Il Gazzettino, 4 settembre 2020
L'opposizione di centro-destra torna ad attaccare il ministro della Giustizia per la vicenda delle scarcerazioni di boss per ragioni di salute legate all'emergenza Coronavirus, con tanto di richiesta di dimissioni. Stavolta la polemica si incentra sui dati dei detenuti in alta sicurezza o al 41 bis rimasti in detenzione domiciliare, anche dopo i due decreti varati a maggio dal governo per arginare questo fenomeno. Sono 112 in tutto e tra loro ci sono mafiosi e trafficanti di droga, scrive il quotidiano la Repubblica. Altri 111, i più pericolosi, sono invece tornati dietro le sbarre proprio per effetto di quei provvedimenti che hanno imposto alla magistratura di rivalutare le proprie decisioni alla luce del mutato quadro dell'emergenza Covid 19.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 4 settembre 2020
Ma le sue giustificazioni non bastano e le opposizioni chiedono le dimissioni: troppo poco manettaro per i loro gusti. La maggioranza lo difende, ma il discorso non cambia: galera galera.
I manettari chiamano, e il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede prontamente risponde. Anche quando, poveraccio, non ha nessuna colpa.
E ieri tirato per la giacchetta dal titolo di apertura di Repubblica ("Metà dei boss ancora a casa") si è sentito in dovere di rispondere con un lungo post su facebook: "Un articolo di stampa - esordisce il guardasigilli - riprende il tema delle scarcerazioni legate all'emergenza Covid. Per evitare che si faccia (volutamente) confusione tra le competenze e responsabilità istituzionali sancite dalla Costituzione, chiarisco quanto segue.
Dopo le note scarcerazioni, decise dalla magistratura in piena autonomia e indipendenza nel bel mezzo della pandemia, su mia iniziativa il governo ha approvato due decreti, che hanno imposto di rivalutare, con il parere obbligatorio delle direzioni distrettuali antimafia, la posizione di tutti i detenuti per reati gravi posti ai domiciliari. Sono decreti che hanno modificato leggi in vigore da almeno cinquanta anni e che nessuno aveva mai cambiato". "In base a quanto previsto - continua il ministro - i detenuti (posti ai domiciliari, ci tengo a ribadirlo, in forza di un provvedimento giudiziario) sono dunque tornati davanti a un giudice, che ha preso le sue decisioni, ovviamente in assoluta autonomia.
Come per tutti i provvedimenti in materia di giustizia, ho già avviato uno stretto monitoraggio per verificare l'applicazione dei due decreti antimafia". Come dire non ho colpa, ma anche questa volta farò di tutto, cari amici manettari, per darvi soddisfazione. Ma le giustificazioni non sono bastate e l'opposizione, dalla Lega a Forza Italia, ha gridato allo scandalo chiedendo la testa del ministro, reo di essere per i loro gusti troppo poco manettaro.
Per Fratelli d'Italia è intervenuta Giorgia Meloni che parlato di "scandalo": "FI - ha detto - lo ha denunciato fin dall'inizio: per riportare i boss in galera bisognava revocare, e non semplicemente sospendere, la scellerata circolare del Dap. Bonafede abbia la decenza di dimettersi". Dura anche Anna Maria Bernini di Forza Italia: "Implacabile nel chiudere in casa i cittadini e incredibilmente permissivo nei confronti di capi e manovali delle cosche. Basterebbe questo per certificare il fallimento del governo".
La maggioranza difende il ministro, non perché garantista e attento allo stato di diritto, ma perché a parer loro è invece sufficientemente manettaro. "La verità è che il decreto del governo - ha dichiarato il senatore dem Franco Mirabelli - a cui Lega e FI si sono opposti, ha consentito senza violare le prerogative della magistratura di sorveglianza, di far tornare in carcere centinaia di detenuti". Con buona pace, aggiungiamo noi, dell'articolo 27 della Carta Costituzionale.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 4 settembre 2020
Il quotidiano ha cambiato direttore, ma non pelle e se ne frega della Costituzione. Il Paese è nel caos, la scuola non si sa se apre o meno e loro se la prendono con persone, sì persone, vecchie e malate. Si sente beffata, la Repubblica di Manettopoli, perché non tutti i detenuti anziani e malati mandati ai domiciliari a causa del virus sono stati ancora sbattuti di nuovo in galera. Centoundici tornati dentro, ma 112 rimasti a casa. A curarsi, ohibò!
