di Salvatore Zecchini
formiche.net, 1 settembre 2020
Secondo un'indagine europea sull'indipendenza di giudici e corti da politica e pressioni economiche, cittadini e imprese italiane si esprimono negativamente. Non è quindi il caso di ripensare il nostro sistema magistratuale ed avvicinare il popolo alla funzione della giustizia?
di Alessandro Galimberti
Il Sole 24 Ore, 1 settembre 2020
Maggiori difficoltà di accesso alle proverbiali "carte". La riforma delle intercettazioni che entra in vigore oggi, dopo una lunga teoria di stop-and-go, per i giornalisti vede la luce con uno scenario molto diverso da quello più volte ipotizzato (e temuto) negli ultimi 15 anni.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 1 settembre 2020
In vigore la riforma. Tutele per la privacy, ma restano ombre. Entra oggi in vigore la nuova disciplina degli ascolti. Al pm spetterà il ruolo di primo piano: sarà lui, infatti, a decidere cosa è rilevante per le indagini e cosa non lo è. Le intercettazioni irrilevanti saranno coperte dal segreto e non potranno mai essere pubblicate. Quelle rilevanti, invece, verranno inserite nel fascicolo, saranno pubbliche e quindi potranno essere diffuse.
Il pm dovrà poi vigilare affinché nella trascrizione delle intercettazioni non siano riportate espressioni "sensibili". La norma vale anche per le intercettazioni rilevanti, che dovranno essere "depurate" dai dati sensibili e coperti dalla disciplina sulla privacy. Sarà consentito, poi, l'uso dei risultati delle intercettazioni in procedimenti penali diversi rispetto a quello nel quale l'intercettazione è stata autorizzata.
Riguardo l'esecuzione delle intercettazioni, la trasmissione dei verbali, la comunicazione ai difensori (che avranno facoltà di esaminare gli atti e di ascoltare le registrazioni) e il procedimento incidentale finalizzato alla cernita ed alla selezione del materiale probatorio nell'ambito di una apposita udienza, la norma riprende il testo attualmente vigente. Lo stralcio potrà riguardare, oltre alle registrazioni di cui è vietata l'utilizzazione, anche quelle che riguardano dati personali, sempre che non ne sia dimostrata la rilevanza.
Vengono ripristinate le disposizioni relative alla possibilità che alle operazioni di stralcio partecipi il pm ed il difensore; quest'ultimo potrà estrarre copia delle trascrizioni integrali delle registrazioni disposte dal giudice e potrà far eseguire copia. Come in passato, il gip disporrà la trascrizione integrale delle registrazioni, o la stampa delle informazioni contenute nei flussi di comunicazioni informatiche o telematiche, da acquisire poi con le forme della perizia tecnica.
I verbali e le registrazioni, e ogni altro atto ad esse relativo, saranno conservati integralmente nell'apposito "archivio digitale" delle intercettazioni gestito e tenuto sotto la direzione e la sorveglianza del procuratore della Repubblica dell'ufficio che ha richiesto ed eseguito le intercettazioni. Tutti gli atti custoditi sono coperti dal segreto, con l'eccezione soltanto dei verbali e delle registrazioni delle comunicazioni e conversazioni acquisite al fascicolo delle indagini, o comunque utilizzati nel corso delle indagini preliminari.
I difensori potranno procedere con gli ascolti successivamente al deposito per la difesa di verbali e registrazioni. Tale deposito potrà avvenire in tre casi: dopo la conclusione delle operazioni di intercettazione, con l'avviso di conclusione delle indagini, nel caso di giudizio immediato.
Gli ascolti avverranno in una sala dedicata. Le attività di intercettazione ambientale mediante utilizzo dei trojan, già consentite per i delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione, saranno estese anche ai delitti degli incaricati di pubblico servizio.
Viene consentita l'utilizzabilità delle intercettazioni effettuate per mezzo del captatore anche per la prova dei reati diversi da quelli per i quali è stato emesso il decreto di autorizzazione, a condizione che si tratti di reati contro la pubblica amministrazione puniti con la reclusione non inferiore nel massimo a 5 anni o di delitti attribuiti alla competenza della Procura distrettuale. Essendo la riforma a costo zero sono state sollevate perplessità da parte di alcuni procuratori. In particolare per le dotazioni tecnologiche che dovranno supportare le attività. Piccola nota per i giornalisti: niente carcere per chi viola il divieto di pubblicazione delle intercettazioni.
di Michele Presta
Corriere della Calabria, 1 settembre 2020
Eccola lì, Marianna, seduta al banco dei testimoni. Evita di incrociare lo sguardo degli assassini dei suoi due fratelli. Il primo è morto perché è finito in brutto giro in cui c'è anche la 'ndrangheta crotonese, il secondo è stato fatto fuori perché i killer temevano ritorsioni. È una storia su pellicola quella di Marianna, a metà degli anni novanta, quando l'Italia masticava i rudimenti della legislazione antimafia e i testimoni di giustizia erano equiparati ai collaboratori.
