di Viviana Lanza
Il Riformista, 27 agosto 2020
Parla Luca Zevi, esperto di architettura penitenziaria: via i muri perimetrali, celle trasformate in monolocali. Così le prigioni diventeranno luoghi di risocializzazione. Non sprechiamo il lavoro avviato negli anni Sessanta.
Un carcere senza muri perimetrali, con celle trasformate in una sorta dì monolocali dove vivere al massimo in due e la forma di un isolato urbano come se ne trovano tanti nelle nostre città. Così è stato pensato il nuovo carcere di Nola (se ne parla da anni ma il progetto è ancora su carta), così dovrebbero essere tutte le carceri.
di Vincenzo M. Siniscalchi
Il Mattino, 27 agosto 2020
Tra le novità legislative che si annunziano per il prossimo autunno val la pena di prestare attenzione al testo che va sotto il nome del ministro di Giustizia Bonafede dedicato alle modifiche dell'ordinamento giudiziario ed in gran parte alla riforma del Csm.Si potrebbe pensare, nell'attuale conclamata situazione di sfascio della Giustizia in Italia, che in questa inarrestabile crisi di funzionamento della istituzione giudiziaria la cosiddetta "riforma Bonafede" poteva ritenersi destinata ad aprire la via per incentivare i finanziamenti necessari a contenere, quanto meno, il regresso del funzionamento del processo "giusto e celere" sempre più insabbiato in tempi irragionevoli. Nulla! Sembra che l'unica urgenza debba ritenersi un nuovo metodo elettorale.
di Valter Vecellio
Italia Oggi, 27 agosto 2020
L'Ue ha posto come condizione per l'erogazione dei fondi anche la riforma della giustizia. Si legge (e si ascolta) sempre con piacere il professore Sabino Cassese, giudice emerito della Corte Costituzionale, anche quando non si è d'accordo con quello che dice e scrive. Ha un fare accattivante, un eloquio pacato e ragionante; uno stile di scrittura che invoglia alla lettura. Doti, di questi tempi, rare.
Il Fatto Quotidiano, 27 agosto 2020
Ieri la procura di Perugia ha chiesto il rinvio a giudizio per l'ex presidente dell'Anm, l'imprenditore Centofanti, l'amica del magistrato Adele Attisani e Giancarlo Manfredonia. Nei mesi scorsi le intercettazioni emerse dall'inchiesta hanno travolto il mondo della giustizia italiano, spingendo Bonafede a varare la riforma del Csm.
Il guardasigilli Alfonso Bonafede ha attivato una serie di verifiche interne al ministero per accertare se sussistono i margini per costituirsi parte civile nei confronti di Luca Palamara. L'ex presidente dall'Anm è accusato di corruzione dalla procura di Perugia e i magistrati ieri ne hanno chiesto il rinvio a giudizio. Qualora gli accertamenti diano esito positivo, si apprende da fonti ministeriali, il numero uno di via Arenula ha manifestato l'intenzione di procedere senza indugio, dal momento che ritiene il suo ministero "persona offesa" nell'eventuale processo a carico del magistrato (ora sospeso dalle funzioni).
Palamara è accusato di avere ricevuto il pagamento di diversi soggiorni e viaggi in Italia e all'estero dall'imprenditore Fabrizio Centofanti, al quale avrebbe in cambio messo a disposizione le sue funzioni di magistrato. La procura di Perugia, guidata da Raffaele Cantone, ha chiesto il rinvio a giudizio anche per Centofanti, l'amica del magistrato Adele Attisani e Giancarlo Manfredonia, titolare di un'agenzia di viaggi. Un'inchiesta che, dopo la pubblicazione di diverse intercettazioni ascoltate dal trojan inoculato nel cellulare di Palamara, ha terremotato il Consiglio superiore della magistratura, portando alle dimissioni di diversi consiglieri.
