di Adriano Sofri
Il Foglio, 5 settembre 2020
Torno sulla questione turca, che è singolarmente diventata questione del Diritto europeo e internazionale per la combinazione fra la morte di Ebru Timtik, l'avvocata curda detenuta dopo 8 mesi di digiuno, la sentenza della Cedu che ha rigettato l'istanza di scarcerazione per Aytaç Ünsal, suo compagno di lotta, giovane avvocato anche lui detenuto e in sciopero della fame da 213 giorni, la visita ufficiale del presidente della Cedu, Róbert Ragnar Spanó, in Turchia, e la decisione della Cassazione turca di liberare provvisoriamente Ünsal "per ragioni di salute", fino a che non si rimetta abbastanza da tornare in cella.
La sentenza avversa al ricorso dei difensori di Ünsal aveva suscitato sconcerto e costernazione, poiché era arrivata a sostenere che non fosse in pericolo imminente di vita un uomo ridotto agli stremi, determinato a morirne, risoluto a rifiutare l'alimentazione forzata. Tanto più che la sentenza ripeteva quella della Corte suprema turca su Timtik, che l'ha contraddetta inesorabilmente, morendo.
Spanó, 48 anni, islandese di padre italiano, napoletano, ha un curriculum prestigioso; del resto non so se e quanto il presidente eserciti un peso in ogni procedimento trattato dalla Corte di Strasburgo. Ma la sequenza - due soli giorni - fra sentenza Cedu, arrivo di Spanó in Turchia, e la sentenza urgente della Corte costituzionale di liberazione per motivi di salute di Ünsal, solleva interrogativi incresciosi. Spanó giovedì ha appunto incontrato per primi, per 45 minuti, a porte chiuse, Recep Tayyip Erdogan e il ministro della Giustizia Abdulhamit Gül, e poi il presidente della Corte costituzionale.
La liberazione di Ünsal è stata un grazioso omaggio all'ospite? Provvidenziale, certo, per chi speri nella vita di Ünsal, benché i giudici non si siano pronunciati sul processo giusto che rivendica e rivendicava Timtik. La visita di Spanó durerà quattro giorni. Nel primo ha sollevato il problema dell'inosservanza plateale della Turchia nei confronti delle sentenze della Corte dei Diritti dell'Uomo e raccomandato l'indipendenza dei giudici. Non ha fatto cenno alla condizione degli avvocati. Ha confermato di accettare la laurea honoris causa dell'università statale di Istanbul, responsabile dopo il 2016 dell'epurazione di 193 docenti, compresi i più autorevoli. Fra loro l'illustre giornalista e accademico Mehmet Altan, incarcerato per due anni e poi scagionato senza essere reintegrato nel suo posto di docente, come migliaia di suoi colleghi. Sono 6 mila i docenti espulsi dalle università in quattro anni.
Altan aveva indirizzato una lettera aperta al presidente Spanó, chiedendogli di rinunciare alla imbarazzante e frivola cerimonia della laurea - senza precedenti, oltretutto, per un giudice internazionale. Altan ha anche evocato la carcerazione di suo fratello Ahmet, da ormai quattro anni, al cui ricorso la stessa Cedu ha assegnato una priorità, senza tuttavia arrivare a trattarlo. Ieri è stato il Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa a chiedere la scarcerazione immediata del famoso difensore dei diritti umani e imprenditore, Mehmet Osman Kavala, prigioniero da tre anni, più volte assolto e sempre imputato di nuovi reati.
