di Pierluigi Battista
Corriere della Sera, 31 agosto 2020
Cerchiamo di scolpire nella memoria il nome di questa martire turca della libertà, della cui morte è responsabile il tiranno Erdogan: Ebru Timtik. Cerchiamo di non dimenticarla subito, come facciamo di solito noi europei che declamiamo ipocritamente princìpi di libertà ma poi per quieto vivere facciamo finta di niente e lasciamo sola un'attivista dei diritti umani morta dopo 238 giorni di sciopero della fame, in carcere, per ottenere un processo equo e non la tragica farsa che l'aveva condannata.
Cerchiamo di ricordarci almeno per un po' di Ebru Timtik: magari qualche coraggioso potrebbe dedicarle una piazza, ribattezzare con il suo nome un festival, un teatro, una rassegna di libri. Cerchiamo di non essere orribilmente ipocriti come sempre: un paio di giorni di indignazione per la dittatura in Bielorussia e poi silenzio, qualche titolo di giornale per i democratici di Hong Kong poi censura e omertà per non rovinare i proficui rapporti con Pechino, la dittatura che tanto piace al nostro governo nella cui maggioranza c'è un partito che si fregia addirittura del nome "democratico".
Lo sappiamo, l'Europa deve riverire il sultano Erdogan perché riempiendolo di soldi teniamo custoditi nei campi turchi, noi che siamo sempre così umanitari, generosi, accoglienti, tutti i profughi che potrebbero darci qualche fastidio. Facciamo finta che non esista il dispotismo di Erdogan che forse potrà aiutarci a stabilizzare la Libia, questa spina nel fianco con la quale non sappiamo come comportarci. E cerchiamo di ignorare la presenza di Ebru Timtik, che si è permessa di protestare contro la violazione dei diritti umani in Turchia e che perciò, non solo lei, è stata condannata in modo assurdo senza nessuna delle garanzie previste da uno Stato di diritto.
Ricordiamo ancora una volta il suo nome, così fastidioso per noi che non vorremmo che il sultano Erdogan si innervosisse troppo: Ebru Timtik. Ebru Timtik è lo specchio della coscienza sporca di un'Europa senza dignità che non merita alcun rispetto. Per questo si fa a gara per dimenticarla. Per questo ci gireremo dall'altra parte, come facciamo con la Cina davanti alla quale si prostrano i governi e l'Oms. Come facciamo con la Russia dove gli oppositori sono avvelenati. Ebru Timtik, morta assassinata nel silenzio generale: si chiamava così.
di Vincenzo R. Spagnolo
Avvenire, 31 agosto 2020
Tragedia in mare al largo delle coste di Crotone, si incendia uno scafo con decine di persone. Feriti due finanziarie a bordo. La Caritas calabrese: necessarie vie sicure di ingresso. Sono stati recuperati i corpi senza vita di quattro migranti, tra cui una donna, che erano a bordo del barcone sul quale si é sviluppato un incendio seguito da un'esplosione. Altri due risultano tuttora dispersi. I feriti sono cinque: due sono stati portati all'ospedale di Catanzaro con gravi ustioni, mentre altri 3 sono ricoverati a Crotone, dove si trovano anche i due finanzieri feriti. Stavano soccorrendo i migranti quando l'imbarcazione è esplosa: la deflagrazione ha causato la frattura di una gamba e l'altro per ustioni. Presso il Centro di accoglienza di Crotone sono state trasferite invece dodici delle persone che si trovavano a bordo della imbarcazione esplosa.
La Caritas diocesana di Crotone esprime il proprio cordoglio per le vittime del tragico incidente avvenuto sulla costa ionica del crotonese. E manifesta grande apprensione per i dispersi e i feriti: "Ancora una volta si ribadisce con forza come siano necessarie vie sicure e legali di ingresso" dice ad Avvenire il direttore della Caritas diocesana crotonese, don Rino Le Pera, che ritiene sempre più necessario "predisporre attività di soccorso nelle emergenze del mediterraneo" perché "l'assenza di coordinamento internazionale sui fenomeni migratori causa tragedie come questa o come quelle di cui si sente eco dalle coste del Nordafrica.
