Ristretti Orizzonti, 3 settembre 2020
Balamòs Teatro - progetto teatrale "Passi Sospesi" e la 77esima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica. Prosegue la proficua collaborazione tra gli Istituti Penitenziari di Venezia e la Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica, con le attività coordinate da Michalis Traitsis, regista e pedagogo teatrale di Balamòs Teatro e responsabile del progetto teatrale "Passi Sospesi", attivo dal 2006 negli Istituti Penitenziari veneziani. Avviate nel 2008, le iniziative si svolgono dentro e fuori gli Istituti Penitenziari durante il periodo della Biennale Cinema (Casa di Reclusione Femminile di Giudecca, Casa Circondariale Maschile di Santa Maria Maggiore di Venezia).
In questi anni, sono stati organizzati incontri, conferenze, proiezioni di documentari sul progetto teatrale "Passi Sospesi" nell'ambito della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica, ma anche all'interno degli Istituti Penitenziari. Nelle ultime edizioni Michalis Traitsis invita registi e attori ospiti della Mostra per un incontro con la popolazione detenuta, preceduto dalla presentazione dei film più rappresentativi degli artisti ospitati.
Negli anni passati hanno visitato le carceri veneziane Abdellatif Kechiche, Fatih Akin, Mira Nair, Gianni Amelio, Antonio Albanese, Gabriele Salvatores, Ascanio Celestini, Fabio Cavalli, Emir Kusturica, Concita De Gregorio, David Cronenberg, Paolo Virzì.
L'iniziativa si realizzerà anche quest'anno nonostante l'emergenza sanitaria, e grazie agli sforzi organizzativi della Biennale di Venezia e della Casa di Reclusione Femminile di Giudecca, ci saranno due eventi dentro e fuori l'Istituto Penitenziario:
- la presenza di una donna detenuta in permesso alla serata di apertura della 77. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia che si inaugurerà con il film "Lacci" di Daniele Luchetti, mercoledì 2 settembre 2020, alle ore 19.00,
- e la visita del regista Daniele Luchetti che incontrerà le donne detenute alla Casa di Reclusione Femminile di Giudecca presso il cortile dell'Istituto Penitenziario Femminile, venerdì 4 settembre 2020, alle ore 15.00.
L'incontro è riservato agli autorizzati.
Per l'occasione, durante la Biennale Cinema 2020, all'interno dell'istituto penitenziario femminile di Giudecca verrà organizzata precedentemente la proiezione dei film di Daniele Luchetti "La nostra vita" e "Anni felici", per facilitare l'incontro con il regista.
La collaborazione di Balamòs Teatro con gli Istituti Penitenziari di Venezia e la Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia ha come obiettivo quello di ampliare, intensificare e diffondere la cultura dentro e fuori gli Istituti Penitenziari ed è inserita all'interno di una rete di relazioni che comprende come partner il Coordinamento Nazionale di Teatro in Carcere, l'Associazione Nazionale dei Critici di Teatro, il Teatro Stabile del Veneto, l'Università Ca' Foscari di Venezia, il Centro Teatro Universitario di Ferrara e la Regione Veneto.
Per il progetto teatrale "Passi Sospesi", Michalis Traitsis ha ricevuto nell'aprile del 2013 l'encomio da parte della Presidenza della Repubblica e nel novembre del 2013 il Premio dell'Associazione Nazionale dei Critici di Teatro.
di Maria Antonietta Farina Coscioni e Alessandro Grispini
Il Dubbio, 3 settembre 2020
Quarant'anni fa ci lasciava l'uomo che chiuse i manicomi. Lo hanno ricordato in tanti e in molti modi Franco Basaglia, che quarant'anni fa, il 29 agosto, ci lasciava. Ricordi, rievocazioni, celebrazioni anche belle, commosse e partecipate. Risarcimento postumo e parziale delle tante strumentali e infondate polemiche e accuse che ha dovuto sopportare in vita.
Ecco: a risarcimento e riconoscimento di quello che seppe capire e indicare, si può suggerire la visione (e per tanti sarà una riscoperta), del lungo "dossier" televisivo realizzato da Sergio Zavoli per la Rai: "I giardini di Abele".
Nel 1968 (1968!) Zavoli incontra Franco Basaglia, che a quel tempo lavora nel manicomio di Gorizia. Le telecamere della RAI entrano per la prima volta in quel luogo di dolore e sofferenza "dentro". È lo stesso anno in cui Basaglia dà alle stampe un libro destinato a diventare un piccolo classico: "L'istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico": racconta proprio l'esperienza goriziana. Sono gli anni delle assemblee con i lavoratori e i pazienti; della critica agli apparati psichiatrici vigenti; si comincia a eliminare l'inumana pratica della contenzione forzosa; il paziente è considerato per quello che è: una persona sofferente di cui prendersi cura e non da esorcizzare negandolo e relegandolo.
A un certo punto, Zavoli chiede: "È più interessato al malato o alla malattia?", e Basaglia senza esitazione: "Decisamente al malato". Sembra una domanda neppure da fare; una risposta perfino scontata. Oggi. Ma nel 1968 solo quel chiedere, e quella breve e fulminea risposta, sono una piccola, grande rivoluzione. Si mette in discussione una consolidata prassi, una mentalità che nessuno osava contestare.
Basaglia: a lui dovrebbero essere dedicati più eventi: è lo psichiatra che avvia la prima esperienza anti- istituzionale della cura dei malati di mente: supera la vecchia, crudele, normativa del 1904: che consente di internare persone per qualunque causa da alienazione mentale, quando siano "pericolose e di pubblico scandalo". Una punizione, più che una cura, una colpa e una vergogna, più che una malattia.
