile, basta seguire un giovane pusher per una serata. O trovare i venditori che operano tranquillamente su social: un "mi piace" su Instagram segnala l'interesse all'acquisto (sapete che esistono gli "influencer della droga"?). Se le forze dell'ordine intervengono poco è solo perché, con le regole attuali, identificare i consumatori è una perdita di tempo. Il rischio reputazionale convincerebbe invece molti italiani a farsi qualche domanda. Qualcuno, addirittura, un esame di coscienza.
di Eleonora Camilli
redattoresociale.it, 5 settembre 2020
Parla per la prima volta uno dei migranti del centro di Villa Sikania a Siculiana (Ag): "Circondati dalla polizia, nessuno ci dice cosa sta succedendo, abbiamo fatto il test ma da oltre un mese non possiamo uscire". Nel tentativo di allontanarsi un ragazzo di 20 anni, Anwar Seid, è morto, travolto da un'auto. Centro Astalli: "Migranti non sono merci da tenere in magazzino".
"Siamo in quarantena da quasi un mese. Abbiamo fatto il test per il coronavirus. Non capiamo perché ci tengano qui dentro senza farci uscire, senza darci informazioni, siamo dei detenuti? Io sono qui dentro da 25 giorni altri da 30. Normalmente la quarantena è di 15 giorni, perché a noi è riservato un trattamento diverso?". A parlare è uno dei ragazzi (chiede di rimanere anonimo) che da ieri sta protestando, insieme ad altri migranti, per la situazione che si è venuta a creare all'interno del centro Villa Sikania di Siculiana ad Agrigento. In particolare i migranti, oltre 100 persone, che provengono da diversi paesi (Eritrea, Sudan, Nigeria, Somalia e Tunisia) chiedono di poter avere informazioni certe, di sapere perché sono stati privati della libertà da oltre un mese e quanto durerà, nei fatti, la loro quarantena.
Dopo lo sbarco a Lampedusa e il trasferimento nel centro in provincia di Agrigento, infatti, non hanno avuto altre indicazione riguarda al loro futuro. Sanno solo di non poter uscire. E così ieri, nel tentativo di allontanarsi dal centro, un ragazzo di 20 anni è morto, si chiamava Anwar Seid. È stato travolto da una macchina in corsa sulla statale 115. L'automobilista, che non si è fermato a prestare soccorso, è ora indagato per omicidio stradale.
"Siamo tutti sotto choc per quello che è successo ieri - racconta il ragazzo con cui Redattore Sociale è in contatto -. Anwar era anche lui eritreo e stava protestando per i nostri diritti. Siamo distrutti per la sua morte. Abbiamo iniziato la protesta perché non capiamo cosa sta succedendo: abbiamo fatto tutti il test per il Covid 19. Ma se non siamo positivi perché ci tengono rinchiusi da un mese? Nessuno ci dice niente, ma in compenso siamo circondati dalla polizia. Tra l'altro - aggiunge. Se ci fosse un caso di positività sarebbe per noi più pericoloso stare qui dentro, siamo in tanti. Rischiamo sicuramente il contagio. Vogliamo uscire di qui, ma ci dicono che non è possibile".
Da ieri, ci spiega, non è cambiato nulla, è stata solo rafforzata la sorveglianza: "All'interno è pieno di polizia, all'esterno c'è l'esercito. Siamo così pericolosi? - aggiunge. Io sono stato prima a Lampedusa, poi sono arrivato qui, senza mai poter uscire e non credo sia normale questo trattamento".
Il centro di Siculiana era un Centro per l'accoglienza straordinaria (Cas) fino all'ottobre scorso. Ha riaperto ad aprile diventando uno dei centri per l'isolamento fiduciario dei migranti sbarcati a Lampedusa. La capienza è di 116 persone, all'interno la sorveglianza è affidata a 5 squadre della polizia. "Quella di Villa Sikania è una struttura che in passato abbiamo monitorato perché si caratterizzava per una serie di criticità - spiega Annapaola Ammirati di In Limine.
