Il Sole 24 Ore, 31 agosto 2020
Contravvenzioni - Acquisto di cose di sospetta provenienza (incauto acquisto) - Configurabilità - Condizioni. Ai fini della configurabilità del reato contravvenzionale di cui all'art. 712 cod. pen. non è necessario che l'acquirente abbia effettivamente nutrito dubbi sulla provenienza della merce, dovendosi invece ritenere che il reato sussista ogni qualvolta l'acquisto avvenga in presenza di condizioni che obiettivamente avrebbero dovuto indurre al sospetto, indipendentemente dal fatto che questo vi sia stato o meno.
• Corte di cassazione, sezione II, sentenza 24 luglio 2020 n. 22478.
Reati contro il patrimonio - Delitti - Ricettazione - Elemento soggettivo (psicologico): dolo - Dolo eventuale - Elemento psicologico del reato di acquisto di cose di sospetta provenienza - Differenze - Fattispecie. In tema di ricettazione, ricorre il dolo nella forma eventuale quando l'agente ha consapevolmente accettato il rischio che la cosa acquistata o ricevuta fosse di illecita provenienza, non limitandosi ad una semplice mancanza di diligenza nel verificare la provenienza della cosa, che invece connota l'ipotesi contravvenzionale dell'acquisto di cose di sospetta provenienza. (Nella fattispecie, relativa all'esposizione al pubblico, da parte dell'imputato, di merce contraffatta adagiata in terra su un lenzuolo, la Corte ha ritenuto immune da censure la sentenza impugnata, secondo cui le modalità di presentazione degli oggetti consentivano di escludere che il medesimo ignorasse la loro illecita provenienza, quantomeno a titolo di dolo eventuale).
• Corte di cassazione, sezione II, sentenza 22 maggio 2017 n. 25439.
Reati contro il patrimonio - Delitti - Ricettazione - In genere - Acquirente finale di un prodotto con marchio contraffatto o comunque di origine e provenienza diversa da quella indicata - Illecito configurabile - Ragioni. L'acquirente finale di un prodotto con marchio contraffatto o comunque di origine e provenienza diversa da quella indicata risponde dell'illecito amministrativo previsto dal D.L. 14 marzo 2005, n. 35, conv. in l. 14 maggio 2005, n. 80, nella versione modificata dalla l. 23 luglio 2009, n. 99, e non di ricettazione (art. 648 cod. pen.) o di acquisto di cose di sospetta provenienza (art. 712 cod. pen.), attesa la prevalenza del primo rispetto ai predetti reati alla luce del rapporto di specialità desumibile, oltre che dall'avvenuta eliminazione della clausola di riserva "salvo che il fatto non costituisca reato", dalla precisa individuazione del soggetto agente e dell'oggetto della condotta nonché dalla rinuncia legislativa alla formula "senza averne accertata la legittima provenienza", il cui venir meno consente di ammettere indifferentemente dolo o colpa.
• Corte di cassazione, sezioni Unite, sentenza 8 giugno 2012 n. 22225.
Reato - Estinzione (cause di) - Oblazione - Modifica dell'originaria imputazione disposta con la sentenza - Derubricazione di reato non oblabile in reato oblabile - Richiesta di oblazione - Ammissibilità - Condizioni - Fattispecie. Nel caso in cui il giudice, al momento della deliberazione finale, abbia derubricato un reato non oblabile in altro oblabile, l'imputato ha il diritto di chiedere l'oblazione soltanto se, entro il momento della formulazione delle conclusioni, abbia proposto la relativa istanza per l'ipotesi di derubricazione dell'originaria imputazione. (Fattispecie nella quale la difesa dell'imputato, nelle conclusioni, aveva espressamente proposto istanza di oblazione nell'ipotesi in cui il reato di ricettazione fosse derubricato - come poi accadde - in quello di cui all'art. 712 cod. pen.).
• Corte di cassazione, sezione II, sentenza 7 novembre 2011 n. 40037.
Il Sicilia, 31 agosto 2020
Protestano da due giorni i detenuti del reparto Alta sicurezza della casa circondariale di Caltanissetta sbattendo oggetti contro le inferriate delle celle. La contestazione, che dura da due giorni ed è ripresta stamattina alle 7, sarebbe riconducibile a problemi nei colloqui con i familiari e potrebbe continuare ad oltranza.
Lo rende noto Mimmo Nicotra segretario generale aggiunto del sindacato Osapp della polizia penitenziaria. "Purtroppo il personale è in difficoltà - aggiunge Nicotra - la struttura è fatiscente, ed è presente un solo poliziotto nei piani per il controllo dei detenuti perché a Caltanissetta mancano dall'organico 20 unità di polizia penitenziaria. Nella casa circondariale ci sono complessivamente 220 detenuti, cento dei quali nel reparto di Alta sicurezza".