C'è una differenza, ed è abissale: i primi testimoniano con coraggio, i secondi testimoniano per aver salva la pelle. I redenti si contano sulle punte delle dita di una mano. È così, ma gli investigatori hanno bisogno di entrambi. Marianna appartiene alla categoria dei testimoni di giustizia, anzi dei "testimoni usa e getta" perché finito il processo, scritta la sentenza, sgominata una cosca, per lei e la sua famiglia inizia un calvario di promesse non mantenute e di una vita passata all'ombra di aver fatto la cosa giusta ma che non è adeguatamente riconosciuta.
La sua storia è scritta dal giornalista Eugenio Arcidiacono, firma del settimanale Famiglia Cristiana, nel romanzo "Testimone di ingiustizia" edito da San Paolo. Il sottotitolo è ancora più eloquente "La mia vita di fantasma per aver denunciato la 'ndrangheta". Marianna F. (il nome è di fantasia come i luoghi e le date riportati nel libro) si mette in contatto con il giornalista dopo che il 25 di dicembre del 2018, Marcello Bruzzese fratello di un pentito 'ndranghetista, venne ucciso nonostante il regime di protezione.
"La questione dei testimoni di giustizia è stato il punto di partenza del libro, anzi dell'inchiesta - spiega Arcidiacono al Corriere della Calabria. Marianna con i suoi familiari ha denunciato gli assassini dei suoi fratelli in Calabria. Lei ha deciso di rompere la spirale di violenza denunciando tutti. Lo ha fatto nonostante in quel momento vivesse a Parigi, facendo l'interprete. Era una donna realizzata che non aveva rapporti con la Calabria".
È in quel momento che inizia un lungo calvario. "Negli anni a cui si riferiscono i fatti - spiega l'autore - i testimoni di giustizia erano equiparati ai collaboratori giustizia. Ha dovuto firmare un modulo in cui si impegnava a dichiarare che non avrebbe fatto più reati e dal momento in cui ha raccontato quello che avevano fatto ai suoi fratelli è stata costretta a trasferirsi in un paese sperduto di montagna e a perdere ogni diritto.
Ha perso il lavoro, innanzitutto, le hanno dato una identità finta che non serviva a niente, ha perso l'assistenza sanitaria. I genitori anziani per qualsiasi motivo di natura medica dovevano andare in ospedale e dare delle generalità false e aspettare che qualcuno li curasse. I loro nomi e cognomi non esistevano più da nessuna parte".
Tra le pagine del libro si leggono le parole: testimone usa e getta. È così che si sente Marianna F. Le avevano promesso un posto di lavoro come interprete al Ministero dell'Interno ma anche questa promessa è sfumata. "Un lavoro adatto alle sue capacità non l'ha mai ricevuto - aggiunge Arcidiacono -. L'hanno assunta al Ministero dell'Interno e si è ritrovata a fare fotocopie. Una sentenza le ha riconosciuto un danno biologico causato sul posto di lavoro procurato dallo Stato".
Mobbing, in poche parole e dunque la decisione di lasciare il programma di protezione. "Decide di lasciare per trovare un lavoro, anche se l'esponeva al rischio di essere individuata da chi in tribunale gli ha detto che l'avrebbe trovata. Con questa minaccia fortissima è uscita dal programma di protezione, ottenendo un risarcimento che le è servito per comprare la casa - dice Eugenio Arcidiacono. Ha partecipato a dei concorsi ma lo stress psicologico e la paura di essere trovata erano più forti di lei.
Trovare un lavoro seguendo la strada normale non era semplice, giustificare anni di vuoto da esperienze lavorative hanno fatto desistere ogni datore di lavoro". Negli anni 90 Marianna è una donna che vive pienamente la sua vita. La laurea e il lavoro da interprete nella capitale francese la soddisfano di tutti i sacrifici fatti. La morte violenta piomba nella sua vita e decide di affrontarla con senso civico e alto rispetto delle istituzioni.