Brutalmente definiti matti: diversi e per questo perversi, per loro l'unica cura è camicia di forza, elettroshock, abuso di psicofarmaci Grazie a Basaglia si avvia un nuovo approccio con il malato di mente. Un precursore; di fatto, "fonda" una scuola; molti dei suoi "allievi" proseguono, sostenuti da amministrazioni locali avvedute e "illuminate", il percorso che ha iniziato. Coraggiose, isolate esperienze: anticipano la rivoluzione culturale che il 13 maggio 1978 sfocia nella legge 180: abolisce la istituzione manicomiale e restituisce dignità ai malati psichiatrici. Legge rivoluzionaria che il Parlamento approva in fretta e furia, una corsa contro il tempo per evitare il referendum indetto dal Partito Radicale.
Gli stessi radicali denunciano come la fretta sia una cattiva consigliera: Marco Pannella invano denuncia la mancanza di copertura economica che svilisce così la riforma. Il primo monito per i problemi che si sarebbero sorti in seguito. A disconoscere la legge che ancor oggi porta il suo nome, è lo stesso Basaglia: "Attenzione alle facili euforie", ammonisce.
Non si deve credere di aver trovato la panacea a tutti i problemi del malato di mente. È un lavoro lungo, quotidiano, paziente; che richiede disponibilità, dedizione, sacrificio; amore, non si deve aver paura delle parole. Perché quell'umanità sofferente è anche ricca di sentimento e spesso il dolore si trasforma in poesia e arte tardivamente riconosciute: si pensi ad Ada Merini o ad Antonio Ligabue, per fare due soli nomi... Una umanità dolente che non va trascurata, va seguita, ed è parte di noi.
Per tornare a Basaglia, e alla legge 180: una legge rivoluzionaria nello spirito, ma ancora immatura per realizzare una autentica psichiatria di comunità. La sua realizzazione presupponeva strutture idonee, ma il percorso per la costruzione di un dipartimento di salute mentale completo e integrato è stato lungo e travagliato. Non vi è dubbio che per anni e anni la carenza di strutture residenziali e semiresidenziali abbia comportato non soltanto percorsi di trattamento, ma anche un rilevante impegno per nuclei familiari impreparati ad affrontare la nuova realtà e non sempre adeguatamente supportati.
La 180 è comunque una legge epocale: il risultato non solo dell'azione umanizzante e pioneristica di Basaglia, ma del profondo cambiamento culturale e di civiltà che, a partire dalla psichiatria, coinvolse l'intero servizio sanitario e l'intera società italiana. Un percorso che tuttavia, trascorsi più di 40 anni dalla sua approvazione, ancora non può dirsi compiuto; gli stessi operatori ci avvertono che ancora è tanto il lavoro da fare, le lacune da colmare.
Nel campo del disagio e della malattia mentale, della più generale assistenza e della libertà di ricerca. Il nucleo del messaggio che Basaglia ha trasmesso a noi tutti è chiaro: l'istituzionalizzazione crea una "malattia" che si sovrappone al disturbo di base, la cui origine non va ricercata solo nella dimensione biologica, ma anche nelle condizioni del contesto sociale. L'attualità di questo messaggio ci costringe a pensare in modo critico il presente.
Le differenze fra la psichiatria di comunità attuale e l'assistenza manicomiale sono incommensurabili; eppure è necessario non dimenticare che i processi di istituzionalizzazione sono sempre operanti e il nostro moderno sistema non ne è esente. De-istituzionalizzare rimane dunque un imperativo categorico, oggi come allora.
L'altro punto cardine del pensiero basagliano - il ruolo del contesto sociale- è altrettanto importante. Oggi la psichiatria è dominata dal paradigma biologico: i disturbi mentali sono disturbi del cervello. In realtà, tutte le evidenze ci dicono che i disturbi mentali sono indissolubilmente legati anche a gravi problemi nei contesti di convivenza e nelle condizioni sociali. Basti pensare agli effetti dell'urbanizzazione, delle migrazioni, dell'invecchiamento, dell'anomia.
Non vi è dubbio che oggi il contesto sociale è complesso, disorganizzato ed espulsivo. Oggi più di allora la psichiatria ha bisogno, oltre che di risorse adeguate, di nuove conoscenze derivanti dalle scienze sociali per poter assolvere al meglio il proprio compito. Il modo migliore per onorare il lavoro e il patrimonio culturale e ideale che ci ha lasciato Basaglia è certamente quello di ricordare quello che ha fatto, ma soprattutto non dimenticare mai quelle poche, semplici parole, in risposta alla domanda di Zavoli: interessarsi ancora e sempre, come allora, "decisamente, al malato".
di Riccardo Magi*
Il Riformista, 3 settembre 2020
A luglio l'annuncio dell'accordo in maggioranza sulle modifiche, poi il rinvio a dopo la pausa estiva. Sono ancora in piedi a ricordarci che i migliori alleati del leader leghista non stanno nel suo partito.
Il primo consiglio dei ministri del mese di settembre avrebbe dovuto affrontare l'abrogazione dei decreti sicurezza. O meglio, l'abrogazione annunciata un anno fa, all'alba del Conte 2, diluitasi nei mesi successivi in una "profonda modifica", poi una "riscrittura" infine una semplice "modifica".
