di Massimo Gaggi
Corriere della Sera, 2 settembre 2020
Il presidente promette di rinforzare le forze dell'ordine: "Razzismo? Parliamo di violenze e saccheggi". A Kenosha Donald Trump visita le zone della città devastate da incendi e saccheggi dopo gli incidenti razziali seguiti al ferimento di Jacob Blake, colpito per sette volte alle spalle da un agente. Non parla del caso, limitandosi a notare che a volte anche gli agenti, sotto pressione per minacce potenzialmente mortali, sbagliano.
Ma poi, in un incontro con le forze dell'ordine e con i politici conservatori che hanno accettato di incontrarlo - non il governatore del Wisconsin, il democratico Tony Evers, che l'aveva invitato a non andare - elogia la polizia e promette di rinforzarla ulteriormente, senza parlare di riforme: "È quello che vuole la gente, comprese le minoranze nere e ispaniche: le più colpite da disordini e saccheggi" che avvengono soprattutto nei loro quartieri.
Come previsto, Trump punta a rilanciare la sua immagine di presidente che si batte per l'ordine e la sicurezza dei cittadini. In realtà, dopo quattro anni di Trump alla Casa Bianca, l'America è scossa da proteste oceaniche e da episodi di guerriglia urbana come non avveniva da decenni. Ma, anche se nell'America di Obama la situazione era assai meno tesa, il presidente si sottrae alle critiche e mette sotto accusa i suoi rivali politici sostenendo che incendi e saccheggi avvengono tutti in città che hanno eletto amministrazioni locali democratiche.
Mentre a Los Angeles la polizia uccide un altro nero - ancora un episodio controverso, nato dall'uso improprio di una bicicletta, con la vittima che si era ribellata agli agenti prendendoli a pugni - Trump annuncia un piano da 42 milioni di dollari per rafforzare polizia e sistema giudiziario in Wisconsin e poi promette il pugno di ferro anche nelle altre città del Paese sconvolte dai disordini, a partire da Portland.
E il ministro della Giustizia, William Barr, promette di punire i responsabili di centinaia di episodi di guerriglia urbana che si sono verificati negli ultimi mesi da un capo all'altro dell'America: "Abbiamo testimonianze e filmati di moltissimi episodi. Ci vorrà tempo ma perseguiremo chiunque ha incendiato un'auto della polizia o lanciato pietre rischiando di uccidere". Il presidente non solo non condanna i poliziotti responsabili degli episodi più gravi - si limita a parlare di poche mele marce - ma, nel giustificare i loro eccessi, ricorre addirittura a un linguaggio sportivo mostrando una scarsa sensibilità per le vittime: paragona gli errori commesse dagli agenti "che a volte devono prendere una decisione di vita o di morte in un quarto di secondo" a quelli fatti sul campo di golf quando si sbaglia un colpo apparentemente facile.
E, prima di recarsi in Wisconsin, il presidente aveva giustificato anche Kyle Rittenhouse il miliziano 17enne che durante i disordini di una settimana fa ha ucciso due attivisti di sinistra: "Aspettiamo i risultati dell'indagine, ma era stato attaccato: penso che, se non avesse reagito, sarebbe stato ucciso". Insomma, una sortita sulla linea law and order con la quale Trump, in ritardo nei sondaggi rispetto a Biden, spera di recuperare terreno tra i cittadini che temono per la loro sicurezza. Del resto siamo ormai ad appena due mesi dal voto.
E, puntuali, tornano anche i tentativi di infiltrazione informatica dei servizi segreti russi attraverso la centrale della Internet Research Agency di San Pietroburgo, già attivissima durante la campagna 2016. Per ora le attività intercettate dall'Fbi (che ha messo sull'avviso Facebook), diffuse attraverso un sito sconosciuto, Peace Data, sono limitate e sembrano voler seminare scontento senza favorire un candidato in particolare. Ma probabilmente in rete c'è anche altro che l'Fbi non ha ancora intercettato.
di Stefano Vecchio
Il Manifesto, 2 settembre 2020
L'emergenza sanitaria legata alla pandemia da Covid-19 sta introducendo nei nostri modelli e stili di vita sostanziali cambiamenti nel modo di concepire le relazioni sociali e le stesse modalità di funzionamento dei servizi sociosanitari e sociali e la connessa nozione di salute. Molti sono gli interrogativi aperti sul modello della sanità italiana prevalentemente centrata sul modello ospedalo- centrico, con ampie realtà privatizzate, sulla contrazione del sistema territoriale dei servizi determinata nel corso degli anni dalle diverse leggi di riordino, dai tagli e da una regionalizzazione disarticolata.