"Ha vissuto l'epoca delle guerre di mafia condotte da Falcone e Borsellino - ci spiega l'autore. Si è appassionata molto a quel tipo di racconto che veniva fatto in Italia e si domandava come mai in Calabria non ci fosse lo stesso sentimento che invece si avvertiva in Sicilia. Lei ha fatto la sua parte, non avrebbe mai potuto vivere con il pensiero che gli assassini dei suoi fratelli si sarebbero potuti trovare ancora oggi in giro.
L'educazione è stata fondamentale, ma non dobbiamo essere generalisti, è ovvio che vivere in un ambiente imbevuto di una certa mentalità non l'avrebbe aiutata. È per questo che dedichiamo il libro ai bambini calabresi perché, non siano costretti a lasciare la propria terra. Il sogno di Marianna è di ritornare in Calabria. Ha partecipato a degli incontri a scuola sotto falso nome e senza farsi riconoscere o ai campus di Libera al nord, ma non in Calabria. Nella sua terra vorrebbe ritornare da donna libera, usare la casa che ha ancora e dove ha vissuto con i suoi genitori e dove c'è ancora la tesi di laurea. Vive a testa alta, non è complice di nessuno Marianna.
"Non ha nessun rimpianto se non quello di essersi fidata troppo di quello che le avevano detto - prosegue Eugenio Arcidiacono -. Solo dopo tanto tempo ha deciso di contattare persone che vivevano come lei. I calabresi non fanno gruppo come i siciliani, e sul lavoro probabilmente se avesse fatto la voce grossa non si sarebbe ritrovata nella condizione in cui è adesso. Certo nel tempo sono cambiate molte cose. L'impulso dato dal procuratore Nicola Gratteri alla modifica della legge sui testimoni di giustizia e altri accorgimenti legislativi, adesso, non metterebbero nessuno nelle condizioni in cui si trova lei. Il problema è che queste leggi non sono retroattive ed aver abbandonato il programma di protezione non aiuta Marianna".
Scrive a politici, ministri, altri funzionari di Stato ma la risposta è sempre negativa. "I testimoni dovrebbero essere più preziosi dei pentiti, perché se continuassero a vivere nella propria terra sarebbero la dimostrazione vivente che un altro mondo è possibile. Solo così si dimostra che lo Stato è più forte della 'ndrangheta".
Eugenio Arcidiacono è per metà calabrese. Vive e lavora stabilmente a Milano ma aver prestato il proprio lavoro per raccontare questa storia ha smosso in lui un sentimento forte. "Per me è stato un riappropriarmi delle mie radici. Come tutti i mezzi calabresi, fin da bambino le estati le trascorro in Calabria. Ogni volta me ne vado con la sensazione di aver passato un periodo in una terra meravigliosa con gente ospitale, un mare straordinario e altre cose incantevoli - conclude.
Però non posso dimenticare le brutture e le storture. Le case iniziate e mai terminate, gli episodi di sopraffazione e le prepotenze. Il romanzo lo abbiamo scritto in due. Non abbiamo fatto una intervista. Nel racconto che è tutto vero ci sono sia le sue che le mie esperienze.
Tutto è mescolato. Parlare con Marianna mi ha permesso di dare un contributo alla terra che amo tantissimo. Saremo felici se questo libro venisse letto nelle scuole e diventasse un testo di speranza per dimostrare che non bisogna sempre chinare la testa, ma avere fiducia nello Stato, anche quando le circostanze ci suggeriscono il contrario. Marianna è una donna libera dentro anche se vive come un fantasma. Può camminare a testa alta e dire di aver fatto la scelta giusta. Quanti calabresi ci sono che chinano la testa?".
di Laura Ambrosi
Il Sole 24 Ore, 1 settembre 2020
Corte di cassazione - Sezione feriale - Sentenza 31 agosto 2020 n. 24589. Anche il reato di dichiarazione infedele non è punibile se l'integrale pagamento del dovuto avviene precedentemente alla prima udienza utile dopo l'entrata in vigore delle novità sul Dlgs 74/2000. A fornire questo principio è la Corte di cassazione, sezione feriale penale, con la sentenza 24589.
La vicenda trae origine dalla contestazione a un contribuente del reato di dichiarazione infedele per omessa indicazione di alcune vincite al casinò.
