di Michele Giorgio
Il Manifesto, 30 agosto 2020
Piovono le condanne, anche dall'Italia, contro il regime di Erdogan per l'avvocata dei diritti umani deceduta dopo 238 giorni di sciopero della fame in carcere. E ora si teme per la vita del suo collega Aytac Unsal. Sono come un fiume in piena le reazioni di cordoglio e di condanna della Turchia per la morte dell'avvocata dei diritti umani Ebru Timtik che si è spenta giovedì dopo aver fatto un lungo digiuno di protesta perché condannata al carcere solo per aver esercitato la sua professione. Timtik aveva difeso negli ultimi anni più di un oppositore del regime e agli occhi dei servizi segreti aveva la "colpa" di mantenere legami con associazioni e organizzazioni di sinistra. Arrestata nel settembre 2018, era stata condannata a 13 anni e 6 mesi di prigione.
A febbraio aveva iniziato lo sciopero della fame che l'ha uccisa dopo 238 giorni. Tanti in Europa puntano il dito contro il regime di Erdogan mentre in Turchia amici, parenti e compagni di Timtik devono fare i conti con le intimidazioni e gli avvertimenti della polizia che già venerdì aveva attaccato con spray al peperoncino e gas lacrimogeni il corteo funebre. Si teme intanto per la vita di un altro avvocato, Aytac Unsal, che, come Ebru Timtik, fa lo sciopero della fame in carcere da oltre 200 giorni.
L'Unione europea, ha fatto sapere ieri il portavoce della Commissione per gli affari esteri Peter Stano, segue la vicenda. "Timtik ha fatto lo sciopero della fame per avere un processo giusto", ha sottolineato Stano "e questo esito tragico illustra dolorosamente la necessità urgente che le autorità turche affrontino in modo credibile la situazione nel Paese per quanto riguarda i diritti umani e le serie carenze osservate nel sistema giudiziario". In Italia tante le prese di posizione. Significativa quella dell'Associazione nazionale giuristi democratici che "si impegnano a continuare la lotta per il diritto alla difesa, per un giusto processo e contro la tortura dei detenuti politici per la quale la collega (Timtik) ha dato la vita, e condannano le dichiarazioni del ministro dell'interno turco che su Twitter ha criticato l'Ordine degli avvocati di Istanbul per aver esposto l'immagine di Ebru". I giuristi democratici chiedono l'immediata liberazione di Aytac Unsal e di tutti gli avvocati ingiustamente detenuti in Turchia.
di Domenico Quirico
La Stampa, 30 agosto 2020
Le manifestazioni in Tripolitania represse nel sangue dagli uomini del presidente Al Sarraj. Dietro ai giochi di potere di Russia, Egitto e Turchia, la disperazione dei cittadini abbandonati. Ci siamo preoccupati dei migranti in transito, delle loro moleste sollecitudini. Ci siamo preoccupati del petrolio, degli oleodotti, dei jihadisti di Sirte, dei conti dell'Eni, dei turchi impiccioni e imperialisti, degli egiziani arroganti, dei mercenari di Putin troppo presenti e degli americani troppo assenti, degli equilibri geopolitici e delle medagliette postcoloniali di Caneva, Graziani e del quadrunviro, "la quarta sponda è nostra, francesi giù le mani...", eccetera eccetera. E i libici? Quando mai ci siamo preoccupati dei libici nella nostra taccagna realpolitik occidentale? Di cosa pensano, cosa vogliono, cosa sognano... i libici che prendono fiato appena quel che basta per restar vivi.
La rivoluzione opaca - Dieci anni dopo la opaca rivoluzione tutte le piazze della Tripolitania si riempiono da giorni di gente furibonda, esausta, i libici appunto, che protestano chiedono invocano maledicono, bruciano copertoni e sfasciano qualche auto. Li prendono a fucilate, con metodo, i miliziani, il torpidume di Al Sarraj, il nostro uomo laggiù. Nella zona di Al Asaba testimoni raccontano di case saccheggiate e civili uccisi.