Come hanno retto, in questo contesto, i servizi che si occupano di persone che usano droghe, da quelli ordinari (SerD e Comunità terapeutiche) a quelli a bassa soglia di Riduzione dei Danni e Limitazione dei Rischi? Il consueto appuntamento della Summer School organizzata da Forum Droghe e dal Cnca (Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza) nei giorni 3, 4 e 5 settembre, quest'anno si interrogherà su questi temi e proverà a configurare nuovi scenari e prospettive.
Considerata la realtà di emergenza la Summer School si realizzerà online, utilizzando le competenze presenti nei nostri circuiti con un format che ci consentirà di dialogare sia nell'ambiente degli iscritti che sulla rete con chi vorrà interagire con le tematiche poste alla discussione. Il dibattito e l'approfondimento utilizzerà le numerose ricerche indipendenti e osservazioni sul campo realizzate tra operatori, associazioni comprese quelle che coinvolgono le persone che usano droghe, che rappresenteranno il serbatoio ricco di stimoli e indicazioni dal quale partiremo per ricercare e elaborare ipotesi e scenari che sviluppino il sottotitolo della Summer: "Perché nulla sia come prima".
Come abbiamo scritto nella presentazione sul sito fuoriluogo.it: "La percezione è stata non solo quella di una urgenza - capire cosa stava (e sta) avvenendo nei consumi, nel mercato, nei servizi - per far fronte a una situazione eccezionale, ma anche e in prospettiva soprattutto quella di 'apprendere lezioni' da uno stato eccezionale per una messa a punto dello 'stato ordinario' dei nostri approcci ai consumi di droghe, delle politiche e del nostro sistema di intervento".
Per sviluppare queste idee abbiamo organizzato l'evento in quattro tematiche:
- L'area dei modelli di consumo nella quale analizzeremo i risultati delle ricerche e le importanti indicazioni che emergono dai comportamenti dei consumatori, in controtendenza rispetto alla vulgata dei media, confrontate con la realtà dei mercati, osservate attraverso il nostro orizzonte culturale centrato sulle relazioni tra "droga, set e setting" secondo lo schema di Norman Zinberg.
- L'area dei servizi. L'emergenza pandemica è stata "una cartina al tornasole dell'ordinario".
Luci e ombre nella realtà dei servizi: dalla tenuta nei ridimensionamenti, alla flessibilità e alle innovazioni ma anche le interruzioni, la crisi della prossimità, la resilienza e la creatività dei servizi di Riduzione del Danno e Limitazione dei Rischi. Un tema che interroga lo statuto del sistema pubblico e l'esigenza di rivederne i modelli attuali organizzativi e culturali.
- Il carcere: un'intera sessione è dedicata a questa istituzione totale che rischia di chiudersi sempre più, di peggiorare il clima interno già fortemente asfittico e generatore di sofferenze e interrompere e ostacolare ogni processo di cambiamento sia delle pratiche dei servizi che normativo.
- L'ultima sessione di sabato mattina abbiamo voluto dedicarla alla relazione tra il modello di emergenza realizzato e i possibili scenari biopolitici che già iniziano a delinearsi sui comportamenti, sulle nostre vite, sui corpi, la relazione con i contesti delle persone che usano sostanze psicoattive, l'influenza sul mondo della politica e dei servizi.
di Simona Musco
Il Dubbio, 2 settembre 2020
"Ha falsificato una relazione sull'accoglienza". Il funzionario della Prefettura di Reggio Calabria accusato di falsità ideologica: avrebbe taciuto sulle irregolarità del centro d'accoglienza di Varapodio.
