di Cesare Burdese*
Ristretti Orizzonti, 30 agosto 2020
Stimolato dalla lettura dell'articolo intitolato "A Nola il progetto che renderà il carcere più umano", a firma di Viviana Lanza comparso su Il Riformista del 27 agosto 2020, essendo da decenni parte attiva nel nostro paese del dibattito sul tema della pena detentiva e dei suoi spazi architettonici, mi preme puntualizzare quanto segue.
di Daniele Mannocchi
La Nazione, 30 agosto 2020
L'uomo è risultato positivo durante i controlli fatti in carcere dopo un'uscita. È stato isolato già all'ingresso, prima che potesse contattare altri ospiti. C'è anche un detenuto del carcere della Spezia tra i nuovi positivi al Coronavirus. Si tratta di un cittadino di 54 anni di origine dominicana uscito dal carcere in virtù di un permesso. L'uomo, al rientro nella struttura, è stato sottoposto al tampone da cui è risultato il contagio da Covid-19.
di Ferdinando Perricone
corriereelorino.it, 30 agosto 2020
Era stato ricoverato d'urgenza per "addome acuto" ma dopo una serie di complicanze e un'operazione chirurgica, è deceduto nel reparto di terapia intensiva dell'Ospedale "Di Maria" di Avola. È morto ieri sera il rosolinese Sebastiano Iemmolo. Aveva 39 anni.
ilsitodimassacarrara.it, 30 agosto 2020
Sabato mattina il candidato al Consiglio Regionale nella lista in appoggio alla candidata Susanna Ceccardi, Toscana Civica per il cambiamento Antonio Cofrancesco, ha fatto visita al personale della Casa di Reclusione di Massa, dall'incontro sono emerse alcune problematiche che hanno bisogno di attenzione e che sicuramente porterà al vaglio dell'amministrazione comunale nella persona del sindaco Francesco Persiani.
"Ho incontrato la Direttrice Dr.ssa Bigi e la Comandante della Polizia Penitenziaria Dr.ssa Cucca, la problematica emersa, sopra accennata, riguarderebbe la strada di via P. Pellegrini, percorsa giornalmente da centinaia di mezzi alcune volte a velocità sostenuta. Questa strada ha bisogno in entrambi i sensi di marcia di dissuasori di velocità, segnaletica verticale che indichi l'uscita dei mezzi di Polizia Penitenziaria. Va sottolineato che il pericolo reale potrebbe concretizzarsi nei giorni di colloquio, quando i famigliari dei detenuti attraversano la strada, in questo caso sarebbe opportuno indicare l'attraversamento pedonale con impianto semaforico".
C'è una forte sinergia da parte del Consigliere Comunale e Provinciale Cofrancesco ora candidato al Consiglio Regionale della Toscana, l'amministrazione comunale di Massa e i vertici dell'Istituto di Pena. Cofrancesco ha sempre sostenuto e lo ribadisce oggi, che il carcere "è un quartiere della città e va trattato in quanto tale".
In questo quartiere cittadino vivono circa 180 detenuti a cui va sommato l'intero personale di Polizia Penitenziaria, il personale sanitario, amministrativo contabile, assistenti sociali ed educatori. Cofrancesco tiene a sottolineare che la buona politica è quella che si fa in mezzo alla gente, ascoltando tutte le categorie dei lavoratori, cercando di risolvere le problematiche evidenziate, ascoltando le persone svantaggiate, proprio per questo la settimana prossima visiterà l'intero istituto di pena dove incontrerà i detenuti.
Giornale di Sicilia, 30 agosto 2020
Al via la seconda annualità del progetto "Insieme con dignità - Supporto all'inserimento lavorativo" promosso all'interno dei comuni di Mazara, Salemi, Vita e Gibellina. Il progetto prevede l'assegnazione di 50 borse lavoro a soggetti in difficoltà, come ex detenuti e tossicodipendenti. I soggetti destinatari delle borse lavoro saranno impegnati in un'attività programmata per due semestralità: 25 in un semestre (con probabile avvio dai primi di novembre) e 25 nell'altro. Saranno impegnati 5 giorni la settimana, tre ore al giorno, e si occuperanno di manutenzione ordinaria del verde pubblico degli edifici pubblici.
di Francesca Pinaffo
gazzettadalba.it, 30 agosto 2020
Una Fase 2 che in realtà non è mai cominciata del tutto, all'interno di spazi molto ristretti nei quali nella maggior parte dei casi non è stato possibile riprendere le normalità attività: se per tutti il lockdown ha rappresentato una brusca frenata alla vita di tutti i giorni, per chi si trova in carcere il cambiamento è stato ancor più diverso.