Il Tirreno, 31 agosto 2020
Si torna a giocare grazie al via libera del direttore del carcere. Decisivo il nulla osta firmato dal Direttore dell'istituto penitenziario de 'Le Sughere' Carlo Alberto Mazzerbo: le 'Pecore Nere', dopo il lockdown ed il periodo più critico dell'emergenza legata al Covid-19, hanno ripreso ad allenarsi. Per tale squadra del tutto speciale, composta da detenuti del carcere labronico de 'Le Sughere', le sedute sono in programma una volta alla settimana, la domenica mattina, sul sintetico posto all'interno del carcere labronico.
Già raggiunta una buona condizione fisico-atletica, sui livelli di quella evidenziata prima della sospensione dettata dalla pandemia, quando la rappresentativa de 'Le Sughere' stava disputando il suo primo campionato federale (aveva inanellato nel torneo amatoriale Old toscano, girone 2, un'eccellente striscia di tre vittorie ed un pareggio su quattro partite disputate). Non manca il tempo per migliorare ulteriormente la forma: prima del mese di ottobre ben difficilmente si giocheranno gare ufficiali, con punti in palio.
La storia di un pallone ovale da far rotolare all'interno dell'istituto penitenziario cittadino si è materializzata grazie all'opera dei Lions Amaranto e, soprattutto, grazie al vero promotore dell'iniziativa, Manrico Soriani, già tecnico delle giovanili Lions (nonché capitano dei Rinocerotti, la rappresentativa Old dei Lions stessi), scomparso prematuramente, ad appena 55 anni d'età, lo scorso 5 luglio. Il progetto del rugby in carcere è nato circa 6 anni fa - sabato 27 settembre 2014 per la precisione - quando 22 giocatori amaranto, accompagnati da Soriani, dal presidente dei Lions Mauro Fraddanni e dai rappresentanti del comitato toscano della FIR, Marco Bertocchi e Claudia Cavalieri, dettero vita, sul terreno di gioco situato all'interno della casa circondariale, ad un allenamento piuttosto sostenuto, con tanto di partitella in famiglia.
Fu grande l'entusiasmo mostrato dai circa cento detenuti presenti sugli spalti. Da quel giorno, grazie ai Lions, grazie all'Associazione Amatori Rugby, grazie all'opera di Manrico Soriani e degli altri due allenatori attivi a guidare la squadra, Michele Niccolai e Mario Lenzi, e grazie alla sensibilità ed alla concreta collaborazione della direzione e del personale de 'Le Sughere', sono scattati, 'veri' allenamenti per i detenuti. Ben presto è stata allestita una squadra di rugby composta, appunto, da atleti reclusi nel carcere livornese.
di Laura Badaracchi
Avvenire, 31 agosto 2020
Un volume dedicato "a chi soffre di una malattia mentale, perché c'è sempre una speranza". Fausto racconta di essere stato in coma farmacologico, per essere curato. "Sembra faccia ridere, ma mi sono addormentato che ero 68 chili e mi sono svegliato che ero 106". In una delle sue poesie scrive: "Ora, dopo cinque passi, lascio lo stupore e i trofei al Dio che mi ha creato e non mi ha colto". È uno dei 18 pazienti intervistati dallo psichiatra Jacopo Santambrogio negli Ospedali psichiatrici giudiziari, i cosiddetti "manicomi criminali" aboliti dal 31 marzo 2015 (ma l'ultimo ha chiuso definitivamente i battenti tre anni fa). Strutture avversate da Franco Basaglia, di cui oggi ricorre il 40° della morte, promotore della legge 180 per una presa in carico dei pazienti psichiatrici autori di reato da parte di personale sanitario specializzato, non dalla polizia penitenziaria.
Dei volti di chi ha vissuto la realtà drammatica degli Opg racconta Santambrogio nel volume "Gli intravisti", edito da Mimesis (pp. 294, euro 20), mix fra saggio e reportage con le prefazioni di Eugenio Borgna e Massimo Clerici, impreziosito dagli scatti della fotogiornalista Caterina Clerici e dedicato "a chi soffre di una malattia mentale, perché c'è sempre una speranza".
Non è scontato né retorico evocare la speranza "non di una guarigione, spesso non possibile, ma di qualche miglioramento e in alcuni casi di un'autonomia ritrovata", fa notare l'autore, dando voce a persone emarginate a cui viene restituito il nome proprio che potrebbe essere quello di chiunque: Matteo, Luigi, Virginio, Francesco e altri accettano di esporsi, senza mediazioni narrative.
