di Sebastiano Canetta
Il Manifesto, 3 settembre 2020
La scoperta dell'agente nervino Novichok nel corpo del più importante avversario di Putin accelera la guerra diplomatica. Si profilano nuove sanzioni, possibile un "rallentamento" della tabella di marcia per il raddoppio del gasdotto Nord Stream. Agente nervino del gruppo Novichok. Il test tossicologico del laboratorio speciale dell'esercito tedesco ieri ha sciolto il primo "mistero" sul caso di Alexej Navalny identificando "senza ombra di dubbio" la tossina con cui è stato avvelenato l'oppositore di Putin.
"Il governo federale condanna questo attacco con la massima fermezza" scrive il portavoce di Angela Merkel, Steffen Seibert, che ha comunicato via Twitter il risultato dell'analisi chimica commissionata dai medici del policlinico universitario della Charitè. Ora la cancelliera pretende "una spiegazione rapida e completa" da Mosca, mentre il ministro degli Esteri, Heiko Maas, ieri pomeriggio ha convocato "con la massima urgenza" l'ambasciatore russo Sergej Netschajew a cui ha chiesto formalmente "chiarimenti".
Ma non basta. Dopo avere riunito i ministri Annegret Kramp Karrenbauer (Difesa), Olaf Scholz (Finanze), Horst Seehofer (Interni) e Christine Lambrecht (Giustizia), più la responsabile della cancelleria Helge Braun "per concordare le prossime mosse politico-diplomatiche", Merkel ha fatto sapere di avere investito del "caso Navalny" l'Ue e anche la Nato per stabilire "una risposta comune tra gli alleati". Oltre ad avere notificato l'esito del laboratorio militare allo spagnolo Fernando Arias, direttore generale dell'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche con sede a L'Aia.
"Navalny è vittima di un atto criminale. E questo crimine è diretto contro i valori e i diritti fondamentali che la Germania rappresenta" scandisce la cancelliera "sgomenta per il risultato dell'analisi tossicologica che pone domande molto serie alle quali solo il governo russo può e deve rispondere. Il mondo intero aspetta la replica di Mosca". Parole di fuoco, sintomatiche della profondità della crisi diplomatica e di una controffensiva senza precedenti nelle relazioni russo-tedesche, già pesantemente minate dalle ingerenze dei servizi di intelligence di Mosca in Germania: dal recente spionaggio delle utenze riservate di Merkel all'omicidio (in pieno giorno, a due passi dalla cancelleria) del dissidente georgiano Zelimkhan Khangoshvili da parte di un sicario nell'orbita dell'ex Kgb nell'agosto 2019.
"Non siamo stati informati dei risultati del test tedesco. I dati non sono stati ancora portati alla nostra attenzione" è la secca risposta (via agenzia Tass) di Dmitri Peskov, portavoce del presidente Putin, che respinge così al mittente le accuse di avvelenamento formulate a Berlino.
Tuttavia, la pista del Novichok conduce dritta come un fuso in Russia. L'agente nervino incriminato è esattamente lo stesso utilizzato nel tentativo di "liquidare" l'ex colonnello del Gru, Sergei Skripal, e sua figlia Julija a Salisbury il 4 marzo 2018. All'epoca il ministro alla Sicurezza del Regno Unito, Ben Wallace, puntò l'indice direttamente contro Putin, mentre l'ex premier Theresa May non esitò a bollare gli avvelenatori come ufficiali del servizio segreto militare russo, nonostante anche allora Mosca si dichiarasse del tutto estranea ai fatti contestati. Coincidenza più che sospetta, rilanciata ieri pure da Jürgen Hardt, responsabile Esteri del Gruppo Cdu-Csu al Bundestag. "L'analisi del laboratorio della Bundeswehr non lascia alcun margine di dubbio: Navalny è stato avvelenato con un agente nervino molto efficace, proprio come Skripal prima di lui. Ciò conferma in pieno i nostri peggiori timori. Soprattutto perché questa tossina è molto difficile da ottenere attraverso i normali canali e può provenire solamente da laboratori con un altissimo grado di specializzazione".