Come ha detto papa Francesco domenica scorsa, Dio chiederà anche a noi conto dei morti durante i viaggi della speranza". Come Caritas impegnata in attività di sostegno, accoglienza e supporto ai fratelli migranti, conclude don Le Pera, "mettiamo a disposizione le nostre risorse per intervenire in questo momento di estrema difficoltà".
di Linda Laura Sabbadini
La Stampa, 31 agosto 2020
Sono sei mesi che bambini e giovani mancano dalle lezioni. E ciò ha causato disagio in tutti i bambini e i ragazzi e un aumento delle disuguaglianze nell'apprendimento non indifferente. Non sono pochi i minori che non hanno un pc in casa, un quinto al Sud e sono proprio quelli che vivono in contesti più disagiati, con genitori con basso titolo di studio e maggiori difficoltà a seguirli negli studi. Non sono pochi i minori che vivono in sovraffollamento, il 40% del totale.
Come si saranno sentiti questi bambini e ragazzi? Come si saranno sentiti i loro genitori? Molta solidarietà si è sviluppata, con scuole che si sono attivate per alleviare le difficoltà, mamme più esperte e a volte anche papà che hanno cercato di aiutare i meno esperti, insegnanti con più abilità che hanno supportato gli altri e si sono inventati forme nuove di didattica, associazioni e terzo settore che si sono attivate in aiuto. Un preziosissimo lavoro di donne, soprattutto, maggioranza tra gli insegnanti, e fondamentali nel seguire i figli nei compiti, in un gioco incrociato che è servito molto durante il lockdown e subito dopo, ma che può andar bene solo per un periodo limitato.
Bisogna riaprire le scuole. È doveroso. In sicurezza. Per i bambini in primis, che perdono opportunità di socializzazione fondamentali, essenziali per l'apprendimento e la crescita. Per le donne lavoratrici che non possono più sostenere il carico di lavoro retribuito e non retribuito seppure in molti casi in smart working, con uno che si sovrappone all'altro. Per gli stessi docenti che hanno bisogno a loro volta di ripristinare la normalità dell'insegnamento. E lo raccomanda anche l'Organizzazione mondiale della sanità. Come dice Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di Sanità, "c'è bisogno di lezioni frontali perchè dobbiamo formare i ragazzi come cittadini, insieme".
Ma dobbiamo essere coscienti che ognuno deve fare la sua parte per raggiungere l'obiettivo, il governo in primis. Le critiche in questo senso sono state precise da parte della società civile e in particolare dell'Alleanza per l'infanzia, anche per il ritardo con cui è stata affrontata la questione. Ma l'azione di governo non basta. Dobbiamo rivitalizzare il senso civico e di comunità che ci ha caratterizzato nel periodo di lockdown e che ci ha permesso di uscire dalla fase critica.
Abbiamo visto che con il periodo di vacanza il numero di casi è aumentato, la situazione epidemiologica è peggiorata: 1411 nuovi casi nelle ultime 24 ore. 490 focolai nuovi registrati dall'Istituto Superiore di Sanità, età media che scende a 29 anni, con un cambiamento delle dinamiche di trasmissione, con una maggiore associazione con attività ricreative. Era prevedibile, direte, ma se tutti, giovani compresi, avessimo avuto un atteggiamento di maggiore rispetto delle regole fondamentali, ciò non sarebbe successo. Per essere liberi veramente dobbiamo essere cauti e responsabili.
Non possiamo permetterci che con l'apertura delle scuole possa succedere qualcosa di simile. I danni per i bambini disabili, per i più poveri, sarebbero enormi. Per questo un appello alla responsabilità di tutti è d'obbligo anche per quegli insegnanti che non vogliono sottoporsi al test sierologico. Certo, non è obbligatorio. Ognuno decide come crede. Ma non riesco proprio a capire perché un insegnante debba rifiutarsi. Serve a sé stesso, ai propri cari, alla propria classe e a tutta la comunità. E' un'opportunità e al tempo stesso un elemento di protezione per la comunità intera.
