di Francesco Valerini
leccenews24.it, 1 settembre 2020
Per il vice segretario regionale Osapp Puglia sono gravissime le disfunzioni nel reparto infermeria di Borgo San Nicola: "Si aspetta la tragedia?". Un vero e proprio "Inferno", così vien descritto dal sindacato Osapp il primo piano del reparto infermeria del carcere di Lecce, dove la gestione dei detenuti affetti da problemi psichiatrici è affidata, salvo somministrazione di cure farmaceutiche, agli agenti della polizia penitenziaria che si sostituiscono al personale sanitario. Il più rappresentativo sindacato di categoria chiede l'intervento di tutte le figure professionali e istituzionali per portare nelle sedi opportune le problematiche in cui versa il personale addetto alla sicurezza del complesso detentivo.
"Il compito Istituzionale del poliziotto è quello della sicurezza - dichiara Ruggiero Damato, vicesegretario regionale Osapp Puglia - e non quello sanitario, vogliamo essere chiari e decisi; di fatto tali persone detenute affette da problemi psichiatrici non dovrebbero essere rinchiuse e gestite all'interno di un carcere per l'espletazione della pena e scaricati letteralmente ai poliziotti che non hanno né le competenze né i mezzi per la loro gestione".
A Borgo San Nicola, a quanto dichiara in una nota l'Osapp, la gestione di tali detenuti psichiatrici è data al poliziotto assegnato al turno di servizio che si deve sostituire a "infermieri e psicologi" soprattutto nei turni pomeridiani e serali quando manca il personale medico. "Le insistenti richieste di ogni genere, i continui gesti autolesivi e le prevaricazioni fra detenuti rendono la qualità del servizio dell'agente penitenziario a dir poco logorante per il fisico e per la mente" conclude Ruggiero Damato.
di Adriano Sofri
Il Foglio, 1 settembre 2020
L'avvocata turca Ebru Timtik, 42 anni, è morta giovedì dopo uno sciopero della fame condotto in prigionia per ben 238 giorni, quando era ridotta a pesare 30 chili. Timtik era stata arrestata nel 2018 e condannata a 13 anni e 6 mesi. Era accusata di aver servito da corriere con i detenuti, di cui aveva la difesa, di un'organizzazione clandestina marxista-leninista, il Dhkp-c, Fronte di Liberazione del Popolo Rivoluzionario, autore di attentati omicidi ed esplosioni suicide rivendicate fra gli anni Novanta e il 2015.
Timtik, e con lei altri 17 avvocati, facevano parte di un gruppo di legali che assicurano la difesa di imputati di delitti politici. Timtik aveva rappresentato la famiglia di Berkin Elvan, l'adolescente ucciso da un lacrimogeno durante le manifestazioni di Gezi Park nel giugno del 2013, le famiglie dei 301 minatori morti nella miniera di carbone di Soma nel 2014, e Engin Çeber, il ventinovenne attivista per i diritti umani morto per le torture mentre era in custodia della polizia, nel 2008.
Lo sciopero della fame di Timtik e del suo collega Aytaç Ünsal, 32 anni, arrivato a 209 giorni e a sua volta in condizioni estreme, denuncia l'illegalità mostruosa dei procedimenti seguiti nei loro confronti. Dopo che la corte competente a giudicarli aveva ordinato il loro rilascio per l'insussistenza delle prove a carico, il Consiglio giudiziario, ormai sottoposto agli ordini del governo, aveva insediato da un giorno all'altro nuovi giudici che avevano annullato l'ordinanza di rilascio. Al processo, l'intera accusa si fondava su una unica fonte, un detenuto, restata anonima se non per le iniziali, I.Ö.
La Federazione degli ordini degli avvocati europei ha pubblicato la petizione che, per il tramite di un suo legale, l'accusatore segreto in questione aveva indirizzato alla Corte suprema d'appello: vi dichiarava che la sua testimonianza non doveva essere considerata a causa dei suoi problemi mentali, comprese le allucinazioni. La petizione includeva i referti medici a sostegno.
Negli ultimi giorni, la Cassazione turca aveva respinto una richiesta di liberazione di Timtik corredata dalla documentazione medica, sostenendo che non fosse in pericolo di vita e che potesse comunque essere seguita da detenuta. Digiuni così spaventosamente prolungati sono diventati una triste abitudine delle galere turche e una fonte di ispirazione per l'infamia degli scettici. I digiuni di Gandhi duravano pochi giorni, e i più lunghi toccarono i 21 giorni. Timtik e i suoi prendono solo acqua zuccherata e tisane, alla fine solo acqua per iniezione.
Come si può digiunare tanto a lungo? Si può, e alla fine si muore. Erano morti di fame altri tre quest'anno, musicisti popolari fatti passare per terroristi: i componenti della band folk Grup Yorum che rivendicavano il diritto a suonare e cantare la loro musica, Helin Bölek, 28 anni, la cantante, dopo 288 giorni di sciopero della fame, il loro compagno e attivista Mustafa Koçak, 28 anni anche lui, che digiunava da 296 giorni, e il bassista, Ibrahim Gökçek, dopo 323 giorni, 40 anni e 40 chili.