Alla fine di luglio fu annunciato l'accordo raggiunto in maggioranza su tali modifiche, circolarono persino delle bozze che ottennero titoli altisonanti sul superamento dei decreti salviniani. Fummo facili profeti a interpretare quella notizia come l'annuncio di un rinvio dell'intervento del governo. Peraltro un rinvio a dopo la pausa estiva, e in una fase di incertezza politico-elettorale come quella attuale, appariva già allora come ambiguo e funzionale alle promesse elettorali di chi volesse ribadire l'imminenza di tali modifiche, ma anche di chi volesse mostrare, al contrario, che l'impostazione di fondo in materia di immigrazione fosse nei fatti mantenuta.
La permanenza di quei decreti riveste un'importanza politica profonda, non solo simbolica, se si considera che il periodo di tempo della loro vigenza sotto il Conte 2 è ormai quasi equivalente a quello sotto il Conte 1 ed esprime tutta la difficoltà di avviare una riforma in materia di politiche sull'immigrazione. L'inversione di marcia nell'azione di governo rispetto all'operato del ministro Salvini, che aveva fatto di questo tema l'oggetto di una martellante strumentalizzazione demagogica, era attesa tra i primi interventi di questo esecutivo.
L'attesa, come vediamo, si è dilatata a dismisura. Nel frattempo quelle norme - pure in parte non applicate o dichiarate illegittime per via giurisprudenziale - hanno prodotto e producono effetti negativi pesanti: hanno creato migliaia di irregolari nel nostro paese, hanno interrotto percorsi di formazione e di inserimento sociale, hanno causato marginalità e conflittualità sociale.
Hanno colpito e smantellato la parte migliore del sistema di accoglienza realizzato negli anni in Italia, favorendo la realizzazione di grandi strutture di accoglienza, cioè le più inadeguate a realizzare l'inclusione dei cittadini stranieri e soprattutto a contrastare la diffusione dell'epidemia in atto. Quei decreti sono stati e sono un manifesto del salvinismo, con l'accanirsi contro l'attività di salvataggio in mare delle Ong colpevoli di operare come "pull factor" rispetto alle partenze dalle coste nordafricane - falsità che seppure ripetutamente smentita è penetrata ed è tuttora presente anche nelle convinzioni degli apparati della nostra amministrazione - e con l'accanirsi direttamente sulle persone, ad esempio vietando l'iscrizione anagrafi ca dei richiedenti asilo.
Ma sono anche l'espressione di convinzioni profondamente radicate nel mondo politico italiano, lo dico per averlo constatato di persona e in modo ricorrente. Vale per il tema del pull factor, ma vale soprattutto per la convinzione che, tutto sommato, è vero che siamo tendenzialmente invasi e che questa invasione sia insostenibile.
Non si crede davvero che sia urgente modificare la Bossi-Fini creando canali regolari per l'ingresso nel nostro Paese, che sia necessario modificare la legge sulla cittadinanza, che sia opportuno investire in un sistema di accoglienza che rafforzi il vecchio modello dello Sprar. Il tutto mentre si lavora in sede europea per riformare il sistema d'asilo europeo. Non ci crede questa maggioranza, altrimenti non avremmo ancora davanti, vivi e vigenti, i decreti sicurezza a ricordarci che i migliori alleati di Salvini non stanno nel suo partito.
*Deputato di +Europa
di Giusi Fasano
Corriere della Sera, 3 settembre 2020
"Stanze inagibili, letti all'aperto, a rischio la salute di ospiti e personale". Il rapporto di Cristoforo Pomara, il capo ispettore che ha convinto a chiudere il centro di Lampedusa.
"Io faccio il medico legale, ne ho viste di situazioni forti, diciamo così. Ma quello che sto vedendo in questi giorni mi colpisce umanamente, oltre che come medico. Se pensiamo di tenere assieme migliaia di persone come facciamo a Lampedusa e chiamare questo "accoglienza" allora abbiamo già fallito".
Cristoforo Pomara è il più giovane ordinario di Medicina legale d'Italia, dirige l'Istituto di Medicina legale di Catania ed è l'autore di un trattato di tecniche autoptiche forensi studiato in tutto il mondo. Dal 24 di agosto è anche coordinatore della task force voluta dalla Sanità della Regione Sicilia per valutare condizioni, rischi e soluzioni per i 40 fra hotspot e centri di prima accoglienza dell'isola.
Professore, finora quanti sopralluoghi avete fatto?
"Tre: Pozzallo, Ragusa e Lampedusa. Sono appena tornato da Lampedusa e ho inviato una relazione urgentissima preliminare all'assessorato regionale alla Salute".
Per dire cosa?
"Che in quell'hotspot c'è un rischio imminente e concreto di incolumità, per tutti. Per gli ospiti e per il personale delle forze dell'ordine che ci lavora, completamente scoperto dal punto di vista della sicurezza sui luoghi di lavoro".
Parla di rischio sanitario?
"Non solo. Lì dentro ci sono condizioni contrarie a tutte le regole di prevenzione delle patologie diffusive. Non soltanto Covid. Parlo di epatiti, Hiv, scabbia, tubercolosi... Provi a immaginare un incendio, qualcosa che genera una fuga di massa. Dovrebbero esserci 200 persone e invece ce ne sono 1.200, prigionieri. Secondo lei se premono tutti verso un'uscita sbarrata che succede?".
Però il premier Conte assicura che entro venerdì arriveranno due grandi navi per svuotare il Centro...
"Meglio tardi che mai. Benissimo, comunque. Se davvero arriveranno sarà un bene per tutti. Ma sarebbe un bene anche che rimanessero attraccate sempre,perché l' emergenza non sarà finita in pochi giorni, come è facile prevedere".