Superiamo i dubbi e le dietrologie. Non siamo ancora usciti dal pericolo. Siamo in una fase di transizione, dobbiamo seguire le regole. Ma dobbiamo sapere che avremo alti e bassi. Che potremo interrompere le lezioni e poi riprenderle, e così anche il lavoro. Dovremo saper essere flessibili e vigili. L'importante è tornare insieme, al più presto, alla normalità, liberi. Più saremo responsabili, prima ce la faremo.
Il Fatto Quotidiano, 31 agosto 2020
"è in buona salute ma è preoccupato per gli studi e per la sua detenzione". Dopo oltre 5 mesi
di detenzione nel carcere di Tora a Il Cairo, lo studente egiziano dell'Università di Bologna Patrick Zaki ha finalmente potuto incontrare la madre. A darne notizia sono stati gli stessi familiari del ragazzo di 29 anni. Patrick è apparso in buona salute, ha spiegato la madre, anche se avrebbe perso un po' di peso e il suo aspetto sarebbe cambiato leggermente.
Zaki si è mostrato preoccupato per lo stato dei suoi studi, oltre che per la sua detenzione. Lo studente è stato arrestato sette mesi fa al controllo doganale dell'aeroporto de Il Cairo al suo arrivo dall'Italia. Il fermo è stato poi trasformato in arresto e via via prorogato, l'ultima volta a fine luglio, senza che sia ancora stata fissata una scadenza per la detenzione.
L'accusa è di diffusione di informazioni dannose per lo Stato e incitazioni ad azioni contro il medesimo ed è legata ad alcuni post su Facebook pubblicati da Zaki dopo le proteste di piazza del settembre 2019. Dopo un periodo di reclusione nel carcere di Mansoura, Patrick Zaki è stato spostato nella prigione de Il Cairo durante il periodo del lockdown e qui rimane in attesa di giudizio. Dopo un incontro lo scorso febbraio, la famiglia e i legali non hanno avuto notizie sulla sua detenzione, né, fino a ieri, hanno potuto incontrare Patrick.
Le parole della sorella su Facebook - Cinque giorni fa su Facebook la sorella di Patrick, Marise, ricordava che sono passati oltre 200 giorni, 7 mesi, dal suo arresto. "Patrick - ha scritto la sorella - mi manchi tu, mi manca ogni minuscolo dettaglio di te, ogni tuo punto di vista sui piani della mia vita, le tue parole che mi motivavano a perseguire nei miei progetti. Il tempo passa e io faccio sempre più fatica a vivere la quotidianità senza di te. Sono 200 giorni e tu non sei qui al mio fianco, non possiamo parlare non possiamo condividere le piccole cose. Ti sogno sempre, rivedo davanti a me il tuo splendido sorriso e sento nitida la tua voce. A presto, fratello mio".
Nelle ultime settimane due detenuti di Tora, uno nella stessa sezione di Zaki, sono morti in circostanze poco chiare. Prima il leader della Fratellanza Musulmana, Essam al-Erian, stroncato da un attacco cardiaco durante un'accesa discussione, poi un tassista morto il 10 agosto folgorato in cella da un bollitore, ma la notizia comunicata ai suoi familiari soltanto otto giorni più tardi. A maggio era toccato al giovane regista e blogger Shady Habash.
di Marco Ansaldo
La Repubblica, 31 agosto 2020
Parla l'ex sindaco di Milano, ex difensore del leader curdo Ocalan e ora parlamentare europeo: "La morte di Ebru Timtik dimostra che c'è una chiara volontà intimidatoria. Ora chi avrà il coraggio di difendere chi viene accusato dal regime?".
"Da parte di Erdogan c'è una chiara volontà intimidatoria. Ora chi avrà il coraggio di difendere chi viene accusato dal regime, se rischia a propria volta di finire in carcere per anni? E, ripeto, questo vale anche per i giornalisti". Il caso dell'avvocatessa turca Ebru Timtik, 42 anni, morta dopo 238 giorni di sciopero della fame nonostante la sua richiesta di "un processo equo" per sé e per tutti in Turchia, muove le coscienze di molti nel mondo. In Italia, nel giro di due giorni, sono tante le associazioni di avvocati, o gli organismi dei magistrati, a prendere posizione e chiedere giustizia per i loro colleghi a Istanbul e ad Ankara, da anni in carcere con l'accusa di difendere terroristi, e ancora senza processo. Un'ondata che sta promuovendo dibattiti e iniziative di conferenze, ma anche pressioni sulla diplomazia e sul governo italiano perché si esprimano in maniera ferma verso Ankara.
