linkabile.it, 4 settembre 2020
"In questi giorni le Organizzazioni Sindacali che rappresentano gli agenti di polizia penitenziaria degli Istituti di Benevento e di Airola hanno fatto pervenire alla stampa notizie riguardanti "rivolte" e "proteste" che in questi giorni hanno movimentano la vita e il lavoro in questi luoghi.
Le informazioni in mio possesso, confermate anche dai rappresentanti dell'Amministrazione Penitenziaria rivelano che: nel caso di Benevento alcuni disordini si sono verificati con due detenuti che rifiutavano l'isolamento. Per quanto riguarda invece i ristretti nell'Istituto penitenziario minorile di Airola il tema delle proteste risulta riguardare le misure di protezione e distanziamento durante i colloqui, e non come dichiarato dalla mancanza di una gestione stabile dell'Istituto": queste le parole del garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello, riferendosi alle notizie diffuse dai sindacati di polizia penitenziaria in merito a singoli eventi critici verificatisi negli ultimi giorni negli istituti di Benevento e Airola.
Il professore Ciambriello ha quindi proseguito: "Si tratta dunque di fenomeni circoscritti e circostanziati che pur dimostrando un disagio e un allarme da non sottovalutare, non sembrano assumere le dimensioni totalizzanti che emerge dai comunicati. Da sempre, infatti mi batto affinché sia implementato il numero del personale di polizia penitenziaria che svolge un ruolo cruciale nelle più svariate attività della vita intramuraria.
Tuttavia, questo momento critico risulta gravato dal grande numero di coloro che per diverse motivazioni, tra cui il principale risulta essere la malattia, non si recano a lavoro, sovraccaricando ulteriormente un sistema già stressato.
Fenomeno, quello delle assenze giustificate, che anche a causa dell'emergenza Covid, ha registrato un notevole incremento nell'appena trascorso periodo estivo.Come sempre il mio invito è quello di andare più a fondo nella lettura dei fenomeni che caratterizzano il pianeta carcere; il senso di abbandono che gli agenti denunciano deve sicuramente ottenere risposta dalle istituzioni, evitando ogni strumentalizzazione tesa a far valere le ragioni degli uni piuttosto che degli altri. Non bisogna dimenticare che il carcere è un sistema a più variabile che in quanto tale necessita di equilibrio tra le diverse domande che lo popolano".
Concludendo, ha poi espresso la volontà di agire per la risoluzione di problematiche superabili con il supporto delle istituzioni: "A questo proposito colgo l'occasione per rilanciare la necessità di progettare interventi di supporto a favore degli operatori penitenziari che più volte hanno lamentato le difficoltà in cui versano quotidianamente nel loro delicato compito di garanzia della sicurezza e dei principi che sovraintendono il trattamento delle persone ristrette. Nella giornata di oggi ho dichiarato al Provveditore Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria l'avvio di un'iniziativa volta a prevenire il burn-out, promossa dal mio ufficio e finanziata dalla Regione Campania.
Il Mattino, 4 settembre 2020
"Ci è giunta notizia che nella giornata di ieri i ragazzi ristretti nell'Istituto penale minorile di Airola avrebbero rifiutato il vitto dell'amministrazione. Tra le motivazioni della rimostranza figura la scarsa attenzione alle loro esigenze da parte dell'amministrazione.
È doveroso sottolineare che, sebbene l'Istituto in questione non abbia un elevato numero di utenti, esso è sede dirigenziale e richiede, come tale, la nessaria presenza di una direzione stabile, diversamente da quella attuale, in grado di dare risposte immediate ai problemi, sia dei minori/giovani ragazzi ristretti, che del personale". Lo sottolineano in una nota, i sindacati Uspp, Osapp, Sinappe e Uil.
"In assenza di una direzione stabile, infatti, - prosegue la nota - il personale di polizia Penitenziaria è smarrito e disorientato perché da troppo tempo costretto, da solo, a fronteggiare le più disparate difficoltà, e a vivere, il più delle volte, in uno stato di penosa frustrazione, non potendo dare risposte concrete a questioni che, per funzioni e competenze, devono essere gestite ed affrontate da altre figure professionali, ad esse, per norma, preposte.