Ci descriva l'hotspot...
"Ho visto un posto inadatto ad accogliere qualcuno. Nelle condizioni in cui è la struttura, quel luogo è già inadatto per i 200 che sono il numero regolare. Ci sono interi padiglioni inagibili, le persone dormono all' aperto, sotto gli alberi. L'assistenza medica è totalmente insufficiente. In alcuni angoli non c'è un pavimento ma un tappeto umano".
E lei cosa ha suggerito per superare tutto questo?
"Di riorganizzare il sistema al collasso e garantire trasferimento e smistamento immediato e sicuro. Ora capiremo cosa succederà con l'arrivo delle navi. Certo è che i problemi come le criticità sanitarie esistono da decenni. Il Covid ha soltanto messo a nudo anni di mancata programmazione. Il punto di partenza è molto semplice".
E cioè?
"E cioè: non si può gestire un'emergenza come se fosse una situazione ordinaria. Non funziona. Nella relazione preliminare su Lampedusa mandata in Regione avevamo suggerito quello che poi ha annunciato il premier: sfollare il centro per mettere un punto fermo e cominciare a ragionare da zero. Accoglienza è una parola che dev'essere compatibile anche con la struttura e temo che invece non lo sia nemmeno se restano i 200 ospiti previsti. Non faccio un discorso politico, guardo la questione da medico: a me non importa sapere chi ho davanti, a me, importano le sue condizioni medico-sanitarie".
I migranti le hanno fatto richieste?
"Solo a Pozzallo, un ragazzo mi ha mi ha detto: mettetemi in prigione che almeno sto al sicuro. Ha ragione, lì le criticità sono solo di tipo sanitario. A Lampedusa, invece, mi ha colpito un ragazzino di 14 anni, tunisino: è positivo al Covid, è solo ed è disperato. Non fa che piangere. Non so se resterà o no in questo Paese ma una cosa la so: va spostato da lì e, mi creda, io ho farò di tutto perché accada".
di Carlo Lania
Il Manifesto, 3 settembre 2020
Il premier al vertice con il sindaco Martello e il governatore della Sicilia Musumeci. Promessi anche aiuti economici per l'isola. L'impegno a svuotare entro venerdì l'hotspot di Lampedusa grazie anche all'impiego di due nuove navi quarantena. E poi interventi a sostegno dell'economia dell'isola. "La sofferenza economica, e non solo, merita una risposta forte dello Stato", ha assicurato il premier Giuseppe Conte al sindaco di Lampedusa Totò Martello e al governatore della Sicilia Nello Musumeci, convocati ieri a Roma per un vertice sull'emergenza migranti. Sostegni economici che dovrebbero tradursi in una sospensione delle tasse valida anche per quanto riguarda gli arretrati e che - ha anticipato il sindaco di Lampedusa - potrebbero concretizzarsi già nel consiglio dei ministri di oggi con un decreto.
L'intenzione del governo di affrontare una volta per tutte l'emergenza sbarchi si è vista anche dallo schieramento di ministri presenti al vertice. Oltre a Conte e ai titolari di Interno e Economia, Luciana Lamorgese e Roberto Guerini, la cui presenza era prevista, all'incontro sono stati chiamati a partecipare anche il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, la ministra dei Trasporti Paola De Micheli, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio e il capo della Protezione civile Angelo Borrelli. Un vertice che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe servire anche a mitigare, se non proprio a mettere fine, allo scontro in corso da giorni con il governatore della Sicilia, che ha emesso un'ordinanza per chiudere gli hotspot in seguito sospesa dal Tar. Ma soprattutto a rispondere, seppure in ritardo, alle numerose richiesta del sindaco Martello.
Ma oltre a interventi diretti a migliorare le condizioni di vita sull'isola, Conte ha garantito anche un aumento dei rimpatri verso la Tunisia, Paese di origine della maggioranza delle persone sbarcate quest'anno in Italia. E questo grazie anche al nuovo governo entrato in carica in questi giorni nel paese nordafricano. "Ora ci sono le premesse per intensificare i rimpatri", ha spiegato infatti Conte. "Confidiamo di rafforzare il programma dei rimpatri utilizzando anche sistemi più flessibili, inclusi trasporti marittimi".
Infine verranno intensificati pattugliamenti in acque internazionali coinvolgendo oltre alle unità della Marina militare, anche i mezzi della Guardia costiera e della Guardia di finanza e in collaborazione con la Marina tunisina. In questo modo, ha spiegato Conte, "miriamo a ottenere un effetto deterrente rispetto a eventuali nuove partenze".
"Sono quasi soddisfatto. Quando le cose dette dal governo saranno nere su bianco e messe in atto sarò soddisfatto", ha commentato al termine dell'incontro il sindaco di Lampedusa Totò Martello. Un'apertura che non trova riscontro nelle parole di Musumeci. "Abbiamo aperto una breccia in un muro di cemento armato" ha detto il governatore siciliano per il quale le posizioni restano comunque distanti. "Restiamo in attesa, non siamo assolutamente soddisfatti perché di risposte concrete non ne sono arrivate. Prendiamo atto della buona volontà".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 3 settembre 2020
Rapporto di Save The Children a 5 anni dalla tragedia. Cinque anni fa moriva in un naufragio il piccolo Alan Kurdi. Ha fatto il giro del mondo l'immagine del suo corpicino senza vita sulle rive di quel mare che aveva provato ad attraversare e che invece lo ha inghiottito. Da allora più di 700 minori, neonati compresi, hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere le coste europee. Mentre ad alcuni minori sono state garantite sicurezza e protezione, molti altri incontrano ostacoli nell'ottenere lo status di rifugiato e vivono nella paura costante di essere espulsi o detenuti.