Non è ancora la "pistola fumante" in grado di inchiodare Mosca, ma un indizio pesante come un macigno comunque in grado di innescare la reazione a catena che immagina Merkel. All'orizzonte si profilano nuove sanzioni per la Russia e, nel caso della Germania, anche il "rallentamento" della tabella di marcia per il raddoppio del gasdotto Nord Stream che serve come il pane a Berlino ma è ancora più imprescindibile per Putin in chiave anti-Ucraina.
di Paolazzurra
ecointernazionale.com, 2 settembre 2020
Com'è andata l'estate in carcere? Come hanno vissuto agenti e detenuti questa estate difficoltosa tra pandemia, caldo e carenze edilizie? Un mese drammatico quello di agosto nelle carceri italiane. L'aumento dei suicidi dimostra come questo sia uno dei mesi più terribili dell'anno.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 2 settembre 2020
In attesa del maxiprocesso allestito da Gratteri, prosegue la barbarie verso un avvocato, tenuto in galera perché difensore di mafiosi, quindi mafioso, e di un ex onorevole, recluso da otto mesi senza avere il diritto di parlare con il pm. Siamo ormai arrivati alla tortura.
Quella dei Paesi totalitari che umilia, poi annienta, poi uccide. Due avvocati, Giancarlo Pittelli e Francesco Stilo, sono in carcere da nove mesi senza processo e senza la consistenza di accuse che non siano quelle evanescenti del reato che non c'è, quello cui si ricorre quando non ci sono prove, il concorso esterno in associazione mafiosa. I due detenuti sono sicuramente innocenti, e non solo perché lo dice la Costituzione, ma sono anche colpevoli.
Colpevoli di essere calabresi, prima di tutto. E poi di indossare la toga sbagliata, quella di chi difende, non quella di chi accusa. La toga "giusta" la indossa il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri, colui che vuole smontare la Calabria come un lego, per poi ricostruirla a modo suo. Colui che fa le retate che poi i suoi colleghi provano a smontare, causa inconsistenza, superficialità e improvvisazione nella ricerca delle prove. Colui che è riuscito persino a far trasferire e degradare dal Csm in modo fulmineo il suo superiore di grado, il procuratore generale Otello Lupacchini, che si era permesso di criticare le modalità con cui era stato tenuto all'oscuro delle retate. Via, a Torino a fare il vice di un altro.
I due avvocati calabresi con la loro toga sbagliata sono invece stati spediti uno in Sardegna e l'altro in Lombardia, sbattuti come sacchi di patate lontano dalle famiglie e dai difensori. Così imparano una volta per tutte quel che vuol dire nascere e crescere in una regione come la Calabria, che non solo è la più povera d'Italia, non solo ha la mafia più potente di tutte, la 'ndrangheta, ma ostenta anche una magistratura squassata da risse e faide interne, spesso protagonista di denunce e controdenunce. Apparentemente forte, ma debolissima.
E la propria fragilità la fa pagare sempre a chi finisce nelle sue ragnatele. L'episodio Lupacchini è solo l'ultimo, e non è detto che segni il capitolo conclusivo. Certo è che Nicola Gratteri è un uomo potente. Vuol passare alla storia per questo maxiprocesso dal nome Rinascita Scott, con cui vuol far concorrenza alla storia di Giovanni Falcone. Il quale non era potente per niente, e fu invece combattuto persino dai suoi stessi colleghi, fino a dover cambiare strada. E quando fu indebolito, la mafia lo azzannò.
Chissà se si farà mai, questo maxiprocesso calabrese. Per ora si attende l'udienza preliminare per 456 indagati, di cui moltissimi a piede libero dopo le decimazioni degli arresti da parte di gip, riesame e Cassazione, mentre 23 posizioni sono state già stralciate prima ancora dell'udienza. Ci sono ben 224 parti offese, comprese le massime istituzioni, tra cui la Regione Calabria, la cui giunta il 14 luglio scorso ha sorprendentemente deliberato di mettere a disposizione un'area di tremila metri quadri per l'aula, in vista del processo che ancora non c'è. Cioè dando per scontato che centinaia di indagati, ancora innocenti secondo la Costituzione, saranno rinviati a giudizio. Dando per scontato che se il dottor Gratteri fa una retata di mafiosi, gli arrestati siano tutti mafiosi, quindi vadano tutti processati. E condannati, va da sé.