A emergere non sono "elementi scandalistici" legati ai reati commessi, ma "storie di drammi personali e familiari, di episodi che avevano alterato equilibri sociali fino a gesti estremi e violenti quali l'omicidio". Ed è anzitutto il titolo a squarciare il velo sugli "scarti" nascosti allo sguardo altrui perché problematici, imprevedibili. "Il mandato custodialistico, ovvero di separazione e allontanamento dei soggetti pericolosi dalla società, è sempre presente nei luoghi psichiatrici e, per questo, queste persone rimangono ai più misteriose", puntualizza l'autore.
Questione che non riguarda solo gli addetti ai lavori, ma l'approccio generale al diverso, quella "logica dell'esclusione" che persiste anche nei confronti di persone autistiche e disabili intellettive gravi, con cui Santambrogio lavora al Presidio Corberi di Limbiate, mentre si occupa di riabilitazione psichiatrica alla Fondazione Adele Bonolis onlus di Vedano al Lambro (Monza e Brianza).
Nel gennaio 2012, ancora studente, decise di fare un viaggio sulle orme di Franco Basaglia a partire da Trieste, visitando poi gli Opg che avrebbero chiuso i battenti. Gradualmente ha preso forma "un saggio che, a partire da quelle vite, offre riflessioni sul disturbo, il disagio e l'inserimento di pazienti complessi nelle nuove strutture di cura", le Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza (Rems).
Inoltre dalle testimonianze emerge che nel baratro della malattia mentale si finisce molto spesso per l'uso di sostanze stupefacenti, e purtroppo i danni cerebrali sono irreversibili. Il binomio droghe-psicopatologia, quindi, "è tutt'altro che raro", ribadisce lo psichiatra, consapevole che i farmaci potranno soltanto lenire i disturbi "e stabilizzare l'impulsività, ma non portare alla guarigione. Però l'obiettivo è la guarigione sociale". In cui non entrano in gioco solo le famiglie dei pazienti, ma l'intera comunità.
di Francesca Brunati
ansa.it, 31 agosto 2020
"Non devo trattare il carcere da carcere, altrimenti qui dentro diventiamo tutti carcerati e carcerieri". E' il principio che ha illuminato percorso professionale e umano di Giacinto Siciliano e che viene a galla in "Di cuore e di coraggio", un libro autobiografico in cui l'attuale direttore del carcere milanese di San Vittore ripercorre le tappe della sua "vita normale, ma non troppo" a contatto con quel "mondo dentro il mondo" in cui si intrecciano storie e drammi di detenuti, dagli stranieri arrestati per spaccio o per furto, agli ergastolani, fino ai mafiosi più irriducibili detenuti in regime di 41 bis tra cui Totò Riina, Giuseppe Graviano o Michele Zagaria. Il volume, edito da Rizzoli e in libreria dal primo settembre, attraverso le tappe della carriera di Siciliano e i suoi ricordi personali, offre uno spaccato, seppur da dietro le sbarre, della storia d'Italia a cui si aggiunge la riflessione di un uomo di Stato che ha dedicato la vita a dirigere penitenziari con l'obiettivo di cercare di far ritrovare il senso dello Stato in chi lo ha perduto.
La prima esperienza di Siciliano risale al 1993 con Busto Arsizio e poi la casa circondariale di Monza. Da lì il trasferimento al supercarcere di Trani dove, l'incontro con i brigatisti detenuti fa venire a galla la vicenda di suo padre, in passato uno degli obbiettivi, fortunatamente mancato, delle Br. Dopo di che Sulmona, Opera - periodo in cui è stato costretto a vivere sotto scorta per le minacce dell'allora boss dei boss - e San Vittore. I capitoli di questo libro aprono una finestra su realtà delicate e dolorose come le rivolte - anche quella scoppiata sempre a San Vittore nel marzo 2020 a seguito della diffusione del Coronavirus - e dei suicidi in cella.
Al tempo stesso si comprende cosa voglia dire gestire e tentare sempre, anche nei casi estremi, di avviare un percorso di recupero. Perché quello del direttore penitenziario - come lo interpreta Siciliano - è un lavoro "di cuore e di coraggio": non si tratta di fare sconti, anzi al contrario occorre impegnarsi quotidianamente per dare fiducia a ogni detenuto e aprire un dialogo che lo porti a comprendere i propri errori e a riappropriarsi del valore delle regole e, appunto, del senso dello Stato. Per Siciliano ogni uomo è una storia, ma è anche un futuro. Il suo dovere è indicargli la via per riappropriarsi di una vita solida e libera.