Proprio una sentenza della Cedu, nel dicembre 2019, aveva dichiarato che la sua reclusione era "priva di prove sufficienti", violava il suo "diritto alla libertà e sicurezza stabilito dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo" e mirava a "metterlo a tacere e intimidire altri difensori dei diritti umani". Kavala aspetta dal 4 maggio scorso che la Corte costituzionale si pronunci sul suo ricorso. Kavala ha presentato ricorso alla Corte costituzionale turca all'inizio di maggio. Anche qui, non sono in grado di valutare se il Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa abbia voluto intervenire nella congiuntura così delicata, interferendo in sostanza con l'ambito di competenza della Cedu. Sta di fatto che ha chiesto alla Turchia di formulare entro l'11 novembre un programma che "definisca le misure generali da adottare per prevenire in futuro analoghe violazioni della Convenzione europea dei diritti dell'uomo". Si ricorderà che anche il leader dell'Hdp, Partito democratico del popolo, Selahattin Demirta, è in carcere nonostante le sentenze opposte della Cedu, e con lui molti suoi compagni e compagne, già parlamentari e sindaci e sindache.
Quando scrivo, non so che cosa Spanó abbia detto all'università che lo incorona laureato. Magari avrà pronunciato un'arringa memorabile per limpidità e coraggio - il coraggio di dire le cose giuste. Me lo auguro. La reputazione della Cedu è preziosa. Ho una postilla da aggiungere. La situazione nel Mediterraneo orientale ricorda stranamente a un vecchio scolaro l'incubo del capitolo sulla "Questione d'Oriente".
Il conflitto fra Grecia e Turchia gioca sull'orlo del confronto militare, fra due paesi formalmente nella Nato, uno dei quali è membro dell'Unione, l'altro è la madrepatria di milioni di turchi in Germania. La "Questione d'Oriente" era anche la questione russa, a suo modo lo è ancora, quando l'Europa deve chiedere conto a Putin degli oppositori liquidati col veleno in patria e fuori. Che il Mediterraneo ridiventi un mare di Guerra fredda, dopo essere diventato un cimitero di migranti e un banco di grossi e piccoli pegni di statisti e scafisti è un altro brutto scherzo della storia.
di Christian Dalenz
Il Dubbio, 5 settembre 2020
Oppositori pro-Morales arrestati e torturati. la denuncia di Amnesty. È stato un periodo caldissimo per la Bolivia nonostante il Paese, trovandosi nell'emisfero Sud, sia in realtà in pieno inverno. Il casus belli principale è stata l'ennesima posticipazione della data delle elezioni, ma non è l'unico motivo di tensione in un Paese che da novembre 2019, dopo le dimissioni di Evo Morales, si trova in una situazione di transizione che si sta prolungando più del dovuto. E all'interno della quale si sospetta che i diritti umani vengano sistematicamente violati.
A partire da fine luglio movimenti sociali di tutto il Paese, con in testa la Central Obrera Boliviana (Centrale Operaia Boliviana, il principale e storico sindacato del Paese), hanno bloccato le autostrade in più di centopunti nevralgici allo scopo di protestare contro lo spostamento della data delle elezioni al 18 ottobre. La decisione era stata presa dal Tribunale Supremo Elettorale per via dell'acutizzarsi dell'epidemia da Sars- Cov2. È il quarto rinvio in un anno: inizialmente previste per il 3 maggio, per via dell'arrivo del coronavirus le elezioni erano state spostate prima al 2 agosto e poi ancora al 6 settembre.
Quest'ultima data era stata mal digerita dalla presidente Jeanine Añez, che avrebbe preferito si andasse a novembre, ed era stata imposta dall'Assemblea Plurinazionale, ancora sotto il controllo del Mas guidato da Morales. Infine il posticipo al 18 ottobre, che la Cob e altri movimenti hanno avvertito come l'ennesimo tentativo da parte del governo in carica, al quale hanno anche richiesto le dimissioni, di rimanere al potere quanto più possibile.
Sono seguite due settimane di altissima tensione, durante la quale si è temuto che i contagi, già in crescita, potessero aumentare senza alcun controllo, e che le necessarie risorse sanitarie non arrivassero a destinazione. Il governo ha accusato gli organizzatori della protesta, tra i quali ha voluto includere anche l'ex presidente Morales e l'attuale candidato del Mas alle presidenziali, Luis Arce (ora entrambi indagati per questo), di aver provocato il mancato arrivo di bombole di ossigeno negli ospedali boliviani e la conseguente morte di più di 30 persone.