Ma il procuratore di Catanzaro ha anche un'altra ambizione, quella di cercare il famoso terzo livello su cui Giovanni Falcone ebbe tanti dubbi. Ha bisogno di passare alla storia come quello che ha sconfitto la 'ndrangheta "dei colletti bianchi". Ma non ci sono altro che picciotti, purtroppo, nell'inchiesta Rinascita-Scott. Ecco perché è importante tenere sequestrati in carcere i due avvocati. Ecco perché i corpi martoriati di Pittelli e Stilo devono essere torturati fino all'annientamento.
Il primo è in isolamento nel tremendo carcere di Badu e Carros, e ai suoi legali, ma anche al deputato Vittorio Sgarbi che è andato a visitarlo proprio per controllare le sue condizioni di salute, è parso irriconoscibile, "in uno stato di forte depressione, psicologicamente provato".
Sarà giudicato con il rito abbreviato, su sua richiesta. E vedremo se ci sarà un giudice in grado di comportarsi come quello di Berlino. Quanto a Francesco Stilo, detenuto a Opera, ha un quadro clinico raccapricciante: in seguito a un incidente, ha un ematoma all'aorta toracica con rischio dissecazione, e difficilmente può essere operato perché pesa circa 150 chili. Inoltre è cardiopatico, iperteso, con continue crisi di panico e due tentativi di suicidio del passato.
A Opera è capitato in cella con un detenuto positivo al Covid-19. Ne è stato quindi disposto il trasferimento a Bologna. Sentite che cosa scrivono gli uomini del Dap di lui alla direzione del nuovo carcere: "Si segnala che trattasi di soggetto appartenente ad associazione per delinquere di tipo mafioso".
Si raccomanda quindi, "in considerazione dell'elevata pericolosità del soggetto", di stare all'erta per "impedire tentativi di evasione, anche mediante complicità esterne" nel corso del trasporto da Opera a Bologna. Chiaro, dottor Gratteri? Concorso esterno, eh? L'equazione, anche nella testa dei burocrati del Dap, è chiara: il difensore è colpevole degli stessi reati di cui è indagato il suo assistito. Non più solo un intralcio (ogni pm sogna di avere tra le mani un uomo solo al mondo e senza avvocato, per poterselo manovrare a piacere), è ormai l'avvocato, ma un colpevole.
Ma gli uomini della criminalità organizzata non sono mai soli. Gli avvocati Pittelli e Stilo invece sì. Il presidente della Camere Penali, Gian Domenico Caiazza, su questo giornale ha detto parole molto chiare, soprattutto sull'uso della custodia cautelare, le sue regole sempre disattese, il degrado e la superficialità con cui l'istituto viene applicato.
La parola "tortura" la pronunciamo noi, senza timore di esagerare. Giancarlo Pittelli è anche stato deputato, i suoi ex colleghi non hanno niente da dire? In Parlamento esiste ancora qualcuno che abbia un minimo senso di giustizia, qualcuno che vada a visitare i detenuti (anche se è un'attività che non porta voti), come è prerogativa di deputati e senatori (e non del solo Sgarbi) per verificarne le condizioni di salute?
Nelle due commissioni giustizia e all'antimafia esiste ancora qualcuno che ricorda quali siano le condizioni necessarie per restare così a lungo in custodia cautelare? Cari (ex) colleghi, non siate conigli, fate interrogazioni, fate casino. Un bel question time al ministro Bonafede.
