di Sebastiano Canetta
Il Manifesto, 25 agosto 2020
"Il nostro sospetto è che qualcuno abbia avvelenato Alexej Navalny in maniera molto pesante. E poiché si riscontrano diversi casi analoghi nella storia recente della Russia consideriamo seriamente questa ipotesi". Così il governo tedesco ieri, per bocca del portavoce Steffen Seibert. Un'accusa pesantissima, al limite del linguaggio diplomatico, diretta a Mosca con destinatario Vladimir Putin.
Per la Germania, insomma, non ci sono dubbi: "Navalny è stato intossicato da una sostanza del gruppo degli inibitori della colinesterasi, anche se i medici non hanno ancora identificato di preciso la sostanza utilizzata", confermano i dottori dell'ospedale berlinese della Charité che hanno trasferito l'oppositore del presidente russo nel reparto di terapia intensiva. Attualmente, Navalny non risulta in pericolo di vita ma rimane "in condizioni critiche nello stato di coma farmacologico indotto", mentre i tecnici del laboratorio chimico del polo universitario continuano la ricerca della tossina responsabile del suo avvelenamento tra farmaci, pesticidi e agenti nervini.
In parallelo alla Charité restano preoccupati per gli eventuali danni fisici permanenti, al punto che "non si possono escludere gravi effetti sul sistema nervoso di Navalny dato che l'esito della malattia resta incerto".
Al contempo sia la polizia del Land di Berlino che gli agenti federali fanno sapere che l'accesso al reparto dove è ricoverato Navalny viene controllato a vista, e il ministero dell'Interno conferma l'avvio del programma di protezione per l'oppositore di Putin, nonostante l'Ufficio criminale federale (ai sensi di legge) sia responsabile solo della sicurezza del governo tedesco e dei suoi ospiti ufficiali.
Formalmente, Navalny non è stato invitato dalla cancelliera Merkel, tuttavia "la precauzione si rivela doverosa quanto necessaria" confermano, politicamente, autorevoli voci dell'"inner-circle" della Grande coalizione, tutt'altro che rassicurati dalle ultime dichiarazioni di Anatoly Kalinchecnko, vice capo dell'ospedale di Omsk, che ha trattato per primo sotto il profilo sanitario il "caso Navalny". A sentire il medico russo "non sono state in alcun modo rinvenute tracce di avvelenamento nel suo corpo": ipotesi a cui non credono i suoi colleghi tedeschi anche perché la "diagnosi" è stata rettificata più volte nel fine settimana.
di Nello Scavo
Avvenire, 25 agosto 2020
Pescatori e operatori della Mezzaluna Rossa raccolgono i cadaveri dalle spiagge vicino a Tripoli. La denuncia: quattro stragi in meno di una settimana, più di 100 morti e 160 persone scomparse.
Sospinti dalla risacca, i cadaveri vengono trascinati sulle spiagge non lontano da Tripoli.
Pescatori e operatori della Mezzaluna Rossa li rinchiudono pietosamente nelle sacche di plastica nera. Anche stavolta ne sono servite diverse di piccole e bianche. Quattro stragi in meno di una settimana: più di 100 morti e altre 160 persone sparite dopo aver preso il largo. Mentre dal Dipartimento di Stato Usa arriva un dossier che accusa ancora una volta il governo centrale di aver chiuso un occhio e non di rado perfino di cooperare con i trafficanti. Sul futuro pesa la sorte della tregua annunciata pochi giorni fa.
Le forze armate guidate dal generale Khalifa Haftar, espressione del governo non riconosciuto di Tobruk, hanno rifiutato la proposta di cessate il fuoco. Un annuncio che suona come una resa dei conti interna, tra il parlamento di Tobruk, che ha accettato la proposta di transizione verso le elezioni avanzata dal governo riconosciuto di Tripoli, e il generale per il quale non sembra esserci il futuro da leader che aveva perseguito.
Nell'incertezza, milizie e trafficanti continuano come sempre. "Il primo disastro, avvenuto tra il 16 e il 17 agosto - denuncia Alarm Phone - non è stato solo un naufragio. Le persone sono state colpite dagli spari di un gruppo di 5 uomini e la loro barca ha preso fuoco: 45 sono stati uccisi. Quelli che sono sopravvissuti sono vivi solo perché un pescatore locale li ha salvati".
Il secondo è avvenuto solo un giorno dopo. Da un gommone bianco avevano chiamato la linea telefonica d'emergenza. I volontari hanno ascoltato un'esplosione, che poi è risultata essere quella di un tubolare che non ha retto agli schiaffi del mare. Ancora una volta è stato un peschereccio libico a raccogliere i 65 che ancora stavano a galla, ma in 30 non ce l'hanno fatta. Il terzo caso risalirebbe in realtà a giorni precedenti. È stato segnalato da quello che sembra essere l'unico sopravvissuto, issato a bordo da un pescatore. Secondo la sua testimonianza a Ferragosto la barca è affondata appena dopo aver preso il largo.