È uno dei centri in cui vengono trasferite le persone da Lampedusa e le condizioni di accoglienza sono sempre state poco adeguate ai bisogni: è un grande centro con stanzoni per 30/25 persone. Spesso i migranti venivano tenuti in condizione di promiscuità. Non solo, ma le criticità hanno riguardato anche le procedure per l'accesso alla formalizzazione della richiesta asilo. Come associazione abbiamo anche presentato denunce insieme a Borderline sicilia.
Ora sappiamo che il centro è adibito alla quarantena, non abbiamo accesso all'interno. Ma che le persone rimangano in quarantena oltre 14 giorni è chiaramente una situazione che non si dovrebbe verificare, temiamo che questo sia dovuto ai nuovi ingressi: potrebbe avvenire che ogni volta che entra qualcuno in accoglienza facciano ripartire la quarantena. È una prassi che abbiamo visto anche nell'hotspot di Lampedusa ma che non riteniamo adeguata".
Anche il sindaco di Siculiana, Leonardo Lauricella, parla di un centro inadeguato, "non idoneo " e in cui non c'è alcun rispetto delle regole. Padre Camillo Ripamonti, direttore del Centro Astalli, nell'esprimere cordoglio per la morte del giovane ragazzo eritreo ricorda che "l'accoglienza diffusa e progettuale gestita nel rispetto delle norme di sicurezza per il contenimento della pandemia non solo è possibile ma necessaria: i migranti non sono merci da tenere ferme in magazzino, sono esseri umani da accogliere e proteggere". Per il Centro Astalli è urgente che il governo stabilisca, accanto alle procedure per gestire il rischio di contagio allo sbarco, anche misure sul medio e lungo periodo che prevedano la distribuzione di piccoli numeri di migranti in tutte le regioni. Per questo è necessaria una modifica tempestiva dei decreti sicurezza in modo da consentire una presa in carico progettuale dei migranti fin dal primo giorno.
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 5 settembre 2020
A Roma l'adunata dei negazionisti: tassisti, albergatori, biker, "eretici" via Facebook, persino un "Popolo delle mamme" preoccupato di sottrarre i bambini alla "dittatura sanitaria". Come un eterno ritorno della storia. Come la peste di don Ferrante.
Rieccoci daccapo: rieccoli. L'adunata negazionista di oggi pomeriggio a Roma segna l'ultima, definitiva cesura con il clima di spaventata e dolorosa pacificazione di marzo e aprile, nato al culmine della strage da Covid-19. Lo strappo è già stato vistoso altrove: a Berlino migliaia di negazionisti hanno innalzato contro l'evidenza del virus la Reichsflagge del 1871, la bandiera imperiale, retrotopia contro realtà distopica, direbbe Bauman.
Da noi è questa forse, da inizio pandemia, la prima vera sfida dell'emotività complottista alla razionalità scientifica. Per uno scherzo della burocrazia (gli organizzatori chiedevano piazza del Popolo) si celebra alla Bocca della Verità questo raduno della menzogna (le mascherine ci ammazzeranno, si dice, facendoci respirare "troppa anidride carbonica").
Sarebbe forte la tentazione di liquidare l'evento come una replica del più modesto moto di piazza di giugno, al Circo Massimo: un cocktail di fascisti e teppisti da curva, ora integrato da qualche lunatico del teatrino mediatico-politico e qualche psichiatra fuori copione. Ma sarebbe un grosso sbaglio. Benché il marchio più ingombrante sia quello di Forza Nuova e di personaggi come Giuliano Castellino (fresco di condanna per un'aggressione ai giornalisti dell'Espresso e persuaso che la pandemia "sia stata pianificata per cinesizzare il mondo"), stavolta il mix annunciato è assai più vario.
