di Sandro Iacometti
Libero, 2 settembre 2020
Una cosa sono le udienze, un'altra gli uffici giudiziari. Per questo, di fronte all'allarme lanciato dal presidente delle Camere penali, Gian Domenico Caiazza, che invoca un monitoraggio delle attività per evitare la paralisi, il sindacato Confsal-Unsa scende in campo a difesa dei lavoratori del settore. "Forse", ha replicato il segretario generale della federazione Massimo Battaglia, "l'avv. Caiazza era in ferie, ma vorremmo ricordargli che sin dal principio della pandemia - come per ospedali e pubblica sicurezza- gli uffici del Ministero della Giustizia, dai Tribunali alle Procure, dagli Unep agli Istituti Penitenziari per adulti e minori, sono rimasti aperti. Inoltre non si comprende - se non a fine strumentale - quale utilità possa avere l'attività di monitoraggio cui si fa cenno quando è eseguita a cavallo della fine della sospensione feriale prevista per il 2 settembre, sospensione tra l'altro che impatta solo sulle udienze e non già sul resto dell'attività che continua ad essere svolta".
Per Battaglia sono cinque mesi che "amministrazione e sindacati lavorano e si confrontano per gestire un'emergenza sanitaria senza precedenti - che non ha inventato il sindacato - al fine di tutelare la sicurezza di lavoratori, avvocati e utenza degli uffici giudiziari, ed evitare casi di contagi negli Uffici che hanno portato da ultimo alla chiusura dell'Ufficio nep di Roma". Quanto all'efficienza del sistema giudiziario, prosegue il sindacalista, "non accettiamo lezioni da nessuno, anche perché come è scritto nei Tribunali ove operiamo tutti giorni, la Giustizia si amministra nel nome del popolo italiano e non nel nome di qualche associazione.
Oggi viviamo un momento delicatissimo, e dobbiamo tutti - amministrazione, dirigenza, lavoratori, sindacati, avvocati, parti in causa - trovare un punto di equilibrio tra efficienza giudiziaria in epoca Covid e sicurezza necessaria per abbattere la diffusione dei contagi e vincere questa guerra comune contro un virus subdolo che per trasmettersi non guarda né professione, né attività svolta".
di Serena Termini
redattoresociale.it, 2 settembre 2020
Progetto sperimentale in Sicilia per far scontare la pena a chi non ha o non può utilizzare un domicilio. Roberto Cascio (Cammino d'amore): "Previste attività ludico ricreative e orientamento per reinserimento lavorativo". Accoglienza domiciliare e reinserimento sociale e lavorativo.
Sono questi gli obiettivi principali del progetto "Revival", coordinato dalla Unità di Mediazioni e Giustizia riparativa dell'assessorato comunale per la cittadinanza solidale, che prevede la possibilità di accogliere in una struttura convenzionata con il Comune di Palermo chi deve scontare un periodo di detenzione domiciliare non superiore a 18 mesi, e non ha un domicilio o, per esigenze sanitarie legate al Covid-19, non può svolgerlo presso il proprio domicilio.
La struttura, ospitata presso una Opera Pia (Ipab) cittadina, è gestita dall'associazione "Cammino d'Amore" che è già operativa con una decina di operatori in via sperimentale dai primi di agosto per tre mesi durante i quali saranno utilizzate le risorse del Fondo nazionale contro la povertà. Una parte del personale dell'Ipab si occupa inoltre di guardanìa e pulizia degli ambienti.
Pensata per un massimo di 32 persone, al momento ne ospita 5 ma il numero è destinato a crescere. Si tratta di cittadini, italiani e stranieri, per i quali la magistratura ha autorizzato forme alternative alla detenzione. Per ognuno di loro l'Uepe (Ufficio Esecuzione Penale Esterna) del Ministero della Giustizia, elabora un piano personalizzato che, se autorizzate dal magistrato competente, può anche prevedere attività di volontariato, culturali e sociali da svolgere all'esterno della struttura. Proprio in tal senso si sta attivando l'Unità operativa del Comune, che già da anni coordina e promuove attività di giustizia riparativa, mediazione penale e facilitazione dei percorsi di recupero.
Nell'ottica della responsabilizzazione e dello sviluppo di percorsi di comunità, gli ospiti del progetto Revival sono responsabili della co-gestione, in particolare della pulizia degli spazi comuni e del supporto alle attività. Trattandosi comunque di cittadini con provvedimenti restrittivi decisi dalla magistratura, le visite possono essere svolte solo previa autorizzazione e all'interno vigono comunque regole stringenti rispetto agli orari, alla gestione degli spazi, al divieto di utilizzo di alcol e stupefacenti.
