noitv.it, 26 agosto 2020
La madre Cira Antignano dichiara di non arrendersi ancora e di essere disponibile a tornare in Francia, unitamente all'avvocato Lasagna, per parlare con gli inquirenti francesi, sull'esito dell'eventuale inchiesta che coinvolgerebbe l'ospedale di Grasse. Ieri 25 agosto sono dieci anni dalla morte del giovane viareggino Daniele Franceschi avvenuta a 36 anni nel carcere francese di Grasse.
La tenacia di mamma Cira assistita dall'avvocato Aldo Lasagna ha permesso dopo avere fatto pressione sia sulle autorità francesi, che italiane che alla fine la Giustizia francese emanasse un verdetto, poi modificato in secondo grado, che ha inchiodato alle proprie responsabilità solo una persona (un medico) e assolvendo due infermiere e in qualche modo non ritenendo nessuna responsabilità nel personale del carcere che avrebbe dovuto tutelare il ragazzo, detenuto per avere utilizzato una carta di credito ritenuta non buona nel febbraio 2010.
Cira Antignano dichiara di non arrendersi ancora e di essere disponibile a tornare in Francia, unitamente all'avvocato Lasagna, per parlare con gli inquirenti francesi, sull'esito dell'eventuale inchiesta che coinvolgerebbe l'ospedale di Grasse, dopo l'invio alla famiglia di una lettera anonima, che ipotizzava un macabro espianto sugli organi del figlio ed in attesa di una risposta dal Ministro degli Esteri italiano, direttamente in aula, dopo la proposizione dell'interrogazione Parlamentare da parte del senatore Gianluca Ferrara del Movimento Cinque Stelle sulla sorte degli organi del giovane deceduto e mai restituiti.
di Rosalba Castelletti
La Repubblica, 26 agosto 2020
Una settimana fa i manovali dell'azienda Mzkt avevano fischiato il presidente. Per ritorsione il regime minaccia licenziamenti e chiusure: c'è paura, ma anche voglia di cambiare. Al cambio turno a Mzkt c'è un silenzio imbarazzante. Uomini armati presidiano gli ingressi e gli operai sfuggono ai volontari vestiti di rosso e bianco che distribuiscono volantini sui programmi di sostegno economico e consulenza legale per chi aderisce allo sciopero generale indetto dall'opposizione.
Qualcuno afferra un ciclostilato quasi di nascosto, poi corre verso la metropolitana senza dire una parola. Altri, imbevuti della propaganda che dipinge i manifestanti come "alcolisti" e "drogati", inveiscono: "Fannulloni". Solo qualche temerario mostra il segno di vittoria diventato uno dei simboli della protesta contro i risultati manipolati delle presidenziali del 9 agosto e la repressione delle pacifiche manifestazioni in Bielorussia.
Solo una settimana fa i manovali della fabbrica di mezzi pesanti e camion militari avevano scioperato e fischiato il contestato presidente Aleksandr Lukashenko in visita. Ukhodi, "Vattene via", "Dimettiti" avevano gridato. L'ex direttore di sovkhoz, una fattoria collettiva sovietica, era rimasto interdetto e sconcertato. Gli operai erano stati per anni la base fedele del suo elettorato. Anche grazie ai sussidi alle fabbriche statali a cui Lukashenko si vanta di aver risparmiato la straziante transizione economica delle privatizzazioni sopportata dalle altre Repubbliche ex sovietiche dopo il crollo dell'Urss. Non si aspettava che potessero rivoltarsi contro il loro Batka (padre), come ama farsi chiamare il leader al potere dal 1994.