di Errico Novi
Il Dubbio, 4 settembre 2020
Non ci sono "boss" in libertà "causa Covid". Ai domiciliari ne è rimasto solo uno ma, come sancisce la sentenza di un giudice, perché malato terminale e non per dare ordini agli affiliati. Di fatto è una bufala. Non ci sono "boss" in libertà "causa covid".
di Gabriele Laganà
Il Giornale, 4 settembre 2020
Nel carcere di Benevento cinque agenti sono rimasti feriti nel tentativo di placare una rivolta. Nel frattempo sono oltre 100 i boss ancora ai domiciliari dopo la scarcerazione per il rischio coronavirus. La paura del coronavirus non è del tutto svanita ma di certo negli ultimi due mesi si è attenuata in modo deciso. Eppure, sono ancora tanti i boss del crimine organizzato rimasti ai domiciliari per il rischio contagio nonostante il decreto Bonafede che doveva riportarli in cella.
La vicenda ha avuto il suo inizio lo scorso 21 marzo a seguito di una circolare con la quale il Dap chiedeva ai direttori dei penitenziari di segnalare i detenuti ultra-settantenni, senza però distinguere tra quelli ancora pericolosi. Il documento, in tempi di emergenza sanitaria, fu interpretata come una sorta di via libera alla scarcerazione dei più malandati per cercare di evitare che si creassero possibili focolai negli istituti di pena. Il risultato, però, è stata la liberazione di centinaia di detenuti, tra i quali bossi di primo piano della malavita organizzata, mandati a casa a scontare la pena.
Come ricorda Repubblica, ad inizio maggio il ministro Bonafede era intervenuto con un decreto per fermare le scarcerazioni. Ma sono ancora tanti, 112 su 223, i detenuti che sono ancora fuori dalle celle. Tra questi, ad esempio, vi è Pino Sansone, ex vicino di casa di Totò Riina, che ha ottenuto gli arresti domiciliari a fine aprile ed è ancora. Stesso beneficio gode l'ergastolano Ciccio La Rocca, lo storico padrino di Caltagirone su cui aveva indagato il giudice Giovanni Falcone.
Dal ministero della Giustizia cercano di vedere il bicchiere mezzo pieno e spiegano che sono "111 sono già tornati in istituto penitenziario ed è un risultato importante, il meccanismo del decreto si è rivelato decisivo perché, rispettando l'autonomia decisionale dei giudici, li ha chiamati a riconsiderare tutti i provvedimenti di scarcerazione e ha consentito di fare rientrare in carcere i boss più pericolosi". Le celle si sono riaperte, tra gli altri, per due detenuti al 41 bis, il boss della Cupola Francesco Bonura, lo 'Ndranghetista Vincenzino Iannazzo e Franco Cataldo, uno dei carcerieri del piccolo Giuseppe Di Matteo.
C'è un dato importante che deve essere spiegato. Lo scorso 14 magio, in commissione Giustizia, Bonafede aveva sottolineato che vi erano"498 scarcerati fra alta sorveglianza e 41 bis". Un numero diverso da quello attualmente segnalato. La differenza è presto spiegata. Dopo le dimissioni di Franco Basentini, travolto dalle polemiche, si è insediato il nuovo vertice del Dap, gestito da due ex pubblici ministeri antimafia, Dino Petralia come capo e Roberto Tartaglia nel ruolo di vice. Il primo atto compiuto dal nuovo corso è stato quello di passare in rassegna tutti i fascicoli dei boss andati ai domiciliari. Dal lavoro è emerso che solo 223 detenuti, 102 sottoposti a misura cautelare e 121 a condanna in via definitiva, erano stati scarcerati per ragioni connesse al rischio Covid. Gli altri 275, in realtà, erano finiti ai domiciliari per "cause diverse e indipendenti dalla pandemia" come "fisiologiche cause processuali, applicazione di benefici previsti dalla legge, oppure motivazioni sanitarie pregresse, del tutto distinte dal rischio Covid".
