di Errico Novi
Il Dubbio, 5 settembre 2020
La settimana prossima entra nel vivo l'esame del Ddl Bonafede. Le aspettative sono enormi. Non solo e non tanto per i contenuti della riforma, comunque controversi e per diversi aspetti contestati sia dall'avvocatura che dall'Anm.
di Nicola Scuderi
La Notizia, 5 settembre 2020
Con un annuncio - passato incredibilmente in sordina nei media - il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha affermato che "dal prossimo 10 settembre un Nucleo della Polizia penitenziaria entrerà a far parte della Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo: 7 unità supporteranno il Procuratore Federico Cafiero De Raho analizzando ed elaborando informazioni provenienti dall'ambiente penitenziario, in particolare dal circuito dell'Alta sicurezza".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 5 settembre 2020
Chi credeva che con la riunione di ieri si riuscisse a definire le linee per una più completa ripresa dell'attività giudiziaria, è stato deluso. Il vertice che si è tenuto tra i capi degli uffici giudiziari napoletani e i rappresentanti dell'avvocatura ha prodotto un appuntamento per nuove riunioni. Più precisamente, si è deciso di istituire dei tavoli tecnici, uno per il settore civile, uno per il settore penale e uno per il giudice di pace. L'intento sulla carta è trovare soluzioni mirate a seconda delle esigenze e delle problematiche specifiche di ciascun ufficio, di ciascun settore della giustizia. Si vedrà. Il timore di molti, soprattutto nel mondo dell'avvocatura, è che poco o nulla cambi, che il tempo del desiderato cambio di passo della giustizia non sia ancora maturo. Si vedrà, dicevamo.
Intanto da lunedì dovranno riprendere le attività della giustizia dopo la pausa feriale. Per il momento si procederà con le linee guida decise prima della pausa feriale, quelle che hanno dettato la marcia di processi, udienze, provvedimenti e sentenze durante la cosiddetta fase 2. Cosa succederà adesso? C'è tanta incertezza, forse troppa. Davvero dipende tutto dalla sola curva epidemiologica? Ci sono molti scettici, molti disillusi, molti preoccupati, fra chi frequenta per lavoro la cittadella giudiziaria. Nella migliore delle ipotesi i tavoli tecnici dovrebbero tenersi a inizio settimana prossima e mettere tutti d'accordo - magistrati, avvocati, dirigenti amministrativi, cancellieri - su come organizzare gli accessi in tribunale, nei vari uffici giudiziari e nelle cancellerie, su come celebrare le udienze, su come evitare i rinvii e gestire le prenotazioni, come regolare gli accessi nelle cancellerie, evitare che le decisioni penalizzino il lavoro di uno o un altro attore del pianeta giustizia o mettano a rischio la salute e la sicurezza.
Una matassa da districare, resa ancora più aggrovigliata dalle croniche carenze negli organici di magistrati e amministrativi. La coperta è corta e l'emergenza-Covid ha imposto nuovi problemi e nuove regole di prudenza e di gestione. Cosa fare? Settembre intanto è già iniziato. Ognuno ha calato sul tavolo delle proposte.
Gli avvocati rappresentati dal presidente Antonio Tafuri, numero uno del Consiglio dell'Ordine di Napoli, i penalisti rappresentati dall'avvocato Ermanno Carnevale, presidente della Camera penale partenopea, e i civilisti, rappresentati dall'avvocato Riccardo Sgobbo che guida la Camera civile, hanno puntato su tre questioni: udienze, cancellerie, front office. Chiedono che vengano celebrate più udienze in modo da ritornare a una ripresa della giustizia a pieno regime, prevedendo anche udienze di pomeriggio e per i civilisti udienze in più giorni alla settimana rispetto ai due giorni settimanali da calendario.
Chiedono un prolungamento degli orari di apertura delle cancellerie e l'abolizione del sistema delle prenotazioni. Inoltre, chiedono un potenziamento dei front office che in Corte d'appello e in Tribunale, in questi primi mesi, si sono rivelati utili a evitare folle agli ascensori e gestire in maniera efficiente i flussi di presenze. Sulle prenotazioni, di contro, i capi degli uffici hanno mostrato perplessità di fronte alle richieste degli avvocati ribadendo l'utilità del metodo anche per ragioni di sicurezza, perché attraverso le prenotazioni sarebbe più facile risalire alla catena dei contatti in caso di eventuali positività al Covid.