"Il progetto nasce in primo luogo per quei detenuti senza un domicilio che, con l'emergenza Covid, non potevano stare in strada - spiega Roberto Cascio vice presidente dell'associazione Cammino d'amore. In questo modo il comune in collaborazione con l'Uepe ha emanato l'avviso per l'attivazione di un centro di accoglienza a cui abbiamo risposto considerato che da oltre 20 anni facciamo assistenza dentro il carcere e abbiamo avuto pure diverse esperienze di messa alla prova. Oggi l''accoglienza è aperta a 32 persone detenuti, uomini e donne, non solo per l'emergenza Covid, distribuiti in due piani.
Devono essere persone autosufficienti perché il progetto è volto, oltre alla fruizione delle attività ludico ricreative, al loro recupero e reinserimento nella vita sociale e lavorativa attraverso formazione ed orientamento al lavoro. Considerato il bisogno attuale, a conclusione dei tre mesi, contiamo in una sua continuazione in modo da potere aiutare e rispondere ai bisogni di più persone. Da settembre oltre ad organizzare partite di calcio, prenderemo contatto pure con le realtà lavorative che hanno dato la loro disponibilità al progetto".
"La prima esperienza bella è stata quella di un giovane - aggiunge - che, nonostante ci avessero messo in guardia per le sue presunte problematiche psichiatriche, abbiamo scoperto, valorizzandolo in vario modo, che è una persona davvero in gamba".
"Si tratta di un primo progetto sperimentale - ha detto l'assessore Giuseppe Mattina - che conferma la visione di una città che in misura ampia vuole prendersi cura di tutti, anche di chi, avendo commesso errori e reati, sta facendo un percorso di reinserimento sociale concordato e monitorato dalle strutture del Ministero della Giustizia." Per il sindaco Orlando il progetto "conferma che a Palermo tutti hanno diritti e doveri e che tutti devono avere la possibilità di rimediare ai propri errori con percorsi umani, rispettosi anche se rigorosi. Si conferma anche quanto sia importante la collaborazione fra le istituzioni pubbliche e gli enti del privato sociale".
Il Resto del Carlino, 2 settembre 2020
Le prime perizie depositate dai consulenti nominati dalla procura confermerebbero il decesso per overdose dei detenuti. Litri di metadone ingurgitati dopo il saccheggio nella farmacia del carcere. Non vi sarebbero segni di violenza sulle cinque salme.
Ma questa è solo una parte della "storia": in questi giorni altri detenuti hanno parlato di violenze inaudite avvenute durante la nota rivolta dello scorso 9 marzo al Sant'Anna ma ancora nulla si sa delle perizie sulle salme degli altri quattro carcerati; deceduti durante il trasporto negli altri penitenziari italiani o all'interno delle stesse celle.
"Sulla vicenda sono in corso indagini - ha chiarito il procuratore Giuseppe Di Giorgio - chiaramente verranno esaminati tutti gli aspetti legati alle cause del decesso. Abbiamo intanto i risultati delle prime perizie legate ai detenuti deceduti in carcere; i documenti sono stati messi a disposizione delle parti in questi giorni. Ovviamente è in corso la ricostruzione della dinamica dei disordini; una dinamica complessa - sottolinea Di Giorgio - perché la ricostruzione della stessa non è semplice.
Ovviamente la procura prende atto delle notizie diffuse in queste ore e che riguardano un detenuto deceduto altrove; ove ci arrivassero elementi specifici provvederemo ad integrare i fascicoli. Le consulenze hanno confermato le prime conclusioni che il medico legale aveva ipotizzato prima dell'analisi dei tessuti: la causa esclusiva del decesso è l'abuso di sostanze stupefacenti e non sono stati riscontrati segni di violenza sul corpo.
Il consulente medico ha depositato in questi giorni la relazione conclusiva - conferma il procuratore - e gli accertamenti sono stati svolti in forma garantita, ovvero con l'invito alle parti a partecipare con propri consulenti". Alcuni giorni fa, però, due detenuti hanno denunciato di avere subito "abusi" al Sant'Anna e che le persone decedute nel trasporto verso altri penitenziari subito dopo la rivolta non sarebbero state visitate dai medici prima di essere trasferite altrove, nonostante stessero male.
di Giampaolo Piagnerelli
Il Sole 24 Ore, 2 settembre 2020
Corte di cassazione - Sezione III penale - Sentenza 1° settembre 2020 n. 24614. In caso di evasione fiscale se l'imputato decide di versare quanto dovuto al Fisco, si applica la circostanza attenuante. Lo chiarisce la Cassazione con la sentenza n. 24614. Nel caso di specie il giudice di del tribunale di Macerata ha applicato a un soggetto uno sconto di pena pari a 6 mesi e 20 giorni di reclusione.
Proseguono poi i Supremi giudici nell'esaminare la confisca e hanno stabilito che "quando la misura cautelare sia diretta o per equivalente non opera per la parte del profitto o del prezzo del reato che il contribuente si impegna a versare all'Erario, anche in presenza di sequestro, va intesa nel senso che, per la parte coperta da tale impegno, la confisca può essere comunque adottata nonostante l'accordo rateale intervenuto ma non è eseguibile, producendo i suoi effetti solo al verificarsi del mancato pagamento del debito, da cui a contrario la conclusione che qualora il pagamento sia avvenuto, non è possibile disporre la confisca".