A differenza di altri istituti piemontesi, nel carcere Giuseppe Montalto di Alba non sono stati registrati contagi di Covid-19, come illustra il garante per i detenuti Alessandro Prandi nella sua relazione annuale: "Da gennaio a giugno, a fronte di una capienza effettiva di 33 posti, il numero dei detenuti è sceso in modo drastico per via dei provvedimenti adottati, passando da 49 a 34, abbassando così il tasso di affollamento. A differenza di altre strutture, ad Alba non ci sono state proteste collettive, ma la situazione è stata tenuta sotto controllo grazie a una costante informazione, anche nelle situazioni più complesse".
Dopo la fase di lockdown ora sono ripresi i permessi premio, le attività dello sportello del lavoro e del corso di formazione professionale di addetto al giardinaggio e ortofrutticoltura, mentre viene consentito l'ingresso di un solo volontario per espletare pratiche burocratiche, ma non le altre attività di solito portate avanti dai volontari che ruotano attorno alla struttura.
A preoccupare, però, è soprattutto il futuro del carcere: il 30 giugno sembrava essere arrivata la svolta con la pubblicazione, sul sito del Ministero della giustizia, della determina relativa all'avvio della procedura per l'affidamento dell'appalto per la realizzazione dei lavori nella parte abbandonata del Montalto, ma ad oggi non ci sono notizie incoraggianti in merito.
Spiega Prandi: "Il 7 agosto ho scritto al funzionario del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria responsabile del procedimento del carcere albese, come ha fatto anche il sindaco Carlo Bo, scrivendo direttamente al Ministero della giustizia. A quanto sembra, a oggi, l'avviso del 30 giugno era solo una sorta di comunicazione di inizio procedura per emettere il bando, ma non sembra essere stata ancora indetta alcuna gara: rimaniamo in attesa di una risposta dal Ministero".
di Massimo Marino
Corriere di Bologna, 30 agosto 2020
Il Teatro del Pratello torna nel carcere minorile con "Le orme dei figli", uno spettacolo già presentato in gennaio all'Arena del Sole, quasi completamente rinnovato. A inizio anno in scena c'erano ragazzi affidati ai servizi della giustizia minorile esterni al carcere, giovani attrici e una coppia di anziani che rappresentavano i padri orchi, i Chronos che divorano i figli.
Gli attori si incontravano e si toccavano scivolando su un piano inclinato. Ma il contatto non è più possibile in scena ora, dopo l'emergenza sanitaria, e non è stato possibile far entrare in carcere estranei. Quindi sarà formato interamente da ragazzi reclusi il cast di questa nuova edizione, in scena nell'istituto di via del Pratello da domani al 3 settembre alle 21, con accesso al cortile dove sarà costruito lo spazio scenico da via de Marchi 5/2 (info:
"Persa gran parte della cornice, rimane una memoria della storia, che si appoggia sulla favola di Pollicino e dei suoi fratelli abbandonati dai genitori" spiega il regista Paolo Billi. "Abbiamo anche modificato la scenografia di Irene Ferrari e le strutture sceniche di Gazmend Llanaj, realizzate in un laboratorio con i ragazzi reclusi" continua Billi.
"Non sarà più un unico piano inclinato, ma un pendio frantumato in tante sezioni che si incastrano l'una nell'altra, consentendo agli interpreti un distanziamento che eviti i contatti. L'idea che dà la scena è quella di un grande sommovimento, un caos".
Diventa ancor più importante che nella prima versione il video di Simone Tacconelli e Elide Blind, che fa risaltare immagini e voci da una foresta di foglie, da sentieri di fango segnati da orme per seguire strade, per perderle, per inventarle. Questa edizione ancora di più della prima sgretola la trama e si affida agli archetipi, alle visioni, a voci giovanissime che emergono da una scena arsa, rocciosa.