Erano partiti in 40. L'ultimo incidente è del 18 agosto, l'unico a non avere a che fare con la Libia: 18 persone avevano lasciato Jdareya, in Tunisia, a poca distanza da Zarzis, quando la barca si è capovolta e 3 migranti sono affogati prima che la Guardia costiera mettesse in salvo gli altri. "Dobbiamo fare in fretta, ormai è un'ecatombe", ripetono i team di soccorso di Open Arms e Mediterranea, che si apprestano a ripartire verso quel mare dove sono già in azione gli attivisti di Sea Watch e della motovedetta civile Louise Michelle. Il loro intervento ha permesso di soccorrere quasi 200 persone in tre distinti interventi. E presto ricomincerà il braccio di ferro con Malta e Italia per ottenere un porto di sbarco.
Nessuno, intanto, dà la caccia agli assassini. Le promesse di indagini e arresti in Libia contro i trafficanti si sono rivelate un fiasco. Pochi giorni fa il Dipartimento di Stato Usa ha completato il rapporto annuale sul traffico di persone nel mondo. "Il governo di Tripoli - si legge nel duro capitolo sulla Libia - non ha riferito se ha perseguito o condannato persone coinvolte nelle indagini su 205 sospetti trafficanti avviate dall'ufficio del procuratore generale".
E se è vero che "gli osservatori internazionali hanno continuato a segnalare la complicità di funzionari governativi coinvolti in operazioni di traffico di esseri umani e traffico di migranti, inclusi funzionari della Guardia costiera libica, ufficiali dell'immigrazione, funzionari della sicurezza, funzionari del ministero della Difesa, membri di gruppi armati formalmente integrati nelle istituzioni statali", è oramai accertato che "vari gruppi armati, milizie e reti criminali si sono infiltrati nei ranghi amministrativi del governo e hanno abusato delle loro posizioni per impegnarsi in attività illecite, compreso il traffico di esseri umani". Secondo i funzionari del Dipartimento Usa "alcune unità della Guardia costiera libica (Lcg) che sotto l'autorità del Ministero della Difesa, sono presumibilmente composte da ex trafficanti di esseri umani e contrabbandieri".
In particolare anche durante il 2019, periodo a cui fa riferimento il dossier, "l'unità della Libyan coast guard (Lcg) nella città di Zawiyah ha continuato ad avere ampi legami con il leader della milizia della Brigata dei Martiri al-Nasr, nota per aver commesso violazioni dei diritti umani, che gestiva il centro di detenzione per migranti di Zawiyah".
Si tratta della milizia a cui appartiene il comandante al-Milad, detto Bija. "I membri della milizia che gestiscono il centro di detenzione - si legge ancora - hanno abusato fisicamente dei migranti detenuti e venduto alcune donne migranti per schiavitù sessuale. Alla fine del 2019 il centro è stato trasformato in una caserma dell'esercito per le milizie, mettendo ulteriormente in pericolo i migranti detenuti e le vittime della tratta".
di Simona Musco
Il Dubbio, 25 agosto 2020
Le accuse del presidente della Regione Sicilia: "Migranti ammassati in campi di concentramento creati dallo Stato". È un atto politico, più che amministrativo. Perché pur annunciando di non voler fare la guerra al Governo, Nello Musumeci l'ultimatum lo lancia comunque: se la sua ordinanza anti-migranti dovesse essere disattesa, si rivolgerà direttamente ai magistrati. Il tutto sventolando non le competenze in materia di immigrazione, che il presidente della Regione Sicilia ammette essere in capo allo Stato, ma quelle in materia sanitaria, con lo scopo di svuotare l'isola degli oltre 10mila migranti arrivati tra il primo luglio e ferragosto e bloccare il transito di quelli ancora per mare. Come? Agendo in qualità di "soggetto attuatore per l'emergenza Covid- 19", in linea con le due precedenti ordinanze firmate per contenere i contagi.
Ma nei tre articoli che la compongono, l'atto è chiaro: l'obiettivo è trasferire e ricollocare tutti i migranti fuori dalla Sicilia, impedire l'ingresso e il transito di nuove persone ma solo se arrivano via mare su imbarcazioni di fortuna - e sanzionare chi disattende l'ordinanza, valida, in linea di principio, dalla mezzanotte di ieri fino al 10 settembre.
"La Sicilia non può essere invasa - ha scritto Musumeci domenica a corredo dell'atto - mentre l'Europa si gira dall'altro lato e il governo non attiva alcun respingimento". E così annuncia il limite massimo di pazienza: "Aspettiamo la mezzanotte - precisa -, se i soggetti che sono chiamati a dare attuazione alla mia ordinanza non dovessero farlo a noi rimane solo una strada: rivolgerci alla magistratura". In alternativa, c'è l'apertura a temporeggiare qualche giorno, se richiesto, "per ricollocare i migranti e mettere i sigilli negli hotspot e in tutti centri di accoglienza (se non lo fa lo faremo noi) dell'isola con buona pace di un certo buonismo ipocrita: così chiudiamo una pagina indecorosa, perché la gente non ne può più".