Tassisti, albergatori, biker, "eretici" via Facebook, persino un "Popolo delle mamme" preoccupato di sottrarre i bambini alla "dittatura sanitaria" e benedetto dall'arcivescovo Viganò, l'anti-Bergoglio persuaso che la pandemia esista, sì, ma sia la punizione di un Dio vendicativo contro divorziati e sodomiti. In piazza si ritrova qualcosa di molto più diffuso e radicato di qualche nostalgia. Una ribellione profonda alle regole sta rialzando la testa, cullandovi l'idea popolare che non ci sia più nulla da temere (proprio mentre l'uomo forse più popolare d'Italia, Silvio Berlusconi, lotta contro il virus in ospedale): viene dalla stanchezza di nuovi limiti, dalla paura del futuro, dalle saracinesche abbassate.
È una spallata all'odiata razionalità ancien régime che il Covid parrebbe avere restaurato. La parola d'ordine sulla "dittatura sanitaria" attraversa anche quella destra italiana che (opportunamente) non sarà in piazza ma pure si nutre di questo humus: è uno slogan sottotraccia, usato in campagna elettorale e persino in Parlamento, dove i No Mask sentono quale spirito guida Matteo Salvini.
Potente è la retromarcia dalla primavera: scrivevamo allora che l'emergenza sanitaria stava forse cancellando "la lunga stagione dell'incompetenza" (meglio farsi curare da un medico che da un idraulico). In realtà l'aveva solo messa dietro la lavagna. Di nuovo la "libertà" passa attraverso il disconoscimento dei saperi scientifici. Sta nella vulgata dell'imbroglio, nel Covid-19 costruito dai plutocrati; nelle oltre 35 mila vittime che bastava non intubare, si capisce, maledetta sia la scienza!
Intendiamoci. Errori del governo ce ne sono stati e di gravi: su tutti il balletto diverbali del Comitato tecnico scientifico. Ma qui vengono sistematizzati dal complottismo, nulla è casuale. La cosmogonia populista, che ha riscoperto il mantra dell'uno vale uno, la disintermediazione come libertà (di ammassarsi in discoteca o stare in treno senza mascherina alla faccia dei professoroni), cela infine un paradosso politico.
Questo vento di emotività da social network potrebbe ben rigonfiare le vele di chi per primo puntò il dito contro le scie chimiche, dubitò dello sbarco sulla Luna, sostenne che un paio di clic giusti nella Rete valgano una laurea. Ma ora i grillini sono potere, quasi casta.
All'adunata ci saranno, sì, ma in forma criptica, di ex, di cape toste e di irriducibili. Il grillino non più di lotta per eccellenza, Di Maio, "rabbrividisce" invece quando pensa che certi negazionisti "potevano essere al governo di questa nazione". Divorziando così da quel po' di Salvini che gli era rimasto nel cuore e in fondo anche da un po' di se stesso. Perché crescere è questo: perdere qualcosa. A volte anche nelle urne.
di Anna Paola Merone
Corriere del Mezzogiorno, 5 settembre 2020
Dal 23 settembre su Raidue. L'autrice: "Racconto le vite ai margini". Si intitola "Mare fuori" la fiction girata a Napoli, che racconta un altro fronte della città, della sua gente e accende i riflettori su ombre che si allungano minacciose su generazioni di giovanissimi.
L'idea originale di questo nuovo film per la tv è di Cristiana Farina, che firma anche la sceneggiatura di un lavoro al quale è molto legata e che la cui scintilla è scoccata 15 anni fa, quando entrò a Nisida per la prima volta. Era con il cast di "Un posto al sole", per il quale era impegnata come sceneggiatrice, e restò colpita dai volti, dalle storie e dalle speranze di ragazzi che avevano molte domande da fare al mondo. È tornata più volte nel penitenziario minorile, per corsi e lezioni che ha tenuto a più riprese, "e da queste esperienze è venuto fuori un racconto che evidenzia il profilo di adolescenti disposti a rubare il loro futuro, ai quali non possiamo voltare le spalle. "Mare fuori'' è un romanzo di formazione, non giudicante, che svela le insidie di una età difficile, rischiosa per tutti e non solo per chi cresce in quartieri difficili. Il lavoro che ho fatto, grazie al direttore Gianluca Guida, tende proprio ad evidenziare i contorni del bene e del male senza mai giudicare".