Gli avvocati sperano che almeno si possano prevedere prenotazioni uniche per più adempimenti anche in sezioni diverse, evitando, come accade ora, di dover fare per ogni adempimento, per ogni ufficio giudiziario, una singola prenotazione. Ci sono orientamenti di massima, quindi, ma le decisioni sembrano ancora lontane. I tavoli tecnici, decisi dopo il vertice di ieri, dovrebbero dare risposte e linee guida e diluire questa nube di incertezza.
Al confronto, tra gli altri, il presidente della Corte d'Appello Giuseppe De Carolis, il procuratore generale Luigi Riello, l'avvocato generale Antonio Gialanella, il presidente del Tribunale Elisabetta Garzo, il procuratore Giovanni Melillo, il presidente del Tribunale di Sorveglianza Adriana Pangia. Presenti anche i dirigenti amministrativi e responsabili della sicurezza del Palazzo di giustizia. Per le decisioni, però, bisogna attendere. Si dovrà aspettare la definizione dei tavoli tecnici. Intanto dovrebbero essere ormai brevi i tempi per consentire test sierologici agli avvocati che desiderino sottoporsi a questo esame. E sarebbe un primo inizio.
di Salvo Palazzolo e Raffaele Sardo
La Repubblica, 5 settembre 2020
Già a maggio la Direzione centrale anticrimine aveva lanciato l'allerta. E la procura di Napoli dice no alla proroga dei domiciliari per Zagaria. C'è un piano straordiriario del Viminale per tenere sotto controllo i tanti boss scarcerati negli ultimi mesi, per rischio Covid e altre motivazioni.
di Gian Domenico Caiazza
Il Riformista, 5 settembre 2020
La notizia è che i detenuti andati ai domiciliari durante il lockdown non erano 498 ma 223. Se si fosse verificato prima ci saremmo evitati metà almeno di indignazione e qualche puntata di Giletti. Stringi stringi, la vera notizia che La Repubblica (Salvo Palazzolo) ci ha dato giovedì scorso in prima pagina a proposito di "boss e mezzi boss" (oscuro copyright by Attilio Bolzoni) scarcerati durante il lockdown per rischio Covid, è che essi non furono 498, come pure dichiarato dal Ministro Bonafede in Parlamento, ma 223, cioè meno della metà.
di Mattia Feltri
Il Dubbio, 5 settembre 2020
Qualche giorno fa nel carcere di Benevento un detenuto s'è impiccato in cella. Ne sono derivati disordini accesi da due suoi compagnie, fra i tanti, un dettaglio non è sfuggito ai frequentatori di internet: i due avevano aperto la rivolta con atti di autolesionismo.
di Dario Del Porto
La Repubblica, 5 settembre 2020
Il 5 settembre del 2010 veniva ucciso il primo cittadino di Pollica. Ma il delitto resta ancora avvolto nel mistero. Acciaroli, le nove della sera del 5 settembre 2010. Un'Audi A 4 è ferma nel buio. Il finestrino del lato guidatore è abbassato. Sul sedile c'è il corpo senza vita di un uomo che ha ancora il telefono cellulare in pugno.
È Angelo Vassallo, da quindici anni sindaco di Pollica, la piccola località del Cilento trasformata, proprio sotto la sua amministrazione, in un paradiso delle vacanze per il suo mare "bandiera blu". Gli hanno sparato nove volte. L'assassino ha usato una pistola baby Tanfoglio calibro 9 ed era a una distanza di circa quaranta centimetri. Forse era seduto in sella a un motorino.
È una calda serata di fine estate. Eppure nessuno sente gli spari. Comincia così, un giallo che si trascina da dieci anni, accompagnato da interrogativi rimasti tutti senza risposta. A cominciare dal più importante: chi ha ucciso il sindaco pescatore, come tutti chiamavano Vassallo? Pochi giorni prima di essere ammazzato, Angelo si era confidato con un amico: "Ho scoperto una cosa che non avrei mai voluto scoprire", gli dice. Ma non aveva aggiunto altro. Che cosa aveva scoperto? È uno dei nodi centrali di questa storia.
Si capisce subito che non si tratta di un delitto di paese. Il sindaco pescatore, durante l'ultima estate della sua vita, era fortemente preoccupato per lo spaccio e il consumo di droga che aveva invaso Acciaroli, allarmandolo come amministratore ma anche come padre per il coinvolgimento dell'allora fidanzato della figlia.