Uno degli incontri documentati dagli inquirenti risale al 9 maggio 2019 ed è avvenuto all'hotel Champagne di Roma. È qui che si sono ritrovati l'ex presidente dell'Anm, cinque magistrati e diversi politici (tra cui l'ex ministro Luca Lotti e il deputato Cosimo Ferri) per parlare di nomine ai vertici degli uffici giudiziari, compresa quella a capo della procura capitolina. La vicenda è ora al centro di un procedimento disciplinare a Palazzo dei Marescialli, aperto a luglio e subito rinviato a dopo l'estate. Ma gli strascichi hanno travolto anche il mondo della politica, spingendo il governo a riformare radicalmente il Csm.
Il Dubbio, 27 agosto 2020
Ispezione a sorpresa di Vittorio Sgarbi nel carcere di massima sicurezza di Nuoro, dove ha incontrato l'ex senatore Giancarlo Pittelli in galera da 9 mesi. Ispezione a sorpresa del deputato Vittorio Sgarbi, ieri pomeriggio, nel carcere di massima sicurezza di Badu 'e Carros, a Nuoro, dove ha incontrato l'ex senatore Giancarlo Pittelli, avvocato di 68 anni arrestato con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa il 19 dicembre scorso nell'ambito dell'inchiesta della Procura di Catanzaro denominata "Scott Rinascita", e attualmente detenuto in regime di isolamento.
"La carcerazione di Pittelli - spiega Sgarbi - viola la Costituzione e lo stato di diritto perché viene tenuto in carcere senza che sia stato mai interrogato e senza che sia stato celebrato un processo. Nei suoi confronti accuse fumose, frutto di ipotesi senza prove, in spregio a ogni principio di civiltà giuridica". Nel mirino del deputato il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, titolare di un'inchiesta che, denuncia Sgarbi "nota per l'inconsistenza dei capi d'accusa e abuso della carcerazione preventiva.
Per questa ragione - annuncia - ho deciso di presentare un esposto al Csm, per abuso di potere e violazione dei diritti umani, contro Gratteri e le sue indagini costruite su teoremi accusatori caratterizzati notoriamente da superficialità. È lungo l'elenco di persone atte arrestare da Gratteri e poi scagionate o assolte". Le condizioni dell'ex parlamentare vengono definite dal deputato "preoccupanti". "È visibilmente gonfio - riferisce - in uno stato di forte depressione, psicologicamente provato: condizioni di salute oggettivamente incompatibili con la detenzione".
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 27 agosto 2020
Il legale Roberto Lassini ha tentato invano per due giorni di incontrare il suo neoassistito Francesco Stilo, indagato, che sta rischiando la vita in cella. È in atto una vera sospensione del diritto di difesa. Per due giorni di seguito l'avvocato Roberto Lassini ha tentato di incontrare il suo neo-assistito Francesco Stilo, indagato nella maxi-inchiesta calabrese detta Rinascita-Scott, nel carcere di Opera.
Niente da fare, il legale milanese dovrà accontentarsi di una fotografia, se vorrà conoscere la persona che dovrà difendere nel processo. Ammesso che processo mai ci sarà, per lui, visto che sta rischiando la vita. La direzione dell'istituto di pena ha alzato un muro davanti alla richiesta di incontro da parte del legale, prima dicendo che l'avvocato Stilo (che è in carcere da otto mesi) era a colloquio con lo psichiatra, poi che era in isolamento in quanto il suo compagno di cella era risultato positivo al test sul Covid-19, infine che comunque era in corso il suo trasferimento a Bologna. Sospensione del diritto di difesa è dire poco.
Anche lo psichiatra nominato dal gip come consulente di parte aveva trovato ostacoli all'ingresso del carcere. Era addirittura risultato, dal cervellone della polizia, una sorta di suo precedente per "falso" (inesistente), tanto che il luminare aveva deciso di querelare la pm che si era permessa di addurre a una propria "benevolenza" il fatto che alla fine gli fosse stato consentito di incontrare e di esaminare il proprio paziente.