Ma la contestazione - costata all'economia nazionale 500 milioni di dollari, secondo stime governative - è durata pochi giorni. Il regime ha contrattaccato. "Ci hanno detto che, se scioperiamo, l'economia crollerà, la fabbrica sarà costretta a chiudere e non ci potranno più pagare. Non posso rischiare di perdere lo stipendio. Possiamo protestare dopo il lavoro, non durante il lavoro", dice Olga, 42 anni, da 14 anni a Mzkt, un salario di circa 500 euro al mese, più alto della media nazionale. "La maggioranza di noi però è stufa delle bugie del regime", aggiunge. "Prima hanno falsificato il voto, poi hanno disperso con la violenza pacifici cittadini. Abbiamo tutti un familiare, un vicino o un amico incarcerato e torturato. Lukashenko non è più il nostro presidente. Per questo gli abbiamo urlato di dimettersi"
La paura delle ritorsioni è grande anche tra i più giovani. Il ventunenne Evgenij - che come tutti preferisce non dire il suo cognome - ha appena iniziato il periodo di lavoro obbligatorio in una fabbrica statale che dovrebbe risarcire lo Stato per gli studi gratuiti. "Sostengo la protesta come tutti. Finalmente possiamo cambiare il Paese. Ma la direzione fa pressioni e ci sono poliziotti ovunque. S'infiltrano anche ai nostri incontri. Se mi licenziano, dovrò restituire migliaia di euro all'Università. So che l'opposizione ha creato un fondo per aiutare i tanti come me, ma non so se fidarmi".
Mobilitare le fabbriche in Bielorussia non è facile, ammette Aleksandr Jaroshuk, presidente del Congresso bielorusso dei sindacati democratici. "Dal 1995 non si è mai fatto uno sciopero. Per legge non si può promuovere per ragioni politiche, ma solo per motivi socioeconomici che vanno documentati. E l'astensione va concordata con il dirigente che ha il diritto di posticiparla. Intanto lo slancio scema. La gente si rende conto che Lukashenko non ha alcuna intenzione di andarsene e ha paura".
L'opposizione, continua Jaroshuk, però non si è arresa. "La resistenza è nel nostro Dna. Siamo partigiani. Le ritorsioni sono benzina sul fuoco. Con i fucili puoi prendere il potere, ma non mantenerlo. Abbiamo solo cambiato strategia". Invece dell'astensione del lavoro, il cosiddetto "sciopero bianco", o "italiano" come è noto in Bielorussia. Di fatto, un sabotaggio.
"Lo chiamiamo anche metodo della russkaja volinka, cornamusa russa: un'applicazione rigida e burocratica di tutte le regole tale che la produzione si ferma. Da noi si è bruciata una sottostazione elettrica e in un giorno, invece di produrre 30 cabine di guida, ne abbiamo assemblate 10", ci spiega Serghej Dylevskij, il leader degli scioperanti di Mtz, l'iconica fabbrica dei trattori di Minsk, fiore all'occhiello dell'Unione sovietica.
Sneakers rosse, t-shirt, jeans e maniche della giacca arrotolate sulle muscolose braccia tatuate, questo trentenne figlio di un operaio e un'ingegnera di Mtz è oramai considerato il "Lech Walesa" di Minsk. Dopo essersi offerto volontario per riportare a casa i manifestanti rilasciati dalle carceri con ossa fratturate, lividi e fori di proiettili di gomma, ha capito che "la Bielorussia non sarebbe più stata la stessa" e il 17 agosto ha guidato una marcia degli operai per le vie della capitale.
Oggi siede accanto alla Premio Nobel Svetlana Aleksievich e all'ex ministro Pavel Latushko tra i sette leader del Consiglio di Coordinamento creato dall'opposizione per promuovere una transizione democratica, ma messo sotto inchiesta da Lukashenko con l'accusa di voler ordire un golpe. "Sono la voce del popolo e delle persone semplici. Quando abbiamo redatto la prima risoluzione, ho preteso che il documento fosse comprensibile anche per un operaio come me".
Dylevskij è consapevole che le aziende statali come Mtz e Mzkt siano uno dei principali campi di battaglia tra regime e opposizione. "Se si fermano gli stabilimenti, lo Stato non ha soldi per pagare i militari. E se non vengono pagati, i militari cominciano a puntare i fucili contro il dittatore". Chiama così Lukashenko. Che però non ha intenzione di lasciare senza combattere: "Se una fabbrica non funziona, allora metteremo un lucchetto alla porta. Poi vedremo chi portare al lavoro", ha minacciato nel fine settimana: una tattica già utilizzata alla radio e televisione pubblica dove alcuni operatori in sciopero sono stati sostituiti da tecnici arrivati dalla Russia.