La risposta dei manifestanti, tutti di origine indigena o meticcia, è stata questa: l'ossigeno già scarseggiava nel Paese, ed inoltre ai posti di blocco era stato dato l'ordine di far passare tutto il materiale sanitario. Oltre ai simpatizzanti del Mas sono stati protagonisti dei blocchi anche quelli di Felipe Quispe, storico leader aymara che richiede da sempre la secessione della ex regione incaica del Kollasuyo dalla Bolivia (cosa che non ha mancato di fare anche questa volta) e a sua volta oppositore sia di Arce e Morales che di Añez. L'approvazione di una legge che fissa come improrogabile la data del 18 ottobre sembra aver ora calmato le acque.
La presidente Jeanine Añez è in carica da quando Morales, accusato di aver organizzato una frode elettorale nel 2019, è stato costretto alle dimissioni e alla fuga. La si accusa da più parti di non essere in grado di garantire la pacificazione del Paese avendo tradito l'iniziale promessa di non candidarsi alle presidenziali del 2020 e dopo aver preso decisioni in politica estera secondo alcuni non confacenti ad un governo di sola transizione.
Anche la sua gestione dell'epidemia è sotto attacco, visto anche il caso di corruzione riguardante la fornitura di ventilatori polmonari dall'estero acquistati con un prezzo fortemente maggiorato rispetto a quello di mercato. Ma soprattutto pendono sul suo governo pesanti accuse di violazione dei diritti umani a proposito delle quali, sempre tra luglio e agosto, sono usciti due report ad opera dell'Università di Harvard e di Amnesty International.
I ricercatori dei due enti accusano Añez e i suoi ministri di aver tollerato uno spropositato uso della forza militare in occasione delle proteste contro il loro governo avvenute a Sacaba e Senkata nel novembre 2019. In tali occasioni si sono contati 23 morti e 230 feriti, che secondo l'esecutivo sarebbero da addebitarsi agli stessi manifestanti. Harvard e Amnesty riportano invece numerose testimonianze di partecipanti a quelli eventi secondo le quali l'esercito boliviano avrebbe sparato contro di loro "come fossero animali", come tra l'altro titola il lavoro statunitense. Inoltre i due rapporti denunciano una forte limitazione della libertà di stampa, una persecuzione giudiziaria contro gli appartenenti al Mas e una ripresa della violenza razzista contro le persone di origine indigena che sembrava essersi calmata negli anni di Morales.
Il rapporto di Amnesty, comunque, si sofferma anche sulle responsabilità del Mas nella violenza avvenuta durante questa crisi e negli anni ad essa precedenti. Entrambi gli enti, infine, raccomandano che il governo faccia accurate investigazioni su tutti questi fatti. Ma il ministero della Giustizia ha liquidato il rapporto di Harvard come "tendenzioso" e il principale quotidiano pro- governativo, El Deber, ha pubblicato un editoriale in cui denuncia una presunta faziosità di entrambi i report.
I problemi che la Bolivia sta vivendo hanno radici molto profonde. Il Paese è da sempre in una "guerra civile latente", come la descrive il giornalista Fernando Molina, tra le popolazioni indigene che si sentono sottomesse e le elíte bianche che si sentono depositarie uniche della ragione. Che ciò che ha spodestato Morales sia stato un colpo di Stato o piuttosto, sempre nelle parole di Molina, una "rivoluzione conservatrice", l'ultima tensione non è stata che uno degli episodi di questo conflitto sempre sul punto di esplodere.
di Antonio Lamorte
Il Riformista, 5 settembre 2020
Che cosa sono le Apac, le carceri dove i detenuti hanno le chiavi delle celle. Il modello di detenzione delle Apac è riconosciuto tra i più riusciti al mondo. Per l'Onu rappresenta il più efficace sistema di recupero in assoluto. L'acronimo sta per Associazione di Protezione e Assistenza ai Condannati. Prigioni senza armi, guardie e dove i prigionieri hanno le chiavi delle celle e si occupano della sicurezza.
