di Enrico Franceschini
La Repubblica, 24 agosto 2020
Intervista a Marina, vedova dell'ex agente del Kgb ucciso nel 2006. "Putin è comunque responsabile di quello che avviene in Russia, perché ha creato un sistema in cui fatti del genere sono la norma, ma aspettiamo il responso dei medici tedeschi per capire che sostanza è stata usata per avvelenare Aleksej Navalnyj. A quel punto capiremo meglio chi è stato".
Marina Litvinenko è la vedova di Aleksandr, l'ex-agente del Kgb assassinato a Londra nel 2006 con il polonio radioattivo nel tè. Dalla Sicilia, dove si trova in vacanza, risponde al telefono agli interrogativi suscitati da un caso che sembra un déjà vu di quanto accaduto a suo marito.
Cosa pensa di questo nuovo avvelenamento?
"Il primo pensiero è che per fortuna è stato possibile portare Navalnyj in Germania. I medici tedeschi saranno probabilmente in grado di stabilire quale sostanza è stata usata per avvelenarlo e spero anche di salvargli la vita. Certo dubito che un uomo forte e sano possa avere un collasso improvviso per altre ragioni. Logico pensare che sia stato avvelenato".
Da chi?
"Qualcuno a cui Navalnyj non piaceva. Il suo mestiere, oltre che leader dell'opposizione, è il giornalismo investigativo e può avere scoperto qualcosa che dava fastidio. In Russia si preparano elezioni regionali: l'ordine di ucciderlo potrebbe essere partito da lì".
È possibile cercare di uccidere un personaggio come Navalnyj senza che Putin lo sappia?
"Per nominare Putin come diretto mandante dobbiamo sapere di più sulle circostanze e sul tipo di veleno usato. Anche se non ne fosse stato a conoscenza, questo non sarebbe il primo avvelenamento di dissidenti attribuito al Cremlino: ci sono i precedenti di mio marito, di Sergej Skripal e tanti altri. Come minimo siamo davanti a una coincidenza sospetta. Nei suoi vent'anni al potere, Putin ha creato un sistema politico in cui fatti del genere sono la norma: la responsabilità politica è comunque sua. Poi c'è un'altra coincidenza".
Quale?
"La Bielorussia. Al Cremlino qualcuno potrebbe essersi innervosito per quanto avviene nel Paese, dove è esplosa una rivolta che può fare cadere Lukashenko. Proteste analoghe, su scala minore, sono cominciate nella regione russa di Khabarovsk. Non si può escludere che siano stati questi segnali da Ovest e da Est a fare colpire il più noto oppositore interno di Putin".
Sarà possibile ottenere giustizia per quanto è accaduto a Navalnyj?
"Temo di no. Sia pure dopo lungo tempo e con grandi sforzi, io sono riuscita ad averla per mio marito: l'inchiesta britannica ha stabilito che Putin era coinvolto direttamente. Ma le inchieste su politici o giornalisti assassinati in Russia non hanno mai portato a nulla".
Cosa dovrebbe fare l'Occidente?
"Sta facendo molto con l'assistenza medica offerta da Merkel a Navalnyj. Credo che l'Occidente non si faccia più illusioni su Putin. Ma si illude ancora di poter fare affari con lui. Questa illusione dovrebbe finire: gli affari con Putin, economici o politici, possono finire da un momento all'altro con un delitto".
Come suo marito, Navalnyj potrebbe essere stato avvelenato con una tazza di tè...
"Un'altra coincidenza che risveglia in me tristi ricordi. Ma è presto per dire se il veleno era nel tè che Navalnyj ha bevuto all'aeroporto. Potrebbero averglielo somministrato in altri modi, spruzzato o iniettato addosso nella calca dell'aeroporto. Solo i medici tedeschi possono rivelarlo".
di Rosalba Castelletti
La Repubblica, 24 agosto 2020
Oltre centomila persone in strada ieri per rivendicare la vittoria della candidata dell'opposizione Tikhanovskaja alle presidenziali. Ma il leader, 65 anni, al potere da 26, non intende cedere. Sono tornati in strada per la seconda domenica consecutiva.