Vassallo temeva che gli spacciatori potessero godere di coperture e per questo una sera, sul porto di Acciaroli, li aveva affrontati di persona, accompagnato solo da due vigilesse. In questo contesto, sin dal primo giorno, si muovono le indagini trasmesse dopo un paio di giorni dalla Procura di Vallo della Lucania a quella di Salerno, nell'ipotesi di una matrice o un metodo camorristico. Ma il cammino appare subito pieno di ostacoli. Sulla scena del delitto, nelle ore immediatamente successive, si muovono un sacco di persone. Troppe per garantire che non ci siano stati inquinamenti.
I primi sospetti della Procura, in quel momento diretta dal futuro procuratore nazionale (oggi europarlamentare del Pd) Franco Roberti, si concentrano su Bruno Humberto Damiani, italobrasiliano che frequenta gli ambienti dello spaccio e della movida cilentana. Resterà a lungo sotto inchiesta ma alla fine verrà scagionato con l'archiviazione del fascicolo,. L'esame dello stube esclude che abbia sparato nelle ore precedenti l'omicidio.
Ad attirare l'attenzione degli investigatori c'è anche la scelta di un ufficiale del carabinieri, il colonnello Fabio Cagnazzo, in quei giorni in vacanza ad Acciaroli, di rimuovere le telecamere di videosorveglianza di un negozio affacciato sul porto. L'ufficiale, a lungo in servizio a Castello di Cisterna e in prima linea nelle indagini contro la camorra, spiega di essersi mosso con l'intenzione di preservare possibili prove.
Il colonnello (che nei mesi successivi ricostruirà in un'informativa la rete dello spaccio in Cilento) finisce indagato insieme al suo attendente, Luigi Molaro, ma anche questo fascicolo viene archiviato per insussistenza di gravi indizi. Lo scorso dicembre, la trasmissione televisiva "Le Iene" dedica uno speciale al caso e si occupa anche di Cagnazzo. L'ufficiale respinge ancora una volta qualsiasi coinvolgimento nel caso e agirà in giudizio contro chi lo ha tirato nuovamente in ballo.
Le indagini prendono in considerazione anche la storia della vigilessa Ausonia Pisani, figlia di un ex generale dei carabinieri originario del Cilento, coinvolta insieme al suo ex compagno, Sante Fragalà, in un duplice omicidio avvenuto a maggio del 2011 a Cecchina, nel Lazio, e maturato proprio negli ambienti della droga. L'interessamento del generale in pensione per il rilascio a due imprenditori napoletani di una concessione per un lido balneare, sempre negata dal sindaco Vassallo fa immaginare un possibile legame con il delitto di Acciaroli, ma le perizie balistiche escludono una compatibilità fra l'arma del delitto e la pistola di Ausonia Pisani.
L'inchiesta va avanti e nel registro degli indagati, a seguito di una segnalazione anonima inviata alla Procura di Napoli, viene iscritto il nome di un altro carabiniere, il sottufficiale Lazzaro Cioffi, per anni in servizio a Castello di Cisterna, citato già in uno dei primi capitoli investigativi, quando gli accertamenti non avevano trovato conferme all'ipotesi di una sua presenza ad Acciaroli il giorno dell'omicidio. Ora Cioffi, che nel frattempo ha lasciato l'Arma, è detenuto perché imputato con l'accusa di collusioni con il boss della droga del Parco Verde di Caivano, Pasquale Fucito ma è libero per l'omicidio Vassallo. Due anni fa il sottufficiale è stato raggiunto da un invito a rendere interrogatorio, ma si è avvalso della facoltà di non rispondere. Questo filone non risulta ancora definito.