Le Apac sono nate negli anni '80 e sono diffuse il 12 Paesi. In Italia ce ne sono due riconosciute a Rimini e altre sei in via di riconoscimento tra Rimini, Vasto, Termoli, Bocceda, Forlì e Piasco. In Brasile, dove sono nate, se ne contano una cinquantina e ospitano circa tremila detenuti. A convincere è il bassissimo tasso di recidiva tra le persone che vi hanno scontato una pena: 15% a fronte di un tasso dell'85% dei comuni istituti brasiliani. Le Apac abbattono anche i costi per lo Stato: il costo di mantenimento di ogni detenuto è di un terzo di quello nei carceri tradizionali.
A fondarle l'avvocato Mario Ottoboni. La sua eredità è stata raccolta Valdeci Antonio Ferreira, ex braccio destro di Ottoboni, che a La Lettura ha raccontato: "Se c'è qualcosa che impressiona chiunque entri nelle prigioni tradizionali è l'odore. Per anni ho cercato di decifrarlo, è un misto di fogna, sigaretta, droga, muffa. Ti si impregna nei vestiti, sulla pelle, nelle narici. Poi mi è stato più chiaro: è l'odore di persone che stanno imputridendo nell'anima. Nelle Apac quell'odore non c'è".
Per accedere alle Apac i detenuti devono essere condannati definitivamente e devono aver scontato almeno un anno in un carcere comune per buona condotta. La richiesta di ammissione si presenta in via scritta. Nella stessa va espresso esplicitamente l'impegno a rispettare le regole della struttura e quindi compiti come il controllo a vicenda e i turni nelle celle di notte. Il condannato quindi riconosce il proprio errore. Altra condizione essenziale: la famiglia deve vivere vicino all'istituto poiché entrerà a far parte del programma. "Molti fanno richiesta con l'idea di preparare la fuga, ma qui ci ripensano", ha detto a La Lettura Luiz Carlos, giudice responsabile delle politiche penitenziarie del Minais Gerais.
I detenuti lavorano, studiano o partecipano a laboratori e corsi di formazione, altrimenti vengono espulsi. Le giornate sono divise tra preghiera, lavoro e studio. Ogni persona è sottoposta a un determinato regime a seconda del reato: chiuso, semi aperto e aperto. I carcerati indossano vestiti, non uniformi, cucinano e sono liberi di muoversi tra le celle. Solo quelli destinati al regime chiuso vengono serrati a chiave. Principio cardine è quello di responsabilizzazione: le chiavi sono affidate ai recuperando che hanno completato il percorso riabilitativo. Questi sono incaricati di gestire le celle e monitorare il comportamento dei compagni.
di Claudia Fanti
Il Manifesto, 5 settembre 2020
Convinti da famigiari e avvocati, dopo 123 giorni di sciopero della fame, per l'intransigenza del governo Piñera. Il governo Piñera può sentirsi soddisfatto. La sua intransigenza ha pagato. Gli otto prigionieri politici mapuche del carcere di Angol, ormai allo stremo, hanno interrotto giovedì lo sciopero della fame che portavano avanti da 123 giorni, il più lungo della storia del loro popolo.
A convincerli sono stati i familiari e gli avvocati, preoccupati per il loro stato di salute, sempre più critico dopo la rinuncia anche ad assumere liquidi. "Abbiamo chiesto ai compagni di porre fine a questo sacrificio", ha spiegato il portavoce Rodrigo Curipán, denunciando la mancanza di disponibilità del governo a negoziare, ma rifiutandosi di parlare di sconfitta. Saranno le autorità governative, ha aggiunto, ad assumersi "la responsabilità di tutto ciò che potrà avvenire d'ora in avanti".
