di Fabrizio Dragosei
Corriere della Sera, 23 agosto 2020
Gli amici dell'oppositore di Putin accusano i medici russi, per i quali nel suo sangue c'era soltanto alcol e caffeina. C'è voluta una nottata di trattative, pratiche burocratiche e telefonate per riuscire a far partire da Omsk l'aereo-ambulanza tedesco che ieri mattina ha portato Aleksej Navalny a Berlino. Il leader dell'opposizione, che avrebbe subìto un avvelenamento giovedì scorso, era in condizioni gravi ma stabili, in coma indotto.
"Anche solo finire di completare tutte le formalità, dogana, coronavirus, eccetera, è stato un incubo e abbiamo terminato alle tre del mattino", ha raccontato al periodico web Meduza Jaka Bizilj, creatore della fondazione "Cinema per la pace" che ha organizzato l'evacuazione.
Nella capitale tedesca Navalny è stato ricoverato nello storico ospedale Charité, uno dei più grandi centri universitari europei. "Dai medici abbiamo saputo che se non ci fosse stato l'atterraggio d'emergenza a Omsk e l'immediato ricovero, Navalny sarebbe morto", ha detto ancora Bizilj. Il blogger aveva bevuto un tè all'aeroporto di Tomsk dove si era poi imbarcato sul volo per Mosca. In aria si era subito sentito malissimo. Secondo il politologo Valerij Solovej, chi aveva messo una qualche sostanza nella bevanda "si aspettava che Navalny morisse in aereo. Forse hanno sbagliato la dose".
L'operazione di evacuazione da Omsk ha richiesto una lunga e meticolosa preparazione. Bizilj, che già in passato aveva organizzato il trasporto allo stesso ospedale tedesco di Pyotr Verzilov, membro del gruppo di opposizione Pussy Riot, ha detto di essere stato chiamato proprio da questo gruppo. "Nadia Tolokonnikova mi ha telefonato da Los Angeles. Da quel momento non abbiamo dormito un istante. L'aereo, il team di specialisti, tutti i permessi".
Bizilj nega di essere stato aiutato dal governo tedesco, "ma certo le dichiarazioni della cancelliera hanno facilitato le cose". I costi dell'evacuazione sarebbero stati coperti invece dal figlio di un magnate russo residente all'estero, Dmitrij Zimin, fondatore della società telefonica Beeline. Il cinquantaduenne Boris sostiene da tempo la Fondazione per la lotta alla corruzione di Navalny. "Questa pratica da noi è il collante di tutte le strutture di potere", aveva dichiarato mesi fa in un'intervista.
Il primario dell'ospedale di Omsk continua a sostenere che le analisi effettuate non hanno individuato tracce di avvelenamento. "Niente ossibutirrato di sodio, niente barbiturici o stricnina, niente veleni sintetici o convulsivanti. Nelle urine abbiamo riscontrato alcol e caffeina". Su questa base alcuni giornali locali vicino al Cremlino hanno iniziato a ventilare l'ipotesi che il blogger avesse bevuto pesantemente la sera prima. Secondo i suoi collaboratori, Navalny nella giornata precedente era stato nel villaggio di Kaftanovka, dove, però, "stava benissimo e aveva pure fatto il bagno in un fiume".
Ora bisognerà capire cosa sia davvero successo al principale avversario di Vladimir Putin. "Spero che quanti possono contribuire a rispondere a questa domanda lo facciano", ha dichiarato il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier. I sanitari dello Charité hanno sottoposto il paziente a numerosi test, ma è possibile che la sostanza che ha provocato il collasso sia stata nel frattempo smaltita dal corpo. E gli amici di Navalny sono convinti che qualcuno ha voluto tenere il blogger a Omsk il più a lungo possibile per questo motivo.
L'Osservatore Romano, 23 agosto 2020
"Forte preoccupazione per oltre 100 persone che sarebbero tuttora detenute in Bielorussia dopo aver partecipato alle proteste antigovernative degli ultimi giorni" arriva dall'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani. Durante le proteste ci sono stati "arresti di massa" afferma l'agenzia Onu. Da Ginevra la portavoce Liz Throssell ha parlato di "varie migliaia di persone arrestate nelle proteste" esplose con la diffusione dei risultati delle contestate elezioni presidenziali del 9 agosto che hanno assegnato ad Alexander Lukashenko il sesto mandato consecutivo alla presidenza.
"Molte sono state liberate, ma del centinaio di persone che resterebbero in carcere una sessantina sarebbero accusati di reati che potrebbero prevedere severe pene detentive" ha spiegato la portavoce. L'Alto commissariato denuncia in particolare come non ci siano più notizie di "almeno otto persone". Con gli "arresti di massa" per l'Onu è stato "impossibile ottenere un quadro completo della situazione" e alle autorità viene chiesto di "fornire informazioni complete e precise sugli atti di polizia e i procedimenti giudiziari".
"Chiediamo alle autorità della Bielorussia - ha detto Throssell - di liberare tutti coloro che sono stati arrestati in modo illegittimo o arbitrario e di smettere di arrestare le persone che esercitano i diritti alla libertà di espressione e di riunione pacifica". L'Onu lamenta la mancata apertura di inchieste su possibili abusi dopo le denunce di torture e maltrattamenti ai danni dei detenuti, anche di giornalisti e bambini. Nel frattempo, ieri, Lukashenko ha escluso qualsiasi dialogo con l'opposizione. Il presidente ha annunciato "misure dure" in nome della "stabilità".