Le accuse all'esecutivo nazionale sono pesanti: aver creato dei "campi di concentramento", ovvero aver ammassato i migranti in tendopoli e baraccopoli dalle condizioni sanitarie ai limiti. Ed è da questo punto che Musumeci parte, ringraziando Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Mariastella Gelmini per la solidarietà dimostrata nelle ultime ore. "Abbiamo soltanto rivendicato il diritto sacrosanto di tutelare la salute", sottolinea.
Il tutto snocciolando numeri: "5mila tamponi circa e 6.335 test sierologici sui migranti, altro che Regione che non collabora con il governo centrale". Ma è proprio sui numeri che lo "inchioda" Pietro Bartolo, l'europarlamentare dem per anni responsabile del Poliambulatorio di Lampedusa: 10mila persone tamponate e messe in sicurezza sulle navi per la quarantena o all'interno degli hotspot "a fronte di "alcuni milioni" di turisti giunti nell'Isola senza uno straccio di controllo", scrive sul proprio profilo Facebook, ricordando il report del Comune di Palermo che fissa al 6,57 punti la percentuale dei tamponi effettuati sull'Isola, ovvero meno della metà della media nazionale.
Ma la critica di Musumeci al governo è ferma: aver ignorato il grido d'allarme lanciato dalla Sicilia e, in particolare, dal sindaco di Lampedusa - "un'isola abbandonata a sé stessa" - che a giugno ha chiesto di dichiarare lo stato d'emergenza sanitaria, sociale ed economica, senza ottenere risposta. E di aver ammassato migranti in hotspot e centri d'accoglienza dai quali fuggono, spiega Musumeci, e "non rispondenti ai criteri di prevenzione previsti in una condizione di emergenza da epidemia. Se noi chiediamo alla gente di mantenere un metro di distanza, di portare la mascherina, di evitare la promiscuità, se contestiamo giustamente gli assembramenti nei locali di ritrovo, è mai possibile che in un salone devono starci 700 persone?
Non mi importa se sono bianchi o neri - aggiunge sono esseri umani che si trovano sul territorio della mia Regione ed io sono il soggetto attuatore per l'emergenza Covid. A meno che quei locali non siano zona franca". Intanto la Regione si è dotata di una task force per verificare le condizioni igienico- sanitarie dei centri di accoglienza e degli hotspot per i migranti sull'Isola. Dal canto suo il Viminale sta ragionando sulla possibilità di impugnare l'ordinanza, rispondendo, per ora, con uno scarno comunicato che richiama al dovere delle istituzioni di collaborare.
"Da luglio scorso sono stati trasferiti in altre regioni circa 3500 migranti sbarcati sulle coste siciliane e ospitati nei centri di accoglienza dell'isola si legge -. La sicurezza, anche sotto il profilo sanitario, delle comunità locali è obiettivo prioritario del Viminale. Infatti, dopo aver inizialmente previsto il test sierologico per tutti i migranti arrivati, dai primi di agosto è stato introdotto obbligatoriamente l'esame del tampone rinofaringeo ed è stata attivata una apposita convenzione con la Croce rossa italiana per effettuare questo accertamento sanitario a Lampedusa ed assicurare rapide risposte. In ogni caso - conclude - la situazione attuale richiede lo sforzo comune da parte di tutte le istituzioni secondo il principio costituzionale di leale collaborazione, che si ritiene oggi più che mai indispensabile".
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 25 agosto 2020
Un milione e mezzo di profughi, sui 7 scappati dalla guerra, vivono in Libano. Vorrebbero tornare a casa, ma non possono. "Abbiamo le prove provate che il regime ci sta dando la caccia". "Certo che vorremmo tornare alle nostre case in Siria. Ma il regime di Bashar Assad ci perseguita, sappiamo di profughi rientrati e arrestati, torturati, altri assassinati, abbiamo paura", raccontano in questi piccoli campi di fortuna, fatti di assi di legno, teli di plastica e vecchie coperte. Li hanno costruiti loro, col tempo, a ridosso dei nuclei urbani libanesi, sui bordi dei campi coltivati, con l'aiuto delle agenzie dell'Onu e di poche organizzazioni non governative occidentali. Per lo più si distinguono per i teloni bianchi dell'Unhcr utilizzati per coprire i tetti.
D'estate sono infestati d'insetti e le capanne diventano forni. D'inverno imperano gelo e fango, i bambini s'ammalano più facilmente. Non è strano che una volta sperassero di trovare il modo di raggiungere l'Europa al più presto. Ora però si sono rassegnati: vorrebbero comunque andarsene e tornare a casa, arrendersi a quello stesso regime che avevano cercato di rovesciare e da cui erano poi fuggiti. Ma hanno paura. Così restano qui, bloccati, alcuni da ben nove anni, senza speranze. Forse chi sostiene che siano soltanto "economici" i profughi del Medio Oriente destabilizzato desiderosi di venire in Europa dovrebbe fare un salto tra questi accampamenti di civili siriani fuggiti in Libano a partire dall'estate del 2011 dal loro Paese in fiamme.