Chi entrerà nel cortile del carcere vedrà una scatola magica chiusa da un tulle lattiginoso che rivelerà volti e visioni illuminato dal di dentro, in emersione e contrappunto con le immagini del video. In scena 11 ragazzi del Pratello, Adam, Anas, Andrea, Andrea, Daniel, Jonathan, Ionut, Larry, Manuel, Mehdi e Kevin. "Ci sono molti italiani e molti ragazzi di famiglia straniera nati in Italia" precisa Billi.
"Alcuni di loro seguono i nostri lavori da vari anni e stanno diventando bravi. Quasi tutti parlano un ottimo italiano e hanno un livello di scolarizzazione alto. Siamo usciti da una fase in cui i ragazzi si esprimevano stentatamente e negli spettacoli a volte apparivano spersi. Ci sono giovani soggetti a detenzioni lunghe: con loro si può impostare un lavoro più costante".
Il direttore dell'istituto Alfonso Paggiarino alla presentazione dello spettacolo racconta come il teatro sia stata una delle prime attività a riprendere dopo il lockdown. All'inizio con qualche incontro da remoto, poi con i primi incontri in presenza all'aperto e in piccoli gruppi, infine con la ripresa delle attività quotidiane, seppure con varie limitazioni che hanno anche influito sulla forma finale. E rivela: "Un ragazzo si è tanto appassionato che vuole continuare il percorso nel teatro iscrivendosi al Dams". Commenta Billi: "Sarebbe molto positivo: per la prima volta si accenderebbe un percorso universitario nel Pratello".
L'Osservatore Romano, 30 agosto 2020
Contro il sovraffollamento delle carceri, divenuto ancora più drammatico con il diffondersi del coronavirus, Caritas ambrosiana e arcidiocesi di Milano hanno elaborato un progetto destinato ai detenuti nei penitenziari del territorio: la possibilità, per coloro che possono scontare gli ultimi ventiquattro mesi di detenzione all'esterno del carcere ma non hanno un domicilio, di trovare alloggio in una delle strutture individuate dall'organismo assistenziale. Il numero dei reclusi ammessi al programma, non più di venti e indicati dal magistrato di sorveglianza, vedrà un aumento di pari passo con l'individuazione di nuovi locali.
"La pandemia sta facendo venire al pettine tanti nodi", ha commentato il direttore di Caritas ambrosiana, Luciano Gualzetti. "Tra questi, quello del sovraffollamento del carcere, che a causa dell'epidemia in corso, potrebbe assumere caratteristiche tragiche. Con tale iniziativa vogliamo dare ai detenuti la possibilità di scontare la pena al di fuori dei penitenziari, misura già prevista dal nostro ordinamento, ma ancora troppo poco praticata".
di Donatella Di Cesare
La Stampa, 30 agosto 2020
Un'onda di oscura inquietudine pervade in queste ore l'Europa. La tensione aumenta, l'incertezza sembra prevalere. Le immagini che giungono da Londra, ma soprattutto da Berlino ne sono quasi l'emblema.
Migliaia di manifestanti alla Porta di Brandeburgo urlano "aprite i cancelli". Denunciano la "follia del virus", pretendono lo stop immediato alle misure anti-Covid. E passano già alle vie di fatto: non rispettano le distanze e sono senza mascherina. Sì, perché la mascherina non sarebbe che una museruola buona solo per gli schiavi. E così i No-Mask arrivano alla dimostrazione. L'ha organizzata un ambiguo gruppo che si chiama non per caso Querdenken 711 (pensiero trasversale 711). Ma al corteo spuntano bandiere del Reich ed è ormai chiaro che i gruppi di estrema destra, radicati e agguerriti, tentano di cavalcare la protesta. È qui che occorre vedere per tempo il pericolo.