Nonostante la pioggia, i blindati lungo le strade e la minaccia di un intervento dell'esercito. Vecchi dissidenti, giovani con la barba hipster, intere famiglie e ragazze con coroncine di mughetto in testa o mazzi di fiori in mano. "Oltre 100mila", "almeno 200mila", sui social rimbalzano le cifre. Difficile stimarli. Sono dappertutto.
Un corteo informe "come l'acqua". Gridano e cantano in piazza Indipendenza di fronte all'imponente edificio costruttivista che ospita il Parlamento sotto lo sguardo severo dell'immancabile statua di Vladimir Lenin. Coprono con i fischi le minacce di arresto per il raduno non autorizzato che arrivano dai megafoni.
Colorano i lindi viali di Minsk di rosso e bianco sventolando l'antica bandiera diventata vessillo dell'opposizione al leader 65enne Aleksandr Lukashenko. Sfilano verso il monumento alla seconda guerra mondiale circondato dai militari e poi fino al palazzo presidenziale. Gli automobilisti salutano col clacson e loro rispondono col segno di vittoria di quella che considerano la loro "presidente legittima", Svetlana Tikhanovskaja, fuggita in Lituania all'indomani delle elezioni del 9 agosto.
Cominciata dopo la contestata vittoria di Lukashenko per un sesto mandato consecutivo, la protesta resiste. Gli slogan sono gli stessi che echeggiano ormai da due settimane: Ukhodi, Ukhodi, "Via, Via"; Lukashenko v avtozak, "Lukashenko in un furgone della polizia"; Vmieste, "Insieme"; Zabastovka, "Sciopero".
"Elezioni oneste, fine della repressione e liberazione di tutti i detenuti politici", la 34enne Svetlana elenca le rivendicazioni della piazza. "Vogliamo mostrare ai nostri figli la nuova e vera Bielorussia", dicono Evgenij e Jiulija, che con loro hanno portato Mark e Agata di nove e sette anni. Che cosa chiedono? "Cambiamenti". Peremen, rispondono tutti, come l'inno sovietico alla perestrojka di Viktor Tsoi diventato la colonna sonora delle manifestazioni.
Anche Ksenia Prudnikova, imprenditrice 41enne, è scesa in strada con la famiglia dopo aver allestito cartelloni, gonfiato palloncini e tagliato nastri bianchi. "Ti svegli ogni mattina temendo che le manifestazioni scemeranno e ogni mattina scopri che qualcuno ha già lanciato un'iniziativa", dice sbigottita dalla marea umana. "Abbiamo uno slogan: Kazhdij den, kazhdij den. "Ogni giorno, ogni giorno". E cerchiamo di metterlo in pratica. Non molliamo".
I giorni passati, però, sono stati "un'altalena emotiva", come ha detto in un videomessaggio Maria Kolesnikova, l'unica donna rimasta a Minsk del "triumvirato" femminile che aveva guidato la campagna elettorale dell'opposizione. Molti avevano pensato che l'imponente "Marcia per la libertà" di una domenica fa fosse "l'inizio della fine".
L'indomani decine di fabbriche e persino la tv statale, megafono della propaganda, avevano aderito allo sciopero nazionale indetto dall'opposizione. E Lukashenko era stato accolto dai fischi degli operai, a lungo considerati lo zoccolo della sua base elettorale. Ma l'ex direttore di una fattoria sovietica, trasformatosi nell'ultimo dittatore d'Europa, come è stato battezzato, ha fatto capire che se non ne andrà senza combattere.
Quando agli operai ha risposto che sarebbe morto piuttosto che indire nuove elezioni, non era retorico. Dopo che ha giurato che avrebbe "risolto il problema" della contestazione, frutto - a suo dire - di un complotto occidentale, i procuratori hanno interrogato i rappresentati del Consiglio di Coordinamento creato dall'opposizione, i leader degli scioperi delle fabbriche sono stati arrestati, i dipendenti della tv statale in agitazione sono stati sostituiti con operatori russi, l'esercito è stato messo in stato d'allerta contro presunti movimenti Nato alla frontiera e in un audio il ministro della Difesa ha avvertito i suoi generali di prepararsi alla guerra civile. E ieri, per chiarire il messaggio, lo stesso Lukashenko è sceso dall'elicottero presidenziale con giubbotto anti-proiettile e kalashnikov in mano. "Non è un'altalena, sono vere e proprie montagne russe", ammette Anastasija Kapustina, trent'anni.
