di Maria Fiorella Squillaro
Quotidiano del Sud, 5 settembre 2020
Detenuto muore nel carcere di massima sicurezza di Tolmezzo, in provincia di Udine. Si stratta di Giuseppe Lo Piano, nato a Fuscaldo (Cs) il 19 dicembre 1967. L'uomo condannato all'ergastolo, considerato dai giudici appartenente al clan Serpa ma con posizione giuridica di imputato (appellante e ricorrente), è stato rinvenuto privo di vita nella mattinata di ieri dal suo compagno di cella che ha dato subito l'allarme. I sanitari intervenuti non hanno potuto fare altro che constatarne il decesso.
Giuseppe Lo Piano, era stato condannato, in primo e in secondo grado, all'ergastolo nel processo "Tela del ragno" in merito a numerosi omicidi avvenuti negli ultimi 20 anni lungo il Tirreno cosentino. Un'operazione condotta contro i presunti capi e gregari del clan Perna-Cicero di Cosenza, Gentile-Africano-Besaldo di Amantea, Scofano-Martello-Rosa-Serpa di Paola, e Carbone di San Lucido.
A novembre si sarebbe dovuta tenere l'udienza per l'accusa di omicidio innanzi alla Corte di Cassazione, mentre per quanto riguarda la sentenza di condanna per associazione mafiosa la Suprema Corte, accogliendo il ricorso degli avvocati dell'imputato Sabrina Mannarino e Giuseppe Bruno aveva deciso per l'annullamento con rinvio alla Corte d'Appello per un nuovo giudizio.
Lo Piano, da qualche tempo, accusava un malessere che lo stesso aveva comunicato sia ai suoi famigliari che ai suoi legali difensori. Un malessere che lo aveva portato a ricorrere alle cure ospedaliere sia di Udine che di Tolmezzo. L'ultimo ricovero presso il nosocomio di Udine risale a circa una quindicina di giorni fa e dal quale era stato dimesso dopo qualche giorno. L'uomo pare soffrisse di una patologia cardiaca pregressa, ma i medici sia dell'ospedale che del carcere, avevano ritenuto che le sua malattia fosse compatibile con il regime carcerario. Nei giorni successivi al rientro in carcere, dopo l'ultimo ricovero, le sue condizioni di salute non erano affatto migliorate. Lo stesso Lo Piano, infatti, aveva allertato sia la famiglia che i suoi avvocati, i quali si erano subito attivati. Ma non hanno fatto in tempo. Ieri mattina, come un fulmine a ciel sereno, è arrivata la notizia dell'improvviso decesso.
Gli avvocati Mannarino e Bruno, nella stessa mattinata di ieri hanno fatto pervenire alla Procura di Udine una denuncia con la quale è stato richiesto il sequestro delle cartelle cliniche del detenuto. La morte di Giuseppe Lo Piano è stata segnalata dall'attivista radicale Emilio Quintieri all'Autorità Garante Nazionale dei Diritti delle persone detenute o private della libertà personale presso il Ministero della Giustizia. "Quel che è davvero intollerabile è che detto detenuto, nonostante da tempo versava in gravissime condizioni di salute, sia stato tenuto in carcere fino alla sua morte - dichiara l'attivista radicale in favore dei diritti dei detenuti Emilio Quintieri - La Procura della Repubblica presso il Tribunale di Udine, avente giurisdizione sull'istituto penitenziario, ha già aperto un fascicolo e disposto, oltre al sequestro della salma, anche gli opportuni accertamenti medico legali".
sardegnalive.net, 5 settembre 2020
La fotografia della realtà detentiva al 31 agosto esaminata da Maria Grazia Caligaris (Associazione Socialismo Diritti Riforme). "Hanno superato il numero regolamentare i detenuti della Casa Circondariale "Ettore Scalas" di Cagliari-Uta (563 per 561 posti) e della Casa di Reclusione "Salvatore Soro" di Oristano-Massama (266 per 263). Anche se l'eccedenza è contenuta testimonia la condizione di difficoltà che ancora una volta caratterizza la vita dietro le sbarre negli Istituti Penitenziari rispetto alle Colonie". Lo afferma Maria Grazia Caligaris, dell'associazione Socialismo Diritti Riforme esaminando i dati del Ministero della Giustizia che fotografano la realtà detentiva al 31 agosto.