La situazione sta precipitando anche da noi. Ormai si dà del "terrorista" a chi osi parlare del coronavirus con la serietà che richiede la situazione. Tutto sarebbe falso o comunque sopravvalutato. Un'emergenza inventata dai "politici", gonfiata e ingigantita dai media. Tra spavalderia menefreghista e complottismo dell'ultima ora i negazionisti aumentano, spalleggiati da personaggi pubblici che giocano a proporsi come novelli capi-popolo dei sovranisti anti-virus. Non bastavano Salvini e poi Briatore. Adesso Vittorio Sgarbi, sindaco di Sutri nel Viterbese, ha vietato l'uso all'aperto della mascherina. "Solo ladri e terroristi si mascherano il volto". Ordinanza sfrontata che, oltre alla sfida evidente, indica l'assoluta mancanza di rispetto verso i cittadini che ogni giorno, pur tra tante difficoltà, portano la mascherina. D'altronde Sgarbi già da tempo si presenta nei talk show che lo ospitano facendosi apertamente beffe di ogni senso civico - e questo in un momento delicato, dove ogni gesto minimo conta nella comunicazione e chi ha influenza dovrebbe dare prova di responsabilità.
Non si prenda questo per l'ennesima volta come folklore. Non lo è. Piuttosto è un atteggiamento antidemocratico, che diffonde il sospetto, trasmette paura, semina rancore, propaga l'ossessione del complotto. Ecco: il coronavirus sarebbe lo strumento nelle mani di forze occulte che vorrebbero sottrarre al popolo la sua sovranità. Ma la semplificazione, le scorciatoie esplicative non favoriscono - si sa - la democrazia. I negazionisti del virus aumentano per la facile tendenza alla rimozione e per quella fraintesa libertà che non guarda in faccia a nessuno e si traduce nel "faccio quello che mi pare". Ma non si può sottovalutare quell'individualismo italico condito spesso di gretto localismo, terreno fertile per i sovranisti nostrani. La sovranità dell'io fa tutt'uno con la sovranità territoriale, anzi regionale. La vera (nascosta) epidemia sarebbe infatti portata dagli immigrati.
Sarebbe un errore sottovalutare i fiancheggiatori dei No-Mask, i capipopolo che fiutano il disagio, annusano la stanchezza. E si ripropongono di trarne tutto il vantaggio possibile. Che cosa c'è di più facile di una crociata contro la mascherina-museruola, di una guerra contro il virus sopravvalutato o addirittura inventato? Il preteso capopopolo alla Sgarbi non si limita ad articolare il malessere; fornisce già direttive. In Spagna, in Inghilterra e soprattutto in Francia i contagi aumentano e la possibilità del lockdown è alle porte. Nel nostro Paese la tensione è palpabile e cresce l'attesa per la riapertura della scuola e dell'università. Qui non si può fallire. Non sono più lecite confusioni, incertezze, indicazioni contraddittorie. È invece assolutamente indispensabile che la politica dia messaggi chiari e si rivolga direttamente ai cittadini per affrontare questa prova che ha ormai assunto un alto valore simbolico.
di Valentino Maimone
L'Osservatore Romano, 30 agosto 2020
Progetto dell'arcidiocesi di Napoli a Poggioreale. Quella che vi stiamo per raccontare è la storia di un progetto di rinascita e ricatto, in un contesto troppo spesso legato a dolorose vicende umane di costrizione, tristezza e assenza di prospettive.
Anche i detenuti del carcere "Poggioreale - Giuseppe Salvia" di Napoli potranno mangiare una vera pizza napoletana, preparata all'interno del penitenziario da loro compagni di sventura aspiranti pizzaioli, che impareranno un mestiere, studieranno per ottenere il relativo diploma, e avranno un'opportunità in più, una volta tornati liberi, per reinserirsi nel mondo del, lavoro. È questa l'idea totalmente innovativa venuta in mente ad Antonio Mattone, direttore dell'Ufficio di pastorale sociale e del lavoro dell'arcidiocesi di Napoli e da circa quindici anni volontario nelle carceri.
"Tutto nasce circa cinque anni fa, in occasione di un convegno che organizzai a Poggioreale sul tema della salute dei detenuti", racconta Mattone. "Avevo invitato l'allora ministro della Giustizia, Andrea Orlando, che a margine di quell'evento mi spiegò che, grazie ai fondi del ministero, avrebbe preso in considerazione un progetto per far lavorare i detenuti. Fu a quel punto che mi si accese la lampadina: qual era il settore più logico e adatto a creare uno sbocco lavorativo nella nostra città? Quello delle pizzerie, che sono tante, lavorano molto e assicurano un buon ricambio di dipendenti".