E i leader degli scioperi vengono arrestati uno ad uno. Compreso Dylevskij, condannato ieri a 10 giorni di carcere. "Sono pronto. È tutta la vita che vivo sotto i baffi di Lukashenko. Sapevo che sarebbe successo. Vi dico di più, in auto ho già la borsa pronta. Ma corro il rischio per il nostro futuro. Avevo tre anni quando i miei genitori commisero l'errore di eleggere Lukashenko. Adesso ho un figlio di tre anni e voglio spezzare questo ciclo".
di Francesco Giambertone
Corriere della Sera, 26 agosto 2020
L'italiano Salvatore Mancuso guidò le milizie Auc: via libera dagli Usa. Uno dei più feroci signori della guerra colombiani è pronto ad atterrare in Italia. Salvatore Mancuso Gómez, 56 anni, nato e cresciuto in Colombia, dove tra gli anni Novanta e Duemila guidò i paramilitari di destra delle Autodefensas Unidas de Colombia con cui organizzò migliaia di sequestri e massacri, gestendo un enorme giro di narcotraffico internazionale, sarà estradato nei prossimi giorni (o addirittura ore) nel nostro Paese dagli Stati Uniti, dove era in carcere dal 2008. Non andrà in Colombia, come aveva chiesto a gran voce il governo di Bogotá. Che ora si trova a gestire una grossa grana politica e d'immagine.
Riavvolgiamo il nastro. Salvatore Mancuso nasce nell'agosto 1964 a Montería, nel dipartimento di Córdoba, figlio di un emigrato italiano di Sapri che ripara elettrodomestici (e da cui eredita il passaporto italiano) e di una bella ragazza locale, Gladys Gómez. Cresce con molti fratelli nelle fincas, dove la vita procede bene finché nell'81 le Farc, le forze armate rivoluzionarie, iniziano a rapire amici e parenti, a chiedere riscatti, a uccidere chi non si piega all'ideologia marxista. Così Salvatore, che è andato a studiare a Pittsburg e poi a Bogotá, rientra alla base.
E con altri contadini fonda il suo esercito clandestino di "autodifesa" dalle guerrillas. Ma per armare i suoi uomini ha bisogno di soldi. Stringe amicizia con Fidel Castaño (vecchio amico di Pablo Escobar) che col fratello Carlos controlla un'altra piccola formazione paramilitare. Si mettono a produrre cocaina e a trafficarla, e nel '97 si uniscono nelle Autodefensas Unidas de Colombia: in pochi anni reclutano oltre 2 mila persone (poi fino a 20 mila) e arrivano a smerciare droga per 7 miliardi di dollari l'anno.
Salvatore detto El Mono, "la scimmia" di un metro e novanta, "l'italiano" spietato che guida gli elicotteri e controlla le piantagioni al confine col Venezuela, diventa sempre più potente fino a prendere il controllo delle Auc. Sotto di lui il narcotraffico, da mezzo per finanziare "la difesa" dei terreni, si trasforma nell'unico fine. Per estendere e proteggere le piantagioni, le Auc passano sui cadaveri di chiunque: compiono stupri, sevizie, massacri di interi paesini (come lo sterminio di El Salado, da cui si racconta che "si salvarono solo i cani").
E secondo diverse organizzazioni umanitarie fanno il lavoro sporco per conto dell'esercito. La coca del Mono dalla Colombia scorre a fiumi verso l'Europa. Nel 2004 la Dda di Catanzaro, in una maxi inchiesta che coinvolge altri 6 Paesi, intercetta un carico di 5.500 chili diretto a Gioia Tauro, dove l'aspettavano le cosche della 'Ndrangheta di cui l'italiano è il tramite. Tra i 159 destinatari dell'arresto c'è anche Mancuso, vertice della cupola. Il suo nome torna anche nell'operazione Tiburon della Dda di Reggio Calabria, del 2006, sempre per traffico di stupefacenti.
Intanto però Mancuso ha preso l'uscita d'emergenza offerta dal presidente Alvaro Uribe: nel 2004 guida la "smobilitazione" dei paramilitari, a cui il governo promette enormi sconti di pena in cambio della consegna delle armi. Grazie alla legge di "giustizia e pace", i primi 40 anni che il Mono dovrebbe scontare diventano 8. E nel 2008 il pentito viene estradato negli Stati Uniti, che gli danno 15 anni per traffico internazionale.
