di Gabriele Laganà
Il Giornale, 4 settembre 2020
Nel carcere di Benevento cinque agenti sono rimasti feriti nel tentativo di placare una rivolta. Nel frattempo sono oltre 100 i boss ancora ai domiciliari dopo la scarcerazione per il rischio coronavirus. La paura del coronavirus non è del tutto svanita ma di certo negli ultimi due mesi si è attenuata in modo deciso. Eppure, sono ancora tanti i boss del crimine organizzato rimasti ai domiciliari per il rischio contagio nonostante il decreto Bonafede che doveva riportarli in cella.
La vicenda ha avuto il suo inizio lo scorso 21 marzo a seguito di una circolare con la quale il Dap chiedeva ai direttori dei penitenziari di segnalare i detenuti ultra-settantenni, senza però distinguere tra quelli ancora pericolosi. Il documento, in tempi di emergenza sanitaria, fu interpretata come una sorta di via libera alla scarcerazione dei più malandati per cercare di evitare che si creassero possibili focolai negli istituti di pena. Il risultato, però, è stata la liberazione di centinaia di detenuti, tra i quali bossi di primo piano della malavita organizzata, mandati a casa a scontare la pena.
Come ricorda Repubblica, ad inizio maggio il ministro Bonafede era intervenuto con un decreto per fermare le scarcerazioni. Ma sono ancora tanti, 112 su 223, i detenuti che sono ancora fuori dalle celle. Tra questi, ad esempio, vi è Pino Sansone, ex vicino di casa di Totò Riina, che ha ottenuto gli arresti domiciliari a fine aprile ed è ancora. Stesso beneficio gode l'ergastolano Ciccio La Rocca, lo storico padrino di Caltagirone su cui aveva indagato il giudice Giovanni Falcone.
Dal ministero della Giustizia cercano di vedere il bicchiere mezzo pieno e spiegano che sono "111 sono già tornati in istituto penitenziario ed è un risultato importante, il meccanismo del decreto si è rivelato decisivo perché, rispettando l'autonomia decisionale dei giudici, li ha chiamati a riconsiderare tutti i provvedimenti di scarcerazione e ha consentito di fare rientrare in carcere i boss più pericolosi". Le celle si sono riaperte, tra gli altri, per due detenuti al 41 bis, il boss della Cupola Francesco Bonura, lo 'Ndranghetista Vincenzino Iannazzo e Franco Cataldo, uno dei carcerieri del piccolo Giuseppe Di Matteo.
C'è un dato importante che deve essere spiegato. Lo scorso 14 magio, in commissione Giustizia, Bonafede aveva sottolineato che vi erano"498 scarcerati fra alta sorveglianza e 41 bis". Un numero diverso da quello attualmente segnalato. La differenza è presto spiegata. Dopo le dimissioni di Franco Basentini, travolto dalle polemiche, si è insediato il nuovo vertice del Dap, gestito da due ex pubblici ministeri antimafia, Dino Petralia come capo e Roberto Tartaglia nel ruolo di vice. Il primo atto compiuto dal nuovo corso è stato quello di passare in rassegna tutti i fascicoli dei boss andati ai domiciliari. Dal lavoro è emerso che solo 223 detenuti, 102 sottoposti a misura cautelare e 121 a condanna in via definitiva, erano stati scarcerati per ragioni connesse al rischio Covid. Gli altri 275, in realtà, erano finiti ai domiciliari per "cause diverse e indipendenti dalla pandemia" come "fisiologiche cause processuali, applicazione di benefici previsti dalla legge, oppure motivazioni sanitarie pregresse, del tutto distinte dal rischio Covid".
Al ministero ribadiscono che "è stato fatto davvero tutto il possibile per far fronte alla situazione che si era venuta a determinare". Il decreto di Bonafede ha imposto ai giudici di fare delle rivalutazioni periodiche delle posizioni di chi ha goduto dei domiciliari. Ma vi è stato anche un intoppo come nel caso del tribunale di sorveglianza di Sassari, che era chiamato ad occuparsi del boss dei Casalesi Pasquale Zagaria. I giudici hanno sollevato una questione di legittimità costituzionale sul decreto. "L'obbligo di rivalutazione della detenzione domiciliare" previsto da Bonafede potrebbe finire per "violare la sfera di competenza riservata all'autorità giudiziaria" e dunque "violare il principio di separazione dei poteri". Gli avvocati denunciano anche una violazione del diritto di difesa e di quello alla salute. Un caso, questo, in discussione. Nell'attesa, però, Zagaria non è tornato in carcere.