In quindici anni Nisida, da dove il mare si vede solo da lontano, è profondamente cambiata. "La prima volta che sono entrata ho osservato gli equilibri interni. Poi - osserva - ogni schema è saltato. In strada si sparava all'impazzata, le paranze dei bambini prendevano il sopravvento e anche dietro le sbarre i clan, le organizzazioni della camorra non avevano più alcun peso. Sintetizzare tutto questo in un unico racconto è stata una sfida importante e complessa".
La prima puntata di "Mare Fuori" sarà presentata ai ragazzi di Nisida il prossimo 10 settembre, due settimane prima della messa in onda ufficiale della fiction che doveva andare in onda a marzo e che è stata invece rimandata causa Covid al prossimo 23 settembre.
Sul piccolo schermo il direttore del carcere minorile è Carolina Crescentini, rigida e severa con un bagaglio profondo di inquietudini personali, al suo fianco Carmine Recano con un cast di attori dove brillano alcune presenze partenopee. "Una donna autore - racconta Farina - può fare la differenza in tutte le storie, aiuta a dare un punto di vista diverso al racconto e ai profili personali. E questo è particolarmente vero nel caso di questa direttrice che arriva al vertice del penitenziario con un vissuto complesso e doloroso. Il lavoro di scrittura, spesso considerato con scarsa attenzione, ha un rilievo assoluto. Ed è quello che fa davvero la differenza".
"Mare Fuori" è stato girato soprattutto a Napoli: alla Sanità, a Nisida, nella Galleria Umberto I, all'Orto botanico. Riprese anche a Cava dè Tirreni e a Roma, a Ponte Milvio, dove si consuma l'accidentale uccisione di un ragazzo da parte di un amico, studente borghese e benestante che si lascia prendere la mano da una notte brava e che finirà perciò nel penitenziario minorile. Farina è già al lavoro sulla scrittura della seconda serie di "Mare Fuori". "L'auspicio - dice - è che incontri il favore del grande pubblico che ha conosciuto la città più problematica attraverso Gomorra, un prodotto molto ben fatto, e che qui troverà un altro aspetto della malavita. Capirà che voltare le spalle a questi ragazzi non si può, bisogna dare futuro a chi altrimenti è pronto a tutto per prenderlo con mezzi non leciti. Questa è una fiction che sa parlare di speranza e delle possibilità di riscatto".
"Mare Fuori" - diretta da Carmine Elia e prodotta da RaiFiction e Picomedia - prende il via dalle storie di Filippo, Carmine, Edoardo e Ciro. Filippo è il ragazzo milanese di buona famiglia che ha ucciso accidentalmente il suo migliore amico durante una notte brava. Carmine è di Secondigliano, sogna di fare il parrucchiere ma sa di essere destinato ad una vita da criminale; Edoardo è un piccolo boss in attesa del suo primo figlio e Ciro sogna di diventare il padrone di Napoli. Tutti i protagonisti si trovano in carcere, dove sono seguiti dalla direttrice Paola Vinci, dal comandante della polizia penitenziaria Massimo e dall'educatore Beppe.
di Roberto Prinzi
Il Manifesto, 5 settembre 2020
Libero dopo 213 giorni di sciopero della fame l'avvocato colpevole di difendere i militanti marxisti-leninisti considerati "terroristi" da Erdogan. Il primo pensiero a Ebru Timtik, la sua compagna di lotta che non ce l'ha fatta. Profondamente dimagrito su una sedia a rotelle, pallido come la mascherina che portava al volto.
Eppure vivo e libero dopo 213 giorni di sciopero dalla fame. Avrà tirato per un attimo un sospiro di sollievo l'avvocato turco Aytaç Ünsal (32 anni) all'uscita dell'ospedale di Istanbul dove era ricoverato in gravi condizioni. Ma la gioia sarà durata poco perché il suo pensiero sarà subito andato alla collega e compagna di lotta Ebru Timtik che lo scorso 27 agosto è morta per la sua stessa battaglia.