Al ministero ribadiscono che "è stato fatto davvero tutto il possibile per far fronte alla situazione che si era venuta a determinare". Il decreto di Bonafede ha imposto ai giudici di fare delle rivalutazioni periodiche delle posizioni di chi ha goduto dei domiciliari. Ma vi è stato anche un intoppo come nel caso del tribunale di sorveglianza di Sassari, che era chiamato ad occuparsi del boss dei Casalesi Pasquale Zagaria. I giudici hanno sollevato una questione di legittimità costituzionale sul decreto. "L'obbligo di rivalutazione della detenzione domiciliare" previsto da Bonafede potrebbe finire per "violare la sfera di competenza riservata all'autorità giudiziaria" e dunque "violare il principio di separazione dei poteri". Gli avvocati denunciano anche una violazione del diritto di difesa e di quello alla salute. Un caso, questo, in discussione. Nell'attesa, però, Zagaria non è tornato in carcere.
Ma la situazione carceraria non fa altro che gettare benzina sul fuoco delle polemiche. Matteo Salvini, ex ministro dell'Interno, è andato all'attacco del governo e, contemporaneamente, ha espresso la sua vicinanza a tutti gli agenti della Penitenziaria. "Rivolta nel carcere di Benevento, con 5 agenti feriti, celle in fiamme e un muro sfondato. Il tutto mentre più di 100 boss usciti di cella durante il lockdown non sono tornati in galera nonostante la propaganda del governo. Solidarietà alle donne e agli uomini della Polizia Penitenziaria: l'Italia non merita un governo così incapace e pericoloso. Chi sceglie la Lega sceglie la certezza della pena, chi sceglie il Pd preferisce le rivolte e i boss a casa", ha affermato il leader della Lega.
di Salvo Palazzolo
La Repubblica, 4 settembre 2020
"Le scarcerazioni le hanno decise i giudici. E i provvedimenti della magistratura si rispettano", dice Mauro Palma, il garante nazionale dei diritti dei detenuti. "Peraltro, siamo di fronte a singole decisioni, emesse da tanti giudici con impostazioni e sguardi professionali diversi, non riesco davvero a leggerle come frutto di un disegno".
La vedova di Antonio Montinaro, il caposcorta di Falcone, ha detto che le scarcerazioni dei boss durante l'emergenza Covid hanno rappresentato comunque un segnale devastante...
"C'è un diritto della collettività all'efficacia della lotta alla mafia, ma anche un diritto alla salute di tutti i detenuti. I magistrati, con i loro provvedimenti, hanno contemperato queste due esigenze".
Alcuni pm sostengono che i domiciliari siano inadeguati agli imputati di mafia, che tendono sempre ad avere contatti con l'esterno per i propri affari. Cosa pensa di questa posizione?
"È la legge a prevedere la possibilità della concessione degli arresti domiciliari. E ci sono poi alcuni divieti che vengono imposti: di comunicare, di allontanarsi dalla propria abitazione. Le forze di polizia controllano che sia così. Credo anzi che andrebbe rivalutato l'istituto dei domiciliari nel caso di detenuti di mafia che stanno per finire di scontare la loro pena".
Con quale finalità?
"Attraverso programmi ben precisi si potrebbe controllare meglio il percorso di reinserimento nella società. Invece, oggi, abbiamo detenuti che un giorno hanno il 41 bis e il giorno dopo si ritrovano scarcerati perché hanno finito di scontare la pena".
I familiari delle vittime ribadiscono che nella lotta alla mafia c'è il continuo rischio di mandare messaggi negativi...
"L'esecuzione penale non può avere valore di messaggio, ma si deve basare sull'efficacia. Per evitare la prevalenza della ragione politica su quella giuridica".
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 4 settembre 2020
Corte di cassazione - Sezione II - Sentenza 3 settembre 2020 n. 25022. Via libera al sequestro per equivalente, finalizzato alla confisca, disposto a carico dell'amministratore di fatto e legale rappresentante della una società, delle somme relative a un'ipotesi di truffa aggravata per erogazioni di denaro pubblico. Una misura adottata nell'ambito di un procedimento nato da segnalazioni per operazioni sospette, inviate dalla Banca d'Italia alla Polizia giudiziaria. La Corte di cassazione, con la sentenza 25022, respinge il ricorso contro la condanna. Il ricorrente negava il coinvolgimento nella truffa affermando di essersi limitato alla consulenza aziendale. Nel mirino degli inquirenti erano finite, in particolare, un finanziamento ottenuto con la presentazione a Invitalia Spa di due fatture emesse per operazioni oggettivamente inesistenti e di una polizza assicurativa risultata falsa, oltre all'agevolazione finanziaria, derivante dall'accredito di oltre 125 mila euro, sulla base di una falsa dichiarazione sostitutiva di atto notorio, resa dalla società. Per i giudici c'era di più del semplice fumus di una partecipazione consapevole ai raggiri, sia nella fase precedente l'erogazione dei finanziamenti e delle agevolazioni sia successiva. Dalla documentazione, acquisita anche grazie alle segnalazioni, era emerso non solo che il ricorrente aveva inoltrato a Invitalia e Fincalabra via mail le richieste di finanziamento, ma anche che c'era stato un passaggio di denaro tra il ricorrente e i legali rappresentanti di altre società segnalate e coinvolte nei raggiri, tale da evidenziare una compartecipazione all'ingiusto profitto.