Si attende adesso la decisione che prenderanno gli altri detenuti che hanno iniziato più tardi lo sciopero della fame (da circa 60 giorni), a cominciare dai 12 del carcere di Lebu, che lunedì, senza alcun avviso né al tribunale, né ai familiari o agli avvocati, sono stati trasferiti con la violenza prima al lontano ospedale "Los Angeles", e poi, da lì, a un altro carcere, quello di El Manzano. E ciò senza alcun riguardo per il loro delicato stato di salute, malgrado alcuni di loro facessero fatica persino a muoversi.
Che per il governo si tratti in ogni caso di una vittoria di Pirro non ci sono dubbi. La sua inflessibilità nei confronti dei prigionieri politici e delle loro rivendicazioni - l'applicazione concreta della Convenzione 169 dell'Oil sui popoli indigeni, peraltro già ratificata dallo Stato cileno - non ha infatti certo contribuito a migliorarne l'immagine, soprattutto a fronte dell'estrema cedevolezza mostrata dinanzi allo sciopero condotto dai camionisti per esigere la rapida approvazione dei progetti di legge repressivi presentanti da Piñera durante le proteste dei mesi scorsi. Uno sciopero che ha potuto contare sulla benevola vigilanza dei carabineros - i quali, al contrario, non hanno esitato a reprimere qualsiasi contro-manifestazione - e che si è concluso con un bel pacchetto di misure concesse dal governo, accompagnato dalle pressioni di Piñera sul Parlamento affinché vengano approvati al più presto i provvedimenti repressivi sollecitati dai camionisti.
Alle critiche di chi ha contestato l'eclatante differenza di trattamento, il ministro dell'Interno, il pinochetista Víctor Pérez, ha risposto ponendo l'accento sul carattere "totalmente pacifico" della protesta dei camionisti, che per sei giorni hanno bloccato le strade e l'accesso ai porti di Valparaíso e San Antonio in piena pandemia e recessione: "nulla giustificava il ricorso alla legge di sicurezza interna dello Stato, in quanto la sicurezza dello Stato non era in pericolo".
Come se invece la pacifica manifestazione promossa il 28 agosto in Plaza Dignidad a favore dei prigionieri mapuche e non mapuche, immediatamente repressa dalle forze dell'ordine, potesse rappresentare una minaccia alla sicurezza interna.
di Davide Madeddu
Il Sole 24 Ore, 4 settembre 2020
Punta a far capire l'importanza della responsabilità. E cerca sempre confronto ed equilibrio. Da 23 anni Ornella Favero è una "voce importante" del mondo delle carceri. Il ponte che unisce il "mondo ristretto" a quello libero. Giornalista, fondatrice e direttrice di Ristretti Orizzonti, oggi è anche responsabile della Conferenza nazionale volontariato e giustizia. Base operativa al carcere "Due Palazzi" di Padova, il suo lavoro da volontaria gira attorno alla mediazione, che non significa buonismo gratuito.
di Vincenzo R. Spagnolo
Avvenire, 4 settembre 2020
È allarme per l'aumento dei suicidi in cella: dall'inizio dell'anno sono già 43, 11 in più rispetto a un anno fa. Palma: accertamenti sui casi di detenuti che hanno perso la vita durante le proteste di marzo. Roberto E., detenuto nel carcere palermitano di Pagliarelli, aveva 45 anni ed era dietro le sbarre da pochi giorni per una vicenda di maltrattamenti.
Il Gazzettino, 4 settembre 2020
L'opposizione di centro-destra torna ad attaccare il ministro della Giustizia per la vicenda delle scarcerazioni di boss per ragioni di salute legate all'emergenza Coronavirus, con tanto di richiesta di dimissioni. Stavolta la polemica si incentra sui dati dei detenuti in alta sicurezza o al 41 bis rimasti in detenzione domiciliare, anche dopo i due decreti varati a maggio dal governo per arginare questo fenomeno. Sono 112 in tutto e tra loro ci sono mafiosi e trafficanti di droga, scrive il quotidiano la Repubblica. Altri 111, i più pericolosi, sono invece tornati dietro le sbarre proprio per effetto di quei provvedimenti che hanno imposto alla magistratura di rivalutare le proprie decisioni alla luce del mutato quadro dell'emergenza Covid 19.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 4 settembre 2020
Ma le sue giustificazioni non bastano e le opposizioni chiedono le dimissioni: troppo poco manettaro per i loro gusti. La maggioranza lo difende, ma il discorso non cambia: galera galera.