Eppure sono loro che dovrebbero appassionarci, non i parolai della guerra: l'elemento umano, la resistenza dell'indifeso uomo comune contro i corrotti, i fanatici, gli assassini. Non ci bastano i loro slogan, che sono puro linguaggio rivoluzionario: "Stiamo morendo senza luce acqua cibo", "no ad Haftar no a Sarraj", "basta guerra, via i mercenari siriani e turchi dalla Libia".
Disperazione e ragione - In qualche città i manifestanti hanno sventolato perfino le bandiere verdi del Colonnello e invocato come soluzione uno degli inutili, torbidi figli del Raiss. La disperazione con le sue ruvide suole calpesta davvero ogni ragione. Stupore sconcerto silenzio da questa parte del mare. Questi chi sono? Si chiedono le cancellerie abituate ai volti di Haftar e di Al Sarraj, sbiadite comparse, ai ghirigori di Putin, di Al Sisi, di Erdogan, i burattinai.
Il mimetismo di un cessate il fuoco a cui nessuno crede pieno come è di opportuni distinguo, di punti interrogativi, di fughe in avanti seminate apposta come tagliole (il voto il prossimo anno!) ci basta. Mentre è solo la guerra che ha raggiunto il suo limite critico e deve essere riprogrammata per riprendere e continuare.
Gli uomini della guerra - Sono già pronti gli uomini che la guideranno. Eppure i nostri libici dovrebbero essere proprio loro, i manifestanti. Non sappiamo da dieci anni capire andando oltre le rughe superficiali. Pagliacci e complici: ecco a cosa son ridotte le arti della occidentale diplomazia, di quando in quando li preghiamo di portare pazienza, preso vi salveremo. Intanto pompate petrolio e non lasciatevi sfuggire i migranti.
Dopo il Colonnello - C'è una storia? Sì c'è, inizia proprio nove anni fa, è eliminato il tiranno ma la democrazia fa l'asilo. Il 7 luglio 2012 i libici corrono ai seggi, per la prima volta. Non sanno che si è deposto il potente per ereditarne il potere. Che si consegnano a gente che fiuta il denaro. Che le milizie sono il veleno che nessuno ha eliminato. Questo è un paese di corrosioni, niente di unanime, si reagisce a spugna assorbendo tutto, un posto approssimativo per ogni cosa, ogni cosa si presenta con gli spigoli lacerati.
Non posso scordare quello che ho visto nove anni fa, la fatica la dedizione il coraggio il sudore. Materiale eccellente per una occasione sciupata. Dei libici volevano uccidermi, dei libici mi hanno salvato. Equazione perfetta, tutto era possibile. Domanda: chi ha stuprato la grande avventura della solidarietà e della ricostruzione? C'è chi si è dato al sacco?
Intanto la Libia mese dopo mese anno dopo anno assomigliava sempre di più al caos primigenio, quello delle nebbie della fabbricazione; solo che ne segue non il principio del principio ma il principio della fine. I numeri di telefono di loschi criminali e capobanda sono finiti sulle riverite agende di ministri e ambasciatori occidentali come interlocutori. Il disordine vissuto dai libici invece assomigliava sempre più a quello che conclude le malattie gravi, già prima della morte, quando l'unità della carne si dissipa e scompare.
L'odissea infinita - Ogni notte (c'è connessione a Internet) nel racconto di amici la odissea dei libici aggiungeva nuovi capitoli, altre stazioni: "Oggi solo un'ora di corrente elettrica, manca l'acqua... riso pasta latte le bombole del gas per i generatori... tutto sta aumentando... funziona solo il mercato nero tutto si paga in dollari e dobbiamo fare file di ore per tentare invano di ritirare il denaro in banca".