Ora qualcuno deve spiegare all'opinione pubblica, prima ancora che all'avvocato Stilo, ai suoi familiari e ai suoi difensori, se lo Stato (nelle vesti del procuratore Gratteri o di qualche suo sostituto o di qualche gip) ha deciso di condannare a morte un cittadino innocente secondo la Costituzione, incarcerato e in attesa di giudizio da otto mesi. Un quadro clinico devastante, prima di tutto: un ematoma all'aorta toracica, gravi patologie cardiache, due tentativi di suicidio, attacchi continui di panico e di claustrofobia su un uomo di 47 anni che pesa 147 chili, con tutto quello che ne consegue.
E ora, mentre in tutta Italia è in corso un nuovo allarme per il "risveglio" del Coronavirus, e una delle nuove persone colpite è stato giorno e notte a contatto con il compagno di cella già gravemente malato, non c'è uno straccio di magistrato che abbia la sensibilità e il coraggio di porsi il problema, per lo meno, della custodia cautelare al domicilio dell'avvocato Francesco Stilo. A Milano nel mese di marzo alcuni giudici lo avevano fatto, di propria iniziativa e senza aspettare le decisioni del governo, proprio nei confronti di detenuti in custodia cautelare. Ma ci vogliono appunto sensibilità e coraggio.
E invece che cosa fanno i magistrati calabresi (o gli uomini del Dap, non sappiamo)? Decidono di mandare il malato a Bologna, dove nel carcere Dozza già in aprile c'erano stati un morto e diversi contagiati tra i detenuti, e dove proprio in questi giorni è stata segnalata la presenza di un detenuto positivo al tampone anticovid. E dove il segretario generale del sindacato degli agenti penitenziari Aldo Di Giacomo si è già dichiarato molto preoccupato "per un eventuale propagarsi del virus in considerazione dell'imminente riapertura dei processi e delle relative traduzioni, ma soprattutto dai colloqui con i familiari". Il luogo ideale dove mandare una persona già affetta da gravissime patologie.
Questo dello spostamento da un carcere all'altro pare quasi un gioco delle tre carte. Prima mandano Francesco Stilo a Voghera (tra l'altro uno degli istituti dove con maggior virulenza si svilupperà il Covid-19), poi, non appena i suoi legali cominciano ad avanzare richieste di detenzione domiciliare, il detenuto viene spostato a Opera, al centro clinico con la giustificazione della possibilità di maggiore attenzione alla sua salute.
Tralasciando il fatto che proprio lì il malato da curare ha trovato un topo sotto il materasso (fatto su cui attendiamo una smentita dalla direzione del carcere), resta oggi il problema della possibilità di contagio da covid-19. Che per Stilo potrebbe essere fatale. Quindi che si fa? Si prendono i 147 chili d'uomo e li si spedisce a Bologna?
C'è un documento, l'ordinanza con cui il Gup di Catanzaro Paola Ciriaco il 22 scorso ha rigettato la richiesta di misura cautelare alternativa al carcere, che è significativo anche per quello che viene detto tra le righe.
Non viene nascosta la gravità delle condizioni di salute di Francesco Stilo, tanto che le diverse patologie vengono puntigliosamente elencate, ma si cita all'improvviso, e prima che si avesse notizia del compagno di cella positivo al tampone, il "rischio di contagio da covid-19". Preveggenza del gip o consapevolezza della gravità di una situazione che ai difensori doveva esser tenuta nascosta? E ancora si parla di "rischio epidemiologico", sostenendo che "lo Stilo è stato trasferito presso altro istituto penitenziario (Bologna)", così non potrà più lamentarsi di esser stato collocato in un luogo inidoneo per le sue condizioni di salute.