Non vi si chiede di giurare sull'innocenza di persone che non conoscete. Ma di non consentire che una volta di più nel nostro Paese si celebri l'ingiustizia sulla pelle di qualcuno nel silenzio generale. Dimostrate che questo Parlamento conta ancora qualcosa, che sa alzare la propria voce anche a rischio di andare contro un potere più forte di lui.
di Alessandro Galimberti
Il Sole 24 Ore, 2 settembre 2020
Con l'entrata in vigore, ieri, della legge 7/ 2020 (conversione del decreto-legge 30 dicembre 2019, n. 161, Modifiche urgenti alla disciplina delle intercettazioni di conversazioni o comunicazioni) l'uso del captatore informatico trova finalmente un assetto normativo. Si tratta dello strumento investigativo meglio noto come trojan, reso più famoso dal caso Palamara che dalla stessa prima regolamentazione nel decreto legislativo n. 216 del 2017, di fatto mai entrato in vigore benché più volte rimasticato dalla giurisprudenza.
di Angela Stella
Il Riformista, 2 settembre 2020
"I trojan? Si parla del captatore per quanto attiene alle telefonate ma sappiamo bene - commenta il professore Giorgio Spangher - che prende anche i messaggi, le fotografie, tutto ciò che è nella nostra memoria, quindi si spinge ben oltre il necessario.
di Antonella Mascali
Il Fatto Quotidiano, 2 settembre 2020
Da ieri è entrata in vigore la riforma delle intercettazioni. È quella modificata dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, e approvata dalla maggioranza giallorossa a febbraio. Doveva entrare in vigore il primo marzo, ma l'emergenza Covid ha fatto slittare l'entrata in vigore.
di Errico Novi
Il Dubbio, 2 settembre 2020
Intervista a Franco Roberti, europarlamentare, ex Procuratore nazionale antimafia. "Sono persone eccezionali. Con le quali ho conservato un legame forte. È grazie ai fratelli e al figlio di Angelo Vassallo che la memoria del sindaco ucciso è ancora viva. Fanno benissimo a battersi ancora con determinazione perché le indagini proseguano. La verità sembrava a un passo già nel periodo in cui seguivo direttamente il caso, ma non si è mai arrivati a costruire la massa probatoria necessaria per sostenere l'accusa in giudizio".
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 2 settembre 2020
Corte di cassazione - Ordinanza 31 agosto 2020 n. 18097. Nessun obbligo per la vittima di un sinistro stradale, da parte di un veicolo non identificato, a sporgere denuncia contro ignoti. E dunque nessun "automatismo tra mancata presentazione della denuncia di sinistro, e assenza di prova circa il fatto che il sinistro fu cagionato da veicolo non identificato". Lo ha stabilito la Corte di cassazione con l'ordinanza n. 18097 del 31 agosto scorso circostanziando meglio un indirizzo già presente nella giurisprudenza di legittimità.
Dopo il rigetto da parte del giudice di pace e del Tribunale di Nola, un motociclista ha così visto finalmente accolta la propria domanda risarcitoria nei confronti di Generali quale impresa designata dal Fondo di garanzia delle vittime della strada. Il ricorrente aveva infatti lamentato di essere stato tamponato e di essere rovinato al suolo senza però riuscire ad identificare la targa del mezzo ma soltanto la marca ed il modello. Per negare il risarcimento, l'assicurazione aveva opposto la mancata denuncia contro ignoti e il non aver dichiarato al momento del referto di essere stato investito da un conducente poi datosi alla fuga.
Proposto nuovamente ricorso, la Cassazione ha chiarito che "la vittima di un sinistro stradale causato da un veicolo non identificato non ha alcun obbligo, per ottenere il risarcimento da parte dell'impresa designata dal Fondo di garanzia vittime della strada di presentare una denuncia od una querela contro ignoti, la cui sussistenza o meno non è che un mero indizio". Infatti, prosegue la Corte, "a differenza di quanto affermato dalla controricorrente l'accertamento da compiere non deve concernere il profilo della diligenza della vittima nel consentire l'individuazione del responsabile, ma esclusivamente la circostanza che il sinistro sia stato effettivamente provocato da un veicolo non identificato".