"Ma bisogna portare avanti la lotta". Come per tanti bielorussi, il coronavirus è stata la miccia del suo impegno politico. "Ho capito che il governo non ci avrebbe dato nessuna assistenza. Quando poi, in campagna elettorale, i candidati dell'opposizione sono stati arrestati o esiliati, non potevo restare indifferente. Abbiamo un modo di dire: "La mia casa è sul bordo". Vuol dire: "Non sono affari miei". In tanti avevamo la casa sul bordo, ma ora siamo tutti coinvolti. Abbiamo tutti un compito".
C'è chi porta acqua e cibo ai dimostranti, chi - come Anastasija - assiste al rilascio di quanti erano stati arrestati, chi organizza picchetti. Nel movimento non ci sono capifila. Tutti i leader sono in esilio o in carcere. Gli esponenti del neonato Consiglio di coordinamento non indicono manifestazioni. Le istruzioni per i cortei quotidiani o le catene umane delle cosiddette "Donne in bianco" arrivano sui canali Telegram, l'app di messaggistica cifrata.
Come quando alle 15.30 tutti si uniscono al minuto di silenzio per le vittime delle quattro notti di repressione seguite al voto: almeno quattro dimostranti morti, centinaia di feriti, quasi 80 dispersi e oltre 7mila detenuti che, una volta rilasciati, hanno raccontato l'orrore nelle carceri. Per un Paese dove un terzo della popolazione è morta nella seconda guerra mondiale, le torture sono state il punto di non ritorno. "Una linea rossa di sangue", secondo Evgenij, 32 anni, che ha trascorso due giorni nell'oramai famigerato carcere di Okrestino. "Siamo rimasti in silenzio per troppo tempo, ma stavolta non perdoneremo".
In 26 anni al potere Lukashenko aveva trasformato il Paese senza sbocco sul mare, incastonato tra Russia e Ue, in una miniatura dell'Urss. Via il limite di mandati e ogni minaccia al suo regime autoritario. Chiusi i media indipendenti. Incarcerati o dispersi gli oppositori. Poteri illimitati al Kgb, i servizi segreti che oltre al nome hanno conservato i metodi sovietici. Ma aveva garantito la pace e la stabilità che manca a tante altre Repubbliche ex-sovietiche. Ora ha rotto il patto con la società, ma gode ancora del sostegno di esercito e servizi. "Sappiamo che il confronto durerà mesi, ma siamo pronti per questa maratona", promette Olga che festeggia i suoi 33 anni in piazza. "Faremo vedere quanti siamo ogni giorno". Kazhdij den, kazhdij den.
agenzianova.com, 24 agosto 2020
La Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) ha espresso preoccupazione per le uccisioni, gli arresti arbitrari e le detenzioni ad Al Asabaa, città dell'ovest del paese sotto il controllo del Governo di accordo nazionale (Gna). In particolare, l'Unsmil parla di "un civile ucciso" e del "blocco forzato della città mentre la popolazione civile è già sotto pressione".
La missione Onu ha chiesto "una riduzione immediata dell'escalation" e che tutte le parti coinvolte "rispettino i loro obblighi ai sensi del diritto internazionale umanitario, compreso consentire la piena libertà di movimento e l'accesso immediato alle strutture sanitarie".