Ma non è vero: né il 22 né nei giorni seguenti, cioè fino all'ultimo tentativo di incontrarlo da parte di uno dei suoi legali, cioè il giorno 25, c'era stato alcun trasferimento. E speriamo che non sia accaduto ieri, visto il rischio denunciato dallo stesso sindacato degli agenti di polizia penitenziaria su Bologna. Non ci sono alternative. Le leggi, i decreti e le circolari, dal famoso "Salva vita" in poi, e anche la normativa precedente e non emergenziale, ci sono e dicono che Francesco Stilo non può stare in carcere.
di Andrea Alberto Moramarco
Il Sole 24 Ore, 27 agosto 2020
Commette il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni il conduttore che, dopo lo sfratto e prima del rilascio dei locali, elimina le migliorie apportate all'immobile nel corso del rapporto di locazione, letteralmente asportando i beni che ritiene di sua proprietà, anziché rivolgersi al giudice civile per esercitare il suo preteso diritto. Questo è quanto emerge dalla sentenza n. 636/2019 del Tribunale di Campobasso.
I fatti - La vicenda si inserisce nel contesto di un rapporto di locazione di un immobile commerciale, conclusosi con il rilascio del bene da parte del conduttore dopo la convalida dello sfratto per morosità. Al momento del rilascio dei locali, il proprietario prendeva atto di evidenti danni presenti nell'immobile. Il conduttore, infatti, ritenendo di esserne proprietario, aveva asportato le porte dei bagni e i sanitari che egli stesso aveva provveduto a installare, scollegando le relative tubazioni, di fatto rendendo l'immobile inservibile e provocando danni da allagamento. Di qui la vicenda passava in mano ai legali che cercavano di trovare una soluzione in relazione al risarcimento dei pregiudizi arrecati alla struttura. Il conduttore, tuttavia, rimaneva fermo nella sua convinzione, sostenendo di aver lasciato l'immobile nelle stesse condizione in cui lo aveva trovato al momento iniziale del rapporto di locazione.
La decisione - A questo punto la questione da civile diventava penale, in seguito alla querela sporta dal proprietario dell'immobile. L'accusa per il conduttore era quella di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, reato di cui all'articolo 392 cod. pen. In sostanza, costui anziché usare violenza sulle cose, asportando porte e sanitari, avrebbe dovuto rivolgersi al giudice al fine di esercitare il suo preteso diritto. Per il Tribunale tale accusa è fondata e trova riscontro nei verbali delle sommarie informazioni testimoniali e nel contratto stesso, che prevedeva la possibilità di apportare migliorie a fronte di una riduzione del canone.
Quanto al reato commesso, il giudice ricorda come tale particolare delitto si configura quando "il soggetto agente ponga in essere una condotta diretta a realizzare direttamente il preteso diritto per il cui riconoscimento avrebbe potuto ricorrere al giudice, con lesione, quindi, del bene-interesse dello Stato ad impedire che la privata violenza si sostituisca all'esercizio della funzione giurisdizionale in occasione dell'insorgenza di una controversia tra privati".
L'imputato, quindi, avrebbe dovuto rivolgersi all'autorità giudiziaria per ogni eventuale pretesa circa le migliorie apportate all'immobile e giammai esercitare violenza "mediante l'avulsione materiale delle porte e dei sanitari". Nella fattispecie, nota il Tribunale, è evidente che l'azione dell'imputato è stata una reazione allo sfratto subito. Ciò però, oltre al risarcimento dei danni arrecati all'immobile, costa anche una condanna penale.