È quanto emerge dal nuovo rapporto "Protection Beyond Reach" di Save The Children diffuso ieri in occasione del triste anniversario.
Oltre 200.000 minori stranieri non accompagnati, in fuga da conflitti, persecuzioni o violenze, hanno chiesto asilo in Europa negli ultimi cinque anni, ma è probabile che il numero di bambini e ragazzi arrivati sia molto più alto, molti tra loro, infatti, sono costretti a un'esistenza nell'ombra in Europa, a rischio di sfruttamento e abuso.
Sempre nel rapporto si legge che mentre ad alcuni minori sono state garantite sicurezza e protezione, molti altri incontrano ostacoli nell'ottenere lo status di rifugiato, o comunque la tutela prevista per la loro minore età, vivono nella paura costante di essere espulsi o detenuti e si vedono negare la possibilità di ricongiungersi con i membri della famiglia che vivono altrove in Europa, segnala con preoccupazione il rapporto.
I bambini e gli adolescenti che viaggiano da soli o con la loro famiglia, hanno diritti e bisogni specifici e devono essere garantite loro innanzitutto sicurezza e protezione. Al contrario, nonostante alcuni importanti passi avanti come l'adozione da parte dell'Italia della "Legge Zampa" (L. 47/ 2017) sulla protezione e l'accoglienza dei minori non accompagnati, l'Ue e gli Stati membri hanno risposto con misure sempre più restrittive e pericolose.
Nel rapporto di Save The Children non manca il focus sui minori migranti sbarcati a Lampedusa. In Italia l'attuale incremento di arrivi via mare a Lampedusa vede coinvolti anche molti minori non accompagnati, 2.168 dall'inizio dell'anno al 31 agosto, e nuclei familiari con bambini, sui quali il gravissimo sovraffollamento dell'hotspot e il prolungarsi dei tempi di trasferimento verso centri di accoglienza idonei a ospitarli, rischia di avere un impatto fortemente negativo.
Secondo la ONG è quindi necessario velocizzare le procedure di trasferimento, assicurando che ai minori non accompagnati vengano riconosciuti tutti i fondamentali diritti sanciti dalla Legge Zampa, a partire da un'accoglienza immediata degna di questo nome, l'assistenza sanitaria e la nomina di un tutore. Altrettanto critica la situazione dei minori presso un confine lontano dai riflettori, quello tra Italia e Francia, specialmente nell'area di Ventimiglia.
Qui i minori accompagnati e i nuclei familiari, a fronte della chiusura del campo Roja, risultano, al pari degli altri migranti e richiedenti asilo, privi di accoglienza e rischiano di finire nelle mani dei trafficanti allo scopo di varcare il confine verso la Francia. Secondo Save The Children, i minori devono poter accedere immediatamente all'asilo e alla protezione una volta arrivati in Europa, non essere respinti. Solo percorsi di migrazione legale, compreso un rapido accesso al ricongiungimento familiare, possono impedire che i bambini e adolescenti muoiano durante il loro viaggio verso l'Europa.
di Simona Musco
Il Dubbio, 3 settembre 2020
La decisione: "La sua vita non è in pericolo". Alla Corte europea dei diritti dell'Uomo non basta la morte di Ebru Timtik per considerare in pericolo di vita il suo collega Aytaç Ünsal, che ha deciso di digiunare come lei fino alla morte per ottenere un processo equo. E ciò nonostante il suo ruolo di organo a tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali, che non le ha impedito, martedì sera, di respingere la domanda di rilascio, sostenendo che "non c'è pericolo imminente", così come aveva affermato per Timtik, poco tempo fa, la Corte Costituzionale.
Una scelta che, come noto, si rivelò sbagliata: l'avvocata è infatti morta dopo 238 giorni di digiuno. Ed ora a correre questo rischio è anche Ünsal, le cui condizioni, ha reso noto ieri sua madre Nermin Ünsal, anche lei avvocato, sono gravi. I giudici di Strasburgo hanno giustificato il rigetto sottolineando che l'Articolo 39 della Convenzione - relativo alle misure provvisorie, previste laddove ci si trovi al cospetto di gravi e potenzialmente irreparabili violazioni - viene applicato solo quando un ricorrente corre un rischio imminente di danni gravi e irreparabili per la propria vita e la propria incolumità fisica.
Da qui la decisione di dire no alla luce dei referti medici e delle osservazioni del governo del 27 agosto scorso, deducendo che le condizioni di detenzione in ospedale "non rappresentano un rischio reale" per l'incolumità di Aytaç Ünsal. Ma pur negando all'avvocato la possibilità di uscire dal carcere, la Cedu ha riconosciuto tra le righe il pericolo per la sua vita, invitando il governo "ad adottare tutte le misure necessarie per garantire che Aytaç Ünsal sia protetto dal Covid- 19 e che i suoi diritti ai sensi degli articoli 2 e 3 della Convenzione siano rispettati".
I giudici hanno anche invitato il governo a tener conto della richiesta di Ünsal di consultare medici scelti personalmente, qualora lo richiedesse, al fine di prendere una decisione sull'opportunità o meno di annullare lo sciopero della fame e ribadendo allo stesso avvocato l'invito ad interrompere la protesta. Una scelta discutibile, non solo alla luce della morte di Timtik, che ha affrontato lo stesso identico percorso ora affrontato dal collega, ma anche considerando che il presidente della Cedu, Robert Ragnar Spanò, ha deciso di accettare il dottorato honoris causa che gli verrà conferito dall'Università statale di Istanbul, nonostante la Turchia sia il secondo Paese per ricorsi alla Cedu per violazione dei diritti umani (più di 8.000 l'anno) ed il primo per numero di inottemperanze alle condanne subite.