Ma la situazione carceraria non fa altro che gettare benzina sul fuoco delle polemiche. Matteo Salvini, ex ministro dell'Interno, è andato all'attacco del governo e, contemporaneamente, ha espresso la sua vicinanza a tutti gli agenti della Penitenziaria. "Rivolta nel carcere di Benevento, con 5 agenti feriti, celle in fiamme e un muro sfondato. Il tutto mentre più di 100 boss usciti di cella durante il lockdown non sono tornati in galera nonostante la propaganda del governo. Solidarietà alle donne e agli uomini della Polizia Penitenziaria: l'Italia non merita un governo così incapace e pericoloso. Chi sceglie la Lega sceglie la certezza della pena, chi sceglie il Pd preferisce le rivolte e i boss a casa", ha affermato il leader della Lega.
di Salvo Palazzolo
La Repubblica, 4 settembre 2020
"Le scarcerazioni le hanno decise i giudici. E i provvedimenti della magistratura si rispettano", dice Mauro Palma, il garante nazionale dei diritti dei detenuti. "Peraltro, siamo di fronte a singole decisioni, emesse da tanti giudici con impostazioni e sguardi professionali diversi, non riesco davvero a leggerle come frutto di un disegno".
La vedova di Antonio Montinaro, il caposcorta di Falcone, ha detto che le scarcerazioni dei boss durante l'emergenza Covid hanno rappresentato comunque un segnale devastante...
"C'è un diritto della collettività all'efficacia della lotta alla mafia, ma anche un diritto alla salute di tutti i detenuti. I magistrati, con i loro provvedimenti, hanno contemperato queste due esigenze".
Alcuni pm sostengono che i domiciliari siano inadeguati agli imputati di mafia, che tendono sempre ad avere contatti con l'esterno per i propri affari. Cosa pensa di questa posizione?
"È la legge a prevedere la possibilità della concessione degli arresti domiciliari. E ci sono poi alcuni divieti che vengono imposti: di comunicare, di allontanarsi dalla propria abitazione. Le forze di polizia controllano che sia così. Credo anzi che andrebbe rivalutato l'istituto dei domiciliari nel caso di detenuti di mafia che stanno per finire di scontare la loro pena".
Con quale finalità?
"Attraverso programmi ben precisi si potrebbe controllare meglio il percorso di reinserimento nella società. Invece, oggi, abbiamo detenuti che un giorno hanno il 41 bis e il giorno dopo si ritrovano scarcerati perché hanno finito di scontare la pena".
I familiari delle vittime ribadiscono che nella lotta alla mafia c'è il continuo rischio di mandare messaggi negativi...
"L'esecuzione penale non può avere valore di messaggio, ma si deve basare sull'efficacia. Per evitare la prevalenza della ragione politica su quella giuridica".
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 4 settembre 2020
Corte di cassazione - Sezione II - Sentenza 3 settembre 2020 n. 25022. Via libera al sequestro per equivalente, finalizzato alla confisca, disposto a carico dell'amministratore di fatto e legale rappresentante della una società, delle somme relative a un'ipotesi di truffa aggravata per erogazioni di denaro pubblico. Una misura adottata nell'ambito di un procedimento nato da segnalazioni per operazioni sospette, inviate dalla Banca d'Italia alla Polizia giudiziaria. La Corte di cassazione, con la sentenza 25022, respinge il ricorso contro la condanna. Il ricorrente negava il coinvolgimento nella truffa affermando di essersi limitato alla consulenza aziendale. Nel mirino degli inquirenti erano finite, in particolare, un finanziamento ottenuto con la presentazione a Invitalia Spa di due fatture emesse per operazioni oggettivamente inesistenti e di una polizza assicurativa risultata falsa, oltre all'agevolazione finanziaria, derivante dall'accredito di oltre 125 mila euro, sulla base di una falsa dichiarazione sostitutiva di atto notorio, resa dalla società. Per i giudici c'era di più del semplice fumus di una partecipazione consapevole ai raggiri, sia nella fase precedente l'erogazione dei finanziamenti e delle agevolazioni sia successiva. Dalla documentazione, acquisita anche grazie alle segnalazioni, era emerso non solo che il ricorrente aveva inoltrato a Invitalia e Fincalabra via mail le richieste di finanziamento, ma anche che c'era stato un passaggio di denaro tra il ricorrente e i legali rappresentanti di altre società segnalate e coinvolte nei raggiri, tale da evidenziare una compartecipazione all'ingiusto profitto.
di Giampaolo Piagnerelli
Il Sole 24 Ore, 4 settembre 2020
Corte di cassazione - Sezione V penale - Sentenza 3 settembre 2020 n. 25026. Gli episodi vessatori che configurano il reato di stalking devono essere presi in considerazione anche se tra i medesimi siano decorsi diversi anni. Lo precisa la Cassazione con la sentenza n. 25026/20.