"Quello che salta agli occhi - sottolinea - è la situazione delle Colonie dove a fronte di 613 posti disponibili ci sono soltanto 271 detenuti (200 stranieri). In particolare, l'incidenza maggiore con l'82,8% di stranieri si registra a Is Arenas-Arbus dove sono recluse 70 persone (176 posti) di cui 58 straniere. Al secondo posto di questa singolare classifica si colloca Mamone-Onanì con 133 reclusi (320 posti) 106 dei quali stranieri.
Infine, con 52,5% stranieri (36 su 68) c'è Isili (117 posti). In Sardegna sono complessivamente private della libertà 2051 persone (37 donne) per 2.611 posti. Una situazione ottimale ma solo apparentemente. Sottraendo i posti vuoti delle Colonie e delle sezioni chiuse per lavori, circa 90 posti soltanto a Badu 'e Carros, il margine di spazio disponibile si riduce drasticamente e mostra la sofferenza dei posti nelle carceri costringendo i detenuti a convivere in 3 o addirittura in 4 in celle progettate per 2 persone".
"Interessanti anche i dati sulla condizione detentiva. In Sardegna su 2.051 detenuti, 280 (13,6%) sono in attesa di primo giudizio. Il dato nazionale è nettamente superiore infatti 9.344 (17,7%) sono in attesa di primo giudizio su 53.921 ristretti. Una notizia però solo parzialmente positiva dal momento che - conclude l'esponente di Sdr - la presunzione di innocenza è tale fino a prova contraria. Altro dato invece decisamente positivo l'immunità dal virus covid 19 nelle strutture detentive dell'isola".
di Dario Del Porto
La Repubblica, 5 settembre 2020
Non ha mai smesso di battersi per conoscere i nomi dei mandanti e degli assassini: "Sono ancora tra noi e vivono nelle istituzioni". "Il tempo delle schermaglie è finito. Adesso abbiamo il dovere di dare un nome all'assassino. È ancora tra di noi e vive nelle istituzioni".
Dieci anni sono passati e Dario Vassallo è ancora qua, sul porto di Acciaroli, a battersi per conoscere la verità sull'omicidio del fratello Angelo, il sindaco pescatore di Pollica ucciso il 5 settembre 2010 con nove colpi di pistola. Un delitto irrisolto sul quale Dario, medico da anni trasferito a Roma insieme all'altro fratello Massimo, ha scritto due libri. L'ultimo, redatto a quattro mani con il giornalista Vincenzo Iurillo, si intitola La verità negata. "Per chi sa leggere, in quelle pagine si può capire chiaramente chi ha ucciso Angelo", afferma Dario Vassallo.
Secondo lei chi è stato?
"Non una persona sola. Erano almeno in tre. Spero che la magistratura italiana legga questo libro, perché lì viene evidenziato come un gruppo di appartenenti allo Stato abbia tenuto in questi anni comportamenti non idonei al ruolo. All'autorità giudiziaria chiedo di accertare anche un'altra cosa".
Quale?
"Voglio sapere se questi uomini delle istituzioni hanno agito da soli, oppure insieme. Io penso che un sistema abbia depistato le indagini. Ma è una mia idea, tocca a giudici e pm accertarlo".
Nelle indagini sono stati coinvolti più appartenenti all'Arma dei carabinieri. Alcuni sono stati ascoltati come testi, altri sono stati indagati e poi la loro posizione è stata archiviata. Un ex sottufficiale, Lazzaro Cioffi, è stato l'ultimo in ordine di tempo ad essere messo sotto inchiesta e l'esito di questo filone non è ancora conosciuto. Che cosa le ha detto il comandante generale Giovanni Nistri quando l'ha incontrata assieme a suo fratello Massimo?
"Ci ha ricevuto cordialmente, abbiamo parlato a lungo. Quanto accaduto in questi anni non incrina assolutamente la nostra fiducia nell'Arma che è al nostro fianco. Se altri con la divisa hanno tenuto comportamenti sbagliati, dovrà accertarlo la magistratura".
Pensa anche lei che la chiave dell'omicidio vada ricercata nel tentativo di suo fratello di opporsi allo spaccio di droga ad Acciaroli?
"Quello è il punto di partenza. Con la droga si fanno soldi facili. E tanti. Questo porta con sé investimenti, speculazioni. Basta guardarsi intorno. Acciaroli oggi non è quella che voleva mio fratello. Ma noi, come fondazione, restiamo vigili e faremo di tutto per difendere quello che Angelo aveva creato, evitando ad esempio che i beni comuni finiscano nelle mani dei privati".