L'associazione di avvocati di sinistra Çhd, della quale anche Ünsal fa parte, ha presentato ieri una petizione alla 16a Camera Penale della Corte Suprema d'Appello per il rilascio del collega, esprimendo indignazione per la decisione assunta dalla Corte europea. "Sebbene la Cedu sia a conoscenza del fatto che Ebru è morta di recente a seguito del digiuno, e sebbene il tribunale abbia ricevuto segnalazioni dall'ospedale e dall'associazione medica che indicano rischi aggiuntivi da pandemia e le condizioni negative del centro di detenzione dell'ospedale, la richiesta di Aytaç è stata rifiutata - si legge in una nota. In caso di eventi tristi in relazione alla sua vita, la responsabilità ricadrà su tutte le autorità giudiziarie che non adempiono alle loro responsabilità".
Ünsal, ha spiegato sua madre alla stampa, "non riesce a dormire a causa del dolore. Rimane sveglio tre ore dopo mezz'ora di sonno. Ha ferite in bocca, le sue mani sono insensibili. Quando si alza, afferma che le dita dei piedi sembrano tagliate e pressate nel sale.
Ha difficoltà a camminare. La sensibilità al suono, alla luce e all'olfatto è aumentata. Siccome stiamo andando verso la morte in fretta, è necessario compiere un passo concreto se vogliamo mantenerla in vita. Chiedo alle autorità di impedire questa morte". Lo stesso Istituto di medicina legale di Istanbul ha confermato che l'avvocato "non può restare in prigione", anche perché, al momento, è detenuto in un ospedale Covid, con il rischio di accelerarne la morte. "Stanno cercando di uccidere anche lui", ha evidenziato la madre.
Nel rapporto, firmato da sette medici del Kanuni Sultan Süleyman Training and Research Hospital, viene specificato che il sistema immunitario di Ünsal è al collasso e la sua permanenza in ospedale rischiosa, da qui la necessità di dimetterlo. Il rapporto, datato 5 agosto, è stato inviato alla Direzione Provinciale della Sanità, che però lo ha trattenuto per 16 giorni prima di inviarlo all'Alta Corte penale di Istanbul, da dove poi è stato spedito alla Corte Suprema.
Intanto continua il tentativo di repressione della categoria forense da parte del presidente Recep Tayyip Erdogan ha intanto chiesto la sospensione degli avvocati accusati di legami con il terrorismo a seguito delle proteste per la morte di Ebru Timtik. "Dovremmo discutere se debbano essere introdotti metodi come l'espulsione dalla professione per gli avvocati", ha detto Erdogan a giudici e pubblici ministeri durante una cerimonia ad Ankara.
"Un avvocato che difende i terroristi non dovrebbe essere un terrorista. È molto doloroso che gli ordini, che dovrebbero essere istituzioni di giustizia, si siano trasformati nel cortile di organizzazioni terroristiche", ha concluso, aggiungendo che verranno prese ulteriori misure per riformare gli ordini degli avvocati.
di Alice Facchini
redattoresociale.it, 3 settembre 2020
Dopo 5 mesi e mezzo, per la prima volta lo studente egiziano dell'Università di Bologna in carcere al Cairo ha potuto vedere sua madre. Ahmed Mefreh del Committee for Justice: "Il covid è stato usato come scusa per restringere le libertà dei detenuti, bloccando ogni contatto con l'esterno".
"La situazione nelle carceri egiziane si sta trasformando velocemente in un disastro. Il covid è stato usato come scusa per restringere le libertà dei detenuti, bloccando ogni contatto con l'esterno. Ma la verità è che non sono mai state prese le precauzioni sanitarie necessarie e il contagio si sta espandendo, con il rischio che le carceri egiziane diventino presto i nuovi focolai della pandemia". Così Ahmed Mefreh, direttore del Committee for justice al Cairo, commenta la notizia del primo incontro tra Patrick Zaky e sua madre nel carcere di Tora.
Erano cinque mesi e mezzo che lo studente egiziano dell'Università di Bologna, arrestato lo scorso 7 febbraio con l'accusa di terrorismo, non riceveva visite: sua madre ha raccontato che sta bene, ha perso un po' di peso ma in generale è in buona salute. Patrick ha chiesto per quanto ancora sarà detenuto infondatamente e si è mostrato preoccupato per i suoi studi, che spera di poter riprendere al più presto. Durante la visita, è emerso che il ragazzo ha inviato dal carcere una ventina di lettere, ma la sua famiglia non ne ha ricevuta nessuna. E anche a lui non sono state recapitate molte lettere, anche se erano state ufficialmente prese in carico dal personale del carcere.
"Già dal 10 marzo, il ministro dell'Interno ha emesso un decreto per sospendere le visite in carcere, senza istituire mezzi alternativi per permettere ai detenuti di comunicare con le loro famiglie, ad esempio attraverso email o chiamate - afferma Mefreh.
Ma questo non ha evitato che il virus si diffondesse all'interno, probabilmente portato dalle guardie carcerarie che entrano ed escono, o dai nuovi detenuti. La verità è che non sono state prese le misure di prevenzione necessarie, mentre si è usata la scusa del covid per avere un approccio ancora più restrittivo con i detenuti".