di Carmelo Musumeci
agoravox.it, 27 agosto 2020
"Per me è sempre stato un mistero perché gli uomini si sentano onorati quando impongono delle umiliazioni a propri simili." (Mahatma Gandhi)
Ho sempre pensato che la gente non sia cattiva, ma che non sappia cosa accada nell'inferno delle nostre "Patrie Galere" o come funzioni la giustizia in Italia. Questo spiega perché molti fanno spesso queste affermazioni: "Devono marcire in carcere"; Buttate via la chiave"; "Occhio per occhio, dente per dente", (in questo modo si rischia di diventare ciechi e senza denti); "E alle vittime dei reati chi ci pensa?"; "Se l'è cercata"; "Ci dovevano pensare prima" ecc... Con queste convinzioni molte persone dormono sonni tranquilli e beati, fin quando in carcere magari ci finiscono loro, o qualche loro parente. Io invece penso che sia importante che le persone sappiano e s'interessino di quello che accade e come funzionano i loro ospedali, le loro scuole e i loro carceri, anche per sapere come vengono spesi i loro soldi. Si sa, i dati ufficiali lo confermano, che le nostre "Patrie Galere" producono il 70% di delinquenza e recidiva, ma nessuno interviene, per chiudere le carceri che non funzionano o per migliorarle. Se questo accadesse per un ospedale o per una scuola, di sicuro qualcuno farebbe qualcosa, invece molte persone sembrano quasi contente che il carcere sia solo un luogo di sofferenza. Non si rendono conto però che molti prigionieri prima o poi usciranno e usciranno più cattivi di quando sono entrati.
In passato hanno provato in tutti i modi a sconfiggere la criminalità: con la tortura, con la pena di morte, con la ghigliottina, ma nessuna di queste cose ha mai funzionato, perché la sofferenza non è mai un deterrente. Il male produce altro male, dovremmo almeno imparare dalla storia. Penso, o mi piace pensare, che i morti perdonino, sono piuttosto i vivi che chiedono giustizia ma in realtà vogliono vendetta. E che vendetta sia, se fa bene ai vivi e ai morti.
Ecco una testimonianza di chi ha subito la mafia della giustizia vendicativa: "Ciao Carmelo, ho letto il tuo ultimo post. Ad aprile dell'anno scorso è morto mio nonno, ergastolano in attesa di sentenza di secondo grado, vittima di un processo senza fondamenta. È morto a due settimane dalla concessione dei domiciliari e dopo un anno di sofferenze atroci a causa di un cancro non curato nelle mura carcerarie. Dopo oltre 8 mesi di dolore e malattia in cui non ha ricevuto cure e in cui non è stato preso sul serio il suo malessere, gli è stato amputato il pene e diagnosticato un tumore in fase terminale.
Neanche a quel punto lo hanno lasciato tornare dalla sua famiglia e dai suoi cari, sono passati altri due mesi prima di poterlo riavere con noi ma non era più lui: un fantasma, depresso, stremato, magrissimo (lui che per tutta la vita è stato obeso), incapace di comunicare e di capire. È morto due settimane dopo il ricovero in ospedale, reparto malati terminali.
Non c'era ormai più nulla da fare. Ed è proprio questo nulla da fare, questa impotenza di fronte ad un sistema carcerario e giudiziario disumano, che da mesi attanaglia me e la mia famiglia, che continua a tenerci prigionieri di sentimenti di rabbia e di dolore che non possono, e credo non debbano, essere cancellati prima di avere giustizia. Ti scrivo questo perché vorrei ringraziarti per quello che scrivi, per le informazioni che diffondi e per gli ideali che cerchi di portare avanti. La tua (ma anche la nostra in piccolo) è una battaglia di umanità, la grande assente di un sistema carcerario che non rieduca, ma che sicuramente uccide, incattivisce, non rispetta la dignità delle persone, che punisce, priva di libertà e affetti".
di Lucio Boldrin*
Avvenire, 27 agosto 2020
"Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? (....) Io (Dio) invece non ti dimenticherò mai" (Isaia 49,14-16). Così la Bibbia sottolinea la misericordia di Dio. Un passo che prima m'interrogava, perché talvolta purtroppo leggiamo di mamme incapaci di amare i propri figli.
Ma in carcere il mio pensiero sta cambiando: qui i genitori, e in particolare le madri, non abbandonano mai i figli. Lo noto ogni giorno. Anche per certi casi in cui, ai primi contatti, mi sentivo rispondere: "Non voglio più sentire parlare di mio figlio!"; "Basta, ci ha distrutto la casa e la famiglia, non abbiamo più nulla, ci ha fatto troppo soffrire"; "Stiamo ancora pagando i danni che ha provocato". Con il passare dei mesi, nella maggior parte dei casi, le domande diventano: "Come sta mio figlio? Ha bisogno di qualcosa? Gli faccia sapere che lo amiamo".