Da quando suo fratello è stato ucciso, lei non ha mai smesso di esporsi in prima persona. Ha mai avuto paura di ritorsioni o di azioni legali?
"Gesù è morto in croce, non di freddo. E io non voglio portare questa croce sulle spalle per altri dieci anni. Per cercare la verità ho sacrificato la famiglia, ma non ci sto a passare per un vigliacco. Le minacce non mi hanno mai spaventato. E non mi riferisco alle querele".
Che intende?
"Una notte sono entrati in casa mia, hanno rovistato fra le mie cose senza prendere nulla. Ho dovuto depositare davanti a un notaio il resoconto di una conversazione che ho avuto con un magistrato, perché ne restasse traccia se dovesse capitarmi qualcosa. Ma non mi fermo. Nessuno può comprare la mia dignità. Finché avrò voce, continuerò a chiedere giustizia per l'omicidio di mio fratello".
Gazzetta di Modena, 5 settembre 2020
Tutti e nove i fascicoli sui decessi avvenuti tra l'8 e il 9 marzo in Procura a Modena. Testimonianze da confermare. Oltre alle inchieste sui cinque detenuti trovati morti all'interno di Sant'Anna, ora i pm modenesi Francesca Graziano e Lucia De Santis stanno indagando anche sui quattro detenuti morti durante o dopo il trasporto in altri istituti. In realtà sono otto i fascicoli a Modena: manca solo quello di Hadid Ghazi, 30 anni, tunisino, il detenuto morto all'ospedale di Verona il 10 marzo durante il trasferimento al carcere di Trento, ma pare si tratti solo di un problema formale che avrà soluzione nei prossimi giorni.
La riunificazione di tutti i pezzi di un'indagine che riguarda lo stesso evento è importante non solo per una ricostruzione di quanto è accaduto ma anche per capire se, come raccontano due detenuti, sono stati commessi o no gesti di violenza su alcuni detenuti.
Il procuratore Giuseppe Di Giorgio ha infatti ricevuto i fascicoli nei giorni scorsi dalle procure di Parma (dove il 10 marzo è morto il moldavo Arthur Isuzu, 30 annni), di Alessandria (per la morte di Abdellah Rouan, 34 anni, marocchino) e soprattutto di Ascoli per il decesso di Salvatore Sasà Piscitelli, 40 anni, il detenuto al centro del caso più drammatico.
Nelle due lettere scritte da detenuti, spedite all'agenzia stampa Agi, viene raccontata una lunga serie di azioni brutali che avrebbero commesso agenti della penitenziaria dopo la rivolta contro detenuti estranei. Si cita anche la vicenda di Sasà Piscitelli, detenuto tossicodipendente diventato apprezzato attore di teatro in carcere a Bollate e poi a Modena: caricato sul furgone già in coma per una overdose secondo uno degli autori delle lettere sarebbe stato picchiato durante il trasporto e anche una volta messo in cella ad Ascoli, morendo l'indomani all'ospedale della città marchigiana.
"Sasà stava malissimo e sul bus lo hanno picchiato, quando è arrivato non riusciva a camminare. Era nella cella 52, ho visto che nessuno lo ha aiutato", scrive uno dei due detenuti per ora anonimi per paura di ritorsioni. Una testimonianza gravissima che va verificata. Quanto ai cinque detenuti trovati morti a Sant'Anna, l'autopsia della Medicina Legale indica la causa in un'overdose di metadone e neurolettici ed esclude la presenza di segni di percosse e altre violenze.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 5 settembre 2020
C'è un primo caso di positività al virus Covid-19 nella giustizia milanese dopo la ripresa delle attività post pausa estiva, ed è un magistrato, ma per una serie di circostanze il caso non desta particolare allarme. Si tratta infatti di un sostituto della Procura generale che, da poco di rientro dalle ferie, sinora aveva fatto una sola udienza l'1 settembre, non a Palazzo di Giustizia ma in un'aula della Corte d'Appello della giustizia minorile nell'ala distaccata di via San Barnaba.