Il Committee for justice, associazione che si occupa di monitorare la situazione dei diritti umani in tutto il Nord Africa e in Medio Oriente, denuncia la situazione tragica delle carceri egiziane: i detenuti vivono in celle sovraffollate, dove dormono anche 30 persone, in condizioni igieniche pessime, con scarsa ventilazione e scarso accesso all'acqua e al cibo. "In questo contesto, i contagi da Covid-19 stanno aumentando, e le autorità rifiutano di diffondere i numeri reali - spiega Mefreh -. Per il momento si sono riscontrati 220 casi sospetti di Covid, che si aggiungono ai 111 accertati, e 17 persone già decedute in carcere".
Nella prima metà del 2020, il Committee for justice ha rilevato 4.664 violazioni dei diritti umani tra i detenuti: tra queste, ci sono 619 casi di sparizioni forzate, 1.266 arresti arbitrari, 1.506 denunce di maltrattamenti e 1.058 casi di mancanza di cure e di medicinali nelle carceri, con 51 morti per mancanza di assistenza sanitaria.
Dall'inizio dell'anno, dieci persone sono morte poi per esecuzioni sommarie, tre per colpa delle torture subite e quattro per le scarse condizioni di vita in carcere. "Più della metà delle violazioni si sono verificate tra maggio e giugno, dunque durante la fase più acuta del Covid in Egitto - conclude Mefreh. Su 95 istituti carcerari, il 58 per cento delle violazioni documentate è avvenuto nei governatorati del Cairo e di Sharqiyya, e un numero considerevole ha riguardato proprio il complesso di Tora, dove è rinchiuso anche Patrick".
di Antonella Mariani
Avvenire, 3 settembre 2020
Il 31 luglio ha compiuto 31 anni in un carcere di Riad, in Arabia Saudita. Finalmente lunedì i suoi genitori hanno potuto vederla, scoprendo che Loujain ha iniziato uno sciopero della fame perché da giugno le era stato negato il consueto contatto con la famiglia. Le sue condizioni di salute "si sono deteriorate", ha scritto la sorella Lina su Twitter, e il pensiero non può che correre alla tragica vicenda dell'attivista turca Ebru Timtik, morta in un carcere di Istanbul il 27 agosto dopo 238 giorni senza nutrirsi.
Loujain al Hathloul è una giovane, bellissima donna saudita, con profondi occhi scuri e un sorriso dolce e quieto. Sta pagando con gli anni migliori della sua vita la lotta ingaggiata contro le norme che nell'Arabia Saudita del 21esimo secolo impediscono alle donne di avere il ruolo che spetta loro nella società. Contro il divieto di guidare un'automobile, contro il sistema del tutoraggio maschile che non consente di viaggiare o sposarsi senza il permesso di un uomo.
Loujain ha iniziato a farsi domande da bambina e quelle domande sono diventate azione al suo ritorno dagli studi universitari in Canada. Dal 2014 ha animato il movimento Women to drive e si è letteralmente messa al volante, attraversando provocatoriamente il confine tra gli Emirati Arabi Uniti, dove lavorava e viveva, e l'Arabia. Nel 2015 si era candidata alle elezioni, quando per la prima volta la monarchia saudita aveva concesso alle donne l'elettorato attivo e passivo, ma il suo nome non era mai stato aggiunto alle liste elettorali.
Arrestata una prima volta nel 2014 per essersi messa alla guida, fu rilasciata dopo 73 giorni. Nel 2018 è andata peggio: dopo un arresto e il rilascio all'inizio dell'anno, il 15 maggio gli agenti hanno fatto irruzione nella casa di famiglia di Riad e l'hanno portata via. Da allora ha cambiato tre carceri, le imputazioni sono vaghe e fanno riferimento al suo attivismo per i diritti delle donne e il processo, dopo vari rinvii, è stato sospeso a causa della pandemia.
La sorella minore Lina, espatriata in Belgio, accetta di parlare al telefono con Avvenire, attraverso una linea di comunicazione protetta. "I miei genitori hanno la certezza che Loujain durante la detenzione è stata torturata. Una volta riusciva a malapena a camminare. Un'altra volta riusciva a stento sedersi. Sappiamo che hanno minacciato di violentarla e di far sparire il suo corpo", come è accaduto con il giornalista Jamal Kashoggi due anni fa. "Nell'ultima conversazione con loro ha detto che comincia a perdere la speranza e di non aspettarsi niente di buono per il futuro".
I suoi difensori sono i genitori, perché, spiega Lina "nessun avvocato ha voluto prendere le sue difese e quello che le era stato assegnato sosteneva di poter garantirle la liberazione se avesse negato pubblicamente di aver subito torture e minacce sessuali. Lei ha rifiutato". Il paradosso è che Loujain è in carcere da oltre due anni per aver commesso un reato... che non è più reato. Dall'agosto 2019 è caduto il divieto di viaggio per le donne, grazie a un provvedimento del principe ereditario Mohamed bin Salman (Mbs), così come si è allentato il sistema del "tutoraggio" maschile.
"Senza proteste come quella di Loujain non ci sarebbero state aperture", dice Lina, ma in ogni caso è difficile parlare di una vera svolta in Arabia Saudita. I prigionieri di coscienza come Luojain, infatti, continuano a restare in carcere proprio mentre imperversa il Covid. Due dissidenti, l'avvocato Abdullah Al-Hamid e il giornalista Saleh Al-Shehi, sono morti nei mesi scorsi a causa dell'epidemia.