La vicenda - I Supremi giudici si sono trovati alle prese con un motivo di appello che denunciava la violazione dell'articolo 612-bis del cp, smentendo in fatto la sussistenza dei segmenti della condotta. La parte sosteneva in particolare che gli sms ingiuriosi si erano registrati nell'arco di 2 mesi e che essi erano reciproci, e che tre episodi di percosse non potevano configurare lo stalking. Ma - come si legge nella sentenza - la violenza benché perpetrata in un decennio non trova alcuna giustificazione o perdono. E così i Supremi giudici, non potendo entrare nel merito della vicenda, ricordano che ricade sul giudice di merito un più accurato onere di motivazione in ordine alla sussistenza dell'evento di danno, ossia dello stato d'ansia o di paura della presunta offesa, del suo effettivo timore per l'incolumità propria o di persone a essa vicine o della necessità del mutamento delle abitudini di vita. Quanto agli eventi del reato di stalking, la seconda parte del motivo in esame mostra forti dubbi sulla veridicità delle cure psicologiche e della loro connessione eziologica con la condotta dell'imputato, ma il motivo di appello pare ignorare che la prova delle condizioni di prostrazione è stata ricavata da parte della Corte di merito, non già dalle cure psicoanalitiche, ma dalle dichiarazioni della parte e di testi cui la medesima aveva indirizzato le proprie confidenze e che ne avevano percepito direttamente il malessere.
di Angela Stella
Il Riformista, 4 settembre 2020
"Lo dico anche alla stampa democratica. Dietro la decisione di concedere la detenzione domiciliare c'è sempre un bilanciamento della pericolosità sociale e del diritto alla salute".
"Oggi (ieri ndr) ho letto due pagine di Repubblica in cui, quasi che fosse uno scandalo, hanno scritto che 112 detenuti che avevano ottenuto la detenzione domiciliare non sono rientrati in carcere, nonostante il decreto approvato a seguito delle note polemiche di iniziativa televisiva - prima si sarebbe detto di iniziativa legislativa.
Bene, vorrei essere molto chiaro su questo: come Garante voglio ricordare anche alla stampa democratica che le decisioni dei magistrati si rispettano, tutte, anche quelle che concedono la detenzione domiciliare con motivazioni che né io né l'articolista conosciamo, e che sicuramente hanno visto un bilanciamento della pericolosità sociale e del diritto alla salute": è forse questa la parte più interessante della conferenza stampa convocata ieri dal Presidente del Collegio del Garante nazionale delle persone private della libertà, Mauro Palma. Ed è da questo punto che prosegue la nostra intervista.
Professor Palma nell'articolo di Repubblica di ieri a firma di Attilio Bolzoni c'è un altro passaggio che mi ha colpita, quando scrive che "cento e passa galantuomini in questo momento possono fare liberamente quello che hanno sempre fatto: i mafiosi". Non è una narrazione distorta e propagandistica?
Di persone detenute al 41 bis attualmente ancora ai domiciliari ce n'è una sola, e c'è in merito un ricorso pendente davanti alla Consulta, dopo che un magistrato a Sassari ha sollevato un dubbio di legittimità costituzionale. Poi qui il simbolico diventa determinante ma il simbolico - non a caso ci si chiede che messaggio viene dato con queste 'scarcerazioni' - è distruttore del diritto penale. Il diritto penale si centra sul fattuale non sul simbolico. Quando il diritto penale diventa un elemento simbolico la ragion politica ha avuto la meglio sulla ragione giuridica e questa è la fine di uno Stato di Diritto. E poi mi viene da fare un'altra considerazione.
Prego...
C'è il caso di una persona al 41 bis a cui sono stati concessi i domiciliari per motivi di salute e che adesso è tornata in carcere su decisione del magistrato. Ma tra due mesi esce. Mi domando qual è il senso di un 41 bis se un detenuto vi rimane fino all'ultimo giorno prima di tornare in libertà. Questo crea più o meno sicurezza? Una persona fino al giorno X non può vedere nessuno e nel giorno X più 1 torna libera. Non sarebbe molto più sicuro declassificare quella persona all'alta sicurezza nell'ultimo biennio prima della liberazione, per vedere come reagisce?
Ma poi a voler fare qualche conto, carcere non significa solo 41 bis...
I detenuti al 41bis oggi sono 754, quelli in alta sicurezza 9321. Ci sono altre 44000 persone recluse di cui dovremmo parlare.
Come hanno risposto gli istituti di pena all'emergenza e com'è la situazione adesso?