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 2 settembre 2020
Corte di cassazione - Sezione II - Ordinanza 1 settembre 2020 n. 18188. In caso di minori stranieri nati in Italia, il giudice nel decidere sul rimpatrio dei genitori, o anche solo di uno, deve far prevalere la presunzione di vulnerabilità dei figli minori sulle norme che regolano il diritto di ingresso e di soggiorno dei cittadini stranieri sul territorio nazionale.
La Cassazione, con l'ordinanza 18188, rafforza la posizione dei minori che sono nati e che frequentano le scuole in Italia estendendo il principio della cosiddetta comparazione attenuata, affermato per la protezione umanitaria. Un criterio di giudizio che si risolve in una relazione di proporzionalità inversa tra due fatti giuridicamente rilevanti "ed impone un peculiare bilanciamento tra la condizione soggettiva della persona interessata e la situazione oggettiva che deriverebbe dal suo eventuale rimpatrio". Partendo da questo presupposto i giudici di legittimità accolgono il ricorso di una coppia di albanesi, contro il via libera, dato in ogni grado di giudizio, al loro rimpatrio.
Il permesso di soggiorno chiesto per ricongiungimento familiare era stato negato perché i giudici non avevano rilevato i gravi pregiudizi per lo sviluppo psicofisico dei bambini in caso di rientro in Albania. Per la Cassazione però la dimostrazione dei gravi motivi alla quale può essere subordinata l'autorizzazione a restare in Italia (Dlgs 286/1998, articolo 23) può ritenersi necessaria quando la famiglia non è ancora presente sul territorio nazionale.
Mentre le gravi ragioni e dunque il pregiudizio per i minori è presunto quando, come nel caso esaminato, i figli sono nati in Italia dove frequentano le scuole. Va allora assicurata una tutela tarata sull'età e sull'integrazione sociale. La Cassazione afferma che "va presunta la vulnerabilità dei minori nati in Italia che siano integrati nel tessuto socio territoriale e nei percorsi scolastici, in applicazione dei criteri di rilevanza decrescente dell'età, per i minori in età prescolare, e di rilevanza crescente del grado di integrazione, per i minori in età scolare".
Il giudice di merito deve applicare il criterio della comparazione attenuata, in base al quale la vulnerabilità del minore prevale sulle norme in tema di diritto di ingresso e di soggiorno degli stranieri. Va tenuto prima di tutto presente il danno che un'eventuale rimpatrio provocherebbe sul minore e sulle sue aspettative di vita nel paese in cui è nato, allo stesso modo, considerando che il minore di 18 anni non può essere espulso, il pregiudizio che deriverebbe da un eventuale allontanamento dei genitori o anche solo di uno.
Il giudice non può dunque, come avvenuto nel caso esaminato, non considerare l'effetto del rimpatrio in un contesto socio territoriale con il quale il minore non ha alcun rapporto. La Suprema corte precisa ancora che è irrilevante, ai fini del rilascio del permesso di soggiorno, la circostanza che l'esigenza espressa dai ricorrenti non abbia un carattere temporaneo. Nulla vieta, infatti, se necessario un successivo riesame. Sempre tenendo presente che oggetto del giudizio "è pur sempre la persona, i suoi diritti fondamentali, la sua dignità di essere umano".
di Giulio Sensi
Corriere della Sera, 2 settembre 2020
Indagine tra i protagonisti dell'emergenza sanitaria: difficoltà nella gestione e donazioni ridotte. "Ma solo noi ci occupiamo dei più fragili". Anziani, bambini e disabili: dove il servizio è essenziale. La sfida dell'era Covid il Terzo settore italiano l'ha vinta: non solo uscirne vivo, ma aiutare il Paese a resistere. Il prezzo pagato è stato però alto: secondo un'indagine condotta dal Centro di Ricerca Aiccon dell'Università di Bologna per il Forum Nazionale del Terzo Settore, più di nove realtà su dieci hanno risentito in maniera significativa o elevata dell'impatto della pandemia sulle proprie attività, in termini sia di realizzazione sia di qualità dei servizi erogati.
Più di 7 su 10 prevedono una contrazione delle entrate derivanti da contributi e donazioni. Un po' di respiro la cassa integrazione e le misure governative l'hanno dato anche agli enti del Terzo settore, ma la tempesta vera potrebbe arrivare in autunno e abbattersi sul grande mondo delle 350mila realtà non profit censite dall'Istat che valgono in termini economici 80 miliardi di euro e muovono il 5 per cento del Pil, impiegando 1,14 milioni di lavoratori e 5,5 milioni di volontari.
Il ruolo fin qui è stato fondamentale.