Padri feriti che soffrono in silenzio. Madri che piangono e si sfogano col sacerdote. Mamme che si prodigano per far avere i soldi ai figli privandosi di qualcosa, o preparano il pacco settimanale con i vestiti e il cibo che sanno più graditi al figlio. Vorrei abbracciare tutti questi genitori dicendo loro: non lasciatevi schiacciare dai sensi di colpa. Siete mamme e papà che amano i propri figli. Non ci sono genitori perfetti e - come si dice a Roma - "nessuno è nato imparato".
Si può sbagliare anche per amore. Li avete amati anche quando vi hanno portato allo stremo, magari siete stati costretti a denunciarli per il loro bene, sperando che comprendessero e potessero cambiare. Ai detenuti che leggeranno questo articolo dico che, sì, i genitori possono sbagliare, ma ricordate: tranne pochissimi casi, sono le persone che non si gireranno mai dall'altra parte. Quelli che più di ogni altro vi attendono e vi accoglieranno con un abbraccio sincero e gli occhi lucidi quando uscirete, con la speranza di ricominciare una nuova vita con voi.
Dimentichi del passato, protesi verso un futuro migliore. Cari fratelli detenuti, non sprecate questi mesi, anni di detenzione. Prendete, seriamente, in mano la vostra vita. Non ci sono scorciatoie o droghe, rapine o violenze che possano darvi una vita migliore; anzi, vi porteranno a essere prigionieri anche fuori. Sempre in fuga. Sento tanti buoni propositi di cambiamento.
Alcuni sinceri, lo si nota dal comportamento, dallo sguardo, dal pentimento sincero. Per altri mi rimangono i dubbi. I cambiamenti non nascono dalle promesse. Occorre, da adulti, cambiare il cuore e la testa... altrimenti tutto sarà come prima e rischierete di tornare a vivere in quella "non libertà" che c'è dietro le sbarre.
*Cappellano Casa circondariale maschile "Nuovo Complesso" di Rebibbia, Roma
di Piero Sansonetti e Aldo Torchiaro
Il Riformista, 27 agosto 2020
La linea dura del Dap guidato da Petralia viene salutata dal plauso della polizia penitenziaria. Le accuse? "Ha violato le circolari, ha permesso l'ora d'aria a prigionieri che dovevano stare in cella". Hanno arrestato l'ex direttrice del carcere di Reggio Calabria Maria Carmela Longo. Che attualmente è direttrice del femminile a Rebibbia. L'accusano del solito reato che non c'è: "concorso esterno in associazione mafiosa".
È un reato che in genere gli inquirenti pescano dal cappello quando sono cocciutamente decisi ad arrestare una persona ma non trovano le prove di nessun reato specifico. Associazione esterna è un reato, non previsto nel codice penale e quindi in evidente contrasto coi principi fondamentali del diritto, che non richiede prove proprio per la sua genericità. Non sei accusato di esserti associato per commettere un delitto, il reato di associazione non ha bisogno del cosiddetto "reato-fine" (omicidio, furto, truffa...). Basta l'associazione.
E questo già semplifica le cose per gli inquirenti. Ma in realtà non sei accusato neanche di esserti associato, perché comunque sei accusato solo di concorso in associazione, non di partecipazione. Cioè, tu non ne facevi parte, di quell'associazione. E poi nemmeno va provato il concorso in associazione, perché il concorso è esterno, quindi tu non eri nel concorso, eri fuori, non c'entravi proprio niente. Però... Però? Però ho deciso di metterti in prigione comunque. Punto.