Poi ha lanciato un'accusa grave: "È tutto pianificato e diretto dagli Usa e gli europei stanno al gioco". "Spero che Lukashenko ascolti il suo popolo" ha detto la leader dell'opposizione, Svctlana Tikhanovskaya, fuggita in Lituania dopo il voto. Tikhanovskaya ha ribadito il suo sostegno a tutti i manifestanti. "Tornerò quando mi sentirò al sicuro" ha detto.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 23 agosto 2020
Mohammad Reza Haddadi si trova nel braccio della morte della prigione di Shiraz. Vi ha trascorso più della sua vita: nato nel 1998, c'è entrato nel 2002. Ora ha quasi 33 anni. Mohammad è uno delle decine di minorenni al momento del reato in attesa dell'esecuzione nelle carceri iraniane. I giudici lo hanno ritenuto colpevole di un omicidio, assieme ad altri tre complici, durante un furto d'auto nella città di Kazerun. Come in molti altri casi del genere, è emerso che i complici, tutti maggiorenni, lo avevano convinto ad accusarsi dell'omicidio, promettendogli anche una ricompensa, spiegandogli che in quanto minorenne non sarebbe stato messo a morte. Con quest'inganno, Mohammad si dichiarò inizialmente colpevole.
Finora, convincere la giustizia iraniana del contrario non è stato possibile. Per ben sei volte la sua esecuzione è stata annunciata per poi essere annullata a seguito delle proteste internazionali. Ma Hossein Ahmadi-Niaz, uno dei suoi avvocati, non demorde. Come ha dichiarato a Iran Human Rights, essendo stato dimostrato nel corso del lungo procedimento giudiziario che Mohammad non aveva raggiunto una maturità intellettuale sufficiente da rendersi conto delle conseguenze del reato che stava compiendo, la sua confessione ai sensi dell'articolo 91 del codice penale islamico del 2013, non ha alcun valore legale.
La Corte suprema sta attualmente esaminando un ricorso basato su questo punto. L'Iran è uno dei pochi stati al mondo in cui, in violazione della Convenzione sui diritti dell'infanzia che sarebbe tenuto a rispettare, vengono messi a morte minorenni al momento del reato: nel 2019 ci sono state almeno quattro esecuzioni del genere e altrettante finora nel 2020.
di Errico Novi
Il Dubbio, 23 agosto 2020
La sua nomina a ministro della Giustizia è la vera sorpresa del nuovo governo di Jean Castex: uno choc per i magistrati. Tra i più celebri avvocati francesi, rinomato spirito libero, Éric Dupond-Moretti ha criticato troppo spesso la giustizia - come istituzione, per il suo malfunzionamento- per non aspettarsi che ci metta mano.
"Non sono cambiato, se non per le cravatte...", dice con il sorriso sulle labbra in un'intervista al settimanale francese Le Journal du Dimanche che lo raggiunge nel suo ufficio ministeriale a piazza Vendôme poco dopo l'insediamento. Riforma del processo penale, carceri, indipendenza dei pubblici ministeri: il programma del nuovo Guardasigilli non è ancora delineato, ma non gli mancano idee, esigenze e temperamento.
Una volta in televisione ha detto, tra le risate, che non sarebbe mai diventato ministro della Giustizia. Come mai ha cambiato idea?
Quando l'ho detto pensavo davvero che non me lo avrebbero mai proposto. E quando è successo, ho risposto d'istinto: ho prima detto sì, e poi ci ho riflettuto. Come mi ha suggerito un amico: "Ti hanno dato le chiavi dell'auto, bisogna che ci salti su". Ho una conoscenza approfondita, ma non tecnocratica, dell'istituzione giudiziaria. So cosa c'è di buono, e cosa va cambiato. Ho accettato anche per ragioni emotive: come avvocato ho sempre difeso gli uomini, non le cause. Ancora una volta, mi batto per l'uomo. Trovo Emmanuel Macron coraggioso, adesso tocca a me agire. Ho delle idee, ma devo metterle in pratica: devo assolutamente riuscirci. Quando ci penso, non nascondo di avere le vertigini: quando, come me, si deve tutto alla Repubblica, non è un compito da poco poterla servire.
Cosa Le darà la sensazione di esserci riuscito?
Tutto ciò che bisogna cambiare nella nostra giustizia: sono trentasei anni che ci rifletto. La difficoltà principale per me sarà di apprendere l'arte dell'amministrazione e addolcirla. È fatta principalmente di persone competenti, ma come tutte le strutture ha le sue "pesantezze". Quando lascerò la carica, voglio che restino due o tre cose semplici: non ho la bacchetta magica, ma voglio riavvicinare i francesi alla giustizia, ridargli fiducia. È per questo che parlo di una "giustizia di prossimità": non vuol dire ripristinare i giudici di prossimità che abbiamo abolito nel 2017, ma che bisogna tentare la strada di una giustizia vicina ai soggetti di diritto, gli indagati. Ci sono due grandi problemi: la scarsità di mezzi e alcune cattive abitudini. Devo riuscire ad agire su questi due fronti.
Se non si tratta di un ritorno al passato, come definirebbe questa nuova "giustizia di prossimità"?
È una questione di organizzazione. Durante la crisi sanitaria, alcuni magistrati si sono recati negli ospedali. Io propongo che, in alcune parti del territorio e in casi particolari, si muova il giudice piuttosto che l'imputato. Sarebbe utile per tutti coloro per cui è difficile accedere alla giustizia, normalmente i più poveri. La giustizia deve essere a servizio dell'imputato, non il contrario. È importante ricordarlo. Concretamente, quali sono le sue priorità? Arrivo con dei sogni, ma so che il tempo stringe: non si fa il ministro a vita, per fortuna. Quindi non vedo l'ora di passare alla fase operativa. Firmerò rapidamente le mie prime istruzioni. Ad esempio, voglio che i sospettati di violenza coniugale, se non sono deferiti all'autorità giudiziaria, siano convocati dal procuratore e ricevano un avvertimento giudiziario solenne. Mi è già stato fatto notare che questo potrebbe compromettere la presunzione d'innocenza: ma ho mostrato i denti...Non si tratterebbe di una condanna, ma di un modo per dimostrare che la giustizia è attenta e non trascura niente. Ecco un altro esempio: conosco le prigioni, ci sono stato tante volte come avvocato. Ci sono già buone pratiche per migliorare le condizioni di detenzione, bisogna solo estenderle. I codici prevedono anche dei delegati tra i detenuti che possano segnalare le difficoltà, le carenze. È utile, ma non esistono dappertutto. Non costerebbe niente prevederli in ogni struttura.