Prendiamo gli anziani: "In Italia - spiega Enzo Costa, presidente nazionale di Auser, una delle più grandi associazioni italiane impegnate in questo campo - il 30 per cento degli ultraottantenni vive da solo e ha deboli legami familiari. È stato soprattutto il volontariato a prendersi cura di loro. Non ci sono state fornite nemmeno le mascherine e abbiamo dato fondo ai risparmi messi da parte per continuare ad operare nella massima sicurezza a favore degli anziani".
Costa, che è anche il coordinatore della Consulta del Volontariato del Forum Nazionale del Terzo settore, racconta episodi edificanti: "In Lombardia si sono uniti a noi nei primi giorni di pandemia più di 200 ragazzi che volevano aiutare i nonni". Ma adesso? "Il Terzo settore racchiude sia le dimensioni dell'associazionismo e del volontariato sia quelle di impresa sociale: in questa emergenza abbiamo dato il massimo, adesso è importante che nessuno ci metta da parte".
In Italia secondo i dati Istat il 64,5 per cento delle realtà del Terzo settore si occupa di sport, cultura, socialità, aggregazione: si tratta di 226mila associazioni che sono quasi ferme da marzo e che dipendono per l'80 percento dai fondi privati ora diminuiti o interrotti e per la prima volta nella loro storia chi ci lavora è andato in cassa integrazione. Poi ci sono quelle impegnate in sanità, assistenza sociale e protezione civile: quasi 45mila enti, buona parte di essi hanno assicurato, con fatica e difficoltà, un sostegno fondamentale alle comunità colpite dal virus.
In Italia sono attive 15.764 cooperative sociali che impiegano più di 441mila dipendenti: secondo un'indagine svolta da Swg per Legacoop un terzo di queste ha ridotto fortemente le proprie attività; più della metà, il 58 per cento, ha faticato a pagare gli stipendi; il 40 per cento non è riuscit0 a tenere aperti i servizi che offre alla collettività nei settori dell'educazione, dell'assistenza, dell'inserimento lavorativo. Circa il 25 per cento prevede di dover licenziare personale nel giro di un anno. Ovunque nel Terzo settore c'è preoccupazione. Ma anche tanta voglia di ripartire.
Forte è l'attesa per i mesi autunnali nelle parole dei rappresentanti delle reti nazionali del Terzo settore e le nuove sfide sono molte e complesse. "La pandemia - spiega Stefano Granata, presidente nazionale di Federsolidarietà, la sigla che riunisce le oltre 6.000 cooperative sociali aderenti a Confcooperative - è stata un grande acceleratore: ha esteso e fatto emergere le fragilità e le vulnerabilità della società italiana ed è cambiata totalmente la domanda di sostegno. A queste nuove domande non si può che rispondere in modo più complesso".
E l'impresa sociale, quella parte del Terzo settore che ha una vocazione più orientata alla produzione di beni e servizi, può farsene carico. "È necessario - aggiunge Granata - riuscire ad aggregare saperi, risorse e capitali sia umani sia economici, altrimenti non riusciremo ad aggredire i fenomeni di esclusione. Il Terzo settore, alla vigilia della pandemia, si stava guardando dentro ed era in mezzo a una fase di trasformazione: molte realtà avevano capito che stava cambiando la domanda dei cittadini, che si doveva dipendere meno dalle risorse pubbliche, costruire nuovi percorsi di welfare più estesi e che non guardassero solo alle filiere classiche, come quelle delle fragilità, delle disabilità, degli anziani, ma alla creazione di lavoro, alla riqualificazione delle periferie e delle aree interne. Adesso abbiamo davanti questa sfida, con la voglia di innovare e di avviare processi di ibridazione e alleanza con le imprese profit e il mondo finanziario".
Con che prospettive? "Con gli ammortizzatori sociali un po' tutti hanno resistito, ora il governo deve aiutare a patrimonializzarci: non abbiamo bisogno del salvagente, ma di energia per nuotare, partecipazioni e capitali pazienti che ci permettano di investire e innovare, di fare impresa".
"Il tema centrale - aggiunge Eleonora Vanni, presidente di Legacoop Sociali, l'altra grande sigla che racchiude il mondo delle cooperative sociali - è riuscire a mantenere attivi tutti i servizi con i problemi di liquidità che ci saranno a breve termine. In un contesto difficile dobbiamo riuscire a garantire la continuità di risposte alle persone e ai loro bisogni.
Volendola vedere in modo positivo, dobbiamo riuscire a ripensarci continuando nel lavoro intrapreso prima dell'emergenza: svolgere un ruolo attivo e di riferimento nelle comunità in cui operiamo. Ma abbiamo bisogno di un sostegno per gli investimenti per ripensare e riprogettare i servizi. E dobbiamo superare e difficoltà che ci sono in molti contesti a lavorare con le amministrazioni locali".
di Adriano Sofri
Il Foglio, 2 settembre 2020
Walter Saxer è nato nella Svizzera tedesca di St. Gallen, ha 73 anni, e da quando ne aveva una ventina fa il produttore, e a volte attore, di molti film di Werner Herzog, da Aguirre, furore di Dio (1972) a Nosferatu e Woyzeck (1979) a Cerro Torre: Grido di pietra (1991) e ancora: cinque volte con Klaus Kinski protagonista. E di Fitzcarraldo (1982). Là si mostrava come chi sogna possa spostare le montagne. Farlo davvero, impiegare 600 indios asháninkas, far passare una nave di 300 tonnellate sopra un monte con una pendenza di 40 gradi, fu anche e soprattutto affare di Saxer, e durò quasi cinque anni di fatiche disgrazie e accidenti leggendari. In compenso, nel 1980 a Iquitos nacque sua figlia, e il Perù diventò la sua casa.