Possiamo dire che in qualche modo le carceri hanno tenuto in ambito emergenza coronavirus: le vittime sono state 4, i contagiati complessivamente 290. Attualmente sono positivi 11 detenuti e 7 operatori. Per i 290 contagiati, in soli 34 casi è stata necessaria una gestione ospedaliera, per tutti gli altri la gestione è stata carceraria. Attualmente i detenuti sono 53.950: il numero era sceso a 52.792 il 10 aprile, poi c'è stato un nuovo incremento e ora è stabile. Un numero eccessivo, non omogeneo territorialmente, con alcune situazioni locali insostenibili. Se disgraziatamente ci fosse una ripresa dei contagi dobbiamo essere pronti con gli spazi. C'è un principio che in Europa è molto chiaro: se un sistema penitenziario prevede 100 posti, devono esserci 90 o anche meno persone. Ci può essere sempre una esigenza che richiede uno spostamento e flessibilità. Quindi noi dove dovremmo diminuire l'affollamento? In questo momento ci sono 970 persone che sono in carcere scontando una pena - non un residuo - inferiore ad un anno. Questo interroga la nostra responsabilità che non è solo quella del sistema penitenziario ma della società tutta: queste persone dovrebbero trovare altre strutture nel territorio pronte ad accoglierle.
Il problema scuola si vive anche dietro le sbarre?
Sicuramente, tutto è stato fermo in questi mesi ma proprio oggi (ieri, ndr) ho avuto qualche elemento di rassicurazione. Gli insegnanti non sono molti e gli studenti detenuti sono persone che già condividono altri momenti all'interno. Quindi c'è una cauta apertura alla ripresa ad ottobre, come avviene sempre in carcere.
Il membro del collegio Emilia Rossi ha posto l'attenzione anche sui suicidi in carcere...
Da inizio anno sono 43, oltre una decina in più rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso che aveva registrato 32 casi. Dieci di questi detenuti si sono tolti la vita a brevissima distanza dall'ingresso in carcere, in un caso il giorno stesso. Durante l'emergenza sanitaria avevo parlato di una doppia ansia che vale per tutti i posti chiusi. All'ansia che avvolgeva tutti noi si aggiunge quella di stare in posto chiuso dove se il contagio entrasse si creerebbero situazioni devastanti. Questa doppia ansia si può trasformare a volte in rabbia - io non nego che c'è un tasso di tensione in carcere maggiore che nel passato anche rispetto al personale - a volte anche in auto aggressività.
Come Collegio del Garante avete voluto incontrare tutti i vertici delle forze di polizia...
C'è stata una ottima interlocuzione. Abbiamo posto alla loro attenzione una riflessione su tre parole: produttività, inimicizia, impunità. Un sistema non è efficace quando determina tanti arresti ma quando riesce ad incidere nello sradicare progressivamente il ricorso al crimine, quando lo contrasta ma non crea un rapporto di inimicizia con l'altro. Un sistema è efficace quando percepisce coloro che commettono maltrattamenti e abusi come una aggressione al proprio lavoro, alla propria professionalità, e non cerca di avere un atteggiamento di copertura.
Durante la conferenza avete annunciato di presentare un amicus curiae nel procedimento che la Corte Costituzionale terrà in tema di ergastolo ostativo. Qual è la vostra posizione?
Vedremo se adesso lo accetteranno, essendo cambiato da poco il regolamento della Corte. La nostra posizione? Non ci può essere pena senza speranza, non può esserci pena che non preveda dopo un congruo numero di anni di detenzione la possibilità di valutare il percorso che la persona ha fatto, altrimenti è inutile il percorso stesso. Il detenuto ha il diritto di essere rivalutato e non essere appiattito al reato commesso magari 30 anni prima.
Questione immigrazione: Lei è d'accordo con la dichiarazione del Ministro Lamorgese per cui niente Recovery ai Paesi che non collaborano con i migranti?
Le do il mio pieno appoggio.
Si torna a discutere molto di Rsa e covid. Anche su questo fronte siete molto impegnati...
Attualmente ci sono circa 90.000 persone nelle 4.609 residenze. Ora sono riprese le visite ma permangono delle criticità: non si può far vedere un parente solo tramite un vetro, come accaduto in qualche struttura. Dobbiamo trovare un modo per garantire i rapporti in totale sicurezza. Soprattutto per i disabili i contatti umani sono fondamentali. Abbiamo scritto a tutti i presidenti di Regione per aprire un dialogo sul tema e al momento ci hanno risposto solo: Emilia Romagna, Lazio, Lombardia, Puglia, Toscana, Friuli Venezia Giulia, Liguria.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 4 settembre 2020
La dirigente Radicale: "Violati i diritti di un ergastolano, lo conferma il giudice". Polemiche dopo la replica del Ministro a un'interrogazione di giachetti ispirata da un articolo del Dubbio. l'esponente pannelliana: "giàscattato il ristoro per uno dei reclusi". "Il ministro Bonafede mente o lo fanno mentire laddove dice che non è stato riconosciuto al detenuto il 35 ter relativamente al periodo della carcerazione al penitenziario di Parma".