Il personale di polizia penitenziaria dell'Istituto penale di Airola ha, inoltre, percepito un senso di abbandono anche da parte del vertice regionale dell'amministrazione, più volte sollecitato anche dai sindacati di polizia penitenziaria su tale questione e su altre, ma senza alcun riscontro".
di Barbara Spinelli*
Il Dubbio, 4 settembre 2020
Con il dramma dell'avvocata la società civile internazionale ha per una volta reagito in fretta isolando Ankara. "Sehid namirin". È un'espressione curda. Significa i martiri non muoiono mai. È vero. Le parole sono le armi più affilate di noi avvocati per rivendicare giustizia e diritti, e sono immortali.
Le parole di Ebru Timtik sono lapidarie: "Se un'avvocata muore, domanderà giustizia dalla sua tomba! Romperemo tutte le nostre catene, vogliamo libertà per gli avvocati, libertà di difendere i nostri assistiti, libertà!". Dopo il colpo di stato, all'indomani della proclamazione dei liberticidi decreti emergenziali e della serie di arresti che ne è conseguita, un collega mi disse che la Turchia si stava trasformando in una prigione a cielo aperto, che comprendeva chi era fisicamente in carcere, chi sapeva che prima o poi, in ragione del proprio lavoro o della banale espressione della propria opinione sui social media, ci sarebbe potuto finire, e chi di fatto aveva già le mani legate, avendo perso il lavoro ed avendo i propri beni congelati dal governo e nessun mezzo giudiziario per difendersi.
Il ruolo degli avvocati è stato essenziale per segnare la via della democrazia, per invocare il giusto processo, per dare una speranza di giustizia. Per le sue parole di denuncia e di pace è stato ucciso l'avvocato Tahir Elci, Presidente dell'Ordine degli Avvocati di Diyarbakir, e sono stati detenuti gli avvocati Taner Kilic, presidente di Amnesty International e Selahattin Demirtas, leader del partito di opposizione HDP, ancora in prigione sebbene la Cedu ne abbia chiesto la scarcerazione.
Ebru, detenuta all'esito di un ingiusto processo, privata della possibilità di difendere e di difendersi, con lo sciopero della fame ha scelto di fornire al mondo una prova materiale del grado di crudeltà al quale il regime turco può arrivare. Sebbene vulnerabile, ha continuato a lungo ad essere detenuta in un carcere con molti contagiati dal covid. Le è stato negato il diritto a consultare un medico di fiducia. È stata trattenuta in ospedale in condizioni paradetentive incompatibili con il suo stato di salute.
Ha chiesto alla Corte Europea di disporre una misura urgente per preservare la sua salute, di poter continuare la misura cautelare in un ambiente compatibile con le sue condizioni e di poter consultare un medico di fiducia, ma la decisione non è arrivata in tempo, lei è morta prima, consumata dall'indifferenza di un dittatore per le persone che tiene in custodia. Come ha giustamente scritto il suo collega Aytac Unsal, anche lui in sciopero della fame ed in gravi condizioni, ora Ebru "sta nascendo nei cuori e nelle menti delle persone".
Ebru ha donato la sua vita per la giustizia, non solo per lei e per gli altri avvocati coimputati, ma per tutte le vittime delle purghe di Erdogan, dell'ingiusto processo in Turchia, per tutti i detenuti di opinione i cui diritti sono stati violati, per tutti quelli indebitamente esclusi dall'amnistia. Questo gesto di umanità, questo atto ultimo come avvocata del popolo, incarnato nel suo cadavere, trenta chili di pelle ed ossa, ha messo il mondo davanti alla drammaticità dell'indifferenza del regime turco per il rispetto dei diritti umani fondamentali.