L'Onu ha inoltre esortato "a rispettare il giusto processo, a consegnare gli arrestati alle istituzioni giudiziarie competenti e a rilasciare immediatamente coloro che sono arbitrariamente detenuti". L'operazione militare "Vulcano della rabbia" del Gna ha annunciato l'inizio di una vasta operazione di sicurezza ad Al Asabah e Mizda per "imporre la sicurezza e arrestare un certo numero di persone ricercate nella regione".
di Alessandra Muglia
Corriere della Sera, 24 agosto 2020
Il presidente va nella città simbolo della protesta. E chiude le fabbriche in sciopero. Tikhanovskaya vedrà l'inviato Usa. "Tutto sarà risolto nei prossimi giorni, la crisi finirà presto, credetemi". Per cercare di stroncare ogni sogno di cambiamento il presidente bielorusso Lukashenko si è recato fino a Grodno, la città al confine con la Polonia che ha assaporato la libertà ma per due giorni soltanto: le autorità locali avevano fatto concessioni ai manifestanti, ritirate però 48 ore dopo su pressione di Minsk.
"Ho ordinato al ministro della Difesa di prendere nuove misure, le più severe per difendere l'integrità territoriale del nostro Paese" ha avvertito durante una visita a una base militare il longevo leader che continua a presentare la mobilitazione in atto come qualcosa di istigato dall'esterno. Le forze armate - ha fatto sapere - sono in stato d'allerta e delle esercitazioni militari sono previste nella regione di Grodno tra il 28 e il 31 agosto.
Ieri Lukashenko, al potere dal 1994, ha chiarito anche come intende soffocare l'altra faccia della protesta, quella che ha portato alla più massiccia ondata di scioperi che il Paese abbia mai conosciuto: da domani le fabbriche in sciopero saranno chiuse. "La gente si calmerà" ha assicurato Lukashenko rivolgendosi ad alcuni suoi sostenitori a Grodno, mentre venivano chiusi 20 siti di informazione.
Le minacce del dittatore aleggiano sulle piazze in rivolta e nelle fabbriche in agitazione seminando ansia e paura. A tenere alto il morale e vivo lo spirito della lotta ci pensa Svetlana Tikhanovskaya, l'insegnante di inglese moglie di un oppositore finito in carcere che si è ritrovata a sfidare il dittatore alle urne: "Vi chiedo di continuare, di estendere gli scioperi, senza cedere alle intimidazioni", ha scandito in un video diffuso su You Tube in cui ha ribadito gli obiettivi della protesta: "La fine delle violenze, il rilascio dei prigionieri politici e nuove elezioni, trasparenti, libere e giuste".
Nella sua prima conferenza stampa da quando si è rifugiata in Lituania si è rivolta a Lukashenko: "Il presidente deve sapere che il popolo bielorusso non accetterà più la sua leadership". E in un'intervista alla Reuters, ha dichiarato di non avere nulla da chiedere a Putin se non "il rispetto della sovranità della Bielorussia". In quello che appare come un capolavoro di diplomazia, ha poi fatto sapere di aver avanzato la stessa richiesta ai tanti leader occidentali che la stanno contattando in questi giorni. Con lo stesso atteggiamento, domani incontrerà a Vilnius il vice segretario di Stato Usa Stephen Biegun che si recherà poi a Mosca, nel tentativo di trovare una soluzione alla crisi.
Svetlana è determinata: "Andremo avanti fino alla fine, se ci fermassimo ora, saremmo schiavi" ha arringato parlando alla Bbc. Non sarà facile, considera Sergei Dylevsky, l'operaio di Minsk in sneakers rosse, jeans e T-shirt che ha dato il via agli scioperi ed è diventato in pochi giorni un leader dell'opposizione, nel comitato con la scrittrice premio Nobel Svetlana Alexievich e l'ex ministro della cultura Pavel P. Latushko. Sebbene il 90% dei lavoratori è a favore di nuove elezioni, soltanto 250 su 15mila sono "pronti ad andare avanti fino alla fine", stima.
Oggi è convocata una nuova, grande manifestazione a Minsk, ed è attesa una folla oceanica come quella di domenica scorsa. Ma con Lukashenko che continua a escludere nuove consultazioni, incurante delle sanzioni annunciate dalla Ue e forte del sostegno di Putin, tante le domande ancora senza risposta: quanto sarà dura l'ulteriore stretta annunciata dal dittatore? Dal movimento di protesta nasceranno frange violente? E la Russia interverrà?
di Pietro Del Re
La Repubblica, 24 agosto 2020
Gli eserciti di Niger, Mali e Burkina Faso, accusati di massacri e esecuzioni sommarie. Ma Parigi è sott'accusa perché li addestra e fornisce le armi. Contro i jihadisti del Sahel si combattono due guerre parallele: quella dei francesi con droni sofisticati e teste di cuoio, e quella più faticosamente condotta con armi fatiscenti e soldati sottopagati dagli squinternati eserciti di Mali, Niger e Burkina Faso. Nella prima, usando un linguaggio fin troppo asettico, si parla di "disattivazione di gruppi armati terroristici" e di "eliminazione di bersagli ad alto valore".