Corpi ridotti a lamiere di pelle eppure da anni così minacciosi per il regime del "Sultano" Erdogan. È nella forza di questi corpi deperiti che forse si nasconde la debolezza di un regime autoritario, che si mostra forte (soprattutto all'estero), ma che trema internamente per poche ossa che gridano giustizia. È quanto solo quest'anno ci hanno ricordato Ebru e, solo alcuni mesi fa, gli artisti Bolek e Gokcek del Grup Yorum e il loro sostenitore Kocak.
Aytaç è stato rilasciato giovedì dalla Corte Suprema turca perché ha stabilito che "il prolungamento della detenzione avrebbe messo in pericolo la sua vita". Solo con Aytaç se ne è accorta? Ma questa volta la sentenza del massimo tribunale giungeva nelle stesse ore in cui Erdogan incontrava il presidente della Corte europea dei diritti dell'uomo, Robert Stano. Solo coincidenza?
Negli scorsi giorni i medici avevano lanciato l'allarme sul deterioramento delle condizioni di salute del detenuto. Aytaç come Ebru si trovava in carcere dal 12 settembre 2018. Accusato da un testimone anonimo di appartenere "all'organizzazione terroristica" marxista-leninista Dhkp-C, era stato condannato a 10 anni e 6 mesi di carcere (13 e mezzo per la sua collega).
A salire insieme a loro sul banco degli imputati con lo stesso capo d'accusa però ci sono anche altri 16 colleghi (tutti membri dell'Associazione degli Avvocati progressisti) le cui condanne sommate arrivano a 159 anni di carcere. Processi politici dove a trionfare non è il diritto, ma la punizione del dissidente. E Aytaç, come Ebru, lo è perché la sua azione si oppone al disegno economico e politico voluto dal governo islamista dell'Akp. In difesa sempre degli ultimi, dalla parte di quella società civile vista tout court dal Sultano come "nemica", soprattutto dopo il golpe fallito del 2016.
Un'ostilità che Erdogan ha reso palese questa settimana quando, di fronte all'immagine di Ebru Timtik appesa fuori la sede dell'Ordine degli Avvocati di Istanbul, ha tuonato: "Un avvocato che difende terroristi non dovrebbe essere un avvocato", chiedendo l'espulsione di quelli che hanno legami con il "terrorismo".
"La scarcerazione di Ünsal è una vittoria della mobilitazione della società civile - ha dichiarato l'eurodeputato Giuliano Pisapia, in passato difensore del leader curdo Ocalan. La mobilitazione per la tutela dei diritti umani in Turchia non deve cessare malgrado l'assordante silenzio anche di diversi Paesi europei". A partire da quelli dell'Unione europea come al solito attenta a non disturbare troppo Erdogan. Ieri però il Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa ha esortato Ankara ad assicurare l'immediato rilascio del difensore dei diritti umani Mehmet Osman Kavala, sospettato di tentato rovesciamento del governo. Lo scorso dicembre la Corte europea dei diritti dell'uomo aveva stabilito che il suo arresto e la sua detenzione erano avvenuti in assenza di prove sufficienti e in violazione del suo diritto alla libertà.
di Vittoria Romanello
Corriere della Sera, 5 settembre 2020
Il numero delle sparizioni è comunque sceso. Tra gennaio e giugno 2019 sono stati registrati 3.679 scomparsi, mentre per lo stesso periodo del 2020 sono stati segnalati 2.332 casi. L'Ufficio dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr) ha appena celebrato la decisione del Senato della Repubblica messicana di riconoscere la competenza del Comitato contro il triste fenomeno della sparizione forzata, dei cosiddetti desaparecidos. Un chiaro messaggio della priorità che dovrebbe avere per tutte le autorità messicane questo terribile problema.