Il nuovo procuratore di Salerno, Giuseppe Borrelli, che coordina il lavoro del pm Marco Colamonici, (titolare del fascicolo ereditato dalla pm Rosa Volpe, oggi procuratore aggiunto a Napoli) ha deciso di ripercorrere a ritroso le piste percorse in questi dieci anni di lavoro per poi rileggere il quadro complessivo di quanto raccolto. I buchi sono tanti. A cominciare dalla pistola, che non è mai stata ritrovata. Non ci sono testimoni oculari, nessuno ha sentito gli spari. Non ha consentito di fare passi in avanti neppure l'esame del Dna disposto su 154 persone. Molte dichiarazioni raccolte in questi anni sono apparse incomplete se non contraddittorie o addirittura reticenti. Tanti dubbi, ma una certezza: è stato un omicidio eccellente, non un delitto di paese.
di Valerio Valentini
Il Foglio, 5 settembre 2020
"Crimi e Bonafede fanno solo propaganda sulla pelle dei testimoni di giustizia", dice Piera Aiello (ex M5S). L'unica cosa che adesso non accetta che le si rimproveri, è la testardaggine. "Perché lo sapevano bene, con chi avevano a che fare", dice Piera Aiello, la deputata trapanese eletta alla Camera col M5s, e che dal M5s è uscita tre giorni fa. "Non l'ho chiesto io, di essere candidata. E la mia storia la conoscevano tutti".
La storia, cioè, di una ragazza di Partanna che a diciott'anni sposa il figlio del boss del paese, e che sei anni dopo - nel 1991 - se lo vede ammazzare sotto gli occhi, e decide di non tacere, di confessare, di diventare una testimone di giustizia. Cambiando identità, rinunciando a un pezzo della sua vita. "E ora non accetto che i miei trent'anni di lotta alla mafia vengano buttati nel gabinetto per assecondare le regole di un Movimento che non sta più in piedi, coi gruppi parlamentari ridotti a un'accozzaglia di piccole comitive che si riconoscono ciascuna in un sedicente capo-corrente. Se Vito Crimi e Alfonso Bonafede pensano di poter proseguire con questa loro antimafia di comodo, giocando con la vita e con la morte delle persone per pure esigenze di propaganda, io non abbasserò la testa".
E dire che nel M5S, Piera Aiello c'aveva creduto. "Fu Ignazio Corrao a contattarmi, per il tramite di uno dei miei legali. Era la fine del 2017, mancava meno di un mese alla chiusura delle liste. Ci pensai, e ne parali con mio marito e poi con mia figlia". Alla quale Piera Aiello dovette innanzitutto spiegare chi era, sua madre. Perché anche il nome che era il suo, e che suo è tornato a essere dopo l'elezione a Montecitorio, non era quello che la sua bambina conosceva. "Lei ha sempre creduto che fossi l'altra, quella con l'altro nome".
Il nome, cioè, che le era stato attribuito dallo stato dopo che lei era entrata nel programma di protezione. "Feci una settimana di campagna elettorale, non di più. E la feci a volto coperto, perché ancora non era chiaro se avrei potuto davvero rivelare la mia vera identità. E però quello, in quel momento, mi sembrò il modo migliore di proseguire la mia battaglia". Quella, cioè, per i diritti dei collaboratori e i testimoni di giustizia. "Entrai alla Camera con grandi motivazioni. Mi sentivo un po' in soggezione, in quella commissione Giustizia dove erano quasi tutti avvocati, esperti del diritto. Poi presi coraggio e, con l'aiuto di alcuni giuristi, presentai due leggi. Una proprio sui testimoni e i collaboratori".
Ed è qui che iniziano i problemi. "Perché quel mio testo è stato depositata e discussa dalla Giustizia. Poi però è stato accantonato, rinviato, insomma insabbiato". I colleghi di commissione che dicono? "Alcuni mi hanno supportato, ma in quel gruppo è difficile discutere. Ci sono due o tre animelle, due o tre zerbini dai Alfonso Bonafede, che evidentemente sperano in chissà quale futura promozione e che riferiscono al ministro ogni lamentela, segnalano le voci critiche".
Il mito dell'onestà che si nutre della cultura della delazione, del sospetto. "Appena ho annunciato il mio abbandono, mi sono ritrovata con delle truppe organizzate sui social che mi lanciavano ogni ingiuria, mi accusavano di volermi tenere i soldi. Perché alla fine è sempre quella la minaccia che agitano dall'interno contro chi esprime dissenso: dire che i ribelli vogliono solo evitare di restituire una parte dello stipendio.
Ebbene, io ho deciso che le mie donazioni d'ora in poi andranno ad associazioni attive nel sociale, e non alla srl di Casaleggio. Peraltro, constato che a noi ci fanno le radiografie, invece Rousseau non rendiconta mai nulla: i parlamentari del M5s versano 300 euro al mese alla piattaforma, ma non sanno affatto come vengano impiegati. Ho anche scritto ai probiviri, sei mesi fa, per capirlo".