Giuliano Pisapia, parlamentare europeo, già sindaco di Milano, è un uomo di legge che in Italia il diritto lo conosce come pochi. Figlio d'arte, è stato l'avvocato di politici e imprenditori, ma anche della famiglia di Carlo Giuliani, e a livello internazionale difese una ventina di anni fa il leader curdo del Pkk, Abdullah Ocalan, piombato all'improvviso a Roma: un caso che per due mesi sconvolse le relazioni fra Italia e Turchia. Pisapia ora è impegnato a Bruxelles, alla commissione Affari Esteri, dove proprio nei primi giorni della settimana si parlerà di Turchia e di diritti umani. Repubblica lo ha intervistato.
Giuliano Pisapia, com'è possibile che si processino gli avvocati in Turchia? E che non ottengano, come chiedeva Ebru Timtik, un "processo equo"?
"In Turchia la negazione e la violazione dello stato di diritto e dei diritti umani è purtroppo sistematica ormai da tempo. Negli anni '80, da giovane avvocato ho assistito a Istanbul a processi contro deputati accusati, e condannati, solo per aver parlato in curdo in Parlamento. E da allora le cose sono cambiate solo in peggio, la repressione si è estesa: linguistica, etnica, religiosa, politica, di orientamento sessuale... Da parlamentare europeo mi chiedo come sia possibile che un Paese che è sull'uscio dell'Europa calpesti i valori più elementari del nostro comune vivere civile e non sia sottoposto a pesanti sanzioni, come sta accadendo al Venezuela o alla Bielorussia. E mi viene un dubbio atroce: è il ricatto sui migranti l'arma che permette l'impunità a un Paese guerrafondaio che ha bombardato la Siria e ha fomentato la guerra in Libia. O, e spero che non sia così, anche l'Europa e gli Stati democratici sono deboli con i forti e forti con i deboli?".
Tutto questo mentre la repressione post golpe fallito del 2016 non accenna a diminuire, e viene anzi attuata verso ampie schiere di oppositori al governo.
"In Turchia da tempo stanno accadendo dei fatti terribili sul piano della repressione e non c'è alcuna forma di rispetto di regole anche minime dei diritti dei cittadini. Il caso di Ebru Timtik è drammatico per le sue modalità. Ma, purtroppo, non è certamente isolato. Ci sono violazioni quotidiane e sistematiche dei diritti umani. Avvocati, magistrati, giornalisti, uomini di cultura e tante altre categorie di persone vengono arrestate arbitrariamente e tenute in carcere per anni, con o senza processo che comunque spesso è solo una farsa. Nei mesi scorsi siamo rimasti sconvolti dalle tre morti dei componenti della band musicale Grup Yorum: 323, 288 e 228. Sono le giornate totali di sciopero della fame da loro condotto per denunciare le politiche di Recep Tayyip Erdogan che li ha portati alla morte".
Tra gli elementi delle accuse contro gli avvocati c'è il fatto che parlino con i loro assistiti, accusati di terrorismo, e perciò vengono considerati collusi. Non è aberrante?
"Certo che lo è. Solo nelle dittature gli avvocati sono funzionali agli obiettivi politici e processuali dei regimi ed è quello che Erdogan vorrebbe. C'è una chiara volontà intimidatoria; chi avrà il coraggio di difendere chi viene accusato dal regime se rischia a propria volta di finire per anni in carcere? E, ripeto, vale anche per la stampa. Se vengono arrestati i giornalisti critici si manda un segnale chiarissimo a tutti: se si critica il governo si andrà in carcere a tempo indeterminato. La libertà, o addirittura la vita, dipendono dalla volontà del regime. Basti ricordare che, con la scusa di un tentativo di colpo di stato, sono stati arrestati anche centinaia di magistrati, giornalisti e di funzionari pubblici che credevano nella democrazia".