I numeri dei desaparcidos e le fosse clandestine. Il ministro Alejandro Encinas Rodríguez ha sottolineato in una conferenza stampa lo scorso agosto che il numero delle sparizioni è fortemente sceso. Tra gennaio e giugno 2019 sono stati registrati 3.679 scomparsi, mentre per lo stesso periodo del 2020 sono stati segnalati 2.332 casi. Bisogna sempre considerare che non si tratta di cifre assolute in quanto vi sono sei Stati che non hanno forniscono tutti i dati. Da quando Andrés Manuel López Obrador ha assunto la presidenza, 63.523 persone sono scomparse. Di questi, 35mila 652 sono stati trovati e 27mila 871 persone ancora non sono state trovate: 33.327 furono trovati vivi e 2.352 morti. Per quanto riguarda le fosse clandestine, il ministro ha detto che dal dicembre 2006 ad oggi le tombe illegali sono 3.978, di cui 6.625 sono state riesumate.
Un problema dimenticato per anni. Il governo messicano dopo questa decisione deve rispettare le molteplici raccomandazioni formulate da diverse organizzazioni internazionali per i diritti umani, e che il riconoscimento della competenza del Comitato contro la sparizione forzata significa l'obbligo di ricevere ed esaminare tutte le denunce, e soprattutto aprire il cammino a una attenzione specializzata alle vittime per proteggere i loro diritti, lavorando per garantire la non ripetizione. Dal 2013 il Comitato delle Nazioni Unite contro le sparizioni forzate ha chiesto al Messico di effettuare una visita nel Paese per esaminare direttamente il problema dei desaparecidos, con l'intento di identificare le linee d'azione per proteggere i diritti delle persone. Un impegno preso il 30 agosto dal presidente Andrés Manuel López Obrador.
Quegli undicimila in più. La cifra di 73mila 201 scomparsi rappresenta un aumento di oltre 11mila rispetto all'ultima volta che sono state offerte queste cifre, che era il 6 gennaio, quando il numero delle persone era stimato a 61mila 637. Questo non vuol dire che negli ultimi sette mesi siano scomparse 11mila persone, ma piuttosto che si è riusciti ad aggiungere al registro persone che fino ad ora non erano state inserite. Cifre che dimostrano l'importanza di questa nuova azione. All'unanimità, con 107 voti i senatori hanno approvato la dichiarazione inviata dal presidente Andrés Manuel López Obrador, un'azione appunto che era stata elusa nei sei anni di Enrique Peña Nieto, riluttante a invocare aiuti stranieri per combattere i suoi grandi mali.
La Repubblica, 5 settembre 2020
Un giudice federale ha emesso un ordine che impedisce al governo degli Stati Uniti di detenere i bambini migranti negli hotel, una pratica che è stata una parte fondamentale del nuovo sistema di controllo dell'immigrazione. Lo riferisce la Cnn. Il giudice Dolly M. Gee ha ingiunto al Dipartimento della sicurezza interna (Dhs) di interrompere l'immissione di minori negli alberghi e di trasferirli in strutture autorizzate entro il 15 settembre. Secondo il magistrato, le condizioni negli hotel "non sono adeguatamente sicure e non tengono sufficientemente conto della vulnerabilita' dei minori non accompagnati in detenzione".
L'ordine si applica ai minori non accompagnati e ai bambini detenuti con i familiari. Prevede eccezioni per i bambini che devono essere trattenuti in hotel per una o due notti durante il transito o prima del volo. Il giudice richiede inoltre al governo federale di consentire a osservatori indipendenti e avvocati che rappresentano i bambini immigrati detenuti di accedere in tutte le strutture in cui i minori sono detenuti in base alle nuove restrizioni di salute pubblica.
"Questa Corte... riconosce che la pandemia può richiedere modifiche temporanee e di emergenza al sistema di immigrazione per migliorare la sicurezza pubblica", ha detto Gee. "Ma questa non è una scusa per il Dhs per eludere le protezioni umanitarie fondamentali che l'accordo di Flores garantisce ai minori sotto la loro custodia, specialmente quando non ci sono prove convincenti che l'albergo sia più sicuro delle strutture autorizzate".