L'intera professione della difesa è violentata nel regime corrente della Turchia di Erdogan e nella sua pratica. Carcerazioni e condanne servono a intimidire gli avvocati, a farli rinunciare o vacillare nella difesa dei casi politici. La situazione delle carceri è orribile. Il paragone più stretto riguarda l'Iran. In Iran, come in Turchia, le misure di riduzione del numero dei detenuti per il Covid-19 sono state consistenti, ma hanno escluso a priori i detenuti politici. Pen International e Amnesty hanno appena raccolto l'appello per la famosa avvocata iraniana per i diritti umani, e in particolare per le donne, Nasrin Sotoudeh, 57 anni, Premio Sakharov del Parlamento europeo.
Sotoudeh ha cominciato l'11 agosto il suo nuovo sciopero della fame nel famigerato carcere di Evin, a Teheran, dov'è detenuta in isolamento. Nell'appello di suo marito viene descritta in condizioni allarmanti, aggravate dall'incuria dei carcerieri per il contagio del Covid che infesta l'Iran. Sotoudeh era stata già imprigionata tra il 2011 e il 2014, per "propaganda contro lo stato" e "collusione contro la sicurezza nazionale".
È stata arrestata di nuovo nel giugno 2018, accusata di essere "comparsa davanti alla Corte senza lo hijab islamico" e di "promuovere la prostituzione, l'immoralità e l'indecenza". È stata condannata in più processi a un totale di 38 anni e 6 mesi, e 148 frustate. Una sorella di Ebru Timtik, Barkin, è anche lei detenuta nel carcere di massima sicurezza turco di Silivri. Non le è stato permesso di partecipare al funerale, c'era "il pericolo del contagio".
La figlia ventenne di Nasrin Sotoudeh, Mehraveh Khandan, è stata arrestata il 20 agosto, nove giorni dopo l'inizio del digiuno di sua madre. Accusata di "insulto e aggressione" durante un colloquio in carcere, è stata poi rilasciata su cauzione. Destini di persone coraggiose e delle loro coraggiose care.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 1 settembre 2020
Dopo più di dieci anni e dopo una tortuosa traversata fatta di prigionia e abusi, sono arrivati domenica scorsa all'aeroporto di Fiumicino i cinque cittadini eritrei a cui il Tribunale di Roma ha riconosciuto il diritto a fare ingresso sul territorio per poter accedere alla domanda di protezione internazionale. Questo è accaduto, però, dopo che l'Italia li aveva soccorsi con una nave della Marina militare nel mar Mediterraneo e illegalmente respinti in Libia nel 2009.
Assistiti dagli avvocati Cristina Laura Cecchini e Salvatore Fachile dell'Associazione studi giuridici sull'immigrazione (Asgi) e sostenuti dalla documentazione fornita da Amnesty International Italia, hanno presentato ricorso al Tribunale civile di Roma che, il 28 novembre 2019, con la sentenza 22.917, ha dichiarato illegittimo il respingimento, ordinato il rilascio di un visto d'ingresso per permettere di accedere alla procedura di riconoscimento della protezione internazionale e ha condannato le autorità italiane al risarcimento del danno.
La sentenza ha affermato che al fine di rendere effettivo il diritto di asilo è necessario "espandere il campo di applicazione della protezione internazionale volta a tutelare la posizione di chi, in conseguenza di un fatto illecito commesso dall'autorità italiana si trovi nell'impossibilità di presentare la domanda di protezione internazionale in quanto non presente nel territorio dello Stato, avendo le autorità dello stesso Stato inibito l'ingresso, all'esito di un respingimento collettivo, in violazione dei principi costituzionali e della Carta dei diritti dell'Unione europea".
Ripercorriamo tutta la vicenda. Il 27 giugno 2009, 89 persone (di cui 75 eritrei, 9 donne e 3 bambini) dopo essere fuggiti dal proprio Paese di origine, sono partite dalle coste libiche a bordo di un'imbarcazione con l'obiettivo di arrivare in Italia e vedere finalmente riconosciuto il proprio diritto alla protezione internazionale. I richiedenti asilo narrano che erano circa le quattro del mattino quando hanno salpato con un gommone scortati solo per qualche miglio lontano dalla costa libica dai trafficanti che avevano organizzato la loro partenza dietro il pagamento di un corrispettivo. Sull'imbarcazione sono state caricate dai trafficanti solo poche taniche di acqua e di benzina in uno spazio che era estremamente limitato.
A causa di numerose avarie del motore, il viaggio si è prolungato. Dopo 4 giorni in mare, il 30 giugno 2009, ormai a poche miglia da Lampedusa il motore si è definitivamente rotto. Alcune persone, per mezzo dei cellulari a loro disposizione, hanno provato a contattare amici o parenti già in Europa sperando che qualcuno potesse attivare un intervento. Stavano per morire tutti. Solo nel tardo pomeriggio, quando ormai quasi ogni speranza era scomparsa, giunge l'imbarcazione della Marina Militare italiana e li hanno soccorsi. Tutti estremamente felici sicuri che sarebbero finalmente stati condotti sul territorio italiano dove avrebbero potuto finalmente chiedere protezione.