La pena negli Usa finisce a marzo scorso, ma la Colombia lo rivuole: secondo il Tribunale Superiore di Bogotá deve ancora rispondere di 11 mila delitti tra cui 588 omicidi, e raccontare molto dei legami tra narcos e politica (Uribe compreso). I colombiani però commettono un errore procedurale nella richiesta: così l'avvocato di El Mono chiede che venga portato in Italia, e gli Usa acconsentono. Qui lo attendono le procure di Catanzaro e Reggio Calabria, per capire di più dei suoi rapporti con le 'ndrine. Ma il presidente colombiano Duque si dice pronto a ricorrere a Strasburgo purché i crimini dell'italiano non restino impuniti.
di Anthea Favoriti
orizzontipolitici.it, 26 agosto 2020
Dalla caduta del regime di Gheddafi nel 2011, la Libia sta attraversando una lunga fase di instabilità politica: la seconda guerra civile, iniziata nel 2014, ha creato un terreno fertile per numerose attività illecite come il traffico di migranti, petrolio e armi. La Libia costituisce inoltre la principale porta d'ingresso dei flussi migratori dall'Africa verso l'Europa. Secondo i dati dell'Organizzazione Internazionale per i Migranti (Oim), sono circa 636 mila i migranti presenti oggi nel Paese (dicembre 2019), mentre sono 48 mila i rifugiati e richiedenti asilo registrati dall'Unhcr.
L'inferno dei campi di detenzione libici - L'instabilità dell'attuale contesto politico-istituzionale ha facilitato l'organizzazione di una vasta rete di sfruttamento dei migranti (attraverso sequestri, lavoro forzato o estorsione di denaro), gestita sia da gruppi criminali altamente organizzati, sia da elementi appartenenti a milizie, forze armate, polizia o piccole bande. Ma chi è considerato un "migrante" in Libia? L'attuale legislazione libica considera reato l'ingresso, l'uscita o la permanenza irregolare nel paese da parte di cittadini stranieri, senza fare alcuna distinzione tra richiedenti asilo, rifugiati, migranti o vittime di tratta. La Libia non ha poi aderito alla Convenzione del 1951 relativa allo status dei rifugiati e non esiste nel Paese una legislazione in materia di asilo né alcuna procedura di asilo stabilita.
Di conseguenza, tutte le persone non libiche, indipendentemente dal loro status, ricadono sotto le leggi nazionali sull'immigrazione. Di fatto, le violazioni a tale legislazione sono sanzionate con una pena detentiva a tempo indeterminato, con "lavori forzati" o con una multa di circa 1.000 dinari libici (circa 650 euro) e la successiva deportazione, una volta completata la condanna.
Molti migranti irregolari, o sospettati di esserlo, vengono spesso prelevati per strada o denunciati alle autorità dai loro datori di lavoro. Altri vengono invece trattenuti presso le strutture del dipartimento per la lotta alla migrazione irregolare del Ministero dell'Interno (Department for Combating Irregular Migration - Dcim), in stato di detenzione per un tempo indefinito in attesa dell'espulsione.
Anche a seguito dell'intercettazione o del salvataggio in mare, i migranti vengono consegnati dalla Guardia Costiera libica (un corpo militare creato nel 2017, addestrato e finanziato dall'Italia per intercettare le imbarcazioni di migranti sulla rotta del Mediterraneo centrale e riportarle indietro), alle autorità del Dcim che li trasferisce direttamente nei centri di detenzione ufficiali.
Sebbene i centri di detenzioni ufficiale dipendano dal Ministero dell'Interno, spesso sono gestiti da milizie e gruppi armati che operano al di fuori dell'effettivo controllo governativo. Ad oggi sono operativi 11 centri ufficiali di detenzione per migranti formalmente controllati dalle autorità del Governo centrale, a fronte dei 63 censiti su tutto il territorio libico fino a qualche anno fa. A febbraio 2020, Unhcr stimava all'interno di questi centri la presenza di circa 2.800 migranti (di cui 1.700 richiedenti asilo).