I libici: seduti su un mare di petrolio e alla ricerca di una latta di benzina diventata introvabile... contrappasso? Beffa della Storia? Punizione? In una manifestazione a Tripoli, nella piazza dove Gheddafi arringava dal balcone promettendo la terza via verso il paradiso, sfila una donna anziana, piccola, vestita di nero, che sembra uscita da un romanzo di Deledda. Cammina compunta in mezzo a ragazzi scatenati e scandisce con calma, metodicamente una frase, sempre la stessa: "Noi moriamo di fame e voi pagate con i dollari del petrolio i mercenari siriani".
I padroni di Tripoli - Già i siriani e i turchi. I veri padroni di Tripoli. Il grande azzardo di Al Sarraj assediato dal suo rivale, rivolgersi al sultano di Istanbul. Era lì che cercavano aiuto, un tempo, i notabili delle grandi famiglie tripoline per i loro tortuosi maneggi. Le fotografie dei mercenari, lanzichenecchi siriani arruolati tra le bande dei jihadisti che la Turchia ha assunto ad Idlib, che sventolano mazzi di denaro ricevuto come paga dal governo libico ha umiliato i libici. Che ora si chiedono: se arriverà la pace chi avrà la forza di mandarli via? Continueranno a imporre la loro "sicurezza" o passeranno sotto le bandiere degli apostoli del Califfato della Sirte?
Il pericolo della solitudine - Perché non abbiamo imparato dai nostri errori, qui ma anche in Niger o in Somalia o in Siria: aiutare la gente che ha imparato a vivere sulle rive della disgrazia? Non è misericordia, è efficace scelta politica: è sul terreno morale che si avvertono le differenze di posizione, nello schierarsi non a parole con chi ha la sofferenza in sé.
Perché è cammino odioso, pericolosissimo quello della solitudine. I popoli come quello libico attorno a cui per anni la disgrazia la corruzione la guerra fluiscono, proliferano, trasbordano sono naufraghi abbandonati su uno scoglio. Pensavamo di aver scoperto la pietra filosofale per fermare i migranti, convulsa ossessione, affidarli alle milizie libiche, gli scafisti assicurando un guadagno maggiore. E adesso sulle barche salgono proprio i libici, disperati come le loro vittime, e sbarcano sempre più numerosi in Sicilia e in Calabria. A Tripoli gira la propaganda di un numero di telefono: si chiama e si affitta un passaggio.
di Silvia Camisasca
Avvenire, 30 agosto 2020
Il mondo fa i conti con gli scomparsi in Siria, Iraq, Messico, Egitto, Bosnia. Iniziavano con un arresto, nel buio della notte o in pieno giorno, da parte di forze di sicurezza o corpi che agivano per conto dello Stato": Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, descrive la prassi con cui nel Cile di Pinochet, come nell'Argentina di Videla, oppositori, reali e presunti, venivano ridotti al silenzio. Ben presto, però, i generali al potere a Buenos Aires decisero di cambiare strategia. Compresero che i prigionieri non dovevano essere esibiti per non suscitare scomode critiche nell'opinione pubblica internazionale.
Dovevano, al contrario, "sparire", ingoiati nel buco nero della repressione. Fu così che negli anni 70 il mondo conobbe il termine, ma non la sorte, dei "desaparecidos": reportage e biografie documentarono torture e stupri di centinaia di migliaia di persone, grazie alle denunce delle organizzazioni per i diritti umani e alle testimonianze dei parenti in esilio nacquero movimenti di protesta che, a loro volta, sensibilizzarono e mobilitarono l'opinione pubblica.
Poi, con il ripristino di una certa stabilità democratica, la questione desaparecidos è stata archiviata tra le pagine di storia. "È calato il silenzio sul capitolo delle sparizioni forzate, come se il fenomeno si fosse concluso con la fine dei regimi sanguinari dell'America del Sud - commenta ancora Noury - ma la sua adozione, per silenziare le voci critiche e incutere paura alla popolazione, prosegue incontrastata in tante regioni del pianeta: anzi oggi il termine "desaparecidos" non è associato solo a realtà ispanofone, ma indica una violazione dei diritti umani globalmente praticata e, purtroppo, terribilmente efficace".