C'è chi per anni ha cercato nella giurisprudenza di tutti gli altri paesi del mondo un simile abominio giuridico: niente, nessuna traccia. In questo caso le accuse alla dottoressa Longo sono chiarissime, e squisitamente politiche: è accusata di avere gestito il carcere che dirigeva con criteri eccessivamente umanitari e rispettosi della Costituzione e della ricerca della rieducazione del prigioniero. E questo sebbene fosse in presenza di persone condannate per mafia. L'idea è che non solo il mafioso, o il sospetto mafioso, non debba godere di nessun diritto umano o costituzionale, ma che chi invece tende a riconoscergli quei diritti sia un autentico gaglioffo.
Ieri ho letto sul Corriere della Sera online frasi stupefacenti, nell'articolo che riferiva delle accuse dei Pm alla Longo. Pare che addirittura la Longo desse ai detenuti pasti abbondanti e facilitasse alcuni benefici come l'ora d'aria e la circolazione nei corridoi. Non scherzo: c'è scritto così. Scandalo, scandalo, scandalo. Dove è finita la Santa Cajenna?
Comparirà oggi davanti ai magistrati per l'interrogatorio di garanzia l'ex direttrice del carcere di Reggio Calabria, Maria Carmela Longo, arrestata con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo la Dda reggina - diretta da Giovanni Bombardieri - l'ex direttrice della casa circondariale avrebbe messo in atto "una sistematica violazione delle norme dell'ordinamento penitenziario e delle circolari del Dap", concorrendo - si legge nell'ordinanza firmata dal Gip Domenico Armaleo - "al mantenimento ed al rafforzamento delle associazioni a delinquere di tipo 'ndranghetistico" e avallando "le richieste dei detenuti ristretti presso la casa circondariale Panzera".
Nella stessa inchiesta, indagati per aver favorito alcuni detenuti ristretti nel circuito di Alta Sicurezza, sono coinvolti anche i sovrintendenti della Polizia penitenziaria Massimo e Fabio Musarella. Sotto indagine, infine, anche un medico dell'Asp, Antonio Pollio, e una detenuta, ai quali si contesta un certificato medico firmato dal dottore al solo scopo di permettere alla stessa detenuta, testimone in un processo, di evitare l'udienza.
La "linea dura" suggerita tra le righe sin dalle prime circolari del Dap si traduce nel clima che ispira provvedimenti esemplari. "Colpirne uno per educarne cento". E qui si colpisce duro, la Longo è una caposcuola del carcere rieducativo e ha una carriera importante: da un anno è alla guida della sezione femminile della casa circondariale di Rebibbia dopo aver diretto per quindici anni - senza mai una nota di demerito - le carceri reggine di Panzèra ed aver guidato la casa circondariale-modello di Arghillà, tirata su in due anni con squadre di detenuti che sotto la sua gestione si sono perfino occupati di finalizzare una parte dei lavori.
Sono numerosissime le interviste che l'hanno vista protagonista, come fautrice di una interpretazione più umana della convivenza carceraria. Anche Diego Bianchi, con la popolarissima Propaganda Live, La7, ne aveva fatto un punto di riferimento per raccontare con le sue parole il pianeta carcere. Un esempio? "Il mio primo impegno - gli diceva Maria Carmela Longo - è stato quello di ristrutturare l'istituto penitenziario di Reggio dotando tutte le camere di pernottamento di servizi igienici e doccia in cella. Una vera conquista visto che quasi tutti gli istituti penitenziari in Italia hanno le docce in comune".
Il semplice tentativo di rendere appena più dignitosa la vita dei detenuti le è valso negli anni più di qualche frecciata. "Il carcere di Reggio Calabria è diventato un hotel a cinque stelle", hanno iniziato a dire i detrattori. E fa riflettere l'intervento muscolare del sindacato della Polizia Penitenziaria, Uilpa PP, che ieri si è affrettata a schierarsi con un irrituale comunicato stampa a sostegno della Procura: "Ci sentiamo di rivolgere il nostro plauso al Nucleo Investigativo Centrale del Corpo di polizia penitenziaria che sta dando un fondamentale contributo alle indagini, così come ci sembra di scorgere nei nuovi vertici del Dap e, in particolare, nel suo Capo Petralia, una nuova e più proficua determinazione".