Il caso di un avvocato che digiuna fino alla morte dimostra fino a che punto arriva la considerazione del diritto oggi sotto l'attuale governo turco?
"I casi purtroppo sono tanti. il 21 settembre inizierà il processo di avvocati turchi detenuti da oltre due anni e accusati di terrorismo per il solo fatto di aver difeso persone accusate di terrorismo. L'unica forma di ribellione a questa ingiustizia estrema è quella di lasciarsi morire di fame dopo aver rifiutato il cibo per molti mesi senza che questo portasse a nessun risultato. Il regime è stato sordo a questi gesti disperati. Una scelta drammatica presa da migliaia di persone. Quando i giudici decidono la scarcerazione vengono immediatamente sostituiti".
In Europa, e soprattutto in Italia, ci sono ovunque, da Torino a Roma, da Ancona al Sud, decine di associazioni e ordini di avvocati, di magistrati anche, che si stanno muovendo con iniziative a sostegno dei loro colleghi turchi. Possono davvero essere efficaci, o niente fermerà Erdogan?
"È importante che ci siano reazioni in tutta Europa e che ci siano voci di sostegno a quanti soffrono. Ma Erdogan in questi anni ha dimostrato di essere del tutto indifferente a qualsiasi appello internazionale. Oltretutto la comunità internazionale è divisa e ha anch'essa molte colpe. Compresa l'Europa: penso in particolare alla gestione dell'arrivo dei migranti dal confine turco. Nel frattempo il progetto egemonico del leader turco prosegue senza sosta. L'intervento in Libia, il bombardamento della Siria, le esercitazioni navali vicino alla Grecia. Una politica sprezzante, muscolare e arrogante. Tutto questo va avanti e certo non ci sono segnali di un qualche intervento efficace da parte dell'Europa, di qualsiasi attore internazionale, per non parlare della Nato".
Con Ebru Timtik c'è in sciopero della fame un altro suo collega dell'Associazione avvocati contemporanei: Aytac Unsal. Risulta allo stremo. Che cosa fare?
"È necessario fare quello che non è stato fatto in questi anni. Una mobilitazione immediata, e sanzioni anche economiche dell'Europa e dei singoli governi. Questo vale anche per il governo italiano e per questo mi aspetto che venga promossa una efficace azione diplomatica in tal senso".
Lei la Turchia la conosce bene. Vent'anni fa era, assieme a Luigi Saraceni, l'avvocato di Abdullah Ocalan, il leader curdo del Pkk, rifugiatosi per due mesi in una villa all'Infernetto di Ostia. Apo (come veniva chiamato Ocalan), infine cacciato dal governo italiano, finì catturato in Kenya dalle teste di cuoio turche, e da allora vive confinato all'ergastolo nell'isola prigione di Imrali, sul Mare di Marmara. Era una terrorista o no?
"Ocalan è venuto in Italia con la volontà vera e concreta di una pace duratura. La questione curda è antica e drammatica. Dico solo che il popolo curdo ha combattuto, spesso isolato, contro l'Isis. Le donne curde hanno combattuto per la giustizia e la libertà e, quando la Turchia le ha bombardate, l'Occidente le ha abbandonate, come purtroppo è accaduto troppe volte nella storia di quel popolo".
C'è un episodio che ricorda in particolare della sua difesa di Ocalan?
"Con Saraceni avevamo acquistato un biglietto aereo per partire verso Istanbul, e andare a difenderlo dopo il suo arresto. L'ambasciatore italiano ad Ankara ci aveva avvertito mentre eravamo quasi sulla scaletta: è meglio che non partiate, perché rischiate che vi rimandino indietro o addirittura l'arresto. Intervenne Oscar Luigi Scalfaro, allora presidente della Repubblica, ma soprattutto uomo di diritto. Era allibito. Ci disse: "È inaccettabile che vi impediscano di vedere e di parlare con il vostro assistito, e che non possiate esercitare il diritto di difesa. Parlerò con le autorità turche". Una settimana dopo ci richiamò: "Mi dispiace - ci disse deluso - non c'è proprio niente da fare. Evidentemente il diritto di difesa non vale per tutti".
di Fabio Albanese
La Stampa, 31 agosto 2020
Il Viminale annuncia nuovi trasferimenti e tre nuove navi-quarantena. Il vecchio peschereccio fa il suo ingresso nel porto di Lampedusa intorno a mezzanotte. Lo scortano le motovedette di Guardia costiera e Guardia di finanza. Nel buio, si intravvedono corpi e volti di persone ammassate sul ponte. Alla fine si conteranno 370 migranti di diverse nazionalità, partiti da un porto della Libia vicino al confine con la Tunisia.