È il duro commento dell'esponente del Partito Radicale Rita Bernardini in merito alla risposta data dal ministro della Giustizia ieri all'interrogazione parlamentare a firma del deputato di Italia Viva Roberto Giachetti.
Ai primi di marzo Giachetti ha chiesto al guardasigilli se ritiene di dover adottare le iniziative di competenza per assicurare ai condannati alla pena dell'ergastolo detenuti nel carcere di Parma la possibilità di usufruire di una cella individuale. Nell'interrogazione si fa riferimento all'articolo de Il Dubbio del 29 ottobre 2019 in cui si è data notizia della protesta degli ergastolani trasferiti da Voghera a Parma, puniti con l'isolamento in "cella liscia" per essersi rifiutati di condividere la cella con un altro detenuto.
Roberto Giachetti, infatti, nell'interrogazione, ha fatto presente che ci sono diversi articoli come quelli del regolamento penitenziario e, non da ultimo, l'articolo 6 dell'ordinamento penitenziario (legge n. 354 del 1975), comma 5, il quale stabilisce che "fatta salva contraria prescrizione sanitaria e salvo che particolari situazioni dell'istituto non lo consentano, è preferibilmente consentito al condannato alla pena dell'ergastolo il pernottamento in camere a un posto, ove non richieda di essere assegnato a camere a più posti".
Non solo, il deputato - sempre nell'interrogazione - ha anche fatto riferimento a una sentenza del Tribunale di Sorveglianza di Bologna, la quale ha riconosciuto il rimedio risarcitorio previsto dall'art. 35- ter dell'Ordinamento penitenziario al detenuto M. D. per il periodo in cui nel carcere di Parma è stato costretto a convivere con un altro detenuto nella stanza detentiva singola ravvisando la violazione dell'art. 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo.
Quindi cosa ha risposto il ministro Bonafede? Per quanto riguarda il discorso dei detenuti ergastolani puniti in "cella liscia" per essersi rifiutati di convivere la stanza con altri detenuti, sottolinea che sin dal loro ingresso presso l'istituto di Parma "diversi di questi, con aggiunta di due detenuti AS3 (per un totale di 9 detenuti), mettevano in atto reiterate manifestazioni di protesta mediante battiture delle inferriate, rifiutandosi di essere allocati in sezione ordinaria con altri detenuti, ritendendo inadeguata la superficie in metri quadri a loro destinata e ritendendo che in quanto ergastolani, vantassero il diritto alla stanza singola". A quel punto, spiega sempre il ministro della Giustizia, la direzione del carcere, in ragione dei gravi comportamenti messi in atto, "ne richiedeva l'allontanamento presso altre sedi, adottando i necessari provvedimenti di natura disciplinare". Ma, si legge sempre nella risposta all'interrogazione parlamentare di Giachetti, che nessun trasferimento è stato poi effettuato, "atteso che tutte le strutture dotate di sezioni AS1 non consentono, allo stato, l'allocazione dei detenuti ivi presenti in camera di pernottamento singole".
Alla fine, prosegue sempre il ministro, tutti i detenuti coinvolti sono stati quindi allocati nella sezione Iride, deputata appunto all'isolamento dei soggetti appartenenti al circuito Alta sicurezza e quindi dotate di celle singole. Secondo il guardasigilli, seppur di isolamento si tratta, le celle sono "rispondenti alle caratteristiche delle restanti stanze dei reparti ordinari". Però, come effettivamente Il Dubbio ha sottolineato nell'articolo, si tratta sempre di una sezione punitiva e infatti, alla fine, come spiega lo stesso ministro "tutti i detenuti interessati, ad ecc ezione di uno solo, dopo gli interventi delle varie figure del penitenziario, hanno inteso interrompere il tipo di protesta/ pretesa" e sono tornati a vivere in camera doppia. Per quanto riguarda le "celle lisce", il guardasigilli risponde che non risulta corretta l'informazione, perché sono "alcune stanze prive di televisione e con tavolo di pietra, senza altro tipo di limitazione". Però, prosegue sempre il ministro, "ad ogni modo le camere in questione sono state chiuse e soggetti a lavori di adeguamento, compresa la dotazione di Tv".