Nei giudizi di merito, l'imputato veniva condannato ma la pronuncia veniva impugnata in Cassazione lamentando, tra i diversi motivi, l'errore commesso dal giudice di appello di non aver considerato il pagamento effettuato in sede di adesione quale causa di non punibilità del reato. I giudici di legittimità confermando la decisione della Corte territoriale hanno preliminarmente ricordato che con la riforma del sistema sanzionatorio penale tributario (Dlgs 158/2015) è stata introdotta la possibilità di estinguere alcuni reati previo pagamento integrale del debito.
Più precisamente, per i reati di omesso versamento e di indebita compensazione di crediti non spettanti, se il pagamento di tributo, interessi e sanzioni avviene prima dell'apertura del dibattimento di primo grado, anche attraverso speciali procedure conciliative e di adesione all'accertamento, il reato non è punibile. Per i delitti di dichiarazione infedele e di omessa dichiarazione, invece, la non punibilità scatta solo se il pagamento (necessario sempre prima della apertura del dibattimento di primo grado) avviene a seguito di ravvedimento operoso prima che l'autore del reato abbia avuto formale conoscenza di accessi, ispezioni, verifiche o dell'inizio di qualunque attività di controllo nei propri confronti. Tuttavia, la sentenza ha richiamato sul punto l'orientamento secondo il quale la norma di favore è applicabile retroattivamente ai procedimenti in corso.
In proposito, infatti, in più occasioni, è stato affermato dai giudici di legittimità che i contribuenti che avevano procedimenti in corso al 22 ottobre 2015 (data di entrata in vigore delle modifiche al regime penale tributario) per omesso versamento e indebite compensazioni, potevano avvalersi della causa di non punibilità solo se tale pagamento fosse avvenuto per intero entro la prima udienza utile rispetto all'entrata in vigore della norma (tra le ultime sentenza 8521/2019).
Nel caso particolare, poiché pare dal testo della sentenza che l'integrale pagamento sia avvenuto in seguito all'accertamento con adesione ma in data successiva alla prima udienza utile, è stato corretto escludere la causa di non punibilità. La decisione è interessante poiché sembra confermare l'applicazione retroattiva della causa di estinzione del reato anche per la dichiarazione infedele (e non solo per i reati omissivi), sempre a condizione che il pagamento del dovuto avvenga entro la prima udienza utile dopo l'entrata in vigore della norma (22/10/2015). Per analogia, quindi, alla luce di tale orientamento, dovrebbero ritenersi non punibili anche i reati di dichiarazione fraudolenta di cui agli articoli 2 e 3 del Dlgs 74/2000 (per i quali recentemente è stata introdotta la nuova causa di estinzione), se il contribuente versi integralmente il dovuto entro la prima udienza utile dopo l'entrata in vigore della nuova norma (25 dicembre 2019).
di Roberto Puglisi
livesicilia.it, 1 settembre 2020
Carcere, qualcosa si muove? Si legge in una lunga nota: "Dopo il caso dei tre suicidi in poco meno di un mese, avvenuti al carcere Lo Russo-Pagliarelli di Palermo, questa mattina il segretario regionale del Partito Democratico e deputato regionale, Anthony Barbagallo con il deputato nazionale e responsabile dell'area "Sicurezza" della segreteria nazionale, Carmelo Miceli, hanno compiuto un accesso ispettivo nella casa circondariale del capoluogo siciliano.
Presente anche Elisa Carbone, sindaco di Sommatino e componente della segreteria regionale del Pd. "I parlamentari hanno incontrato la direttrice dell'Istituto, Francesca Vazzana, con la quale si sono intrattenuti raccogliendo alcune indicazioni in particolare per quanto riguarda la carenza di personale sanitario, della polizia penitenziaria e l'assenza di supporto psicologico per il personale della "'penitenziaria'".
"Tutela dei detenuti" - "Siamo molto preoccupati - ha detto Barbagallo, al termine della visita - non soltanto dalla vicinanza ma anche dal numero dei suicidi avvenuti al Pagliarelli. Come Partito Democratico riteniamo che vada assistita e garantita la necessaria tutela ai detenuti. Bisogna inoltre garantire migliori piani terapeutici, incrementare il numero degli educatori, evitare il sovraffollamento e proporre misure alternative alla detenzione che possano alleviare, in alcuni casi, le misure che non sono più confacenti con la natura del reato e la durata della pena".