di Giulio De Santis
Corriere della Sera, 31 agosto 2020
Circolare ai pm: i fascicoli per le citazioni dirette a giudizio non devono essere scansionati. Riprendono le attività giudiziarie dopo la fine del lockdown. Ma con l'emergenza sanitaria sono fermi i processi per furto aggravato, ricettazione ma anche per resistenza a pubblico ufficiale e rissa. Il tribunale riapre domani ma i pubblici ministeri, in seguito ad una circolare del 3 luglio scorso che aggiorna procedure già in vigore, non devono inoltrare agli uffici i fascicoli scansionati per le citazioni dirette a giudizio. La conseguenza: un'enorme mole di arretrati, recuperare il tempo perduto non sarà semplice. La procura ha chiesto di fissare le udienze, per le inchieste rimaste ferme, da gennaio a dicembre 2021 per razionalizzare le (scarse) risorse disponibili.
Dal furto aggravato alla ricettazione, passando per resistenza, violenza o minaccia a un pubblico ufficiale, per finire alla rissa aggravata: sono alcuni esempi di tipologie d'inchieste, con tanto d'indagati, ferme nelle stanze dei pubblici ministeri a causa dell'emergenza Covid-19. I pm in seguito a una circolare datata 3 luglio del procuratore Michele Prestipino che aggiorna procedure già in vigore da marzo - non devono, infatti, inoltrare all'ufficio scansione questo tipo di fascicoli poiché riguardano procedimenti che prevedono la citazione diretta a giudizio. Tradotto: migliaia d'inchieste si trovano in un limbo poiché gli atti non vengono scansionati. Il blocco è causato dall'emergenza Covid, dalla quale nasce la decisione del presidente del Tribunale di congelare la fissazione delle udienze monocratiche per il 2020.
Il Tribunale domani riaprirà dopo la chiusura estiva e l'unica certezza è che per recuperare il tempo perduto per l'emergenza Covid, la procura ha chiesto di fissare le udienze, proprio per le inchieste rimaste ferme negli ultimi mesi, da gennaio a dicembre 2021, in modo da "razionalizzare le scarse risorse disponibili". Ma accelerare adesso non sarà semplice perché, in seguito a quanto previsto dalla circolare, e a meno di nuove future disposizioni, si potrà tornare a scansionati gli atti, per metterli a disposizione di avvocati e imputati, solo al termine dell'emergenza.
Ogni fascicolo di un'inchiesta contiene decine, se non centinaia, di pagine d'interrogatori, d'informative delle forze dell'ordine, di sommarie informazioni, di consulenze. A oggi gli atti di queste inchieste sono solo stampati su carta. Ma, prima o poi, avranno bisogno di essere scansionati per lo svolgimento dei processi. Un lavoro già impegnativo in tempi normali.
Sui numeri dell'arretrato non ci sono statistiche ufficiali. Alcune stime prudenti è però possibile farle. L'organico della procura è, infatti, composto da 87 pm. Secondo stime orientative ogni pm ha dovuto trattenere da marzo in poi, negli scaffali della propria segreteria, almeno cinquanta fascicoli inerenti a inchieste a citazione diretta. Per adesso pertanto potrebbero essere migliaia i procedimenti nel limbo. Quantità peraltro destinata a crescere nel corso dei prossimi mesi se l'emergenza da pandemia non terminerà. I pm, infatti, continuano la loro attività ordinaria. Mettono le accuse nero su bianco.
Le stampano. E poi le mettono sugli scaffali. Dove giorno dopo giorno si formano pile sempre più alte. All'elenco dei fascicoli da non scansionare, vanno aggiunte anche le centinaia di richieste di archiviazione della procura alle quali hanno diritto di opporsi le persone offese. È lo stesso procuratore a spiegare le motivazioni della decisione, quando scrive nella circolare: "La situazione d'emergenza ha molto rallentato l'attività di scansione degli atti che solo in data 4 giugno ha ripreso con la stessa dotazione di personale esterno che vi provvedeva in febbraio; tale contingente tuttavia era già stato ridotto dal Dgsia (Direzione generale sistemi informativi automatizzati) di circa il 30 percento dallo scorso 10 febbraio con l'inevitabile conseguenza di rendere quasi impossibile esaurire il carico ordinario".
Al momento, secondo la circolare, la procedura prevede che siano lavorati solo i procedimenti per cui è stabilità l'udienza preliminare. Pertanto l'iter rimane invariato per le inchieste di corruzione, abuso d'ufficio, colpe professionali, omicidi o lesioni causate da incidenti stradali. Anche gli atti urgenti, che riguardano detenuti o i procedimenti con sequestri preventivi, proseguono a essere trattati con le modalità pre-emergenza. La situazione non è rosea nemmeno per questo tipo d'inchieste, come rimarca lo stesso procuratore quando sottolinea come ci siano "enormi difficoltà anche nello smaltimento del carico urgente".
di Luigi Manconi
La Stampa, 31 agosto 2020
Mai come ora, di fronte a quanto va accadendo nel Mediterraneo, si avverte un bisogno di "più Europa". Perché, è palese, una soluzione per la tragedia che si consuma davanti alle nostre coste, non potrà venire, certo, dalle motovedette della guardia costiera libica e nemmeno di quella italiana, bensì solo da una politica sovranazionale e da una strategia complessiva dell'Unione.