di Giampaolo Piagnerelli
Il Sole 24 Ore, 4 settembre 2020
Corte di cassazione - Sezione V penale - Sentenza 3 settembre 2020 n. 25026. Gli episodi vessatori che configurano il reato di stalking devono essere presi in considerazione anche se tra i medesimi siano decorsi diversi anni. Lo precisa la Cassazione con la sentenza n. 25026/20.
La vicenda - I Supremi giudici si sono trovati alle prese con un motivo di appello che denunciava la violazione dell'articolo 612-bis del cp, smentendo in fatto la sussistenza dei segmenti della condotta. La parte sosteneva in particolare che gli sms ingiuriosi si erano registrati nell'arco di 2 mesi e che essi erano reciproci, e che tre episodi di percosse non potevano configurare lo stalking. Ma - come si legge nella sentenza - la violenza benché perpetrata in un decennio non trova alcuna giustificazione o perdono. E così i Supremi giudici, non potendo entrare nel merito della vicenda, ricordano che ricade sul giudice di merito un più accurato onere di motivazione in ordine alla sussistenza dell'evento di danno, ossia dello stato d'ansia o di paura della presunta offesa, del suo effettivo timore per l'incolumità propria o di persone a essa vicine o della necessità del mutamento delle abitudini di vita. Quanto agli eventi del reato di stalking, la seconda parte del motivo in esame mostra forti dubbi sulla veridicità delle cure psicologiche e della loro connessione eziologica con la condotta dell'imputato, ma il motivo di appello pare ignorare che la prova delle condizioni di prostrazione è stata ricavata da parte della Corte di merito, non già dalle cure psicoanalitiche, ma dalle dichiarazioni della parte e di testi cui la medesima aveva indirizzato le proprie confidenze e che ne avevano percepito direttamente il malessere.
di Angela Stella
Il Riformista, 4 settembre 2020
"Lo dico anche alla stampa democratica. Dietro la decisione di concedere la detenzione domiciliare c'è sempre un bilanciamento della pericolosità sociale e del diritto alla salute".
"Oggi (ieri ndr) ho letto due pagine di Repubblica in cui, quasi che fosse uno scandalo, hanno scritto che 112 detenuti che avevano ottenuto la detenzione domiciliare non sono rientrati in carcere, nonostante il decreto approvato a seguito delle note polemiche di iniziativa televisiva - prima si sarebbe detto di iniziativa legislativa.
Bene, vorrei essere molto chiaro su questo: come Garante voglio ricordare anche alla stampa democratica che le decisioni dei magistrati si rispettano, tutte, anche quelle che concedono la detenzione domiciliare con motivazioni che né io né l'articolista conosciamo, e che sicuramente hanno visto un bilanciamento della pericolosità sociale e del diritto alla salute": è forse questa la parte più interessante della conferenza stampa convocata ieri dal Presidente del Collegio del Garante nazionale delle persone private della libertà, Mauro Palma. Ed è da questo punto che prosegue la nostra intervista.
Professor Palma nell'articolo di Repubblica di ieri a firma di Attilio Bolzoni c'è un altro passaggio che mi ha colpita, quando scrive che "cento e passa galantuomini in questo momento possono fare liberamente quello che hanno sempre fatto: i mafiosi". Non è una narrazione distorta e propagandistica?