L'effetto farfalla che ha scatenato è di una potenza impressionante: la società civile è rimasta basita dal fatto che Erdogan abbia lasciato morire di fame un'avvocata in carcere, ed abbia apertamente minacciato di rappresaglie tutti gli avvocati che avevano dimostrato solidarietà alla collega defunta; i media ed i politici italiani ed europei improvvisamente hanno aperto gli occhi davanti a tutte quelle gravissime violazioni dei diritti umani che hanno fino ad oggi hanno deliberatamente ignorato quando denunciate dai detenuti vivi o dagli osservatori internazionali. Gli avvocati italiani, che da mesi compatti chiedono al Governo italiano di intervenire per la liberazione dei colleghi turchi, sono rimasti basiti per l'assoluto silenzio del premier e dei Ministri davanti alla morte di Ebru e per l'assenza di qualsiasi riscontro alle richieste formulate; la comunità dei giuristi europei è indignata per il rigetto della misura urgente richiesta da Unsal alla Corte Europea, e per la contemporanea accettazione da parte del Presidente Robert Ragnar Spano di un'onorificen- za da parte della medesima Università di Istanbul che ha illegittimamente licenziato 192 accademici, colpevoli di aver firmato un appello per la pace. È pure insorto il dibattito se Ebru si debba definire avvocata, avvocatessa o avvocato (in italiano, come impiegato si declina al femminile in impiegata, avvocato in avvocata, non esistendo un genere neutro).
Ora, i relatori speciali Onu chiedono la revisione del processo ed i relatori speciali Pace chiedono alle autorità turche di assicurare libertà professionale agli avvocati turchi, un giusto processo, e l'immediata liberazione per Unsal. La Corte Europea, nel provvedimento con cui rigetta la richiesta di misura urgente, chiede comunque al governo a tener conto della sua richiesta di consultare medici di fiducia.
La morte di Ebru ha dunque toccato i cuori e le menti di tutte e tutti noi, non resta che un sincero augurio: che questo effetto farfalla non si perda con lo spegnimento dei riflettori, che ci aiuti a scongiurare la morte di Aytac Unsal e che ci porti in particolare ad aprire una riflessione pubblica sull'efficacia del sistema internazionale e regionale dei diritti umani nel garantire tempestiva ed effettiva protezione agli individui i cui diritti umani vengono gravemente violati da parte di attori statali.
*Avvocata, membro del comitato esecutivo di Eldh (Associazione avvocati europei per la democrazia e i diritti umani)
di Simona Musco
Il Dubbio, 4 settembre 2020
Pena sospesa per Aytaç Ünsal. La decisione dei giudici arriva dopo la morte dell'avvocata Ebru Timtik. Dopo 215 giorni di sciopero della fame, la 16a Camera penale della Corte Suprema ha deciso di sospendere l'esecuzione della sentenza a carico di Aytaç Ünsal, l'avvocato dissidente condannato a 10 anni e sei mesi di carcere con l'accusa di terrorismo, che ora potrà tornare in libertà a causa delle gravi condizioni di salute.
Una vittoria dei diritti umani, arrivata poche ore dopo l'assurda decisione della Corte europea dei diritti dell'uomo di non intervenire in difesa dell'avvocato, che protesta da quasi un anno per ottenere un processo equo. Un no, quello pronunciato dalla Cedu, arrivato nonostante i rapporti medici indicassero un progressivo peggioramento delle sue condizioni di salute, rischio aggravato dal suo ricovero in un ospedale Covid, in condizioni addirittura peggiori di quelle vissute in carcere. Nella lettera inviata dalla Corte Suprema all'ufficio del pubblico ministero di Bakirköy, è stato sottolineato come Ünsal non possa rimanere in stato di detenzione a causa del deterioramento dello stato di salute, secondo quanto testimoniato dal rapporto dell'Istituto di medicina legale di Istanbul, ordinando così l'immediato rilascio del condannato fino alla guarigione, salvo nuovo arresto o condanna per altra accusa.
"La scarcerazione dell'avvocato Aytaç Ünsal è una vittoria della mobilitazione della società civile che non si è arresa, che ha combattuto per lui e per quanti soffrono sotto il regime di Erdogan. È la vittoria degli avvocati, dei magistrati, dei docenti universitari che in Turchia e in Europa hanno manifestato per chiedere la sua liberazione. La mobilitazione per la tutela dei diritti umani e dei diritti civili in Turchia non deve cessare malgrado l'assordante silenzio anche di diversi Paesi europei", ha dichiarato l'eurodeputato Giuliano Pisapia, che nei giorni scorsi aveva lanciato un appello all'Europa affinché non si dimostrasse complice della violazione dei diritti umani perpetrata in Turchia.