I manettari chiamano, e il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede prontamente risponde. Anche quando, poveraccio, non ha nessuna colpa.
E ieri tirato per la giacchetta dal titolo di apertura di Repubblica ("Metà dei boss ancora a casa") si è sentito in dovere di rispondere con un lungo post su facebook: "Un articolo di stampa - esordisce il guardasigilli - riprende il tema delle scarcerazioni legate all'emergenza Covid. Per evitare che si faccia (volutamente) confusione tra le competenze e responsabilità istituzionali sancite dalla Costituzione, chiarisco quanto segue.
Dopo le note scarcerazioni, decise dalla magistratura in piena autonomia e indipendenza nel bel mezzo della pandemia, su mia iniziativa il governo ha approvato due decreti, che hanno imposto di rivalutare, con il parere obbligatorio delle direzioni distrettuali antimafia, la posizione di tutti i detenuti per reati gravi posti ai domiciliari. Sono decreti che hanno modificato leggi in vigore da almeno cinquanta anni e che nessuno aveva mai cambiato". "In base a quanto previsto - continua il ministro - i detenuti (posti ai domiciliari, ci tengo a ribadirlo, in forza di un provvedimento giudiziario) sono dunque tornati davanti a un giudice, che ha preso le sue decisioni, ovviamente in assoluta autonomia.
Come per tutti i provvedimenti in materia di giustizia, ho già avviato uno stretto monitoraggio per verificare l'applicazione dei due decreti antimafia". Come dire non ho colpa, ma anche questa volta farò di tutto, cari amici manettari, per darvi soddisfazione. Ma le giustificazioni non sono bastate e l'opposizione, dalla Lega a Forza Italia, ha gridato allo scandalo chiedendo la testa del ministro, reo di essere per i loro gusti troppo poco manettaro.
Per Fratelli d'Italia è intervenuta Giorgia Meloni che parlato di "scandalo": "FI - ha detto - lo ha denunciato fin dall'inizio: per riportare i boss in galera bisognava revocare, e non semplicemente sospendere, la scellerata circolare del Dap. Bonafede abbia la decenza di dimettersi". Dura anche Anna Maria Bernini di Forza Italia: "Implacabile nel chiudere in casa i cittadini e incredibilmente permissivo nei confronti di capi e manovali delle cosche. Basterebbe questo per certificare il fallimento del governo".
La maggioranza difende il ministro, non perché garantista e attento allo stato di diritto, ma perché a parer loro è invece sufficientemente manettaro. "La verità è che il decreto del governo - ha dichiarato il senatore dem Franco Mirabelli - a cui Lega e FI si sono opposti, ha consentito senza violare le prerogative della magistratura di sorveglianza, di far tornare in carcere centinaia di detenuti". Con buona pace, aggiungiamo noi, dell'articolo 27 della Carta Costituzionale.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 4 settembre 2020
Il quotidiano ha cambiato direttore, ma non pelle e se ne frega della Costituzione. Il Paese è nel caos, la scuola non si sa se apre o meno e loro se la prendono con persone, sì persone, vecchie e malate. Si sente beffata, la Repubblica di Manettopoli, perché non tutti i detenuti anziani e malati mandati ai domiciliari a causa del virus sono stati ancora sbattuti di nuovo in galera. Centoundici tornati dentro, ma 112 rimasti a casa. A curarsi, ohibò!
di Errico Novi
Il Dubbio, 4 settembre 2020
Non ci sono "boss" in libertà "causa Covid". Ai domiciliari ne è rimasto solo uno ma, come sancisce la sentenza di un giudice, perché malato terminale e non per dare ordini agli affiliati. Di fatto è una bufala. Non ci sono "boss" in libertà "causa covid".
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