Petralia per dirla tutta aveva tanta determinazione anche per andare a guidare la Procura di Torino, prima che le intercettazioni del suo nome fatto da Palamara gli suggerissero di ritirarsi. Ma quella è un'altra storia. E per tornare a Reggio Calabria bisogna sentire l'avvocato Giampaolo Catanzariti, Osservatorio carceri dell'Unione Camere Penali. Con lui analizziamo le accuse.
"Noi come avvocati la abbiamo vissuta come figura dalle alte capacità manageriali, mai ci è sembrata minimamente accondiscendente. Anzi, a noi è parsa sapersi distinguere per capacità di gestione, per competenza tecnica, per il carattere forte, per la capacità di imporsi, regolamento sempre in mano". Ma ci sono le accuse: avrebbe ritardato ad arte qualche provvedimento di trasferimento; avrebbe favorito qualche famiglia, avvicinando gli appartenenti delle 'ndrine in cella; avrebbe mandato a fare l'ora d'aria in cortile detenuti che forse era meglio tenere separati.
"A me sembra allucinante che si vada a spaccare il capello sui temi della collocazione nelle celle, di chi si possa o non si possa incrociare in corridoio o sfiorare in cortile. È incredibile non tenere conto della particolare composizione del carcere di Reggio, che ha una densità di detenuti 'ad alta sicurezza' record in Italia", dettaglia Catanzariti. La tacciano di cedevolezza, di aver avuto la manica larga nelle concessioni.
"Io credo che da parte della Procura, qualcuno avesse da anni la sensazione che la criminalità tutto sommato si trovasse meno male che altrove, non per complicità ma perché non c'era quel dente avvelenato di cui qualcuno pensa si debba essere dotati". E ci racconta un episodio. "Anni fa ebbi il via libera dal pm per un colloquio straordinario in carcere con un assistito. Il comandante della polizia penitenziaria me lo nega. Ne nasce un diverbio, arriva la direttrice Longo. Mi ascolta, valuta e dà ragione al comandante. Colloquio negato. Altroché manica larga, è stata sempre attenta ai regolamenti e di nessuna condiscendenza".
L'ordinanza di arresto usa toni diversi. "Longo - dicono gli atti - è scesa a patti con detenuti del calibro di Michele Crudo, ritenuto affiliato alla cosca Tegano, e con molti altri aderenti alla 'ndrangheta del mandamento reggino. Ha lasciato loro il potere di assumere le decisioni nei settori chiave della vita penitenziaria agevolandoli in molteplici occasioni con permessi e mancate traduzioni pur di non avere problemi e senza curarsi di violare con costanza e sistematicità le normative dell'ordinamento penitenziario".
Sulla direttrice Longo ha fatto affidamento nel tempo Rita Bernardini, che con le sue visite di sindacato ispettivo è stata a Reggio Calabria e a Rebibbia molte volte. "Dubito molto delle accuse che le sono rivolte. Il problema in Calabria è che è esclusa qualsiasi rieducazione e percorso riabilitativo per coloro che sono in alta sicurezza. Se un direttore si muove nella direzione prevista da ciò che è costituzionalmente normato rischia l'accusa di connivenza", dichiara la dirigente radicale al Riformista. Poi ironizza: "Per coloro che sono accusati e/o condannati per 416-bis l'unica strada è il "pentimento"; altrimenti, la morte civile disumana e degradante diviene la condizione di lunghi anni di custodia cautelare e poi condanna".
Maria Carmela Longo si è formata come dirigente penitenziaria alla scuola di Paolino Quattrone, suo predecessore a Reggio Calabria: un uomo che aveva lavorato per anni proprio sul fronte del carcere dal volto umano. Mutatis mutandis, fu anch'egli indagato, nel 2010, finito il mandato. Non venne mai condannato, però. Tradito dalla giustizia nella quale aveva sempre creduto, Quattrone si lasciò vincere e si sparò un colpo di pistola.
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