Per lei e per le altre compagne in carcere sta lottando Amnesty international che ha promosso una nuova raccolta firme. La candidatura al Nobel per la pace, nel 2019, purtroppo non è stata risolutiva. L'Arabia Saudita è un partner commerciale troppo importante perché l'Occidente alzi la voce per gli oppositori. "No, dall'Unione Europea non mi aspetto nulla", conclude amaramente la sorella minore Lina. Ma né lei né la famiglia - promette - smetteranno di lottare per Loujain.
di Anna Zafesova
La Stampa, 3 settembre 2020
Il Cremlino assediato dalla crisi in Bielorussia e dal crollo dell'economia. I falchi fanno pressing sul presidente per risolvere l'impasse con la durezza. Da ieri, la parola "Novichok" è entrata nel dizionarietto delle parole russe che non necessitano di traduzione, insieme a "sputnik", "perestroika" e "babushka".
Putin, "Novichok", Navalny: è la formula della nuova crisi tra il Cremlino e la comunità internazionale, con Angela Merkel che - dopo aver costretto il presidente russo a permettere il trasferimento dell'oppositore in clinica a Berlino - lancia l'accusa esplicita al governo russo, "il solo in grado di fornire risposte" a quello che è "un crimine".
Dalle risposte russe, avverte la cancelliera tedesca, dipenderà la reazione dell'Occidente, in quella che appare come l'offerta al Cremlino di un'ultima occasione per schiacciare il freno, per fermarsi a un millimetro dallo scontro in cui nuove sanzioni e boicottaggi diplomatici saranno soltanto l'inevitabile contorno di quello che lo stesso Alexey Navalny avrebbe definito come "l'ultima battaglia tra i buoni e i neutrali", il motto del suo sito.
Una speranza che probabilmente verrà smentita nei prossimi giorni. Nelle due settimane in cui Navalny è rimasto in coma, il governo russo ha negato il fatto stesso dell'avvelenamento, mentre ogni accusa viene respinta con l'argomento utilizzato ogni volta che un oppositore del Cremlino resta vittima di un attentato: "Il più danneggiato sarebbe proprio Putin".
E Putin ne esce senz'altro danneggiato, ma non fa l'unica cosa che potrebbe aiutarlo, cioè trovare e punire i colpevoli. Per gli omicidi di Anna Politkovskaya e Boris Nemtsov sono stati almeno individuati e processati i killer, se non i mandanti. Su Navalny, non è stata ancora aperta nemmeno un'indagine, e il ministro degli Esteri Sergey Lavrov ha spiegato che "non si può indagare prima di capire cosa è successo", in un lapsus giuridico impossibile per un diplomatico di così lungo corso.
Negare a oltranza, negare l'evidenza, una tecnica già utilizzata nel caso dell'abbattimento del Boeing malese sopra il Donbass nel luglio del 2014. Ma nell'equazione "Putin, Novichok, Navalny" c'è anche una quarta componente: la Bielorussia, dove la protesta popolare contro il dittatore che ha truccato le elezioni ha messo a rischio il progetto geopolitico del Cremlino esattamente come la crisi di consenso ne stava mettendo a rischio la stabilità interna. Le ragazze a Minsk scandiscono lo slogan di Navalny "Il potere qui siamo noi", e la rivolta bielorussa tra urne e piazze ha forse accelerato la decisione di ricorrere al Novichok: i rischi dalla offensiva di Navalny potevano diventare superiori al danno d'immagine per la sua eliminazione.
L'ultima finestra di opportunità che la cancelliera Merkel lascia a Mosca riguarda anche il dossier Bielorussia: ieri il ministro degli Esteri bielorusso è volato a Moscai, oggi il premier russo Mishustin va a Minsk, e i commentatori vicini al Cremlino promettono un'imminente annessione del Paese vicino alla Russia. Alexandr Lukashenko è atteso nei prossimi giorni a Mosca dove dovrebbe annunciare un referendum sull'unificazione, e la questione pare soltanto il prezzo: oltre al miliardo di dollari di prestito immediato, le modalità dell'assorbimento e la dislocazione delle truppe russe, che arriverebbero a 200 km da Varsavia.
Quanto ci sia di vero e quanto di sogno geopolitico, si vedrà nei prossimi giorni, ma è evidente che il potere di Lukashenko sta vacillando, e che l'unico modo che ha di salvarsi è gettarsi tra le braccia della Russia. Che da un lato non vuole giocarsi la reputazione per un dittatore fallito, e si rende conto che la sua economia - sono stati appena pubblicati i dati sul crollo delle esportazioni di gas russo in Europa - è troppo fragile per assorbirne una ancora più povera. Dall'altro, si sente sempre più accerchiata, in uno spazio postsovietico che invece di ricostituirsi in un nuovo impero intorno a Mosca si sgretola in pezzi che orbitano verso l'Europa o verso la Cina.
In questa visione, l'ultimo ammonimento di Merkel a Putin, chiaramente lanciato a nome di tutto l'Occidente, potrebbe ottenere l'effetto opposto: riportato nella narrativa abituale della "nuova Guerra fredda", il Cremlino può reagire con quella durezza che piacerebbe proprio agli ambienti russi che non vedono nulla di male nell'uso del Novichok.
Ignorare l'avvelenamento del leader dell'opposizione russa, smorzare i toni sulla Bielorussia, da parte di un'Europa troppo impegnata in questo momento sui propri problemi, avrebbe potuto però venire interpretato a Mosca come un nulla osta, con lo stesso risultato. Dal modo in cui Putin deciderà di uscire da una situazione impossibile dipenderà il futuro non solo della Russia e della Belarus, ma anche dell'Europa.