Sarà affiancato nel suo lavoro da un consigliere incaricato di raccogliere le "buone pratiche". È vero?
Amo il buon senso. Nella nostra giustizia, c'è il meglio e il peggio. Io dico che bisogna chiudere col peggio e guardare solo al meglio. Chi potrebbe opporsi? Dal momento che non ci costa di più. Pescherò dalle idee migliori per migliorare la giustizia quotidianamente e, sì, avrò un consigliere per questo. Se in un certo tribunale un cancelliere o un magistrato avranno un'idea che funziona, la faremo emergere. D'altronde, non abbiamo molte risorse nelle cancellerie, voglio alleggerire i loro compiti per valorizzarli e così che possano rispondere in tempi più brevi alle esigenze delle persone sottoposte a giudizio.
Lei cita spesso Victor Hugo: "Aprire una scuola, vuol dire chiudere una prigione". Vuole meno carceri?
È già avviato un programma di costruzione di 15mila posti. Ma prima di definire una politica, voglio monitorare l'evoluzione del numero dei detenuti. Con la pandemia, abbiamo registrato un numero storicamente basso. Se non aumenta troppo, le prigioni saranno alleggerite, e di conseguenza le condizioni di detenzione miglioreranno. Ma bisogna soprattutto smetterla con i dibattiti caricaturali. La politica penale non si basa sulla compassione: non si tratta né di reprimere né di essere lassisti. Il buon principio è l'equilibrio. Il carcere è un male necessario. Ma bisogna pensare a come agevolare la fuoriuscita di chi ha problemi di salute, e a come fare in modo che chi esce non sia peggiore di quando è entrato. Consideriamo lo spirito di questa evidenza: se bastasse reprimere per far sparire il crimine, ormai lo sapremmo. Solo i populisti sembrano crederlo, ma io non lo sono. Io sono per lo Stato di diritto, e dico: non voglio che il mio paese resti al dodicesimo posto tra i 47 paesi condannati dalla Corte Europea, sostanzialmente per dei processi giudicati "ingiusti". C'è bisogno di cambiare qualcosa, no?
Non si rischia di diventare buonisti?
Già li sento quelli che mi definiranno il "lassista che vuole svuotare le prigioni", altri diranno che sono un repressore che vuole riempirle. Non sarò né l'uno né l'altro. Non si fa buona giustizia con la demagogia. Servono dei principi: il contraddittorio, il diritto alla difesa. Ma servono anche i mezzi, risorse ulteriori. Nei nostri tribunali, ho visto un giurato portarsi il registratore perché la Corte non l'aveva...
Avrà a disposizione nuove risorse per la giustizia?
È necessario, ne avrò. Il primo ministro l'ha annunciato: il budget 2021 accrescerà il volume di assunzioni nella giustizia.
Emmanuel Macron e Jean Castex glielo hanno assicurato?
Sì, assolutamente.
Cambiano argomento, è sempre favorevole al rimpatrio delle donne e dei bambini prigionieri in Siria?
Sì, ma faccio parte di un governo che difende l'idea che questi prigionieri debbano essere giudicati là dove hanno commesso il reato e che esamina caso per caso la situazione dei minori da rimpatriare. In qualunque circostanza, sarei un militante instancabile nella difesa dei francesi -perché sono francesi, che lo si voglia o no - che incorrano nella pena di morte. Abbiamo preso impegni internazionali e l'anno prossimo celebreremo il quarantesimo anniversario dell'abolizione della pena di morte in Francia. È un onore per il nostro Paese.
È in corso un progetto di revisione costituzionale che pone la questione dell'indipendenza dei pubblici ministeri. Lei è favorevole alla soppressione del legame gerarchico tra cancelleria e procure?
No. Io credo che sia legittimo per il governo definire e disporre dei mezzi per condurre una politica penale. Il sistema attuale presenta due vantaggi: la politica penale è una e indivisibile, le stesse regole si applicano a tutti i paesi. Le procure sono legittimate da un governo democratico. Ma il potere non ha il diritto di intervenire in certe questioni. Per la nomina dei procuratori, il ministro segue le indicazioni del Consiglio della magistratura: è già la norma, ma per il passato ci sono state delle violazioni. Affinché ciò non accada più, voglio incidere questa regola nella Costituzione.
È favorevole alla separazione delle carriere tra giudici e pm?
Sì, ma non ne avrò il tempo in questo mandato. È un grosso problema. Ho conosciuto un presidente della Corte d'Assise che mi disse: "La giustizia è il solo sport dove l'arbitro porta la stessa maglia dei giocatori". C'è un'altra cosa che mi sta a cuore: la lotta contro il corporativismo che nuoce alla giustizia. Vorrei trasformare la Scuola nazionale della magistratura in una scuola che mescoli la formazione dei giudici e degli avvocati. Ma anche questo cantiere sarebbe troppo lungo da realizzare. Abbiamo seicento giorni per agire concretamente, devo essere pragmatico.
Occorre più spazio per la difesa nella procedura penale?
La giustizia si è "bunkerizzata". Svolgendo il mio mestiere di avvocato, ho visto etichette sulle porte con scritto: "Il giudice non riceve gli avvocati". È assurdo. Bisogna tornare a una giustizia più fluida, a dei rapporti pacifici tra giudici e avvocati. Non posso ordinarlo, ma posso suggerirlo fortemente tramite circolari. Il giusto processo, è il contrario della guerra.