Prima ancora, una premessa. Comunque la si pensi si deve partire da un principio di realtà: siamo in presenza di uno stato di necessità. I movimenti degli esseri umani, di cui in questo nostro angolo di mondo vediamo appena una modesta espressione, dipendono da processi planetari così profondi e di antica data che immaginare di arrestarli con i "blocchi navali" o con la "chiusura dei porti" è utopia. Cattiva utopia, appunto, disegno velleitario e demagogico; e in grado di funzionare solo illusoriamente: mentre il precedente governo sosteneva di aver "fermato gli sbarchi", cresceva in misura assai rilevante il flusso lungo la rotta balcanica. Altrettanto inevitabile è che - di fronte ai quattro naufragi e ai più di cento morti tra il 17 e il 20 agosto - ci sia chi, come l'artista Banksy, decida di prestare soccorso. La sua motivazione è tanto elementare quanto inconfutabile: se le autorità europee ignorano il grido di aiuto dei non europei qualcuno dovrà pur intervenire.
La risposta dei sovranisti da condominio e dei moderati con la bava alla bocca è avvilente: si ricorre alla bolsa invettiva contro i radical chic che alimenterebbero il "traffico di esseri umani". Sfugge, evidentemente, che anche questo movimento di solidarietà è manifestazione dell'attuale livello di civiltà giuridica, del diffondersi dei valori della democrazia e del liberalismo e di quel sentimento di cittadinanza universale che è una felice invenzione proprio dell'Occidente. Insomma, ci saranno sempre, e provvidenzialmente, filantropi e uomini di mare, organizzazioni non governative e giuristi, intellettuali e anonimi cittadini e magari ammiragli e funzionari dello Stato, oltre che amministratori e governanti, che soccorreranno chi sta per affogare, che offriranno riparo ai fuggiaschi e che apriranno le porte a chi insegue una possibilità di salvezza. D'altra parte, va compresa e trattata con saggezza l'insofferenza che si manifesta tra gli abitanti di Lampedusa e tra tutti coloro che patiscono il peso di una convivenza, assai malamente gestita, tra residenti e migranti. Tutto ciò è, come si è detto, inevitabile e prescinde dalla miseria delle speculazioni elettorali (mancano giusto venti giorni al voto per le regionali) e delle guerricciole tra partiti. Ma il fatto che lo scenario appena descritto sia segnato dalla ineludibilità, non significa che non si debbano adottare strategie razionali e intelligenti, capaci di governare il fenomeno.
L'Italia ha oggi una grande occasione. Proprio oggi, in questo giro di giorni e settimane, non tra sei mesi o un anno. E l'opportunità è rappresentata dal buon risultato ottenuto in occasione del negoziato sul Recovery Fund e sulla distribuzione delle risorse comunitarie contro la pandemia. Se è vero, come è vero, che il nostro paese è uscito da quel passaggio cruciale con maggiore prestigio e più forza contrattuale, è esattamente questo il momento per mettere a frutto la sua nuova e più affidabile identità. Magari fragile, ma comunque considerata.
Ciò potrà avvenire se l'Italia sarà in grado di far accettare quanto è già nelle cose: la politica sanitaria europea, così come non può essere disgiunta nemmeno per un attimo da una generale strategia di sviluppo economico, non può, tanto meno, pensare l'immigrazione come un tema circoscritto e separato. Quasi fosse un problema di ordine pubblico o, al più, di filantropia. Quella dell'immigrazione è, in primo luogo, una questione che riguarda la demografia e l'economia e che attraversa le diverse agende e i diversi dossier della politica europea, gli accordi bilaterali e quelli continentali, le intese regionali e quelle comunitarie.