Tuttavia oltre ai centri ufficiali, sono proliferati negli anni numerosissimi luoghi di detenzione informali, gestiti da grandi e piccoli organizzazioni criminali. L'accesso alle Nazioni Unite e altri simili enti è vincolato alla presenza e al potere delle stesse milizie armate: attualmente i centri di detenzione accessibili da Onu, Oim e organizzazioni umanitarie sono in tutto tre. È quindi impossibile conoscere con certezza il numero, certamente molto maggiore, delle persone rinchiuse nei luoghi di detenzione informali. Un recente reportage di Al-Jazeera, redatto lo scorso gennaio, ha parlato di "40.000 persone che vivono in centri di detenzione improvvisati".
Le Nazioni Unite hanno definito "inimmaginabili orrori" i trattamenti subiti dai migranti all'interno dei centri. Secondo i dati raccolti da Medici per i Diritti Umani, nel periodo che va dal 2014 al 2020, l'85% dei migranti e rifugiati giunti dalla Libia in Europa ha subito torture e trattamenti inumani e degradanti e nello specifico il 79% è stato detenuto/sequestrato in luoghi sovraffollati ed in pessime condizioni igienico sanitarie, il 75% ha subito costanti deprivazioni di cibo, acqua e cure mediche, il 65% gravi e ripetute percosse, nonché stupri, oltraggi sessuali, scariche elettriche e torture da sospensione e posizioni stressanti. Le violenze e i soprusi all'interno dei centri sono sistematicamente perpetrati da una pletora di attori. In primis figurano gli agenti di polizia e funzionari militari o anche bande criminali come gli Asma Boys, che gestiscono i ghettos o "luoghi speciali" dove i migranti vengono sequestrati e seviziati a scopo di estorsione. Gli stessi gruppi sono responsabili di attacchi violenti all'interno dei centri di raccolta dei migranti sulle rotte migratorie (foyers o connection houses) e nelle case private. In tutti questi luoghi i migranti vengono costretti ai lavori forzati, per mesi o anni, in condizioni di vera e propria schiavitù.
L'accordo Italia-Libia - Il 2 febbraio 2017, il governo italiano e il governo libico di riconciliazione nazionale presieduto da Fayez al-Serraj hanno siglato a Roma un accordo congiunto per il contrasto all'immigrazione illegale, al traffico di esseri umani e per il rafforzamento della sicurezza delle frontiere. All'interno del Memorandum d'intesa Italia-Libia (Mou), i due paesi si impegnano a limitare l'arrivo di migranti dall'Africa sulle coste italiane. Per fare questo Roma ha disposto l'erogazione di fondi per l'addestramento e i mezzi in dotazione alla Guardia Costiera libica. L'Italia si impegna poi "a fornire supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta contro l'immigrazione clandestina".
Nel Mou si parla anche di "adeguamento e finanziamento dei centri di accoglienza", nonché della "formazione del personale libico" che vi lavora. Il 2 febbraio 2020, il Mou è stato automaticamente prorogato per altri tre anni. L'Italia si è impegnata a continuare a finanziare la Guardia Costiera per soccorrere i migranti in mare e riportali in un Paese dove continuano ad essere esposti a torture, estorsioni e schiavitù.
Il 9 febbraio il governo italiano ha poi presentato alcune proposte di emendamento dell'intesa, che tuttavia non contengono modifiche sostanziali inerenti la sicurezza e la salvaguardia dei diritti fondamentali dei migranti. Viene richiesto a livello generale il rilascio di "donne, bambini e individui vulnerabili" detenuti all'interno dei centri ufficiali, ma non vengono specificate, per esempio, le tempistiche. Per quanto riguarda i luoghi di detenzione non ufficiali, ne viene richiesta invece la progressiva chiusura.
Lo scorso 16 luglio la Camera ha approvato il rifinanziamento delle missioni militari internazionali, compresi gli interventi in Libia, con uno stanziamento di oltre 58 milioni di euro, di cui 10 andranno alla missione bilaterale di assistenza alla Guardia Costiera libica, compresa la formazione e l'addestramento. Dalla firma del Mou nel 2017 i fondi stanziati dall'Italia alla Guardia Costiera sono saliti a 22 milioni. Nonostante l'insistenza internazionale sulla questione del "rispetto degli obblighi in materia di diritti umani e protezione internazionale", Libia non è firmataria né della Convenzione sui Diritti dell'Uomo, né della Convenzione di Ginevra del 1951 e appare, sulla base delle considerazioni esposte finora, che possa tradursi in realtà l'impegno nel rispettare i diritti di migranti e rifugiati.