Non accadeva da anni uno sbarco così imponente. E a Lampedusa d'un tratto la tensione è salita alle stelle. Non tanto e non solo per il gruppo di manifestanti guidato dall'ex senatrice leghista Angela Maraventano che per ore ha tentato di impedire il trasferimento dei migranti al grido di "chiudete l'hotspot", ma perché in molti, a partire dal sindaco Totò Martello, ritengono che la misura sia colma e che l'isola non possa sopportare oltre questa enorme pressione.
A Lampedusa, semi svuotata di migranti appena tre giorni prima, con l'arrivo del barcone e di tre dei "soliti" barchini dalla Tunisia, fino a ieri sera c'erano 1526 migranti. Non solo nell'hotspot, che in queste ore accoglie per dieci volte la sua capienza ufficiale, ma anche nella Casa della fratellanza, i locali della parrocchia di don Carmelo La Magra divenuti ormai valvola di sfogo in caso di sovraffollamento.
Il sindaco ha convocato per oggi gli imprenditori, le associazioni e le parti sociali per proclamare lo sciopero generale dell'isola. Una misura che vuol essere un segnale forte verso il governo nazionale, accusato di essersi disinteressato della situazione dell'arcipelago. E a poco è servito l'annuncio del Viminale, arrivato in serata, che molti dei migranti saranno trasferiti nelle prossime ore in Sicilia: i primi 128 già nella notte, con le motovedette di Guardia di finanza e Guardia costiera; altri 200 oggi con nave Dattilo, una delle "gloriose" imbarcazioni della Guardia costiera che erano state varate proprio per il soccorso in mare e che, come la Diciotti, per mesi è rimasta ferma nei porti. Entro domani dovrebbe arrivare anche una terza nave-quarantena; per altre due stamattina verrà completata la procedura di gara e, promette il Viminale, entreranno in servizio entro mercoledì.
Ma a Lampedusa preoccupazione e delusione restano. I dati del turismo, vero motore economico dell'isola, sono di molto inferiori alle aspettative: "La rabbia sta montando - dice Martello - e le fake news e il bombardamento mediatico stanno facendo un danno enorme perché non fanno arrivare i turisti. Chi li ripaga questi danni? Il silenzio del governo sulla situazione che stiamo vivendo è umiliante e la pazienza ha un limite che stiamo per oltrepassare. E in questo caso i rischi per l'ordine pubblico ci sono". Lo sa pure la Regione Siciliana che, come Martello, da tempo invoca lo stato di emergenza per l'isola. Il governatore Nello Musumeci ieri ha chiesto a Roma un Consiglio dei ministri ad hoc, al quale è suo diritto partecipare perché lo Statuto speciale gli assegna in questi casi il rango di ministro.
Gli sbarchi continuano e non solo a Lampedusa: ieri mattina in 67 sono sbarcati da un gommone sulla spiaggia di Punta delle formiche, a Pachino, davanti ai bagnanti; altri sbarchi ci sono stati in Calabria e Sardegna. L'emergenza però, nonostante la martellante propaganda dell'opposizione, riguarda solo la sovraffollata Lampedusa. I numeri complessivi degli arrivi di migranti, infatti, restano molto al di sotto di quelli degli anni precedenti al 2018.
di Tommaso Ciriaco e Alessandra Ziniti
La Repubblica, 31 agosto 2020
Le Ong allarmano il governo. Il premier: rinvio a ottobre per i nuovi decreti sicurezza. Una prima telefonata, allarmata. Poi un sms e nuovi contatti telefonici. Nel giorno più difficile dell'era giallorossa sul fronte migratorio, Luciana Lamorgese marca a uomo Giuseppe Conte.