Nel suo discorso di insediamento, ha dichiarato che le indagini preliminari devono restare tali. Farà una circolare anche su questo?
Chiedo alla mia amministrazione di farmi delle proposte. Quando alcune indagini diventano eterne impedendo il contraddittorio e accompagnandosi a violazioni mirate del segreto a favore di qualche giornalista, c'è di che preoccuparsi.
Vuole rinforzare il segreto istruttorio?
Quando una democrazia diventa una dittatura, il primo bersaglio sono i giornalisti e gli avvocati. Sono molto rispettoso della stampa e del segreto professionale. Mail fatto che quello degli avvocati non sia più protetto mi fa disperare. Voglio rimediare e spero che intraprenderemo una riflessione su questo. Coinvolgerò ovviamente anche i giornalisti.
Come avvocato ha auspicato un sistema di responsabilità per i magistrati. Lo metterà in opera?
L'indipendenza non permette ad alcun magistrato di affrancarsi dalle regole. L'indipendenza ha senso solo se si inscrive nell'imparzialità, e questa non esclude la responsabilità. È un cantiere che voglio aprire, di concerto con i magistrati.
Ha in programma una riforma della giustizia minorile?
Una riforma è già in corso al Parlamento. Mi auguro che la giustizia minorile sia più rapida ed efficace. Quando un ragazzo è perseguito per piccoli reati, deve essere portato immediatamente davanti al giudice. E poi si disponga magari che il giorno dopo imbianchi le mura di una gendarmeria o di un commissariato. Non è possibile essere arrestati da minori e poi giudicati a 22 anni. Spero che i minori reclusi non escano a 18-17 anni, con l'idolo di un islamista o un un boss. Bisogna prevedere un modello alternativo per chi lo merita. Ci sto lavorando.
Il suo incarico al governo è l'inizio di una carriera politica?
Forse è un po' tardi a 59 anni per fare carriera. Sono sempre stato molto felice di fare l'avvocato. Cambierò completamente vita. E lo faccio unicamente per l'idea di giustizia che mi guida.
di Francesco Ricupero
L'Osservatore Romano, 23 agosto 2020
Con la campagna "Thursdays in Black" il Wcc a fianco delle native nordamericane. "Quando verranno ascoltate le nostre voci? Bisogna ancora attendere che altre vittime innocenti vengano uccise?": è l'allarme lanciato da Gwenda Yuzicappi, esponente della riserva indiana di Standing Buffalo Dakota Nation, nel Saskatchewan, provincia del Canada occidentale, da anni impegnata a difesa dei diritti delle donne indigene. Migliaia di ragazze, infatti, negli ultimi anni, sono scomparse nella quasi totale indifferenza e nel silenzio delle istituzioni.
Da uno studio condotto nel 2019 in Canada emerge che dal 1980 al 2012 le donne e le ragazze indigene scomparse o assassinate rappresentavano il 16 per cento di tutti gli omicidi femminili. L'alto tasso di violenza contro di esse è stato confermato anche da altre ricerche svolte sia nello stato nordamericano che negli Stati Uniti, dove si registra una scarsa visibilità del fenomeno e poca attenzione da parte delle autorità e della società in generale. Nel 2016 un altro studio ha evidenziato che, sui 5712 casi di donne indiane americane e native dell'Alaska scomparse, solo 116 erano stati registrati nel database del dipartimento di giustizia. In Alaska l'omicidio è considerato la terza causa di mortalità tra le donne indiane americane.
A difesa dei loro diritti sono scese in campo diverse organizzazioni religiose tra le quali il World Council of Churches (Wcc) che, attraverso la campagna di sensibilizzazione "Thursdays in Black" (giovedì in nero), chiede fermamente giustizia e un'azione unitaria. I giovedì in nero sono nati dai movimenti femminili di resilienza e resistenza all'ingiustizia, agli abusi e alla violenza che continuano a portare alla luce quelle che sono state le tragedie invisibili. Uno di questi movimenti in Canada e negli Stati Uniti cerca giustizia e cambiamento per le donne indigene scomparse e uccise. Il Consiglio ecumenico delle Chiese ne è diventato uno dei primi e più importanti sostenitori facendosi promotore di una protesta pacifica contro lo stupro e la violenza.
Tra le popolazioni indigene, grazie al sostegno dei movimenti religiosi, sta crescendo la speranza di cambiamento: donne e comunità si stanno unendo per far crescere la consapevolezza nella società civile e tra le autorità governative. "Quello che è successo a noi donne - spiega l'attivista Mary Lyons, decana della comunità indigena 0jibwe - è sempre stato messo nell'ombra fin dall'inizio dei tempi. Per molti le donne indigene sono esseri umani di seconda classe". Lyons e Yuzicappi hanno in comune un dramma familiare: entrambe hanno perso la figlia e la sorella uccise nell'indifferenza generale. "Molte di noi non sapevano come muoversi per far sentire la nostra voce, abbiamo dovuto farlo da sole. Anche se non venivamo invitate ai dibattiti andavamo lo stesso e ci siamo rese conto che il nocciolo della questione era legato ai soldi. L'azione per il governo di prendersi cura dei figli e delle donne assassinate e assicurare, al contempo, il carcere agli autori dei crimini, aveva un costo. Adesso, è giunto il momento di cambiare", affermano. Nello stato del Minnesota, come risposta, è stata istituita una task force che indaga sulle donne indigene scomparse e uccise nel 2019 e che renderà pubblici i risultati il prossimo dicembre.
È un passo avanti ma Lyons - insieme alle nonne e ai nonni di tutte le comunità indigene - sa che bisogna fare molto di più per ristabilire l'equilibrio e riconoscere la sacralità della vita. "Stiamo lavorando e dialogando anche con i nostri anziani per cercare di diffondere una cultura basata sul rispetto della donna e sulle pari dignità", rivela.