Purtroppo non è stato così. Non si sono diretti verso l'Italia, ma li hanno riportati in Libia. Alcuni hanno protestato, ma secondo le testimonianze la marina italiana avrebbe reagito con violenza. Fatto sta che sono stati tutti respinti dall'autorità italiana senza alcuna formalità (nessun provvedimento è mai stato loro consegnato) e in maniera collettiva senza avere avuto accesso alla procedura di riconoscimento della protezione internazionale. Come detto, a bordo della motovedetta italiana sono stati invece ricondotti in Libia dove, giunti sul territorio, dopo essere stati brutalmente e indiscriminatamente picchiati venivano detenuti per lunghi mesi nelle prigioni di Zuwarah, Misurata e Towisha.
Dopo molti mesi di prigionia nel corso dei quali i richiedenti asilo raccontano di essere stati detenuti dalle autorità libiche in condizioni inumane e degradanti e sottoposti altresì a numerose violenze e torture, lentamente, uno ad uno venivano rilasciati. Alcuni di loro nonostante i respingimenti che le autorità italiane continuavano a porre in essere, hanno ritentato la traversata del Canale di Sicilia in alcuni casi perdendo la vita. Alcuni sono morti tra il 2010 e il 2011 a seguito di naufragio. Altri sono riusciti a raggiungere le coste italiane nuovamente negli anni successivi e dopo essere giunti in vari Paesi Europei quali la Germania e la Svizzera hanno inoltrato la domanda di protezione internazionale ottenendo successivamente il riconoscimento. Sono 16 gli Eritrei che hanno deciso di non correre nuovamente i rischi di un viaggio in mare e di tentare di raggiungere l'Europa via terra. Per questa ragione dopo aver attraversato l'Egitto e il deserto del Sinai sono giunti in Israele dove, però, il loro viaggio è terminato.
Amnesty International attraverso le sue sedi dislocate in vari Paesi (Italia, Svizzera, Olanda, Regno Unito, Israele) è riuscita a rintracciare alcuni dei respinti i quali si sono riconosciuti nei video che hanno documentato quei drammatici momenti. Amnesty International, grazie ad un team composto anche da psicologi ed antropologi e a seguito di numerosi colloqui e interviste, ha provato ad intercettare ed interpretare le esigenze e le richieste di questi migranti. Nasce quindi da una volontà di aiuto, l'idea di una causa dinanzi al Tribunale Civile di Roma per coloro che sono stati vittime di questa prassi illegittima perpetrata dalle forze militari italiane per oltre due anni.
L'azione, in favore di 14 dei 16 eritrei, è stata patrocinata dagli avvocati Cristina Laura Cecchini e Salvatore Fachile di Asgi, mentre Amnesty International ha fornito sostegno, attraverso documenti e ricerche necessari per istruire la causa. Nella causa intentata il 25 giugno 2014, i ricorrenti hanno chiesto l'affermazione del loro diritto a fare ingresso in Italia per accedere alla protezione internazionale e il risarcimento dei danni subiti a seguito del respingimento illegale.
Il 28 novembre 2019, con la sentenza 22917, la prima sezione del Tribunale civile di Roma ha dato ragione ai ricorrenti, ordinando il rilascio di un visto di ingresso per poter accedere alla procedura di asilo e condannando il governo al risarcimento dei danni materiali.
"Siamo felici di essere qui. Abbiamo ripreso ad avere fiducia nella giustizia ora speriamo di avere la protezione di cui abbiamo bisogno", ha dichiarato uno dei cinque cittadini eritrei atterrati domenica scorsa a Fiumicino. Dopo il periodo di quarantena previsto dalle norme vigenti, i cinque cittadini eritrei potranno finalmente avviare la procedura per chiedere all'Italia il riconoscimento della protezione internazionale ed ottenere, finalmente, tutti i diritti che ne conseguono.
Nei prossimi mesi dovranno giungere in Italia anche altre tre dei respinti, oggi sostenuti dall'organizzazione non governativa Assaf, che sono ancora bloccati in Israele in ragione del fatto che hanno costruito una famiglia. È stata infatti avanzata la richiesta per permettere l'ingresso anche di moglie e figli a seguito viste le condizioni in cui si trovano sul territorio israeliano e i rischi connessi. Si è in attesa delle determinazioni dell'autorità consolare. La sentenza ha aperto indubbiamente uno scenario estremamente interessante creando problemi con la logica dei respingimenti e soprattutto con la gestione della rotta mediterranea attuata attraverso la collaborazione italiana con le autorità libiche.
di Felice Cavallaro
Corriere della Sera, 1 settembre 2020
"Paolo Borsellino parla ai ragazzi", edito da Feltrinelli. Pietro Grasso, collega e amico dei magistrati assassinati, ne ripercorre l'impegno. L'introduzione è di Pif. La mafia uccide solo d'estate, ha raccontato nel suo film Pif. Ma l'antimafia può essere raccontata d'estate ai ragazzi prima di tornare a scuola, come fa Pietro Grasso catturando l'attenzione con un nuovo libro dedicato ai giovani. Proponendo loro parole ed emozioni, impegno e successi del giudice caduto in via D'Amelio. Un testo, Paolo Borsellino parla ai ragazzi, ricco di aneddoti anche su Giovanni Falcone. Una storia sui due eroi uccisi dalla mafia nel 1992. Gli amici più cari di Grasso che ha guidato la procura di Palermo e quella nazionale. A loro è dedicato quest'affresco offerto con linguaggio semplice dall'ex presidente del Senato completando alcune risposte che Borsellino non ebbe il tempo di scrivere per un questionario degli studenti di Padova.