Inguaiò Mimmo Lucano, ex sindaco di Riace, firmando la relazione che gli costò l'avvio di un'indagine e la chiusura dei progetti d'accoglienza. Ma ora è lui, Salvatore Del Giglio, funzionario della Prefettura di Reggio Calabria, ad essere indagato, con l'accusa di aver confezionato una relazione falsa nella quale avrebbe omesso di indicare le criticità rilevate all'interno del Centro d'accoglienza di Varapodio, a pochi chilometri dalla città dei Bronzi. Del Giglio è accusato assieme al collega Pasquale Modafferi di falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici.
Ai due è stato notificato, nei giorni scorsi, un avviso di conclusione delle indagini, che ha raggiunto anche il sindaco di Varapodio, Orlando Fazzolari, di Fratelli d'Italia, accusato di una gestione personale e discrezionale del centro di accoglienza "Villa Cristina" dal settembre 2016 all'aprile 2018, la titolare della cooperativa sociale "Itaca" Maria Giovanna Ursida e due commercianti di abbigliamento, Carlo Cirillo ed Ernesto Cruciani.
Il nome dei due dipendenti della Prefettura, per molti giorni, è rimasto segreto: nessuno osava rivelarne l'identità, nonostante fossero noti i nomi degli altri indagati. Ora, però, è emerso il collegamento con un passato nel quale il funzionario si trovava dall'altra parte della barricata: nel dicembre del 2016, infatti, Del Giglio firmò, assieme ad altri due colleghi della Prefettura di Reggio Calabria, la famosa relazione sulla gestione dello Sprar da parte del Comune di Riace, contestando, tra le varie cose, proprio la mancata manifestazione di interesse nella scelta delle associazioni che lavoravano per i migranti. Una relazione che, di fatto, avviò la distruzione del modello Lucano, evidenziando "situazioni fortemente critiche".
A partire dalle convenzioni con gli enti gestori, a chiamata diretta, passando per l'assunzione sempre fiduciaria degli operatori, parentele tra questi e amministratori comunali (in comune di 2300 anime) e scarsa chiarezza nelle fatturazioni. Dopo quella relazione ve ne fu un'altra, che esaltava fortemente le caratteristiche positive del modello Riace, raccontando l'accoglienza come una favola.
Una relazione che, però, fu a lungo negata a Lucano - che per ottenerla, dopo diversi tentativi di accesso agli atti, fu costretto a sporgere denuncia in Procura - e che non piacque in Prefettura (come ha riferito durante il processo a carico dell'ex primo cittadino una delle autrici di quella relazione), tanto da costare al primo firmatario, Francesco Campolo, il trasferimento dal settore immigrazione a quello del raccordo con gli enti locali ed elezioni.
Dopo le ispezioni, si avviò la macchina del ministero dell'Interno che, prima sotto la guida di Marco Minniti, poi con quella di Matteo Salvini, portò alla chiusura dello Sprar di Riace e al trasferimento dei migranti. Ma gli atti che hanno decretato la morte dei progetti, hanno sentenziato prima il Tar e poi il Consiglio di Stato, erano illegittimi.
"Che il "modello Riace" fosse assolutamente encomiabile negli intenti ed anche negli esiti del processo di integrazione - si legge nella decisione del Tar - è circostanza che traspare anche dai più critici tra i monitoraggi compiuti". Insomma, quell'atto non aveva fondamento. Ma ciò non ha impedito al Viminale di svuotare il paese dei Bronzi e cancellare un modello d'accoglienza studiato in tutto il mondo. Il tutto mentre, sempre in provincia di Reggio Calabria, un altro sistema di accoglienza, oggi considerato "malato" dagli inquirenti, prosperava tranquillamente, anche grazie, secondo l'accusa, all'aiuto di chi ha contribuito alla fine dell'era Lucano.
Secondo il procuratore della Repubblica di Palmi Ottavio Sferlazza e il pm Salvatore Rossello, in concorso con Ursida, Del Giglio e Modafferi, "a seguito di un controllo effettuato presso il centro di accoglienza "Villa Cristina", finalizzato alla verifica del regolare funzionamento del centro e del corretto impiego dei fondi stanziati dalla prefettura di Reggio Calabria", avrebbero redatto "falsamente il verbale ispettivo del 5 settembre 2017 omettendo di indicare l'assenza di trasparenza in ordine alla regolarizzazione contrattuale delle cuoche e alla fornitura degli alimenti acquistati dal Comune di Varapodio". I due ispettori avrebbero inoltre omesso di indicare "la mancata manifestazione di interesse da parte del Comune di Varapodio per altre cooperative oltre la "Itaca", affidataria della convenzione per la gestione dei servizi relativi al terzo settore del medesimo Comune".
di Andrea Bucci
La Stampa, 2 settembre 2020
I punti oscuri dell'inchiesta sul cooperante scomparso nel 2019. La famiglia ha scritto al Capo dello Stato, Sergio Mattarella. Il 1 maggio del 2019 è stato trovato senza vita nella casa in cui abitava da solo.