Ma ora veniamo al dunque. Bonafede, relativamente al detenuto indicato da Giachetti con le iniziali M. D., risponde che "ha presentato reclamo giurisdizionale sub arti 35ter OP, accolto in parte, ma non in riferimento al periodo di detenzione presso la casa di reclusione di Parma". Ma è vero? Rita Bernardini del Partito Radicale spiega a Il Dubbio: "Non è assolutamente vero ciò che Bonafede dice nella sua risposta all'interrogazione, o mente oppure lo fanno mentire. Ma forse, più probabilmente, non ha letto l'atto che gli è stato allegato!".
In effetti Il Dubbio ha potuto visionare l'ordinanza del tribunale di sorveglianza di Bologna. Il giudice ha accolto gran parte del reclamo riconoscendo il trattamento disumano e degradante riguardanti ampi periodi di carcerazione presso diversi istituti, tra i quali anche quello di Parma. Infatti, come si evince dall'ordinanza, relativamente a quest'ultimo carcere è stato rigettato il reclamo per quanto riguarda il periodo in cui il recluso non ha condiviso la cella con altri detenuti, ma nei suoi restanti 639 giorni, il detenuto ha condiviso "la camera detentiva con un altro detenuto - scrive il giudice - potendo usufruire uno spazio vivibile individuale di mq 3,7.
Per determinare la sussistenza del grave pregiudizio nel caso di specie, in cui lo spazio è superiore a 3 mq e inferiore a 4 mq, si devono prendere in considerazione altre circostanze che influiscono sulla qualità delle condizioni carcerarie". E il giudice le ha rilevate, scrivendo che "costituisce un fattore negativo rilevante per qualificare la detenzione inumana ai sensi della giurisprudenza formatasi sul dettato dell'articolo 3 Cedu in relazione a 639 giorni".
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 4 settembre 2020
Corte di cassazione - Sezione II - Sentenza 3 settembre 2020 n. 18292. Sanzionato dal Garante della privacy il Comune che diffonde i dati personali di una dipendente, tenendoli oltre 15 giorni nell'albo pretorio on line. Uno sforamento del tempo massimo indicato dal Testo unico degli enti locali, per la pubblicazione delle delibere comunali. La Corte di cassazione, con lasentenza 18292, respinge il ricorso del Comune, finito nel mirino dell'Authority, per aver lasciato sul web, per oltre un anno, decisioni dirigenziali nelle quali era indicato non solo il nome e il cognome della dipendente e l'esistenza di un contenzioso con l'amministrazione municipale, ma anche altre notizie. Oltre all'informazione sulla querelle con la Pa, un dato utile a giustificare la nomina di un difensore e il conseguente impegno di spesa per il Comune, veniva indicato lo stato di famiglia dell'interessata, il fatto che viveva da sola e che aveva chiesto, senza ottenerla, una rateizzazione del dovuto. Informazioni che, ad avviso dei giudici di merito, pur riguardando l'assetto organizzativo degli uffici, non potevano rientrare nelle strette esigenze di trasparenza amministrativa.
In considerazione del loro contenuto dunque il Comune avrebbe dovuto procedere spedito verso l'archiviazione e l'oblio e rimuoverle dall'albo pretorio on line entro i 15 giorni indicati dall'articolo 124 del Testo unico degli enti locali. Senza successo il ricorrente si appella alla legge sulla trasparenza, nelle more modificata dal Dlgs 33/2013, e al dovere di pubblicazione in ossequio del principio democratico. Ma non serve. Il Comune non è stato, infatti, sanzionato per aver messo sul sito le determinazioni della dirigenza, ma per avercele lasciate troppo a lungo.
Non passa neppure il tentativo di negare l'elemento psicologico della colpa previsto per l'illecito amministrativo. Per la difesa l'omessa rimozione dal web dei dati personali della dipendente, non era imputabile al Comune. L'ente locale infatti -come aveva chiesto inutilmente di provare con dei testi - non avendo all'interno le professionalità per farlo, si era rivolto ad un consulente esterno, incaricandolo di creare un sito internet in linea con la normativa vigente.
Un argomento smontato dai giudici di legittimità. La Suprema corte ricorda che, in base all'articolo 28 del Codice sui dati personali, il titolare del trattamento è la persona giuridica, non il legale rappresentante o l'amministratore. Una norma che deroga al principio della imputabilità personale della sanzione, configurando un'autonoma responsabilità della persona giuridica. Tale responsabilità "non può ritenersi oggettiva - si legge nella sentenza - ma, analogamente a quanto previsto dal Dlgs 231/2000, in tema di responsabilità da reato degli enti, va configurata come "colpa di organizzazione"".