Geniale l'esordio affidato alla prefazione di Pif, l'estroverso regista-scrittore sempre pronto a deridere la mafia con battute capaci di denunciare la pochezza di goffi padrini. Certo che, oltre quello contro il Covid, ci voglia un vaccino anche contro la mafia. Ma, mentre nei laboratori di tutto il mondo si cerca il primo, quello anti-mafia esiste già, ci informa Pif.
Da cosa sia venuto fuori il coronavirus è ancora dubbio. Forse un pipistrello. Si sa invece da cosa è stata prodotta la malapianta della mafia. "Dall'uomo". E, dice Pif, "essendo stata creata dall'uomo, può essere distrutta". Ma a una sola condizione: "Bisogna avere voglia di distruggerla". Usando il vaccino disponibile: "Per esempio, basta leggere e mettere in pratica le parole scritte in questo libro".
Forse anche per agganciare i lettori più giovani, Pif usa una delle sue spassose metafore esaltando il salutare impegno di tanti servitori dello Stato e di semplici cittadini dediti al proprio lavoro, nel rispetto delle regole civili. Li definisce e si autodefinisce scassaminchia. Così Pif, parafrasando Bertolt Brecht ("un mio collega scrittore tedesco"), rimodula la massima: "Beati i popoli che non hanno bisogno di scassaminchia!".
Nell'ultimo giorno della sua vita, all'alba del 19 luglio, Borsellino scrisse le prime tre risposte alle 9 domande inviate dai ragazzi del liceo Cornaro di Padova. Da quelle è ripartito Grasso, raccontando anche la sua stessa vita, compresi i tormenti legati agli avvertimenti contro la moglie, Maria Fedele, seguita per strada da brutti ceffi, oggetto di lettere anonime con minaccia di sfregiarle il volto, una macchina tranciata in 4 quarti. Pronta sempre a incoraggiarlo: "Il tuo dovere è andare avanti, quel che ne seguirà lo affronteremo insieme".
Riecheggiano le stesse angosce di Francesca Morvillo, uccisa con il marito a Capaci, e della signora Agnese, felice nella foto del matrimonio con il suo Paolo e con i figli, Manfredi, Lucia e Fiammetta, che a Grasso hanno concesso tante istantanee di famiglia. Efficaci come i disegni che nel testo illustrano gerarchia, fiancheggiatori, strutture dell'organizzazione, dalla "cupola" provinciale a quella regionale.
Un racconto elementare. Con Grasso che parla ai giovani citando i tanti film sui supereroi visti, nonno premuroso, con il nipotino. Parla di superpoteri ma spiega che "quei giudici non avevano armature mirabolanti tipo Iron Man". Perché magistrati come Falcone, Borsellino o Rocco Chinnici "l'unica cosa che avevano d'acciaio era la volontà di giustizia e la capacità di impegnarsi ogni giorno per raggiungere i propri obiettivi". Quindi: "Seguitene l'esempio, e farete la scelta giusta".
di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 1 settembre 2020
Parlano Rita Bernardini e Gianpaolo Catanzariti. Maria Carmela Longo, ex direttrice del penitenziario di Reggio Calabria, arrestata per concorso esterno in associazione mafiosa. Il legale nega ogni addebito: "Era così stimata che le offrirono il Dap".
di Andreina Baccaro
Corriere di Bologna, 1 settembre 2020
Nascoste allo studente decine di missive di famigliari e amici e mai inviate le sue. Non solo la tortura e la privazione della libertà per scelte invise al regime, a Patrick Zaki, lo studente dell'Alma Mater detenuto in Egitto, è stata anche bloccata la posta in uscita e in entrata: le tante lettere ricevute da famiglia e amici non gli sono mai state recapitate, stesso destino per le tante che ha inviato lui dal carcere per provare a tranquillizzare i suoi affetti. Lo denunciano gli amici.
Privato della libertà, del diritto ad un giusto processo e, si scopre ora, anche tagliato fuori da qualsiasi rapporto epistolare con familiari e amici. A Patrick Zaki, lo studente egiziano iscritto al master Gemma dell'Università di Bologna, il regime di Al Sisi ha nascosto decine di lettere che in più di 200 giorni di prigionia familiari e amici gli avevano inviato. Allo stesso tempo, almeno una ventina di lettere che il 28enne ha scritto dal carcere di Tora, nel quale solo sabato ha potuto incontrare per un breve colloquio i genitori dopo cinque mesi che gli veniva negato qualsiasi incontro, non sono mai state recapitate alla famiglia.