Raccontando con coraggio la violenza subita dalla figlia, Yuzicappi è riuscita insieme ad altre donne a scuotere l'opinione pubblica: "Ciò che ho fatto aiuterà le altre a cambiare la loro vita". L'attivista ricorda che "le donne sono donatrici di vita. Senza di esse non ci sarebbe esistenza. Gli uomini devono rispettarle e proteggerle". Di qui l'esortazione affinché le indigene, con l'aiuto dei movimenti religiosi e delle associazioni, rendano noti i propri drammi e chiedano giustizia. Yuzicappi, per esempio, ha condiviso il suo dolore familiare con oltre 1400 persone colpite, attraverso il Canada's National Inquiry on Missing and Murdered Women. Per l'attivista indiana è molto importante segnalare e monitorare le proprie istanze "assicurandosi che la polizia faccia il proprio lavoro e che i media sostengano le persone colpite riportando all'opinione pubblica il loro dramma". Man mano che la tragedia delle donne indigene scomparse e uccise diventerà più visibile, sempre più persone su scala globale chiederanno un'azione efficace. "Credo fermamente nella solidarietà internazionale contro gli abusi sessuali e la violenza", conclude Yuzicappi. "L'importante - aggiunge Lyons - è agire tutti insieme uno a fianco all'altro. Dobbiamo abbattere i muri che ci separano".
di Giovanni Mari
Il Secolo XIX, 22 agosto 2020
Alberto Maria Benedetti, membro laico del Csm: "Il correntismo delle toghe non si supera con un sistema di voto". Il Guardasigilli Alfonso Bonafede ha appena depositato la sua riforma del Csm a Palazzo Chigi, definendolo "un testo di cui si parlava da anni".
di Daniele Livrieri
Il Dubbio, 22 agosto 2020
La vicenda è delicata ma l'unica cosa che non ci si può permettere è lasciare che dei bambini patiscono forme detentive per colpe altrui. Più volte donne e uomini con responsabilità di governo hanno assunto una chiara posizione affinché in Italia non ci fossero più bambini ristretti insieme ai loro genitori.
di Tommaso Montesano
Libero, 22 agosto 2020
La "fase 2" per i tribunali non è mai partita: a Roma ci sono udienze rinviate al 2021. E i
cancellieri da casa sono inutili. "Invece di riaprire le discoteche, per giunta per poi richiuderle, sarebbe stato meglio aprire i tribunali". Per la giustizia, la "fase due" post lockdown non è mai iniziata. L'avvocato Cesare Placanica, al vertice della Camera Penale di Roma dal 2016, rigira tra le mani la circolare del presidente del tribunale di Roma.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 22 agosto 2020
Giancarlo Pittelli, ex parlamentare, ex assessore, prestigioso avvocato calabrese, sta molto male. Da otto mesi è chiuso in una cella di una delle più famigerate carceri italiane, Badu 'e Carros, vicino a Nuoro. È in isolamento totale. Non vede nessuno. Non sente nessuno. Anche l'ora d'aria deve farla da solo come un cane in un cortiletto. Persino le rare visite consentite ai familiari non ci sono, per via del Covid e del fatto che comunque Badu e Carros è più lontana di Parigi o di Mosca da Catanzaro. Giancarlo Pittelli non è stato in questi otto mesi mai interrogato dal suo Pm. Mai. Come in un famoso romanzo successe a un certo Joseph K. Una volta, una sola volta, gli hanno chiesto se volesse parlare con un giovane Pm di Nuoro, del tutto all'oscuro dell'inchiesta giudiziaria che lo riguarda. Anche questo successe a Joseph K. L'inchiesta che riguarda Pittelli è una delle famose inchieste del dottor Gratteri. Lui ha detto di no, che non voleva essere interrogato da un estraneo. Voleva il suo accusatore, voleva poter parlare con lui e a lui spiegare perché è innocente. Penso che chiunque di noi avrebbe fatto lo stesso.
Beh, cominciate a capire come funzionano le cose: parlare col vostro accusatore non è un vostro diritto. L'atteggiamento della Procura di Catanzaro, il rifiuto di occuparsi del caso Pittelli (e probabilmente di decine e decine di casi analoghi) è perfettamente e formalmente legale. Tra i poteri della pubblica accusa c'è quello di far sbattere un cristiano in prigione, di metterlo in isolamento, e di tenerlo lì senza permettergli di difendersi, di spiegare, di capire, per molti e molti mesi. Anche di spingerlo al suicidio. I suicidi in carcere sono in aumento.
Succedeva così anche a Joseph K., più o meno nel 1925. Voi magari potreste chiedere: ma una situazione di questo genere non è equiparabile alla tortura? Sì, sicuramente è equiparabile. Però esistono due tipi di torture: quelle illegali, che possono essere punite, e quelle legali che sono guardate con rispetto anche da gran parte dell'opinione pubblica.
La tortura fu abolita in Francia un po' più di due secoli fa, per una ragione di dottrina: si stabilì che siccome la tortura era contemporaneamente un metodo di indagine - perché serviva a far confessare l'imputato - e una punizione in atto, non era legittima. Dal momento che il diritto ha sempre immaginato che tra indagini e pena non ci possa essere confusione.
Perché tenere un signore di 68 anni in prigione per otto mesi, isolato, in attesa di rinvio a giudizio e udienza preliminare, se non per indurlo a confessare e risolvere così i tanti problemi di una inchiesta che sta marciando a giornali unificati ma a prove scarsissime? Nessuno immagina che Pittelli possa fuggire, nessuno immagina che possa inquinare le prove (non ci sono prove, fin qui, tranne alcune intercettazioni piuttosto prive di valore e che comunque non possono certo essere manipolate), nessuno immagina che possa reiterare i reati. Dunque? Resta solo l'ipotesi dell'induzione a confessare. E allora più è duro il carcere meglio è.