Di persone detenute al 41 bis attualmente ancora ai domiciliari ce n'è una sola, e c'è in merito un ricorso pendente davanti alla Consulta, dopo che un magistrato a Sassari ha sollevato un dubbio di legittimità costituzionale. Poi qui il simbolico diventa determinante ma il simbolico - non a caso ci si chiede che messaggio viene dato con queste 'scarcerazioni' - è distruttore del diritto penale. Il diritto penale si centra sul fattuale non sul simbolico. Quando il diritto penale diventa un elemento simbolico la ragion politica ha avuto la meglio sulla ragione giuridica e questa è la fine di uno Stato di Diritto. E poi mi viene da fare un'altra considerazione.
Prego...
C'è il caso di una persona al 41 bis a cui sono stati concessi i domiciliari per motivi di salute e che adesso è tornata in carcere su decisione del magistrato. Ma tra due mesi esce. Mi domando qual è il senso di un 41 bis se un detenuto vi rimane fino all'ultimo giorno prima di tornare in libertà. Questo crea più o meno sicurezza? Una persona fino al giorno X non può vedere nessuno e nel giorno X più 1 torna libera. Non sarebbe molto più sicuro declassificare quella persona all'alta sicurezza nell'ultimo biennio prima della liberazione, per vedere come reagisce?
Ma poi a voler fare qualche conto, carcere non significa solo 41 bis...
I detenuti al 41bis oggi sono 754, quelli in alta sicurezza 9321. Ci sono altre 44000 persone recluse di cui dovremmo parlare.
Come hanno risposto gli istituti di pena all'emergenza e com'è la situazione adesso?
Possiamo dire che in qualche modo le carceri hanno tenuto in ambito emergenza coronavirus: le vittime sono state 4, i contagiati complessivamente 290. Attualmente sono positivi 11 detenuti e 7 operatori. Per i 290 contagiati, in soli 34 casi è stata necessaria una gestione ospedaliera, per tutti gli altri la gestione è stata carceraria. Attualmente i detenuti sono 53.950: il numero era sceso a 52.792 il 10 aprile, poi c'è stato un nuovo incremento e ora è stabile. Un numero eccessivo, non omogeneo territorialmente, con alcune situazioni locali insostenibili. Se disgraziatamente ci fosse una ripresa dei contagi dobbiamo essere pronti con gli spazi. C'è un principio che in Europa è molto chiaro: se un sistema penitenziario prevede 100 posti, devono esserci 90 o anche meno persone. Ci può essere sempre una esigenza che richiede uno spostamento e flessibilità. Quindi noi dove dovremmo diminuire l'affollamento? In questo momento ci sono 970 persone che sono in carcere scontando una pena - non un residuo - inferiore ad un anno. Questo interroga la nostra responsabilità che non è solo quella del sistema penitenziario ma della società tutta: queste persone dovrebbero trovare altre strutture nel territorio pronte ad accoglierle.
Il problema scuola si vive anche dietro le sbarre?
Sicuramente, tutto è stato fermo in questi mesi ma proprio oggi (ieri, ndr) ho avuto qualche elemento di rassicurazione. Gli insegnanti non sono molti e gli studenti detenuti sono persone che già condividono altri momenti all'interno. Quindi c'è una cauta apertura alla ripresa ad ottobre, come avviene sempre in carcere.
Il membro del collegio Emilia Rossi ha posto l'attenzione anche sui suicidi in carcere...
Da inizio anno sono 43, oltre una decina in più rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso che aveva registrato 32 casi. Dieci di questi detenuti si sono tolti la vita a brevissima distanza dall'ingresso in carcere, in un caso il giorno stesso. Durante l'emergenza sanitaria avevo parlato di una doppia ansia che vale per tutti i posti chiusi. All'ansia che avvolgeva tutti noi si aggiunge quella di stare in posto chiuso dove se il contagio entrasse si creerebbero situazioni devastanti. Questa doppia ansia si può trasformare a volte in rabbia - io non nego che c'è un tasso di tensione in carcere maggiore che nel passato anche rispetto al personale - a volte anche in auto aggressività.
Come Collegio del Garante avete voluto incontrare tutti i vertici delle forze di polizia...
C'è stata una ottima interlocuzione. Abbiamo posto alla loro attenzione una riflessione su tre parole: produttività, inimicizia, impunità. Un sistema non è efficace quando determina tanti arresti ma quando riesce ad incidere nello sradicare progressivamente il ricorso al crimine, quando lo contrasta ma non crea un rapporto di inimicizia con l'altro. Un sistema è efficace quando percepisce coloro che commettono maltrattamenti e abusi come una aggressione al proprio lavoro, alla propria professionalità, e non cerca di avere un atteggiamento di copertura.