Com'è morto David Solazzo, il cooperante fiorentino trovato senza vita e avvolto in lago di sangue nel suo alloggio a Sào Felipe, nell'isola di Fogo, a Capo Verde, il 1º maggio 2019? Se lo chiede la famiglia perché a distanza di 15 mesi quella morte è avvolta da un mistero. È di qualche giorno fa l'intervento del Governo italiano dopo una lettera inviata dalla famiglia Solazzo al Capo dello Stato, Sergio Mattarella.
Ad interessarsi della questione è ora la vice ministra degli Esteri Emanuela Del Re, che ha avuto un colloquio con il ministro degli Esteri di Capo Verde, Luis Filipe Tavares ricordando l'importanza che l'Italia dà al caso di David Solazzo.
"Riteniamo che sia un nostro dovere morale giungere alla verità su quanto accaduto a David quanto più rapidamente possibile. Per l'Italia, fare luce sulle cause della sua scomparsa è una priorità. In tal senso, la cooperazione tra le Autorità giudiziarie di Roma e Praia (la capitale di Capo Verde, ndr) è fondamentale, ed è necessario che le interlocuzioni avvengano prontamente e senza ritardi" scrive la vice ministra italiana.
La magistratura di Capo Verde aveva, sin da subito, parlato di incidente domestico escludendo il coinvolgimento di qualcuno: David Solazzo è morto dissanguato. Su un braccio erano stati trovati tre tagli probabilmente provocati cadendo sui vetri in frantumi della porta d'ingresso della sua abitazione. Secondo le prime indiscrezioni raccolte quella notte, David Solazzo, rincasando dopo una festa, nel tentativo di aprire la porta dell'alloggio, avrebbe mandato in frantumi i vetri probabilmente con un pugno, e a quel punto si sarebbe tagliato al braccio.
Ma per la Procura di Roma qualcosa non torna in questa storia. Il pm Erminio Amelio ha aperto un fascicolo per "omicidio volontario" e nei mesi scorsi, attraverso una rogatoria internazionale, ha chiesto all'autorità di Capo Verde, l'invio di alcuni documenti.
Papà Vincenzo, mamma Donella e la sorella maggiore Alessandra pretendono la verità e per ottenerla hanno sin da subito affidato tutto al legale Giovanni Conticelli. "Non ce la faccio più a vivere senza sapere com'è morto mio fratello" rompe il silenzio la sorella Alessandra, che per qualche mese ha vissuto a Nairobi come dipendente delle Nazioni Unite. "A gennaio mi sono licenziata dal lavoro e sono ritornata in Italia perché non potevo più restare nel continente dove è morto mio fratello" confessa.
Il caso non è ancora chiuso e per evitare che venga archiviato troppo in fretta, Alessandra Solazzo, convinta che qualcuno possa aver ucciso suo fratello, è pronta a tutto. "Vorrei anche sottolineare che la casa di mio fratello era stata dissequestrata solo dopo 48 ore dalla sua morte e che la polizia scientifica non è mai stata fatta intervenire. Come famiglia stiamo sostenendo le spese dell'affitto della sua casa per preservare le tracce nella speranza di un'indagine approfondita da parte delle autorità di Capo Verde" conclude Alessandra. E poi c'è il giallo del cellulare di David Solazzo, ancora in possesso delle autorità capoverdiane. "Qualcuno, a settembre 2019 ha cancellato tutta la messaggistica di whatsapp. Perché?". Se lo chiede l'avvocato Giovanni Conticelli.