"Torneremo a breve" - "Questo è solo il primo step - aggiunge il deputato nazionale, Carmelo Miceli - di un percorso che ci vedrà costantemente tenere aggiornato il governo. Abbiamo sentito il sottosegretario Giorgis, prima e dopo l'atto ispettivo. E insieme a lui abbiamo immaginato di tornare a breve - conclude - per ascoltare le istanze dei detenuti, del personale e del direttore che vivono l'istituto tutti i giorni". La situazione è talmente seria che, nonostante le numerose promesse mai mantenute in passato da esponenti politici bipartisan, registriamo con una circospetta soddisfazione la visita dei parlamentari che comunque rimane un fatto rilevante.
Un'estate difficile - Il problema era stato imposto dalla cronaca di una estate difficile, per i detenuti e per il personale della polizia penitenziaria, sfociata in gesti terribili. Il professore Giovanni Fiandaca, garante dei diritti dei detenuti in Sicilia, era già intervenuto con una sua riflessione pubblicata dal nostro giornale. Il carcere, mondo sommerso, di colpe, sofferenze e silenzi, è la polvere sotto il tappeto, la parte brutta che non vogliamo vedere. Per questo non sa offrire speranza e imprigiona tutti. Per questo è più che mai necessario non 'buttare la chiavè come si legge talvolta. Ma inserirla nella toppa e fare entrare aria fresca.
di Cesare Burdese*
Il Riformista, 1 settembre 2020
L'iniziativa è stata avviata nel 2014. Secondo alcuni esperti, però, per migliorare la vita in cella occorrono risposte di tipo diverso.
Ho letto con interesse l'intervista a Luca Zevi sul progetto per la realizzazione del carcere di Nola. Dalle sue parole sembrano esserci le premesse per dare corso a una nuova stagione progettuale in grado di fornire edifici carcerari rispondenti alle esigenze della gestione penitenziaria più avanzata e alle istanze costituzionali in materia di esecuzione penale, oltre che ai bisogni materiali e psicologici di detenuti e personale, attraverso soluzioni architettoniche di avanguardia.
Così, purtroppo, non è. Le condizioni avverse a tale corso sono rappresentate dalla mancanza di veri strumenti culturali in grado di affrontare coerentemente il tema della progettazione carceraria, cui si affiancano l'insensibilità politica e della cultura architettonica al tema e la burocrazia. La vicenda progettuale del carcere di Nola è emblematica in tal senso. Il progetto è quello del bando ministeriale per la costruzione del nuovo istituto penitenziario del 2017, elaborato dagli uffici tecnici del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap).
Nelle intenzioni il nuovo istituto doveva essere il primo in Italia scaturito da quanto pensato e stabilito dai tecnici del tavolo numero uno degli Stati generali dell'esecuzione penale nel 2015. Il tavolo era coordinato dall'architetto Luca Zevi composto da altri architetti, tra i quali il sottoscritto, operatori penitenziari e della giustizia chiamati dall'allora guardasigilli Andrea Orlando a individuare interventi architettonici negli istituti esistenti e a elaborare nuove configurazioni degli spazi della pena in linea con le istanze internazionali più progredite in materia di trattamento penitenziario.
Quel progetto ministeriale palesò fin da subito una netta discontinuità rispetto alle indicazioni del tavolo numero uno, caratterizzandosi negativamente in termini di localizzazione, capienza e soluzioni architettoniche. Gli stessi elementi di negatività furono rilevati e stigmatizzati in occasione del dibattito che si tenne il 22 marzo 2017 presso l'università di Roma Tre sul tema "Spazio della pena e architettura carceraria, il caso Nola dopo gli Stati generali dell'esecuzione penale", alla presenza, tra gli altri, dell'allora sottosegretario alla Giustizia Cosimo Maria Ferri.
Lo stesso sottosegretario, in quella sede, prese atto e ammise che, nel caso del progetto del carcere di Nola, era venuto a mancare il rispetto delle linee guida e degli indirizzi fondamentali previsti per quel tipo di struttura. In quella circostanza lo stesso rappresentante dell'Ordine degli architetti di Roma evidenziò giustamente anche l'errata scelta dell'amministrazione penitenziaria, la quale, invece di bandire un concorso di idee progettuali, preferì ricorrere a una gara più sbrigativa, sostanzialmente basata su un'offerta tecnica ed economica al ribasso.
Nonostante tutto, oggi come allora, quel progetto continua da qualcuno a essere decantato pur contraddicendo i contenuti del lavoro portato avanti dall'apposito tavolo ministeriale. L'attuale ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, sembrerebbe aver sconfessato quel progetto esprimendo l'intenzione di annullarne la realizzazione. L'iter procedurale per la costruzione di quell'opera, in carico al Provveditorato regionale delle opere pubbliche della Campania, avviato nel 2014, però, non risulterebbe al momento interrotto.