Durante la conferenza avete annunciato di presentare un amicus curiae nel procedimento che la Corte Costituzionale terrà in tema di ergastolo ostativo. Qual è la vostra posizione?
Vedremo se adesso lo accetteranno, essendo cambiato da poco il regolamento della Corte. La nostra posizione? Non ci può essere pena senza speranza, non può esserci pena che non preveda dopo un congruo numero di anni di detenzione la possibilità di valutare il percorso che la persona ha fatto, altrimenti è inutile il percorso stesso. Il detenuto ha il diritto di essere rivalutato e non essere appiattito al reato commesso magari 30 anni prima.
Questione immigrazione: Lei è d'accordo con la dichiarazione del Ministro Lamorgese per cui niente Recovery ai Paesi che non collaborano con i migranti?
Le do il mio pieno appoggio.
Si torna a discutere molto di Rsa e covid. Anche su questo fronte siete molto impegnati...
Attualmente ci sono circa 90.000 persone nelle 4.609 residenze. Ora sono riprese le visite ma permangono delle criticità: non si può far vedere un parente solo tramite un vetro, come accaduto in qualche struttura. Dobbiamo trovare un modo per garantire i rapporti in totale sicurezza. Soprattutto per i disabili i contatti umani sono fondamentali. Abbiamo scritto a tutti i presidenti di Regione per aprire un dialogo sul tema e al momento ci hanno risposto solo: Emilia Romagna, Lazio, Lombardia, Puglia, Toscana, Friuli Venezia Giulia, Liguria.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 4 settembre 2020
La dirigente Radicale: "Violati i diritti di un ergastolano, lo conferma il giudice". Polemiche dopo la replica del Ministro a un'interrogazione di giachetti ispirata da un articolo del Dubbio. l'esponente pannelliana: "giàscattato il ristoro per uno dei reclusi". "Il ministro Bonafede mente o lo fanno mentire laddove dice che non è stato riconosciuto al detenuto il 35 ter relativamente al periodo della carcerazione al penitenziario di Parma".
È il duro commento dell'esponente del Partito Radicale Rita Bernardini in merito alla risposta data dal ministro della Giustizia ieri all'interrogazione parlamentare a firma del deputato di Italia Viva Roberto Giachetti.
Ai primi di marzo Giachetti ha chiesto al guardasigilli se ritiene di dover adottare le iniziative di competenza per assicurare ai condannati alla pena dell'ergastolo detenuti nel carcere di Parma la possibilità di usufruire di una cella individuale. Nell'interrogazione si fa riferimento all'articolo de Il Dubbio del 29 ottobre 2019 in cui si è data notizia della protesta degli ergastolani trasferiti da Voghera a Parma, puniti con l'isolamento in "cella liscia" per essersi rifiutati di condividere la cella con un altro detenuto.
Roberto Giachetti, infatti, nell'interrogazione, ha fatto presente che ci sono diversi articoli come quelli del regolamento penitenziario e, non da ultimo, l'articolo 6 dell'ordinamento penitenziario (legge n. 354 del 1975), comma 5, il quale stabilisce che "fatta salva contraria prescrizione sanitaria e salvo che particolari situazioni dell'istituto non lo consentano, è preferibilmente consentito al condannato alla pena dell'ergastolo il pernottamento in camere a un posto, ove non richieda di essere assegnato a camere a più posti".
Non solo, il deputato - sempre nell'interrogazione - ha anche fatto riferimento a una sentenza del Tribunale di Sorveglianza di Bologna, la quale ha riconosciuto il rimedio risarcitorio previsto dall'art. 35- ter dell'Ordinamento penitenziario al detenuto M. D. per il periodo in cui nel carcere di Parma è stato costretto a convivere con un altro detenuto nella stanza detentiva singola ravvisando la violazione dell'art. 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo.