Così efficace che le Nazioni Unite nel 2010 hanno scelto di dichiarare il 30 agosto Giornata internazionale per le vittime delle sparizioni forzate. Un crimine a cui si accompagna la violazione di una serie di altri diritti internazionalmente riconosciuti e per il quale è impossibile avere giustizia: le infinite ed estenuanti ricerche si svolgono in un clima ostile e intimidatorio per le famiglie e le organizzazioni di supporto, contrastate da una narrativa ufficiale tesa a screditare ogni denuncia.
"Pochissimi sono stati i casi risolti di decine di migliaia del conflitto tra l'esercito dello Sri Lanka e le Tigri tamil, terminato nel 2009, e della campagna di contro-insurrezione del biennio 1989-90 - prosegue Noury - mentre in Iran le autorità continuano, dopo 32 anni dal "massacro delle prigioni", a tacere sulla sorte di migliaia di dissidenti politici e a negare l'esistenza di già identificate fosse comuni".
Circa tremila persone mancano all'appello in Bosnia Erzegovina, presumibilmente assassinate nel genocidio del luglio 1995 a Srebrenica. In Iraq oltre 16mila. Altri 85.000 oppositori politici, attivisti, operatori di pace e dell'informazione, semplici cittadini, insegnanti, medici sono stati inghiottiti dal nulla nei nove anni di guerra in Siria: tra loro anche padre Paolo Dar Oglio.
I desaparecidos, tuttavia, non riguardano solo i Paesi in guerra: come dimostra il Messico con oltre 73.000 scomparsi dal 2007. Un fenomeno conosciuto dal mondo solo 6 anni fa per la sparizione nello Stato di Guerrero di 43 studenti diretti ad una manifestazione: solo di uno di loro furono ritrovati i resti in un sacco della spazzatura. Mentre in Egitto si contano due o tre sparizioni al giorno. Cambia la geografia, il contesto, gli attori. Non la raccapricciante messa in scena.
di Giuseppe Agliastro
La Stampa, 30 agosto 2020
Il presidente ha tolto gli accrediti ai reporter che lavorano per testate estere. Diversi giornalisti sono finiti in carcere e alcuni hanno raccontato i trattamenti disumani riservati ai manifestanti. Aleksandr Lukashenko non vuole giornalisti scomodi fra i piedi. Le proteste in Bielorussia stanno mettendo a dura prova il suo regime e lui vuole che la gente ascolti solo la versione falsata che ne danno i media fedeli al governo.
Per raggiungere il suo scopo, l'"ultimo dittatore d'Europa" ha preso ad annullare gli accrediti dei reporter che lavorano per testate straniere: giornalisti della Bbc, della Deutsche Welle, delle agenzie di stampa Reuters, France-Presse e Associated Press, di Radio Liberty e della tv tedesca Ard sono stati privati del diritto a informare, e i cittadini bielorussi del diritto a essere informati. Alcuni di questi reporter lavoravano infatti in lingua russa e si rivolgevano quindi anche al pubblico bielorusso. Ma Lukashenko non vuole testimoni: per restare al potere ha deciso di dipingere come pericolosi estremisti le persone che a decine di migliaia protestano contro il suo "trionfo bulgaro" alle presidenziali del 9 agosto e non vuole essere contraddetto.
Il regime ha già usato il pugno duro contro i manifestanti pacifici. La polizia ha spesso represso i cortei a colpi di manganello e ha arrestato migliaia di dimostranti. I feriti negli scontri sono stati centinaia e almeno tre persone sono morte. In queste settimane, diversi giornalisti sono finiti in carcere e alcuni hanno raccontato i trattamenti disumani riservati ai manifestanti dietro le sbarre. Ora pare che Lukashenko stia preparando un secondo giro di vite contro la stampa.