Raggiungerli non è difficile. Sono oltre un milione e mezzo, un numero enorme, specie se confrontato con i circa cinque milioni di abitanti del Libano. E una frazione considerevole dei circa sette milioni di siriani scappati dalla guerra e dalle violenze del regime, sostenuto da Russia, Iran e dalle milizie dell'Hezbollah, il "Partito di Dio" popolare tra gli sciiti libanesi. Gli altri si trovano adesso per lo più in Turchia, Giordania, Grecia. Sono talmente numerosi che la Siria ha subito un tracollo demografico, da oltre 22 milioni di abitanti nel 2010 ad una quindicina stimata attualmente. Un'altra prova di quanto il regime resti poco popolare e talmente detestato da una parte considerevole dei suoi abitanti è che, a nove anni dallo scoppio della "primavera araba" siriana, tanti preferiscono la precarietà povera della condizione di profugo al confronto con i servizi di sicurezza agli ordini della nomenklatura baathista di Damasco. La maggior parte dei loro attendamenti si trova ad un'ora di mezzo di auto da Beirut, nel cuore della valle della Bekaa, controllata in forze dall'Hezbollah.
"Noi abbiamo le prove provate che il regime ci sta dando la caccia. A parole Bashar Assad e i suoi portavoce affermano di volere la pace sociale e il nostro ritorno. In realtà, appena qualcuno di noi rientra viene fermato dalla polizia segreta, i ragazzi giovani vengono obbligati a fare il servizio militare, gli uomini considerati ex militanti della rivoluzione sono catturati, spariscono. Arrestati, torturati, uccisi. Stimiamo che nell'ultimo anno e mezzo oltre cinquecento siano letteralmente svaniti. Desaparecidos di cui sappiamo nulla. Io stesso ho quattro amici di cui non voglio dire il cognome - Walid 30 anni, Mohammad 29, Khaled 34, Mustafa 36 - che erano in contatto con me. Sono partiti. Ma, appena dopo la frontiera con la Siria, solo ad un paio di chilometri da dove ci troviamo adesso, sono stati fermati dalla polizia. Hanno fatto giusto in tempo a dirmelo, poi i cellulari sono stati sequestrati. Di loro abbiamo perso le tracce", racconta tra i tanti il 41enne Yahia al Fares, due lauree prese all'università di Damasco e attualmente maestro di scuola qui nel campo denominato 024 dall'Onu.
Vi si trovano una quarantina di baracche, che ospitano circa 200 persone. È il formato tipico dei campi libanesi, numerosi, vicini gli uni agli altri, ma di piccole dimensioni. Molto diversi da quelli sovrappopolati in Turchia e Giordania, o il terribile Moria, il campo sull'isola greca di Lesbos. La storia di Yahia è molto simile a quelle di tanti altri. "Sono originario del villaggio di Naharie, non lontano dalla città di Homs e dal confine col Libano. Veniamo da una regione sunnita che si rivoltò molto presto contro il regime. La repressione fu subito durissima, inumana. Le nostre case venivano metodicamente bombardate dalle artiglierie. Sinché il 5 maggio 2013 non arrivarono le fanterie dell'Hezbollah. Una vera operazione di pulizia etnica. Sparavano, uccidevano, volevano scacciare tutti i sunniti. Così abbiamo preso ciò che potevamo metterci in spalla e siamo scappati in Libano, prima in auto, poi a piedi", ricorda.
Lo stesso narra l'avvocato cinquantenne Mohammad al Rabia, a sua volta residente con la moglie 42enne Fatima in un villaggio delle campagne di Homs. "Una mattina del tardo aprile 2012 abbiamo preso i nostri due figli di 7 e 12 anni e siamo scappati. Prima a piedi, quindi con alcuni taxi locali. Non c'erano alternative. Scappavano tutti. Girava voce che Hezbollah avrebbe ucciso chiunque fosse rimasto. E del resto dalle nostre parti la grande maggioranza della popolazione voleva liberarsi una volta per tutte dal regime corrotto, che da decenni favoriva la minoranza alawita a scapito di noi sunniti. Eravamo stanchi delle vessazioni dei soldati ai posti di blocco, delle continue richieste di soldi".
Cosa sa di chi ha provato a tornare in Siria di recente? "Di tanti non abbiamo più alcuna notizia. So però di sette persone che sono riuscite a tornare al nostro villaggio con le famiglie. Noi siamo assolutamente interessati a parlare con loro. Qui in Libano oggi l'Hezbollah non ci tocca. Ma le condizioni di vita sono orribili, non posso lavorare, dipendiamo interamente dagli aiuti internazionali. I miei figli non hanno alcuna prospettiva per il futuro, le scuole funzionano a singhiozzo, non possono ricevere un'educazione regolare. Quando però abbiamo finalmente raggiunto via telefonica i nostri amici rientrati al villaggio le loro risposte sono state raggelanti. Parlavano come se fossero ascoltati dalla polizia, avevano chiaramente paura di rivelare alcun dettaglio di sostanza. Il loro messaggio era che è molto meglio restare in Libano. E ora non sappiamo che fare".
di Rosalba Castelletti
La Repubblica, 25 agosto 2020
Vestite di bianco, si danno appuntamento ogni giorno per chiedere al regime di Lukashenko di mettere fine alle violenze: ""In piazza, al mercato e lungo i viali per far vedere a tutti che la propaganda statale mente". La prima volta il 12 agosto dopo la repressione della polizia. Sono ono apparse la prima volta la mattina del 12 agosto davanti al mercato Khamarovskij.