Chi era David Solazzo - David Solazzo aveva 31 anni e lavorava per conto della Onlus fiorentina Cospe ad un progetto di rafforzamento del turismo rurale e sostenibile dell'isola di Fogo a Capo Verde.
di Gianpaolo Contestabile
Il Manifesto, 2 settembre 2020
Emergono dubbi sul ruolo del sottoufficiale dell'esercito a cui è stata affidata la sicurezza della Missione delle Nazioni unite, in passato impegnato nella guerra alle Farc e poi assunto da imprese estrattiviste.
Ancora silenzio da parte dell'Onu dopo più di un mese e mezzo dall'omicidio di Mario Paciolla. Se non fosse stato per i familiari di Mario, per la sua amica e giornalista Claudia Duque, per i ricercatori, le attiviste e le inchieste indipendenti che sono state portate avanti in queste settimane il caso sarebbe rimasto archiviato come suicidio. Le verità che sono emerse dallo sforzo collettivo per fare luce sul delitto hanno demolito la tesi della polizia colombiana, fin da subito accolta dalle Nazioni unite che hanno sbrigativamente comunicato alla famiglia che Mario si era tolto la vita.
Gli agenti della polizia criminale che sono accorsi sulla scena del crimine sono finiti sotto inchiesta per aver permesso ai funzionari dell'Onu di far ripulire la stanza di Mario e disfarsi dei dispositivi elettronici che gli erano stati dati in dotazione. Mentre i poliziotti sono finiti sotto processo, la magistratura colombiana ha insistito per ricevere il via libera per poter interrogare i membri dello staff della Missione di Verifica delle Nazioni unite che godono dell'immunità funzionale. L'ambasciatrice italiana all'Onu Mariangela Zappia, intervistata dal quotidiano Il Mattino, ha lamentato la mancata collaborazione delle Nazioni unite dichiarando che i suoi funzionari "ancora non si sono resi disponibili a essere interrogati".
Nel frattempo aumentano le ombre intorno alla figura del responsabile della sicurezza della Missione, Christian Thompson,che, secondo la ricostruzione di Claudia Duque, era in comunicazione con Mario poco prima della sua morte ed è stato il primo a presentarsi sulla scena del crimine compromettendola gravemente. Thompson è un sottufficiale dell'esercito colombiano con una formazione di prim'ordine nell'ambito della gestione della sicurezza privata e della diplomazia militare. Occorre ricordare che la Missione dell'Onu a San Vicente del Caguán, in Colombia, dove stava lavorando ed è stato ucciso Mario Paciolla, si occupa di verificare la messa in vigore degli Accordi di pace tra il governo colombiano e il gruppo guerrigliero delle Farc, ormai diventato un partito legale dopo aver consegnato le armi nel 2016.
Le forze armate colombiane sono state l'attore principale coinvolto nella guerra contro le Farc durante la quale hanno implementato una violenza sistematica contro i gruppi guerriglieri e spesso anche nei confronti della popolazione civile e degli attivisti che difendono diritti umani. Il fatto che a un sottufficiale dell'esercito venga affidata la responsabilità della sicurezza della Missione che si occupa di verificare il reintegro pacifico degli ex guerriglieri nella società colombiana può far sollevare dei dubbi sull'imparzialità e neutralità di tale processo di verificazione. Contraddizioni, che come riportato da Claudia Duque, venivano sollevate anche da Mario Paciolla.
Prima di lavorare con le Nazioni unite, Thompson si occupava di sicurezza per un progetto dell'Usaid, l'Agenzia degli Stati uniti per lo Sviluppo internazionale in Colombia, un'organizzazione che si occupa di promuovere la politica estera statunitense attraverso interventi umanitari. Usaid è considerata un attore che favorisce l'espansione dell'ingerenza statunitense in America latina e che non a caso è stata coinvolta in scandali legati allo spionaggio di alcuni governi latinoamericani. Nel suo profilo professionale compaiono anche altri incarichi nella gestione della sicurezza legati a imprese private tra cui la Fidelity Security Company con cui Thompson garantiva ai clienti del settore minerario ed energetico la risoluzione di problemi logistici, tra cui le opposizioni ai progetti da parte delle comunità locali.