La denuncia arriva dalla rete di attivisti e amici che dal 6 febbraio animano la campagna social Patrick Libero. "Per diversi mesi - scrivono - l'amministrazione penitenziaria aveva vietato tutte le visite come misura di sicurezza per evitare la diffusione di Covid-19, senza fornire un'alternativa, come previsto dalla legge, di comunicazione tra i detenuti e i loro parenti per telefono". Ora si scopre che Patrick e la sua famiglia "sono stati addirittura privati delle semplici lettere che avrebbero potuto dare a loro qualche sostegno durante questo lungo e doloroso periodo. Non conosciamo il motivo per cui privare qualcuno, la cui libertà è già limitata e che non comunica con i suoi cari da mesi, di messaggi che contengono solo sostegno, amore e qualche notizia di calcio sulle sue squadre preferite".
Zaki è stato arrestato, interrogato e torturato il 7 febbraio scorso, dopo essere stato prelevato all'aeroporto del Cairo, rientrato per una breve visita ai familiari, con l'accusa di istigazione al terrorismo e incitamento alla protesta per alcuni post su Facebook che i suoi avvocati sostengono siano falsi. Accuse fumose che sono state sufficienti a tenerlo in carcere fino ad oggi.
Da allora la sua detenzione preventiva è stata sempre rinnovata senza che lui possa essersi difeso davanti a un giudice. La madre che sabato lo ha incontrato in carcere dopo mesi di silenzio, ha detto di averlo trovato affaticato e dimagrito ma in salute e preoccupato per il suo corso di studi che spera di poter riprendere al più presto a Bologna. Stasera alla Festa dell'Unità al Parco Nord dalle 21 ci sarà il dibattito "Bologna per Patrick Zaki", organizzato con Amnesty International, per chiedere ancora a gran voce la sua liberazione.
di Simona Musco
Il Dubbio, 1 settembre 2020
Non solo gli avvocati: anche la magistratura in Turchia è vittima della repressione di Recep Tayyip Erdogan. Un fenomeno in costante aumento, sin dal mancato golpe del 2016, denunciato ieri con un duro documento dalla Piattaforma per l'indipendenza dei giudici in Turchia, nel quale viene ribadita la pressione indebita subita dalle toghe, con una richiesta esplicita al governo turco di fermare le violenze arbitrarie e ripristinare il rispetto dei principi dello Stato di diritto. Un documento inviato non solo al governo di Erdogan, ma anche al Consiglio d'Europa e alle istituzioni dell'Unione europea, invitato, invece, a monitorare la situazione e a richiedere il rispetto degli standard europei di giustizia.
Nel documento viene ripercorso il periodo successivo al tentativo fallito di colpo di Stato, che ha provocato un vero e proprio terremoto seguito da una campagna senza precedenti per distruggere lo Stato di diritto, l'azione dell'avvocatura libera e l'indipendenza della magistratura. Nelle ore successive al colpo di stato, migliaia di giudici e pubblici ministeri sono stati arrestati con dubbie accuse di legami con organizzazioni terroristiche, sulla base di un elenco di nomi evidentemente stilato molto prima del colpo di Stato.
Giudici e pubblici ministeri sono stati detenuti in carceri comuni, in celle sovraffollate o in isolamento, in condizioni che violano i più elementari diritti umani, per poi essere definitivamente licenziati senza un processo equo e contraddittorio e vedersi congelare i beni. Non solo, a quei magistrati è stato vietato di superare i confini del paese, mentre l'associazione che li rappresentava autonomamente (Yarsav) è stata sciolta amministrativamente.
Oltre l'arresto e l'azzeramento della vita professionale, le toghe sono state anche vittime di brutali aggressioni e maltrattamenti in prigione. I casi riportati dai magistrati firmatari dell'appello sono tanti, come quello del giudice Mehmet Tosun, rimasto in carcere in condizioni gravi nonostante una malattia autoimmune e maltrattato fino a portarlo alla morte, avvenuta il 6 marzo 2017, a soli 29 anni; o quello del giudice Sultani Temel, in carcere dal 16 gennaio 2017 (ad eccezione del periodo dal 5 ottobre 2017 al 6 giugno 2018), in parte anche assieme alla figlia di cinque anni, afflitto da una depressione maggiore, senza per ciò poter avere accesso a cure mediche adeguate.
O, ancora, il caso del giudice Hüsamettin Ugur, in isolamento dal luglio 2016. Secondo sua figlia, Ugur sarebbe stato picchiato da quattro guardie in una stanza senza telecamere, il 17 febbraio scorso. "Quando lo hanno lasciato da solo dopo che è crollato a terra, hanno detto: "Solo il tuo cadavere se ne andrà qui", ha scritto in un Tweet la donna, rivelando inoltre che le guardie hanno successivamente falsificato un rapporto medico nel quale veniva falsamente certificato che era stato il giudice ad attaccarle, in modo che non potesse sporgere denuncia.