Lo stato di sovraffollamento cronico delle nostre carceri, tutt'ora presente e ulteriormente aggravato dall'emergenza-Covid, la cui soluzione sarebbe riconducibile alla realizzazione pressoché immediata di almeno 10mila posti letto (singoli), richiederebbe ben altre risposte e tempistiche, ma anche apporti culturali.
Alle vicende descritte potremmo attribuire, senza tema di smentita, l'espressione "miseria delle nostre carceri", che, con riferimento allo stato materiale delle infrastrutture penitenziarie del nostro Paese, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano proferì nel 2013, a seguito della condanna dell'Italia da parte della Corte europea dei diritti umani.
*Architetto esperto di edilizia penitenziaria
italiapost.it, 1 settembre 2020
Quando la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo nel gennaio 2013 ha condannato l'Italia per la drammatica situazione del sovraffollamento carcerario, la mancanza di lavoro ha cominciato a farsi ricordare nei dibattiti pubblici: giornalisti, rappresentanti politici e della società civile hanno iniziato a proclamare l'importanza del lavoro in carcere, riferendosi ad esso come una panacea, anche contro le recidive. Trasmesse sui media, sequenze di lavoro in cucina o in pasticceria e interviste a detenuti impiegati nei call center allestiti all'interno di alcune carceri, sono diventati il nuovo volto della realtà carceraria.
Quello della detenzione come pena rieducativa e riabilitativa nei confronti della società è un argomento inoppugnabile e insindacabile, al netto di ogni demagogia, dal vantaggio economico del lavoro in carcere per ogni detenuto, alla riduzione delle recidive accertata e così di una migliore gestione delle carceri.
Proprio in quest'ottica di rieducazione ed inserimento nella società si colloca il Progetto Diocesano "Senza Sbarre", Opera di Don Riccardo Agresti e Don Vincenzo Giannelli, il quale mira a promuovere una messa in atto di una misura alternativa al carcere per i detenuti; per chi è sottoposto a provvedimento di custodia attenuata; per chi ha patteggiato la sua pena scegliendo i lavori sociali; per ex detenuti e per tutti coloro che sono sottoposti ogni forma di custodia prevista dalla legge.
Il progetto si sviluppa partendo dall'esperienza di questi due sacerdoti che hanno sempre svolto la propria missione fianco a fianco con i detenuti nelle carceri, aiutandoli a ritrovare la propria spiritualità, a comprendere ed accettare i propri errori, e guidandoli in una seconda primavera della loro vita, fatta di redenzione e cambiamento. Occasioni che sono offerte principalmente dall'avere una attività che riesce a farli sentire utili ed appagati, è il caso di un lavoro ovviamente.
Anche l'area geografica in cui Don Riccardo e Don Vincenzo praticano la loro pastorale dà un contributo determinante a questo tipo di attività.
Se da un lato la provincia di Bat (Barletta - Andria e Trani) è una realtà piegata da decenni di macro e micro criminalità, dall'altro si tratta di comunità che hanno sviluppato gli anticorpi per questo protocollo delinquenziale e che - al contrario - si dimostrano solidali e pronte ad aiutare chi prova a dare un contributo attivo al proprio territorio. In virtù di questo senso di comunità vigente in queste realtà, i due sacerdoti hanno invitato i propri fedeli a creare "ponti tra il carcere e il mondo" per i detenuti, contribuendo a rieducarli e riaccoglierli tra di loro nuovamente.
Ma in cosa consiste di fatto il Progetto Diocesano "Senza Sbarre"? Si tratta di un ambizioso piano di costruzione di una impresa multiservizi, incentrata soprattutto nella lavorazione della terra e nella creazione dell'olio "Senza Sbarre", a totale cura dei detenuti, a partire da una masseria fortificata in contrada san Vittore, circondata da circa 10 ettari di campagna. Il progetto è aperto a tutti coloro che possono usufruirne - sempre secondo i limiti imposti dalla legge - sia facenti capo alla Casa Circondariale di Trani, che dell'intera Puglia e anche Italia, a seconda del fabbisogno dell'azienda agricola.
Il Progetto Senza Sbarre, nasce come una potenziale seconda opportunità per chi si trova a dover subire le criticità di un sistema da tempo in difficoltà, quale anello di congiunzione tra tutti gli aspetti del "Dentro" e del "Fuori" e che caratterizzano la problematica.