Questa commistione tra militari ed estrattivismo non è una novità in Colombia dove nel 2018 sono stati creati dei battaglioni armati che si occupano di proteggere il settore energetico e minerario e che garantiscono l'estrazione di materie prime alle multinazionali che depredano i territori. Proprio a San Vicente del Caguán sono state assegnate 22 licenze petrolifere che permettono alle imprese di estrarre barili di greggio sotto la protezione dell'esercito. La militarizzazione della zona sembra inoltre favorire gli interessi di gruppi imprenditoriali legali e illegali per la vasta quantità di risorse idriche, minerarie e per l'accesso alla regione amazzonica dove è in corso una pesante deforestazione per impiantare monocolture e coltivazioni illecite.
Mentre le ambiguità continuano a sommarsi, il silenzio dell'Onu diventa sempre più pesante e viene da chiedersi come sia possibile che un militare con una preparazione di alto livello e un'esperienza internazionale come Thompson abbia potuto commettere un errore così grossolano compromettendo la scena del crimine ed entrando in possesso del computer e del cellulare utilizzati da Mario Paciolla. Secondo Anna Motta, le ragioni della preoccupazione di suo figlio Mario nei giorni antecedenti alla morte andrebbero ricercate proprio negli hard disk di quei dispositivi elettronici di cui ancora non si conosce il contenuto.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 2 settembre 2020
Mettiamola così: se l'Europa, questa comunità che si vuole fondata su valori democratici e liberali, sarà in grado di strappare alla morte uno, almeno uno, degli avvocati turchi impegnati in un inesorabile sciopero della fame, allora la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione non sarà solo stucchevole retorica. Uno, almeno uno: come il 32enne Aytac Unsal, condannato a 10 anni e 6 mesi, ora nell'ospedale Kanuni Sultan Siileyman di Istanbul.
Unsal ha iniziato lo sciopero della fame i12 febbraio scorso insieme alla collega Ebru Timtik, 42 anni, che ha finito di vivere cinque giorni fa, dopo 238 giorni di digiuno. Entrambi appartenenti allo Studio legale del popolo, erano stati condannati il 20 marzo 2019 (sentenza confermata in appello) insieme a numerosi colleghi a seguito di un dibattimento che non ha rispettato alcuna delle garanzie proprie di uno stato di diritto.
Un "processo farsa", come è stato definito da osservatori internazionali, che ha visto giudici sostituiti d'autorità, testimoni anonimi e non sottoposti a controinterrogatorio, e l'accusa trasformare l'ordinaria attività di assistenza legale in materia di reato e fattispecie penale. Per protesta contro questa sentenza iniqua, Aytac Unsal ed Ebru Timtik hanno intrapreso lo sciopero della fame, proseguendolo anche dopo che altri sei avvocati lo avevano sospeso per gravi motivi di salute; e dopo che il 29 luglio l'Istituto di medicina legale aveva dichiarato l'incompatibilità delle condizioni psicofisiche dei digiunatori con la detenzione in carcere, il trasferimento dei due avvocati in un reparto ospedaliero si è risolto in un ulteriore peggioramento del loro stato di salute: clima gelido a causa dell'aria condizionata, luce sempre accesa, finestre serrate.
Ma tutto ciò non ha fiaccato la loro volontà di resistenza. Lungo i tornanti più erti della storia individuale e collettiva, si danno circostanze che impongono scelte estreme. Come quella che, per affermare la vita e la sua irriducibilità ai dispotismi di ogni natura, porta a considerare la morte come un'occasione di liberazione. Accade così che la sovranità sul proprio corpo passi attraverso la più inerme esposizione alla violenza di chi, quella sovranità, vuole mortificare.
In altre parole, per affermare la dignità della vita può diventare necessario accogliere la morte. Questa sembra essere la sorte di Aytac Ùnsal, se non gli verrà resa giustizia. Da parte del presidente Erdogan e delle autorità politiche e giudiziarie turche non si è manifestata la più esile disponibilità a un gesto di conciliazione e, al contrario, si sono moltiplicati i segnali (e i concretissimi atti) di una ancor più crudele repressione. E i Paesi democratici e gli organismi internazionali?