È dunque responsabile il comune per non aver osservato l'obbligo di adottare le cautele, organizzative e gestionali necessarie ad evitare l'illecito. Giustamente è stata quindi esclusa la tesi, tesa ad ottenere un esimente, secondo la quale il ritardo nella rimozione dal web dei dati personali era dipesa da una disfunzione delle applicazioni informatiche gestite da un consulente esterno. Per i giudici la circostanza era "pienamente riconducibile alla sfera di signoria dell'Ente e del suo apparato".
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 4 settembre 2020
Speriamo non fermi le attività nelle carceri. Gli arresti domiciliari a Maria Carmela Longo, ex direttrice del carcere di Reggio Calabria e poi direttrice di Rebibbia femminile, hanno colpito come un macigno chiunque la conoscesse e l'avesse vista lavorare.
Chi frequenta il carcere femminile di Rebibbia a Roma - come noi facciamo da anni con una certa continuità, fosse solo perché a Rebibbia gioca la squadra femminile di calcio a 5 di Atletico Diritti, polisportiva creata anche da Antigone - sa che è un istituto ben gestito e ricco di opportunità per le donne detenute.
Sono le opportunità offerte durante il percorso detentivo l'arma con la quale, al momento del rilascio, la persona potrà combattere la recidiva e la ricaduta in una vita criminale. Se si saprà affrancare dal reato, sarà anche grazie a quanto il carcere è stato capace di offrire in termini di formazione, prospettiva culturale, responsabilizzazione e capacità di gestirsi la propria libertà. La sicurezza nella società esterna dipende dunque da tutto ciò.
Un carcere che offre prospettive e opportunità è inevitabilmente un carcere più aperto. La formazione, il lavoro, le altre attività non si svolgono nei pochi metri quadri di una cella quasi sempre sovraffollata. Bisogna aprire il blindo, le sbarre, uscire di sezione, andare negli spazi comuni, incontrare altri detenuti, incontrare persone esterne (insegnanti, operatori, volontari), uscire dall'immobilismo.
Maria Carmela Longo, in continuità ideale con l'ottima gestione della direzione precedente, ha in questi anni mandato avanti il carcere femminile di Rebibbia con intelligenza, efficienza, apertura, rispetto che chi in carcere lavora e per chi vi è detenuta. L'apertura era un elemento essenziale di tutto ciò. Ben più facile, ma assai meno utile anche in termini di sicurezza collettiva, è mandare avanti un carcere con efficienza ma chiusura.
Le accuse che le vengono mosse sono gravissime. Si parla di concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo gli inquirenti, avrebbe fatto favori ai boss reclusi nel carcere di Reggio Calabria ai fini di favorire la 'ndrangheta. Sono accuse che - a prescindere dalla volontà della magistratura, per colpa di quei meccanismi di comunicazione che altre volte in passato abbiamo visto - rischiano di pesare su una persona anche se in futuro dovesse dimostrarsi innocente. Nei tanti che hanno letto i titoli dei giornali senza seguire i fatti nei dettagli rimangono i dubbi, gli aloni, i pregiudizi.
I magistrati faranno il proprio corso e accerteranno la verità. Oggi non abbiamo alcun modo di sapere come stanno le cose. Se Maria Carmela Longo sarà provata colpevole, si dovrà dimostrare che ben sapeva che i suoi comportamenti avrebbero favorito la 'ndrangheta e che li ha messi in atto proprio a quel fine. E magari anche che ha avuto qualcosa in cambio.
Se invece avesse agito come agisce con qualsiasi persona detenuta con la quale negli anni l'abbiamo vista interagire - con rispetto, valutando la situazione caso per caso e prendendo decisioni sempre corrette in termini regolamentari ma coraggiose in termini di risocializzazione - e non avesse mai avuto alcun tornaconto né alcun segreto nel prendere i provvedimenti che ha preso, bisognerebbe comunicare in maniera molto chiara la sua innocenza affinché non rimangano ombre.
Ci auguriamo che un'inchiesta come questa non costituisca un freno per tutti quei direttori, poliziotti penitenziari, educatori e magistrati di sorveglianza che credono in un carcere dove si assicurino prospettive di reinserimento sociale in accordo con i principi costituzionali.
*Coordinatrice Associazione Antigone
Il Mattino, 4 settembre 2020
Cinque agenti della polizia penitenziaria sono rimasti feriti, uno più gravemente a causa di una protesta scoppiata nel carcere di Benevento. Secondo quanto rende noto il sindacato Osapp, con il segretario Vincenzo Palmieri e il vice segretario Luigi Castaldo, i promotori delle proteste sarebbero due carcerati di origine marocchina, già protagonisti delle rivolte scoppiate durante il lockdown. I detenuti hanno messo in subbuglio una intera sezione, dato fuoco ad alcune celle, sfondato un muro e devastato anche una cella d'isolamento. I cinque agenti sono tutti stati portati in ospedale. La rivolta del pomeriggio è stata preceduta da un primo evento critico, intorno alle tre, quando due detenuti si sono resi protagonisti di atti di autolesionismo. Per entrambi si è reso necessario l'intervento dei medici.