Una notizia arrivata proprio mentre l'Onu ha chiesto un'indagine sulla morte della collega di Ünsal, Ebru Timtik, avvenuta dopo 238 giorni di sciopero della fame. Una morte "del tutto prevenibile", hanno evidenziato gli esperti dei diritti umani dell'Onu, che hanno invitato la Turchia a rilasciare gli avvocati attualmente in carcere, chiedendo un'indagine sul caso Timtik. "Nessuno dovrebbe morire per ottenere un giusto processo, è un diritto fondamentale hanno sottolineato. Si tratta dello spreco totale di una vita umana e siamo sgomenti per la morte di questa coraggiosa donna, difensore dei diritti umani, così come per le circostanze che l'hanno portata alla morte".
Timtik è morta il 27 agosto 2020, dopo tre anni di detenzione. Insieme ai colleghi del Peoplès Law Office, tra i quali anche Ünsal, è stata arrestata nel settembre 2017 e condannata a 13 anni e sei mesi di carcere con l'accusa di appartenenza a un'organizzazione terroristica. Una condanna arrivata dopo un processo che non ha rispettato le garanzie della difesa, basata sulle dichiarazioni di un unico teste tenuto segreto, che le difese non hanno di fatto potuto controinterrogare.
Ed è per questo motivo che Timtik, a febbraio scorso, ha avviato lo sciopero della fame, rivendicando il diritto ad un processo equo. Protesta alla quale si è associato anche Ünsal, che ora versa in condizioni critiche, dopo aver abbracciato, come la collega, l'idea di un digiuno mortale per rivendicare diritti fondamentali. Poco dopo il loro arresto, l'Onu ha chiesto formalmente all'esecutivo di Recep Tayyip Erdogan di spiegare su quali basi giuridiche fossero state formulate le accuse a loro carico e se fossero compatibili con gli obblighi dello Stato ai sensi del diritto internazionale sui diritti umani.
L'Onu ha quindi contestato la detenzione illegale, un processo ingiusto e restrizioni alla libertà di espressione e di associazione. "Ci rammarichiamo che poco sia stato fatto per prevenire questo tragico risultato", afferma l'Onu. Che ha, dunque, chiesto alle autorità di riaprire "i casi degli avvocati per i diritti umani arrestati" e intraprendere un'azione immediata "per rilasciare le persone detenute e condannate in violazione del diritto internazionale".
di Giacomo Barelli*
tusciaweb.eu, 4 settembre 2020
Gli ultimi fatti di cronaca sulle presunte violenze e torture, sui quali come per tutti gli altri passati, va fatta piena luce, portano di nuovo alla ribalta negativa il carcere di Viterbo di "Mammaggialla" sui cui problemi le istituzioni locali spesso fanno finta di non vedere.
E tuttavia grazie al grande lavoro portato avanti insieme al consigliere comunale del M5S Massimo Erbetti siamo riusciti a fine gennaio 2020 a fare approvare in commissione all'unanimità la delibera da noi proposta per la istituzione del garante comunale dei detenuti. Una grande vittoria politica e di civiltà se non fosse che dopo 9 mesi per una sorta di strano boicottaggio amministrativo e forse anche politico, a questo punto verrebbe da pensare, la delibera non è mai stata iscritta all'ordine del giorno del consiglio comunale come invece era normale che fosse fatto.
Più volte in questi mesi con il consigliere Erbetti ci siamo rivolti anche duramente al presidente del consiglio comunale perché faccia rispettare la volontà unanime del consiglio ed affinché faccia portare la delibera al voto dell'aula, ma fino ad oggi invano.
Riteniamo tale comportamento omissivo un gravissimo vulnus istituzionale in quanto non si sta consentendo di dare attuazione a un indirizzo politico del consiglio, per giunta condiviso da tutte le forze politiche cittadine, un inspiegabile e sospetto ritardo nell'approvazione della delibera di cui chiediamo conto al presidente del consiglio, al sindaco, all'assessore ai servizi sociali, al suo dirigente e ovviamente al segretario generale.