Alla fine del 1986 gli capitò una pausa e, dopo aver assistito a una rivolta sanguinosa al Sexto, un famigerato carcere di Lima, conclusa inesorabilmente con l'uccisione di ostaggi e la strage di detenuti, Saxer prese con sé una camera da 11 mm e un formidabile operatore, Rainer Klausmann, svizzero anche lui, e andò a trascorrere cinque giorni - e cinque notti, le notti fanno la galera - nel fitto della foresta amazzonica, a El Sepa, favolosa colonia penale istituita nel 1951 dal governo peruviano. Erede di una colonia polacca dismessa, il Sepa prometteva di sperimentare una detenzione aperta, cui potessero partecipare le famiglie, e che permettesse ai detenuti, scontata la pena, di restare ad allevare animali, raccogliere il legname e coltivare un proprio pezzo di terra. Come in tutte le colonie penali, qui con una più rigida impossibilità di fuga, i buoni propositi rieducativi andavano insieme, e per lo più cedevano, al desiderio di sbarazzarsi dei prigionieri più fastidiosi e "incorreggibili", e magari di cavarne qualche vantaggio economico.
Proposito, l'ultimo, presto caduto. Quando ci arriva Saxer la colonia è ancora un paradiso terrestre rispetto alle sordide celle di Lima, i condannati si muovono a cielo aperto, un direttore bonario dimenticato come tutti dalle autorità, che quando sorride mostra, come i suoi dannati, qualche buco fra i denti, rimpiange le possibilità sprecate, e intanto si vive. Le autorità, corrotte e remote, dimenticano perfino di liberare i detenuti che sono arrivati a fine pena, per mesi, per anni.
Non mandano le carte, ignorano chi non ha parenti che paghino sottobanco, sono troppo lontane per render conto. Saxer rinuncia presto alle interviste, e lascia che le persone si presentino alla macchina da presa, nome, cognome, soprannome chi ce l'ha (quasi tutti), durata della pena e reato per cui si è stati condannati. Poi gira. L'ambiente è il più suggestivo per una cinepresa, vegetazione lussureggiante capace di tenere a bada gli spiriti maligni, il rio Urubamba, acqua a perdita d'occhio, pappagallo ara sulla spalla del gringo spacciatore "Colonnello" come nell'isola del tesoro, e i colori sognati dal doganiere Rousseau.
Ho letto poi un sacco di storie su Saxer, gran tipo, quasi tutte avventurose. Quelle su Fitzcarraldo specialmente: nella contesa fra Klaus Kinski e Herzog, regolata dal secondo solo postumamente, Saxer era piuttosto per Kinski. Non è stato Herzog a fare Kinski, dice, piuttosto il viceversa. È difficile avere a che fare con Kinski dopo il racconto di sua figlia Pola. Lo conobbi, Herzog era di là da venire, a Fregene, al Villaggio dei pescatori, dov'era una colonia ospitale di gente di cinema, Lionello Massobrio, Franco Solinas, Gillo Pontecorvo, Giorgio Arlorio.
Veniva anche lui da Mastino, era scontroso e taciturno, qualcuno diceva: È pazzo, qualcun altro diceva: Fa il pazzo. Senza i racconti tristi, mi sarebbe caro il doppio nome che diede all'altra figlia, Nastassja Aglaia, le due donne dell'Idiota, e lui aveva fatto tante volte il principe Myškin. Herzog racconta, del "suo miglior nemico", che si guardava dall'addentrarsi nella giungla se non per i pochi metri necessari al fotografo, e dichiarava che il solo paesaggio interessante fosse il volto umano. Saxer ha fatto tesoro della mezza verità del suo amico Kinski: sono le facce e i torsi nudi dei detenuti del Sepa, molti nativi peruviani, a segnare il suo paesaggio. Ed è inevitabile, davanti ai tatuaggi - non erano ancora superflui - e alle mappe di cicatrici di incidenti sul lavoro, battiture, torture, ricordare i ghirigori dell'erpice della colonia penale di Kafka.