Negli ultimi giorni, decine di cronisti sono stati infatti fermati dalla polizia e tre reporter della tv tedesca Ard hanno trascorso una notte al fresco prima di essere rilasciati. Sotto la spada di Damocle ci sono ovviamente anche le testate bielorusse non allineate. Il co-fondatore dei giornali online Kyky.org e The Village Belarus, Aleksandr Vasilievich, è stato arrestato e non si sa quando tornerà in libertà. Secondo l'associazione bielorussa dei giornalisti, inoltre, quattro reporter che si erano rifiutati di cancellare dai loro cellulari alcuni materiali raccolti sono stati portati in un penitenziario e accusati di aver partecipato a una manifestazione non autorizzata.
Non è chiaro quanti siano esattamente i giornalisti privati dell'accredito. La Bbc riferisce di "almeno dieci cronisti locali e diversi russi" che lavorano per testate internazionali. "È un altro segnale che questo regime è assolutamente privo di principi morali", ha commentato Svetlana Tikhanovskaya, la leader dell'opposizione che tanti ritengono la vera vincitrice delle presidenziali e che è stata costretta a emigrare in Lituania dopo il voto.
La nuova stangata di Lukashenko contro la libertà di stampa è stata criticata anche dall'ambasciata americana in Bielorussia e da Paolo Gentiloni: "Quando un governo manda via i giornalisti stranieri c'è da preoccuparsi", ha scritto su Twitter il commissario Ue all'Economia. Nessuna condanna è arrivata invece dalla Russia, che nel timore che Minsk possa uscire dalla sua sfera di influenza si è al momento schierata dalla parte del suo vecchio alleato Lukashenko minacciando addirittura di intervenire con la forza "se necessario". Putin è stato tra i primi a congratularsi con Lukashenko per la controversa rielezione e oggi ha ribadito che il Cremlino considera "valide" le tanto contestate presidenziali di tre settimane fa.
Lukashenko è al potere da 26 anni. Putin da 20, e secondo alcuni osservatori teme come non mai che in Russia si verifichino proteste di massa come quelle di Minsk. Tra emergenza coronavirus e problemi economici, il leader del Cremlino ha toccato il suo minimo storico di popolarità, 60%. Non è un dato bassissimo, ma è ben lontano dal 90% sfiorato sei anni fa, dopo l'annessione della Crimea.
Il momento è delicato, al punto che c'è chi sospetta che il presunto avvelenamento di Aleksey Navalny, il trascinatore delle più importanti proteste anti-Putin degli ultimi anni, non sia avvenuto adesso per caso. A settembre si svolgono le elezioni locali in diverse regioni del Paese e ora in Russia le manifestazioni antigovernative non sono più circoscritte a Mosca e San Pietroburgo.
Da oltre un mese e mezzo a Khabarovsk, nell'estremo oriente russo, migliaia di persone scendono in strada scandendo slogan contro Putin per contestare l'arresto di Sergey Furgal: l'ormai ex governatore regionale accusato di aver ordinato l'omicidio di alcuni imprenditori 15 anni fa, ma secondo i suoi sostenitori vittima di un complotto politico. A Khabarovsk però adesso si protesta anche contro il sospetto avvelenamento di Navalny, forse avvenuto con una tazza di tè che il dissidente ha bevuto in un aeroporto siberiano. "Putin, beviti un tè", urlavano ieri i manifestanti in coro. Non un bel segnale per il presidente russo.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 29 agosto 2020
La riforma delle intercettazioni telefoniche parte in salita. Sono ancora tante le criticità da risolvere a meno di una settimana dall'avvio delle nuove regole. Dopo l'articolo di ieri sul Dubbio con cui venivano illustrate le principali modifiche che entreranno in vigore dal prossimo primo settembre, è esplosa la polemica fra i pm. La riforma, come è stato ricordato, ha avuto un iter alquanto complesso. Il provvedimento originario, voluto dall'allora ministro della Giustizia Andrea Orlando (Pd), risale a maggio del 2017.