Di conseguenza, se oggi l'Italia è maggiormente rispettata, questa sua nuova autorevolezza si misurerà nella capacità di tradurre, finalmente, in una strategia condivisa quella esigenza, finora rimasta sulla carta, di fare del Mediterraneo una questione europea. Se così non sarà, ci meriteremo Matteo Salvini o un altro come lui.
di Gianluca Di Feo
La Repubblica, 31 agosto 2020
Gli ultimi sbarchi nascono da contesti diversi, ma pongono il governo davanti allo stesso problema: la latitanza di una politica estera che gestisca le crisi del Mediterraneo. Il picco di sbarchi del fine settimana nasce da contesti molto diversi, ma pone il governo Conte davanti allo stesso problema: la latitanza di una politica estera che permetta di gestire le crisi del Mediterraneo. In Tunisia le istituzioni sono a un passo dal collasso e la pandemia ha dato il colpo di grazia al turismo, già amputato dal terrorismo islamico, e alle ultime attività imprenditoriali: scappare in Europa è l'unica speranza per chi non vede più un futuro.
Fuggono cittadini tunisini ed è molto più difficile convincere le forze dell'ordine locali a fermare i loro stessi connazionali, perché l'emigrazione fa parte della cultura nazionale e non è percepita come una violazione di legge. In Libia proprio due giorni fa è stato rimosso il ministro dell'Interno di Tripoli, sotto la cui autorità ricadono le spiagge dei barconi, aprendo l'ennesima turbolenza nell'esecutivo Serraj. La decisione ha minato gli equilibri tra le milizie, molte delle quali finanziate dal traffico di esseri umani, e ha comunque creato una fase di incertezza nei controlli. Ma dopo l'insediamento dei turchi in Tripolitania e la tregua nel conflitto con la Cirenaica del maresciallo Haftar, la nostra capacità di influenzare le scelte libiche appare sempre più ridotta.
Roma sembra avere perso il contatto con l'altra sponda del Mediterraneo. Nonostante l'impegno del ministro dell'Interno Luciana Lamorgese e dell'intelligence, il nostro governo continua a essere privo di una strategia globale: ogni iniziativa è dettata dall'emergenza, come se cercassimo di rabberciare le falle che si aprono di volta in volta. Una linea che inevitabilmente ci espone al periodico riproporsi degli stessi allarmi e delle ondate di sbarchi, affrontati alla stregua di questioni di ordine pubblico mentre sono la manifestazione di un cambiamento geopolitico che non si fermerà in tempi brevi.
La stabilità della Tunisia e la pacificazione della Libia sono argomenti vitali per l'Italia e dovrebbero essere prioritari nell'agenda dell'esecutivo Conte: siamo noi a dovere prendere in mano la situazione e assumere una leadership che convinca l'Europa a intervenire con decisione. Invece il governo non riesce nemmeno a risolvere l'ambiguità di fondo nell'approccio all'immigrazione, con il Movimento 5 Stelle ancora legato a quell'impostazione securitaria che assieme a Matteo Salvini partorì il blocco dei porti e il Pd incapace di imporre una svolta. I decreti leghisti restano formalmente in vigore, anche se spesso inapplicati, mentre la loro revisione - chiesta anche dal capo dello Stato - viene rinviata di volta in volta: l'ultima scadenza - come scrivono Tommaso Ciriaco e Alessandra Ziniti - è slittata a dopo le regionali.
Nel frattempo questa ambiguità pesa a Bruxelles: ha determinato la fine della missione navale Ue Sophia e sta frenando la partenza dell'operazione Irini, entrambe destinate al controllo delle acque libiche. Ma soprattutto ci impedisce di essere protagonisti nel determinare un nuovo impulso europeo ai problemi dell'Africa, che riesca a garantire il rispetto dei diritti e una regolamentazione dei flussi migratori. Alle incertezze del passato adesso si è aggiunta quella generata dalla pandemia, che aumenta la paura per chi arriva dal Maghreb e offre altri pretesti all'intolleranza: il coronavirus, però, in quei Paesi sta esasperando la disperazione di chi non ha nulla da perdere. E rischia di aprire la strada a un esodo di dimensioni mai viste.
di Mauro Magatti
Corriere della Sera, 31 agosto 2020
Il Covid colpisce società nelle quali gli effetti di lungo termine della globalizzazione avevano già determinato una significativa erosione del ceto medio. Gli effetti economici e sociali del coronavirus rimangono in larga parte sotto traccia. Almeno in Europa, gli strumenti di protezione hanno per il momento consentito di attenuare l'impatto del blocco dell'economia. Ma tutti sanno che questa situazione non può durare a lungo.
A ragione ci si chiede quale evoluzione possa seguire la questione sociale nei prossimi anni, quale forma possa prendere il conflitto, quali risposte possano essere messe in campo fin d'ora. Occorre tenere presente che il covid colpisce società nelle quali gli effetti di lungo termine della globalizzazione avevano già determinato una significativa erosione del ceto medio. Con un conseguente impoverimento, assorbito per lo più scaricando i costi o sulle minoranze (soprattutto - ma non solo - negli Usa), sulle donne e le nuove generazioni (specie in Italia).