Un centinaio di donne coraggiose in abito bianco e con un mazzo di fiori in mano. Una protesta silenziosa e pacifica per condannare la violenta repressione delle forze dell'ordine che nei giorni precedenti aveva traumatizzato il popolo bielorusso sceso in piazza contro le contestate presidenziali. Il pomeriggio un'altra catena umana di sole donne sventolava nastri bianchi e intonava la ninna nanna Kalyhanka sotto l'Obelisco della Vittoria.
Da allora, migliaia di donne si danno appuntamento ogni giorno lungo gli ampi viali del centro di Minsk per chiedere il rilascio di tutti i detenuti politici, la verità sui dimostranti scomparsi e che, dopo 26 anni al potere, Aleksandr Lukashenko lasci il posto a Svetlana Tikhanovskaja. "Donne in Bianco", le chiamano, come il gruppo delle "Damas de Blanco" cubane. Dietro quelle due azioni che hanno ispirato il Paese da nove milioni e mezzo di abitanti e ispirato il mondo intero ci sono due giovani di nome Marina e una manciata di loro amiche.
"Abbiamo avuto la stessa idea contemporaneamente", spiega Marina P., una trentenne ancora troppo traumatizzata per divulgare il suo cognome quando la incontriamo in un bar del centro dopo l'ennesimo corteo. La sera del 9 agosto, come migliaia di bielorussi, era andata davanti al suo seggio per conoscere i risultati elettorale, ma gli scrutatori si sono defilati e sono arrivati gli Omon, gli agenti anti-sommossa. Marina ha provato a fuggire, ma non ha avuto scampo. È così che sono iniziate le sue 36 ore di umiliazioni e violenze.
"Ti gettavano dentro al blindato e ti bastonavano, ti tiravano fuori e ti bastonavano, camminavi nel cortile del carcere e ti bastonavano. Ci hanno tenuto tutta la notte in piedi faccia al muro, fatto bere l'acqua nello stesso secchio che ci avevano dato per i nostri bisogni. Ho ancora nelle orecchie le grida, i lamenti, i pianti di noi detenuti e le risa isteriche delle guardie che ci massacravano".
Rilasciata il 10 agosto, il giorno dopo Marina ha meditato quella che definisce la sua "vendetta senza armi". "Insieme ad altre due amiche ci siamo chieste fino a che punto si sarebbe spinto questo sistema patriarcale e autoritario davanti a una cordata di sole donne. Abbiamo aperto un canale Telegram chiamato "Girl Power" e invitato altre conoscenti. Da tre siamo diventate 8mila in poche ore". Per tutta la notte hanno discusso su dove incontrarsi, che cosa indossare, quali simboli usare. E infine hanno deciso di radunarsi davanti al mercato Khamarovskij perché lì le avrebbero viste anche le persone meno coinvolte nelle proteste: "babushke", pensionati, casalinghe, per "dimostrare che i manifestanti non sono né drogati né alcolisti come li dipinge la propaganda statale". E hanno scelto di indossare abiti bianchi e di portare fiori per "simboleggiare al massimo il concetto di pace".
Il raduno davanti all'Obelisco della vittoria è nato parallelamente. "Volevamo dimostrare che le donne non sono meno forti degli uomini", racconta Mentusova, l'altra Marina. Dopo aver trascorso diverse notti insonni vedendo i corpi martoriati delle vittime della repressione, ha lasciato la figlia Vera di sei mesi con il marito a Mosca dove vive da diversi anni per tornare in Bielorussia. "Avevo lasciato il Paese perché non potevo cambiarlo e non so stare in un angolo. Ma quando la gente della mia città natale, Gomel, è scesa in piazza, ho visto che per la prima volta c'era la possibilità di lottare per la libertà. Una possibilità di cambiamento. Non potevo restare indifferente".
Insieme ad Anastasja Kostjugova ha coinvolto un gruppo ristretto di amiche e tenuto l'appuntamento in piazza della Vittoria segreto fino all'ultimo per timore di rappresaglie. Fino a quel mercoledì chiunque era un bersaglio della brutale violenza degli Omon. Il pensionato uscito a fare la spesa, l'automobilista che tornava a casa, il giornalista con l'accredito al collo e persino l'uomo che gridava: "Ho votato Lukashenko". Ciononostante si sono presentate "vulnerabili" a piedi nudi, con abiti bianchi, "il colore della purezza e dell'innocenza", e i nastri col disegno tradizionale biancorosso bielorusso e hanno intonato la ninna nanna Kalyhanka "perché la violenza - spiega Anastasja - cadesse in letargo e la gente si svegliasse".
In piazza, come al mercato, c'è stato chi ha avuto parole di gratitudine, chi ha applaudito e regalato fiori e chi invece ha fatto commenti sprezzanti. Tante donne si sono unite anche se non c'entravano nulla o sono arrivate alla spicciolata perché avevano visto le immagini sui social. "Abbiamo capito che non potevamo più fermare questo movimento", dice Marina P.. "Siamo confluite in un unico canale "Donne della Bielorussia" che oggi conta quasi 14mila partecipanti. Non riesco ancora a credere che si sia allargato così tanto".