Una scelta, quella di istituire la figura del garante comunale per i detenuti, non più rinviabile vista la situazione che potremmo definire permanentemente esplosiva del carcere di Mammagialla che a gennaio di quest'anno contava 612 detenuti per una capienza di 432 con un sovraffollamento di oltre il 40%, con 100 detenuti psichiatrici, di cui 20 definiti acuti e che oggi si trova a fare i conti anche con l'emergenza Coronavirus.
Ciò detto lancio un appello a tutti i capi gruppo di maggioranza e opposizione perché si facciano rispettare le prerogative del consiglio comunale chiedendo tutti insieme nella prossima capi gruppo la immediata calendarizzazione della delibera di istituzione del garante comunale dei detenuti già approvato in maniera unanime in commissione 9 mesi fa. Come dissi all'epoca quel lavoro fatto in commissione è la migliore risposta che il consiglio comunale potesse dare alla drammatica emergenza del carcere di Mammagialla e la prova che la politica, quando lavora su problematiche concrete con competenza e capacità, produce effetti positivi per la città al di là di ogni schieramento. Non possiamo farci smentire o peggio sabotare da chi vuole che non cambi mai nulla,ne va della nostra dignità e credibilità politica davanti ai cittadini.
*Capogruppo Forza Civica
viterbonews24.it, 4 settembre 2020
Il Capogruppo regionale di +Europa Capriccioli: "Serve attenzione urgente da parte delle istituzioni". "La vicenda del detenuto del carcere Mammagialla di Viterbo che, attraverso la denuncia della sua compagna, ha riferito di aver subito maltrattamenti e pestaggi da parte di alcuni agenti, è un fatto che desta molta preoccupazione e su cui è necessario fare piena luce". Lo ha detto in una nota Alessandro Capriccioli, capogruppo di +Europa Radicali al Consiglio regionale del Lazio.
"Negli scorsi mesi, sulle base delle notizie provenienti dal Mammagialla - ha aggiunto - il Comitato europeo per la prevenzione della tortura (Cpt) era intervenuto con un'ispezione della struttura, e subito dopo il Consiglio regionale del Lazio aveva approvato una mozione a mia prima firma che impegnava la Regione a intervenire affinché il Ministero della Giustizia tenesse nella massima considerazione i rilievi emersi dall'ispezione. Oggi, in seguito a questa ulteriore denuncia resa pubblica dagli organi di stampa e da Rita Bernardini, un'attenzione di tutte le istituzioni su quanto avviene nel carcere di Viterbo si rende ancora più urgente: per garantire la tutela dei diritti dei detenuti e per fare piena luce su circostanze che, se fossero confermate, sarebbero molto gravi".
di Massimo Gaggi
Corriere della Sera, 4 settembre 2020
La sindaca di Rochester (New York) contro la polizia che ha incappucciato l'afroamericano, poi morto asfissiato. Il candidato democratico incontra la famiglia del 29enne paralizzato, colpito alle spalle da 7 revolverate. Nella sua visita a Kenosha Joe Biden ha incontrato per un'ora i familiari di Jacob Blake, l'afroamericano colpito per sette volte alle spalle dalla polizia. Poi ha parlato al telefono con lo stesso Jacob dall'ospedale dove giace, paralizzato. Infine, incontrando rappresentanti della comunità in una chiesa, il candidato democratico ha accusato Donald Trump di legittimare l'odio e il razzismo. Due giorni fa nella città del Wisconsin il presidente non aveva incontrato la famiglia Blake, preferendo pronunciare un'ostinata difesa della polizia e una condanna delle rivolte violente, senza distinzioni tra poteste pacifiche e incendi e saccheggi notturni.