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 29 agosto 2020
Sistematica attività di delegittimazione della battaglia contro la criminalità organizzata e metodica contestazione della magistratura impegnata a condurla. Incessante azione di turbativa presso le forze politiche, il sistema dell'informazione e i corpi sociali, tesa a demotivarne lo spirito legalitario e anti-mafioso e a pervertirlo nel pregiudizio di un garantismo pretestuoso.
di Gian Domenico Caiazza
Il Riformista, 29 agosto 2020
La Cassazione ha demolito molte accuse a suo carico: né rivelazione di segreto né abusi d'ufficio. Ma il legale resta in cella: è lo scalpo di chi considera il magistero difensivo come un intralcio ai pm. Pittelli è stato arrestato per reati asseritamente commessi in ragione dell'esercizio del suo magistero difensivo. Difendendo soggetti accusati di appartenere a cosche, egli avrebbe finito per concorrere nei reati dei propri stessi assistiti.
di Domenico Turano
ladiscussione.com, 29 agosto 2020
È la prima Sezione Penale della Suprema Corte di Cassazione che, con ordinanza n.18518 del 3-18 giugno scorso (2020), ha chiesto, in sostanza, alla Corte Costituzionale, di cancellare dal nostro ordinamento il "fine pena mai", a cui è sottoposto, di fatto, il detenuto, con ergastolo ostativo, in palese contrasto con fondamentali principi sanciti nella nostra Carta Costituzionale.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 29 agosto 2020
Politici, a qualcuno interessa? In Campania, secondo dati aggiornati a ieri, ci sono 6.419 detenuti reclusi tra le 15 carceri sparse sul territorio regionale a fronte di una capienza di 6.050 persone. Il picco è a Poggioreale, arrivato a 2.024 detenuti. Il che vuol dire oltre 200 nuovi ingressi negli ultimi quattro mesi.
sardiniapost.it, 29 agosto 2020
La Procura apre un'indagine. Un marocchino di 24 anni è stato trovato morto questa mattina a Sassari, nella sua cella del carcere di Bancali. Sulla sua morte indaga il sostituto procuratore, Beatrice Giovannetti. Il giovane era rientrato ieri dalla colona penale di Isili dove aveva trascorso un periodo di prova di una decina di giorni, e si trovava in una cella del reparto Covid, da solo, dove avrebbe dovuto trascorre i 14 giorni di quarantena così come previsto dalle procedure per il contenimento dei contagi da coronavirus.
Questa mattina gli agenti della Polizia penitenziaria lo hanno trovato privo di vita. Sul suo corpo non sono stati rilevati segni di autolesionismo o contusioni di alcun genere. Saranno le indagini della Procura a chiarire i motivi del decesso.
"La notizia della morte di un detenuto è sempre una notizia triste", commenta il Garante dei diritti dei detenuti, Antonello Unida. "Ma quando a morire è un ragazzo così giovane siamo davvero di fronte a una tragedia. Avevo parlato con lui ieri, al suo rientro a Bancali. Era un po' deluso per non essere potuto rimanere nella colonia penale di Isili, ma per il resto sembrava abbastanza tranquillo. Stamattina quando sono arrivato al carcere per il mio lavoro è stato il direttore a darmi la brutta notizia. La polizia penitenziaria si è attivata subito con la consueta delicatezza e professionalità e ora si sta contattando la famiglia tramite l'ambasciata del suo Paese".
- Campania. "Chiudiamo le carceri, senza rieducazione non servono"
- Napoli. Spazi all'aperto e librerie, parte da Poggioreale il restyling delle carceri
- Napoli. Giustizia devastata, senza personale i tribunali non possono funzionare
- Reggio Calabria. Il caso Morabito riemerge nell'inchiesta sulla ex direttrice
- Roma. Ex detenuto trovato morto in una fontana di Villa Pamphili