Per carità di patria, qui si tace dell'Italia, ma a colpire, in particolare, è l'afasia dell'Europa. Eppure sono in gioco, palesemente, il patrimonio di credibilità dell'Unione e il suo sistema di valori. La Turchia è Europa per mille ragioni storiche, culturali e geo-politiche. Non fa parte dell'Unione, delle sue istituzioni e dei suoi organismi, ma la rete di rapporti e di interessi comuni è fitta e robusta. Si pensi solo all'enorme massa di risorse economiche che la Turchia riceve dall'Unione Europea per "contenere" all'interno dei propri confini (e in condizioni spesso disumane) centinaia di migliaia di migranti e profughi.
E si pensi al ruolo crescente che il regime di Erdogan va conquistando all'interno dello scenario mediorientale e, in specie, di quello libico. Dunque, le autorità europee, se lo volessero, potrebbero esercitare - proprio in ragione di quei molti legami - una funzione di concreto controllo sugli standard di tutela dei diritti umani in quel Paese, e non limitarsi a deprecare.
L'occasione è questa, e si presenta ora con una vividezza quale forse mai in passato. Se l'Europa non sarà in grado di strappare al regime di Erdogan e alla morte annunciata almeno questo giovane avvocato, tutte le sue nobili parole si riveleranno carta straccia: e il suo intero discorso pubblico sui diritti umani apparirà come una miserevole ideologia.
di Giuliano Pisapia
Il Dubbio, 2 settembre 2020
Ebru Timtik è morta dopo un digiuno di 238 giorni. Era in un carcere turco colpevole solo di essersi battuta per un processo equo e contro la sistematica violazione dei diritti umani e del diritto di difesa. Condannata a 13 anni di carcere dopo un processo in cui è stato totalmente impedito il diritto di difesa, malgrado che l'istituto di medicina legale avesse dichiarato la incompatibilità col regime carcerario. Ebru Timtik è stata lasciata morire di fame in una situazione detentiva inaccettabile e non degna di un Paese che si definisce civile.
Un gesto disperato ed estremo di protesta contro la violazione di ogni elementare diritto in un sistema giudiziario che l'ha vista passare da avvocata a imputata solo per aver fatto il suo lavoro: difendere chi è accusato dal regime. Questo in Turchia è considerato un reato e viene definito "terrorismo". Nei regimi antidemocratici l'avvocato difensore, e gli stessi giudici, sono considerati funzionali agli obiettivi dell'accusa e un avvocato che prova a fare il suo dovere diventa automaticamente "terrorista". Anche i magistrati che credono nello stato di diritto sono incarcerati o immediatamente sostituiti se decidono la scarcerazione di indagati o imputati, come è accaduto per chi aveva deciso per il rilascio di Ebru Titmtik. Il processo penale diventa così strumento di repressione e non di verità e giustizia.
Il caso di Ebru Timtik non è il primo, né purtroppo sarà l'ultimo, di una lunga serie. Pochi mesi fa si sono lasciati morire di fame i tre componenti della band musicale Grup Yorum. ll loro sacrificio non ha però minimamente cambiato la politica del presidente turco.
Non è successo allora, non è avvenuto oggi con Timtik e bisogna sperare che a questo terribile elenco non si aggiunga anche Aytac Unsal, collega di Ebru Timtik, che rifiuta il cibo da mesi. Il 21 settembre inizierà un processo contro oltre 100 avvocati turchi detenuti da oltre due anni e accusati di terrorismo per il solo fatto di aver difeso persone accusate di terrorismo. Sono continuamente arrestati, e non raramente torturati, docenti, giornalisti, cittadini che si oppongono alle ingiustizie Erdogan vuole che si sappia che non sono ammesse critiche, non è ammesso chiedere giustizia o semplicemente il rispetto delle regole minime di uno stato che si dichiara democratico. Chi fa questo rischia il carcere per lungo periodo, con o senza processo, con o senza regole. L'arbitrio è assoluto, nessuno può stare tranquillo se non segue la politica del governo. Anche il Presidente della Corte Costituzionale della Turchia ha dovuto ammettere che oltre il 50% delle condanne in Turchia sono la conseguenza di violazione dei diritti di difesa Quanto vediamo oggi con Erdogan non è cosa nuova per la Turchia. Da avvocato mi è capitato, negli anni ottanta, di assistere a Istanbul a processi contro deputati arrestati e e condannati a decenni di carcere, per il solo fatto di aver parlato curdo nelle aule parlamentari. Centinaia sono i sindaci incarcerati per essersi opposti a leggi ingiuste e ingiustificate.