Quindi cosa ha risposto il ministro Bonafede? Per quanto riguarda il discorso dei detenuti ergastolani puniti in "cella liscia" per essersi rifiutati di convivere la stanza con altri detenuti, sottolinea che sin dal loro ingresso presso l'istituto di Parma "diversi di questi, con aggiunta di due detenuti AS3 (per un totale di 9 detenuti), mettevano in atto reiterate manifestazioni di protesta mediante battiture delle inferriate, rifiutandosi di essere allocati in sezione ordinaria con altri detenuti, ritendendo inadeguata la superficie in metri quadri a loro destinata e ritendendo che in quanto ergastolani, vantassero il diritto alla stanza singola". A quel punto, spiega sempre il ministro della Giustizia, la direzione del carcere, in ragione dei gravi comportamenti messi in atto, "ne richiedeva l'allontanamento presso altre sedi, adottando i necessari provvedimenti di natura disciplinare". Ma, si legge sempre nella risposta all'interrogazione parlamentare di Giachetti, che nessun trasferimento è stato poi effettuato, "atteso che tutte le strutture dotate di sezioni AS1 non consentono, allo stato, l'allocazione dei detenuti ivi presenti in camera di pernottamento singole".
Alla fine, prosegue sempre il ministro, tutti i detenuti coinvolti sono stati quindi allocati nella sezione Iride, deputata appunto all'isolamento dei soggetti appartenenti al circuito Alta sicurezza e quindi dotate di celle singole. Secondo il guardasigilli, seppur di isolamento si tratta, le celle sono "rispondenti alle caratteristiche delle restanti stanze dei reparti ordinari". Però, come effettivamente Il Dubbio ha sottolineato nell'articolo, si tratta sempre di una sezione punitiva e infatti, alla fine, come spiega lo stesso ministro "tutti i detenuti interessati, ad ecc ezione di uno solo, dopo gli interventi delle varie figure del penitenziario, hanno inteso interrompere il tipo di protesta/ pretesa" e sono tornati a vivere in camera doppia. Per quanto riguarda le "celle lisce", il guardasigilli risponde che non risulta corretta l'informazione, perché sono "alcune stanze prive di televisione e con tavolo di pietra, senza altro tipo di limitazione". Però, prosegue sempre il ministro, "ad ogni modo le camere in questione sono state chiuse e soggetti a lavori di adeguamento, compresa la dotazione di Tv".
Ma ora veniamo al dunque. Bonafede, relativamente al detenuto indicato da Giachetti con le iniziali M. D., risponde che "ha presentato reclamo giurisdizionale sub arti 35ter OP, accolto in parte, ma non in riferimento al periodo di detenzione presso la casa di reclusione di Parma". Ma è vero? Rita Bernardini del Partito Radicale spiega a Il Dubbio: "Non è assolutamente vero ciò che Bonafede dice nella sua risposta all'interrogazione, o mente oppure lo fanno mentire. Ma forse, più probabilmente, non ha letto l'atto che gli è stato allegato!".
In effetti Il Dubbio ha potuto visionare l'ordinanza del tribunale di sorveglianza di Bologna. Il giudice ha accolto gran parte del reclamo riconoscendo il trattamento disumano e degradante riguardanti ampi periodi di carcerazione presso diversi istituti, tra i quali anche quello di Parma. Infatti, come si evince dall'ordinanza, relativamente a quest'ultimo carcere è stato rigettato il reclamo per quanto riguarda il periodo in cui il recluso non ha condiviso la cella con altri detenuti, ma nei suoi restanti 639 giorni, il detenuto ha condiviso "la camera detentiva con un altro detenuto - scrive il giudice - potendo usufruire uno spazio vivibile individuale di mq 3,7.
Per determinare la sussistenza del grave pregiudizio nel caso di specie, in cui lo spazio è superiore a 3 mq e inferiore a 4 mq, si devono prendere in considerazione altre circostanze che influiscono sulla qualità delle condizioni carcerarie". E il giudice le ha rilevate, scrivendo che "costituisce un fattore negativo rilevante per qualificare la detenzione inumana ai sensi della giurisprudenza formatasi sul dettato dell'articolo 3 Cedu in relazione a 639 giorni".
- Privacy: sanzionato il Comune che tiene oltre 15 giorni i dati della dipendente sul web
- Reggio Calabria. L'inchiesta sull'ex direttrice del carcere è un macigno
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- Santa Maria Capua Vetere (Ce). Torture in carcere, ancora denunce dai detenuti
- Benevento. Il Garante: "Nessuna rivolta, i reclusi protestano per le restrizioni anti Covid"