Non sarebbe mai successo, ammettono le giovani organizzatrici, senza l'esempio del cosiddetto "triumvirato". Dopo che i "tre grandi" oppositori candidati alle presidenziali sono stati arrestati o sono fuggiti, le loro mogli o strette collaboratrici hanno proseguito la loro campagna elettorale. Svetlana Tikhanovskaja si è candidata al posto del marito e Maria Kolesnikova e Veronika Tsepkalo l'hanno affiancata ai comizi. "Lukhashenko ha lasciato che Tikhanovskaja partecipasse alle elezioni solo perché la sottovalutava in quanto donna. Ha detto che la nostra Costituzione non è fatta per le donne e che una donna dovrebbe fare le polpette", racconta la 28enne Aleksandra Kostenko, che ha preso parte sin dall'inizio a tutti i raduni delle "Donne in bianco".
"Oggi invece tutti vogliono Svetlana come presidente. In questa casalinga che chiudeva i comizi dicendo "Vado a fare le polpette" per ribattere a Lukashenko, hanno visto le loro madri e le loro mogli". La paura, ammette Marina Mentusova, c'è. "Abbiamo paura di essere picchiate, ma abbiamo ancora più paura di dover vivere in uno Stato dove saremo sempre picchiate. Scendiamo in piazza per i nostri mariti, figli e fratelli. C'è molta rabbia in questo, ma anche amore. E quando una donna che ama scende in piazza, può resistere a tutto".
Il Dubbio, 25 agosto 2020
Dallo scorso gennaio 1.130bresidenti in aree rurali del centro e del Nord- Ovest della Nigeria sono stati uccisi in una "preoccupante escalation di attacchi e rapimenti" da parte di gruppi armati. A denunciarlo è Amnesty International che accusa le autorità nigeriane di "aver abbandonato intere comunità rurali, lasciandole alla mercé di gruppi armati".
Nel suo ultimo rapporto l'Ong deplora "l'inazione vergognosa" dello Stato federale, dei governi locali e delle forze di sicurezza che "falliscono nel prendere misure efficaci per proteggere le popolazioni". Amnesty ha intervistato residenti negli Stati di Kaduna, Katsina, Niger, Plateau, Sokoto, Taraba e Zamfara, che hanno raccontato di vivere nella paura costante di attacchi e rapimenti in costante aumento nelle loro comunità rurali.
I responsabili di efferati crimini sono tanti: gruppi armati che rubano il bestiame, milizie di autodifesa che da una parte pretendono di tutelare gli interessi di agricoltori e dall'altra quelli dei pastori, in lotta da anni. Secondo le stime dell'International Crisis Group (Icg), dal 2011 queste violenze hanno causato circa 8 mila morti e più di 200 mila sfollati. Nel solo Stato di Zamfara, epicentro delle annose violenze intercomunitarie, secondo bilanci governativi nel 2019 più di un migliaio di residenti ha perso la vita in scontri tra banditi e milizie di autodifesa.
Il modus operandi è quasi sempre lo stesso: attacco e saccheggio del villaggio, rapimento soprattutto di donne e bambini con successiva richiesta di riscatto. Finora i vari gruppi armati presenti nell'area hanno agito senza apparente motivazione ideologica, mossi essenzialmente da interessi economici, ma nell'ultimo periodo diversi esperti hanno lanciato l'allarme per il crescente avvicinamento di queste forze con i gruppi jihadisti attivi in una vasta regione dell'Africa centro-occidentale. Il primo della lista è Boko Haram, che da anni flagella il nord- est della Nigeria e che il presidente Muhammadu Buhari, al potere dal 2015, non riesce a sconfiggere.
La Repubblica, 25 agosto 2020
Da 3 anni i Rohingya aspettano di tornare. Le conseguenze della pulizia etnica in Myanmar contro i musulmani. Il governo di Naypyidaw non è riuscito a garantire il ritorno a quasi un milione di rifugiati. Lo riferisce Human Rights Watch. Il governo del Myanmar non è riuscito a garantire che quasi un milione di rifugiati Rohingya possano tornare a casa in sicurezza tre anni dopo essere fuggiti dai crimini contro l'umanità e dal possibile genocidio dei militari del Myanmar. Lo riferisce Human Rights Watch. I rifugiati Rohingya in Bangladesh hanno dovuto far fronte a restrizioni più rigorose ai diritti di informazione, movimento, accesso all'istruzione e alla salute e sono stati uccisi illegalmente dalle forze di sicurezza del Bangladesh.
La brutale pulizia etnica in Myanmar contro i musulmani. Il 25 agosto 2017, l'esercito del Myanmar ha iniziato una brutale campagna di pulizia etnica contro i musulmani Rohingya che ha comportato uccisioni di massa, stupri e incendi dolosi che hanno costretto oltre 740.000 a fuggire, la maggior parte nel vicino Bangladesh, che già ospitava da 300.000 a 500.000 rifugiati Rohingya. fuggiti dalle persecuzioni dagli anni 90 in poi.