Risposta? "Nessuna. Però quegli stessi probiviri sono stati assai solerti a inviarmi una lettera di diffida non appena ho annunciato che stavo per uscire dal M5s. E lo hanno fatto con una mail anonima, non firmata. Di quel collegio fa parte anche la ministra Dadone. Che firma lettere anonime".
E Crimi? "Lui sarebbe il mio principale interlocutore, per le leggi che porto avanti, visto che è sottosegretario al ministero dell'Interno che gestisce il programma di protezione dei testimoni di giustizia". E invece? "E invece all'inizio mi forniva indicazioni vaghe.
Poi, quando ha capito che non mi bevevo le giustificazioni che mi dava, ha smesso perfino di rispondermi. Quando gli è stata assegnata la delega specifica al programma di protezione, ha perfino evitato di dirmelo. L'ho dovuto rincorrere. Ora basta: proseguirò la mia battaglia dal Misto. A me, come a tanti altri professionisti candidati negli uninominali, c'hanno usato in campagna elettorale, si sono presi i nostri voti e poi ci hanno parcheggiato a schiacciare bottoni".
di Stefano Bargellini*
Il Dubbio, 5 settembre 2020
L'estrazione a sorte dei togati offrirebbe il vantaggio di descrivere la magistratura italiana nella sua consistenza, così come essa appare ai cittadini nei tribunali. La Scuola superiore della magistratura cura la formazione e l'aggiornamento dei giudici e dei pubblici ministeri. Agli incontri sono ammessi alcuni avvocati, indicati dal Consiglio nazionale forense. Qualche anno orsono, partecipai a quattro giorni dedicati al diritto bancario.
Corso eccellente: relatori preparati, uditori attenti, gruppi di lavoro per i risvolti pratici, pause cadenzate. Al termine di ogni giornata gli organizzatori domandavano di compilare una scheda di valutazione. I miei voti erano sempre alti: una sola, pesante, insufficienza alla relazione di un docente universitario.
Il vicino di sedia, giudice di mezz'età, mi invitò ad essere più accorto: "Fossi in te non lo farei, cambia e metti almeno la sufficienza". Pensavo scherzasse. Non scherzava: "Così irriti gli organizzatori che poi te la fanno pagare". Dopo qualche istante compresi l'equivoco e tranquillizzai l'interlocutore: non ero un collega ma un avvocato che nulla poteva temere dai magistrati che avevano allestito il seminario. Ne convenne, rassicurato di aver trovato la spiegazione di tanta imprudenza. pisodio minimo che tuttavia ricordo come il principale insegnamento di quel convegno. E dal quale i lettori sapranno trarre gli appropriati spunti di riflessione, senza necessità di suggerimenti. Inghiottita la pillola, resta il mal di testa. L'indipendenza della magistratura è principio costituzionale.
L'indipendenza nella magistratura e l'indipendenza dalla magistratura devono ancora trovar casa. Dal 1992 fanno quasi trent'anni. È tornata di moda la riforma del sistema elettorale dei rappresentanti al Consiglio superiore della magistratura. La questione non parrebbe da prima pagina ma tutto quanto riguarda giudici e procure assume nel nostro paese un'importanza straordinaria. Le correnti della magistratura associata avversano il criterio del sorteggio. Al contrario, designare i togati al Consiglio superiore con l'estrazione a sorte fra tutti i magistrati italiani sarebbe la soluzione più aderente alla realtà del nostro sistema giudiziario. Sul perché, ho un'opinione personale.
Ogni controversia ha un giudice naturale. In base ai criteri tabellari (cioè alle regole per la ripartizione degli affari) la lite deve essere automaticamente assegnata alla persona di un giudice. Immaginiamo l'avvio di una causa civile: quando l'avvocato iscrive il procedimento a ruolo (cioè investe l'ufficio giudiziario della nuova controversia) il sistema informativo dell'ufficio trasmette il nome del magistrato che tratterà la lite. Non è una formalità.