Giusto, i reati. Quali sono i reati? In origine erano tre. Rivelazioni di segreti d'ufficio, abuso d'ufficio, associazione mafiosa. Poi, piano piano si sono ridotti. È caduto il reato di rivelazioni, per il quale la Cassazione ha ordinato la scarcerazione, è caduto il reato d'abuso, è caduta anche l'associazione mafiosa che si è trasformata nella mitica accusa di concorso esterno, accusa, come sapete, che si basa sulle congetture, non sulle prove. Per questo viene usata con grande frequenza. E può resistere - dal punto di vista della sua legittimità formale, non certo della logica - anche se cadono tutti i cosiddetti reati fine. Che vuol dire reato fine? Per esempio, truffa. O omicidio. O corruzione. O sequestro di persona. Ti dicono: tu partecipavi, seppur dall'esterno, a una associazione che organizzava furti, o omicidi, o truffe.
In questo caso no, il reato fine non c'è: tu hai partecipato a una associazione che non aveva in programma reati, o comunque non ne aveva commessi. È probabile, anche se nel romanzo non viene mai detto (perché l'ipotesi di un reato così fantasioso, nel 1925, sfuggiva persino alla mente molto aperta del suo autore) che l'accusa a Joseph K. fosse appunto associazione esterna. Per tutte le pagine del romanzo, e per tutta la durata del processo, a Joseph K. non viene mai detto qual è il reato.
Vediamo meglio nello specifico i reati imputati a Pittelli. Rivelazione di segreti d'ufficio grazie alla soffiata di un ufficiale dei carabinieri amico. Ma poi si è scoperto che il segreto era pubblico da molto tempo. Abuso d'ufficio: avrebbe ottenuto sempre da questo carabiniere l'insabbiamento di un provvedimento contro un suo cliente. Ma poi si è scoperto che questo provvedimento fu eseguito immediatamente.
E infatti sia l'ufficiale dei carabinieri sia il suo cliente sono stati scagionati e scarcerati dopo sei mesi di prigione inutile. Infine concorso esterno per aver rivelato a un amico una frase pronunciata agli inquirenti da un pentito. Secondo l'accusa, Pittelli avrebbe saputo di questo pentito da un agente dei servizi segreti. In realtà questa frase, molto prima che Pittelli la pronunciasse in una telefonata intercettata, era stata pubblicata da diversi quotidiani, tra i quali Il Fatto.
In questi giorni gli avvocati di Pittelli sono andati a trovarlo nel carcere di Nuoro. Dicono di averlo trovato in condizioni penose. Sta malissimo. Barcolla. È imbottito di psicofarmaci. È disperato, rassegnato alla feroce persecuzione alla quale è sottoposto in base alla legge. Parla a fatica. Dicono gli avvocati che in due ore di colloquio sono riusciti a farlo parlare davvero per non più di dieci minuti. L'unico strumento di comunicazione con l'esterno che Pittelli possiede è il telegramma. A me ne ha mandato due recentemente. Tre parole: "Aiutami, ti prego".
Noi ci conosciamo appena di vista. Ci saremo visti un paio di volte quando lavoravo in Calabria. Si rivolge a me, Pittelli, perché è stato lasciato solo da tutti... Abbandonato. I suoi avvocati ora tentano una mossa che forse è l'unica possibile. Hanno chiesto il rito abbreviato. Rinunciano a molte garanzie che spettano alla difesa ma almeno, finalmente, potranno portarlo davanti a un giudice, e lui potrà riottenere il diritto di parola.
È indegna questa situazione. Mi rivolgo ai capi dei partiti democratici. Tutti: di destra e di sinistra. Berlusconi, Renzi, Zingaretti, Speranza, Salvini, Meloni: voi pensate che la civiltà possa guadagnarne dalla decisione delle forze politiche di abbandonare nelle mani dei Pm un proprio esponente e di permettere che sia torturato, e forse spinto alla morte? Non mi rivolgo al vostro senso di umanità, semplicemente a un ragionamento freddo: se permettete che questo succeda, sappiate che avete lasciato la porta spalancata allo sterminio della politica. E del Diritto.
di Francesco Palmieri
Il Foglio, 22 agosto 2020
La storia estrema di Raffaele Cutolo, sanguinario boss della camorra ora paralizzato dalla demenza senile, da quarant'anni in isolamento. Settantotto, cinquantacinque, trentotto è il terno fatale di Raffaele Cutolo: gli anni anagrafici, quelli vissuti in carcere e quelli di carcere duro. Non c'è premessa più esplicita e più ambigua di questi tre numeri alle parole che verranno.
Esplicita, perché riassume la spaventosa biografia di un uomo che ha passato molto più tempo in prigione che fuori e più in regime di detenzione speciale che in prigione; ambigua, perché in cella il potere criminale di don Raffaele si plasmò, crebbe, decrebbe e restò ciò cui si è ridotto: mera leggenda di sé stesso.
Una leggenda che spiega come mai il Tribunale di sorveglianza abbia nuovamente negato gli arresti domiciliari per motivi di salute a un uomo forse morente, senza più clan né pistole, senza sicari, privo ormai di segreti che minaccino qualcuno. Lo hanno trasferito per problemi respiratori dal carcere all'ospedale di Parma dove però, per le disposizioni dell'articolo 41bis introdotte nel '92, neanche la moglie Immacolata, visitandolo, l'ha potuto sfiorare. Né avrebbe potuto farlo la figlia Denise, nata tredici anni fa grazie all'inseminazione artificiale.