di Alessandro Portelli
Il Manifesto, 26 agosto 2020
Storie parallele a Lafayette: a fare la differenza, tra la vita e la morte, è il colore della pelle. E Kenosha non è ancora nelle statistiche. Lafayette, Louisiana, 5 agosto 2020. La polizia cerca di fermare Donald Guitry, 42 anni, armato di coltello. Guitry scappa su una macchina rubata, la polizia lo insegue, lo raggiunge, lo convince ad arrendersi senza fare problemi e lo arresta tranquillamente senza bisogno di sparargli o prenderlo per il collo. Lafayette, Louisiana, 21 agosto 2020. Un uomo con un coltello sta "dando fastidio" in un parcheggio. La polizia interviene, lui si allontana a piedi; lo seguono, cercano di fermarlo col taser che non funziona e infine, mentre sta entrando in un negozio, senza che abbia mai dato segno di voler aggredire nessuno, gli sparano alle spalle e lo ammazzano.
Due storie parallele, con una divergenza: Donald Guitry è bianco, ed è vivo; Rayford Pellerin era nero, ed è morto. Il giorno dopo, a Kenosha, Wisconsin, la polizia è chiamata per una lite domestica. Arrivano sul posto e individuano una persona, un certo Jacob Blake che, secondo alcune testimonianze, sta cercando di mettere pace fra i litiganti. Blake è disarmato, in jeans e maglietta. Mentre sta risalendo in macchina, gli agenti gli sparano almeno sei volte alla schiena, davanti ai suoi tre figli. Secondo il giornale locale, nel Sudest del Wisconsin la polizia ha ucciso almeno 18 persone negli ultimi 20 anni. In quasi nessun caso sono stati presi provvedimenti nei confronti degli agenti coinvolti.
Durante i primi giorni di protesta per l'assassinio di George Floyd, ai primi di giugno, i media avevano riferito di diversi casi in cui agenti di polizia avevano espresso solidarietà nei confronti della vittima e preso le distanze dai loro colleghi col grilletto facile. Dopo di allora, non se ne è più parlato. Nei primi sette mesi del 2020, le persone uccise dalla polizia sono 558; non meno di 113 persone, quasi due al giorno, sono gli uccisi a giugno e luglio, dopo l'assassinio di George Floyd. Per agosto, le statistiche non sono ancora disponibili, il mese non è ancora finito. Jacob Blake è in ospedale, tra la vita e la morte.
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 26 agosto 2020
Le autorità dello Zimbabwe hanno negato per la terza volta la libertà su cauzione al giornalista Hopewell Chin'ono, accusato di incitamento alla violenza pubblica. Lo riferisce la stampa di Harare, secondo cui il magistrato Ngoni Nduna ha affermato che la minaccia "è rimasta intatta". Chin'ono era stato arrestato a luglio dopo aver twittato a sostegno delle proteste contro la corruzione in atto da settimane nel Paese. Chin'ono, giornalista freelance, aveva anche utilizzato i social media per denunciare la corruzione dilagante nelle gare d'appalto governative per l'assegnazione di dispositivi di protezione individuale per la lotta al Covid-19, in relazione alle quali è stato arrestato il mese scorso ministro della Salute, Obadiah Moyo.
Lo Zimbabwe sta attraversando la peggiore crisi economica degli ultimi dieci anni che ha dato vita a proteste diffuse in tutto il Paese. Il governo, da parte sua, accusa l'opposizione e la Chiesa di complottare per rovesciarlo e la scorsa settimana il ministro della Giustizia, Ziyambi Ziyambi, ha chiesto un incontro con il rappresentante della Santa Sede ad Harare per capire se i vescovi cattolici che lo hanno accusato di violazioni dei diritti umani e repressione del dissenso stessero parlando a nome del Vaticano.