C'è tutto, in quel pugno di giorni. I racconti. L'americano e la canadese, discendenti del movimento, che hanno avuto il permesso di sposarsi e convivere qui, e dicono che non se ne andrebbero più comunque - cose che si dicono. Il condannato che ha ricevuto la visita della giovane moglie, uno dei pochissimi - bisogna avere i soldi, e il permesso, e da Lima sono quattro giorni di viaggio - e la tiene stretta come se volesse incorporarsela, e come se temesse che gliela portassero via - fra poco succederà. La messa di fine anno, coi bravi cani di nessuno che gironzolano e si grattano accanto all'altare, il prete in missione a denunciare l'ingiustizia terrena, com'è giusto che facciano i preti della fine del mondo, e guardie e ladri che si scambiano il segno di pace. La festa e lo spettacolo dei detenuti, musica nostalgica, musica da ballo, l'indio mangiafuoco, i pochi bambini intimiditi e beniamini.
La cucina collettiva e "il cacciatore", faccia di caratterista e avambraccio teso e pistola alla cintura, che caso mai inseguirà e riporterà indietro chi tentasse l'evasione impossibile. Dopo un po', dice Saxer, si fa come se si fosse tutti una gran famiglia. Basta ascoltare, dice, e poi si vedrà che cosa era interessante. La giustizia, per esempio. Quasi nessuno dei prigionieri si protesta innocente, ma tutti sanno che la giustizia è una farsa e che la punizione è fine a sé stessa, ignora i moventi, non ha bisogno di pretesti.
La colonia del Sepa è stata chiusa nel 1993. Il documentario è l'unica testimonianza filmata. Era restato chiuso per trent'anni, custodito, come succede, da una donna. La Cineteca di Bologna e quella svizzera l'hanno restaurato e presentato al Festival del cinema ritrovato.
Saxer non ha potuto venire per la pandemia, è restato a Iquitos, nella sua famosa "Casa Fitzcarraldo". Ora il film farà un gran giro, immagino. È bellissimo. Mostra, lascia dire ai fatti, che idea assurda abbiamo della pena, e che mutilazione, che dilapidazione facciamo dell'umanità. E come l'umanità resista e allarghi le braccia e lo sguardo, se appena le si offra un pezzo di cielo aperto.
Il Giorno, 2 settembre 2020
Ancora (se c'è il consenso delle parti) udienze da remoto e in videoconferenza per gli imputati detenuti e deposito degli atti per via telematica fino al 31 ottobre. È quanto dispone l'ultimo provvedimento della presidente del Tribunale di Monza Laura Cosentini, che si basa sulla conversione in legge a luglio del decreto legge di giugno secondo cui, "tenuto conto delle esigenze sanitarie derivanti dalla diffusione del Covid-19, fino al 31 ottobre ripropongono la facoltà del giudice, su consenso delle parti, di ricorrere a trattazione scritta dell'udienza civile, ovvero a celebrazione a distanza mediante sistemi audiovisivi dell'udienza civile e dell'udienza penale con imputati in stato di custodia cautelare o detenzione".
Cautele ritenute dalla presidente del Tribunale monzese "auspicabili di massima applicazione, ancor più presso il Tribunale di Monza di cui sono note le dimensioni anguste della maggior parte delle stanze dei giudici e il limitato numero e l'ampiezza contenuta delle aule di udienza", così da poter "ridurre l'affluenza di parti e difensori all'ufficio, nonché i trasferimenti da e per il carcere di imputati che vi sono detenuti, con ciò evitando di dover ricorrere a possibili rinvii di udienza dove incompatibile con la celebrazione in presenza" e questo "al fine di celebrare un maggior numero di processi".
Laura Cosentini, rilevando che "la possibilità di ricorrere alla trattazione scritta o all'udienza da remoto, nei casi consentiti, presuppone l'accordo delle parti" aggiunge di "confidare" nell'adesione degli avvocati difensori "nella consapevolezza di tutti che si tratta di modalità eccezionale destinata a protrarsi per il solo periodo dell'emergenza sanitaria". Una richiesta di restare uniti negli intenti per combattere il Sars-Cov-2 che al momento gli avvocati brianzoli non sembrano voler accogliere di buon grado.
Intanto manca poco alla totale ripresa dell'attività giudiziaria ordinaria dopo la pausa estiva. Al settore civile le prime udienze sono già iniziate, mentre i processi riprenderanno la prossima settimana. La carenza di aule adeguate per celebrare le udienze senza assembramenti ha costretto a dirottare quelle con tanti imputati nell'auditorium della sede della Provincia, mentre l'ex ufficio del procuratore nell'ala destra del Tribunale prima del trasloco in via Solera diventerà un'aula per i gip.
di Giuseppe Guastella
Corriere della Sera, 2 settembre 2020
Chiuse le indagini sui fatti del 9 marzo: in 22 sotto accusa. I detenuti si ribellarono agli agenti della polizia penitenziaria chiedendo l'amnistia per il rischio coronavirus devastando le celle e i corridoi.
Il tam-tam che trasmetteva in piena pandemia segnali della rivolta lungo tutta la Penisola non avrebbe non potuto raggiungere anche il carcere di Opera il 9 marzo scorso. Anche nel più grande istituto di pena milanese, in cui sono reclusi al 41 bis i boss di spicco della criminalità organizzata, i detenuti si ribellarono agli agenti della polizia penitenziaria chiedendo l'amnistia per il rischio coronavirus devastando le celle e i corridoi, distruggendo e incendiando i mobili.