I riflessi sulla dinamica politica sono quelli che conosciamo. Da un lato, i partiti di sinistra hanno visto crescere la loro distanza dai ceti popolari. I "progressisti" (con i loro elettori) - per lo più identificati con i gruppi sociali acculturati ed economicamente vincenti - sono i paladini della crescita economica, della scienza, delle li-bertà individuali. Insomma, di una modernizzazione positiva e attraente.
Le poche forme spurie di populismo di sinistra - di cui alcune anime del M5S sono espressione - pensano, a loro volta, di salvaguardare il "diritto al benessere" garantendo sussidi per tutti. In una visione in cui lo Stato può disporre di risorse infinite senza preoccuparsi troppo di costruire il futuro. La ridefinizione post-thacheriana dei partiti di destra è avvenuta invece attorno alla pulsione sicuritaria. A partire dall'idea che tocca allo Stato chiudere i confini, difendere l'identità nazionale, proteggere i perdenti della globalizzazione. Tuttavia, questa posizione è ora in difficoltà: il covid ha reso evidente che la chiusura ermetica, oltre a non proteggerci dai fenomeni globali, ci fa morire per asfissia.
Di certo, il disagio del ceto medio, in particolare i giovani, è destinato ad acuirsi. La distanza tra le reali condizioni di vita dei più ricchi e dei più poveri tenderà a crescere. La disillusione sulle promesse del progresso sono destinate ad aumentare. E ciò proprio mentre il controllo e la regolazione delle nostre attività quotidiane - a causa del virus - diventano sempre più invasivi e pervasivi.
In questa situazione, si intravvedono segnali preoccupanti di una nuova possibile mutazione. Nei comportamenti scriteriati di quest'estate non si è espressa solo, da parte di moltissimi ragazzi, la voglia di tornare a vivere. Si é visto anche l'embrione di una reazione di chi (giovane o meno) rifiuta ogni costrizione alla propria libertà individuale proveniente dalla cattedra di una tecno-scienza troppo compromessa con gli interessi che dominano il mondo. Nelle discoteche e nelle spiagge agostane, al di là del divertimento, traspariva il fascino di un vitalismo - eccitato da una potente pulsione di morte - che, per principio, rigetta ogni controllo e ogni legge. Al centro dell'attenzione non c'è più la sicurezza, ma il suo contrario: la sfida a tutto ciò che può bloccare la vita libera. Nel rifiuto di vedersi parte del mondo circostante e quindi nel sentirsi fieramente irresponsabili per ciò che accade e per ciò che può seguire dai propri comportamenti. La legge in quanto legge - vista come ostacolo alla vita - è dunque rifiutata in toto. Con un atteggiamento che, nell'incapacità di un pensiero, non accetta la frustrazione, l'attesa, l'assenza e per questo reagisce assumendo una posizione radicale di difesa del diritto a vivere.
Il rischio è che questi sintomi - per il momento ancora destrutturati - possano prendere piede. Soprattutto se dovessero trovare forme, parole, soggetti in grado di aggregarli e di favorirne la radicalizzazione. Se ciò accadesse, il malcontento potrebbe incanalarsi den-tro un alveo inedito: da un lato esprimendo la ribellione a ogni sorveglianza in nome di una idea radicale di vita libera; dall'altro, recuperando istanze identitarie di tipo religioso e/o razzista. Espressione di un irrazionalismo speculare a quell'eccesso di razionalismo tecnocratico nel quale rischiamo di finire ingabbiati.
Non sarebbe la prima volta. Come sappiamo, la modernità ha già conosciuto momenti in cui, di fronte ai suoi fallimenti, sono emerse vie alternative tanto pericolose quanto irrealistiche. Là si sono combinati diversi degli ingredienti che oggi vediamo riaffiorare.Per questo parlare di ripartenza non è sufficiente: tra i tanti che sono in difficoltà c'è la consapevolezza che non è da lì che arriverà la risposta ai loro problemi. Alla politica, alla cultura, alla comunicazione, all'imprenditoria spetta allora il compito di confrontarsi a viso aperto con le tante sfide che il tramonto della globalizzazione trionfante ci consegna. La crisi delle ideologie della fine del XX secolo ci ha insegnato quanto sia sbagliato affidarsi a visioni del mondo campate per aria. Ma, al tempo stesso, occorre riconoscere che, senza una rinnovata capacità di realismo critico, sarà impossibile gestire il disagio delle nostre società. L' avvenire che non riusciamo più a vedere può riaprirsi se proveremo a non rimuovere, ma a confrontarci con onestà con la realtà che ci circonda. Tentando risposte concrete e adeguate ai problemi reali che il coronavirus ci consegna. Senza sconti, senza scorciatoie, senza astrazioni.
di Francesco Giambertone
Corriere della Sera, 31 agosto 2020
Era pronto a parlare con i pm calabresi dei traffici con la 'Ndrangheta, ma gli Usa hanno accontentato Bogotá: l'ex capo dei paramilitari di destra, figlio di un italiano e accusato di centinaia di omicidi, sarà estradato in Colombia.