La questione razziale è sempre più infuocata e diventa, insieme al coronavirus, centrale nella campagna elettorale, anche perché continuano i casi di violenze della polizia nei confronti di neri. L'ultimo, emerso ieri, risale a marzo e crea imbarazzi anche in campo democratico, coinvolgendo politici, procuratori e un capo della polizia, tutti afroamericani e tutti progressisti. Daniel Prude esce nudo, in preda alla sua follia, dalla casa del fratello Joe in una notte gelida di marzo. Joe chiede aiuto al 911, il numero delle emergenze, che manda una pattuglia. Siamo a Rochester, nello Stato di New York: città democratica di uno Stato democratico. La sindaca, Lovely Warren, è afroamericana come i Prude. Nero pure il capo della polizia. Ma gli agenti non sono psichiatri. Ammanettano l'uomo in attesa dell'ambulanza e lo costringono a restare steso. Poi, visto che dà in escandescenze, gli mettono una specie di casco usato, in America e anche in altri Paesi, dai poliziotti che vogliono proteggersi dagli sputi: è il 23 marzo, inizio dell'emergenza coronavirus anche in America.
Nessuno minaccia, nessuno tira fuori armi, ma nessuno si preoccupa di Prude che respira a fatica. Quando arriva l'ambulanza ha perso i sensi. Morirà una settimana dopo in ospedale. Razzismo? Stavolta quella degli agenti sembra soprattutto incuria, mancanza di compassione per quello che per loro è solo un relitto umano. Non capiscono che sta soffocando, ridono. Si preoccupano solo, come ogni altro dipendente pubblico, di tornare a casa incolumi. Ma il caso è comunque grave, anche perché il medico legale della contea che esegue l'autopsia parla di "omicidio per asfissia". E quando viene fuori il video, impressionante, della body-camera di uno degli agenti, la famiglia Prude denuncia il caso.
Black Lives Matter scende in campo chiedendo punizioni per gli agenti. Lovely Warren, la sindaca, si difende dalle accuse scaricando le responsabilità sullo Stato di New York: sostiene che non poteva fare nulla perché dal 2015 la competenza per i casi di cittadini morti mentre sono nelle mani della polizia è dell'Attorney General dello Stato. Lo scaricabarile non la salva dalla contestazione di BLM, con disordini attorno al municipio e arresti. Alla fine la Warren decide di sospendere i sette poliziotti intervenuti il 23 marzo contro l'opinione del consiglio comunale e pur consapevole che il loro sindacato la denuncerà, convinto che gli agenti non hanno commesso reati nè errori gravi. Ora la parola passa all'Attorney General, il capo della procura di New York. Letitia James, eletta due anni fa, è una star afroamericana del partito democratico: potenzialmente una Kamala Harris della East Coast. Il caso Prude la imbarazza: in un comunicato parla di tragedia, porge le condoglianze alla famiglia, dice che sta indagando, promette trasparenza. Ma Daniel è morto da 5 mesi e fino a ieri c'era solo silenzio.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 3 settembre 2020
Il Garante nazionale dei detenuti risponde a tutto campo sulle diverse problematiche relative ai luoghi di restrizione durante la pandemia. Il Garante nazionale dei detenuti e delle persone private della libertà personale parlerà oggi in conferenza stampa dei numerosi campi di intervento a cui dedica la propria attività. Mauro Palma, presidente del collegio dell'istituzione di garanzia, ha anticipato al manifesto le questioni principali.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 3 settembre 2020
La Corte Europea di Strasburgo (Cedu) ha chiesto al governo italiano di fornire al detenuto in alta sicurezza che ha tentato quattro volte il suicidio, la necessaria sorveglianza e cura psichiatrica in attesa della decisione del Tribunale di sorveglianza di Bari sull'istanza della detenzione domiciliare. Udienza che si terrà il prossimo primo ottobre.
di Salvo Palazzolo
La Repubblica, 3 settembre 2020
A quattro mesi dalla fine del lockdown sono 112 su 223 gli uomini dei clan rimasti ai domiciliari per il rischio contagio, nonostante il decreto Bonafede che doveva riportarli in cella. Il costruttore boss Pino Sansone, l'ex vicino di casa di Totò Riina, ha ottenuto gli arresti domiciliari a fine aprile, nel pieno dell'emergenza Covid. Ed è ancora lì, a casa sua, nonostante l'accusa pesante di aver tentato di riorganizzare un pezzo di Cosa nostra.
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