I suoi protagonisti sono gli oltre 5mila soldati dell'operazione Barkhane dispiegati nel deserto da Parigi, che hanno negli uomini del Comando operazioni speciali la loro punta di diamante operativa. Sono loro che coprendosi di gloria lo scorso 3 giugno hanno scovato e ucciso nel nord del Mali Abdelmalek Droukdel, leader del gruppo Al Qaeda nel Maghreb islamico.
L'altra guerra, quella degli eserciti africani, registra successi decisamente meno eroici e fulgenti perché funestata da frequenti massacri inter-etnici che compiono le milizie locali e da esecuzioni sommarie di civili inermi da parte dei soldati. Con il risultato che, spaventati da possibili rappresaglie, sequestri o processi troppo sbrigativi, molti giovani preferiscono unirsi alle unità combattenti jihadiste. In un rapporto pubblicato il 10 giugno, Amnesty International denuncia "atti di terrore e massacri" compiuti dai tre eserciti tra febbraio e aprile di quest'anno, tutti perpetrati con il pretesto di svolgere operazioni anti-terroristiche.
Sempre secondo l'attendibile Ong, nello stesso periodo i soldati avrebbero ucciso almeno 199 civili e in alcune regioni desertiche sarebbero state scoperte diverse fosse comuni. Negli stessi mesi, la Minusma, la missione Onu per stabilizzare il Mali, ha contato circa 650 violazioni dei diritti umani nel Paese.
Bisogna dare per scontato che nessun soldato francese ha partecipato o assistito passivamente a questi ammazzamenti. Tuttavia, l'accusa di questi crimini di guerra attribuiti agli eserciti regionali coinvolge in parte anche Parigi, poiché è lei che li addestra e li rifornisce di armi. E poi la Francia è il primo partner diretto di questi Paesi nella lotta contro i gruppi estremisti, siano essi affiliati ad Al Qaeda o allo Stato islamico. Secondo Ibrahim Traoré, ricercatore dell'Institut d'études de sécurité di Bamako, la strategia anti-jihadista dell'ex potenza coloniale è controproducente perché non fa altro che generare altra violenza.
"Dall'inizio dell'intervento di Parigi, nel 2013, i gruppi armati si sono moltiplicati e l'anno scorso nel Sahel gli attentati sono aumentati del 70%. È vero, i francesi hanno neutralizzato più di mille terroristi ma il problema è che i loro attacchi provocano anche tante morti "collaterali", e che ognuna di queste crea nuovi miliziani".
Anche Niagalé Bagayoko, direttrice dell'African security sector network considera piena di errori la cooperazione francese nel Sahel, "non solo sull'aspetto militare ma anche su quello dei diritti umani". Per Bagayoko il silenzio di Parigi sugli ammazzamenti compiuti dagli eserciti alleati equivale a una sorta di assoluzione. Oltre a combattere i battaglioni dell'estremismo islamico, Parigi vorrebbe conquistare i cuori e le menti della popolazione locale. "Ma non le riesce facile, anche per il risentimento che alcuni rigurgiti neo-colonialistici possono generare a Bamako, Niamey o Ouagadougou", spiega l'islamologo americano Alexander Thurston. "Una guerra non si vince solo militarmente".
Lo sapeva bene Ibrahim Boubacar Keita, il presidente del Mali deposto martedì scorso dalla giunta militare che ancora lo tiene prigioniero in una caserma non lontana dalla capitale. Lo scorso febbraio, dopo anni di sanguinarie battaglie e continue perdite di uomini e beni, Keita aveva avviato un dialogo con gli emiri di Al Qaeda nel Maghreb islamico, islamisti meno radicalizzati e feroci di quelli dell'Isis.