La ministra dell'Interno sollecita una strategia chiara sulla gestione degli sbarchi. Avverte il premier che le Ong sono tornate in campo. Chiede come gestirle. Ha bisogno di una linea chiara, perché gli arrivi rischiano di aumentare e Salvini già cavalca la crisi. E tutto questo, mentre il premier pensa di far slittare a ottobre le modifiche ai decreti sicurezza.
Sono ore complesse, a Palazzo Chigi. C'è la pandemia, la ripartenza scolastica, la crisi economica a togliere il sonno al capo dell'esecutivo. E adesso il boom di migranti, anche se con numeri assai lontani dalle fasi davvero acute. Il dossier va gestito, comunque, e non basta più l'approccio tecnico del Viminale. Occorre un'indicazione politica per decidere, ad esempio, come alleggerire la pressione sulla Sicilia, smistando altrove i migranti senza creare "incidenti" con altri amministratori. È quello che chiede Lamorgese a Conte, consapevole che a tre settimane dalle Regionali i giallorossi non possono permettersi incidenti.
Fossero soltanto i 1.500 migranti già sbarcati, il problema sarebbe gestibile. Il punto, fa presente il Viminale, sono le imbarcazioni delle Ong, tornate in campo e pronte a intervenire. C'è la Sea Watch 4, che la notte scorsa si è fatta carico delle persone soccorse dalla nave di Banksy. Ha a bordo 370 persone e chiede all'Italia un porto, dopo aver incassato il no di Malta. Ma non basta.
In zona Sar, oltre alla Louise Michel (adesso di nuovo vuota) stanno per arrivare anche la Mare Jonio di Mediterranea e la Open Arms, in team con Emergency. Se i trafficanti continueranno a far partire tante barche, in pochi giorni le navi umanitarie potrebbero ritrovarsi con più di un migliaio di persone a bordo. Un problema, per il governo. Come gestirlo? Fino ad ora l'Italia, forte dell'accordo di Malta sulla redistribuzione dei richiedenti asilo, ha sempre concesso un porto alle Ong. Il problema è che la Sicilia è sovraccarica. Chiedere ad altre regioni un approdo per le imbarcazioni di soccorso potrebbe generare altre tensioni.
L'opinione della ministra è che la pressione sull'Isola vada alleggerita. Ma il timore, trasmesso al premier, è che gli amministratori - già in allarme per la ripresa dell'epidemia Covid - possano alzare barricate. E a fare resistenza potrebbero essere non solo i governatori leghisti, ma anche quelli di centrosinistra impegnati in campagna elettorale. Eppure, l'alternativa sembra essere ancora peggiore: può il governo chiudere i porti alle Ong mentre si discute di riscrivere i decreti Salvini?
Per questo, Lamorgese chiede a Conte di battere un colpo. Lo fa dopo settimane complesse, spese a difendersi dagli attacchi delle opposizioni, senza uno straccio di difesa pubblica. Ha bisogno di una strategia condivisa sulla gestione dei flussi, che vada al di là delle toppe. E vuole evitare che a causa della mancanza di posti nei centri per il rimpatrio si verifichino scene come quelle dei giorni scorsi, quando centinaia di tunisini, scesi da una delle navi-quarantena, si sono regolarmente allontanati con in mano un semplice foglio di via che impone loro di lasciare l'Italia entro cinque giorni.
Conte, però, sembra come in stand by. Travolto dai problemi. Preoccupato, soprattutto, dalle imminenti Regionali. È questo cruccio che l'ha spinto a sostenere nelle ultime ore la linea del Movimento, che si batte per rinviare ancora la modifica dei decreti sicurezza grillo-leghisti. La paura è che qualsiasi intervento, ad esempio quello di cancellare le multe milionarie alle Ong (peraltro mai inflitte sotto questo governo), generi un nefasto "pull factor" e incentivi nuove partenze. E così, il premier sembra intenzionato a comprare altro tempo, sperando che il semestre di Presidenza tedesco dell'Unione produca una riforma complessiva del dossier migranti. Il decreto con le nuove norme, è la conseguenza, potrebbe slittare almeno fino a ottobre, comunque dopo le Regionali. Un modo per raffreddare la situazione e non regalare a Salvini benzina elettorale.