È importante che in Italia - come sta accadendo in altri paesi europei - associazioni di avvocati, magistrati e docenti universitari, facciamo sentire la propria voce per la giustizia. Ma non basta: è indispensabile, oltre che doveroso, che chi crede nella democrazia e nello stato di diritto non taccia o si volti dall'altra parte. Anche l'Unione europea e i singoli Paesi che ne fanno parte non possono tacere, e neppure limitarsi a sterili proteste. Sono necessarie prese di posizioni concrete e sanzioni economiche che possano portare a risultati concreti.
Nei mesi passati abbiamo visto una escalation aggressiva da parte di Ankara: alla continua violazione dei diritti umani e civili si sono aggiunte il bombardamento della Siria, l'intervento militare in Libia, le provocazioni verso la Grecia e Cipro. In alcuni casi abbiamo sentito solo rituali voci di condanna o assordanti silenzi dai singoli Paesi europei e dall'Unione europea. La politica estera europea si gioca sul fronte turco una delle partite più importanti. Continuare a far finta di nulla e a finanziare Erdogan con alcuni miliardi di euro all'anno per limitare l'arrivo dei migranti dalla rotta mediorientale non può essere una politica accettabile. È importante, che anche l'Italia si faccia portatrice di un'azione forte e solleciti l'adozione di sanzioni capaci di far recedere Erdogan dalla continua violazione delle libertà democratiche fondamentali. La Commissione Europea ha deciso recentemente sanzioni, anche economiche, nei confronti di Paesi quali La Bielorussia e Venezuela. Perché con la Turchia non si fa altrettanto?
Non si rischia di apparire forte con i deboli e deboli con i forti? Per troppo tempo abbiamo sopportato arresti ingiustificati, processi viziati, minacce a giornalisti, giudici e avvocati. Ebru Timtik ha sacrificato la sua vita per mettere tutti davanti alle proprie responsabilità: dai governi ai singoli cittadini. Lo ha fatto in nome della giustizia, per il popolo turco e per tutti noi europei.
di Riccardo Noury
pressenza.com, 2 settembre 2020
Il 31 agosto il presidente venezuelano Nicolás Maduro ha annunciato un decreto d'indulto per 110 detenuti con procedimenti in corso o che stanno scontando condanne. Tra coloro che beneficeranno del provvedimento vi sono alcuni prigionieri di coscienza di cui Amnesty International si è recentemente occupata denunciando come ingiusto il loro imprigionamento: il dirigente sindacale Rubén González, in carcere dal novembre 2018; i deputati Gilber Caro e Renzo Prieto, arrestati rispettivamente nel dicembre 2019 e nel marzo 2020 e infine gli oppositori politici Maury Carrero e Nicmer Evans, arrestati ad aprile e a luglio di quest'anno.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 1 settembre 2020
Farà prima lui - detenuto in "alta sicurezza" a Bari - a riuscire a impiccarsi, come tentato 4 volte in un anno, o lo Stato che lo custodisce a decidere come curarlo? La "Corte europea dei diritti dell'uomo" di Strasburgo, con rara "misura provvisoria urgente", ordina all'Italia di assicurare ad A.Z. "necessaria sorveglianza e trattamento psichiatrico" visto che nulla è cambiato dopo 5 udienze di Sorveglianza rinviate sinora all'1 ottobre, un ordine del giudice nel settembre 2019 disatteso per 8 mesi circa "la necessità di osservazione psichiatrica", la "scarsa compatibilità" con la detenzione (per l'Atsm di Spoleto) e la "necessità di comunità terapeutica a contatto con la famiglia"; e dopo che il Dap fatica ad attuare l'altro ordine giudiziario di trovare un "istituto penitenziario dedicato a curare gli affetti da patologie psichiatriche".
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 1 settembre 2020
Coniugare esigenze di tutela della privacy con la funzionalità delle indagini. È su questa scommessa che si gioca la riforma delle intercettazioni da oggi in vigore dopo una lunga e tormentata sequenza di rinvii. Perché la prima versione dell'intervento era stata messa a terra nello scorcio finale della passata legislatura ed è stata poi perfezionata dall'attuale maggioranza giallorossa alla fine dello scorso anno.