La Corte internazionale di giustizia (ICJ) nel gennaio 2020 ha imposto misure provvisorie al Myanmar per prevenire il genocidio mentre giudica presunte violazioni della Convenzione sul genocidio. La Corte penale internazionale (CPI) nel novembre 2019 ha avviato un'indagine sulla deportazione forzata dei Rohingya da parte del Myanmar e sui crimini correlati contro l'umanità. Il Myanmar non ha rispettato queste misure di giustizia internazionale, non ha permesso alle Nazioni Unite di indagare su gravi crimini all'interno del paese, né ha condotto indagini penali credibili sulle atrocità militari.
Violenze e repressioni nello Stato di Rakhine. I 600mila Rohingya rimasti nello Stato di Rakhine, in Myanmar, subiscono una grave repressione e violenza, senza libertà di movimento o altri diritti fondamentali. I disperati Rohingya fuggiti dal Myanmar corrono gravi rischi per cercare rifugio in tutta la regione. Alcuni sono rimasti bloccati in mare per settimane o mesi, con centinaia di morti temuti su barche scomparse dopo che Malesia e Thailandia li hanno respinti illegalmente usando la pandemia Covid-19 come giustificazione. La Malaysia ha arrestato i rifugiati Rohingya in arrivo, negato loro l'accesso all'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati e perseguito alcuni per ingresso illegale. Nonostante gli impegni, il governo del Bangladesh deve ancora consentire ai funzionari delle Nazioni Unite di assistere gli oltre 300 rifugiati Rohingya salvati in mare e attualmente detenuti nell'insicura isola di limo di Bhasan Char.
Gravi minacce ai diritti in Myanmar. Il Myanmar non è riuscito ad affrontare le cause profonde degli abusi diffusi contro i Rohingya e ha rifiutato di creare le condizioni necessarie per il loro ritorno sicuro, dignitoso e volontario. Come un rifugiato, Abdul Hamid, ha detto a Human Rights Watch: "Abbiamo assistito all'uccisione di migliaia di persone. I corpi stavano galleggiando nel fiume a Tula Toli, ma nessuna giustizia è stata servita ".
I rifugiati che hanno parlato con Human Rights Watch esprimono in modo schiacciante il desiderio di tornare alle loro case in Myanmar una volta che sarà al sicuro; quando hanno cittadinanza e libertà di movimento; e quando c'è un'autentica responsabilità per le atrocità. "Vogliamo profondamente tornare nel nostro paese e controllare la nostra terra e i nostri animali, ma è impossibile poiché non riusciamo a trovare giustizia", ??ha detto Sheru Hatu, un rifugiato.
La minaccia di genocidio per 600 mila persone. Nel settembre 2019, la Missione di accertamento dei fatti indipendente internazionale sostenuta dalle Nazioni Unite in Myanmar ha scoperto che i 600.000 Rohingya rimasti in Myanmar "potrebbero affrontare una minaccia di genocidio più grande che mai". I Rohingya nello Stato di Rakhine sono intrappolati in condizioni spaventose, confinati in campi e villaggi senza libertà di movimento e esclusi dall'accesso a cibo, cure mediche, istruzione e mezzi di sussistenza adeguati. Gli viene effettivamente negata la cittadinanza ai sensi della legge sulla cittadinanza del Myanmar del 1982, che li rende apolidi e altamente vulnerabili agli abusi in corso.
I tentativi del governo del Bangladesh. Il governo del Bangladesh ha organizzato diversi tentativi ufficiali di rimpatrio che sono falliti perché i rifugiati non erano disposti a tornare, dicendo che temevano persecuzioni e abusi in Myanmar. L'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati ha affermato che le condizioni nello Stato di Rakhine non sono ancora favorevoli al ritorno volontario, sicuro e dignitoso dei Rohingya. "Voglio tornare in Myanmar, ma solo quando ci saranno concessi i nostri diritti lì", ha detto Sadek Hossen, un rifugiato. Un altro rifugiato, Shamima, ha detto: "Possiamo tornare a casa solo se sappiamo che le torture che abbiamo dovuto affrontare non si ripeteranno".
Le restrizioni imposte dalla pandemia. Il governo del Bangladesh ha severamente limitato i servizi umanitari nei campi profughi durante la pandemia Covid-19 e ha interrotto tutti i servizi di protezione, compresi i sopravvissuti alla violenza di genere, nonostante un aumento della violenza domestica. Senza accesso a Internet, gli operatori umanitari non sono stati in grado di fornire servizi nemmeno a distanza.
L'esercito del Bangladesh ha iniziato a costruire recinzioni di filo spinato e torri di guardia intorno ai campi profughi nonostante l'opposizione delle Nazioni Unite e di altre agenzie umanitarie. Le restrizioni violano i diritti dei rifugiati alla libertà di movimento, ha detto Human Rights Watch. I rifugiati hanno espresso il timore che la recinzione limiterebbe la loro capacità di ottenere i servizi essenziali, renderebbe impossibile la fuga in caso di emergenza e creerebbe barriere significative per contattare i parenti in altri campi.