Gaetano Aufiero, che lo assiste da venticinque anni. Colui che fu un tempo il temutissimo capo della Nco, la Nuova camorra organizzata, non è stato capace, il 7 agosto scorso, di riconoscere Immacolata Iacone, sposata nel 1983: l'ha scambiata per la cognata morta, anche se ricordava cosa aveva mangiato a pranzo e il numero dei propri (nove) nipoti. Una conversazione surreale, che secondo le prescrizioni del 41bis non è potuta durare più di un'ora, con una telecamera installata per videoregistrarla e tre uomini del Gom (il Gruppo operativo mobile della polizia penitenziaria) attorno al capezzale di Cutolo, i quali hanno frapposto le sedie fra il letto e la moglie per evitare foss'anche un bacio o una carezza, poiché il regime differenziato proibisce ogni contatto fisico.
Peggio era andato il colloquio del 22 giugno scorso, l'ultimo in cui Cutolo incontrò la figlia: dei sessanta minuti a disposizione (consentiti una volta al mese) ne furono usufruiti solamente quindici, perché la ragazza cominciò a piangere a dirotto quando il padre non la riconobbe mentre si rivolgeva alla mamma chiamandola "dottoressa". Susciterà forse, il caso, ulteriori spunti circa l'opportunità di rivedere una norma dell'ordinamento penitenziario che nacque con intenti emergenziali e appare scricchiolante dopo le ripetute pronunce della Corte europea dei diritti dell'uomo e della Corte costituzionale, fermo restando l'obiettivo di impedire le comunicazioni tra un detenuto di particolare pericolosità e la sua associazione criminale fuori e dentro il carcere. "Non metto in discussione, da avvocato, il principio del 41bis: sappiamo che un boss, persino partecipando a distanza a un processo, potrebbe mandare messaggi all'esterno. Ma perché, per esempio, limitare i colloqui con i congiunti a un'ora al mese, considerando che sono videoregistrati e si svolgono alla presenza di agenti specializzati?", osserva l'avvocato Aufiero. "Forse dovremmo avere la schiettezza di ammettere che il 41bis può anche rappresentare una forma di tortura o fungere da dissuasivo per indurre a collaborare. Per non parlare dei casi in cui è applicato a detenuti in attesa di giudizio. E se vengono assolti? Vogliamo almeno attendere la sentenza di primo grado?".
Oggi sono circa 750, in 23 strutture sul territorio nazionale, i carcerati in regime di 41bis, del quale si valuta la proroga caso per caso ogni due anni. Si può opporre ricorso al decreto ma i tempi sono scoraggianti: l'udienza di Cutolo al Tribunale di sorveglianza di Roma è stata finalmente fissata il 13 agosto scorso per il 2 ottobre prossimo, giusto un anno dopo la presentazione dell'istanza. I 38 anni d'isolamento di don Raffaele, già al carcere duro prima che il 41bis fosse varato, sono frutto anche della volontà, più volte ribadita, di non collaborare con la giustizia e non pentirsi "se non davanti a Dio".
Chi ha scelto un'altra strada, anche fra i mafiosi più spietati, ha incontrato sorte molto più favorevole: uno per tutti il corleonese Giovanni Brusca, che pigiò il tasto del telecomando nella strage di Capaci e sciolse nell'acido il piccolo Giuseppe Di Matteo. Gode da anni di permessi per buona condotta e tornerà libero alla fine del 2021.
Cutolo invece, secondo i giudici, non solo non ha mai rinnegato le sue scelte, ma "ha mantenuto pienamente il carisma" e tuttora rappresenterebbe "un simbolo" per la criminalità che s'ispira al suo nome. Sicché il corpo fisico del camorrista par excellence sconta il mito incorporeo di se stesso. È il dramma senza tempo del prigioniero imperdonabile e della legge che s'oppone alla leggenda: la Maschera di Ferro alla Bastiglia, Cagliostro a San Leo, Napoleone a Sant'Elena, Rudolf Hess a Spandau impersonarono il Male ciascuno a suo modo.
Lo impersonarono i regicidi di Umberto I di Savoia: Giovanni Passannante, che fallì l'attentato e fu fatto impazzire in una cella d'isolamento sotto il livello del mare; Gaetano Bresci, che riuscì a uccidere il sovrano, morì suicida o forse assassinato nel penitenziario di Santo Stefano, benché perennemente sorvegliato a vista come lo sono oggi i sottoposti al 41bis. Certo è che si continuerà a discutere sulla compatibilità della norma con l'articolo 27 della Costituzione: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".
Per ora l'ombra leggendaria del professore di Ottaviano prevale sul suo corpo malato. Già a febbraio scorso era stato ricoverato d'urgenza per una polmonite e dice l'avvocato che "lo presero per i capelli"; adesso il responsabile del reparto detentivo dell'ospedale di Parma ha constatato uno stato di demenza senile ed è stata autorizzata la visita di uno psichiatra della difesa per i prossimi giorni. Eppure la direzione sanitaria del carcere aveva attestato di recente che il detenuto si orientava nel tempo e nello spazio, era collaborativo e presente a se stesso.
Sono numerosi gli acciacchi di Cutolo. Ipertensione, prostatite, ma soprattutto i problemi alla vista e l'artrite che gli impediscono le due attività preferite: leggere e scrivere. Malgrado i ritardi con cui li riceveva, il professore era abbonato a cinque quotidiani, componeva lunghe lettere e poesie. All'apice del fulgore criminale destò scandalo, nel 1980, l'uscita di un suo libro che poi fu sequestrato: Poesie e pensieri; ne è stato pubblicato un altro nel 2019, Poesie dal carcere, ma lui non ne ha mai visto una copia perché il 41bis vieta di ricevere volumi dall'esterno.
È nel destino di Cutolo bordeggiare il confine tra normalità e pazzia, presunte entrambe con perizie psichiatriche che hanno detto e contraddetto. E riuscì a evadere, restando latitante per quindici mesi, proprio dal manicomio criminale di Aversa il 5 febbraio del 1978, quando i suoi uomini gli aprirono una breccia nel muro di cinta con la dinamite.