Gli avvocati del governo hanno sollecitato il giudice a ritardare l'esecuzione della sua ordinanza durante l'udienza di venerdì sostenendo che il trasferimento sicuro dei bambini in nuove strutture richiederebbe tempo e coordinamento. Un portavoce delle forze dell'ordine e dell'immigrazione ha detto venerdì alla CNN via e-mail che l'agenzia "sta valutando la decisione del tribunale ma non è in grado di commentare ulteriormente a causa del contenzioso in corso".
ilfarosulmondo.it, 5 settembre 2020
Reporter senza frontiere (Rsf) ha chiesto un'indagine internazionale indipendente a seguito della morte di due importanti giornalisti in Egitto e Arabia Saudita poco dopo la loro improvvisa liberazione dal carcere. Rsf ha invitato entrambi i Paesi a liberare tutti i giornalisti detenuti "per evitare una catastrofe prima che sia troppo tardi" dopo la morte in Egitto di Mohamed Monir e in Arabia Saudita di Saleh al-Shehi rispettivamente il 13 luglio e il 19 luglio.
"La morte di Mohamed Monir e Saleh al-Shehi durante la pandemia evidenzia l'urgenza di liberare i giornalisti in modo da evitare un destino tragico", ha detto Sabrina Bennoui, capo della redazione di Rsf in Medio Oriente. "Esortiamo le autorità egiziane e saudite a salvare i giornalisti dalle prigioni sovraffollate. Evitiamo una catastrofe prima che sia troppo tardi". Monir è stato arrestato dopo un'intervista su Al-Jazeera - bandita in Egitto - e accusato di "diffusione di notizie false" e "partecipazione a un gruppo terroristico".
Secondo la figlia, Monir aveva mostrato sintomi da coronavirus mentre era in prigione, ed è stato sottoposto a visita medica e numerosi test Covid-19 prima che fosse finalmente dichiarato positivo l'8 luglio - quasi una settimana dopo il suo rilascio. Al-Shehi è stato ricoverato in ospedale meno di un mese dopo il suo rilascio dal carcere il 19 maggio. Stava scontando una pena di cinque anni con l'accusa di "aver insultato la corte reale" per aver parlato di corruzione all'interno dell'élite al potere dell'Arabia Saudita. L'Egitto e l'Arabia Saudita sono attualmente due dei più grandi "carcerieri di giornalisti" del mondo. Rsf ha identificato 30 giornalisti detenuti in Egitto e 33 in Arabia Saudita L'Egitto è al 166° posto su 180 Paesi e territori nell'indice World Press Freedom di Rsf 2020. L'Arabia Saudita è al 170° posto.
di Simone Pieranni
Il Manifesto, 5 settembre 2020
Una corte d'appello americana ha stabilito che il programma di sorveglianza della Nsa era illegale e che le rivelazioni di Edward Snowden nel 2013 "hanno provocato un dibattito pubblico significativo sulla raccolta di dati da parte del governo Usa". Chi lo aveva definito traditore, talpa, spia, infiltrato, quando non direttamente amico di sistemi autoritari come la Russia che l'ha ospitato, deve ricredersi, o quanto meno fare una pausa di riflessione. A sostenere che le rivelazioni di Snowden sull'attività di spionaggio di massa da parte della Nsa sono state fondamentali per capirne la natura illegale, aprendo così uno squarcio nella giungla della raccolta dei dati, è stata una corte d'appello americana, e non "pericolosi" personaggi come Assange o Manning.
La sentenza della corte d'appello americana, infatti, ha rafforzato e riabilitato il ruolo di Snowden: secondo i giudici, con le sue rivelazioni l'ex analista "ha provocato un dibattito pubblico significativo sull'opportunità della sorveglianza di massa da parte del governo americano".
La sentenza arriva a seguito di un procedimento di appello contro tre persone accusate di terrorismo: la loro colpevolezza è confermata ma la Corte ha stabilito che in questo caso, così come in tanti altri, le informazioni raccolte dall'allora programma della Nsa sono illegali e per di più non sarebbero utili alle indagini e alla stesura di un giudizio di colpevolezza o meno. Si tratta di 59 pagine che in gran parte ricalcano quanto già deciso da una corte americana nel 2015: da allora il programma di raccolta di dati è ufficialmente sospeso, dopo l'approvazione dello Usa Freedom Act. Il programma della National Security Agency era infatti figlio del Patriot Act, approvato post 11 settembre 2001, che permise alle agenzie di intelligence americane di prendersi ben più di una licenza.