"Sicché, argomenta la Sezione, il giudice di merito potrà tener conto delle modalità con cui, fin dall'inizio, il sinistro è stato prospettato dalla vittima e del fatto che sia stata presentata una denuncia o una querela, ma ciò dovrà fare nell'ambito di una valutazione complessiva degli elementi raccolti e senza possibilità di stabilire alcun automatismo fra la presentazione della denunzia o querela e accoglimento della pretesa come pure fra mancata presentazione e rigetto della domanda".
"Erra, dunque - conclude la Corte - la sentenza impugnata laddove reputa indispensabile la denuncia del danneggiato (o la menzione della mancata identificazione del veicolo danneggiante, in occasione della redazione del referto sulle lesioni subite), giacché, cosi pronunciandosi, il giudice di merito, in sostanza, introduce il dato della collaborazione del danneggiato con le autorità inquirenti (anche solo mediante la tempestiva denuncia) quale elemento necessario a integrate il requisito della "impossibilità incolpevole" della identificazione la cui mancanza comporterebbe il rigetto della pretesa".
di Gian Antonio Stella
Corriere della Sera, 2 settembre 2020
Sono passati dieci anni da quell'omicidio del "sindaco pescatore" che scosse l'Italia e soprattutto il mondo dell'ambientalismo, il quale aveva in Angelo un punto saldo di riferimento. Dieci anni, e come ricostruiscono il fratello Dario e Vincenzo Iurillo nel libro Omicidio Vassallo. La verità negata, ancora non si sa chi siano gli assassini.
Vassallo, dieci anni senza giustizia - "Tu amavi il mare, / tu adoravi pescare / era la tua grande passione / che svolgevi come una missione. / Poi sindaco sei diventato / E volevi il meglio per tutto il Creato / soprattutto per quell'acqua blu / che della tua terra è una grande virtù..." È solo una piccola poesia in rime baciate scritta da un bambino della 5ª Elementare del II° Circolo Didattico "don Peppe Diana" di Acerra. Leggendola, però, tutti quelli che hanno in mente la foto di Angelo Vassallo, il sindaco di Pollica, in piedi su un gruppetto di scogli, blu-jeans, camicia, fascia tricolore, mentre mostra un calice di acqua cristallina del "suo" mare che bagna il Cilento, sentono un tuffo al cuore.
Sono passati dieci anni da quell'omicidio del "sindaco pescatore" che scosse l'Italia e soprattutto il mondo dell'ambientalismo, il quale aveva in Angelo un punto saldo di riferimento. Dieci anni, e come ricostruiscono il fratello Dario e Vincenzo Iurillo nel libro Omicidio Vassallo. La verità negata, ancora non si sa chi siano gli assassini ("Sono convinto che siano tre e ho fatto i loro nomi alla magistratura, finora senza risultato", dice Dario), chi i mandanti, chi i complici: "Tutto coperto da una coltre di omertà".
Misteri sui colpi sparati. Sui silenzi di chi vide. Sui depistaggi. Sul ruolo di un paio di carabinieri. Sugli appalti per varie "strade fantasma". Sulle indagini aperte ed evaporate nel nulla. Troppi misteri. Riconosciuti dallo stesso Giuseppe Conte: "Sento il dovere di esprimere i miei profondi sentimenti di partecipazione per la grave mancanza di risposte dinanzi ad un fatto di sangue così grave".
Dieci anni senza uno straccio di verità. Fitte dolorose che tornano nei ricordi di Dario, medico a Roma, quella sera, alla notizia della uccisione del fratello: "Uscii in giardino, la testa tra le mani, piangevo disperato, incredulo, senza la forza di reagire. Mi sarei aspettato di vedere un cielo stravolto, un mondo inesorabilmente finito con la morte di mio fratello. E invece il cielo era pieno di stelle luccicanti e immobili, esattamente come accadeva da miliardi di anni". Poi, il viaggio in auto nella notte verso un mondo "a noi sconosciuto, fatto di morte, lacrime, dolore, mafia, camorra, carabinieri, querele, ingiustizia, politica sporca e non, miseria umana..."