"L'apertura dell'ex presidente è coincisa con una controffensiva di Al Qaeda, in particolare nell'Africa occidentale e in particolare in Mali. Una controffensiva non solo militare, ma soprattutto politica", aggiunge Thurston. Di fatto, l'iniziativa di Keita ha spaccato in due il fronte jihadista, perché l'aviazione di Parigi s'è concentrata sui battaglioni dello Stato islamico, il quale ha accusato di tradimento i confratelli qaedisti. "Questa decisione di accettare negoziati diretti con lo Stato del Mali ha così segnato un importante punto di svolta", dice ancora l'islamologo.
È verosimile che ora, sia pure senza un interlocutore politico a Bamako, i leader di Al Qaeda amplieranno la loro offensiva nel Sahel. E per reclutare nuovi uomini, compiere i loro saccheggi nei villaggi e strappare nuove terre all'Isis nel centro e nel nord del Paese potranno approfittare delle prossime settimane, durante le quali la giunta militare da pochi giorni al comando sarà troppo occupata a trovare un nuovo presidente.
di Riccardo Polidoro
Il Riformista, 23 agosto 2020
Un'altra estate infernale nelle carceri italiane. Un'ennesima violazione delle regole minime da rispettare nei confronti di persone affidate allo Stato, che dovrebbe farsi carico del loro recupero. Al sovraffollamento, alle carenze igienico-sanitarie, al calore insopportabile, contro il quale non esistono rimedi, perché gli spazi sono angusti e l'aria che circola è minima, quest'anno si è aggiunta la solitudine dovuta al Covid-19, con l'eliminazione e successiva drastica riduzione dei colloqui con i familiari e delle già minime attività educative.
di Rossella Avella
interris.it, 23 agosto 2020
Adriana Intilla, funzionario giuridico pedagogico del carcere di Pozzuoli, racconta come si svolge la vita dentro il centro di detenzione e cosa è cambiato durante il lockdown. "Dal 9 marzo quando tutta l'Italia si è completamente paralizzata la situazione ha coinvolto anche noi, per questo motivo in via precauzionale da quella data abbiamo sospeso ogni tipo di attività condotta dalla comunità esterna.
di Francesco Petrelli
Il Riformista, 23 agosto 2020
Portata in scena per la prima volta nel 458 a.C. in quel teatro di Dioniso posto sulle pendici dell'Acropoli di Atene, l'Orestea di Eschilo ci parla dei conflitti che agitano il mondo della Giustizia e di come la Ragione può governarli ideando nuovi modelli e generando così nuovi equilibri per la Polis. Dopo quasi duemilacinquecento anni quest'opera, scritta dal più ottimista dei tragici greci, ha ancora qualcosa da dirci circa le insopprimibili pulsioni emotive della collettività ed il loro rapporto con le nuove contrastanti ma indeclinabili esigenze della ragione e della democrazia.
di Ignazio Marchese
blogsicilia.it, 23 agosto 2020
Tre suicidi in una decina di giorni nelle carceri siciliane, con le vittime tutte accusate di violenze in famiglia, in un caso gravissime, tanto che hanno portato alla morte. Due sono accaduti a Pagliarelli, dove il 10 agosto si è ucciso Emanuele Riggio, mentre tre giorni fa si è tolto la vita, Roberto Faraci, detenuto di 45 anni, impiccandosi con le lenzuola nella cella, proprio come Riggio.
lacnews24.it, 23 agosto 2020
Federico Ferraro dopo il tentativo di evasione avvenuto nei giorni scorsi: "Governo intervenga, sono a rischio i diritti umani". "Non è più tollerabile, in Paese dove vige lo Stato di diritto, assistere a tutt'oggi ad un sovraffollamento carcerario che si accompagna alle carenze del personale". È quanto afferma, in una nota, Federico Ferraro, garante comunale dei detenuti di Crotone che interviene sul tentativo di evasione dal carcere della città messo in atto nei giorni scorsi da due detenuti.
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