"Ancora eventi critici che mettono a repentaglio l'incolumità del personale di Polizia Penitenziaria", commentano Palmieri e Castaldi, "e dei taser che ci sono stati promessi non si vede neanche l'ombra". "Visti gli eventi accaduti oggi, aventi come autori due detenuti di origine nordafricana che hanno compromesso l'ordine e la sicurezza interna e determinato anche lesioni in danno del personale intervenuto per ripristinare l'ordine - commenta il segretario regionale dell'Uspp Ciro Auricchio - rinnoviamo l'appello alle forze politiche affinché siano stilati dei protocolli con i diversi Paesi interessati affinché le pene siano espletate nel Paese di origine. La gestione di tali soggetti che il più delle volte hanno anche problemi psichici ed atteggiamenti di auto oltre che etero lesionismo è una questione irrisolta che sta vessando da troppo tempo il personale e necessita pertanto di essere affrontata definitivamente in maniera risolutiva. L'Uspp esprime massima vicinanza al personale ferito ora sottoposto alle cure mediche".
di Attilio Nettuno
casertanews.it, 4 settembre 2020
"Nudi. Cantavamo inni alle guardie". Un'altra testimonianza raccolta da Casertanews sui pestaggi nella casa circondariale "Francesco Uccella" dopo le proteste per i contagi tra i reclusi". Non solo botte e capelli e barbe tagliati. A inizio aprile, dopo le proteste per i primi casi di Covid in cella, i detenuti sarebbero stati costretti a denudarsi e cantare inni alla polizia penitenziaria. Sono questi alcuni dei passaggi agghiaccianti contenuti nella denuncia sporta da uno dei reclusi del reparto Nilo dove si sarebbero verificate torture ai loro danni ad opera degli agenti. Circostanze che sono finite al centro di un'inchiesta della Procura di Santa Maria Capua Vetere che, a giugno, ha notificato 57 avvisi agli indagati, fermati prima di entrare per il turno di lavoro nella casa circondariale "Francesco Uccella".
Una nuova denuncia - A distanza di quasi 5 mesi da quelle presunte atrocità, dunque, il fascicolo nelle mani degli inquirenti continua ad arricchirsi di testimonianze. Tra le ultime quella depositata dall'avvocato Gennaro Caracciolo per un suo assistito, tra le vittime di pestaggi ed umiliazioni. Secondo il racconto, messo nero su bianco, dopo le proteste da parte dei detenuti in seguito ai primi contagi tra di loro, la reazione della penitenziaria sarebbe sfociata in una sorta di rappresaglia da campo di concentramento.
"Ci fecero spogliare nudi" - Era il pomeriggio del 6 aprile quando i detenuti sarebbero stati fatti uscire dalle celle e costretti a mettersi faccia al muro. Ad attenderli c'erano "tantissimi agenti in tenuta antisommossa", cioè muniti di scudi, manganelli, guanti e caschi neri. "Ci fecero spogliare facendoci restare completamente nudi e ci imposero di fare 3-4 piefamenti sulle braccia (flessioni)". Tra i detenuti c'era anche un iraniano che "veniva picchiato perché si rifiutava di abbassare i pantaloni e le mutande". Un altro venne picchiato perché nel rifiutare di spogliarsi sfidò una guardia dicendo "non ci potete togliere la stima e la dignità".
I pestaggi - Dopo questo episodio, prosegue la denuncia, i detenuti vennero fatti rivestire e condotti nel corridoio di passeggio. "Giungevano sempre più detenuti da altri padiglioni. Ricordo che alcuni avevano le maglie stracciate per le percosse ricevute, altri erano pieni di sangue sulla schiena". Dopo l'adunanza i detenuti vennero fatti uscire "tre alla volta" e con l'ordine tassativo di procedere "mani dietro la schiena, testa bassa e schiena bassa". Una "processione" che li conduceva in un corridoio dove dovevano passare tra due file di agenti. "A quel punto iniziavano una serie di pestaggi immotivati".
Le torture. Ci facevano cantare "Evviva le guardie" - Ma la rappreseglia non si sarebbe esaurita il 6 aprile. Il giorno seguente, racconta ancora il detenuto, "ci dicevano che dovevamo tagliarci la barba e i capelli". Non solo. "Ci facevano addirittura cantare una canzone: 'Chi comanda qua?' E noi dovevano rispondere 'Evviva le guardie, evviva la polizia penitenziaria, evviva".
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