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 2 settembre 2020
Abilitazione forense, solo il 35% ha superato lo scritto. "L'esame per l'abilitazione forense è antiquato e presenta profili di incostituzionalità". Sta montando in queste ore la protesta degli aspiranti avvocati che sono stati esclusi dalle prove orali. Solo il 35 per cento dei candidati ha superato le prove scritte dell'esame per l'abilitazione forense.
I risultati sono stati resi noti questa settimana. La correzione degli elaborati quest'anno è stata particolarmente complessa. A causa dell'emergenza Covid-19, il sistema adottato non è stato uniforme. Diverse commissioni hanno proceduto alla correzione da remoto altre, e con una tempistica eccessivamente ridotta, in presenza. Tale modus operandi avrebbe finito per condizionare le aspettative di decine di migliaia di candidati che, dopo otto mesi di attesa (le prove scritte si erano svolte a dicembre 2019), hanno ricevuto una valutazione negativa dei loro elaborati priva di motivazione. Il risultato di quest'anno è, dunque, molto al di sotto di quello degli anni precedenti.
Sul punto sono tanti i dubbi sollevati da Artan Xhepa, presidente di Aipavv (Associazione italiana praticanti avvocati). L'alto numero di bocciati "testimonia il fallimento di un sistema di verifica anacronistico e che presta da sempre il fianco a numerose illegittimità", afferma Xhepa che annuncia di aver dato mandato allo studio legale Leone-Fell di Palermo, specializzato nelle azioni legali verso le illegittime delle procedure abilitative e concorsuali, di presentare un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica contro l'attuale impianto dell'esame d'abilitazione. Nonostante i principi di trasparenza che dovrebbero uniformare tutte le procedure selettive, l'esame d'abilitazione forense non prevede un obbligo di motivazione.
"In altre parole - spiega i Xhepa - si viene bocciati ma i commissari d'esame non devono neanche spiegare il perché con due righe di motivazione". I commissari, per altro, sono "altri avvocati che potrebbero avere l'interesse a bocciare per non subire la futura concorrenza dei concorrenti". In particolare, "verrà rilevata l'illegittimità costituzionale dell'impianto normativo che disciplina l'accesso alla professione forense per violazione dei vincoli comunitari che garantiscono il rispetto della cosiddetta libertà di stabilimento e di concorrenza e che vietano l'introduzione di ostacoli ingiustificati all'accesso al lavoro". Poi "verrà rilevata la violazione e/ o la falsa applicazione della direttiva comunitaria 958/ 2018 che regolamenta gli esami di accesso alle professioni con titolo abilitante e che sarebbe rispettata ove entrasse integralmente in vigore la disciplina della legge 247/ 2012 sull'ordinamento forense".
La norma sull'ordinamento forense, si ricorderà, non è ancora completamente entrata in vigore. "Con tale ricorso - aggiunge Xhepa - chiederemo di essere ammessi alla successiva fase orale del concorso o, in subordine alla ricorrezione degli elaborati a seguito della disapplicazione delle norme contestate".
Contestualmente, "chiederemo che venga sollevata, ove ritenuto necessario, questione di legittimità costituzionale o questione pregiudiziale alla Corte di Giustizia", prosegue Xhepa, sottolineando che "nel caso in cui l'esito del ricorso non fosse immediatamente quello sperato valuteremo l'opportunità di avanzare ricorso alla Cedu. Il nostro obiettivo non è soltanto tutelare il candidato non ammesso alla prova orale della sessione 2019 - conclude - bensì quello di rompere gli schemi antiquati che reggono questa modalità di esame così strutturato".
- La giustizia non va in ferie: i Sindacati contro il presidente delle Camere penali
- Palermo. Domiciliari senza casa, una struttura per accogliere e orientare al lavoro
- Modena. Morti in carcere, le prime perizie confermano l'overdose
- Evasione fiscale: se il contribuente paga si applica la circostanza attenuante
- Rimpatrio minori nati in Italia, vulnerabilità presunta