Tra molte incognite. Dai e dai, la Colombia ce l'ha fatta. Voleva riprendersi a tutti i costi Salvatore Mancuso, paramilitare, trafficante e signore della guerra (figlio di un italiano) che per vent'anni seminò il terrore con le sue Autodefensas Unidas de Colombia, sterminando interi villaggi, muovendo tonnellate di cocaina, torturando civili e guerriglieri filo-marxisti, spesso in combutta con i militari di Bogotá. E pare esserci riuscita quando la battaglia per riaverlo sembrava persa: El Mono, "la scimmia", era riuscito a ottenere l'estradizione in Italia dagli Usa, dove ha appena finito di scontare 12 anni di carcere per narcotraffico.
L'ex capo della guerriglia di destra "pacificata" nel 2004, nato a Montería 56 anni fa, padre emigrato da Sapri (Salerno) e madre colombiana, una vita in mimetica tra le coltivazioni di coca con cui finanziava la sua guerra ai rivoluzionari, aveva promesso che davanti ai pm di Catanzaro e Reggio Calabria avrebbe parlato dei suoi legami con la 'ndrangheta, con cui fece grossi affari tra gli anni Novanta e i Duemila: il suo nome era comparso in diverse inchieste su enormi traffici di cocaina dal Sudamerica all'Europa (le operazioni "Decollo" e "Galloway Tiburon").
I giudici statunitensi gli avevano dato ragione: la richiesta del suo avvocato di trasferirlo in Italia era stata accolta qualche giorno fa, proiettando Salvatore Mancuso Gómez su un volo da New York a Roma entro la fine di settembre. Ieri la retromarcia con inversione a U: le autorità americane hanno deciso a sorpresa di estradarlo in Colombia, dopo forti pressioni (non solo dell'opinione pubblica) di Bogotá, sostenendo - svela El Tiempo - che portarlo in Italia "pregiudicherebbe gli interessi del governo di Trump".
Agli Usa non conveniva creare un incidente diplomatico col suo alleato più stretto in Sudamerica, il Paese che ospita la seconda sede al mondo della Dea, l'agenzia federale antidroga americana. E l'Italia in ogni caso non avrebbe potuto opporsi: da Roma non era mai partita alcuna richiesta di estradizione di Mancuso, dato che al momento non c'è un'ordinanza di custodia cautelare per lui.
Il legale dell'ex paramilitare italo-colombiano ha ancora una carta da giocare, nei prossimi 14 giorni: chiedere l'applicazione della legge Usa contro la tortura e i trattamenti crudeli, sostenendo che il suo cliente in Colombia sarebbe in pericolo di vita e che per questo debba restare dov'è.
In effetti il Mono si è fatto moltissimi nemici nel suo Paese quando ai magistrati americani, davanti a cui era finito per traffico internazionale di stupefacenti, ha cominciato a raccontare molto di più: i rapporti tra le Auc e il parlamento di Bogotá, quelli con la presidenza di Álvaro Uribe, gli intrecci con l'esercito nella lotta alle Farc e all'Esercito di Liberazione Nazionale durante il conflitto armato. Confessioni che migliaia di famiglie di vittime vorrebbero ascoltare per avere qualche forma di giustizia: Mancuso in patria è stato condannato a 40 anni, poi diventati 8 grazie alla legge di "smobilitazione" dei guerriglieri del 2005, ma dev'essere ancora processato per circa 600 omicidi.
Alcune Ong sospettano che il governo di Iván Duque, ex delfino di Uribe, non ci tenga a riaverlo come dice in pubblico. Il presidente aveva minacciato di ricorrere "ai principi di giurisdizione universale per crimini contro l'umanità" se Mancuso fosse stato mandato in Italia. Eppure la richiesta ufficiale di estradizione era arrivata tardi e con errori procedurali, segno - aveva denunciato il direttore di Human Rights Watch in America latina, José Miguel Vivanco - "di sforzi mediocri e gravi negligenze da parte delle autorità colombiane".
La prima di tutte, forse, fu proprio estradare Mancuso nel 2008 negli Stati Uniti assieme ad altri 13 capi dei paramilitari che si erano arresi. Proprio quando la Corte costituzionale stava indagando sulle complicità degli apparati dello Stato (e degli alleati di Uribe al Congresso).