Il riferimento è a una lettera pastorale inviata alle diocesi dalla Conferenza dei vescovi cattolici dello Zimbabwe, in cui si mette in guardia sulla crisi a più livelli che lo Zimbabwe sta attraversando, dal collasso dell'economia alla povertà crescente, dalla corruzione alle violazioni dei diritti umani. La lettera, secondo quanto dichiarato dal ministro Ziyambi, "costituisce un vero e proprio insulto alla persona del presidente Emmerson Mnangagwa e al suo intero governo, ed è formulata in un linguaggio decisamente sconveniente per un'istituzione come la Chiesa cattolica. Il governo è costretto a coinvolgere il Vaticano per accertare se tali dichiarazioni riflettano o meno l'atteggiamento ufficiale della Santa Sede nei confronti della leadership dello Zimbabwe o se queste siano semplicemente le opinioni dei vari individui interessati", ha aggiunto Ziyambi, annunciando che il ministro degli Esteri, Sibusiso Moyo, avrebbe incontrato presto il rappresentante locale della Santa Sede.
La paura, recita la missiva dei vescovi, "corre lungo la spina dorsale di molte delle nostre persone oggi. La repressione del dissenso non ha precedenti. È questo lo Zimbabwe che vogliamo? Avere un'opinione diversa non significa essere un nemico". In risposta alla lettera, la ministra dell'Informazione dello Zimbabwe, Monica Mutsvangwa, ha duramente criticato il capo della Conferenza episcopale, l'arcivescovo Robert Ndlovu, parlando di un "messaggio malvagio" inteso ad alimentare un "genocidio di tipo ruandese".
"Le sue trasgressioni (di Ndlovu) acquisiscono una dimensione geopolitica come sostenitore principale del cambio di regime che è il segno distintivo delle maggiori potenze occidentali post-imperiali negli ultimi due decenni", ha detto Mutsvangwa in una dichiarazione. In una lettera separata, la Law Society dello Zimbabwe ha dichiarato che la situazione dei diritti umani nel Paese si sta deteriorando e ha denunciato le ripetute aggressioni nei confronti di uomini di legge da parte di agenti delle forze di sicurezza.
"La Law Society condanna inoltre il rapimento e la tortura di cittadini in tutto il Paese da parte di agenti della sicurezza statale e di individui non identificati ma allineati allo Stato", si legge nella lettera. I critici del presidente Emmerson Mnangagwa accusano quest'ultimo di ricorrere a metodi autoritari già adottati dal suo predecessore Robert Mugabe.
Redattore Sociale, 25 agosto 2020
In una nota il Garante esprime vicinanza alla Polizia penitenziaria. E aggiunge: "Dall'Amministrazione servono segni concreti volti a garantire ambienti rispettosi dei diritti e della dignità dei lavoratori, personale in numero rispondente alle esigenze, una formazione professionale continua". Tre suicidi in un mese, l'ultimo due giorni fa. A togliersi la vita una donna Assistente capo del Corpo di Polizia penitenziaria, in servizio nella Casa circondariale Pagliarelli "Antonio Lo Russo" di Palermo. Pochi giorni prima altri due operatori di Polizia penitenziaria in servizio nell'Istituto di Latina.
di Adele Saita
Il Fatto Quotidiano, 25 agosto 2020
"Dove un superiore, pubblico interesse non imponga un momentaneo segreto, la casa dell'amministrazione dovrebbe essere di vetro" (Filippo Turati, in Atti del Parlamento italiano, Camera dei deputati, sess. 1904-1908, 17 giugno 1908, p. 22962).
Il Dubbio, 25 agosto 2020
Dopo la pausa estiva si riparte in commissione. In Parlamento della riforma della legge elettorale se ne riparlerà a settembre, con la ripresa dei lavori. Non è invece chiaro quando si entrerà nel vivo dell'esame delle proposte di riforma del processo penale e civile. Così come il ddl del Governo sulla revisione delle regole per l'elezione del Csm.
di Salvatore Sfrecola
La Verità, 25 agosto 2020
Le toghe bocciano la riforma del governo: "Deresponsabilizza e non accelera nulla". Non è una rivendicazione corporativa, ma un'azione a tutela del pubblico erario e nell'interesse dei cittadini che pagano imposte e tasse. E anche della credibilità dell'Italia di fronte all'Europa che metterà a disposizione ingenti risorse per la ripresa dell'economia.