La sentenza però pone alcuni punti fermi di tutta questa vicenda iniziata nel 2013. Presidente era Barack Obama e le rivelazioni di Snowden misero in forte imbarazzo l'allora staff della Casa bianca. Innanzitutto il testo della sentenza riabilita il ruolo di Snowden e sarebbe bene ricordarlo. Edward Snowden, analista della Nsa, venuto a conoscenza del piano di sorveglianza di massa da parte dell'agenzia tentò di denunciarne l'esistenza attraverso canali istituzionali. Ignorato e senza ottenere alcun riscontro, decise di passare all'azione solitaria, con l'aiuto del giornalista Glenn Greenwald, di alcuni media che pubblicarono via via parte del materiale e di WikiLeaks, senza la quale probabilmente Snowden oggi non sarebbe al sicuro, per quanto esiliato, in Russia.
Anche a questo proposito è bene ricordare che Snowden accettò la proposta russa - in mezzo ci fu una fuga a Hong Kong - dopo aver visto stracciato il proprio passaporto americano, dopo accuse di tradimento da parte di mezzo mondo politico americano e dopo il silenzio dei paesi europei che non offrirono alcun sostegno al whistleblower, tacciato anzi di essere una talpa, una spia, quando non un "amico di Putin" e come tale intenzionato a complicare la vita agli Stati uniti. La verità è che Snowden ha compiuto un gesto coraggioso e che la sentenza della Corte riabilita, condannando invece i tanti funzionari americani che nel corso del tempo non solo avevano attaccato Snowden, ma più di tutto avevano affermato l'inesistenza di un piano di sorveglianza di massa.
Come ha sottolineato la Reuters, prima insieme al Guardian a diffondere la notizia della sentenza, "la prova che la Nsa stava segretamente costruendo un vasto database di tabulati telefonici statunitensi è stata la prima e probabilmente la più esplosiva delle rivelazioni di Snowden pubblicate dal Guardian nel 2013". Fino a quel momento, "i massimi funzionari dell'intelligence avevano pubblicamente insistito che la Nsa non avesse mai raccolto consapevolmente informazioni sugli americani".
Poi dopo l'esplosione dello scandalo, alcuni avevano cambiato versione, sottolineando l'importanza di questi dati nella lotta all'estremismo islamista sul territorio americano: la sentenza della corte americana demolisce anche questo assunto. Oltre a concludere che la "raccolta di massa" della Nsa ha violato il Foreign Intelligence Surveillance Act. Il passo successivo dovrebbe essere una sentenza della Corte suprema, unica possibilità, forse, perché Snowden possa tornare negli Stati uniti senza dover rischiare condanne per tradimento.
Per ora da Mosca Snowden si gode questa ennesima conferma circa la giustezza delle sue azioni: "Non avrei mai immaginato che sarei vissuto per vedere i nostri tribunali condannare le attività della Nsa come illegali e nella stessa sentenza vedermi attribuito il merito per averle rivelate"
In agosto Trump aveva balenato la possibilità di concedergli la grazia, in una delle sue tante uscite estemporanee e ieri alcuni repubblicani hanno chiesto di andare avanti, alla luce della sentenza. Anche Snowden può diventare uno strumento nell'infuocato rush finale delle presidenziali.
Ma al di là delle battaglie politiche per la Casa bianca, la sentenza ribadisce una verità che da tempo chiediamo, ovvero la necessità da un lato di tutelare legalmente i futuri Snowden, i futuri whistleblower che ci aiuteranno a capire il perverso controllo garantito a Stati e aziende dalla nostra produzioni di dati, dall'altro quella di portare avanti una battaglia forte perché i Big Data siano un bene pubblico, gestiti in modo trasparente affinché siano utili, anziché dannosi, al procedere della nostra vita sociale.
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