Ciò che più conta è che l'udienza era durata pochi minuti, l'aula era grande, i giudici e le parti erano lontani oltre 4 metri dal sostituto procuratore generale, tutti portavano mascherine. È dunque solo per scrupolo che sono stati avvisati e lasciati a casa i giudici della sezione e i cancellieri, così come avvisati sono stati gli avvocati che erano presenti all'udienza: sarà ora l'Ats a valutare se sia il caso di allargare i tamponi a loro e alle persone a loro prossime. La positività è emersa quando una nota del presidente vicario della Corte d'Appello, Giuseppe Ondei, ha chiesto ai magistrati e al personale amministrativo di "segnalare se ci siano stati contatti stretti" con la toga contagiata "e a quando risalgano", segnalazioni da inviare all'Ufficio Affari generale della Corte d'Appello. Nel frattempo l'aula dove martedì si è tenuta l'udienza è stata chiusa e sanificata nel pomeriggio di ieri, come pure i corridoi circostanti e la cancelleria.
leccesette.it, 5 settembre 2020
Il consigliere del M5S Antonio Trevisi ha visitato la lcasa circondariale di Lecce e ha incontrato la direttrice Rita Russo e l'ufficio tecnico per parlare delle opportunità di reinserimento lavorativo per i detenuti offerte dal Superbonus 110%.
"Il Superbonus - spiega Trevisi - diventerà una misura strutturale come annunciato dal ministro Patuanelli, per questo è importante continuare a informare i cittadini sulle opportunità offerte. Dall'incontro di oggi sono nate diverse idee, tra cui la possibilità di utilizzare i parcheggi antistanti la casa circondariale per l'installazione impianti fotovoltaici, come ho fatto per Unisalento dieci anni fa".
"Si è pensato anche a corsi di formazione teorici e pratici - aggiunge - per i detenuti coinvolgendo la scuola edile e l'impresa aggiudicataria di futuro bando sui parcheggi fotovoltaici nel carcere, in modo da formare profili professionali che possano trovare una immediata collocazione nel mondo del lavoro, come per cappottisti, impiantisti, elettricisti. Parliamo di un'occasione di riscatto sociale importante che si sta concretizzando grazie alla misura del Super bonus 110% che causerà nei prossimi anni uno choc economico nel settore dell'edilizia e molte imprese del settore avranno difficoltà a reperire manodopera".
"Per questo formare - conclude Trevisi - i detenuti, a cominciare da coloro che stanno per finire di scontare la pena, può rappresentare una occasione utile per un reinserimento sociale e per dare una seconda possibilità a tante persone che non hanno avuto in passato delle opportunità lavorative".
Il Riformista, 5 settembre 2020
I detenuti in semilibertà del carcere di Secondigliano scrivono al Presidente del Tribunale di Sorveglianza, al Ministero della Giustizia e alla Direzione del carcere preoccupati per l'aumento dei contagi. Denunciano una situazione igienico-sanitaria difficile da gestire in cella, soprattutto per chi può uscire ogni giorno dal carcere per recarsi al lavoro per poi rientrare alla sera. Il rischio di portare il virus all'interno del carcere aumenta anche per la difficoltà a lavarsi e per questo motivo chiedono a gran voce di poter continuare a scontare la loro pena mantenendo solo l'obbligo di firma. In questo modo si alleggerirebbe la pressione nelle celle.
"I semiliberi della Casa Penitenziaria di Secondigliano, a seguito della totale emergenza del Covid-19, portano alla sua cortese attenzione le precarie condizioni di sopravvivenza, principalmente in misura di igiene e sanità. Dopo uno stand-by di rientro, si è provveduto a riaprire la sezione semilibertà, nnon tenendo conto dei molteplici e quotidiani problemi, in quanto le stanze dotate solo di un lavabo e wc ospitano dalle 5 alle 6 persone.
Pertanto ogni sforzo di accortezza personale o sul buon vivere viene a cadere per l'inesistenza precauzionale notturna. Ovviamente questo non vuole essere uno sfuggire alle regole, ma prendere in considerazione una sorta di firma presso le stazioni di polizia o arresti domiciliari notturni apporterebbe a minore stress da parte nostra e dei nostri familiari, costretti ancora una volta a condividere passivamente il nostro percorso di semilibertà per una questione di probabili soggetti a rischio Covid-19. Tutto è dimostrabile da una visita presso le sezioni in questione. Sicuri come sempre della disponibilità nonché della sensibilità profusa, restiamo in attesa di una risposta benevola".
di Rossella Grasso
Il Riformista, 5 settembre 2020
"Mio figlio può morire da un momento all'altro e voglio riabbracciarlo. Il carcere di Opera uccide le persone, se deve pagare può farlo anche in un carcere a Napoli, vicino ai suoi cari, non per forza lì". È questo l'accorato appello di Carmela Stefanoni, mamma di Ezio Prinno, arrestato nel 2010 durante una retata anticamorra a Napoli, nel dedalo di viuzze della Rua Catalana. Oggi Prinno ha 44 anni, è detenuto a Milano e le sue condizioni di salute sono molto precarie. Sua madre è disperata: "Non ho soldi per andare a Milano a trovarlo e ho sue notizie confuse che mi vengono dette in maniera non ufficiale. So solo che è ricoverato e sta talmente male che al telefono non riesce a dire una parola".