Come nei titoli di coda dei film, ogni riferimento a persone esistenti o fatti realmente accaduti è puramente casuale ed anche le attribuzioni di genere sono di pura fantasia. La giustizia distributiva può riservarvi l'ottima giudice 1: risoluta e garbata, ha il senso del diritto (dote non sempre diffusa fra giudici e avvocati). Studia gli atti e tratta argomenti differenti con la stessa naturale perizia tecnica. Scrive sentenze accurate e tempestive. La fortuna è notoriamente cieca e dunque potreste leggere il nome della giudice 2: sempre scortese, non dà mai l'impressione di aver sfogliato il fascicolo che ha di fronte. La vostra causa, anche se urgente e importante, sarà ripetutamente rinviata e la decisione arriverà con anni di ritardo.
Quando verrà depositata, la sentenza sarà casuale e con motivazioni scheletriche. Non per tacitiana sintesi ma per frettolosa trascuratezza. Se, viceversa, scoprirete il nome del giudice 3, potrete tirare un sospiro di sollievo: attento, rispettoso delle parti e dei loro procuratori, condurrà l'istruttoria con pacata consapevolezza e la sentenza sarà coerente ed emessa in tempi ragionevoli. Quanto al giudice 4, non si può dire che sia impreparato o negligente, ma è talmente scontroso e suscettibile che ogni contatto diventa una lotta. L'intemperanza si ripercuote sulle decisioni: difetto di misura non trascurabile in un mestiere che ha per insegna la bilancia.
Potrei continuare, ben oltre il numero dei trenta caratteri di Teofrasto. Ma il significato è chiaro: diversamente da quanto affermano i sergenti di giornata, il rancio non è sempre ottimo e abbondante. E allora, se l'opera che i singoli magistrati svolgono è così diversa e se è la sorte ad assegnare ai cittadini la prestazione esemplare o il servizio mediocre, è coerente che sia egualmente la sorte ad individuare i rappresentanti nell'organismo di governo della magistratura.
Nel 1986 il Partito liberale presentò, con radicali e socialisti, la richiesta di tre referendum per abrogare: a) le norme che impedivano la responsabilità civile dei magistrati; b) le disposizioni sulla Commissione inquirente; c) il sistema elettorale del Consiglio superiore della magistratura. La Corte costituzionale dichiarò inammissibile il quesito sul sistema elettorale del Consiglio superiore. Per i due quesiti ammessi, la consultazione popolare si svolse nel novembre 1987. Con più dell'80% dei voti gli italiani abrogarono sia le norme che impedivano la responsabilità civile dei magistrati sia le norme istitutive della Commissione inquirente.
Nella medesima consultazione i cittadini votarono anche altri tre quesiti, proposti dai radicali, riguardanti le centrali nucleari. Anche per i tre quesiti ecologisti i favorevoli all'abrogazione oscillarono attorno all'80%. Le centrali nucleari italiane vennero spente. Viceversa, i magistrati italiani continuarono a sottrarsi alla responsabilità civile. Nel 1988 il Parlamento approvò a larga maggioranza il disegno di legge predisposto dal guardasigilli Vassalli.
La norma era fatta per non funzionare e non funzionò. O forse funzionò perfettamente: in trent'anni le condanne dello Stato in luogo dei responsabili sembrano essere meno di dieci, sempre senza conseguenze patrimoniali per i magistrati interessati. Né la riforma del 2015, conseguente alla condanna dell'Italia da parte della Corte di Giustizia dell'Unione europea, ha modificato la condizione di sostanziale immunità.
I fuoriclasse non devono guardare a terra per sapere dove è il pallone e Alfredo Biondi non aveva bisogno di leggere un foglio scritto per parlare e convincere. Era la campagna referendaria del 1987, non ricordo dove e quando ma posso citare a memoria perché le parole mi sono rimaste impresse e perché sulla responsabilità civile dei magistrati non ho mai sentito argomenti più semplici e definitivi: "Un poliziotto di vent'anni, con la licenza media, una formazione limitata, uno stipendio modesto, deve decidere in pochi istanti se usare la pistola che porta alla fondina e risponde, anche davanti al giudice civile, dei comportamenti gravemente colposi in cui sia incorso nella concitazione degli eventi. Perché un magistrato, adulto, laureato, vincitore di un concorso prestigioso, con un ruolo autorevole nella società, con uno stipendio decoroso, seduto alla scrivania con il tempo e il modo di ponderare le decisioni, non dovrebbe rispondere di fronte al giudice civile degli errori commessi con colpa grave?". Ecco, appunto. Ciao Alfredo.