Sui trattamenti inumani perpetrati in carcere in Turchia si è espressa anche l'Europa, con il report stilato ad agosto dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti del Consiglio d'Europa, nel quale vengono riportati esempi dettagliati di tortura e maltrattamenti, nonché un sistema inaffidabile di controlli medici. Il rapporto rimarrà riservato fino a quando le autorità dello Stato interessato non ne chiedano la pubblicazione, cosa che la Turchia, ovviamente, non ha fatto.
Nel rapporto, spiega la magistratura turca, "viene chiarito che i risultati (non pubblicati) della visita di agosto/settembre 2016 hanno mostrato un numero elevato di accuse di maltrattamenti fisici alle forze dell'ordine da parte di persone detenute finite in cella con l'accusa di terrorismo, reati connessi al tentativo di colpo di stato militare del 15 luglio 2016".
Dati che danno dunque ragione alle denunce avanzate dalla Piattaforma per l'indipendenza della magistratura in Turchia e che confermano "che tortura o maltrattamenti sono stati usati per ottenere (false) confessioni o informazioni - si legge nella nota della Piattaforma. Nessun processo penale basato su tali elementi di prova può essere considerato un processo equo".
Giudici e magistrati - così come tutti gli altri dissidenti finiti ingiustamente in cella senza un processo equo per aver rivendicato diritti fondamentali - sono, dunque, tuttora a rischio. L'appello alle autorità turche è quindi di fermare e porre rimedio all'arresto arbitrario, alla detenzione e al perseguimento illecito di giudici e pubblici ministeri e di cancellare licenziamenti e confische ingiusti, garantendo il rispetto delle regole penitenziarie europee, con conseguenze penali per coloro che le violano. Ma anche di prevenire, indagare e punire l'uso della tortura e dei maltrattamenti (inclusa la reclusione prolungata per anni) da parte di funzionari statali. Dal canto suo, la Commissione europea e il Consiglio d'Europa vengono sollecitati a convincere le autorità turche a rispettare i principi di diritto e monitorare gli sviluppi riguardanti il sistema giudiziario turco.
di Anais Ginori
La Repubblica, 1 settembre 2020
Morti gli attentatori domani nell'aula bunker di Parigi solo le seconde file. Le vittime: "Senza mandanti non sarà giustizia. Fantasmi aleggiano nella grande aula della Corte d'Assise di Parigi. Il processo per gli attentati di Charlie Hebdo e dell'Hyper Cacher comincia domani nel tribunale disegnato da Renzo Piano nel quartiere Batignolles, per l'occasione diventato bunker sotto alta sorveglianza.
Nel maxi processo che durerà fino a metà novembre oltre duecento persone si sono costituite parte civile, più di centocinquanta testimoni sono chiamati a ricostruire quelle ore tra il 7 e il 9 gennaio in cui i terroristi colpirono un'intera redazione, agenti e poliziotti, clienti ebrei di un supermercato. Le udienze per tentare di ricostruire la follia integralista che ha portato alla morte 17 persone - tra cui i famosi vignettisti Wolinski, Cabu, Charb e Tignous - saranno filmate, circostanza eccezionale per la giustizia francese che non autorizza neppure le fotografie. La prima volta che delle telecamere sono entrate in un'aula è stato negli anni Ottanta, quando si trattava di giudicare il nazista Klaus Barbie.
Questa volta, sul banco degli imputati, ci saranno solo personaggi di seconda e terza fila, accusati di aver fornito armi, noleggiato macchine, partecipato alla logistica degli attentati islamici. I fratelli Kouachi entrati nel giornale al grido di "Allah Akbar" sono morti nella tipografia nella quale si erano rifugiati. Non ci sarà neanche l'altro terrorista, Amedy Coulibaly, che ha ucciso una poliziotta, i quattro clienti dell'Hyper Cacher e ha voluto andarsene da "martire" durante l'irruzione delle teste di cuoio. Altri protagonisti come i fratelli Belloucine, famosi nella galassia della jihad francese, o la moglie di Coulibaly, Hayat Boumedienne, sono fuggiti in Siria. Morti o nascosti chissà dove. Fantasmi pure loro.
"Non posso nascondere la mia rabbia per queste pesanti assenze" si sfoga l'avvocata Samia Maktouf che considera il ruolo di Boumedienne centrale nella ricerca della verità. La lunga indagine che ha portato alle oltre trecento pagine dell'ordinanza di rinvio a giudizio non è riuscita a definire il nesso tra l'azione dei Kouachi e quella di Coulibaly, con rivendicazioni contraddittorie. I primi hanno intestato la strage di Charlie Hebdo ad Al Qaeda nello Yemen. Il secondo ha lasciato un video in cui inneggia allo Stato islamico. "Il collegamento è Boumedienne e la sua amicizia con una delle mogli dei Kouachi" spiega Maktouf.
"Le donne sono motori di questa storia" prosegue l'avvocata che lamenta il fatto che la Francia non abbia fatto arrestare Boumedienne quando era stata localizzata due anni fa in un campo di prigionia dei curdi. Tra i quattordici imputati, l'unico per cui i pm sono riusciti a ottenere l'accusa di "complicità in atti terroristi", con il rischio di ergastolo, è il ventinovenne franco-turco Ali Riza Polat. Considerato il braccio destro di Coulibaly sarà difeso dall'avvocata del terrorista Carlos. Gli altri imputati sono tutti a giudizio per "associazione a delinquere terrorista" con un massimo di venti anni di carcere. I pm non hanno trovato un'eventuale regia nella strage dei Kouachi, nonostante uno dei fratelli fosse stato in Yemen. Anche il predicatore sospettato di averli indottrinati, Farid Benyettou, non è tra gli imputati.