La partecipazione a un'attività produttiva come quella agricola utile alla società è di particolare importanza per i detenuti. In primo luogo, il lavoro manuale produttivo porta i prigionieri a capire che le ricchezze della società non cadono dal cielo; si può così far crescere l'interesse per il lavoro, l'abitudine al lavoro, la convinzione che "i frutti del proprio lavoro si raccolgono dalla costanza e dall'impegno", che elimina le concezioni dannose del disprezzo per il lavoro manuale e corregge la tendenza a voler trarre il massimo profitto dal minimo sforzo, idea radicata nelle menti criminali. Allo stesso tempo, il lavoro manuale promuove la consapevolezza della responsabilità di ogni persona nei confronti della società e il senso della disciplina.
Secondo, un lavoro manuale adattato facilita il loro sviluppo fisico e li mantiene in buona salute; rimanendo rinchiusi in cella tutto il giorno senza alcuna attività prolifica che li tiene impegnati, rischiano di essere psicologicamente oppressi, meditabondi, nervosamente depressi, magari anche solo con l'idea di fuggire, suicidarsi, o infrangere di nuovo la legge. Terzo, il lavoro manuale offre ai detenuti l'opportunità di padroneggiare una o più tecniche professionali che consentiranno loro di trovare lavoro alla fine della pena. Eviteranno così di ricadere nelle loro cattive abitudini e di recidivare perché non sono stati veramente rieducati o non sanno come rimettersi in carreggiata nella vita.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 1 settembre 2020
Non solo alberi di olivo e piante aromatiche, nell'orto sociale del carcere di Ascoli Piceno dalla prossima stagione potranno iniziarsi a raccogliere anche cavolfiori, broccoli, verze, cavoli cappucci, finocchi e insalata. Le piantine sono state messe a dimora qualche giorno fa nel corso di un incontro in cui la vice presidente della Regione Marche Anna Casini e la direttrice del carcere Eleonora Consoli hanno presentato la nuova versione dell'orto, ampliato dall'Assam (Agenzia regionale per i servizi agricoli), irrigato grazie alla collaborazione del Consorzio Idrico Piceno.
L'attività all'interno della Casa circondariale di Marino del Tronto non è finalizzata alla commercializzazione: i prodotti saranno coltivati e consumati dagli stessi detenuti affidatari dell'orto sociale che potranno così sperimentare la gestione in autonomia di un impegno responsabilizzante e produttivo. Il progetto Orto sociale in carcere, realizzato grazie a un protocollo siglato insieme all'Amministrazione penitenziaria Emilia Romagna-Marche, è in corso anche ad Ancona Barcaglione e in futuro sarà esteso anche negli istituti penitenziari di Ancona Montacuto e a Pesaro. Per completare il ciclo coltivazione-consumo, gli organizzatori stanno studiando l'allestimento di un corso sull'utilizzo in cucina dei prodotti provenienti dall'orto.
di Ferruccio de Bortoli
Corriere della Sera, 1 settembre 2020
Il capitale sociale del Paese durante la crisi ha fatto la differenza, ma ha falsi alleati e molte criticità sono irrisolte. La Riforma non è del tutto attuata e manca una politica specifica sulla "social economy" su cui l'Europa ha messo attenzione.
A parole sono tutti d'accordo. Il capitale sociale italiano è la polizza assicurativa del Paese e il volontariato la spina dorsale della cittadinanza. Il Bene però ha due nemici: il conformismo e l'ipocrisia. E, dunque, troppi falsi alleati. Nel momento in cui Buone Notizie, dopo la pausa estiva, riprende il suo percorso, vorremmo rivolgere al governo e alla maggioranza che lo sostiene una semplice domanda. "Il futuro del Terzo Settore è tra le vostre priorità o lo state soltanto prendendo in giro con false promesse e pacche sulle spalle?". Chiediamo scusa per la brutalità del quesito ma spesso la sintesi estrema è indispensabile alla chiarezza.
Riassumiamo quello che è successo in questi mesi. La pandemia ha aperto una ferita profonda nella società, rivelato i limiti dell'assistenza pubblica e privata, mostrato la fragilità fisica e sociale delle persone più anziane, allargato l'area della povertà materiale ed educativa. Lo sforzo delle istituzioni è stato rilevante, l'insieme degli aiuti predisposti dal governo ingente - e speriamo efficace - ha interessato anche le tante associazioni del privato sociale. Ma senza l'aiuto del Terzo Settore e del volontariato le sofferenze umane sarebbero state superiori, le solitudini personali maggiormente dolorose, il costo economico ancora più devastante.