Furono circa 1.500 le persone uccise fra il 1978 e il 1983 nella guerra che scoppiò fra don Raffaele e i clan tradizionali della camorra, concepiti su base famigliare. Lui ne spiazzò gli schemi con un'organizzazione che si rifaceva all'ottocentesca Bella società riformata a gerarchia centralizzata, strutturata su un esercito di affiliati che sarebbero lievitati a settemila. Narcotraffico, estorsioni, appalti, rifiuti, edilizia, collusioni con il potere politico fecero della Nco il nemico numero uno. I vecchi clan si federarono nella Nuova Famiglia, dando corso a una faida che assunse proporzioni epiche dopo il sisma dell 1980, quando il denaro per la ricostruzione si riversò sulla Campania e banchi di piranha si tuffarono nel fiume: 265 omicidi di camorra nel solo 1982.
Quegli anni sono oggi inimmaginabili al capezzale di un vecchio infermo nell'ospedale di Parma, su cui s'affollano solo fantasmi. Per ricordare il Cutolo d'allora e ridare corpo alle ombre bisogna pescare fra ritagli ingialliti. Ecco come Salvatore Maffei descrisse il super boss in un'aula giudiziaria nel 1980: "Ogni udienza del processo alla nuova camorra è un pellegrinaggio di estimatori del 'don': impresari di festival, ricchi industriali, umili bottegai, uomini incensurati, pregiudicati, aspiranti carcerati. Tutti, sfilando davanti al gabbione metallico, inventano espressioni radiose, salutano con enfasi, sorridendo o inchinandosi".
È inimmaginabile oggi che quest'uomo malato e poco lucido disponesse di un personale "servizio d'ordine": "Decine di giovani aitanti, forti, dallo sguardo duro, i quali si sono schierati lungo il passaggio obbligato dalla camera di sicurezza all'aula penale tenendosi per mano con le braccia tese in maniera da formare un corridoio umano tra la folla degli ammiratori vocianti e plaudenti". È inimmaginabile pure che esponenti dello stato, politici e latitanti si ritrovassero nel carcere di Ascoli Piceno sollecitando l'intervento del padrino per la liberazione di un assessore regionale, Ciro Cirillo sequestrato dalle Brigate Rosse, prima che rivelasse segreti imbarazzanti. La mediazione riuscì ma cominciò il declino di don Raffaele: aveva superato una soglia che non si può varcare, quella di interlocutore dello stato. Nel 1982, su pressione del presidente della Repubblica Sandro Pertini, fu isolato nel carcere dell'Asinara riaperto apposta per lui. Non è facile capire come abbia trascorso, da allora, un'esistenza che il poeta Antonio Machado avrebbe definito vivir desviviéndose.
Nel 1987, per non impazzire o perché impazzito, dialogava con le mosche: "Per superare lo sconforto, la disperazione", confidò in una lettera, "allevai una mosca. Sì, proprio una mosca e con questa inventavo dei lunghi discorsi, con domande e risposte. S'intende, ero soltanto io a parlare, per me e per la mia fedele amica mosca".
È lo stesso stratagemma di Darrell Standing, il condannato a morte protagonista di "Il vagabondo delle stelle" di Jack London: "Il tempo, intanto, non passava mai. Una vera sofferenza. Mi misi perciò a giocare con le mosche, mosche comuni che riuscivano a entrare nella penombra della cella così come faceva la luce, e mi accorsi che avevano il senso del gioco". E questo è Cutolo: "Quando giunsi il 19 aprile 1982 nel deserto arido dell'Asinara mi chiesi quanto avrei potuto resistere in quell'atmosfera di angosciante solitudine, completamente isolato, martellato dal lentissimo trascorrere del tempo, privato anche del sollievo della lettura, stordito dall'accecante chiarore del giorno e dai cupi lunghi silenzi della notte".
Non gli giovò passare dall'Asinara al 41bis di Belluno: gli sequestrarono anche il fornelletto su cui scaldava l'acqua per le abluzioni e la camomilla. Gli restituirono vitalità l'attesa e la nascita di Denise (un altro figlio, Roberto, fu ucciso in un agguato nel '90). "Ma l'avrà vista una manciata di ore in tutta la vita, e in virtù delle norme al compimento del dodicesimo anno non l'ha potuta più toccare. Quando la bambina fece la Prima Comunione", racconta l'avvocato Aufiero, "inoltrammo richiesta per una foto assieme al padre, ma l'autorizzazione arrivò che Denise era cresciuta e il vestito della cerimonia non le entrava più".
La burocrazia è severa: per anni la direzione del carcere invitò il legale a visitare Cutolo solo di domenica, affinché nel tragitto tra cella e sala colloqui non incrociasse lo sguardo dei detenuti. Cautele necessarie anche per la sorella del professore, Rosetta (considerata la "mente" amministrativa della Nco), cui durante la carcerazione era vietato scambiare il segno della pace nella messa domenicale.
È il prezzo di un'epopea cruenta che seminò troppa morte (ma Cutolo, si sa, ha continuato a dire di "aver fatto del bene"). Né altri boss efferati di quegli anni né i demoniaci protagonisti delle successive faide di Scampia hanno potuto aspirare all'insano carisma di don Raffaele, tantomeno a una canzone di De André o alla pellicola di un futuro premio Oscar come Giuseppe Tornatore: i dialoghi da "Il camorrista", ricordò Roberto Saviano in Gomorra, ispiravano chiunque coltivasse velleità di padrino. Che le tv locali ancora ritrasmettano il film è tra i motivi della scelta dei giudici: "Inalterata fama criminale", scrivono le informative dei carabinieri.
L'uomo Cutolo però non è la sua leggenda: ammesso che possa più rialzarsi dal letto e riacquisire lucidità, difficilmente saprebbe attraversare la strada. E da tempo ha rinunciato all'ora d'aria.
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