"Sarà un processo frustrante perché i fratelli Kouachi sono morti e l'inchiesta non ha permesso di risalire ai mandanti" commenta Riss, direttore di Charlie Hebdo. Il giornalista e scrittore Philippe Lançon, gravemente ferito al volto, dice: "Non mi aspetto né verità, né giustizia. C'è poco da capire. Erano ragazzi finiti in un'impasse esistenziale e poco intelligenti".
Resta poco dello slancio che, subito dopo gli attentati, portò alla grande manifestazione con lo slogan "Je suis Charlie". E oggi la Francia è forse ancor più tormentata da temi come laicità e integralismo, libertà d'espressione, antisemitismo. "Gli islamisti hanno vinto?" si è domandato Le Point in copertina. La saggista Caroline Fourest pensa sia così. "Qualcuno oserebbe oggi pubblicare le vignette di Maometto che hanno scatenato l'attacco a Charlie Hebdo? Onestamente penso nessuno". L'avvocato Patrick Klugman difende alcuni degli ostaggi dell'Hyper Cacher. Racconta che i suoi clienti si sentono vittime due volte: per il trauma subito e per essere stati dimenticati in un paese in cui gli atti e le violenze antisemite aumentano. "Questo processo sarà imperfetto ma spero diventi un modo di sviluppare una forma di immunità collettiva". Ancora fantasmi da scacciare.
nena-news.it, 1 settembre 2020
La denuncia del giornale britannico Sunday Telegraph: centinaia, forse migliaia, di migranti provenienti dal Corno d'Africa rinchiusi da mesi in diversi centri di detenzione, picchiati e ridotti alla fame. Human Rights Watch: "Condizioni disumane senza alcun rispetto per la dignità delle persone". Centinaia, forse migliaia, di migranti africani sono da mesi rinchiusi in diversi centri di detenzione in Arabia Saudita, costretti a vivere e dormire a terra, ridotti alla fame e picchiati. A denunciarlo è il quotidiano britannico Sunday Telegraph che ha pubblicato, domenica scorsa, le fotografie scattate e inviate dagli stessi migranti. Si tratterebbe di centri nelle regioni sud della petromonarchia (uno si troverebbe ad Al Shumaisi, vicino Mecca, e uno a Jazan, al confine con lo Yemen) e i migranti detenuti sarebbero per lo più etiopi, donne e uomini.
Immagini crude, terribili: decine di persone a terra, ridotte a pelle e ossa, in stanze senza finestre e sdraiati uno sull'altro. Tra le foto ricevute, ma non pubblicate dal quotidiano, anche quella di un giovane africano impiccato, suicidatosi per le impossibili condizioni di vita in cui era costretto da mesi. Un adolescente, si legge nell'articolo, di 16 anni detenuto dallo scorso aprile, secondo quanto dichiarato dai suoi amici. Altre immagini mostrano i segni dei pestaggi e delle torture sulle schiene di alcuni migranti: "Qui è l'inferno - dice uno di loro al quotidiano tramite un cellulare fatto entrare di nascosto in uno dei centri - Ci trattano come animali, ci picchiano ogni giorno. Se non c'è possibilità di fuga, mi ucciderò. Altri lo hanno fatto".
All'inizio di agosto una denuncia simile era giunta dal Guardian: nel centro di Al Shuamisi, capace di detenere fino a 32mila prigionieri, migliaia di migranti senza documenti attendono la deportazione in condizioni disumane, costretti a bere acqua dal wc e a dormire su letti di ferro senza materassi.
Immediate le reazioni delle organizzazioni per i diritti umani: "Le foto che giungono dai centri di detenzione del sud dell'Arabia Saudita mostrano come le autorità sottomettano migranti dal Corno d'Africa a condizioni squallide e degradanti, senza alcuna attenzione per la loro sicurezza e la loro dignità", è il commento di Adam Coogle, vice direttore di Human Rights Watch per il Medio Oriente. Che accusa: un paese ricco come l'Arabia Saudita "non ha scuse per tenere i migranti in queste deplorevoli condizioni".
Ricco, ma mai ospitale con i lavoratori migranti, in arrivo soprattutto dal Corno d'Africa attraverso lo Yemen in guerra. Eppure rappresentano il 20% della popolazione totale del paese. Circa 6,6 milioni di persone impiegate per lo più nel settore edilizio e delle costruzioni o nelle abitazioni private come colf, sottopagati e senza diritti come avviene nel resto del Golfo e del Medio Oriente, noto per il ricorso al sistema della Kafala, dello sponsor: il migrante che arriva nel paese è sponsorizzato da un cittadino che ne diventa di fatto il proprietario, confiscando passaporti e impedendo di migliorare le proprie condizioni di vita e di lavoro. Una forma di semi-schiavitù da anni denunciata da organizzazioni internazionali per i diritti umani.