Carmela racconta che suo figlio soffre di crisi epilettica da quando aveva 14 anni e ultimamente in carcere ha le crisi anche 7 volte al giorno. I tanti dottori che lo hanno visitato lo hanno dichiarato non idoneo al regime carcerario. Non è la prima volta che Carmela chiede l'avvicinamento a Napoli di suo figlio. Ma, nonostante il parere dei medici che hanno riconosciuto in più occasioni la precarietà delle sue condizioni di salute, i giudici hanno sempre rigettato la richiesta. Quando è entrato in carcere aveva 24 anni, ma negli anni le sue condizioni sono gravemente peggiorate, tanto che è costretto a indossare sempre un casco per proteggersi durante le convulsioni delle crisi epilettiche che sono sempre più frequenti.
"Una volta sono andata a trovarlo e con tutto il casco aveva tanto sangue che scorreva dalla testa - racconta Carmela - e buchi in testa. Mi avevano detto che il casco l'avrebbe protetto, invece gli toglie solo l'aria perché lo stringe sotto il mento". Ezio ha anche un nipotino di tre anni che non ha mai conosciuto perché nessuno della famiglia ha abbastanza soldi per andare a trovarlo a Milano. Ha quattro figli di cui una minorenne che ha ereditato da lui l'epilessia e non sta bene. "Noi non siamo un clan - dice Carmela - non abbiamo i soldi per fare nulla".
di Michele Weiss
La Stampa, 5 settembre 2020
È in corso al carcere minorile l'evento nato per promuovere l'inclusione sociale e facilitare il reinserimento sociale dei ragazzi. A guidare il gruppo, la stella della Nazionale di rugby Diego Dominguez. Come dimostrano le molteplici iniziative al riguardo, lo sport aiuta il recupero delle persone in situazioni di disagio e difficoltà. Torna per il quarto anno un appuntamento particolarmente apprezzato in città: il Gruppo Mediobanca Sport Camp, dedicato ai ragazzi del carcere minorile di Milano per promuovere l'inclusione sociale e facilitare il reinserimento dei giovani post carcere.
Promosso dal Gruppo Mediobanca in collaborazione con il Cus Milano Rugby, storica realtà cittadina della palla ovale, il campo coinvolge, ancora per oggi, 26 ragazzi del carcere minorile tra i 16 e i 21 anni, impegnandoli in diverse discipline come rugby, nuoto, basket e atletica. A guidare il gruppo, un grande campione della palla ovale milanese e della Nazionale italiana del passato, Diego Dominguez, oggi attivo in progetti di recupero con il suo staff.
L'iniziativa ha l'obiettivo di trasmettere valori positivi attraverso esperienze di gruppo, spiega Giovanna Giusti del Giardino, responsabile Sostenibilità del Gruppo Mediobanca: "Il Gruppo Mediobanca Sport Camp nasce per promuovere l'inclusione sociale: è un'esperienza unica che abbiamo scelto di condividere anche con i nostri dipendenti, parte attiva del progetto come volontari". Quest'anno, testimonial del campo è il campione di nuoto Federico Morlacchi (4 ori alle Paralimpiadi di Rio 2016), entusiasta della sua partecipazione: "Lo sport ha un importante ruolo formativo all'interno così come all'esterno delle carceri. Per questi ragazzi in particolare, collaborazione, rispetto delle regole e stima reciproca possono costituire valori sociali su cui costruire un nuovo inizio".
associazionestellamaris.it, 5 settembre 2020
È stata questa la domanda sorta spontanea ad una bimbetta di circa 7 anni, osservando i dipinti che nel fine settimana del 18 e 19 luglio 2020 hanno ornato la Loggia dei Mercanti di Sermoneta in occasione del "Maggio Sermonetano".