Tutto il resto venne quasi di conseguenza. C'è voluto molto tempo, cinque anni in tutto, ma alla fine il progetto ha preso corpo fino all'inaugurazione avvenuta nelle scorse settimane. La chiave del successo è stata il coinvolgimento di quanti più soggetti istituzionali possibili: "Università, Regione Campania, le associazioni dei pizzaioli, il ministero della Giustizia, per citarne solo alcuni. Tutti insieme per cercare di dare un futuro a queste persone che hanno fatto degli errori, ma che vogliono rimettersi in gioco. Insomma, un bel progetto di riscatto e di rinascita", sottolinea Mattone.
"Gli atenei Federico II e Suor Orsola Benincasa si occuperanno delle selezioni per individuare i detenuti più adatti e motivati, quelli che davvero vogliono cambiare vita - precisa il responsabile - mentre le tre associazioni che riuniscono tutti i pizzaioli della città si preoccuperanno invece di favorire la collocazione degli aspiranti maestri della pizza presso i locali dei propri associati, una volta che saranno pronti".
Già, perché il progetto non vuole limitarsi a fornire attestati, ma punta ad accompagnare i detenuti anche lungo un percorso lavorativo. I finanziamenti arriveranno per la maggior parte dalla Cassa delle ammende, i cui fondi sono destinati a migliorie delle strutture carcerarie o a progetti per i detenuti, e per il resto da fondi della Regione.
Ogni anno verranno individuati quindici detenuti, più tre cosiddette "riserve" nel caso di eventuali forfeit o liberazioni anticipate, che seguiranno un corso da 65o ore per apprendere il mestiere, ma anche imparare gli elementi di base per mettersi in proprio: "Ci piacerebbe formare non solo futuri pizzaioli in grado di lavorare nelle pizzerie di Napoli, ma anche piccoli imprenditori di sé stessi", osserva Mattone.
All'interno del carcere è stato allestito un laboratorio attrezzato con due forni a legna da cui escono ogni giorno almeno cento pizze, in due o tre varietà diverse, tra cui ovviamente l'immortale "Margherita": "Appena sfornate, una piccola squadra di corrieri comincia a fare su e giù per i bracci in modo da esaudire le ordinazioni in pochissimi minuti, perché le pizze devono arrivare nelle celle ancora calde", racconta. "Abbiamo fissato un prezzo molto basso, 2,5-3 euro per ciascuna, e i detenuti fino a oggi sembrano gradire moltissimo la novità, se è vero che le ordinazioni sono in continuo aumento".
Tra circa un anno potrà scattare la seconda fase del progetto: "Una seconda pizzeria, gemellata con quella di Poggioreale, ma all'esterno del carcere e quindi accessibile a tutti. Qui gli ex detenuti pizzaioli potranno effettuare il proprio tirocinio o lavorare regolarmente retribuiti, finché non saranno in grado di entrare a titolo definitivo nel mercato del lavoro.
Grazie all'intervento della diocesi di Napoli, che è stata decisiva sia come spinta propulsiva sia per la tenacia con cui ci ha aiutato a risolvere i mille intoppi burocratici, abbiamo ottenuto la possibilità di utilizzare i locali di una chiesa non più adibita per il culto. Si tratta dell'ex chiesa di Santa Caterina al Pallonetto di Santa Chiara, in pieno centro storico. Ed è proprio da qui che prende il nome l'intero progetto, "Brigata Caterina", conclude il direttore dell'Ufficio di pastorale sociale e del lavoro dell'arcidiocesi di Napoli.
- La crisi raddoppia i nuovi poveri. Caritas: "Colpiti gli invisibili"
- Migranti. L'odissea di Hachim Hikim nelle strutture detentive
- Migranti. Riammessi in Italia dopo essere stati respinti in modo irregolare
- L'allarme del Banco Alimentare: "Sempre più persone senza cibo, l'autunno sarà critico"
- Austria. "Ripensare il sistema carcerario". la Chiesa denuncia il duro trattamento dei reclusi