L'autunno è alle porte. La preoccupazione, per la diffusione del virus e per le sue pesanti ricadute economiche, cresce ogni giorno che passa. L'universo delle organizzazioni di volontariato è impegnato su più fronti. Molte associazioni affrontano una crisi di donazioni, indebolite dalla recessione e dalla comprensibile convergenza dei finanziamenti su ospedali e ricerca, eppure non riducono il livello del loro servizio. Si fanno in quattro. Il welfare non è solo sanità. È fatto anche di altre cure, sostegni, vicinanze, affetti. Un insieme di gesti solidali che finora ha contributo a garantire un accettabile livello di coesione. Un cuscino sociale, chiamiamolo così, a disposizione della parte più debole del Paese, degli invisibili, dei dimenticati.
Se la coesione terrà, se riusciremo a lasciarci alle spalle questo terribile 2020, lo si dovrà anche all'esercito del bene. Una parte del Paese che non chiede soldi pubblici, bonus, sussidi. Certo ha avuto qualche risorsa aggiuntiva, oltre il cinque per mille, ma di soli cento milioni. Per i monopattini se ne sono spesi 120 in incentivi. Ma non importa. Il Terzo Settore si sostiene soprattutto con la generosità degli italiani che non ha eguali al mondo. Le associazioni chiedono altro: considerazione della loro centralità, regole certe, attenzione programmatica.
La legge sul Terzo Settore, varata dal governo Renzi, una buona legge, è in gran parte inattuata. Non è ancora stato emanato il decreto sul Registro unico (Runts) senza il quale gli statuti già approvati restano sospesi. Non è stata ancora inviata la richiesta di autorizzazione alla Commissione europea per le disposizioni fiscali previste dal Codice del Terzo Settore. La ministra del Lavoro, Nunzia Catalfo, non ha mai conferito ai suoi vice la delega necessaria, salvo quella, limitata all'impresa sociale, al grillino Stanislao Di Piazza. La legge che istituisce la lotteria filantropica, da tempo approvata, attende un decreto attuativo. Se fosse già operativa avremmo convogliato donazioni private (non soldi pubblici) a favore del bene comune e delle necessità di chi ha più bisogno.
Questa disattenzione, al limite della sciatteria, mette in luce una quantità di pregiudizi nei confronti del privato sociale che, ahinoi, i Cinque Stelle sono riusciti a trasferire anche al Pd. Ovvero: l'idea di fondo che sia il terreno sul quale si esercita una carità pelosa di famiglie abbienti e imprese desiderose di farsi perdonare chissà quale inadempienza se non delitto. Un'attività che il principio di sussidiarietà sottrae colpevolmente all'invadenza della politica e che, nel magico mondo ideale dei grillini, dovrebbe essere esercitata in esclusiva dallo Stato. Unico titolare del bene comune. Un pregiudizio non guidato da interessi di parte (come quelli che contrastarono a suo tempo l'istituzione delle Onlus con il progetto di Stefano Zamagni), piuttosto una diffidenza alimentata da scarse conoscenze e superficialità. Nei confronti della vasta e benemerita presenza cattolica si consuma poi un radicato sospetto, in fondo autoritario, del tutto simile a quello ben più visibile nei confronti della scuola privata. Stupisce l'accondiscendenza degli altri partner di governo, nonostante il Pd abbia dato la delega al Terzo Settore a una persona capace come Stefano Lepri.
Ma non c'è solo questo. C'è dell'altro e riguarda l'intera economia e, soprattutto, la nostra capacità nell'impiegare le risorse europee. Mentre noi non abbiamo alcuna vera delega sull'argomento, nella Commissione von der Leyen, c'è un commissario con una delega speciale all'economia sociale, il lussemburghese Nicolas Schmit. L'Action plan for social economy è parte costitutiva e qualificante della politica dell'esecutivo di Bruxelles. La distribuzione dei fondi di coesione, nel bilancio europeo 2021-27, sarà determinata dall'impegno dei Paesi membri in questa direzione. La credibilità degli investimenti che l'Italia proporrà, all'interno di Next Generation Eu, sarà legata alla capacità di promuovere interventi a favore della sostenibilità ambientale e sociale. Dimenticarsi delle tante associazioni di volontariato, che già lavorano su questo fronte, non è solo miope ma persino suicida.
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