Le indagini della Procura della Repubblica di Milano si sono focalizzate su 22 di loro che, chiusa l'inchiesta, ora rischiano concretamente di finire sotto processo per resistenza e minacce a pubblico ufficiale, danneggiamento e incendio doloso.
Per identificare i responsabili degli episodi di danneggiamento e minacce è stato necessario un lungo ed impegnativo lavoro degli agenti della Polizia penitenziaria durante le indagini coordinate dal sostituto procuratore milanese Enrico Pavone che fa parte del pool antiterrorismo guidato dal pubblico ministero Alberto Nobili.
Gli investigatori inizialmente avevano puntato l'attenzione e denunciato un centinaio di detenuti, ma il loro numero si ridotto dopo l'esame dei filmati delle telecamere di sorveglianza e grazie alle dichiarazioni di alcuni degli indagati che hanno scagionato molti dei compagni assumendosi tutta la responsabilità dei principali episodi di violenza. A rischiare il processo sono 15 italiani e sette extracomunitari.
Le proteste, i danneggiamenti e gli scontri tra detenuti e agenti della Polizia penitenziaria ebbero come teatro le celle e i corridoi delle sezioni A, B e C al quarto piano del carcere, mentre all'esterno un gruppo di familiari dei reclusi e di antagonisti incitavano alla rivolta chiedendo la liberazione dei parenti a causa del rischio di contagio da coronavirus, cosa che per fortuna è avvenuta solo per numero molto ridotto di loro.
La rivolta terminò nella serata quando i manifestanti furono convinti a tornare in cella dalla direzione. Mentre al quarto piano i manifestanti sfondavano i vetri delle finestre e appiccavano il fuoco a mobili e suppellettili, un gruppo di detenuti utilizzò un carrello portavivande come ariete per sfondare un cancello minacciando di morte gli agenti che erano impegnati ad impedire che gli stessi detenuti raggiungessero altri reparti. La Procura sta anche per chiedere il processo in relazione alla rivolta che contemporaneamente a quella di Opera riguardò San Vittore. Le accuse, in questo caso, vanno da sequestro di persona (alcuni agenti della polizia penitenziaria furono bloccati e minacciati) a devastazione, saccheggio, lesioni personali e rapina.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 2 settembre 2020
Valerio Mazzarella, dal 2 marzo nel carcere Mammagialla, ha riferito di una serie di episodi e ha mostrato via skype le cicatrici. "Durante le videochiamate ho visto il mio compagno recluso nel carcere di Viterbo con le cicatrici che prima non aveva e una volta ancora l'ho visto con le vesciche alle mani che a detta sua sono ustioni provocate dagli agenti tramite piccoli pezzi di plastica incandescente". A raccontarlo a Il Dubbio è Alessia, compagna del detenuto Valerio Mazzarella, 41enne, ristretto nel carcere viterbese Mammagialla.
L'aiuto di Pietro Ioia e di Rita Bernardini - Quando ha saputo dal compagno che sarebbe stato pestato dagli agenti a più riprese, si è vista crollare il mondo addosso. Lei che dorme solo tre ore al giorno visto che fa due lavori per poter sopravvivere, si è messa in moto e tramite una ricerca su internet ha contattato l'attivista dei diritti umani Pietro Ioia, ex detenuto e ora garante dei detenuti del comune di Napoli.
Si è attivato subito e le ha consigliato di mettersi in contatto con l'esponente del Partito Radicale Rita Bernardini, la quale già nel passato si è mossa per un caso analogo accaduto proprio nell'oramai famigerato penitenziario di Viterbo, conosciuto non a caso per essere un "carcere punitivo" perché meta di detenuti problematici. Un istituto penitenziario finito al centro della cronaca per casi di strani sucidi e diversi presunti pestaggi di recente attenzionati dall'autorità giudiziaria. Casi riportati, come in questo caso, in esclusiva dalle pagine de Il Dubbio.
Le difficoltà per la denuncia - Alessia ha presentato, non senza difficoltà, la denuncia presso la caserma dei carabinieri. Per legge quest'ultimi sono pubblici ufficiali obbligati a ricevere l'esposto, altrimenti - in caso contrario - commettono il reato di rifiuto di atti di ufficio. Nel paese in provincia di Latina dove Alessia abita, ha ricevuto un rifiuto da parte dei carabinieri.
Lei che ha sfruttato quelle poche ore libere dagli impegni lavorativi, reduce dal lavoro di notte si è vista respinta dai pubblici ufficiali con motivazioni del tipo "ma che ne sa lei se il suo compagno abbia detto la verità, sa che può passare i guai se dichiara il falso?". A quel punto non si è arresa e appena ha trovato altre due ore di buco, è andata in un'altra caserma, quella del comune di Ardea, dove finalmente l'esposto è stato verbalizzato.