L'Artererapeuta Rossana Pane, in collaborazione con il referente del Cipia 9, il professor Tommaso Virgili, ha esposto gli interi percorsi pittorici di Arteterapia del Colore secondo il Metodo Stella Maris. nati nella sezione di massima sicurezza maschile e nell'area femminile della Casa Circondariale di Latina. Le opere hanno visto la luce in una cornice del tutto peculiare. Attraverso il susseguirsi dei dipinti, portavoce delle individualità che, con coraggio, hanno palesato attraverso il colore gli spaccati delle loro anime, è possibile percepire come si sia potuto lavorare sullo scioglimento di quelle sbarre animiche generate nel tempo, creando una via d'uscita e uno spiraglio di luce verso una libertà interiore. Il progetto nasce nell'anno accademico 2018/2019 nell'ambito dei tirocini attivi per conseguire il diploma da arteterapeuta alla scuola del Colore Stella Maris.
Come ha avuto avvio il percorso arteterapeutico con il carcere di Latina? Leggiamo direttamente le parole di Rossana Pane che racconta com'è nata questa esperienza e come si è svolta, anche in relazione all'emergenza pandemica che ci ha tutti coinvolti: "Ho sempre avuto chiara la volontà di volermi confrontare con tematiche forti e il carcere è sempre stata una di queste.
All'epoca ero maestra d'asilo nella scuola waldorf di Latina e parlando con Tommaso Virgili, papà di una delle bimbette che erano nel mio gruppo di asilo e responsabile dell'area didattica carceraria (Cipia 9), è uscito fuori il discorso sui tirocini e sul suo lavoro come insegnante nelle carceri di Latina. Ho colto la palla al balzo parlandogli della nostra formazione e del progetto di arteterapia che avrei voluto proporre, e ha sposato appieno questa iniziativa.
In primis è stato lui ad avvicinarsi alla pittura, ha sperimentato la valenza su se stesso ed essendone rimasto entusiasta mi ha donato parte delle sue ore di lezione per consentirmi di poterlo proporre al braccio femminile.
In quell'anno abbiamo portato due sequenze "Aspromonte" e "Itaca" da 7 dipinti ognuna: la prima ripercorrendo un viagggio attraverso paesaggi della natura, la seconda attraverso paesaggi dell'anima. Il riscontro è stato talmente tanto positivo che quest'anno siamo riusciti ad attivare un progetto "Thule" anche per il braccio maschile interrottosi, purtroppo, per il lockdown. Nell'area femminile invece abbiamo coinvolto l'attuale diplomando Ottaviano Sbardella, che sotto la supervisione della Scuola Stella Maris ha iniziato una sequenza da 12 dipinti.
Sempre nell'ambito della casa circondariale ho avuto modo di incontrare dopo tanto tempo un caro amico musicista, Massimo Gentile, anche lui coinvolto all'interno con laboratori artistici musicali per i detenuti. Massimo è il responsabile dell'iniziativa che ogni anno si svolge a Sermoneta: il Maggio Sermonetano. È una rassegna artistica che vede trasformarsi il paesino in un tableau vivant per tutti i fine settimana di Maggio. Concerti, esposizioni d'arte, laboratori...il tutto in una cornice paesaggistica medievale.
Per ovvie ragioni quest'anno l'iniziativa è stata spostata a luglio e ci è stato offerto un posto espositivo sotto la loggia del paese. Come prossimo progetto con Massimo, c'è la volontà di entrare attivamente nel carcere Romano di Rebibbia."
Cosa significa fare arteterapia? "L'Arteterapia a indirizzo antroposofico è un approccio che considera disturbi e malesseri come una disarmonia, per cui l'essere umano è costretto a ritirarsi, a separarsi, a dividersi dalla sua unità psico-fisica armonica. Il risanamento è il ricongiungersi di ciò che si era disunito, ricreando la totalità originaria. Il fare pittorico mira ad attivare questi stessi impulsi vivificanti perché non solo le risorse fisico-vitali, ma anche le forze del cuore, siano coinvolte nello sforzo di risanamento perseguito. Nell'individuale e personalissima tavolozza di combinazioni cromatico-biografiche presenti in ognuno di noi è possibile leggere artisticamente l'individualità che vi si cela, e intravedere nello svolgersi temporale del percorso arteterapeutico l'Io risanatore che attende essere disvelato. Ogni individuo, attraverso un percorso nel colore, impara ad armonizzarne le sfumature e ad ammorbidire i gesti delle pennellate. Così come i colori entrano in dialogo con i nostri sentimenti, le emozioni vengono palesate direttamente sul foglio: interiorità e mezzo artistico divengono un tutt'uno".
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