Nel caso saudita, negli ultimi anni - da quando il principe ereditario Mohammed bin Salman ha preso le redini della petromonarchia, stringendo in un angolo re Salman - sono state realizzate una serie di riforme volte a incrementare la forza lavoro locale a scapito di quella migrante. Politiche che si sono tradotte nella deportazione forzata di decine di migliaia di lavoratori stranieri: tra gli altri migliaia gli etiopi cacciati tra il 2019 e il 2020, gli ultimi 2.870 ad aprile, oltre 27mila bengalesi lo scorso anno e altri 5.500 quest'anno.
Molti dei migranti "pronti" per la deportazione, dopo essere stati arrestati nelle varie città saudite dove lavoravano, sono stati posti in centri di detenzione come quelli denunciati dal Sunday Telegraph, con "un pezzo di pane al giorno e riso la sera, quasi senza acqua e con i bagni allagati", come riporta un altro giovane migrante. Chiusi in migliaia per mesi dietro le sbarre dopo essere stati accusati di essere i vettori del Covid-19, di portare l'epidemia nel ricco paese del Golfo.
di Alessandro Portelli
Il Manifesto, 1 settembre 2020
In un Paese armato fino ai denti una sequenza di aggressioni armate da parte di polizia e destra era destinata a scontrarsi prima o poi con una risposta uguale. Per quanto continuiamo a prendere le distanze da un'ideologia di non-violenza unilaterale, però, Black Lives Matter non è la stessa cosa delle milizie di destra e dei poliziotti assassini. Altro che "opposti estremismi".
L'ultima notizia da Portland è, ovviamente, una pessima notizia. In primo luogo, perché c'è una vita distrutta. Non sappiamo ancora il nome della vittima, ma sappiamo che era in strada con altre centinaia di estremisti di destra armati inneggianti a Trump. Non sappiamo ancora chi l'ha ucciso, la polizia è cauta, ma tutte le fonti danno per scontato che sia uno dei manifestanti che da mesi a Portland sono in strada per rivendicare giustizia e uguaglianza. Se così fosse, sarebbe un omicidio commesso anche in nostro nome, e questa non è una buona notizia.
In tre mesi di proteste a Portland, la "violenza" era consistita (e cito il New York Times) in "finestre rotte, accensione di incendi, lancio di petardi alle forze dell'ordine". Poi, l'estrema destra - da sempre presente e organizzata a Portland - è scesa in campo spalleggiata dalla polizia e dai federali, e sono cominciati gli spari: "Due settimane fa, dicono le autorità, un manifestante di destra ha sparato due fucilate dalla macchina, ma non sembra che sia stato colpito nessuno. La settimana dopo, gruppi opposti si sono scontrati nelle strade e un video mostra un dimostrante di destra che brandisce un fucile".
Come sempre, l'estrema destra ha Dio e la Patria dalla sua parte. L'uomo ucciso a Portland apparteneva a un gruppo di destra chiamato Patriot Prayer, "che sostiene il Cristianesimo e lo stato minimo".
In pochi giorni dopo che Kyle Rittenhouse ha ammazzato due persone a Kenosha, "un'organizzazione cristiana ha raccolto più di $250.000" per la sua difesa. Domenica scorsa, Trump ha messo un "like" a un tweet che diceva: "Kyle Rittenhouse è un buon esempio delle ragioni per cui ho deciso di votare per Trump". Nel frattempo, Biden si limita a dire che "condanno la violenza da qualunque parte provenga, sia di sinistra che di destra", come se fossero la stessa cosa, avessero la stessa misura, le stesse origini. E come se, prima di entrambe, non ci fosse una quotidiana violenza della polizia che Biden non sembra decidersi a condannare apertamente.
C'è uno scarto terribile fra la chiarezza criminale con cui Trump mobilita i suoi e la genericità ragionevole con cui Biden sembra cercare di rivolgersi a un "centro" sempre più fantasmatico. Rischiamo di pagarla tutti. Sull'omicidio di Portland, potremmo dire quello che disse Malcolm X dopo l'uccisione di Kennedy: "Chickens coming home to roost", a fine giornata tutti i polli tornano a casa. Comprensibile, ma sbaglieremmo, come sbagliava lui.
Non c'è dubbio che, in un paese armato fino ai denti come gli Stati Uniti, una sequenza di aggressioni armate da parte della polizia e della destra era destinata a scontrarsi prima o poi con una risposta dello stesso tipo. Il problema però è che, in primo luogo, per quanto continuiamo a prendere le distanze da un'ideologia di non-violenza unilaterale, tuttavia Black Lives Matter non è la stessa cosa delle milizie di destra e dei poliziotti assassini, e non c'è semplificazione mediatico-politica sugli "opposti estremismi" che possa cambiare questo fatto. In secondo luogo, perché sono generazioni ormai che, anche in Italia, abbiamo capito che non è con i fucili che vinceremo: gli altri ne avranno sempre più di noi. Le nostre armi, nonostante tutto, sono altre.
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