Ma cosa sarebbe accaduto al compagno? Il 2 marzo scorso è stato trasferito dalla casa circondariale di Rebibbia in quella di Viterbo. Da un po' di tempo a questa parte ha raccontato alla sua compagna fatti gravissimi che lui avrebbe subito ad opera di alcuni agenti di polizia penitenziaria. "I primi episodi mi vengono comunicati a partire dal 25 marzo - si legge nell'esposto: quel giorno, poco prima del cambio di guardia, quattro agenti prelevavano Mazzarella Valerio dalla propria cella per portarlo in una stanza dove iniziavano a picchiarlo". Il tutto, sarebbe avvenuto - secondo quanto ha riferito alla compagna tramite videochiamata e lettere - senza alcun reale motivo se non le legittime richieste riguardanti la vita penitenziaria che il detenuto avrebbe rivolto agli agenti.
"Richieste - continua il racconto di Alessia nell'esposto -, peraltro, puntualmente disattese. In quella occasione, due agenti lo tenevano e due lo picchiavano lasciando segni evidenti sulla testa, in particolare, un taglio profondo ad oggi tramutatosi in evidente cicatrice. Pur essendo stato medicato - aggiunge la compagna nell'esposto - è da verificare se sia stato refertato e se ciò risulti nella cartella clinica".
Scrive di sentirsi "sepolto vivo" - Alessia è venuta a conoscenza di ciò sia tramite la corrispondenza con lui intrattenuta (Il Dubbio ha potuto leggere le lettere del compagno), sia con le conversazioni Skype autorizzate attraverso le quali ha potuto vedere i postumi del pestaggio. Il problema è che non sarebbe stato l'unico. "Il 12 agosto 2020 - si legge sempre nell'esposto - lo hanno messo in isolamento in una cella vicina all'infermeria, una stanza piccola e sporca, maleodorante con escrementi sulle mura".
Lì gli avrebbero consentito di fare solo mezz'ora d'aria al giorno. "Lui chiede - continua il racconto verbalizzato dai carabinieri - di poter parlare con gli psicologi e di essere sottoposto a visita medica, ma gli viene negato. Mi fa sapere di sentirsi sepolto vivo e che ogni giorno gli fanno rapporti disciplinari per fatti non accaduti per provocare la sua reazione".
Alessia riferisce che il suo compagno avrebbe cercato di denunciare tutto ciò ma non sarebbe stato preso in considerazione. Anzi, secondo quanto denunciato dal compagno "si infittiscono i pestaggi (ad opera di tre/ quattro agenti); pestaggi durante i quali vengono usate violenze sempre più raccapriccianti come quando gli hanno ustionato le mani con piccoli pezzi di plastica incandescente. Il giorno dopo sono comparse sulle sue mani vesciche - racconta Alessia - che io ho potuto vedere personalmente il 22 agosto tramite colloquio visivo via Skype". Ma non solo. Sempre secondo quanto riferito alla compagna, lo scorso 13 agosto Valerio avrebbe ricevuto l'ennesima irruzione notturna. "I soliti tre o quattro agenti- si legge nell'esposto - lo hanno colpito alla testa per cui, ad oggi, sono quattro le cicatrici evidenti".
Il detenuto ha chiesto ad Alessia, nelle loro rapide chiamate telefoniche, di denunciare questi fatti e di esporre che oltre alla violenza fisica "c'è anche quella psicologica perché gli agenti lo istigano per indurlo a reagire magari compiendo gesti irreparabili come già accaduto con un altro detenuto il quale si è tolto la vita". Alessia ha paura, teme per l'incolumità del compagno. "Chiedo - racconta Alessia - di poter essere ascoltata e che quanto prima si possa intervenire per mettere fine agli abusi che sta subendo la persona che amo, che è soprattutto un uomo che se pure può aver commesso degli errori non può certo pagarli con la vita, prevedendo la legge come pena solo la privazione della libertà che non può, secondo Costituzione, essere contraria al senso di umanità".
Ovviamente sarà tutto da verificare, ma la vicenda appare seria e quindi dovrà essere chiarita il più presto possibile. Pietro Ioia che conosce molto bene la questione ha detto di non sottovalutare il problema e denunciare. C'è anche Rita Bernardini, esponente radicale e presidente di Nessuno Tocchi Caino, che - una volta ricevuto la lettera da parte della compagna del recluso - ha immediatamente inviato la segnalazione urgente agli organismi preposti, dal garante nazionale delle persone private della libertà Mauro Palma a quello regionale Stefano Anastasìa.
Possibile che a Viterbo, dopo anche la recente ispezione del Comitato per la prevenzione della tortura (Cpt) e la mozione approvata dalla regione Lazio a prima firma del consigliere Alessandro Capriccioli di +Europa, la situazione sembrerebbe rimasta invariata? Ci sarà finalmente una iniziativa decisiva da parte del Dap e del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede per mettere fine a questi presunti abusi?