Testimonianze da Cox's Bazar. Le famiglie nei campi profughi di Cox's Bazar hanno affermato che i parenti sull'isola di Bhasan Char sono privati della loro libertà di movimento, non hanno un accesso adeguato al cibo e alle cure mediche e devono affrontare gravi carenze di acqua potabile sicura. Alcuni hanno affermato di essere stati picchiati e maltrattati dalle autorità del Bangladesh sull'isola. Nonostante l'impegno pubblico degli alti funzionari secondo cui nessun rifugiato sarebbe stato trasferito con la forza a Bhasan Char, il governo del Bangladesh ha rifiutato di consentire ai rifugiati di tornare e riunirsi alle loro famiglie a Cox's Bazar.
Il divieto di costruire strutture permanenti. Le autorità rifiutano di consentire ai rifugiati di costruire strutture permanenti nei campi profughi di Cox's Bazar che proteggano dalle frane e dalle inondazioni durante la stagione dei monsoni. Negli ultimi tre anni hanno negato l'accesso all'istruzione di base accreditata agli oltre 450.000 bambini Rohingya nei campi. I governi donatori dovrebbero fare pressione sul Bangladesh per consentire ai rifugiati Rohingya di trasferirsi da Bhasan Char e dovrebbero sostenere le autorità del Bangladesh per fornire una protezione efficace nei campi profughi e in altre parti del paese, ha detto Human Rights Watch.
di Paolo Comi
Il Riformista, 24 agosto 2020
Il presidente dell'Anm Luca Poniz e il procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi facciano presto. È finito il tempo dell'attesa: subito, ognuno per quanto di sua competenza, i procedimenti disciplinari per i magistrati che hanno beneficiato del sistema Palamara. Dopo le rivelazioni di questa settimana del Riformista sul "nominificio" avvenuto in Emilia Romagna nella scorsa consiliatura del Csm sotto la super visione di Luca Palamara, l'ex zar degli incarichi di Palazzo dei Marescialli, i davighiani di Autonomia & Indipendenza hanno deciso dunque di prendere posizione.
di Giovanni Fiandaca*
livesicilia.it, 24 agosto 2020
Le quattro morti volontarie - tre di detenuti, una di una poliziotta penitenziaria - succedutesi a pochi giorni di distanza in questo mese di agosto in Sicilia, ripropongono la gravissima e drammatica questione del suicidio nelle carceri, che per intuibili ragioni si acutizza nel periodo estivo.
di Andrea Alberto Moramarco
Il Sole 24 Ore, 24 agosto 2020
Commette il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare il genitore che, pur versando l'assegno per il mantenimento dei figli, si disinteressa delle loro esigenze scolastiche, sociali, sportive, in tal modo sottraendosi agli obblighi derivanti dal suo ruolo di genitore. Questo è quanto si afferma nella sentenza n. 474/2019 del Tribunale di Campobasso.
Il caso - Al centro della vicenda c'è il comportamento tenuto da un padre, il quale veniva accusato dalla ex convivente nonché madre dei suoi due figli di trascurare i ragazzi e di non prestare il dovuto interesse alle loro esigenze. In particolare, pur versando sempre l'assegno di mantenimento ai figli e pur mantenendo con gli stessi un rapporto affettivo costante, il genitore non corrispondeva la metà delle spese straordinarie relative alle attività sociali e sportive dei figli e si disinteressava completamente delle loro esigenze scolastiche. Nello specifico, l'uomo non aiutava i ragazzi a fare i compiti, negava il suo consenso per la partecipazione alle gite scolastiche, non si recava agli incontri scuola-famiglia e vietava ai figli qualsiasi attività nei giorni in cui essi erano a lui affidati.
In sostanza, il padre si sottraeva ai suoi sostanziali obblighi di genitore mostrandosi più attento a rispettare il provvedimento formale che lo obbligava al mantenimento e alla frequenza dei figli piuttosto che essere presente nella vita di questi ultimi e interessarsi alle loro esigenze.
La decisione - Il Tribunale emette un verdetto di condanna, ritenendo integrati gli estremi del reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare, previsto dall'articolo 570 cod. pen..Il quadro accusatorio veniva confermato dalle varie testimonianze, anche delle insegnanti dei minori, e delineava la totale sottrazione del padre agli obblighi di assistenza morale nei confronti dei figli, costui "apparendo più interessato a far rispettare, dalla sua ex compagna, gli accordi in merito al suo diritto di visita che il benessere dei figli".
Inutile, per il giudice, è poi il tentativo dell'uomo di difendersi facendo leva sulla regolarità del versamento dell'assegno di mantenimento e sul fatto che lo stesso si prendeva cura della madre gravemente malata. Ciò non toglie, infatti, sottolinea il Tribunale, che ciascun genitore debba farsi carico non solo dei mezzi di sopravvivenza vitale, ma anche degli "strumenti che consentono un sia pur contenuto soddisfacimento di altre complementari esigenze", tra le quali rientrano per l'appunto quelle scolastiche, sportive e sociali.
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