Ci tiene molto l'Associazione magistrati della Corte dei conti a sottolinearlo in una conferenza stampa via Teams, che manda in onda la protesta nei confronti del governo che nel decreto legge Semplificazioni ha escluso che i pubblici amministratori e dipendenti siano chiamati a risarcire danni commessi con "colpa grave".
Si fa notare l'evidente contraddizione di un governo che, mentre dice di voler semplificare le procedure amministrative e contabili, invece di mettere a disposizione dei suoi funzionari strumenti operativi più adeguati, attua un preventivo "colpo di spugna" in favore di disonesti e incapaci che abbiano causato danni all'erario con una condotta caratterizzata da gravissima negligenza e imperizia o trascuratezza delle regole. Insomma non si aiutano i bravi, che sono senza dubbio la maggioranza, ma incapaci e disonesti.
È una lesione grave dell'interesse pubblico alla corretta gestione della finanza e del patrimonio dello Stato e degli enti pubblici, ha sottolineato il presidente dell'Associazione, Luigi Caso, che è anche l'interesse dei cittadini contribuenti cioè di quanti, pagando imposte e tasse, assicurano ai bilanci pubblici le risorse necessarie per il raggiungimento degli obiettivi di politica economica. Oggetto specifico di queste critiche è l'articolo 21 del Dl Semplificazione il quale, dopo aver integrato l'articolo 1, comma 1, della legge 14 gennaio 1994, numero 20, secondo il quale la responsabilità per danno erariale può essere affermata solo in caso di dolo o colpa grave, specifica che "la prova del dolo richiede la dimostrazione della volontà dell'evento dannoso".
Ma la lesione degli interessi pubblici lamentata dai magistrati della Corte dei conti sta al punto 2 dove si legge che "limitatamente ai fatti commessi dalla data di entrata in vigore del presente decreto e fino al 31 luglio 2021, la responsabilità dei soggetti sottoposti alla giurisdizione della Corte dei conti in materia di contabilità pubblica per l'azione di responsabilità di cui all'articolo i della legge 14 gennaio 1994, numero 20, è limitata ai casi in cui la produzione del danno conseguente alla condotta del soggetto agente è da lui dolosamente voluta. La limitazione di responsabilità prevista dal primo periodo non si applica per i danni cagionati da omissione o inerzia del soggetto agente".
La critica è scontata per chiunque abbia un minimo di conoscenza. delle procedure amministrative. Dov'è la semplificazione? L'eventuale azione di responsabilità della Corte dei conti è sempre successiva alla realizzazione di un'opera pubblica o all'emanazione dell'atto. "Pertanto" sottolinea l'Associazione magistrati, "eliminando la colpa grave non si accelera nulla e, quindi, è più corretto parlare di norma di deresponsabilizzazione.
Non è neanche corretto dire che la norma serve a superare la cosiddetta "paura della firma", che andrebbe combattuta rendendo più chiare le leggi. Invece, si preferisce lasciare in piedi una legislazione oscura e contraddittoria ma si assicura la totale irresponsabilità di chi deve attuarla (non si cura la febbre ma si rompe il termometro)".
E ricorda che nel 2019, a fronte di 28.722 denunce di danno, vi sono state 23.939 archiviazioni e 1.162 citazioni, cui hanno fatto seguito 934 condanne in primo grado. Nel corso dell'anno è stata recuperata all'erario la somma di euro 299.061.268, per lo più riferita a sentenze pronunciate negli anni precedenti. In parte somme dovute a sprechi di somme messe a disposizione dall'Ue.
Una norma assurda, dunque, che deresponsabilizza i pubblici amministratori e funzionari escludendo la "colpa grave", quella "intensa negligenza, sprezzante trascuratezza dei propri doveri, grave disinteresse nell'espletamento delle proprie funzioni, macroscopica violazione delle norme, un comportamento che denoti dispregio delle comuni regole di prudenza".
Un esempio che fa capire: chi ha sbagliato nella manutenzione del ponte Morandi non lo avrebbe fatto con dolo ma con colpa grave. Che senso ha una riforma che esclude queste responsabilità, tra l'altro a tempo, con effetti perversi su procedure che durano anni? Chi l'ha scritta evidentemente non conosce le regole. Considerazioni per il governo ma anche per il Parlamento in sede di conversione del decreto legge appena all'inizio.