*Avvocato
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 settembre 2020
Carmelo Terranova è morto giovedì scorso nel carcere di Parma. Era ai domiciliari perché le sue patologie erano state ritenute non compatibili col carcere, ma poi il clima è cambiato ed è tornato dentro.
Giovedì è morto nel carcere di Parma ed era tra i gravemente malati che sono stati rimandati in carcere dopo l'onda emozionale contro le "scarcerazioni". Si tratta del 72enne pluriergastolano siciliano Carmelo Terranova, il quale a fine aprile ha usufruito della detenzione domiciliare a causa delle sue patologie ritenute inizialmente incompatibili con il carcere.
Il suo legale, Antonio Meduri, aveva presentato istanza di scarcerazione per motivi di salute al Tribunale di sorveglianza di Bari. Ed il magistrato, accertato lo stato di salute precario del detenuto, già vittima di un infarto, anche per l'emergenza Covid 19, aveva disposto la scarcerazione. D'altronde il suo legale, producendo una corposa documentazione medica, ha motivato la sua richiesta con le gravi condizioni di salute del detenuto, afflitto da scompensi polmonari al punto che era costretto a respirare con l'aiuto della bombola dell'ossigeno 24 ore su 24.
Ma il resto della storia la conosciamo. Scoppia il caso "scarcerazioni", arriva l'indignazione popolare e il ministro della giustizia partorisce subito ben due decreti per rendere più difficile la concessione della detenzione domiciliare ai detenuti per reati di mafia e terrorismo. Indignazioni che però si sono rinnovate giovedì scorso con alcuni articoli di Repubblica. Solo che mentre sono riscoppiate le polemiche - si è distinta la sola voce autorevole del Garante Mauro Palma che ha spiegato l'importanza del diritto alla salute. Il Dubbio ha potuto scoprire che nello stesso identico giorno muore uno di quei reclusi fatti ritornare in carcere perché ritenuti - dopo una stringente rivalutazione - compatibili con il regime penitenziario.
Come detto, Carmelo Terranova è stato fatto rientrare in carcere. Inizialmente l'hanno tradotto presso la casa Circondariale siciliana "Cavadonna", in quanto, attraverso la rivalutazione obbligatoria, hanno attestato la compatibilità delle sue condizioni di salute col regime carcerario. In realtà, tempo poco più di un mese, lo hanno tradotto nel carcere di Parma e, esattamente il 14 agosto, è stato assegnato al centro clinico del carcere (ora denominato con l'acronimo Sai).
Struttura interna al penitenziario dove, come più volte ha denunciato il garante locale Roberto Cavalieri, ha solo 29 posti e perennemente tutti occupati: parliamo del punto di riferimento delle carceri di mezza Italia. Detenuti con trapianti, immunodepressi, diabetici scompensati, carcinomi, lesioni ossee. Un vero e proprio lazzaretto interno al penitenziario dove le cure sono sempre più difficili. Non a caso, subito dopo hanno ricoverato il detenuto in ospedale, nel reparto detentivo, dove alla fine è morto.
Terranova, come tutti gli altri detenuti finiti al centro del ciclone, non era un "boss", ma uno degli appartenenti di spicco del clan Aparo. Era stato condannato all'ergastolo dalla Corte d'Assise di Siracusa sia per l'omicidio del francofontese Salvatore Pernagallo, avvenuto il 7 aprile 1992, sia per l'omicidio dell'ex autista del sindaco di Canicattini Bagni, Salvatore Navarra, avvenuto sempre nel 1992 nell'ambito della guerra di mafia tra i clan Aparo-Nardo- Trigila e il gruppo Urso-Bottaro, sia per la strage di San Marco, verificatasi il 3 settembre 1992. Ma la pena, per qualsiasi criminale, deve essere umana, e nei casi dove c'è una evidente incompatibilità carceraria con lo stato di salute, si dispongono misure alternative.
La lotta alla mafia, oggi, pare che si sia ridotta alla caccia ai vecchi "boss" malati che sono ristretti nei penitenziari. Se vengono "scarcerati" per motivi di salute ci si indigna, si fanno inchieste TV e fanno dimettere i vertici del Dap. Se invece muoiono come nel caso di Terranova, silenzio tombale. Nessuna inchiesta TV e nessuno chiede se ci sia stata una qualche responsabilità da parte dei vertici. La sacrosanta lotta alla mafia pare che si sia trasformata in una crociata contro i principi costituzionali.
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