È esattamente quello che Nicola Zingaretti avrebbe voluto evitare: l'ennesimo nulla di fatto. Per questo, reagisce. E si rivolge direttamente a Conte e ai grillini. "Quanto sta avvenendo nel Mediterraneo dimostra che i decreti Salvini non servono a niente. Siamo mesi che diciamo che vanno cambiati: se i nostri alleati ci avessero dato retta, staremmo meglio. Ora, però, per favore, sbrighiamoci". Il testo, in realtà, giace a Palazzo Chigi. E nessuno scommette sul fatto che il risultato delle Regionali aiuti davvero ad approvarlo.
di Riccardo Noury
Il Fatto Quotidiano, 31 agosto 2020
Bahey el-Din Hassan meriterebbe un premio internazionale per tutto quello che ha fatto in favore dei diritti umani, cui ha dedicato una vita intera, come ricorda chi lo conosce bene in questo articolo. Invece, alla "condanna" dell'esilio forzato, il 25 agosto la quinta sezione del tribunale antiterrorismo del Cairo ha aggiunto una condanna reale a 15 anni di carcere per accuse del tutto false di "offesa al potere giudiziario" e "diffusione di notizie false tramite i social media che possono mettere a rischio la sicurezza pubblica e il benessere pubblico".
Le "notizie false" erano un paio di tweet sulle violazioni dei diritti umani in Egitto. La Procura speciale per la sicurezza dello stato ha aggiunto ai capi d'accusa anche dei post pubblicati su Facebook, su un profilo fake che non era quello di Hassan. Direttore e cofondatore, nel 1993, dell'Istituto del Cairo per gli studi sui diritti umani, Hassan aveva lasciato l'Egitto nel 2014 dopo aver ricevuto minacce di morte. Una scelta dolorosa, che ha significato la separazione dalla madrepatria e soprattutto dalla famiglia. Anche l'Istituto da lui fondato ha dovuto andare in esilio, trasferendo la sua sede dal Cairo a Tunisi. Ma la giustizia del presidente al-Sisi non si è accontentata di vedere l'ennesimo difensore dei diritti umani finire in quella che ormai è una diaspora globale di protagonisti della società civile egiziana.
Dopo il congelamento dei conti bancari e l'iscrizione nella black-list delle persone da arrestare se dovessero presentarsi agli Arrivi dell'aeroporto del Cairo, nel settembre 2019 Hassan era stato già condannato in absentia a tre anni di carcere e a una multa di 20.000 sterline egiziane (circa 1200 euro) per "offesa al potere giudiziario". Ancora una volta, dunque, le autorità egiziane hanno mostrato la loro spietata intolleranza nei confronti di chi esprime critiche e denuncia le violazioni dei diritti umani.
*Portavoce di Amnesty International Italia
La Nuova Sardegna, 30 agosto 2020
Vittima un 22enne, era in quarantena perché arrivava da Isili. Il garante: lo avevo visto il giorno prima Sarà l'autopsia disposta dal sostituto procuratore di Sassari Beatrice Giovannetti a far luce sulle cause della morte di un detenuto marocchino di 22 anni. Il giovane era rientrato a Bancali due giorni fa dopo un breve periodo di prova - una sorta di "premio" - trascorso nella colonia penale di Isili.
Corriere Adriatico, 30 agosto 2020
Aspettava un premio, un premio che l'avvocato Gennaro Lettieri aveva fatto di tutto per farglielo giustamente avere: quello di poter ottenere di lavorare fuori dal carcere. Ci sperava, era convinto di meritarlo. Ma l'altro ieri mattina è arrivato il diniego del magistrato dell'Ufficio di sorveglianza di Pescara. Per il 63enne caldaista di Mosciano, Dante Di Silvestre, accusato dell'omicidio di Paolo Cialini, all'epoca dei fatti 40enne, operatore informatico di Giulianova, è stata una mazzata tremenda.
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